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- dal 2005, se è esistito -

 

 

Era il compleanno della gattina, quella che è morta l'anno scorso in ottobre. Era il 4 aprile.

Non facevamo l'amore da due giorni, io e Gian. Questo avrebbe dovuto mettermi sull'avviso? Quel mattino uscimmo di casa presto. Quanto presto? Guardai l'ora. L'orologio della strada segnava le otto. Non so perché, mi venne in mente che fin da piccola ero stata capace di fermare gli orologi solo pensandoci un po' su: un'arte straordinaria che avevo esercitato su numerosi regali di comunione, compleanno, Natale, e perfino sugli orologi altrui. Orologi a muro, pendole. Soprattutto i costosi cronometri meccanici: i miei genitori, inviperiti, ne avevano portato uno da un orologiaio: l'avevano regalato ieri alla bambina, e già oggi non funzionava più. Mentre le bambina fissava il soffitto, il tecnico aveva detto che era impossibile aggiustare l'orologio: gli ingranaggi, all'interno, si erano fusi.

Così, erano le otto, e io e Gian arrivammo all'angolo della strada.

Mi disse lui: "Devo parlarti."

Pensai che fosse per la nuova casa sul lago: che cosa non andava bene, dell'arredamento che avevamo scelto?

"Ok."

"Stasera non torno," mi disse. E sparì. Se ne andò mentre io gli chiedevo "in che senso". Macché senso. Questa storia non ha un senso, non ha un finale. Finisce, ma non ha un senso. Non tornò più.

Andai a casa e sedetti per terra, ricordo, in quella parte del salone che sembra una grotta di libri. Non feci niente, non chiamai nessuno, non dissi parola.

Nelle ore che passai lì, tutto ciò che accadde è nell'ordine del mistero. Quando mi rialzai, erano fulminati tutti gli apparecchi elettrici della casa. Non funzionarono mai più lo stereo, il televisore, la lavastoviglie, la lavatrice, le quattro lampade della libreria, tutti i telecomandi, gli orologi, le sveglie, il computer e perfino l'asciugacapelli: me ne accorsi a poco a poco nel corso della giornata. Anche il mio cervello si cancellò per metà: me ne sto accorgendo in questi giorni. Sopravvisse, curiosamente, solo il frigorifero.

P.S.: Per i miei simili: davvero non c'è verso di fermare gli orologi stradali con il pensiero, tantomeno quelli, straordinari, della metropolitana. Suppongo dipenda dal fatto che le molte persone in attesa li caricano inconsapevolmente di un flusso continuo di "dai, muoviti, gira, gira". Ma i veri irrimediabili sono gli orologi elettronici: si riesce a scaricare la pila, ma è un effetto che non dà la soddisfazione di veder saltare a uno a uno i segmenti luminosi dei numeri, con i 3 che diventano I e gli 8 che diventano 9. Ehh.

(The black Vault)

 

4 aprile, 2008. Impegni, molti impegni. Troppi. E la certezza di aver dimenticato una data impor... Oh, oggi è l'anniversario del mio giorno di Separazione, ecco cos'era. Come vi direbbe Ellis: "My own nine/eleven".

3 aprile, 2008. Su questo sito non ci sono i commenti, né aperti né chiusi, quindi non posso collegarmi a una questione reale. Tuttavia, se mai passasse di qui qualche lettore, devo prendere posizione anch'io (devo? non lo so) su uno scontro che si sta svolgendo senza esclusione di colpi su altri siti ben più illustri di questo.

La mia posizione è che non vedo una grande differenza tra fare a pezzi una persona e farne a pezzi un'altra. E che entrambe le distruzioni sono secondo me tristissime e dolorose. Entrambe. E che qui si travalica, ovunque e sempre, il senso della letteratura: che è ampio e vasto, ma che è soprattutto una forma di conoscenza, non di prevaricazione. Sono convinta che ci siano stati degli errori, di forma, oppure di espressione, e magari di intenti, da entrambe le parti, ma che non si possa passare dall'espunzione degli errori al linciaggio sfrenato, massivo e cieco.

Ma quando dico "da entrambe le parti" non sono conciliante, ma seria: siete impazziti, tutti? Avete fatto diventare l'uno, l'altro. E l'altro, l'uno. Li avete resi identici, adesso. E se prima c'era qualcuno di indifendibile, ora non c'è più, francamente. Ora tutti sono difendibili. Non sto nemmeno a nominarvi Voltaire. Di tutte le eredità di cui ci si può fregiare, noi non siamo nemmeno più degni. Ma quando avete un nemico, e questo lo dico a tutti, il nemico non serve a "distruggere il nemico", "combattere il nemico", "vincere il nemico", ma a mostrare chi siete voi. Qui c'è bisogno di rimettersi sui banchi, e decidere a cosa serve la vita, il sé, l'altro, e io che pensavo di essere fuori fase a occuparmi di etica.

Torno su questo argomento appena ci riesco, ora sono un po' alterata.

3 aprile, 2008. C'è una domanda molto bella in Gantenbein: "perché è sempre oggi?"

E' vero che siamo animali, bestie cicliche, umori stagionali, ma è vero anche che la parte di noi che si perde nel cosmo conosce probabilmente altre scansioni o assenze di scansione, e fa questa domanda come i bambini che devono andare a scuola dopo le feste, o quelli che vogliono partire per le vacanze dopo la scuola. Contiene insieme tutta la nostra impazienza, oppure il rimpianto, e una protesta che più inutile non si può. Certe volte la pigrizia si spiega con il fatto che l'orizzonte non sembra cambiare. Mi spiego meglio domani. Oggi.

BASTA! Si torna alla normalità.

2 aprile, 2008. In tutta franchezza, è purtroppo vera la frase: "Quando parti per la tua vendetta, prima scava due tombe". Qui siamo arrabbiati, sì, ma non dormienti. Quindi niente scavi, per oggi.

A te invece la rabbia dona tutta la cecità necessaria ...

Scatènati, quindi. Ma attento: io mi sono fatta male, e molto, molto più di quanto non me ne abbia fatto tu.

1-3 aprile, 2008. Dopo il nuovo episodio di Post nella Webeide, ecco l'incipit-Daimon dell'episodio di Hard. No? E perché no? Lo pubblico qui.

Un giorno la mia vecchia anima morì, e io ebbi una nuova anima.

Un giorno la mia vecchia anima morì, e la mia nuova anima si svegliò innocente.

La mia nuova anima era chiusa dentro di me e gridava aiuto, piangeva aiuto, io non so nulla, io non ho fatto nulla delle cose che dite, vi prego portatemi dove c'è sole e dove c'è gioia, poiché io sono innocente di tutto ciò che dite e non ricordo nulla. Mentre dentro di me la mia nuova anima piangeva, fuori di me un signore dall'aria grave mi salutava davanti alla stanza di una donna malata. "Non dirle che non tornerai, dille che sarai qui prima dell'estate. Ti prego almeno di non spezzarle il cuore."

Io piangevo, la mia nuova anima piangeva dentro di me. Io, spezzarle il cuore? Io volevo baciare la sua testa, i suoi capelli, e chiederle di non lasciarmi qui da solo, e chiederle di cantarmi una canzone, perché tutti hanno una canzone, e io, con la mia anima nuova, non l'avevo. Entrai, con la mia anima nuova che tremava di paura, e non riconobbi nessuno, e nessuno riconobbe me. Loro guardavano ciò che ero fuori, si rivolgevano al mio aspetto, e mi parlavano di cose che non conoscevo, di colpe che non potevo ricordare, e nessuno mi stringeva la mano, nessuno mi abbracciava, tutti mi rimproveravano che io volessi partire, e la donna nel letto piangeva, e quando le dissi che non sarei partito non mi credette, e pianse di più, e una signora, da un angolo della stanza, mi guardò con una tremenda severità, e tutti chiusero su di me un coperchio di silenzio. Mi accompagnarono fuori, mi diedero la valigia, mi aprirono la porta senza salutare e li vidi tornare indietro nel corridoio, le nuche magre, le teste abbassate, le spalle strette per via di quelle mani giunte sul petto. Io mi voltai e guardai fuori, avrei dovuto attraversare il mondo ed ero vecchio un solo giorno, e la mia nuova anima mandò un grido e si rattrappì dentro di me, e credo che impazzisse.

(IB, 1 aprile 2008)

 

31 marzo, 2008. "Alcuni gitanti frettolosi, affannati dal caldo della giornata, si fermarono a rifocillarsi all'acqua di una sorgente. Mentre bevevano, maledicevano l'afa e scambiavano opinioni sulle mezze stagioni; finché, a furia di discutere, fecero nascere tra loro una contesa assai aspra intorno alla potenza del Sole. Allora, notato un Tale vicino alla fonte, fermo e pensieroso al fresco tra i cespugli, si rivolsero a lui | affinché intervenisse nella lite |. "Ehi, tu," lo apostrofarono, "quanto è grande il Sole? Alceo qui dice tre milioni e novecentomila stadi, Ezio invece dice quattro milioni di stadi. E tu che hai l'aria di essere saggio e di conoscere le lezioni dei Pitagorici, qual è secondo te il diametro del Sole?"

Il Tale rabbrividì a trovarsi confuso con i Pitagorici, inoltre apparve alquanto irritato per esser stato sottratto ai suoi pensieri |cfr. Luhan, "disturbato nel sonno"|, e dopo aver a lungo guardato gli impazienti gitanti, disse: "ampiezza di piede umano".

I gitanti risero: "Questo pastore incolto, questo stupido ignorante, questo paesano imbecille, crede che il sole sia lungo un piede. Ah ah ah."

E si allontanarono, e a lungo scherzarono tra loro, fingendo di disputare se il Sole fosse grande quanto un piede di uomo o di donna |cfr. Luhan, "o della grandezza di un fuoco campestre "|, o magari quanto un mandarino o una dracma.

Eraclito allora fissò tutti noi in faccia, ci guardò sorridendo e ripeté: "Ampiezza di piede umano". E lo ripete tuttora.

Né mai altra misura fu trovata al Sole, nei secoli dei secoli."

(IB, sul frammento di Eraclito n. 82 (citato in corsivo), e su alcune vicende personali).

30 marzo, 2008. Non scenderà nel menu il nuovo episodio di Post nella Webeide, solo perché vi voglio proporre il breve intrattenimento che tutti, prima o poi, abbiamo sperimentato più e più volte. Io vi ho parlato spesso di fisica, "ta fisika" (avete mai girato per i blog greci? avete mai letto il gergo da blog dei greci? hanno nick come "sintagma"...). Ecco in quale senso.

Peri Physeos.

The game.

Ditemi che non avete mai fatto il gioco di Parmenide. Se preferite, il gioco di Aristotele. Oppure il gioco di Apollo. Ecco, chiamiamolo il gioco di Apollo, il più ermetico tra gli dei (naturalmente, incaricato dal consesso Olimpico di offrire oracoli agli umani: e chi se no?). Mettetevi a letto. Riposatevi un po'. Poi aprite gli occhi come una bambolina e, mentre annaspate verso il caffè che qualcuno vi ha amorevolmente preparato, iniziate a parlare in greco. Nella mente, intendo. Diventate Parmenide, Platone. Interpellate Apollo. Pronunciate (che razza di giochi vi propongo, la domenica mattina - ma è per indugiare di più tra le coperte) la vostra Origine del mondo, come farebbe un greco. Più prosaicamente, il De rerum natura dei latini (ma vedete che è già tutt'altra cosa). Siete passati attraverso quel miracolo dell'umana natura che è la civiltà, e siete sopravvissuti; così sapete bene che forse furono delle stringhe gravitazionali a creare il mondo così come lo conosciamo. Ma questa mattina il mondo è vergine, nessuno ha ancora aperto le finestre, la radio è spenta, il silenzio della vostra metà è celeste, e voi siete Parmenide (una firma qui!). Cominciate a occuparvi del mondo.

Svolgimento.

"Il mondo è..." I cinesi iniziarono dicendo: "il mondo è cielo e terra", e oggi hanno le Olimpiadi... E voi, come comincereste? La Bibbia comincia con il Logos, il buio e la luce. Se siete dei duri, cominciate dagli elementi di Eraclito. Se li trovate, poiché non sono facilissimi da capire. Ma vi so romantici, quindi voi comincerete quasi di sicuro con "Il mondo è Amore". Però dovete essere coerenti, e spiegare tutto quel che accade a partire dal principio che avete scelto. Se il mondo è Amore, cos'è l'odio? E il male? L'amore che finisce? Eh, eh: no, la risposta di Leibniz non vale, nemmeno quella di Cartesio. Voi siete metafisici. Vi cito ancora Eraclito: "rifiuti sparsi: il più bello dei mondi" (Eraclito era pop: sì, sto rilanciando Eraclito come maestro). Ma non vale nemmeno quella. Sappiate che si tratta, o audaci, della più desueta delle forme di filosofia. Oggi le questioni filosofiche sono altre, e questo terreno è invece quasi tutto occupato da riflessioni infrafilosofiche o subfilosofiche, e dalla fisica del plasma. Ragione di più per giocarci la domenica mattina, liberi: da Eraclito a voi, direttamente a voi, nel sole di un giorno che è il primo del mondo, a domandarvi che cosa. Che cosa, è la domanda peri physeos, non perché, che è la domanda della "meta ta fisika". Poi uscite, e siete davvero Parmenide, e il primo tizio che incontrate per la strada non è un idiota che vomita tutte le porcherie che ha ingurgitato nella prima uscita al liceo. E' Anassagora.

Io ci gioco sempre.

Conclusioni.

E ora, ecco la fine dello scherzo. Che è questa.

Loro, lo hanno fatto veramente. Si sono messi lì e hanno spiegato il mondo, nudi com'erano.

Punto. Pensateci bene: tenetela per il lunedì.

Considerate che ai presocratici e alle culture precedenti, come lo sciamanesimo indoeuropeo, si deve l'intuizione che tutti gli elementi hanno un'unica natura, e che l'acqua e il fuoco hanno la stessa physis. Non era facilissimo da capire, a quell'epoca, e stiamo parlando di duemilacinquecento anni fa. Se scendendo dal letto avete pensato "uhm, tutto inizia con il fuoco. E l'acqua? No, ci deve essere qualche altra cosa", allora avete già sbagliato, siete un passo indietro rispetto all'età del Bronzo.

 

29 marzo, 2008. Mentre segnalo qui il nuovo episodio di Post nella Webeide, vi racconto che cosa sto combinando in questo periodo. Vi farà piacere sapere che l'argomento riguarderà l'episodio di Hard, I suppose. Una cosa difficile da esprimere di questo mondo, difficilissima poi da concentrare nelle due cartelle di ciascun episodio, è il modo in cui pensiamo il vivere. Non dico l'evento del vivere, l'esperienza, ma l'etica. Ognuno crede di averne una, ma quando agisce è guidato da qualcos'altro, al di fuori della propria stessa presunzione, a questo punto, d'etica.

Sì, sto parlando di noi, e sto parlando di tutti. Appunto (e non sentirti sempre protagonista, Cluster). Persone eccezionali, e ne conosco alcune, che si comportano invece nella prosa della vita - in quella che ritengono la prosa della vita - sempre più spesso come certi falsari del gossip mondanucolo moderno. Autori già miracolati dalla vita e dal destino che imprendono per vanità il cammino scivoloso della stronzaggine guruesca. Gente che si "infuora" (e perdonatemi queste sequenze di neologismi, l'ultimo l'ho mediato da Dante) perché la vita passa ed è tutto quello che abbiamo, epicureini con la veletta alla Junger (dieresi, mettetela), e non c'è dopo e non c'è altro e non c'è l'Altro. In altri ambiti, su altre strade, la biforcazione all'incrocio tra etica e prassi riguarda proprio tutti. Tut-ti. Tranne quelli che addirittura scelgono la prassi come etica, e non l'etica come prassi, e ci occuperemo anche di loro. In pratica, un mondo di pazzi.

Bene, a me questo bailamme di stracci etici interessa. Questo volare di fazzoletti di visioni del mondo sputtanate in nome del lusso volgare e del godimento momentaneo (ma anche: mondi del godimento momentaneo sputtanati dalla purezza e dall'etica come prassi), incuriosisce. Questa capacità di strascicare l'attimo fuggente in nome della cecità locale su e di Dio, stringe e intriga.

E' di questo mondo anche quella, soprattutto quand'è accoppiata a un briciolo di consapevolezza. Io ho sempre creduto che uno scrittore possa almeno nella scrittura occuparsi non d'estetica, ma d'etica. E che in un certo senso, lo debba fare. Quindi, tornerò a lavar panni non in Arno, ma (pausa, ho fatto una passeggiata) in Reno, da brava lavanderina.

 

29 marzo, 2008. Il nuovo episodio di Post nella Webeide. Naturalmente, non riletto. A me il finale piace, molto. Era difficile da scrivere senza essere pesanti, ed è semmai perfino troppo veloce, quando lo rileggerò vedrò. Però, per una volta sono molto contenta di averlo scritto. Mi piace la terza persona, anche se in un passaggio il punto di vista oscilla (non vi dico dove, comunque è prima della casa, ed è una sola frase). Cancellerei tutta la prima parte, e magari un giorno lo farò. Ma il resto mi piace, è molto co-haerens con Post.

Avrei altre cose da dire, ma oggi non è giorno. Sapete, il mal di testa.

(p.s.: credo che manchi una dida, alla fine - è troooppo veloce, e non siamo a teatro; la metto dopo, ciao)

28 marzo, 2008. Lo so, lo so, siete tornati qui un milione di volte e ancora non c'è Post. Il problema è che ho mal di testa, non mi passa e non posso scrivere, quel che esce è affabulazione insensata; non sto nemmeno davanti al computer. Scusate, ma vedo che sono le nove e il dolore non passa, così vi avverto. Spero di stare meglio domani.

27 marzo, 2008. Il nuovo episodio di Post è in arrivo, oggi è giovedì.

25 marzo, 2008. Nietzsche e Montaigne. Il resto giovedì.

25 marzo, 2008. In quale film trash, dei tremila che ho visto, l'eroina si risveglia da qualcosa ed è divorata dalla fame come me ora alle tre di notte? Ah, sì, in Batman: Michelle Pfeiffer risorge affamata e dotata di superpoteri. Io sto attaccando i dolci avanzati a Pasqua, e il mio superpotere sta tutto nel dire:

dove sono stata per tutti questi mesi!

Non so, mi sono come risvegliata da un sonno. Merito del grande libro che ho letto, un saggio Saggio: caro autore, sarai felice di sapere che mi hai convinto della tesi opposta a quella che volevi dimostrare, ma tuttavia, abitando tu regioni umane, sei riuscito a commuovermi e a risvegliarmi. Così eccomi.

Nota per i naviganti: quando si dice 'eccomi' sono sempre le tre di notte. Fateci caso. Oppure è domenica.

Il sito è un disastro, ma possiamo cominciare con un riassunto delle puntate precedenti, che in qualche modo mi riassesti al timone.

Siamo arrivati a questo: "mrs. TiAmo" Post è sdoppiata ed esiliata nel mondo delle Creature di Luce/Internet, dove si accompagna con Cluster, un tale che le mostra il mondo virtuale, specie di metafora del crollo delle torri gemelle. Mentre la Storia Numero Uno delle Sette s'illumina d'immenso e non sa cosa l'aspetta, nel mondo terrestre "analogico" tutti o quasi la danno per persa, e se non persa, defunta: ModeRN e Hard scoprono che nel bosco stregato esiste addirittura una scena del delitto, e che forse, più che di sparizione, per la povera Post si deve parlare di assassinio. C'è sangue in una buca e c'è un braccialetto: sufficit. Loro però non sanno che, poche ore prima, Ichi lo shaolin - uscito per immolarsi al bosco dopo lo choc post-traumatico da rifiuto sessuale - ha sorpreso due loschi figuri mentre preparavano con sacchi e sanguinaccio una finta scena del delitto. E nessuno sa, tra l'altro, che Klaz ha passato la notte con la lavanderina Olker, un'infiltrata di un altro submondo né digitale né analogico.

Siamo quindi a questo punto: chi tornerà per primo alla Casa a raccontare la versione che verrà creduta da tutti? Che cosa succederà dopo? Non è difficile capirlo, se ci rendiamo conto che il titolo del nuovo episodio è "Webeide". Ma attenzione, non affezionatevi troppo all'idea che la versione vera sia quella falsa e quella falsa sia vera, e attenzione a ciò che credono i personaggi, e a ciò che vedrete voi, poiché nel frattempo... Ecco. E' da qui, dalla Webeide, che riprenderemo a raccontare la storia, dopo solo un'altra piccola diversione. Oggi devo lavorare, ma in genere verso il giovedì respiro, e se non vado a Roma per il weekend magari riesco a martellarvi un po' con qualcosa di nuovo.

 

24 marzo, 2008. Ieri, ringraziavo il Male. Eraclito che definisce l'opposto lo chiama "sympheron", ciò che porta (su quel "con" iniziale sono state scritte tonnellate di pagine, quindi non mi interessa il mignolino alzato di qualcuno). Non starò a farvi una testa così. Tutto sta nel desiderio, e sono smodatamente felice di potermi immergere di nuovo nel mio implacabile mondo di desiderio. Ho qui un libro che si preannuncia splendido, misterioso e tentatore: ma con la calma alta di chi ha tutta la notte per provare, e non le poche righe. E io so assaporare.

Ancora auguri a tutti, buona vacanza.

24-25 marzo, 2008. Sul pianeta ci sono posti senza stelle, dice il filosofo. Sul pianeta ci sono occhi senza stelle, dice l'artista. Quindi quello che vedo dipende da me, quindi è ancora peggio, e anch'io sono un posto senza stelle, dice il filosofo. L'artista alza gli occhi al cielo, mmm, intendevo dire che le stelle ci sono, e se non le vedi devi solo cambiare paio d'occhi, spiega l'artista. Allora questa condizione è infelice, non sempre si può cambiare paio d'occhi, noi siamo qui, in questa sola forma, e non ci possiamo affrancare, dice il filosofo. Mmm, e tu provaci, per la miseria, io faccio così, se vedo stelle brutte racconto le stelle brutte, se vedo stelle belle racconto le stelle belle, quando non ci sono stelle racconto che non ci sono stelle, e nel frattempo un posto nuovo in cui andare l'avrò pure trovato, dice l'artista. No, tutti i futuri sono senza stelle, è la condizione umana, è solo che tu non vedi le catene, le ombre sulla caverna, ecc., dice il filosofo. Ma sai che sei palloso, ogni volta che abbiamo fatto questo discorso io ti ho regalato qualcosa di nuovo, delle nuove stelle da vedere, l'invenzione del motore a scoppio, l'antibiotico, Pollock, e tu tutte le volte mi ripeti la stessa tiritera, dice l'artista. Sì, io so che sul pianeta ci sono posti senza stelle, perché ce le siamo mangiate tutte e non erano nemmeno buone, ripete il filosofo. Va bene, allora sai cosa ti dico, rompicoglioni millenario che non sei altro, adesso ti porto dal dottore e finché non trova una medicina per curare te o il mondo dalla cecità di stelle non ci muoviamo di lì, dice l'artista. La cura, vorresti dirmi che la cura è la nuova stella, dice il filosofo. Ma sì, qualsiasi cosa, che due palle, anche la Pasqua mi rovini con queste tiritere, mettiti i guanti che fa freddo, spegni la luce, chiudi la porta, tienimi un attimo il cell che prendo le chiavi.

23 marzo, 2008. Buona Pasqua. E non mi sono allontanata per abissi, male, principio, coerenza o indignazione. Solo per gelosia di donna. Tutto lì. Non mi citare antichi, però, non mi dire parole ancora più morte di quelle che so già.

Sono contenta di aver risparmiato almeno qualche territorio, di non aver messo online e tra noi troppe cose. Hai prosciugato pozzi. Hai prosciugato pozzi, è da lì che viene il cognome, dai pozzi, caro rampicante. Non dalle bozze, dai bozzi e nemmeno dalle bizze: e quanto m'hai torturato.

Da anni.

Io ero la poetessa nell'acquario.

Ma ogni volta che hai issato il secchio dal fondo di questo poverissimo pozzo, vi hai trovato l'acqua che cercavi. Non sempre buona da bere, lo so, ma utile per così tanti altri impieghi. I campi, le vacche, il sudore. Qui si è parlato di pietre, dal maggio 2005 il nostro simbolo è la pietra dei Moai. Si è parlato d'amore. Invano. Di odio. Abbastanza utilmente. Di scrittori e poeti. Di passioni, sentimenti, emozioni. Di Noncistodentri. Di avversarie sempre bellissime, sempre salvatrici, perennemente odiose. Si è parlato di critici superbi, di vecchi letterati affezionati agli endecasillabi come ai loro bei cani. Si è parlato di gatti. Si è parlato di autori pubblicati, di quei monarchi costituzionali che si piegano ai siti, motorizzati in emoticon, alle conversazioni, agli "hai ragione", alle scene di sesso "aggiunte" nei romanzi, al sesso e basta, il proprio o l'altrui, pur di mostrare che hanno una corte grande abbastanza da giustificare la prossima tiratura, e che sanno tenerla, ingenua, per le palle. E dopo gli esseri umani e i topi, si è parlato di dèi, di diavoli, di karma. Di futuro. E di niente.

Per le mille e una notte, questo posto ti ha accolto con le sue... Sherazade. Per le mille e una notte questo piccolo pozzo ha resistito al tuo assalto sempre ostile, sempre infido, cattivo al punto da farmi uscire allo scoperto, inviperirmi, distrarmi, distogliermi dalla storia, un assedio astuto, prima maniacale, poi furioso, poi mite, poi sempre più leggero, fino a farmi aprire la finestra, fino a farmi affacciare, quasi cadere giù. Ora ti sei distratto, e posso piano tornare a concentrarmi: come fa l'Arno a Rovezzano, dove l'acqua come noi pensa se stessa, per citare un poeta.

E fanno mille e due notti.

Volevo dirti: grazie.

 

21 marzo, 2008. Satira. Ecco il logo N-Owa, cliccabile. Qui la prima lezione del training.

21 marzo, 2008. Satira. Ecco la lettera di N-Owa. Hanno sbagliato il nome!

 

22 marzo, 2008. Satira. Ci giunge un "comunicato" N-Owa. Concerne un suggerimento di lettura: "Leggende spietate" di Wolfgang Hildesheimer con il suo dissuasore Pilz. A che punto sarà la nostra richiesta di diventare un sito N-Owa?

21 marzo, 2008. Tutto questo è satira: satira di una realtà nemmeno troppo dissimulata. Vogliono farci credere che scrivere non sia un'istanza umana. Ma una opportunità di mercato. Lo dicono ad alta voce. "Non vogliamo nuovi scrittori!". E allora...

...nasce la NO WRITERS AGENCY (N-OWA). Un nuovo scherzo di Sette Moderniste. Seguiteci!

"Vuoi aiutarci a compiere la mission N-OWA?

Non devono nascere nuovi scrittori.

Bisogna CONTROLLARE che non nascano nuovi scrittori. Questa è la mission della N-OWA.

La N-Owa propone l'impiego di vecchi scrittori in tale funzione di controllo.

La N-Owa sa che il numero degli scrittori già pubblicati al momento sul pianeta è sufficiente.

La N-Owa ha un motto: non c'è più niente di nuovo da dire.

Ai vecchi scrittori la N-OWA promette la definizione di "Grandi autori N-OWA" vita natural durante (GN-OWI).

Il sistema N-OWA è semplice, ma efficace: per ogni nuovo scrittore scoperto ed "eliminato" ("eliminato" significa convinto educatamente della non necessità di nuovi scrittori sul pianeta) da un vecchio scrittore pubblicato, la N-OWA assegnerà al vecchio scrittore un bollino N-OWA. Con tre bollini N-OWA si ottiene la pubblicazione di un racconto, anche se brutto. Con cinque bollini N-OWA si ottiene la riedizione dei primi due romanzi, anche se snobbati da critica e pubblico.

La mission di N-OWA prevede di stigmatizzare la grafomania. Verranno attivati i soliti canali, come per esempio la pubblicistica sul tema delle nuove psicopatologie (sindrome di Proust, sindrome di Morselli, sindrome di Virgili; Artaud è un esempio di pazzia conclamata da citare spesso, insieme a Rimbaud).

Tutti gli agenti della N-OWA e gli infiltrati scrittori (gli G-NOWI) saranno dotati di un kit di test antiscrittura: sarà attivata una task force di controllo della popolazione per sorvegliare la comparsa della temuta riga blu biro.

Ai fini del controllo, la N-OWA è in grado di posizionare sul mercato finti nuovi scrittori. Noi possiamo contattare per te Mazz., Ferr., ecc.

I casi di malati meno gravi saranno radunati in massa nei blog. Radunati e registrati con nome e cognome. Essi saranno affiancati da vecchi scrittori della N-OWA che con pazienza proveranno a rieducare i devianti patologicamente afflitti da morbo di scrittura. Si tenterà di evitare l'uso delle so known maniere forti. Nessun vecchio scrittore si farà male.

Se sei un vecchio scrittore, contatta subito la N-OWA.

Noi abbiamo un lavoro per te.

Contatta l'Agenzia.

!!!!!N-OWA!!!!!

See you soon for the greatest event of the year: join and help us to prepare the N-Owa-Day."

 

21 marzo, 2008. Pausa di Pasqua. Buone feste. Ah, una GRANDE notizia: qui a Sette Moderniste è arrivata la CICOGNA. Primavera galeotta, dopo abeti bianchi, abeti verdi e abeti blu. Non dovevo dirlo? AUGURI.

21 marzo, 2008. Attenzione.

Devo dire? Non è che (il racconto Lui, ora cancellato) piaccia molto neanche a me, quindi non scriverò il seguito. Penso che terrò solo questa frase: "Il nulla stava diventando per lui il simulacro più commovente della divinità". Io che guardavo quegli occhi, e quegli occhi che stavano guardando il nulla. Che cosa fai quando ti trovi davanti a un muro?

Provi a sfondarlo. Reagisci. Male? Una persona che si trasforma in un muro. Che fai? Non in un romanzo, ma tu, nella vita. Che fai?

E essere quel muro? Merita, e avete ragione, più attenzione.

Ma vedete, non riesco a essere serena in proposito. Mi viene rabbia. Rabbia.

17 marzo, 2008. I pipistrellini nella grotta del re alzano le visiere e si scambiano un'occhiata.

"Re?" inizia il pipistrellino estratto a sorte per il colpo di spada settimanale. E’ ben bardato, con armatura, fasciatura ninja e una bella maglia d'acciaio di traverso sul petto.

“Mmmh," bofonchia il barbaro. Si volta sul trono a braccia conserte, masticando a occhi chiusi. Dorme della grossa. Sul triclinio degli ospiti, anche l'ambasciatore sprimaccia un immaginario cuscino.

"Re, scusa, re?"

"Ghhh..."

I pipistrellini si danno di gomito, ridendo sommessamente: "Chiamalo "signore" come nella commedia, vediamo che effetto fa...", "Quello mi squarta", "Mavalà", "Allora diglielo tu...", "Digli, "signore, quali sono gli ordini!", dai prova", "No, ho paura", "Ti copriamo noi", "Mi fido?", "Prova, dai".

Il pipistrellino si fa più vicino, ma di poco, si schiarisce la voce e tutto d'un fiato: "Ordini, signore!", grida, così forte che il re barbaro salta su di scatto.

"Ma che accidenti..." e si guarda intorno. Mentre i pipistrellini ridono, il barbaro ritorna presente a se stesso, si raddrizza sul trono, strizza e stiracchia le vertebre, guarda l'ambasciatore bizantino ingondolito in poltrona. La lettura del componimento del re sugli antichi fatti di Adrianopoli ha fatto sedimentare nello stomaco del diplomatico l'ingombrante cena barbara – con tocco barbaricino: ora le pernici squagliate e i maialini arrostiti stanno rosolando boccone per boccone tra i succhi gastrici, in sopore egineta, e il bizantino russa.

"Il pubblico dorme," si agita il re, risistemandosi sul trono.

"Eh, sire: hai ucciso l’imperatrice," ride il pipistrellino, “squartato trentamila bizantini e preso a sagitte il generale Iloeo, tuo cugino. Anche noi ci siam fatti un pisolino, mentre t’indaffaravi.” Il ghigno chirottero passa attraverso le visiere come un ronzìo di zanzare.

“Era un racconto.”

“Era un bel mal di pancia. Lo vuoi un consiglio da amico?”

Il re guarda l’animalino. Tutta la volta si riempie di stupore. Il bizantino apre un occhio. L’icona irridente dell’imperatrice s’illumina alla parete di un tratto ancora più irridente. E il pipistrellino ninja fa qualcosa che non ha mai fatto. Invece di dar di gomito, ridacchiare, scambiare occhiate e riempire le didascalie di altre fesserie, si alza in volo. Sbatacchia le ali intorpidite, attraversa la grotta - quattro o cinque volte prima di trovare la strada, come fanno sempre i chirotteri - imbrocca la direzione giusta per il trono e si posa a testa in giù penzolando dal braccio del re.

"Sire," gli sussurra, mentre il re solleva il braccio per avvicinare l'animalino all'orecchio, "sai tenere un segreto?"

"Sì, ma… occhio alla spada."

"Ascolta e dimmi... Non sei felice tu che lei sia viva?"

"Ma... ma…" protesta il re. Sgrana gli occhi, che gli si allagano di lacrime. C’è più risposta in quel gran sguardo inondato che in un sì ridondante.

“Non c’è altro da dire: che sia viva, qui dentro è Verità: affermala!” esclama il pipistrello, facendosi coraggio. “Lei che ti umilia: cantala. Lei che ti ignora: innalzala alle stelle. Un giorno lo sguardo di quell’icona sarà appannato, ed il suo viso spento, poiché tu canterai una principessa alemanna o una bella sultana dei Sassanidi. Sii generoso: finché è viva, concedile altra vita. Avrai tanto tempo per essere crudele. Nemmeno te l’immagini.”

Il re sbigottisce, lo guarda così capovolto, guarda il ritratto dell'imperatrice con i suoi pepli rosa, torna a guardare il pipistrellino e lo nomina baronetto.

"Com'è che hai detto che ti chiami?" gli fa. "Il nome serve per l'investitura."

Quello gli strizza l'occhio e risponde: "Io mi chiamo Roland."

 

17 marzo, 2008. (Avviso ai naviganti: la storia è vera. I nomi dei protagonisti - diversi; ma la sostanza resta)

Barbarie.

Una nube nera si addensava nel cielo di Adrianopoli tra il fiume e i campi infetti, come se il sangue dei trentamila guerrieri uccisi ribollisse nel corpo di un nuovo eroe, nato dal male, con la spada puntata verso il cuore dei nuovi dèi. La cavalleria gotica saliva la collina in ranghi serrati nella formazione a losanga, rimasta quasi intatta dopo l'attacco. I cavalli scivolavano sui crani svuotati dei nemici, mordendo la terra con le zampe schizzate di sangue. Bollenti di febbre, riempivano l'aria di un fiato simile all'odore della pazzia. L'intera valle, il rifugio estremo in cui la fanteria imperiale si era gettata dopo il primo assalto dei cavalieri barbari, era coperta di cadaveri.

"Gli ordini, signore," gridò un ufficiale.

Il re barbaro, a cavallo, immobile sulla cima della collina, osservava il campo di battaglia.

"Sono laggiù," pensava. Osservava un resto del palazzo fortificato dal quale pendevano ancora le insegne imperiali: l'avamposto era buio, silenzioso, nero come la pece spalmata sugli occhi dei morti. "Lei è laggiù," pensava.

"Signore, gli ordini!" gridò di nuovo l'ufficiale. Un drappello della fanteria gotica attraversava la pianura colpendo a morte gli ultimi feriti. Avevano appreso dagli Unni l'uso terribile di non fare prigionieri.

"Nessuna razzia," ordinò il re. Non era pietà. Le armi strappate ai nemici avrebbero appesantito la marcia forzata verso il cuore dell’impero. "Salmerie nei ranghi! La cavalleria con me! "

Uno dei capitani galoppò a fianco del re stringendo in pugno una torcia. Le fiamme illuminarono il sovrano ferito, sofferente, il mantello coperto di sangue incollato alle cosce. Dal petto pendeva un brandello di carne viva, e il sangue scendeva lungo il corpo come un velo. Un colpo nel ventre del cavallo, e tutto il gruppo si mosse scendendo verso l'avamposto buio.

"Notizie dell'imperatrice," chiese il re.

"Nessuna, signore."

"Notizie dei generali," chiese il re, osservando la pietra immobile del fortino, sempre più vicina e più lugubre.

"I generali dell’esercito imperiale sono stati uccisi, signore," rispose l'ufficiale, "Anche i luogotenenti, i comandanti della legione, e tutti i funzionari di corte: molti durante il primo attacco della cavalleria, altri giù nella valle."

Il drappello giunse all'avamposto. Alcuni corpi orribilmente mutilati ne chiudevano l'ingresso, e alla luce della torcia si vide che il pavimento e le pareti del piano terreno erano rossi di sangue.

Il re si aggirò come pazzo tra i brandelli umani scrutando i corpi con ansia, ordinando ai soldati di cercare tracce della famiglia imperiale. Giunse perfino a chiedere a un lanciere di issare fino a lui il fagotto di un braccio mozzato e incrostato di sangue, perché il polso di quel moncone portava un braccialetto simile al serpente d’oro di Teodora. Quando fu certo che l’imperatrice non era tra le vittime, il re strinse il cavallo alle briglie fino a farlo indietreggiare, e sollevò la testa guardando verso la scala di legno che portava alla garitta di guardia, al piano superiore.

Credette di vedere due occhi che luccicavano nel buio tra le travi maestre, e li fissò a lungo, e gli parve che gli occhi ricambiassero lo sguardo.

"Via di qui," disse all'improvviso. "Andiamo, andiamo, qui non c’è nessuno."

Gettò un’ultima occhiata, muta, verso l'intrico di corpi e rovine dell'avamposto, e piegando con enfasi le redini del cavallo in un gesto ampio, quasi di saluto, uscì dal fortilizio guidando i cavalieri. Era orribile a vedersi, ma il suo volto sembrava placato. Già sotto i suoi occhi gli ultimi ufficiali si allontanavano dando le spalle alle mura, quando un sibilo, come lo sbuffare di una corrente d'aria tra due fessure, gli soffiò nelle orecchie. Un altro sibilo. E un altro ancora.

Vide le frecce. Piovevano a decine, come gocce di quella nube nera di sangue che inzuppava il cielo. Ne sentì il morso nella schiena, due, tre, quattro volte, e una vertigine di dolore, che veniva dallo scrigno profondo del suo cuore e non dai graffi delle punte d’acciaio, lo fece barcollare sulla sella.

"Un'imboscata, signore," gridò l'ufficiale al suo fianco, "dal piano alto, lassù! L'imper..." l'ufficiale non finì la frase. Una freccia gli trapassò la gola e lo abbatté sul cavallo.

Il re gli strappò di mano la torcia, gridando: "Al riparo! Al riparo!"

Al grido del condottiero, i Goti si divisero in due gruppi, l'uno cavalcò dietro le mura del fortilizio, l'altro, guidato dal re, trovò rifugio sotto la tettoia di legno del corpo di guardia. L’aria era segnata da quella pioggia infernale, e tutto il drappello dei barbari era inzaccherato di sangue.

"Sono gli arcieri, è la guardia dell'imperatrice," gridò uno dei soldati.

Il re barbaro rantolò, il mantello gli pesava addosso strangolandolo. "Sì," disse.

"Il palazzo è circondato, possiamo sorprenderli scavalcando le rovine," gridò un altro.

"Sì", annuì il re.

"Ordini, signore!"

Il re si guardò intorno. Le frecce scendevano ancora dal tetto del fortilizio, e si conficcavano nei corpi già morti dei barbari e dei romani ammucchiati nella spianata, finivano i cavalli che ancora tentavano di rialzarsi, penetravano la terra e ne cavavano altro sangue.

"Nessun ordine," mormorò. La sua voce, diventata un sussurro, un respiro, cominciò un canto misterioso, un lamento, qualcuno disse “una preghiera”, altri “una ninna nanna, come quella dei bambini”. Abbassò la torcia su un avanzo d'albero rinsecchito, che era cresciuto intrecciandosi agli infissi di legno della porta, e lì era morto seccando e sfibrandosi in strati di corteccia nodosa e sfilacciata. L'albero lanciò una fiammata alta come un grido, e le travi dell'ingresso cominciarono a bruciare. Dalla porta, il fuoco si estese alla tettoia, al soffitto di travi, alla scala di legno, che crollò sollevando un'onda di scintille. E continuò a salire. Le fiamme illuminarono gli occhi del re, che lacrimavano sangue.

Asciugandosi con il dorso della mano, e strappando dalla guancia una punta di freccia imperiale, il barbaro si allontanò lasciando i cavalieri a sorvegliare l'incendio, che arse fino all'alba. Artemisio racconta che nulla più si seppe dell’imperatrice, e l’esercito romano quello stesso giorno acclamò imperatore il generale T., rimasto a Costantinopoli con il resto delle forze orientali. Con il nuovo regnante, i capi Goti firmarono una breve pace.

(i.b.)

 

14 marzo, 2008.

quella è l'eternità.



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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).