- dal 2005, se è esistito -
Mitoblogia (ripristinata)
17 maggio, 2008. Oggi sono bella della bellezza dell'intelligenza che si impegna a sembrare utile. E, quando non ci riesce, sorride. Dice: non è a questo che servo. Molto, sorride.
16 maggio, 2008. Chissà se questo racconto è abbastanza diseducativo, per voi.
“Che lezioni hai stamattina?”
“Due ore di Ansietà, una di Frustrazione Comparata, poi ho Assurdità, Catastrofe e Invidia Sociale.”
Beoth e Stronsh fecero penzolare le gambe giù dal muretto. Stronsh osservò le scarpe da un milione di dollari di Beoth, e le confrontò con le proprie, che erano costate molto di più, circa trecento euro. Cavolo, il suo amico sì che era a posto con Invidia Sociale, non c’era da credere quanto era bravo.
“E tu, che materie hai?”
“Divagazione con il tema di Divagazione Disturbata, poi anch’io Invidia Sociale, due ore di Relazioni Distruttive e il maledetto compito in classe di Ansietà.”
“Ti preoccupa?”
”No: visto che non ho studiato. Non so neanche da che parte si comincia a preoccuparsi. Non capisco i meccanismi della preoccupazione inconsapevole, come diavolo funziona non lo so, non so i passaggi dai sudori freddi al sospetto infarto. Ma non me ne frega niente.”
“Sicuro? Non senti nemmeno un po’ di angoscia? Un po’ di tremarella?”
“Non ho proprio aperto il libro.”
Beoth cercò di cambiare discorso: “Io penso che farò una tesina per quella gran troia di Relazioni Distruttive.”
Stronsh alzò la testa stupito. Ormai Beoth si librava sopra tutti loro con quel qualcosa che – Stronsh ne era certo – non poteva definirsi che genio. Un giorno li avrebbe lasciati indietro, si sarebbe iscritto a una facoltà di Invidia Sociale e Relazioni Distruttive e sarebbe diventato un Nessuno Grandissimo, nella vita.
“Caspita, vai forte,” dovette ammettere.
“Quella puttana.”
“Eccezionale, non so come fai,” lo ammirava sinceramente. “Sembri un anno avanti. Anche due. Ti odio per questo, davvero.”
Beoth gli sorrise. “Ehi, te la stai cavando anche tu.”
Stronsh chinò il capo e riprese a far dondolare le gambe giù dal muretto. “No, faccio solo finta: in realtà non me ne frega proprio niente. E se appena appena m’incazzo, mi dimentico subito tutto. Mia madre dice che ho il brodo allungato, in testa.”
“Ho sentito che all’artistico,” provò a commentare Beoth, per incoraggiare l’amico, “c’è anche Autocommiserazione. Secondo me sei portato. Potresti provare lì. Chiedere ai tuoi di farti cambiare scuola.”
“Non posso. Cioè,” sospirò Stronsh, “mio padre mi ucciderebbe. Sono qualcosa come tremila generazioni che in famiglia tutti fanno il classico. Arrivo io e chiedo di fare l’artistico, e sono fottuto. E d’altronde, mi segano, quest’anno, poco ma sicuro. Quello di Frustrazione mi ha detto che se non ho la sufficienza con lui, non c’è niente da fare. Figurati i miei. Al collegio, mi mandano, altro che all’artistico. ”
Beoth si grattò il mento. “Sai che cosa facciamo? Mi aiuti con la tesina di Relazioni Distruttive, ti va?”
“Questo te lo insegnano a Carità Pelosa?”
”Cavolo, dai,” Beoth battè una mano sulla coscia, come se avesse ricevuto un’illuminazione, “ho bisogno di uno che mi fotografi intanto che me la prendo con il piccoletto della classe. E’ il lavoro per te.”
“Non so se sono in grado.”
“Sì. E poi hai l’orologio videocamera. Che non ti meriti, detto tra noi.”
Stronsh osservò l’amico: laurea con lode in Invidia, se lo sentiva. “D’accordo. Ma verrà mosso e ti farà schifo. Mi agita un casino, questa cosa. Non sarò all’altezza.”
Beoth sollevò la testa. “Ehi, ehi, Vorrei che ti sentisse, quel pezzo di merda di Ansietà: questo è puro attacco di panico, distimia e regressione infantile. Cavolo, lo vedi che le cose le sai?”
“Dici? Io faccio una confusione.”
In quella, suonò la campanella dell’inizio delle lezioni. I più bravi di ciascuna classe si precipitarono nell’edificio scolastico spintonando gli altri, buttandoli a terra e camminandoci sopra. I professori di Relazioni Distruttive e Invidia se li guardavano sfilare davanti e si scambiavano un sorrisetto di soddisfazione. Beoth si buttò a terra davanti a Stronsh, come se l’amico lo avesse fatto inciampare. Il prof di Relazioni Distruttive vide la scena, ed elargì un sorriso anche al povero Stronsh.
“Porca miseria,” gridò Beoth, strizzando l’occhio al compagno, e poi, continuando, a beneficio dei professori, “tu dovresti davvero aiutarmi con la tesina. Vai forte. Si intitola Sopraffazione e Crudeltà. Ehi, prof, la possiamo fare in due, vero?”
I professori sorrisero di nuovo, e naturalmente annuirono.
(di Ida Bozzi, pubblicato il 16 maggio, 2008. Commenti, qui)
15 maggio, 2008. Lunga tirata filosofica .
"Pom po-ro pom! Udite udite. Su questo sito, per la vera verità, non si dovrebbe più parlare di loro. L'oggetto dovrebbe essere invece, per dire, l'aspetto del reale-ale-ale."
Intermezzo di pensiero profondo.
"Pe-pe-re-pé. L'umanità ha da gran tempo intrapreso la via della rappresentazione del mondo. Così oggi noi fotografiamo e filmiamo ciò che un tempo potevamo solo pensare e ricordare."
Ripresa.
"Quindi, ciò che è davvero importante, qui, è di nuovo e soltanto..."
Claque altrui.
"Ma l'oggetto si evolve. Omioddioquestapoi. Noi rappresentiamo il sociale, il politico. E' nella preistoria che rappresentavano lo gnu-u-u."
Ri-ripresa (guardandosi intorno con perplessità).
"...riportare ciò che si vede, nel modo in cui lo si vede, dove altrimenti non lo si vedrebbe."
Claque altrui.
"Ah, ah, ah, ah. E' come dire che dovremmo tornare ai graffiti. Altamira! La familiarità con le grotte! Omioddio questo è il fuoco e brucia! Ah, ah, ah. Fantastici certe volte gli scrittori da Internet."
Ripresa e finale.
"Beh, voi fate quel che volete. Avevo una mezza idea di chiamare voi, scrittori virtuali."
Claque altrui.
"Ah, ah, ah, bella questa! Su su, disegna lo gnu! Ah, ah, ah."
(continua all'infinito)
15 maggio 2008. Dove dovrei essere, forse. Perché una certa inclinazione, il modo di raccontare le storie, perfino (parlando di mito) le storie che uno vorrebbe raccontare, e la capacità iconica, nonché la sovrumana indifferenza all'opinione altrui pur nel mezzo della temperie, di quella roba lì, certe volte me lo fanno pensare.
Ah, sì, dopo due esempi contemporanei cito nell'ordine Welles, Chaplin e Kubrick. Senza altra spiegazione, so semplicemente tutto quello che concerne i tre, e credo che i loro film, che conosco a memoria circa fotogramma per fotogramma, influenzino la mia scrittura ben più di qualunque altro elemento. Mi spiace per i puristi, ma mi fa piacere per me.
Ho come voglia di staccarmi da certo mondo.
15 maggio, 2008. Intervista impossibile.
D.: Di che cosa parla il tuo nuovo romanzo?
R.: Del corpo.
D.: Quindi sesso, erotismo, amore.
R.: No.
D.: Allora fitness. Oppure genetica. Salute. Bioetica. Biologia.
R.: No.
D.: Alieni? Autopsie? Autopsie di alieni?
R.: No. Vai in ordine alfabetico?
D.: Mmm... Carne? Cannibalismo? Serial killer? Estetisti?
R.: No.
D.: Massaggi. Dai, ti prego. Parrucchieri. Design.
R.: No. Non ci prendi mai.
D.: Spiriti. Buddismo. Chakra. Mmm... Religione cherokee.
R.: Ma nemmeno per idea.
D.: Quindi, parla solo del corpo.
R.: Sì.
D.: Cioè? Le parti del corpo? Le mani, le natiche, l'ombelico?
R.: No.
D.: Costole? C'entra la Bibbia?
R.: No.
D.: Il viaggio miniaturizzato nel corpo? La vecchiaia? La storia?
R.: No.
D.: I vivi e i morti? Ubik? O "Screamers"? O "Six feet under"?
R.: Stai scivolando. E: no.
D.: Ma. Insomma. Io non vedo altri modi in cui si possa parlare del corpo. Il cibo, la bulimia?
R.: No. Altre domande?
Tutti siamo stati vipere, e conosco chi una volta si vantava di parentele con serpenti originari. Andiamo avanti.
Devo ripulire il cervello da non so più quanti romanzi altrui, articoli miei, comunicati in mezzo, in questa specie di malattia degenerativa quotidiana che è chiudere la giornata. Dimenticare tutto, nella speranza - tutti i giorni più incredibile - che spazzando le chiacchiere secche il mosaico, là sotto, riprenda a luccicare. Macché. Un autunno senza limite di foglie.
14 maggio, 2008. No, non andrò stasera a Officina Italia, ma consiglio a tutti di andarci e di ascoltare le letture che iniziano alle 21 alla Palazzina Liberty (Milano). Io sono stanca e ho bisogno di riposarmi un po'.
Poi, parlando d'altro: la gente è strana. La gente è strana, quindi se penso al romanzo che sto scrivendo in questo periodo - una storia, più che un romanzo, ma niente di storico, garantisco - mi rendo conto che si dirà che è roba da matti. Poiché in effetti, se quella che vedo intorno è la normalità, il romanzo è decisamente insolito. Ho sperimentato da tempo che non è solo questione di verità, di sincerità della scrittura; si tratta proprio di aprire gli occhi e guardare. E se un romanzo è folle, ed è un romanzo come si deve - e stranamente lo è - significa che ha visto qualcosa di folle. Il problema è che si vede e si coglie nell'istante in cui lo si vede scritto, mentre non se ne è consapevoli mentre ci si vive in mezzo.
E non sto parlando dell'altalenarsi dei sentimenti: i sentimenti sono normalmente altalenanti, moriremmo se non lo fossero, se non lo fossero non riusciremmo più a passare sotto gli archi di questo cammino irregolare, che ci richiede amore, odio, risentimento, amicizia, passione, gelo e dolcezza, senza che in realtà vi siano gran contraddizioni. No. Sto parlando di ciò che siamo, dalle origini, dalle radici, dall'inizio. Beh. Prometto di spiegarmi meglio più tardi, ma ora devo lavorare.
Comunque. Divertitevi stasera a Officina, e salutate tutti per me.
12 maggio, 2008. Proprio non mi va di parlare. Se mi andasse, vi parlerei della frutta che sa di foglie, delle palline di mercurio dei termometri, del gatto che segue l'ombra delle volute di fumo sul muro. Ho voglia solo di acqua fredda e di togliermi gli occhiali.
11 maggio, 2008. Così tutto sommato io non sento di appartenere a quella comunità.
Di coloro che si conoscono e che conoscono.
Oggi guardavo per la strada, e tutto luccicava talmente, al sole, che io pensavo: magari trovo una moneta. Si verificano a volte queste associazioni di idee, non più intelligenti di così, semplici associazioni. Una moneta per strada: e che cos'è, è nulla, è una moneta per strada. Posso immaginare che se guarderò a lungo, la troverò. Posso prevedere che se continuerò a distrarmi per guardare l'elicottero che vola verso lo stadio, non la troverò. Ma ciò che può succedere è anche il contrario: che per quanto io cerchi, non esista alcuna moneta da trovare, oggi, perché nessuno l'ha persa o perché è rotolata distante; e insieme che, sebbene io sia un campione di distrazione, possa accadere che io trovi la moneta lì, appena abbasso gli occhi.
Oppure essere con gli stivali in un fiume. Ci sarà l'oro, non ci sarà. E se alla fine di tutto questo carbonio si troverà la pietra filosofale. E se invece è sulla sesta luna di Giove. O guardare i miei genitori, che mi hanno insegnato il mio nome, e vederli più spaventati di me davanti a un universo che ogni giorno per loro si fa più immenso, buio e vicino, attaccato al piatto del risotto.
No, io non appartengo a quella comunità di sapienti.
11 maggio, 2008. L'anonimato è quella cosa che non possiamo mantenere con noi stessi, pur provandoci disperatamente - dolorosamente o goliardicamente - in ogni singolo aspetto della vita. Certo, il tentativo è ostinato, l'illusione è fruttuosa, l'effetto è spesso grandioso.
Da tutto questo discende il contrario di ciò che pensate, tuttavia non ve lo illustro oggi. Ho da scrivere, ciao.
10 maggio, 2008. Un amore lo avrei dimenticato. Gettato nella grandezza, dove si sublima la dissoluzione della nostra stessa civiltà, dove stanno le domande su quel che accade quando tutto finisce, e le risposte escono come un amo ripescato da un fiume di lava.
Ma questo.
7 maggio, 2008. (se dovessero esserci commenti, mi spaventerei; e, cari, non appaiono le vostre googlades su La Borghesia, quindi non sprecate altre ricerche. Commentate, o no, e basta) Per vari motivi, soprattutto personali, ritorno a essere una scrittrice di angoscia da distruzione. Esiste, non esiste, me ne infischio.
7 maggio, 2008. (i commenti, altrove) Lo stalker, che talvolta ma non spesso sembra deporre le armi, mi rammenta una cosa che ho letto. "Porcile". Io rilancio: "Petrolio". Petrolio. Stiamo parlando però di inquietudine dello scrittore, non solo del borghese, e il nostro stalker si attiva massiccio per farmi sentire in una buona compagnia, fin troppo buona. In effetti il Pasolini che preferisco è quello di Petrolio, delle poesie, anche del teatro. Oggi accenniamo comunque a due argomenti.
Uno. Avete mai fatto un viaggio di quattordici ore per muovervi da un posto all'altro da soli, cambiando quattro, forse cinque mezzi, treni, auto, pullman, con un panorama così brutto fuori da farvi chiudere gli occhi, meglio dentro, anche se il tempo sta divorando il vostro essere carini? E in quel viaggio la sola cosa che potete fare è leggere un libro? Petrolio? Io sì. Porcile? I porci si sono mangiati me. Ho bisogno di aria, non di citazioni.
Due. Ho un crescente tremito alla portio creativa da quando, giorni fa, ho cominciato a veder discutere qua e là la questione della New Italian Epic. I nostri amici postmoderni, che passata la curva sulla giostra sono diventati epici italiani, possono continuare a correre sulle loro macchinine. E' una perfetta simbiosi tra le richieste editoriali e l'ispirazione, davanti alla quale non possiamo che ammutolire ammirati. Ora che il giallo non va più (il pulp è sconsigliato, il caos pynchoniano ha stancato, ma posso fare un solo esempio per volta) io posso finalmente tirare il fiato e ricominciare a leggere gialli, chissà, me ne presentassero uno senza trama gialla (mi dà l'itterizia, l'ho detto). Attenzione, perché appena girerà il vento e noi sul molo vedremo la bandierina garrire nella direzione oppostaaaooo-hop! ecco che si radunerà qualche altro nembo all'orizzonte. Attenzione, perché questi bestselleristi invocano addirittura l'ultima dea: l'intima nicchia del lettore attento - ho letto così da qualche parte - stanco di storie di provincia e di non ricordo cos'altro. L'intima nicchia? Allora, gioielli della mamma: cullate le vostre intime nicchie (dieci, cinquanta, ottantamila, xcentomila copie non sono intime nicchie) finché vi pare, io non mi sogno di discutere di quel che volete fare nella vita: ma permettetemi di non ascoltare il vostro diktat. La vostra ennesima teorizzazione, che gli editori ormai completamente smarriti seguiranno come seguono le tendenze di lettura Usa o i dibattiti su Bin Laden, se vi fa comodo, è più che legittima. In genere succede che arriva un romanzo ambientato in provincia, tra amori sballati, piccolo borghesi, preoccupati solo delle loro poche cose, ombelicale quant'altri mai (ciò che nel vostro manifesto condannate), che vi fa sgranare gli occhi e riempire i siti di lunghissime spiegazioni letterarie ed erudite, ed entusiaste. Succede sempre. E in genere non è un romanzo italiano. Magari arriverà un nuovo Houellebecq, tanto per dirne uno al quale avete riservato questo sgranare d'occhi. Il marziano. E non è un romanzo italiano perché nel frattempo gli editori hanno dato retta a voi, pubblicando l'epica di Varigotti o l'odissea sul Gran Sasso (che, per l'amor di dio, ben vengano); ma coi nomi inglesi.
Capisci, stalker, che razza di pressione?
6 maggio, 2008. (i commenti, qui) Errore, errore, errore. Lasciarsi trascinare nei territori altrui, per inseguire l'illusione di una vicinanza che invece non c'è, è stata simulata, o è stata fraintesa. Quello che vi mostro invece è un territorio di cui non parlano se non marginalmente né in "On writing" di King, né nei testi in cui Stevenson bontà sua fornisce indicazioni sulla scrittura, né nella "Contro Sainte-Beuve", né nelle "Lettere a un giovane poeta" di Rilke, né nella "Letteratura come menzogna" di Manganelli, né Bachtin né Genette, né voi. Precisazione per lo stalker: non sto parlando nemmeno del maledetto flusso di coscienza modernista. Tu stai sempre in aree esterne - come è giusto che sia, visto il tuo lavoro - alla formazione della visione. In aree che concernono la-parola-una-volta-scritta: esiste tutta una fisiologia della parola scritta che non prendi in considerazione. Non è un terreno sul quale puoi uscirtene con citazioni, poiché è un terreno tematizzato ma non artistico: tu mi citi la Woolf, io ti dico che la Woolf, Joyce (e so anche che ti riferisci alla passeggiata sulle conchiglie), ma addirittura Henry James per la rete della coscienza e perfino Proust, sono, "avvengono", nella parte intradiegetica della scrittura, dove già è accertato che si può scrivere ciò di cui, infatti, si scrive. Qui siamo in campo extradiegetico, per la miseria, ma in che lingua lo devo dire? Qui siamo più vicini alla neurologia, allo studio degli impulsi neurologici che dal gesto esplicativo compiuto con una mano partono per stimolare aree del cervello inerenti la memoria, la comprensione e il linguaggio, che probabilmente in quella fase sono ancora tutt'uno. Uffa! (L'unica è fare un esempio artistico, lo so. Lo so!) Questo posto, il blog, finto, con sopra scritto "mitoblogia", è un posto altro. O devo chiamarlo mitopoietika, per chiarire? Diverso. Non c'entra qui la letteratura e non c'entra qui la critica.
Non è qui la rivista letteraria in cui si parla di libri, non è qui il collettivo di narratori in cui si presentano testi che sono piaciuti e di cui si discute. Questo è un posto che vi guarda con gli occhi del pesce che cammina sulla Terra quindici milioni di anni fa.
Il grande architetto del re barbaro potrebbe voltarsi all'improvviso e dire al re: "Re, se mi lasci fare, io ti mostrerò la prospettiva."
E il re barbaro potrebbe strizzare l'occhiolino a Roland il pipistrello, già ingelosito dalle soverchie attenzioni che il costruttore sta strappando al barbaro, e allargare le braccia come per dire: "Avanti, aspetto."
L'architetto proverebbe la resistenza del filo con un paio di strattoni, e procederebbe con la dimostrazione. "Ecco qui, re, la tua reggia. Il trono, trespoli per pipistrelli, un tappeto per i piegamenti reali, la porta di una cripta, una serie di stanze che non usi mai, una corona, un mantello e uno scettro. E là, ecco il tuo pubblico: guardie, pipistrelli, il tuo manipolo di barbari, i cittadini della città nascente, ministri e consiglieri. E più in là, rappresentati in varie forme, ecco i critici: l'icona dell'imperatrice bizantina, l'ambasciatore, il Mefistofele in vestaglia, i Parsi, il Papato e tutti gli altri."
"Uhm," bofonchierebbe il re, "e allora?"
L'architetto tirerebbe il filo a metà, e il ritratto dell'imperatrice, il divano dell'ambasciatore e il catino per la barba di Mefistofele volerebbero via all'improvviso - al punto che l'uomo in vestaglia si volterebbe di scatto con il pennello insaponato in mano e la faccia sporca di schiuma, dicendo 'embè?' - lasciando al loro posto grandi aloni vuoti nella grotta. "Allora, ecco nuovo spazio in cui spostare il trono, piegare il mantello, disporre un altro tappeto più morbido e comodo di questo. Se vuoi. Ma non è tutto," spiegherebbe il costruttore.
Nel frattempo il re si sarebbe alzato, per ammirare le profondità della grotta e cercare di capire dov'è finito il ritrattino dell'imperatrice, schizzato via come una mosca disturbata dalla coda di un gatto: "Ah no, non è tutto?" Chiederebbe, accorgendosi che la sua voce ha l'eco, ora che la grotta è semivuota.
"Siamo solo all'inizio. Via anche il pubblico," esclamerebbe l'architetto, tirando un altro tratto del filo. I trespoli dei pipistrelli, legati per le estremità, scivolerebbero via come su un tapis roulant, buttando a gambe all'aria, o a zampe di sotto, i trecentoquindici consiglieri alati; gli elmi delle guardie si solleverebbero sgusciando fuori come indiavolati, e le guardie dietro; e così via.
"Yu-hu," giocherebbe il re, che in breve prenderebbe gusto a parlar con l'eco, fino a decidersi quasi a tornare a mettersi sul trono e a riposarsi tranquillo e canoro. Ma
"Aspetta, re, non sederti," gli direbbe l'architetto. "Questi sono i tuoi mezzi e i tuoi strumenti. Vedi, re, questo è ciò con cui eserciti il tuo potere, ma non è, ancora, il tuo potere. Osserva."
E con l'ultimo strattone, il magico architetto solleverebbe il trono su su in alto come un lampadario, appeso e lievemente rotante, e farebbe volar via lo scettro, la corona, il mantello, e poi tappeti, vasi, piante, porte di cripte, teschi, are votive, anelli, sigilli, spade, e tutto quello che il filo riesce a reggere. Escluso il re.
"Vuoi provare?"
"A far cosa? A far cosa? A far cosa?" domanderebbero il re e l'eco.
"A muoverti nel tuo spazio. A camminare, libero. A camminare, libero. A camminare. Libero," risponderebbe il grande costruttore. E l'eco.
Il re azzarderebbe qualche passo. "Ma... Così?"
"Su, su, vai benissimo."
"Ma... di qui o di là ("abeti bianchi, abeti neri, abeti abeti" direbbe l'eco, e il re si guarderebbe intorno preoccupato), e come, e fin dove, e per quanto?"
"Per tutto il tempo che vuoi. Fin dove puoi. E come riesci. Vedi, re," spiegherebbe l'architetto, assicurando il filo a una stalagmite e mettendosi a passeggiare tra i rimbalzi dell'eco, avanti e indietro, "il tuo potere non ha bisogno del trono. Il tuo regno non ha bisogno di un popolo. Il tuo amore non ha bisogno di un ritratto."
"Ma come, è la realtà!" esclamerebbe il re. L'eco questa volta gli risponderebbe in contraddittorio, "la realtà siamo noi, la realtà siamo noi, la realtà..."
Ecco, questo succederebbe, se io avessi voglia di restituire la parola al re barbaro per spiegare che razza di posto è in verità questo. Ma io non ne ho voglia, perciò finisco qui. Questo posto non è un posto di letteratura, dove i più noti scrittori del tempo mostrano o sezionano i loro scritti. E non è un posto di critica, in cui i più noti critici del tempo discutono di cosa sia e se serva la scrittura dell'uno o dell'altro autore.
Qui siamo dove ciò che si scrive è ciò che si scrive è ciò che si scrive (scusate, l'eco è ancora in mode on). Dove contano elementi che a un critico farebbero vedere i sorci verdi, e al pubblico farebbero storcere il naso. E che farebbero impazzire un romanzo come una maionese. Quali elementi? Facile. Ne parlavo l'estate scorsa con un altro scrittore. Quelli che interessano a noi.
Se scrivi, quello che scrivi può succedere veramente? Bisogna averne paura? Quando si scrive di cose terribili, queste accadono? Quando accadono, è perché si sono scritte? Quando qualcosa non è del tutto reale, lo diventa, se lo si scrive? E allora bisogna cancellarlo? Fino a che punto ci si può spingere? Quanto si può rendere gli altri partecipi di ciò che si vede? Quanto ci si può arrabbiare con gli altri perché non vedono? Oh, ne ho a migliaia.
Questo è altro posto. Questi sono altri incubi, rispetto ai vostri. Spiacenti, spiacenti, spiacenti (è l'eco), se non vi ci ritrovate.
Il re barbaro siede per terra.
5 maggio, 2008. Ei fu. Sono l'unica che ricorda il 5 maggio? D'accordo. Breve pausa dovuta a connessioni e disconnessioni varie. Nel frattempo avete visto che è aperto un blog per i commenti, così se ce ne sarà bisogno potrete esprimervi, fuori da questo contesto ma con un link dedicato: a questo si riferiscono per ora le sorprese. Poi. Il primo maggio è uscito anche un mio pezzo sulla pagina di cultura nazionale del Corriere, about New York.
Di che cosa parleremo qui in futuro non anticipo nulla. A domani.
30 aprile, 2008. L'amore non ha minuti. Istanti, o ere.
E sorprese.
29 aprile, 2008. Non esistono più bugie, nella vita del re barbaro. Se ne è liberato come dei vestiti da barbaro che ora non indossa più, preferendo le stoffe impalpabili, più che barbare, forse aliene, che vengono dalle regioni lontanissime degli elefanti saggi e delle statue parlanti.
Il re barbaro è strano. E’ sempre stato un tipo strano, lo sanno bene i pipistrelli, l’uomo in vestaglia, l’ambasciatore e perfino l’imperatrice bizantina, ma nessuno di loro ha mai capito quanto profondamente fosse strano un uomo di cui non vedevano la pelle. Ora i nuovi vestiti del re barbaro mostrano proprio la pelle, che è diafana come quella dei piccoli mammiferi, come il calice delle rose bianche, come la polpa di un albero, come un materiale di fantasia, eppure è viva e respira e fino a questo momento l'ha fatto di nascosto.
Il re barbaro è pazzo. Non pazzo di quella follia traducibile, che disturba gli altri o se stessa con le grandi urla o le sommesse festinanti spiegazioni del mondo. E’ pazzo in modo mistico, nuovo, in un modo interpellato direttamente da dio durante gli incubi notturni come a un parlatorio, è pazzo in un modo schiacciante, omnicomprensivo, mai sazio. E’ pazzo come un’erbaccia cresciuta al centro di un’autostrada, che mette foglie e fiorisce anche se gli unici che potranno vederla sono gli insetti suicidi sui vetri delle motociclette e i pirati automobilistici che per gioco sterzano sulle aiuole e tagliano l’erba con l’abarth.
E’ intenso, il re barbaro. Ha vissuto e amato così tanto che il suo nuovo amore è il silenzio. Ama amanti silenziose, con le quali condivide il segreto di una cascata monumentale di delusioni non corrisposte – lui non ha mai deluso – e non ama le pelli esposte che lo hanno offeso. Come l’imperatrice Teodora, che si presume da sé così impareggiabile, e non sa quanto ha ferito e insultato l’anima e le carni del re barbaro, mostrandosi nuda a lui che vive nel desiderio della purezza. Ama coloro che parlano mantenendo il più stretto silenzio, i cui gusti sono scolpiti nei gusti stessi del re, la cui storia è diversamente analoga. Ama i suoi simili, e li riconosce all’odore.
Uno dei suoi simili è il notoriamente disturbato Grande costruttore di cattedrali gotiche, uomo-metopa, spirito altorilievo, uno dei due o tre uomini saggi del suo tempo, sul cui giudizio pesa il fatto che a giudicarlo sono coloro che si giudicano normali, e non lo sono.
L’uomo-metopa viene talvolta nella grotta del re barbaro senza chiedere il permesso. Oggi entra portando tra le dita un filo bianco teso, la cui estremità è legata fuori dalla sala del trono a chissà cosa. Tiene il filo tra l’indice e il pollice come un insetto catturato, tranne quando lo fa scorrere attraverso gli anelli del portale, sotto i braccioli del trono, intorno alla spranga che chiude la cripta, dietro il ritratto dell’imperatrice Teodora appeso alla parete Ovest e tutt’intorno ai giganteschi tomi della libreria platonica.
Appare come un genio del tutto scombinato: solo perché non smette di essere se stesso quando siede a tavola, per esempio, o quando parla d’affari, o perfino nell’atto elementare del dormire, a differenza dei bizantini, geniali a orari stabiliti e per il resto burocrati severi, che dormono decidendo prima di dormire i diversi generi del sonno, se maggiore, se minore, se leggero, se profondo. Il barbaro ama invece questa saliera umana che spande e sparge prodiga il suo genio ovunque, e senza misura alcuna. Sta a guardarselo lieto, stanco e ringiovanito com’è ora che i medici di corte parlano di lui come di un convalescente.
“Maestro,” dice scherzando il barbaro, aggrovigliato tra le gugliate di filo con cui il progettista va cucendo le guglie dell’immaginaria ecclesia, “non è qui dentro che devi costruire la nostra cattedrale.”
“Re, se mi lasci fare,” protesta l’architetto, guardandosi indietro e ricapitolando i passi segreti del suo incomprensibile filare,
(segue)
28 aprile, 2008. Certo che arriva, il pezzetto sul re barbaro e l'amore. Però passerà qualche giorno: sto lavorando molto, per il Corriere, come avrete potuto capire leggendo domenica il pezzo su Giorgio Manganelli (ma le leggete, le cose che scrivo? e allora perché vi lamentate se non scrivo qui?). A breve anche un pezzo sul nazionale. Quindi capirete. Tra l'altro, il disturbo delle vertigini, quando sono ansiosa, riprende più forte e più bello che mai. A presto quindi, e ciao ciao.
Ma prima... Ho letto della "NewItalianEpic" e tutto il resto. Magari ne parleremo...
Ciao di nuovo.
26 aprile, 2008. Un piccolo passo per l'umanità, un grande passo per un uomo (o una donna): capovolgendo la famosa frase, intendo comunicarvi qualche cambiamento lavorativo che mi riguarda. Senza comunicarvelo davvero, com'è mio solito (non mi conoscete?). Nel frattempo, è in arrivo anche un nuovo episodio del re barbaro. Satura e tiritera platonica, o quel che è.
Un bacio e buon fine settimana.
24 aprile, 2008. Mi occupo di argomenti poco presenti nelle pagine di cronaca o di commento politico? Questo lo dite voi, ma sia pure: SI', sono una dannata narratrice fantastica.
Non sono realistica? Oddio! Non metterò gli sfondi, la strada non avrà ciottoli che si possono guardare a uno a uno come facce (vedete? non ci riesco) e il viso del messicano non avrà gli zigomi di sua zia Clara, e la mano non si tenderà attraverso gli abiti in popeline della folla per stringere lo zaino di tela rossa con una riga orizzontale verde pisello.
Mi occupo di ombelichi? SI'. Non solo io mi occupo di ombelichi, ma anche di moccio, sopracciglia, sebo, saliva, forfora, piaghe da decubito e pus da cancrena. Ma, mi raccomando, in modo antinaturalistico. Quando parlerò di ombelichi intenderò focaccine, quando di saliva intenderò ombrelli automatici.
Non so vendere quello che faccio? NON SO VENDERE QUELLO CHE FACCIO. Già, ma per imparare c'è sempre tempo, mentre per scrivere quello che scrivo altri quarant'anni di vita non ci sono.
Che altro? Veniamo alle cose che vi premono di più: voi siete i vincenti, e io sono la perdente. Benissimo, e lì c'è la Morte. Se mi dite che siete dei vincenti con Lei, allora io chiudo questo sito, appendo le chiavi del computer al chiodo e me ne vado in Patagonia per il resto dei miei giorni. E là apro una chiesa in vostro nome e chiamo i fedeli ad adorarvi (in Patagonia, saranno pinguini, credo).
L'immortalità mia, finché non sono immortali tutti coloro che amo, ha lo stesso interesse di una commedia americana da andare a vedere al cinema la domenica pomeriggio. Si va, non si va, sbadiglio.
E non voglio sentire più un fiato su che cos'è DAVVERO la letteratura. Scrivere non è una categoria editoriale.
Ma fisica. E torniamo a tà fisikà.
23 aprile, 2008. Non posso scrivere molto altro, oltre a ciò che sto scrivendo in questi giorni. Sua sponte, sgorga dalla mia penna un racconto che è al - se non ho contato male - quarantesimo capitolo. Non so nemmeno io che cosa sto facendo. Per la maggior parte è roba da buttare, poiché io conosco le mie scritture primaverili, ma il flebile legame con l'incubo che riesce a tenere desto mi fa pensare. Ed è, per la prima volta nella storia della mia letteratura, un racconto senza...
Non ci credo.
22 aprile, 2008. Una nota importante. Chiunque ripeta altrove le parole che legge qui, è pregato di citare d'ora in avanti la fonte, perché sono un'autrice originale, sono stanca di essere saccheggiata e quando partecipo al dibattito culturale gradirei saperlo, non per altri motivi, ma perché è giusto così.
22 aprile, 2008. Un individuo è solo quando vive e soprattutto quando fa. E non confonde la propria solitudine - né la cambia - con la solitudine degli innamorati abbandonati, semplicemente perché non attraversa la stessa solitudine. La solitudine romantica davanti alle rovine riguarda una parte che in realtà è stata o sarà presto, in modo più o meno efficace, non sola. Che blatera di solitudine senza riconoscerla.
La solitudine è quella dell'artefice, del "faber", solo di fronte all'universo e a se stesso in un modo tutt'altro che umorale o emotivo, ma radicato e inestricabile. Una solitudine che non cerca consolazione, poiché sa che non esiste, che è organicamente impossibile, e che è perfino allarmante che vi possa essere, in questo suo vivere solo, un sollievo. Una solitudine che non necessita, vi dirò di più, di scioglimento, ma di realizzazione. Che non è triste, non è paranoica, non si mente, non si ferma, non rimpiange, ma progetta, consolida, cammina e fa.
Ora. Rifiuto di vivere sotto la dettatura (non dittatura) dell'amore, fosse triviale o spirituale, immortale o sciacquapiatti. Si può essere solo più soli, cioè meno soli, a deviare la propria strada per seguire quella di qualcun altro. Lascio che sia l'umore a girovagare, l'umore mi ruba poco. Il resto mi ruba la mia solitudine, che è insostituibile.
(nota: hai per caso pensato di essere Kirov? Credi per caso di essere l'unica scelta d'amore (oh, l'amore) che ho sulla mia strada? O credi di essere Charlie? Tieniti stretta la parte del principe, e fai il piacere di prendere un po' di fosforo, o almeno di fosforina per brillare nel buio)
21 aprile, 2008, notte. Come rispondendo al tale - ma io non avevo visto la domanda, e qui siamo o alla telepatia o al computer spiato - che passa citando il mio brano sui "diversi tipi di amore", ma soprattutto per regalare a Paola che parte per Lindos una storiella con cui gingillarsi durante il check in, eccovi la boiata assurda che mi è venuta in mente stasera, un modo per festeggiare il fatto che mentre tutto il resto del mondo si gode il suo Duemila, io devo sorbirmi ancora l'Ottocento, nella forma di tre fiori diversi. Dategli il titolo che volete, "Senza" sarebbe l'ideale, ma pare un controsenso.
21 aprile, 2008. Salone. Non essere letti: vallo a dire a un pioppo, a un noce, a un frassino, e quello ti insegna a gorgheggiare nel vento, tanto è felice.
Torno con qualche scrittura, a presto.
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Non ho tempo. Non posso. Al massimo per un caffè. Torno il giorno 21, no, il 22 perché il 21 ho ancora da fare. Sto scrivendo un racconto non adatto al pubblico, inoltre ho un lavoro e ho libri da leggere. Il romanzo è alla prima interruzione, o capitolo, 14mila battute, un po' poco. Figurarsi se posso mettere il naso qui. Per email, cast@settemoderniste.com.
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19 aprile, 2008. Posso dirvi qual è la prima parola del nuovo racconto che sto scrivendo e che mi fa impazzire di gioia. Purtroppo per leggere il resto dovete essere miei amici, parenti o esecutori testamentari, perché non intendo pubblicarlo qui. E' strepitoso, non dormirete mai più di notte (se lo leggerete).
L'incipit è:
"Fluttuano."
Si capisce già dall'inizio che è splendido. Una seconda parola, e sareste afferrati dal desiderio incontenibile di leggere il resto. Non lo pubblico, proprio perché è forse la cosa più bella che io abbia mai scritto. Incomprensibile, eh?
17 aprile, 2008. Oggi piangevo.
Così una cosa che mi è venuta in mente è che un libro che mi è piaciuto quando l'ho letto fu tanto tempo fa "Il dolce domani" di Banks.
Eppure io non amo i romanzi a più voci, non riesco ad amare la soluzione romanzesca a più voci - vedi Faulkner. Eppure, eccomi qui con "Il dolce domani".
Un pullman pieno di bambini ha un incidente. Una strage degli innocenti in un paesino di crostate e di pick up, di case con la veranda, di genitori che avevano due figli e ora non ne hanno più, di speranze più inespresse e più vicine alle nostre delle tanto amate e pur belle, ma algide ormai, "Grandi speranze" di Dickens. Tutte morte.
E' un libro che, come molti piccoli tesori americani, non la fa lunga in fatto di lacrime, ma taglia le gambe.
E lo fa per quello che non è scritto più che per quello che è scritto.
Come tutti i romanzi americani: che hanno segnatamente, secondo me, la caratteristica del non detto, grazie alla perfetta adiacenza della scrittura americana all'altro immaginario del non detto, del visto, il cinema. Il saperti parlare di tutto lo zucchero del mondo pronunciando soltanto le parole "caffè amaro".
E' un libro in cui il dolce domani è slittato sulla neve ed è morto. E i piccoli passi verso la tragedia non sono melodrammi plateali, ma solo sorsi di caffè presi un attimo prima o un attimo dopo. Piedi puliti sullo zerbino un minuto prima o un minuto dopo. Pensieri distratti. Amanti che fingono di non conoscersi quando si incontrano. Automobili che quel mattino non carburano. Il piccolo tic tac della vita che va verso il disastro con il suo rumore sommesso. E un pullman che contiene tutti i bambini-domani della piccola città, che su quei binari di morte si avvia senza colpa, carico senza saperlo delle sole cose importanti tra tutto quel bailamme in cui più ci si addentra e meno si capisce che la vita è altro.
Quel che si guarda passare salutando, ed è più importante di qualsiasi cosa si stia facendo tutti indaffarati.
Insomma, oggi prenderò la mia vecchia copia pagata in lire di quel libro. Il libro pieno di dolore che non credo contenga mai la parola dolore. Prenderò la mia copia di quel libro e leggerò di nuovo il romanzo.
E lo rileggerò piangendo fino a quando non avrò capito di nuovo che c'è un dolce domani.
Perché questo è l'effetto che sa fare. Grazie Banks.
16 aprile, 2008. Si volta, fa cadere la connessione wireless. Attacca l'adsl. Si connette con il wap. Di là. Il cell. Di qua. Altrimenti. Daccapo. Necessita di questa distanza. Il vantaggio di non esserci, fino a che non ha il dubbio di non esserci davvero, o la necessità di ritrovare un non esserci che altrove non pesa e non grida. O che lo fa, altrove, in modo all'apparenza più inattingibile. E allora wap, wireless, cell, daccapo. Il grande vantaggio di non esserci, e di tornare per ribadirlo.
8 aprile, 2008. Pausa. Due faccende da sbrigare. Il romanzo nonweb che dev'essere finito a giugno e il sito da sistemare. Per il momento mi sto occupando del romanzo, c'è il piccolo ostacolo di dover studiare ingegneria per scriverlo. Vi consoli il fatto che non ne capisco niente: di ingegneria, dico. Ma intanto, mi occupo anche del sito: è sbagliato seguitare a chiacchierare in questa parte accessoria sub-blog e non occuparmi più dell'intreccio principale (i cui personaggi sono stati peraltro saccheggiati da un recente romanzo collettivo online, che ha copiato il mio monaco Ichi). Perciò, a parte qualche esclamazione di tanto in tanto, qualche "oh", qualche "oh, no" e qualche "sono io che non capisco", qui non apparirà molto, salvo note di servizio ed emergenze. Nel frattempo, cercherò di ripristinare con Alessio alcune pagine che non si aprono, rimetterò in ordine i numerosi raccontini extra Sette pubblicati qua e là - ma tutti online, sebbene non nell'indice principale, e tutti inviati in contemporanea al comitato dei lettori - e proverò a classificare i sette peccati capitali dei personaggi, in quest'ordine, ira, accidia, avarizia, invidia, superbia, lussuria, gola (Post, Hard, Dogma, ModeRN, Ichi, Best e Klaz), riassestando la home page che sembra come me passata attraverso un'esperienza triste. Di cui non mancherò di raccontarvi.
Una breve sosta, e andiamo. L'impossibile è "il posto per il quale non ci sono strade" (suppergiù Eraclito), quindi vedrete che non troveremo traffico.
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6 aprile, 2008. Che cosa prova a volte il poeta. Desiderio di essere veleno.
5 aprile, 2008. Dispnea. A volte mi pare sciocco scuotermi di soprassalto per riprendere a respirare. Mi pare, come dire, una grossolana esagerazione di importanza.
Non so come siate capaci, voi, di pretendere tutto ciò che pretendete, per voi stessi. Di fare tutto ciò che fate, in nome di voi stessi. Senza, prima o poi, cambiare. E' la stessa cosa che faccio io, ma poiché non c'è stata nessuna simpatia per il mio sforzo, ho dovuto cominciare a compierlo nonostante la consapevolezza che non sembrasse, e non fosse, poi così importante. E parlo di respirare, non di scrivere. Perciò io vi sono vicino, molto vicino, quanto vi è vicino qualcuno che da tantissimi anni non ha nessuno vicino, e si stupisce di venir comodo di tanto in tanto all'uno o all'altro di voi, voi mai presenti quando alla sera, ogni sera, prima di dormire, io smetto di respirare.
Questa presunzione precisa, circostanziata, ripetitiva.
4 aprile, 2008.
Era il compleanno della gattina, quella che è morta l'anno scorso in ottobre. Era il 4 aprile.
Non facevamo l'amore da due giorni, io e Gian. Questo avrebbe dovuto mettermi sull'avviso? Quel mattino uscimmo di casa presto. Quanto presto? Guardai l'ora. L'orologio della strada segnava le otto. Non so perché, mi venne in mente che fin da piccola ero stata capace di fermare gli orologi solo pensandoci un po' su: un'arte straordinaria che avevo esercitato su numerosi regali di comunione, compleanno, Natale, e perfino sugli orologi altrui. Orologi a muro, pendole. Soprattutto i costosi cronometri meccanici: i miei genitori, inviperiti, ne avevano portato uno da un orologiaio: l'avevano regalato ieri alla bambina, e già oggi non funzionava più. Mentre le bambina fissava il soffitto, il tecnico aveva detto che era impossibile aggiustare l'orologio: gli ingranaggi, all'interno, si erano fusi.
Così, erano le otto, e io e Gian arrivammo all'angolo della strada.
Mi disse lui: "Devo parlarti."
Pensai che fosse per la nuova casa sul lago: che cosa non andava bene, dell'arredamento che avevamo scelto?
"Ok."
"Stasera non torno," mi disse. E sparì. Se ne andò mentre io gli chiedevo "in che senso". Macché senso. Questa storia non ha un senso, non ha un finale. Finisce, ma non ha un senso. Non tornò più.
Andai a casa e sedetti per terra, ricordo, in quella parte del salone che sembra una grotta di libri. Non feci niente, non chiamai nessuno, non dissi parola.
Nelle ore che passai lì, tutto ciò che accadde è nell'ordine del mistero. Quando mi rialzai, erano fulminati tutti gli apparecchi elettrici della casa. Non funzionarono mai più lo stereo, il televisore, la lavastoviglie, la lavatrice, le quattro lampade della libreria, tutti i telecomandi, gli orologi, le sveglie, il computer e perfino l'asciugacapelli: me ne accorsi a poco a poco nel corso della giornata. Anche il mio cervello si cancellò per metà: me ne sto accorgendo in questi giorni. Sopravvisse, curiosamente, solo il frigorifero.
P.S.: Per i miei simili: davvero non c'è verso di fermare gli orologi stradali con il pensiero, tantomeno quelli, straordinari, della metropolitana. Suppongo dipenda dal fatto che le molte persone in attesa li caricano inconsapevolmente di un flusso continuo di "dai, muoviti, gira, gira". Ma i veri irrimediabili sono gli orologi elettronici: si riesce a scaricare la pila, ma è un effetto che non dà la soddisfazione di veder saltare a uno a uno i segmenti luminosi dei numeri, con i 3 che diventano I e gli 8 che diventano 9. Ehh.
4 aprile, 2008. Impegni, molti impegni. Troppi. E la certezza di aver dimenticato una data impor... Oh, oggi è l'anniversario del mio giorno di Separazione, ecco cos'era. Come vi direbbe Ellis: "My own nine/eleven".
3 aprile, 2008. Su questo sito non ci sono i commenti, né aperti né chiusi, quindi non posso collegarmi a una questione reale. Tuttavia, se mai passasse di qui qualche lettore, devo prendere posizione anch'io (devo? non lo so) su uno scontro che si sta svolgendo senza esclusione di colpi su altri siti ben più illustri di questo.
La mia posizione è che non vedo una grande differenza tra fare a pezzi una persona e farne a pezzi un'altra. E che entrambe le distruzioni sono secondo me tristissime e dolorose. Entrambe. E che qui si travalica, ovunque e sempre, il senso della letteratura: che è ampio e vasto, ma che è soprattutto una forma di conoscenza, non di prevaricazione. Sono convinta che ci siano stati degli errori, di forma, oppure di espressione, e magari di intenti, da entrambe le parti, ma che non si possa passare dall'espunzione degli errori al linciaggio sfrenato, massivo e cieco.
Ma quando dico "da entrambe le parti" non sono conciliante, ma seria: siete impazziti, tutti? Avete fatto diventare l'uno, l'altro. E l'altro, l'uno. Li avete resi identici, adesso. E se prima c'era qualcuno di indifendibile, ora non c'è più, francamente. Ora tutti sono difendibili. Non sto nemmeno a nominarvi Voltaire. Di tutte le eredità di cui ci si può fregiare, noi non siamo nemmeno più degni. Ma quando avete un nemico, e questo lo dico a tutti, il nemico non serve a "distruggere il nemico", "combattere il nemico", "vincere il nemico", ma a mostrare chi siete voi. Qui c'è bisogno di rimettersi sui banchi, e decidere a cosa serve la vita, il sé, l'altro, e io che pensavo di essere fuori fase a occuparmi di etica.
Torno su questo argomento appena ci riesco, ora sono un po' alterata.
3 aprile, 2008. C'è una domanda molto bella in Gantenbein: "perché è sempre oggi?"
E' vero che siamo animali, bestie cicliche, umori stagionali, ma è vero anche che la parte di noi che si perde nel cosmo conosce probabilmente altre scansioni o assenze di scansione, e fa questa domanda come i bambini che devono andare a scuola dopo le feste, o quelli che vogliono partire per le vacanze dopo la scuola. Contiene insieme tutta la nostra impazienza, oppure il rimpianto, e una protesta che più inutile non si può. Certe volte la pigrizia si spiega con il fatto che l'orizzonte non sembra cambiare. Mi spiego meglio domani. Oggi.
BASTA! Si torna alla normalità.
2 aprile, 2008. In tutta franchezza, è purtroppo vera la frase: "Quando parti per la tua vendetta, prima scava due tombe". Qui siamo arrabbiati, sì, ma non dormienti. Quindi niente scavi, per oggi.
A te invece la rabbia dona tutta la cecità necessaria ...
Scatènati, quindi. Ma attento: io mi sono fatta male, e molto, molto più di quanto non me ne abbia fatto tu.
1-3 aprile, 2008. Dopo il nuovo episodio di Post nella Webeide, ecco l'incipit-Daimon dell'episodio di Hard. No? E perché no? Lo pubblico qui.
Un giorno la mia vecchia anima morì, e io ebbi una nuova anima.
Un giorno la mia vecchia anima morì, e la mia nuova anima si svegliò innocente.
La mia nuova anima era chiusa dentro di me e gridava aiuto, piangeva aiuto, io non so nulla, io non ho fatto nulla delle cose che dite, vi prego portatemi dove c'è sole e dove c'è gioia, poiché io sono innocente di tutto ciò che dite e non ricordo nulla. Mentre dentro di me la mia nuova anima piangeva, fuori di me un signore dall'aria grave mi salutava davanti alla stanza di una donna malata. "Non dirle che non tornerai, dille che sarai qui prima dell'estate. Ti prego almeno di non spezzarle il cuore."
Io piangevo, la mia nuova anima piangeva dentro di me. Io, spezzarle il cuore? Io volevo baciare la sua testa, i suoi capelli, e chiederle di non lasciarmi qui da solo, e chiederle di cantarmi una canzone, perché tutti hanno una canzone, e io, con la mia anima nuova, non l'avevo. Entrai, con la mia anima nuova che tremava di paura, e non riconobbi nessuno, e nessuno riconobbe me. Loro guardavano ciò che ero fuori, si rivolgevano al mio aspetto, e mi parlavano di cose che non conoscevo, di colpe che non potevo ricordare, e nessuno mi stringeva la mano, nessuno mi abbracciava, tutti mi rimproveravano che io volessi partire, e la donna nel letto piangeva, e quando le dissi che non sarei partito non mi credette, e pianse di più, e una signora, da un angolo della stanza, mi guardò con una tremenda severità, e tutti chiusero su di me un coperchio di silenzio. Mi accompagnarono fuori, mi diedero la valigia, mi aprirono la porta senza salutare e li vidi tornare indietro nel corridoio, le nuche magre, le teste abbassate, le spalle strette per via di quelle mani giunte sul petto. Io mi voltai e guardai fuori, avrei dovuto attraversare il mondo ed ero vecchio un solo giorno, e la mia nuova anima mandò un grido e si rattrappì dentro di me, e credo che impazzisse.
(IB, 1 aprile 2008)
31 marzo, 2008. "Alcuni gitanti frettolosi, affannati dal caldo della giornata, si fermarono a rifocillarsi all'acqua di una sorgente. Mentre bevevano, maledicevano l'afa e scambiavano opinioni sulle mezze stagioni; finché, a furia di discutere, fecero nascere tra loro una contesa assai aspra intorno alla potenza del Sole. Allora, notato un Tale vicino alla fonte, fermo e pensieroso al fresco tra i cespugli, si rivolsero a lui | affinché intervenisse nella lite |. "Ehi, tu," lo apostrofarono, "quanto è grande il Sole? Alceo qui dice tre milioni e novecentomila stadi, Ezio invece dice quattro milioni di stadi. E tu che hai l'aria di essere saggio e di conoscere le lezioni dei Pitagorici, qual è secondo te il diametro del Sole?"
Il Tale rabbrividì a trovarsi confuso con i Pitagorici, inoltre apparve alquanto irritato per esser stato sottratto ai suoi pensieri |cfr. Luhan, "disturbato nel sonno"|, e dopo aver a lungo guardato gli impazienti gitanti, disse: "ampiezza di piede umano".
I gitanti risero: "Questo pastore incolto, questo stupido ignorante, questo paesano imbecille, crede che il sole sia lungo un piede. Ah ah ah."
E si allontanarono, e a lungo scherzarono tra loro, fingendo di disputare se il Sole fosse grande quanto un piede di uomo o di donna |cfr. Luhan, "o della grandezza di un fuoco campestre "|, o magari quanto un mandarino o una dracma.
Eraclito allora fissò tutti noi in faccia, ci guardò sorridendo e ripeté: "Ampiezza di piede umano". E lo ripete tuttora.
Né mai altra misura fu trovata al Sole, nei secoli dei secoli."
(IB, sul frammento di Eraclito n. 82 (citato in corsivo), e su alcune vicende personali).
30 marzo, 2008. Non scenderà nel menu il nuovo episodio di Post nella Webeide, solo perché vi voglio proporre il breve intrattenimento che tutti, prima o poi, abbiamo sperimentato più e più volte. Io vi ho parlato spesso di fisica, "ta fisika" (avete mai girato per i blog greci? avete mai letto il gergo da blog dei greci? hanno nick come "sintagma"...). Ecco in quale senso.
Peri Physeos.
The game.
Ditemi che non avete mai fatto il gioco di Parmenide. Se preferite, il gioco di Aristotele. Oppure il gioco di Apollo. Ecco, chiamiamolo il gioco di Apollo, il più ermetico tra gli dei (naturalmente, incaricato dal consesso Olimpico di offrire oracoli agli umani: e chi se no?). Mettetevi a letto. Riposatevi un po'. Poi aprite gli occhi come una bambolina e, mentre annaspate verso il caffè che qualcuno vi ha amorevolmente preparato, iniziate a parlare in greco. Nella mente, intendo. Diventate Parmenide, Platone. Interpellate Apollo. Pronunciate (che razza di giochi vi propongo, la domenica mattina - ma è per indugiare di più tra le coperte) la vostra Origine del mondo, come farebbe un greco. Più prosaicamente, il De rerum natura dei latini (ma vedete che è già tutt'altra cosa). Siete passati attraverso quel miracolo dell'umana natura che è la civiltà, e siete sopravvissuti; così sapete bene che forse furono delle stringhe gravitazionali a creare il mondo così come lo conosciamo. Ma questa mattina il mondo è vergine, nessuno ha ancora aperto le finestre, la radio è spenta, il silenzio della vostra metà è celeste, e voi siete Parmenide (una firma qui!). Cominciate a occuparvi del mondo.
Svolgimento.
"Il mondo è..." I cinesi iniziarono dicendo: "il mondo è cielo e terra", e oggi hanno le Olimpiadi... E voi, come comincereste? La Bibbia comincia con il Logos, il buio e la luce. Se siete dei duri, cominciate dagli elementi di Eraclito. Se li trovate, poiché non sono facilissimi da capire. Ma vi so romantici, quindi voi comincerete quasi di sicuro con "Il mondo è Amore". Però dovete essere coerenti, e spiegare tutto quel che accade a partire dal principio che avete scelto. Se il mondo è Amore, cos'è l'odio? E il male? L'amore che finisce? Eh, eh: no, la risposta di Leibniz non vale, nemmeno quella di Cartesio. Voi siete metafisici. Vi cito ancora Eraclito: "rifiuti sparsi: il più bello dei mondi" (Eraclito era pop: sì, sto rilanciando Eraclito come maestro). Ma non vale nemmeno quella. Sappiate che si tratta, o audaci, della più desueta delle forme di filosofia. Oggi le questioni filosofiche sono altre, e questo terreno è invece quasi tutto occupato da riflessioni infrafilosofiche o subfilosofiche, e dalla fisica del plasma. Ragione di più per giocarci la domenica mattina, liberi: da Eraclito a voi, direttamente a voi, nel sole di un giorno che è il primo del mondo, a domandarvi che cosa. Che cosa, è la domanda peri physeos, non perché, che è la domanda della "meta ta fisika". Poi uscite, e siete davvero Parmenide, e il primo tizio che incontrate per la strada non è un idiota che vomita tutte le porcherie che ha ingurgitato nella prima uscita al liceo. E' Anassagora.
Io ci gioco sempre.
Conclusioni.
E ora, ecco la fine dello scherzo. Che è questa.
Loro, lo hanno fatto veramente. Si sono messi lì e hanno spiegato il mondo, nudi com'erano.
Punto. Pensateci bene: tenetela per il lunedì.
Considerate che ai presocratici e alle culture precedenti, come lo sciamanesimo indoeuropeo, si deve l'intuizione che tutti gli elementi hanno un'unica natura, e che l'acqua e il fuoco hanno la stessa physis. Non era facilissimo da capire, a quell'epoca, e stiamo parlando di duemilacinquecento anni fa. Se scendendo dal letto avete pensato "uhm, tutto inizia con il fuoco. E l'acqua? No, ci deve essere qualche altra cosa", allora avete già sbagliato, siete un passo indietro rispetto all'età del Bronzo.
29 marzo, 2008. Mentre segnalo qui il nuovo episodio di Post nella Webeide, vi racconto che cosa sto combinando in questo periodo. Vi farà piacere sapere che l'argomento riguarderà l'episodio di Hard, I suppose. Una cosa difficile da esprimere di questo mondo, difficilissima poi da concentrare nelle due cartelle di ciascun episodio, è il modo in cui pensiamo il vivere. Non dico l'evento del vivere, l'esperienza, ma l'etica. Ognuno crede di averne una, ma quando agisce è guidato da qualcos'altro, al di fuori della propria stessa presunzione, a questo punto, d'etica.
Sì, sto parlando di noi, e sto parlando di tutti. Appunto (e non sentirti sempre protagonista, Cluster). Persone eccezionali, e ne conosco alcune, che si comportano invece nella prosa della vita - in quella che ritengono la prosa della vita - sempre più spesso come certi falsari del gossip mondanucolo moderno. Autori già miracolati dalla vita e dal destino che imprendono per vanità il cammino scivoloso della stronzaggine guruesca. Gente che si "infuora" (e perdonatemi queste sequenze di neologismi, l'ultimo l'ho mediato da Dante) perché la vita passa ed è tutto quello che abbiamo, epicureini con la veletta alla Junger (dieresi, mettetela), e non c'è dopo e non c'è altro e non c'è l'Altro. In altri ambiti, su altre strade, la biforcazione all'incrocio tra etica e prassi riguarda proprio tutti. Tut-ti. Tranne quelli che addirittura scelgono la prassi come etica, e non l'etica come prassi, e ci occuperemo anche di loro. In pratica, un mondo di pazzi.
Bene, a me questo bailamme di stracci etici interessa. Questo volare di fazzoletti di visioni del mondo sputtanate in nome del lusso volgare e del godimento momentaneo (ma anche: mondi del godimento momentaneo sputtanati dalla purezza e dall'etica come prassi), incuriosisce. Questa capacità di strascicare l'attimo fuggente in nome della cecità locale su e di Dio, stringe e intriga.
E' di questo mondo anche quella, soprattutto quand'è accoppiata a un briciolo di consapevolezza. Io ho sempre creduto che uno scrittore possa almeno nella scrittura occuparsi non d'estetica, ma d'etica. E che in un certo senso, lo debba fare. Quindi, tornerò a lavar panni non in Arno, ma (pausa, ho fatto una passeggiata) in Reno, da brava lavanderina.
29 marzo, 2008. Il nuovo episodio di Post nella Webeide. Naturalmente, non riletto. A me il finale piace, molto. Era difficile da scrivere senza essere pesanti, ed è semmai perfino troppo veloce, quando lo rileggerò vedrò. Però, per una volta sono molto contenta di averlo scritto. Mi piace la terza persona, anche se in un passaggio il punto di vista oscilla (non vi dico dove, comunque è prima della casa, ed è una sola frase). Cancellerei tutta la prima parte, e magari un giorno lo farò. Ma il resto mi piace, è molto co-haerens con Post.
Avrei altre cose da dire, ma oggi non è giorno. Sapete, il mal di testa.
(p.s.: credo che manchi una dida, alla fine - è troooppo veloce, e non siamo a teatro; la metto dopo, ciao)
28 marzo, 2008. Lo so, lo so, siete tornati qui un milione di volte e ancora non c'è Post. Il problema è che ho mal di testa, non mi passa e non posso scrivere, quel che esce è affabulazione insensata; non sto nemmeno davanti al computer. Scusate, ma vedo che sono le nove e il dolore non passa, così vi avverto. Spero di stare meglio domani.
27 marzo, 2008. Il nuovo episodio di Post è in arrivo, oggi è giovedì.
25 marzo, 2008. Nietzsche e Montaigne. Il resto giovedì.
25 marzo, 2008. In quale film trash, dei tremila che ho visto, l'eroina si risveglia da qualcosa ed è divorata dalla fame come me ora alle tre di notte? Ah, sì, in Batman: Michelle Pfeiffer risorge affamata e dotata di superpoteri. Io sto attaccando i dolci avanzati a Pasqua, e il mio superpotere sta tutto nel dire:
dove sono stata per tutti questi mesi!
Non so, mi sono come risvegliata da un sonno. Merito del grande libro che ho letto, un saggio Saggio: caro autore, sarai felice di sapere che mi hai convinto della tesi opposta a quella che volevi dimostrare, ma tuttavia, abitando tu regioni umane, sei riuscito a commuovermi e a risvegliarmi. Così eccomi.
Nota per i naviganti: quando si dice 'eccomi' sono sempre le tre di notte. Fateci caso. Oppure è domenica.
Il sito è un disastro, ma possiamo cominciare con un riassunto delle puntate precedenti, che in qualche modo mi riassesti al timone.
Siamo arrivati a questo: "mrs. TiAmo" Post è sdoppiata ed esiliata nel mondo delle Creature di Luce/Internet, dove si accompagna con Cluster, un tale che le mostra il mondo virtuale, specie di metafora del crollo delle torri gemelle. Mentre la Storia Numero Uno delle Sette s'illumina d'immenso e non sa cosa l'aspetta, nel mondo terrestre "analogico" tutti o quasi la danno per persa, e se non persa, defunta: ModeRN e Hard scoprono che nel bosco stregato esiste addirittura una scena del delitto, e che forse, più che di sparizione, per la povera Post si deve parlare di assassinio. C'è sangue in una buca e c'è un braccialetto: sufficit. Loro però non sanno che, poche ore prima, Ichi lo shaolin - uscito per immolarsi al bosco dopo lo choc post-traumatico da rifiuto sessuale - ha sorpreso due loschi figuri mentre preparavano con sacchi e sanguinaccio una finta scena del delitto. E nessuno sa, tra l'altro, che Klaz ha passato la notte con la lavanderina Olker, un'infiltrata di un altro submondo né digitale né analogico.
Siamo quindi a questo punto: chi tornerà per primo alla Casa a raccontare la versione che verrà creduta da tutti? Che cosa succederà dopo? Non è difficile capirlo, se ci rendiamo conto che il titolo del nuovo episodio è "Webeide". Ma attenzione, non affezionatevi troppo all'idea che la versione vera sia quella falsa e quella falsa sia vera, e attenzione a ciò che credono i personaggi, e a ciò che vedrete voi, poiché nel frattempo... Ecco. E' da qui, dalla Webeide, che riprenderemo a raccontare la storia, dopo solo un'altra piccola diversione. Oggi devo lavorare, ma in genere verso il giovedì respiro, e se non vado a Roma per il weekend magari riesco a martellarvi un po' con qualcosa di nuovo.
24 marzo, 2008. Ieri, ringraziavo il Male. Eraclito che definisce l'opposto lo chiama "sympheron", ciò che porta (su quel "con" iniziale sono state scritte tonnellate di pagine, quindi non mi interessa il mignolino alzato di qualcuno). Non starò a farvi una testa così. Tutto sta nel desiderio, e sono smodatamente felice di potermi immergere di nuovo nel mio implacabile mondo di desiderio. Ho qui un libro che si preannuncia splendido, misterioso e tentatore: ma con la calma alta di chi ha tutta la notte per provare, e non le poche righe. E io so assaporare.
Ancora auguri a tutti, buona vacanza.
24-25 marzo, 2008. Sul pianeta ci sono posti senza stelle, dice il filosofo. Sul pianeta ci sono occhi senza stelle, dice l'artista. Quindi quello che vedo dipende da me, quindi è ancora peggio, e anch'io sono un posto senza stelle, dice il filosofo. L'artista alza gli occhi al cielo, mmm, intendevo dire che le stelle ci sono, e se non le vedi devi solo cambiare paio d'occhi, spiega l'artista. Allora questa condizione è infelice, non sempre si può cambiare paio d'occhi, noi siamo qui, in questa sola forma, e non ci possiamo affrancare, dice il filosofo. Mmm, e tu provaci, per la miseria, io faccio così, se vedo stelle brutte racconto le stelle brutte, se vedo stelle belle racconto le stelle belle, quando non ci sono stelle racconto che non ci sono stelle, e nel frattempo un posto nuovo in cui andare l'avrò pure trovato, dice l'artista. No, tutti i futuri sono senza stelle, è la condizione umana, è solo che tu non vedi le catene, le ombre sulla caverna, ecc., dice il filosofo. Ma sai che sei palloso, ogni volta che abbiamo fatto questo discorso io ti ho regalato qualcosa di nuovo, delle nuove stelle da vedere, l'invenzione del motore a scoppio, l'antibiotico, Pollock, e tu tutte le volte mi ripeti la stessa tiritera, dice l'artista. Sì, io so che sul pianeta ci sono posti senza stelle, perché ce le siamo mangiate tutte e non erano nemmeno buone, ripete il filosofo. Va bene, allora sai cosa ti dico, rompicoglioni millenario che non sei altro, adesso ti porto dal dottore e finché non trova una medicina per curare te o il mondo dalla cecità di stelle non ci muoviamo di lì, dice l'artista. La cura, vorresti dirmi che la cura è la nuova stella, dice il filosofo. Ma sì, qualsiasi cosa, che due palle, anche la Pasqua mi rovini con queste tiritere, mettiti i guanti che fa freddo, spegni la luce, chiudi la porta, tienimi un attimo il cell che prendo le chiavi.
23 marzo, 2008. Buona Pasqua. E non mi sono allontanata per abissi, male, principio, coerenza o indignazione. Solo per gelosia di donna. Tutto lì. Non mi citare antichi, però, non mi dire parole ancora più morte di quelle che so già.
Sono contenta di aver risparmiato almeno qualche territorio, di non aver messo online e tra noi troppe cose. Hai prosciugato pozzi. Hai prosciugato pozzi, è da lì che viene il cognome, dai pozzi, caro rampicante. Non dalle bozze, dai bozzi e nemmeno dalle bizze: e quanto m'hai torturato.
Da anni.
Io ero la poetessa nell'acquario.
Ma ogni volta che hai issato il secchio dal fondo di questo poverissimo pozzo, vi hai trovato l'acqua che cercavi. Non sempre buona da bere, lo so, ma utile per così tanti altri impieghi. I campi, le vacche, il sudore. Qui si è parlato di pietre, dal maggio 2005 il nostro simbolo è la pietra dei Moai. Si è parlato d'amore. Invano. Di odio. Abbastanza utilmente. Di scrittori e poeti. Di passioni, sentimenti, emozioni. Di Noncistodentri. Di avversarie sempre bellissime, sempre salvatrici, perennemente odiose. Si è parlato di critici superbi, di vecchi letterati affezionati agli endecasillabi come ai loro bei cani. Si è parlato di gatti. Si è parlato di autori pubblicati, di quei monarchi costituzionali che si piegano ai siti, motorizzati in emoticon, alle conversazioni, agli "hai ragione", alle scene di sesso "aggiunte" nei romanzi, al sesso e basta, il proprio o l'altrui, pur di mostrare che hanno una corte grande abbastanza da giustificare la prossima tiratura, e che sanno tenerla, ingenua, per le palle. E dopo gli esseri umani e i topi, si è parlato di dèi, di diavoli, di karma. Di futuro. E di niente.
Per le mille e una notte, questo posto ti ha accolto con le sue... Sherazade. Per le mille e una notte questo piccolo pozzo ha resistito al tuo assalto sempre ostile, sempre infido, cattivo al punto da farmi uscire allo scoperto, inviperirmi, distrarmi, distogliermi dalla storia, un assedio astuto, prima maniacale, poi furioso, poi mite, poi sempre più leggero, fino a farmi aprire la finestra, fino a farmi affacciare, quasi cadere giù. Ora ti sei distratto, e posso piano tornare a concentrarmi: come fa l'Arno a Rovezzano, dove l'acqua come noi pensa se stessa, per citare un poeta.
E fanno mille e due notti.
Volevo dirti: grazie.
21 marzo, 2008. Satira. Ecco la N-Owa, No Writers Agency. Qui la prima lezione del training.
La Mitoblogia riprende qui. C'è un problema al sistema operativo...
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari. Blog, Metablog e Mitoblogia sono appunti e note al romanzo)
