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- dal 2005, se è esistito -

 

Mitoblogia (ripristinata)

 

 

14 agosto, 2008. Incontri un genio che ti dice che sei un genio. Ti poni il problema.

A. Ti sta prendendo in giro.

B. Sei di una bellezza sconvolgente (non è questo il caso).

C. Non ti conosce abbastanza o non stava benissimo.

D. Intendeva il genio della lampada.

E. Sei un genio anche tu.

F. Non siete geni nessuno dei due, tantomeno tu.

G. Vuol venderti qualcosa.

La risposta, che andrebbe scritta al contrario come le soluzioni delle parole crociate, è non porsi il problema. Come? Il genio è il filo. Il genio ha definizioni che cambiano con le mode, le strutture sociali, il luogo. Per esempio, quando trovo l'ultima sigaretta in fondo alla borsa preparata per la spiaggia e mai disfatta, anch'io mi dico che sono un genio. Secondo un saggista illuminato (difficilmente uso la parola "illuminato" in senso meno che ironico), di quelli che non riesci a rivendere al Libraccio, il genio di oggi è quello che sa unire una quota di talento a una quota di marketing del talento. Quest'ultima definizione si attaglia anche al capobranco di un gruppo di adolescenti che riesce a far entrare tutti in discoteca e con lo stesso biglietto riesce pure a rimorchiare. Il genio romantico era un titano innamorato, il genio decadente era un titano stanco, il genio post-moderno era un fine conoscitore dei titani innamorati e stanchi, e rivendeva i propri oracoli ai potenti. Il genius loci era, nell'antichità, così lo interpretiamo noi, uno spirito che abitava in un luogo preciso e ne conosceva tutti i buttafuori - ma forse non capiamo bene quel genitivo. Perché sentirsi definire "genio" è paralizzante? La vittima predestinata di una abilità spugnosa, asciutta, aspra, cammina senza saperlo sul filo sospeso di un circo, e bada al filo sospeso finché il richiamo entusiasta del pubblico non gli fa muovere la testa e notare l'altezza. Il genio è il filo. Ricordatevelo sempre. Il genio è il filo.

 

14 agosto, 2008. Mentre stiamo andando, lo stalker sbuca urlando da un fitto di foglie. Io ci ripenso, poso lo zaino. La tipa scompare nella nebbia. Sulla palude. Sabbie mobili. Cielo color prugna. Di giorno. Rane. Insetti. Foglie con gli occhi. Ma che razza di posto è?

- Palle palude!

- Stalker...

- Peso mortale sollevamento!

Dimenticavo di dirvi che bisogna tradurre quello che dice. E che indossa pantaloncini corti. Sospiro.

- Stalker. Se - e dico se... Preparati all'anafora, ok?

- Oh, anfòra l'anafora, infomma. Assenzio d'accento.

- Lascia perdere l'accento. E per l'anafora. La annuncio solo perché altrimenti lo fai tu. Poi non mi senti quando sono io a dire "palle, l'anafora".

- Lo shaolin sente il vento.

- D'accordo. Stalker. Anafora. Se tu non mi seguissi, se non mettessi i passi dove li metto io, se prendessi un'altra strada...

- Osservazione culare.

- Sì, come vuoi. Se tu non mi seguissi, non dovresti annoiarti con me nella palude.

- La gravità dei lombrichi.

- Stalker. Io non ho mai visto una palude. Voglio mettere i piedi nel freddo. Voglio sentire uh che schifo, il serpente d'acqua che mi sfiora le caviglie.

- Sesso ghiaccio.

- Stalker? E' la mia strada. Nessuno ti dice che devi venire anche tu.

- Luogo pubblico.

- Non è un luogo pubblico. E' l'interno privato di un luogo pubblico. Al Louvre mica puoi prendere a martellate la Nike di Samotracia, sai, solo perché sei in un luogo pubblico.

- Cala, naik. Calli, Naik.

E' testardo il ragazzo.

- Stalker. Pantaloncini corti in palude cattiva idea.

- Palude opima merda.

Che devo fare? Raccolgo lo zaino e vado. Mai godersi una cosa che è una, da soli, nella vita.

 

13 agosto, 2008. Les adieux. Il rimpianto è volere ciò che non si ha più. Ma qual è la parola che esprime invece il desiderio di tenerlo lontano, quel qualcosa che non si ha più? La parola lutto è lugubre, e ha perso il suo significato antico. Ma una parola più adatta io non credo di conoscerla. Mentre cerco qualcosa di più allegro, che possa invogliare alla vita, alla ripresa di un ciclo, la parola "scrivere" decide di alzarsi e camminare fino in mezzo alla stanza. Uffa. Sapete che non siamo state amiche, solo compagne di gioco, e lo sa bene anche lei. Io la ricordo mentre spigolava qua e là, in questi stessi campi; facevamo le torte con il fango, le pietre erano stoviglie e gli sterpi posate. Cambiando gioco, sulle tavole imbandite abbiamo perfino camminato, noncuranti, correndo senza guardare. Adesso quasi non la riconosco, alta, fiera, con una voce tranquilla. Sa un posto, dice, dove si potrebbe andare. Non dice andiamo, dice che si potrebbe. Dice che a volte non si parte per la compagnia, si parte per il posto. Fa gesti che disegnano liane - liane, dico - e triangolini in lontananza che sembrano tetti di case; fa segno oltre, e ancora oltre. Resta con il braccio sospeso in aria. Sa che se è per giocare ancora, io non voglio partire. Però le liane. "C'è anche qualche bestia feroce". Batte le palpebre, sorride, e pensate un po' che cosa fa: come un Huckleberry, parte e s'avvia da sola. "Ma sono bestie feroci vere, almeno questa volta?", la raggiungo.

12 agosto, 2008. Les adieux. Il mio primo pensiero, al risveglio, è scrivere qui i nomi di Ulisse Perlipier, l'editore che finisce mangiato perché non è più riconoscibile come essere umano, e quello di Olimpiade, il titolo di una storia in cui uno scrittore viene incaricato di creare una nuova creatura, ma non sa (e questo non sapere ha molti significati) che sta per ricreare una nuova vita per se stesso. Sono due trame di miei racconti dell'assurdo che ho assurdamente raccontato a qualcuno, e alle quali invece tengo. Disinnesco il fatto che siano ora trame note, pubblicandole qui.

Arriva un fiato di realtà, dalla mia amicizia con questo qualcuno: dopo mesi in cui siamo stati "grandi amici" senza essere che due estranei, si stanno lentamente materializzando nell'ombra gli scatoloni di estraneità che tra noi adesso si individuano perfettamente e si vedono a occhio nudo, rendendosi a uno a uno "affrontabili". Gigantesche montagne di un'alterità divenuta, ed è un progresso, tangibile.

Ed è forse bello che finalmente sia così: tra sei miliardi di individui che sono tutti "grandi amici" tra loro, noi percepiamo di non esserlo.

Vediamo scatola dopo scatola, con chiarezza. Non è una chiarezza comune. Percepiamo quale preciso cammino dovremmo compiere per essere davvero amici, a differenza di tutti gli altri.

E sono tristemente convinta, potrei dire certa, che non lo compiremo.

Una cosa, poi: tu sei l'unico ad aver citato l'articolo di Parente, firmandoti con altro nome. E poi neghi di aver usato l'altro nome. Ma torni a parlare dell'articolo di Parente, a voce, tra noi. Massì.

 

13 agosto, 2008. Il dolore è così indecente che ti chiede di essere raccontato. Dopo averti spaccato il cuore, pretende anche questa tua esibizione. Ma è un oggetto maligno ancora più senza fondo, capace di farti vergognare di come hai sofferto perché ti vergogni di come lo dici. E' così maligno il dolore, che ti fa vergognare perfino di come lo ascolti. Sabbia, sabbia e deserto, è il cuore del dolore.

10 agosto, 2008. Ieri ricordavo storie molto vecchie, successe anni fa ad altri. Le aree liminari in cui il mondo sa chiuderti. Bah. Proprio sull'antropologia ho una dozzina di buoni libri da leggere, perciò per qualche giorno leggerò. Bentornato ai bentornati, nel caso, e un bacio a chi sai tu.

9 agosto, 2008. Perché non si scrive mai "l'altra parte al telefono" (da leggere con la "prima voce" di "Pericle al telefono" del 7 agosto).

Pericle? Ciao, sono Alcibiade. Scusa, ti ho disturbato? Sei impegnato? perché volevo raccontarti. Sai che Socrate in battaglia mi ha salvato la vita? Socrate. Già. Lui. Ma se ti dico! Lascia stare "brutto", non mi ha salvato la vita con la faccia, adesso. No tu certe volte... Dai retta ad Aristofane, ades... Certo che è vivo Aristofane... Distratto, non mi hai detto che avete passato una serata così carina, l'altra... ? Sì, me ne accorgo. Già, la guerra... I pensieri della gu... Ma che sosta e sosta, hai la testa per aria, oggi... La sosta per le Olim... Ma se le Olimpiadi sono state l'an... certo che c'è, la guerra. Guerrona. Del Peloponneso. Come, "ancora", cosa intendi dire? T'attacco il telefono in faccia? Ma che cavolo, ho rischiato la vita oggi, io, per te... Eh, sei fuori, sei fuori, bella scu... Ho capito la tosse, la tosse, ma dovresti fare uno sforzo, ogni tanto. Ma che 432. Ma che 429, Pericle! Come se la guerra fosse durata trent'anni. Eh, pare che vuoi litigare. Sì, tu vuoi litigare. Ma sì, un modo come un altro per dirmi che che non so fare il mio lavoro, che, che... E io adesso ti saluto, male ho fatto a... E non chiamarmi Alci che non lo sop... Ma cazzo, sì che ce l'hai con me. E prima la pausa, e poi la guerra, e sbagli l'anno, e... E imparalo, santo cielo. Regolati con una tavola, una clessid... No, Pitagora è morto. "Ah". Cazzo vuol dire "Ah", Aristofane è vivo e Pitagora è morto, è da ottant'anni che è morto, l'abbiamo studiato al liceo... La sento la tosse. Sì, forse lavori troppo. Dovresti tenere a bada gli scocciatori. Lo so che tutti ti rompono le... Chi. Eschilo? Lo spettacolo? Ma scusa Eschilo non... Dimmi. Mmm-mmm. Cioè tu mi stai dicendo che Eschilo - Eschilo - ti ha detto che abbiamo inaugurato il Partenone? Ma guarda che è morto. Pure lui. Nel senso che è morto. E non lo so con chi hai parlato, ma non con Eschilo. Sì. Quindi Sofocle. Ah. Quell'odioso. Sì sì, proprio odioso. E che cos'è, il nuovo spettacolo? Ah, moscissimo, sui tebani. Come, contro chi stiamo facendo la guerra... Contro Sparta. Ah scusa, domanda retorica, "contro chi stiamo facendo la guerra?", certo. Contro Sparta. E Tebe è alleata di Sparta. Eh, ho capito. Ho capito adesso... Che bastardo quello, si para il culo coi tebani... Cazzo, ho capito adesso. Lo devo tener d'occhio, sto Sofo... Eh? Beh ci credo che ti si gonfia il collo: t'avrà fatto incazzare. Ma tu non farti mettere sotto da uno così. E hai fatto bene. Per me anche nessun... Tagliargli i fondi, e... In che senso cieco? Ti ha detto che sei cieco? Accecato? Ah. Ah, ma aspetta. No, credo che... Lascia stare la stima, aspetta, mi sa che quello sa qualcosa. Eh, sì, sui tebani. Non è che ti devi guardare le spalle? Anche per quella tosse... Aspe... Sì, hai un avviso di chiamata, ho sentito... Ah, Fidia, salutam... Mmh. Beh, soldi, anche lui. Senti, ma non è che qui stanno covando qualcosa? Eh? A parte te, che stai covando una polmonite, ma dico loro, loro, non è che su all'Areopago... Sì, ti richiamo, ciao, ti richiamo subito. E che cazzo di tosse.

 

7 agosto, 2008. Trovato ottimo metodo per non scrivere: leggere più di tre libri al giorno. Ugualmente, idea grandiosa per racconto demenziale su ispirazione data da vitamine del gruppo B. Scrivere stanotte o domani. Regalati dodici libri a biblioteca rionale e ricevuto uno in dono. Prestito di tre libri. Letto primo racconto brutto su McSweeney, segnare data epocale. Preso in mano libro usato McInernay e poi annusato le dita. Sorriso.

7 agosto, 2008. Perché non dare un telefono a Pericle?

Pronto. Cough, cough. Oh ciao, Alcibiade. No, io... Non stavo facendo niente di... Chi ti ha salvato la vita? Ah. Lo stesso Socrate che conosco io? Non ci credo. Pensa un po' lo sgorbio cat... Beh, brutto però sì. Vabbeh. Vabbeh dai. Ti dico che penso tutto il bene possibile, ma ha ragione Aristofane quando... è ancora vivo Aristofane? Eh, sì, sono distratto. Ti dico in questi giorni. Poi voi con la guerra. Ah, no, c'è la sosta per le Olimpiadi. Ah, no, è vero è vero scusa, ho sbagliato anno. Quindi la Guerra. Del Peloponneso. Ancora. No, no, non intendo dir niente, solo... Eh, accidenti. Io non so nemmeno in che anno siamo. No, sono fuori proprio... Ma fuori, tu non crederesti. Ho una tosse. Va bene, fammi pensare... Siamo nel 432. No scusa, nel 429. 432 o 429? Avanti Cristo, qualsiasi cosa voglia di... No, ma io non sono polemico. No. Ma no. Alci? Alcibiade? Non ce l'ho con... Va bene, ho sbagliato anno, eh pazienza. Dico solo che potremmo - che so - scriverlo da qualche parte. Me lo ricorderei meglio. Tu calcola. E' difficile da tenere a mente. Mi devo regolare con le Olimpiadi. So che anno è una volta ogni quattro, a partire da non so quando, tipo settecento anni fa, e in mezzo perdo il conto. Non c'era quel Pitagora, non potremmo chiedergli... ? Ah. Ottant'anni fa. Beh, scusa se non mi ricordo di Pitagora. Ho un milione di cose da fare, io. E ho questa tosse. Pericle di qui, Pericle di là. Indovina, uno a caso: Eschilo. Eschilo protesta perché quest'anno non ci sono soldi per il suo... Sì, uno nuovo. Ma lasciami parlare! Lui voleva più attori e io gli ho dovuto dire di tagliare, e lui mi ha detto che con un coro così misero lui non lavorava, e allora io gli ho detto senti, ho il Partenone da inaugurare, fatti bastare i soldi e al massimo taglia qualche battuta. S'è arrabbiato. S'è molto arrabbiato. Primo: il Partenone l'abbiamo inaugurato tre anni fa, mi ha risposto. Credo. Non so, me l'ha detto lui e non ho osato contraddirlo perché era molto, molto arr... In che senso, morto? Allora con chi ho parlato, io, stamattina? O Sofocle o Euripide. Nel 429, o 32... Anche questa storia di contarli all'indietro, gli anni, ma l'idea di chi è stata? Comunque, doveva essere Sofocle. Un mucchio di arie, quindi Sofocle. Sì, concordo. Una roba sui tebani. No, dico: noi contro chi stiamo facendo la guerra? Sparta. Beh, lo so, ci mancherebbe. E di chi è alleata, Tebe? Ecco. No, tu immagina. E lui era furioso, ti dico. Senti, oltre alla tosse, ho come un gonfiore sotto le ascelle. Anche sul collo. No, no, poi figurati, l'ho mandato al diavolo e gli ho detto che non me ne importava niente e che si accontentasse di un personaggio, uno solo, un tebano, e che mi bastava e mi avanzava... Voleva... Mi ha detto che sono cieco. No, davvero, sai? Io, capisci. Cieco. Accecato. Che sono accecato e non mi accorgo di... di un sacco di... Non so nemmeno in che anno siamo, vedi la stima che hanno di me? Cough, cough. Aspetta, richiamami, che ho Fidia sull'altra... Anche questo, cosa credi che voglia? Dai, ci sentiamo, fatti salutare, cough, cough.

 

 

6 agosto, 2008. A volte anche in città si sentono i gabbiani. O ci si imbatte in una pescivendola. Oh, quanto mare c'è a Milano d'agosto.

Ricordate l'altro saggio di cui si parlò per gli islandesi? Non so. In ogni caso, come in quei miti ogni terra del mondo a poco a poco veniva attirata nel maelstrom, così ora tutto ciò che studio, imparo o penso scende lentamente nell'orlo ripido di uno stesso gorgo. Durante alcuni periodi dell'anno, il vortice si richiude, e sulla superficie dell'acqua si nota un'area piatta, priva delle increspature di onde e correnti, che somiglia ai campi marini coltivati a secche intorno agli arcipelaghi, tra isola e isola, non molto distante dalla costa.

Le stagioni di sosta possono durare più a lungo, a seconda dei fattori ambientali. Ma quando il gorgo comincia a chiudersi, il processo è avviato: i gabbiani osservano dal pennone di una nave la superficie liscia di quel tratto di mare, che ha un colore diverso e non si muove tra le onde. Le pescivendole possono ricominciare a vendere il loro pesce d'oceano, poiché le navi tornano a battere al largo nelle aree pescose del maelstrom. Le attività delle compagnie di turismo sono sospese, e i traghetti vengono deviati lungo la costa o tra i fiordi, alla ricerca di nuove attrazioni.

Il mare dorme. Un giorno, dal fondo, un mulinello di bollicine comincia a risalire. Chi lo nota, nel mezzo dell'oceano, è un branco di merluzzi, una balena, un tipo di cetriolo di mare che piano comincia a spostarsi verso fondi più calmi. Poche bolle d'aria, che in superficie agitano appena la pianura d'acqua come una coperta, sono il primo respiro della nuova creatura che nasce. Lentamente, l'acqua riprende a piegarsi e a danzare, come mossa da sé, e di nuovo si divide e si apre, una bocca di mare che canta, attirando perfino le nuvole e inghiottendo, si diceva un tempo, anche le stelle.

5 agosto, 2008. Hahahahaha! Signori, accade anche di imbattersi nel peggior saggio "colto" mai scritto sulla faccia del pianeta. Prendete un manipolo di studiosi delle materie più disparate, dalla linguistica alla termodinamica (ora, io suppongo che per ottenere un simile capolavoro si faccia così, ma mi limito a ipotizzare), e chiudetelo a chiave in una sala congressi con l'unica dotazione di un titolo, un traduttore simultaneo e un bicchiere d'acqua. Niente viveri. Il buffet è di là. Anche molte delle poltrone sono di là, e a poco a poco alcune delle sedie offerte al pubblico - ma non, badate bene, ai relatori - vengono sottratte di soppiatto costringendo via via gli inconsapevoli astanti a unirsi, loro malgrado, alla fila dei relatori che va allungandosi e accorciandosi sotto al palco. Persone che partecipano per aumentare i crediti di studio, ma anche tizi entrati perché c'era l'aria condizionata, si trovano così all'improvviso costretti a impugnare il microfono e a tenere un'ampia disquisizione sul tema suggerito dal titolo. Il titolo è "La piattaforma univoca della fondazione di una pretesa trascendentale tra Leibniz e Kant". La spiegazione del titolo, che dura mezz'ora e raggiunge i toni furibondi di un comizio politico, è gridata nel microfono dall'organizzatore del convegno e somiglia da vicino al romanzo "Il soccombente" di Benhardt, in cui ventuno frasi vengono mescolate come le variazioni Goldberg di Bach fino a raccontare un romanzo di centocinquanta pagine. Qui non si tratta di ventuno frasi, ma di ventuno parole: intelletto, trascendentale, coevo, identitario, altro, relazionale, antipsicologico, Io, Kant, Leibniz, conflitto, Voi, considerare (verbo), introdurre (verbo), escludere (verbo), prefilosofico (e derivati), oggetto, soggetto, funzione, intrinseco e nullo. A ciascun relatore, al momento di impugnare il microfono, viene presumibilmente consegnata una busta chiusa che contiene l'obiettivo significante del futuro intervento. C'è chi apre la busta e trova un'ochetta, chi trova una croce, chi un due di picche, chi un quadrifoglio, chi nulla. L'omino che ha trovato l'ochetta sta tentando di decifrare in senso kantiano il significato della frase "fermo un giro", che è tutto quel che ricorda del gioco dell'oca. Un tale, poco fa, sulla croce trovata nella busta ha costruito un pregevole teorema sugli incroci nella mitologia greca: incroci stradali, e non sto scherzando, a proposito dei quali è giunto ad affermare che, e ancora non sto scherzando, Edipo aveva in sostanza la precedenza (c'è anche il disegnino della strettoia tebana, che in effetti appare priva di segnaletica) e per questo prima ha fatto i fari e poi ha ucciso Laio.

No, no, io vado avanti a leggerlo, poi vi racconto.

 

4 agosto, 2008. (checked) Fin da piccola, ho evitato di leggere ciò che era prescritto, preferendo seguire un mio percorso. Per questo romanzo che è un unicum, e che scriverò tra le ultime propaggini dello studio e i nuovi libri da recensire, sono giunta a un territorio del pensiero del quale non vi posso parlare. Non solo perché tengo per me, un po' come Bartleby, le conclusioni che i miei personaggi trarranno. Ma anche perché davvero ciò che leggo per documentarmi sul tema del romanzo è inquietante.

Si trovano però anche alcuni fatti sorprendenti, che in piccola parte posso condividere con voi. Ho appena finito di leggere il messaggio di un antico re indoeuropeo a un potente re dei Persiani. Dopo aver tentato inutilmente di provocare alla battaglia gli indoeuropei, il re Persiano aveva scritto a re Ida(...) - c'è anche la comica somiglianza dei nomi - "ma perché diavolo non combatti, razza di barbaro?". La risposta del re indoeuropeo è riportata dagli antichi, ed è un capolavoro: definirla beffarda è poco, e fu accompagnata da simboli che i Persiani non conoscevano e che non capirono, e che potremmo considerare "dita medie" contemporanee. Il brano è meraviglioso, ho detto "toh, guarda" quando l'ho letto, e mi dispiace solo che il mio re barbaro, il mio umile Adaelmo dei pipistrelli, qui, sia solo la dimostrazione antropologica che tutti i barbari, in fondo, hanno lo stesso caratteraccio. E una vena di satira tragica che richiede un certo coraggio.

Marginalmente, però, la risposta del re barbaro "vero" contiene un argomento che vi svelerebbe troppo dell'ambito in cui sto ricercando, quindi non posso riportarla parola per parola: io sono gelosa di ciò che ho scovato lungo la mia strada così desolata. Lo dice anche quel re antico: non ho terre da difendere e quindi non combatterò con te che vuoi le terre. Ma. Ma se vuoi c'è un'altra cosa per cui possiamo combattere.

E di più non posso dire. Oh, che cosa snervante. Però quel "ma", voi non ci crederete, fermò i Persiani. Scelsero di andarsene. Fu la prima Beresina della storia.

 

4 agosto, 2008. Per favore, qualcuno viene a salvarmi? Sono in una parete senza stanze. La materia che sto studiando... L'argomento: pensarci, leggerne.

E cominciare a capire. Voglio andarmene. Voglio tornare indietro. E più allungo le mani e meno c'è qualcosa da toccare.

3 agosto, 2008. C'è poi, in un altro libro che sto leggendo, una frase molto bella di J. J. Rousseau che spunta come un fiore, nella sua semplicità. Dice: "Cominciamo dunque dall'escludere tutti i dati di fatto".

Comico, no?

Che in Rousseau questo apra la strada al rapporto tra natura e uomo, io e altro, è importante per Rousseau ma non per noi. Per noi conta altro, di questa frase. Cos'è ciò che resta, quando abbiamo escluso gli accidenti, le date, i progressi e i pregressi e i regressi, cioè proprio ciò che oggi conta così tanto, i dati di fatto? Noi non lo sappiamo perché non abbiamo mai "cominciato con l'escludere i dati di fatto". Cominciamo sempre includendo i dati di fatto, anzi, ed elencandoli, sommandoli e sottraendoli, rinfacciandoli come dei contabili. Anche quando li scartiamo, ci mettiamo a riesaminarli a uno a uno come i petali m'ama non m'ama, e ci stanchiamo buttando tutto all'aria prima di aver finito. Ma, se ci fate caso, "cominciamo dall'escludere tutti i dati di fatto" è un vero ragionamento per assurdo. L'assurdo perfetto.

Quindi siamo a due: contabili, e orsi. E' un mondo sempre più misterioso, il nostro.

2 agosto, 2008. Emoticon che ballano, dice lo stalker. Eh, già, emoticon che ballano. Si è feriti, si ferisce. Si è molto stanchi, si reagisce brutalmente a un'offesa brutale, improvvisa, inattesa. Gli altri possono pentirsi e ritirare le loro parole, appena poco dopo che noi le abbiamo sentite, a noi la lucidità è riconosciuta solo come aggravante, noi non ci arrabbiamo mai, e quindi non ci è dato di essere ingiusti.

Beh, è un periodo così. Sto leggendo questo libro, sulla cosiddetta civiltà umana: non vi dico il titolo perché fa parte della documentazione per il mio romanzo e non voglio intromissioni o indiretti giudizi. Per un errore di programmazione delle mie serate video, intreccio la lettura di questo libro inquietante (horror è la parola giusta) con la visione di "Grizzly Man", documentario di Herzog sulla vita e la morte di un naturalista sbranato dagli orsi che filmava. Il film l'ho lasciato a metà, a meno di metà, anzi a meno di un decimo. E' troppo feroce.

Comunque, quando le mie emoticon avranno smesso di tremare, vi potrò forse raccontare più lucidamente per quale motivo sono così scossa dalla lettura di questo libro su di noi, genere umano capace di tavolette cuneiformi, e dalla visione del film sugli orsi. Vi dico solo quello che dice l'autore del libro a un certo punto: questa storia racconta ciò che è stato (dalle Orcadi alle Fiji, da Costantinopoli alla Patagonia), non ciò che gli attori della storia vi direbbero oggi se potessero parlare.

E ciò che è stato assomiglia in modo spaventevole a un combattimento tra orsi.

 

Non posso lasciare i miei onesti lettori senza un racconto per l'estate. Accettatelo quale pegno di un ritorno alla metafora: avete un mese per capire un'immagine un po' più complicata del solito.

Il re delle tempeste.

In realtà, l'uomo che chiamavano "il re delle tempeste" di tempeste ne aveva viste solo quattro, anzi due, anzi una. Una sola era quella che aveva attraversato personalmente, se si può dire "attraversare" di un'esperienza che il suo corpo aveva vissuto per lo più dormendo. In quell'occasione, mentre i venti infuriavano sul mare in un gozzoviglio raccapricciante, il re delle tempeste era rimasto addormentato sottocoperta nella cabina del suo primo, unico e ultimo imbarco: lo avevano svegliato i marinai esperti, scuotendolo a forza di colpi e di bestemmie e trascinandolo in coperta per gettarlo in una scialuppa di salvataggio. Il re delle tempeste aveva seguito l'intero procedimento del proprio naufragio, dalle urla dei compagni alla consegna al mare, come si osserva un incubo: con gli occhi sbigottiti s'era lasciato prendere di peso e sballottare sulle scale, seguitando a guardarsi indietro come per chiamare a sé un altro se stesso rimasto nella cuccetta, e inciampando nei propri piedi come se i piedi veri, quelli dotati della capacità di sostenerlo, fossero rimasti o dall'altra parte dell'incubo, o all'altro se stesso ancora addormentato. Aveva vissuto il salvataggio come un'esecuzione sommaria: s'era ritrovato ritto sul castello, poi calato non si sa come sul ponte, e infine, come in un battito d'occhi, precipitato oltre la murata, sulla scialuppa instabile, dove s'era inzuppato d'acqua e aveva cominciato a gridare.

(segue, è tardi, ho sonno)

1 agosto, 2008. Finalmente, grazie a illuminazioni esterne, stabilizzo le mie emozioni.

1 agosto, 2008. Calma. Parlerò di me usando il tu. "Parlerò di me": così non c'è imbarazzo. "Usando il tu": perché la seconda persona singolare ha forme verbali più efficaci. Ecco. (Procedimento, uno)

Tocca un lampione, tocca il portacenere che hai davanti, senti la loro temperatura. Se è diversa da quella del tuo corpo, allora che cos'è l'oggetto ghiacciato con cui stai giocando? Posso mostrarti che non è un effetto gravitazionale, una reazione chimica o altro che si possa osservare, correggere e ritentare come un esperimento, ma la tua stessa vita resa rettile, prolasso di sogni, paure, miti, prove, convinzioni e altre cose che sul muro aspettano di essere riscaldate dal sole. Si scaldano un po' e poi tornano a raffreddarsi, e ti stupisci, e però rifiati.

La vita scotta al buio - e sono indecisa se aggiungere "invece", poiché dura quanto la vita anche il sogno della vita.

30 luglio, 2008. Non c'è nessun tipo di gioia, dentro di me, sebbene io sia felice. Ho morsicato con uno scatolino da pillole un gigantesco fiocco di zucchero filato, e so che aprendo lo scatolino, a casa, troverò due tre briciole di zucchero secco. In realtà, probabilmente non è vero. Non sarebbe diventato il fiocco che è diventato, si rimpicciolirà proprio perché io non oso aprire lo scatolino e dargli aria, non è che la prima forma di una di quelle trecce di zucchero che si filano e tirano e arrotolano finché non diventano bastoncini di cristallo. Ma l'assenza di gioia nasce da questo, che non sono solo io ad armeggiare con scatolini, ad averli fatti scattare e a non volerli aprire. E' il concetto stesso degli scatolini, portati in tasca per strappare assaggi, che sa di impersistenza. I gesti meravigliosi, compiuti senza avarizia e senza paura, aleggiano intorno al mistero di queste cellette ingrate. Un po' zittiti, un po' stupiti, increduli e arrabbiati.

Ritornerò a scrivere per voi passato un breve periodo di vacanza. A presto.

31 luglio, 2008. Ambientazione. Pur avvinta dai luoghi in cui i biscotti nelle scatole non invecchiano, la frutta nei cesti non avvizzisce, e per mangiare basta aprire il frigorifero e scegliere, vale a dire le case e le cucine delle zie - ed è un genere di magia che la mia generazione ha smarrito, proprietaria di muffe - per il romanzo dovrò scendere a qualche compromesso con il reale. Tuttavia, niente città e niente vie. Ma anche: niente atmosfere interiori "metropolitane" e niente intimità in soggettiva. Il fatto che il romanzo sia ambientato in un posto preciso, non significa che sia realistico, e il fatto che questo posto preciso sia immaginario, non significa che si tratti di un romanzo astratto. Sto confrontando tra loro numerose ambientazioni medie di romanzi tipo, e sono tutte esattamente così. Naturalmente, i loro personaggi se ne vanno giù per Erliche Strasse o tornano alla casa di Straighton, tuttavia voglio evitare la toponimia troppo stringente.

29 luglio, 2008. (A te, Lorenzo Jovanotti Cherubini) A te.

A te che sei l'unica al mondo
L'unica ragione
Per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
all'angolo

Coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi

Con gli occhi bassi stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto
Come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perchè non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro all'aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti
Stringendoti un po'

E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l'arte dell'avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura

A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l'orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l'unica amica
Che io posso avere
L'unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
A te che hai reso la mia vita
Bella da morire
Che riesci a render la fatica
Un immenso piacere
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo

A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Semplicemente sei
Compagna dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei

 

29 luglio, 2008. In tutto questo ridisegnarsi e correre, c'è come un senso di fretta prima del baratro. Lo si avverte anche nelle relazioni umane, in cui il difficile appare infruttuoso, i sentimenti (le emozioni, per la verità, secondo una differenza indagata qui tempo fa) piacciono di più se di rapina e d'assalto, e la parola d'ordine è: anni ruggenti. Tutto ciò è indiscutibilmente materia di scrittura.

29 luglio, 2008. Era quello che cercavo di dire quando parlavo dei fulmini: vorrei che tu l’avessi visto. Ora è solo dentro la mia testa, perciò dovresti proprio fare lo sforzo di venire qui a vederlo. Ma vorrei che tu l’avessi visto allora.

C’era questa casupola, dietro la casa di nonna sul lago. Eravamo in un giardino chiuso, barricato tra siepi per me altissime, ma non davvero chiuso come intendono i cittadini. Di qui c’era un cancello, da cui partiva lo steccato lungo qualche decina di metri, che finiva in un folto d’alberi e lì si interrompeva. Nel folto d'alberi crescevano gli alberi più fantasiosi, non come i pini isolati piantati in mezzo, e me li ricordo tutti ingialliti dal sole, verso il tramonto, albicocchi, roseti e liane, palme e un paio di meli, e altri alberi altissimi che arrivavano dietro, tutti affastellati come se qualcuno avesse sputato noccioli d’albero alla rinfusa lungo il fianco della collina e a un certo punto tutti i semi fossero sbocciati insieme e ora fosse impossibile fermarli. Era quasi una fortuna che il bosco fosse distante e poco visibile dalla casa. Comunque, di lì non c’era modo di passare. Gli alberi probabilmente ci avrebbero mangiati, oppure sarebbero caduti bloccandoci in mezzo alle campanule, nel sottobosco delle vespe e dei bombi, nel nevischio di moscerini e di zanzare. Il bosco si interrompeva vicino – o dovrei dire addosso – a uno strano rudere, voltato da una parte, nel quale si poteva entrare solo passando per il primo piano. Non era una stalla, era una casa diroccata, ma le scale erano crollate o scomparse, oppure erano quell’ammasso di ferraglia e di sassi su cui le campanule si arrotolavano ai piedi della casa. Così c’erano le finestre vuote, buie, e la porta alta, lontana, alla quale non si poteva salire. Una volta ci provammo, ma un pilastro si crepò tutto e cadde, e noi scappammo via. E nessuno se ne accorse, mai, che eravamo stati noi a far crollare il pilastro del rudere. Quel posto era consegnato alla distruzione, e a nessuno importava niente che crollasse prima o dopo o per opera degli alberi o per opera nostra (in realtà, per sicurezza, tenemmo l'opera nostra accuratamente nascosta). Dal rudere, partiva un’altra cancellata lunghissima, che si affacciava su altro verde, tanto che non riuscivamo a capire a che cosa servisse. Stavamo a volte un po’ al di qua e un po’ al di là della cancellata, che si poteva scavalcare, per vedere se c’era qualche differenza. La cancellata si interrompeva, a un certo punto, e qui c’era un cancelletto che portava giù. Giù non ci interessava: c’erano vigne, orti, campi con sentieri, uomini e donne con gerle, grossi insetti posati sulle foglie e intenti a succhiarle indisturbati. Invece, ignorando il cancelletto e proseguendo lungo la cancellata si arrivava al belvedere della casa: lì non c’era niente di bello da vedere, nonostante tutti dicessero che era il punto migliore del giardino, con la vista sul lago. Allora si continuava lungo la casa e i due cortili e il vialetto e finalmente si incontrava il cancello vero, che doveva rimanere chiuso in termini cittadini, con la chiave. Si passava oltre il cancello che nessuno chiudeva mai e si arrivava a un altro rudere dietro la casa. Questa volta, il rudere aveva scale. Aveva tutte le scale che si volevano. Ci si poteva salire perfino sul tetto, dalle scale, e da lì saltare sul tetto della nostra casa, e questo ci preoccupava poiché era proprio sul tetto che sentivamo i rumori peggiori, di notte. Bisogna capire che le scale del rudere non erano scale normali, ma scale fatte con tronchi di albero ammucchiati ovunque, forse un pericolo per tutti quelli che passavano, forse no, visto che nessuno poteva passare di lì. Tranne noi. Erano scale che ci colpivano per questa loro selvaticheria instabile, la campagna sul lago era tutta impregnata di un continuo crollare e ricrescere, di alberi che non stavano mai fermi in un posto ma continuavano a crescere, a cadere, a diventare tronchi e poi sfasciume e poi scale e di nuovo alberi e pali conficcati e campanule. Questo non era un rudere consegnato alla distruzione, era un'altra cosa, ed era un'altra cosa molto più antica. Una volta ci arrampicammo sulle scale di alberi tenendoci per le liane delle campanule, e ciò che vedemmo di sopra, nelle stanze della palafitta, ci bastò. A me bastò. C’era tutto quello che di morto e di vivo potete pensare di vedere e di non vedere in un’intera vita, e altro non voglio aggiungere. Tutto quello che vedo ora, e che non vedo ora, va a finire lassù nei piani sghembi della casupola preistorica, sulle assi del pavimento e tra i buchi del soffitto, sui davanzali squarciati e nelle pareti marcite. Probabilmente ha continuato ad accumularsi là in tutti questi anni, e aveva cominciato già prima e continuerà anche dopo. I gatti che dovevano partorire, andavano là. Là andavano le vipere e le cornacchie. Là andavano di tanto in tanto gli uomini e le donne con le gerle. C’erano pertugi abitati da animali che non si vedevano ma si sentivano, c’erano cadaveri di bestie che avevano murato i buchi delle tane con il loro corpo e ora si disintegravano così. C’erano piante cresciute fino a un certo punto e poi morte, e rimaste lì, dentro le stanze, con il gesto di crescere seccato in aria e traforato di bachi, di vento, di caldo e di chissà quanto tempo. C’erano cose che si muovevano cercando la luce e altre che scappavano cercando il buio. E mentre noi stavamo lì quasi fermi a guardare, dalle scale di alberi e dalle stanze marce, c’erano cose che scappavano da noi e altre che di soppiatto ci venivano intorno e ci circondavano i piedi o ci toccavano alle spalle. 

Credo che quella casupola fosse il posto degli avvertimenti, e vorrei che l’avessi visto anche tu prima di gettarti. Chissà se sono salva io, o se sei salvo tu.

 

24 luglio, 2008. I ragazzi uccisero approssimativamente un merlo e lo gettarono nel cortile, perché avevano deciso che era divertente farlo e che sarebbe stato ancora più divertente vedere la faccia della signorina Briciola quando si fosse trovata davanti al merlo. I ragazzini scapparono via e si misero a spiare la scena. Ma non capirono quello che videro. Nella loro testa c'era troppo cemento e asfalto perché potessero capire. Il moribondo e la signorina Briciola si lanciarono una sola occhiata, al modo degli indiani pellirossa, e i loro spiriti, poiché erano innocenti, si unirono in eterno. La signorina Briciola, che non può sollevare nemmeno un sacchetto di pane senza sentirsi stanca, in effetti è un guerriero immortale.

a day in july.

I piccioni non osavano imitare i gabbiani, ma qualcuno che lo faceva c'era. Temibile solo dal di sotto. C'erano anche un mucchio di gabbiani che fingevano di essere piccioni. O per provare a conquistare il cuore della signorina Briciola. O per mangiarsi i piccioni, una volta entrati con loro in Estrema Confidenza.

22 luglio, 2008. Con il nome di Principe Poldavo, ho disseminato sul sito Satisfiction l'ennesimo, ma stavolta ultimo, vivido contributo. Vi pubblico qui, penso solo per un paio di giorni, il contributo in oggetto. Poi, torneremo a noi.

"Dopo aver intasato per decenni le fognature con oggetti estranei, improvvisamente la comunità fu colta da una smania di purezza idraulica. I capi si radunarono.
Fu vietata la cacca.
Si poteva far scorrere acqua a piacimento in braghe, discese, gomiti, snodi, rubinetti, scarichi e sifoni, ma lo si doveva fare, per così dire, a scopo puramente protettivo dell'integrità del senso pervio del tubo. Per il mero scorrere, se così si può dire, onde evitare, fu spiegato, che gelassero le tubature d'inverno e s'arrugginissero d'estate. E tuttavia mai e poi mai tali scorrimenti potevano essere preceduti, seguiti oppure accompagnati dalla pratica ben nota e neo-vietata dell'umano cacare.
La comunità dei costipati per legge si radunò a discutere, e dopo un'intera notte di brontolii e borborigmi produsse una breve nota, asettica, in cui si domandava:
"Scusate. Ma non ci è chiaro. A che cosa accidenti vi servono, allora, tutte queste perfette tubature?"
Nessuno fu in grado di mettere insieme una risposta sensata. Il divieto fu ritirato il giorno stesso, con enorme sollievo di tutti."

 

18 luglio, 2008. Lei e Lui si amano. Forse perché il torsolo rimasto della terra di illusioni è così piccolo e stretto che un solo passo della frana può travolgerli entrambi. Sulla lingua di montagna avanzata di traverso al mondo, Loro corrono, perfino, come voi non osereste su una vasta pianura.

17 luglio, 2008. Lui tiene il corpo di Lei in un portachiavi, e purché di tanto in tanto ingrani la sesta, anche se è vietato su quasi tutte le strade, è disposto a sentirsi solo di nascosto. La solitudine di Lei, invece, è un tale bel quadro. Si espone appesa alla parete della galleria, al piano di sopra, per gli intimi che vogliono salire ad ammirarla, dopo aver notato il suo silenzio rigido sul divano. Lui è ricco di Lei. In cassaforte conserva il suo smarrimento, ora che è arrivata a un'età dispersa sulle carte. Un dolore che Lei lamenta al ginocchio, il rapporto dissestato con una donna - la sorella, una sconosciuta che le somiglia - e l'ansia per l'ex marito, riempiono la biblioteca. Il giardino è facile. Si fa con i sospiri che Lei butta intorno: fioriranno il giorno in cui Lui le chiederà che hai, ma è ancora presto per la primavera e gli occhi di Lui non sono ancora schiusi. Per ciò che sciupano, c'è il cortile comune: i domestici buttano ogni giorno scatole di discussioni evitate da una porta chiusa, e di attriti scansati con la musica alta, Lui, con un libro da annotare, Lei (quanti ritagli di soffitto, scorci di maniglie, angoli vuoti di specchi si vanno accumulando di settimana in settimana!). Nella cassetta della posta, tra gli alberi del parco, Lui e Lei depongono le domande per gli amici, in cui chiedono notizie l'uno dell'altra. Sulla strada sta arrivando il camioncino dei rifornimenti: questa sera c'è una festa, Lui e Lei fremono, aspettando nervosi le strette di mano, gli abbracci e i sorrisi per cui sopportano tutto questo.

16 luglio, 2008. Lui lì, nascosto dietro, furioso e pigro, sta cercando. Egoista, cattivo, angelo, le donne gli sussurrano - quasi nessuna ha più gridato, da allora. Se fanno troppo rumore, lui sa allontanarle, senza garbo. E' galante solo in amore. Avrà abissi bianchi, quando amerà, perché ama la purezza. Ma non lo distoglie l'aura pulita di certe ragazze gentili. Ne conosce l'ingiallimento. Sa dell'esistenza di qualcosa di davvero estraneo, lontanissimo, che si accorda con i suoi occhi. Non l'elite cerebrale che lo educa di continuo a piccoli stimoli cristallini, sempre più fugaci, dilatati, fino a dissiparsi in schiuma di mare. No. Lei assomiglia a un suono. Che sempre, tacendo la notte, più zitti, più zitti, si attende di sentire, di annusare e di vedere. E non si sa cos'è.

15 luglio, 2008. La villeggiatura. Alla fine della stagione e sul principio della villeggiatura, proprio quando avrebbero potuto incontrarsi, Lui sparì. Al risveglio, nell'alba libera, Lei percepì segni neri e infausti, corvi che gracchiavano sui tetti, alberi caduti nei giardini, insetti morti nelle pieghe delle zanzariere. Dalle finestre, la si vedeva vagare attenta, perplessa, in punta di piedi nelle stanze ridipinte - nuove, rese fresche dagli infissi lucidati - come aspettando di sentire un rumore rivelatore - e deserte. Non vi fu un suono. I giorni di vacanza svuotati, come una casa sgomberata per l'equivoco di un'impresa di trasporti, trascorsero amplificati e inconcludenti come gli ultimi di un condannato a morte.

15 luglio, 2008. Dante muore è stato un atto necessario. Ovvio, Dante vive, viva Dante. Tuttavia ogni volta che si inizia un romanzo si deve pensare Dante muore. Non solo perché si sta per recare oltraggio alla lingua volgare, alla letteratura tutta e a Dante in persona. E occorre farlo. Ma anche perché si sta per costruire qualcosa che non è poesia, non è poesia italiana, e tutto sommato non è nemmeno narrativa italiana (ne risulta che è pleonastico scrivere Manzoni muore). E occorre farlo. E quindi Dante muore.

14 luglio, 2008. Ieri l'ho messo in Rete, ma non riuscivo a linkarlo in Mitoblogia. Oggi potete leggere anche da qui "Dante muore".

12 luglio, 2008. In tutto ciò, il brivido di dolore che devo scacciare è forse un po' troppo intenso. Ma devo smetterla, esserne contenta, ritenere che almeno, grazie a questo dolore, non prenderò esempio da Euripide, ma da Eschilo. Mmm, ve la dovrei spiegare, vero? Ma come, non avete Aristotele?

Perché invece, dovete pensare che ne uscirò come Faulkner. Per il fatto che Faulkner, per motivi vari e forse solo nella mia impressione, ha l'aria di non scrivere per nessuno. Faulkner non scrive per nessuno. Lui è già stato non compreso, incontrato e non amato, di sicuro non visto dal lettore frettoloso dei giornali. E' stato osservato, e non atteso. Faulkner per questo irrita. Esita in una palude di fango della quale nessuno conosce il fondo limaccioso e freddo. Mette i suoi piedi nudi nel fango freddo della terra calda, sa che perfino sotto il sole nero dell'Alabama il fango è ghiaccio sotto le piante dei piedi, qualcosa che può renderti silenzioso in uno strano pomeriggio. Qualcosa che può dividerti in due, come l'amore, il freddo del fango sulla pelle sudata, può strapparti via, salire dalla pelle ai tuoi occhi senza che nessuno se ne accorga e mentre tu stesso stai guardando fisso altrove; salire dall'interno, impossessarsi dei tuoi canali, innervare una piccola vena nell'angolo di un occhio. Tu seguiti a guardare qualcosa, ma all'improvviso non parli più, non sei lì, loro stanno osservando un guscio, e il tuo spirito sente il fresco di un'ombra. Questo è Faulkner, che se ne infischia del punto in cui stanno guardando i gusci di tutti, e arriva al nocciolo, al nucleo, dicono bene gli inglesi, "the core", il percepito e non detto, ciò che tutti provano e non sanno, ciò che non sapevano avesse un nome, e consideravano in silenzio credendosi nascosti. Faulkner non scrive per nessuno, scrive per la parte di te che non vuoi che si veda, parla a ciò che rinneghi, e non aspetta risposta.

 

12 luglio, 2008. Avete, qui sotto, il nuovo re barbaro da leggere.

Ora. Ho comperato due pennarelli e una biro con il tipo di inchiostro non grigio - son tutti grigi, sbiaditi - che mi occorre per scrivere. Ho osservato per l'ultima volta ciò che intorno a me, nel vasto mondo della piccola cerchia letteraria italiana, si intende per scrivere. Le solite storie in cui tutti, a cominciare dall'autore, fingono disumana disinvoltura.

Vado a sbigottirmi.

A riempirmi di un terrore sacro.

A sperimentare la differente arte di una scrittura che non si può cancellare. Per questo l'inchiostro. Personaggi che attendono da 12 anni di essere portati alla carta e alla vita, e che non hanno francamente alcuna disinvoltura: non sanno smettere i panni di un personaggio piattamente osceno per vestire quelli di un personaggio accettabilmente sexy. Non possono fare a cambio con gli umori buffoneschi e tragicomici che li renderebbero meno noiosi e meno disperati, o meno duramente felici. Non possono cambiare il loro modo di parlare e di muoversi. Se arrotano la erre, non li si può correggere. Se strabuzzano gli occhi, non li si può guarire. Se sono amanti infelici, non li si può illudere, se sono illusi, non li si può risvegliare. Se sono perfetti, non li avvicinerete.

Come sempre nella vita: meno nei romanzi, da qualche tempo.

Non posso dire una parola di più, o vi racconto la storia. Che è una storia importante, non disinvolta, non casuale, non dimenticabile. Non succede "che due si incontrano", o "che l'investigatore deve risolvere il mistero", quindi gli esempi qui riportati sono, per l'appunto, esempi.

Ma volevo spiegare perché smetterò di salutarvi, di frequentarvi, di leggere i siti letterari, di discutere con voi, di pensare a ciò che voi tralasciate di  approfondire, sempre, sempre, mai un aculeo, mai un abisso. Oh, lo so che li avete, gli aculei, gli abissi; ma li volete nascosti, come una lettera cambiata nel nome.

Mi avete già lasciata sola. Ciò di cui ho paura, ora, non dipende più da voi. Ma devo scrivere.

 

 

10 luglio, 2008. (checked) Una nuvola di polvere entra nella grotta.

E' il re barbaro. I pipistrellini nascondono gli occhiali da sole e chiudono in tutta fretta il lucernario da cui è filtrata la loro nuova abbronzatura. Un gioco di biglie, lasciato a metà, rimane intatto tra le stalagmiti, con le torri di sabbia e i tunnel decorati di conchiglie.

"Bentornato, re!" gridano i pipistrelli, sistemandosi in fila giù dai loro trespoli. "Com'è andata la missione?"

Il re annusa l'aria della grotta, respirando l'odore delle creme solari. "Bentrovati."

Non ha l'aria di un vittorioso, ma se è per questo non ha nemmeno l'aria di un perdente. Ha lo sguardo, il sorriso, l'espressione del volto, l'atteggiamento del corpo, la postura delle spalle e il movimento delle mani di uno che non racconterà niente, ma proprio niente, neppure quando avrà finito di spazzolarsi i vestiti scendendo i gradini della reggia, neppure quando avrà preso il reale bagno e si sarà sdraiato di traverso come una stola sui braccioli del reale trono. Bisognerà cavarglielo come al solito. E come al solito occorrerà un volontario.

"E quindi, re..." comincia sir Roland, estratto a sorte in una conta veloce, "l'impresa è compiuta."

"L'impresa è compiuta," ripete il re.

"Il vessillo barbaro sventola invitto?"

"Sventola invitto."

Tra i ninja in seconda fila, i meno informati cercano di aggiornarsi in fretta e sottovoce. "Doveva scalare una montagna?", "No, forse doveva vincere una guerra", "Ma non c'era nessuna guerra", "Zitti, sciocchi: era un'impresa della mente", "Come, un'impresa della mente", "E da quando in qua un'impresa della mente impolvera così?", "Allora forse era un'impresa del cuore", "Ma se l'imperatrice è in vacanza con il suo fidanzato!", "Ehi, allora forse un'impresa di pulizie... ah ah", "Spiritoso, abbiamo qui Groucho Marx", "Dev'essere nuovo, non sa che cosa rischia", "Ti pesa la testa? Vuoi sbarazzartene?", "Ehi, dico, la battuta è buona", "Il re meno, quindi stai zitto e fai quello che facciamo noi", "Comunque, dell'impresa non sapete un bel niente", "Magari il re ce la racconta", "Ecco, bravo, chiedi tu. Mandate avanti questo, questo qui col collo sottile", "Ma perché, nemmeno chiedere si può?", "Dipende, prima si tasta il terreno", "Per questo mandiamo avanti Roland", "Non era estratto a sorte?", "Non guarderei la misura delle pagliette, fossi in te", "Ehi Roland", "Non farai mica la spia, adesso", "Mmm, che c'è?", "No, tranquilli, non sono mica stupido. Ehi Roland", "Ma insomma, che c'è!", "Fatti dire qualcosa dell'impresa, ok?", "Siamo curiosi", "Io per me farei una scommessa", "Ci sto: cuore spezzato", "Ci sto anch'io: filosofia reale", "Ssst, voi là dietro. Adesso chiedo, ma state zitti!".

"Eh-hem, re," inizia Roland con il suo solito tono prudente, guardandosi intorno. "Re... Ma dov'è finito... Ah, re, non ti trovavo più."

"Qui, qui," il barbaro si è steso a terra tra le stalagmiti, su un fianco, la testa appoggiata a una mano, nell'altra mano una biglia. Una biglia metà bianca e metà blu, che il re continua a far girare tra le dita, pensieroso. Ma vagamente sorridente.

"Re, ecco, ehm. Della fulgida gloria..." inizia Roland. Il re volta la biglia. Non sembra attento. "Ehm, re. Della fulgida gloria di quale mirabile impresa ti sei... ehm... testé ricoperto?"

Il re stringe la biglia e la scuote. La sabbia dentro la pallina di plastica fa un rumore secco, leggero.

Il re sospira.

"Ahia," dice uno dei pipistrelli. "Mi sa che ho perso la scommessa."

Il re depone la biglia al centro della pista di sabbia, e con un tiro regolamentare - senza appoggiarsi, solo un dito, niente fuori sponda - riesce a imboccare il tunnel, la galleria, il vortice e la buca da mille punti. I pipistrellini stanno ancora ammirando a bocca aperta la traccia esile del miglior tiro del giorno, quando il re prende fiato e dice, tranquillo:

"E se io non ve lo dicessi?"

(segue)(commenti)

 

9 luglio, 2008. C'è una poesia di Emerson che dice: "i cuori sono polvere, gli amori dei cuori rimangono" (hearts are dust, hearts' loves remain - da cui evidentemente prende anche D. Thomas. Ciò che ci domandiamo è perché, se siamo capaci di amori così potenti, è dei cuori di polvere che ci innamoriamo, e non degli amori immortali.

8 luglio, 2008. Certe volte vi offro uno specchio, e voi nello specchio vedete me. C'è del grottesco in questo equivoco.

8 luglio, 2008. Li osservo, li leggo, li guardo. Poi leggo un capitolo qualsiasi del mio romanzo. No. Proprio non posso guastare loro la festa così tanto. Ripongo il testo che non sarà mai libro e torno a guardare su google earth le coste del centro del Peru, senza pensare a niente, migliaia di chilometri di deserto.

Comincia a somigliare a una scena di un film. Interno notte. Sentite musica messicana sullo sfondo, allegra, irrazionale, viene dalla strada, parapparappappà, stanza di albergo buia, le luci vengono da fuori, siamo forse al primo piano, camera avanti in soggettiva attraverso le poche cose della stanza, un letto grigio sulla destra, verso la finestra aperta, si vedono le tendine che svolazzano e gli infissi fatiscenti della finestra. Parapparappara, e voi continuate con il carrello e guardate giù, una stradina miserabile con qualche luce appesa e macchine di gente che deraglia di felicità per una qualche partita di calcio, o di qualsiasi altra cosa. Di lì, sembra che tutto possa cominciare o possa finire, Orson Welles farebbe un piano sequenza in alto, Huston una scena in basso, tra i locali aperti, i Coen scenderebbero con la camera dolly, Tarantino taglierebbe e andrebbe sul vostro primo piano, voi che fumate, vi si vede un occhio solo, l'altro è chiuso per il fumo che brucia. Si sentirebbe il crepitìo della sigaretta che divorate con il respiro, si capirebbe da lì che fumate perché avete sete e fame, e che avete una storia lunga da raccontare che a nessuno interessa, e che la camera sa. E davanti a voi, o dietro di voi nella stanza, o sotto di voi nella strada, ci sarebbe qualcosa di cui vi importa, un uomo, una donna, un tesoro, una vendetta, una missione da compiere. Ecco, qualcosa che non conoscete, perché voi conoscete solo voi stessi, e anche di quello fate volentieri a meno appena capita. Ma nella strada è tutto un mondo di linguaggi conosciuti, di codici di felicità o di tristezza in cui tutti si riconoscono e si scelgono, e ci hanno messo dentro anche voi, ma attenzione è per non scegliervi. Perché già vi sanno, loro. Pensano. Loro ormai sanno tutto quello che hanno bisogno di sapere. Siete l'omino nella stanza lassù, o un killer di Durango o un turista sfigato, dipende dalla faccia che avete, e siete l'unico sognatore rimasto vivo sulla terra, embè? Non sapete vivere, non vivrete a lungo, e non vi daranno niente che voi possiate amare. Loro non hanno notti, hanno scatole con dentro le notti. E voi... Sì, beh, più o meno tutte le storie cominciano così. Ma che le racconto a fare.

 

7 luglio, 2008. Sempre in risposta all'editor. La discussione si svolge - sostanzialmente mio malgrado - sul sito Satisfiction del critico Serino, dove io appaio come La Borghesia, e dove siete pregati di non pronunciare il mio nome. Adesso, se Azcoatl permette, torno a scrivere il nonweb.

Huatiapa

Il giovane autore imperiale Aconde, seduto sui gradini della piramide sacra, disegnava sulla roccia le prove per la grande iscrizione celebrativa. Il suo stile era forte e ispirato, la sua arte descriveva le manifestazioni degli dei come nessuno a Cuzco sapeva fare. Alle sue spalle, però, l’editore imperiale Azcoatl scuoteva la testa.

“Tutto bene, s’intende,” gli diceva, “però qui…”

“Eh?” Aconde piegò la testa e guardò l’editore imperiale di sotto in su.

“Qui, dove hai scritto “falco di Aya”. Aya è fuori moda. Nessuno va più ad Aya per la cerimonia del falco.”

“Ma il tesoro è là.”

“Potresti mettere “Nazca”. C’è un falco anche là, e di tesoro ce n’è più di uno. Tutti leggerebbero una storia ambientata a Nazca.”

“Ma Nazca non appartiene all’imperatore…”

“Per la miseria, hai ragione.Allora… Allora metti “Huatiapa”. Un imperatore che combatte con il falco d’oro lassù, sembra molto più coraggioso.”

“Ma Aya…”

“Lascia perdere Aya,” suggerì Azcoatl, “nemmeno suona bene. Rileggi un po’…”

“Nell’occhio del falco di Huatiapa,” rilesse Arno Tjol, spostando al sole la foto digitale dell’iscrizione, per leggere meglio, “vive l’uccello di sabbia con il suo uovo d’oro…”

Hakko Olsen gli lanciò un’occhiata, in bilico sulla cresta dell’Huatiapa, e diede un ultimo  colpo di piccone all’”occhio del falco” indicato dal frammento . Poche schegge schiarirono la pietra dura. “Queste sono rocce dioritiche, né sabbia, né niente,” disse, “ma sei sicuro di quel che c’è scritto?”

Nell’occhio del falco di Huatiapa,” annuì Arno, "è scritto così, Hakko, io non so che dirti.”

“Allora, o la sabbia è un simbolo,” si asciugò la fronte Hakko, “o c’è qualcosa che non capisco.” Posò la mano sudata sulla roccia, mentre con l’altra mano sistemava le corde nei chiodi per la discesa. Ma la mano sudata perse la presa, e Hakko precipitò. Arno non fece in tempo nemmeno a gridare. Duemilacinquecento metri più in basso, Hakko non poteva più sentirlo.

(di ib, apparso oggi sul sito Satisfiction come commento firmato La Borghesia)

 

7 luglio, 2008. Hai usato il tag sbagliato per venire sul sito. Tutto finito, di colpo. Non esisti più.

6 luglio, 2008. "The burning head", a nu, astonishing short story by ib. (re-checked)

- "The three old man shock'd in advance, ruled by glance, in opposite of faith, as a cheerful selfish wait, a middleclass pain with the whole set of dust and try, and remains, and a little even of a golder age..."

Lo interruppi e gli gridai: "La sua testa sta bruciando!".

Larghe volute di fumo si levavano dal cuoio capelluto del viaggiatore seduto accanto a me, e tra i capelli le lingue di fiamma viva apparivano qua e là, trasparenti com'è il fuoco di giorno. Io muovevo l'aria e il fumo con le mani, vicino a lui, mi alzavo, gridavo, cercavo intorno aiuto. Eppure il viaggiatore non si scompose, non si agitò: si limitò a guardarmi in silenzio con lo sguardo divertito di un estraneo, ruotando appena la testa fiammeggiante.

"You are on fire," provai, nel caso non avesse compreso la mia lingua, "your head is burning."

Seguitò a osservarmi immobile. Anche gli altri viaggiatori si erano voltati verso di me, e ora tutti mi guardavano con l'espressione priva di curiosità che hanno i quadri delle vecchie dinastie. Non aggiunsi altro, e quando la vibrazione della mia voce si fu spenta nell'aria, l'uomo riprese a parlare, daccapo, ai compagni di viaggio che lo ascoltavano sorridendo. Tornai a sedermi, che altro avrei dovuto fare? Dalla sua testa, le fiamme si sprigionarono più alte, e i capelli cominciarono a cadergli sulle spalle in filamenti luminosi di cenere. Poi la pelle del cranio prese ad annerirsi, il cranio si spaccò come il guscio di un uovo, e una sostanza simile al bianco dell'uovo cotto, gelatinosa e ribollente, cominciò a gonfiarsi tra i lembi spezzati dell'osso, e fu sul punto di tracimare, finché a un tratto non si afflosciò e cambiò colore, prima giallastra, poi nera, ritirandosi nell'incavo. La sostanza seguitò a bruciare senza fiamma, e ribollì e si consumò come caramello fino a scomparire del tutto nel cranio spaccato, di cui ora vedevo l'interno annerito e vuoto. Distolsi lo sguardo. Alcuni viaggiatori tenevano il loro sorriso di pinacoteca fisso su di me, e, non so perché, il loro mi sembrò un avvertimento. Finsi di osservare il paesaggio fuori dal finestrino, e a poco a poco gli sguardi si allontanarono, la minaccia si sciolse. Intanto, l'uomo non aveva smesso per un solo momento di chiacchierare con quel suo tono noioso, ritmico e ripetitivo.

- "The three old man shock'd in advance, ruled by glance, in opposite of faith, as a cheerful selfish wait, a middleclass pain with the whole set of dust and try, and remains, and a little even of a golder age..."

Molte altre teste stavano bruciando, intorno, altre portavano i segni anneriti di una combustione antica, e sul viso le prime tracce di un ulteriore incenerimento. Ugualmente, le conversazioni continuarono vivaci, e quando a mezzogiorno fu servito il pranzo, tutti mangiarono con appetito. Qualcuno lanciò un'occhiata al mio piatto pieno, qua e là vidi ancora qualche sguardo apprensivo e sgranato. Tuttavia finsi di pasticciare la pietanza con la forchetta, e questo di nuovo li distolse e li rasserenò tutti.

(n.d.a.: la frase in inglese, oltre che inventata, è del tutto insensata)

(i.b., pubblicato il 6 luglio 2008, dopo un attacco allergico...)

6 luglio, 2008. Sono sentimenti come gli attori nei film in bianco e nero: grandissimi, bellissimi, ma con quell'aura triste che il nitrato d'argento sprigiona intorno ai morti. Quelle facce alle quali sussurri, mentre ti accorgi che finisce il film: aspetta, non lasciarmi qui, senza i sogni io non ho più difesa.

Nel frattempo: una discussione sugli editor mi ha stancato. Le solite chiacchiere, e voi inediti siete falliti, invidiosi, e noi facciamo il nostro lavoro (dov'è che l'ho sentita, questa?), e io non ne posso più. Ma mi lasciare in pace a scrivere, o no? Secondo me, ve la butto lì così, gli editor sono postmoderni (...) e questo è un danno grave per gli scrittori. Gli editor appiattiscono, gli editor vi considerano bestioline, gli editor ritengono che non esista più la conoscenza - niente li stupisce, e se li stupisce va corretto - ma solo la pagina, gli editor gli editor gli editor. Come ci si difende? Intanto, che cosa significa "editor postmoderni"? Perché, invece, ho la nausea di questo argomento e vorrei non sentir più parlare di niente e di nessuno?

Dobbiamo affrontare il discorso, però, e lo faremo.

Ritorniamo a infischiarcene dell'opinione dello stalker, lo abbiamo lasciato solo per troppo tempo.

5 luglio, 2008. Dico a una tale con cui sto discutendo che depongo le armi perché siamo umani. Forse non capisce, forse si risente. Mi dice che certo, è umana, pensavo per caso che non avesse sentimenti? Ora, poiché non mi piace che non si capisca ciò che dico, torno nel regno in cui mi spiego meglio.

Fiaba.

Horg Jertje, visiting professor della sessione estiva, si schiarì la gola e riprese a parlare alla platea. Dal gruppo dei panda albini, in fondo alla sala, qualcuno urlò: ”Voce!”

Il professor Jertje sospirò, alzò la voce e ripetè l’ultima frase: “…Dunque non è neppure il sentimento – amore, odio, ecc. – a determinare la peculiarità della specie che stiamo studiando oggi. Tratti comuni…”

Bob Quaglia si sporse verso il vicino, un Serpente con gli occhiali che sembrava il tipo del secchione. “Non ho mica capito – gli chiese -, gli umani hanno o non hanno sentimenti?”

Il Serpente osservò Bob con sussiego:  “Certo che hanno sentimenti. Ma il professor Jertje sta dicendo che anche noi li abbiamo.”

“Ah. Quindi siamo umani?” Bob era confuso. Due ore di lezione senza nemmeno un sonnellino.

“No – sospirò il Serpente, alzando impercettibilmente gli occhiali al cielo – questo vuol dire che la peculiarità di specie, ciò che stiamo cercando, è un’altra. E adesso, lasciami ascoltare!”

La peculiarità degli umani, cogitò Bob. Ehi, non ci arrivava. Sfiorò gli occhiali del Serpente con un’aluccia.

“E l’ha già detto, qual è la peculiarità?” chiese.

“Lo sta spiegando adesso. Ssst!”

Bob alzò il capino. Dal palco veniva un parlottìo confuso.

“Ma adesso quando?” riprese a tormentare con l’aluccia il Serpente.

“Tra poco. Taci e ascolta.”

“Ho sonno.”

“Ssst.”

“Me lo spieghi se mi addormento?”

“SSST!”

“Ehi, ho solo chiesto…”

“Zitto…”

“…qual è la peculiarità degli…”

Il Serpente non gli lasciò finire la frase, e se lo mangiò. Poi disse: “Gli umani non si mangiano tra loro, stupido uccello.”

Nello stomaco del Serpente, Bob sentì benissimo.

 

 

 

3 luglio, 2008. Non è rilevante,

tuttavia

ultimamente non posso più sopportare la gente che legge libri

ma

poi si acciglia, "questo è meglio", "invece è meglio il mio",

e si accapiglia, "questo libro è una bibbia", "questo l'ha scritto un Uomo", "e questo è di una Donna", "il mio lo firma un Angelo", "e questo è di un demonio", "e codesto è Immortale", "e codesto, ardito, è Mortale", "direi che quello è morto", "e l'altro non è mai nato", "e tu sei un buffone!", "lo dici a me, settario!", "mi parla il marchettaro!", "mi ascolta l'invenduto!", "inedito esaurito!", "allegato tradotto!", "prefato!", "cartonato!",

potremmo continuare.

I libri non vivranno, e quei frammenti che ripescheranno dai sassi, "e del suo abito mostrava, tra i sedili, le piume", "sbadiglio profondo, come se la sua bocca", "forse? Gli rispose il sovrano: - E' vero", "nell'acqua, nella terra sotto l'acqua, Bob"...

saranno tutti letti come tesori strani. Vi direi di più ma non posso: scrivo.

 

 

 

Giampaolo, ti abbraccio. 1 luglio 2008.

Quando una madre muore, non c'è consolazione. Chi le è figlio sa, per una volta ancora, l'ultima, che in quel  momento lo rigenera . Non ci sarà  più altra conoscenza, e questa è la meraviglia.” (Giampaolo Spinato, "365M+1")

 

 

Il sito va in vacanza (cioè, io sto lavorando). Tra una settimana, più o meno, ritorniamo qui.

Undisturbed:

placid, settled, unruffed, untroubled, calm, unfretted, smooth, regular, even, uninterrupted.

(antonyms: troubled, disturbed, vexed)

Parleremo, invece che del "capolavoro sconosciuto", del "capolavoro indisturbato".

 

27 giugno, 2008. No.

Due ultime cose: Richard Ford oggi è a Milano per la Milanesiana: leggetelo (anzi, come direbbe Nabokov, rileggetelo). E. Ho perso molto tempo a rincorrere polvere, un miscuglio di oro e terra come nel finale straordinario del Tesoro della Sierra Madre, John Huston at his best; ma ora devo posarmi.

Però questa volta non mi rimangio l'amore.

26 giugno, 2008. Conosco solo gente che finge. Wafer di bluff.

Per quanto riguarda il romanzesco, la scrittura che riesce meno, la meno efficace, è quella che si fa forte di ciò che sa. La mia idiosincrasia nei confronti dei bravi stilisti nasce da qui. Invece "L'anelito tragico dell'autore", "Il conflitto della condizione umana", "l'umano nella dimensione dell'inumano" (ricordate Littell?), sgorgano da ciò che a noi stessi appare disturbante; si racconta sempre meglio ciò che costa raccontare. L'imbroglio, il difetto, la mostruosità, l'abnorme; soprattutto quando si vuole tracciare un'elegante riga diritta. Parlo di materiali, non di risultati. Ciò che è dritto è la pelle, la superficie di quel contorcimento che ci è necessario a vivere: pensate alle belle pance che vedete in spiaggia, lisce, piatte, contenenti ciascuna dagli undici ai tredici metri di intestini arrotolati chissà come. Se non sapete di quanta merda siamo fatti, non potete stupirvi di quanto carini possiamo essere: il sublime comincia all'inferno, come sapeva bene Dante.

Quanto a vergognarvene, non è letteratura.

26 giugno, 2008. Sesto episodio. Klaz.

Ehi, Mod.

Sì?

Luttuoso, cupo, scandalizzato dall'angolo del labbro che gli sfugge in una contrazione formale di saluto, nemmeno un sorriso, ModeRn alza la testa a poco a poco dall'altare della scrittura, e concede uno sguardo. Klaz sbuffa.

Forse sarebbe meglio se tu venissi di là a sentire.

Non è un buon momento.

Sbagli.

Non sai quello che abbiamo visto...

Non avete visto niente. Niente.

Ma io...

Un trucco. Non lo immaginavi?

Klaz conduce ModeRN nel corridoio, dove gli altri lo aspettano disposti come statue in un museo. Hard, con le braccia incrociate, che scuote la testa, lo sguardo vuoto di uno che sa che cosa fare appena gli dicono di farlo, l'utilità inane di una nota in appendice. Dogma, leggermente insaccata nelle spalle, con il maglione cedevole che le scende sui seni piccoli, a punta, e le dà l'aria berlinese, alternativa, nervosa e ostinata che lei perfeziona di tanto in tanto tirando le maniche fin sul dorso delle mani, senza quasi farci caso. E il "quasi" si sta erodendo. Best, appoggiata al muro, tutta presente, sorriso, grandi seni, sguardo, capelli, l'intero repertorio di una ragazza particolarmente bella, ma già affaticata dal misterioso sforzo di chi è amato o odiato e non riesce a galoppare alla velocità dei sentimenti che appartengono ai deformi, ai mostri, a ciò che lei non sa ancora di essere. Ichi, inquieto, che lo sta scoprendo in questi anni, ma sta andando troppo in fretta, come dita su un pianoforte che non ha ancora tutti i tasti, e che suonerà a vuoto, a lungo, nessun suono.

Lei è Olker, dice Klaz, e indica la lavandaia, che sorride e si inchina appena.

Ma sì, la lavandaia dell'hotel.

No. Olker. Del mondo reale.

ModeRN guarda la lavandaia, e, in fila, tutti gli altri. C'è chi sogghigna, come Best. Ma Best ha sempre un motivo per sogghignare, Best trama con Snow White, Best trama con Luchino, con Nick, con il cugino Cluster, ha l'abitudine al dietro le quinte, ed è certa di poter dire in qualsiasi occasione "io lo sapevo", ne è certa e finché ne sarà certa non c'è modo di farla smettere di sogghignare. C'è chi non lo sapeva, come Dogma. C'è chi ricambia lo sguardo di ModeRN, come Hard, che aspetta di raccogliere gli indizi prima di sollevarsi dal piè di pagina. C'è Ichi, che guarda il pavimento, muto nella scatola della comprensione di tutte le cose, in cui si sta calando, in cui si sta chiudendo ermeticamente, a chiave.

Che cosa vuol dire, del mondo reale?

La Olker si pizzica un braccio,

(segue?)

 

Il clown uscì sulla pista del circo senza il trucco di scena. Gli dispiaceva, disse, di essere impegnato in altre faccende. Si scusava anche di non poter far ridere, se non con una ridicolaggine del tutto involontaria, dovuta magari alla buffa piega del suo vestito da impiegato della Direzione, o al cappellino da addetto alla Biglietteria. Inutilmente spiegò d'essere uscito nel gran cerchio illuminato solo per avvisare il pubblico di pazientare - per quella sera, e forse per le sere successive, una o due, finché non si fosse trovata una soluzione per quel posto di bigliettaio o di impiegato; anzi gradivano forse un rimborso parziale del biglietto? Il pubblico lo accolse rumoreggiando e lo salutò fischiando e soffiando, una folla ostinata e selvaggia che aveva stabilito che lo spettacolo del clown, per quella sera, era quello; e che il numero non era ben riuscito. Il clown provò a spiegare di non esser nato con gli abiti da clown, e di aver piedi corti come quelli di tutti, guance rosee senza le lacrime disegnate e capelli pettinati con la scriminatura, come qualsiasi borghese. Tuttavia il pubblicò seguitò a fischiare finché il clown non fu allonanato dalla pista, e vennero fatte entrare le scimmie e le tigri.

25 giugno, 2008. E sì: siete i padroni del mondo, i più bravi e i più belli di tutti, potenti, poderosi. E fin dove si estende il vostro dominio? Laggiù, in fondo a voi stessi, dove non ci sono più io ma non ci siete quasi nemmeno più voi, se non per un filo, un filo sottile, attaccati al quale qualche volta siete arrivati tenendovi in bilico, laggiù in fondo, dove basta un dito per farvi cadere, che c'è? Le nuvole e gli alisei, e poi? Ancora un passettino, che cosa vedete? L'aria rarefatta dello spazio, un po' di buio, un po' di silenzio, corpi imprevedibili che sfrecciano forse troppo vicino, o forse troppo lontano, e poi? Attenti all'equilibrio, state cercando di afferrarli o di evitarli? E che cosa sono quelle, le stelle, l'amore, il nulla, è presente o è passato, è qualcosa che deve ancora venire o qualcosa che avete mancato? Era importante? Lo sarà? Lo saprete distinguere la prossima volta? Quale prossima volta? Lo riconoscerete? Sarà ancora così distante sulla terraferma? Avrà sapore? Per quanto? Varrà il salto? Varrà evitare il salto? Non lo sapete? Perché guardate me? Io non ci sono più.

E non ce l'ho con voi.

(ore dopo, avendo letto alcune delle solite sciocchezze su vari illustrissimi siti)

Non so, ma lo scrittore... che resti un selvaggio. Non un buon selvaggio, un selvaggio e basta. Che ci sia un certo rischio ad avvicinarsi. Non il rischio di essere accolti con salvagenti di teorizzazioni neorealistiche, cordialità da social network, pagine di Deleuze o Debord o altre valanghe di supponenza settaria. Il rischio di essere sbranati. Punto, chiunque accidenti voi siate. E lo firmo e controfirmo: ib.

E su questo non avrò mai altro da dire.

 

24 giugno, 2008.

Oh yet we trust that somehow good
Will be the final goal of ill,
To pangs of nature, sins of will,
Defects of doubt, and taints of blood;

That nothing walks with aimless feet;
That not one life shall be destroy'd,
Or cast as rubbish to the void,
When God hath made the pile complete;

That not a worm is cloven in vain;
That not a moth with vain desire
Is shrivell'd in a fruitless fire,
Or but subserves another's gain.

Behold, we know not anything;
I can but trust that good shall fall
At last--far off--at last, to all,
And every winter change to spring.

So runs my dream: but what am I?
An infant crying in the night:
An infant crying for the light:
And with no language but a cry.

(Tennyson, through Antonia S. Byatt)

 

24 giugno, 2008. Trama: un noto (?) collettivo letterario "copyleft" decide di antedatare la propria nascita ufficiale. Seguitando a far arretrare - di anni - la data effettiva grazie ai sempre disponibili compiacenti riscrittori di cronache, riesce a far credere di aver previsto lo shaolin, e poi che altro, ah sì, le due torri, lo sbarco in Normandia, la rivoluzione francese, la nascita di Gesù, la guerra di Troia e il Diluvio. Tutto sembra perfetto. Ma i ragazzi del collettivo hanno ancora un'ultima impresa da compiere, far credere di aver pronunciato per primi la Parola: è in quel momento che si trovano a dover fare i conti con un misterioso Signore, alquanto incavolato e molto, molto "copyright", che da visionari scambiano lucidamente per un autore avversario. Decisi a condurre la battaglia fino in fondo, fanno causa al Signore, chiamano otto scrittori (diciamo meglio: cinque più tre) e due critici a testimoniare, e vincono. Mentre i giovani collettivi scendono trionfalmente le scale del tribunale, il Signore decide di pagare la penale e di ritirare il proprio lavoro: il Cosmo. E così, invece dell'ultimo scalino, i ragazzi del collettivo trovano il Nulla, mancano l'appoggio e precipitano all'infinito, doppiando tra l'altro in velocità Rushdie e garantendogli (già che ci sono) di aver cominciato il volo molto prima. Durante la caduta, incontrano un misterioso personaggio che sarà il protagonista dei loro nuovi trenta romanzi a puntate, collettivi, su Internet, un tale che cade a testa in giù e di cui non riusciranno mai più, come la Rowling di Potter, a liberarsi.

Questo almeno è l'augurio.

23 giugno, 2008. What for?

A studying eve, a nightmare read, you'r searching for the things I feed, but i'm retiring here behind, and i don't show what's in my mind.

19 giugno, 2008. IV puntata.

Il comandante Yeg attraversò la spiaggia fino a una banchina d'attracco costruita con lamiere in acciaio. I legami atomici delle molecole di molibdeno vibravano qua e là sulle lamiere con una luce incerta. A guardare bene, gli stessi punti luminosi apparivano sulle paratie squadrate della gigantesca barca che caricava i soldati a plotoni, a reggimenti interi. Dovevano essere i punti di Vacuo.

"Attento a dove metti i piedi, Olog," gridò il comandante Yeg all'attendente, senza voltarsi, "i punti luminosi sono i più fragili. Questo," si fermò a osservare i lampi che attraversavano le colonne di fumo nel cielo, "vale per ogni cosa, tienilo a mente."

"Sissignore, grazie signore."

"Non avere il controllo sul proprio corpo è un inferno," seguitò il comandante, trovando un appoggio sulla murata di babordo, e facendo cenno a Ol di avvicinarsi, "doversi nutrire di continuo, avere bisogno del calore per riscaldarsi, dei sali per l'equilibrio molecolare. E lo stesso, scoprire sul proprio corpo i punti di Vacuo giorno dopo giorno."

Ol ascoltava immobile, fingendosi interessato. Tutti gli uomini di trent’anni che aveva incontrato spaventavano i più giovani parlando loro del Decadimento Magnetico, che portava alla lenta smaterializzazione. Gli uomini più delle donne. Sua madre non gli aveva mai parlato della smaterializzazione, Ol la vedeva mentre gli sorrideva e si voltava da un’altra parte, senza parlare mai d’altro che di questioni infantili. Il freddo della stagione, i merli che la conoscevano e l’aspettavano sotto l’albero davanti alla cucina. Mentre era in piedi davanti al Comandante Yeg, aspettando che l’infinito cordone di soldati riempisse il fondo della nave, Ol ebbe una di quelle strane illuminazioni che facevano brillare punti luminosi nel cielo (quello che lui chiamava Uno A Zero Per Me, e molti altri chiamavano Sintesi Ambientale), e che riguardava proprio sua madre. Non si era mai lasciata guardare a lungo in faccia. Non dopo i primi anni, quando per un certo periodo era stata solita leggergli qualche riga di una fiaba prima di spegnere la luce. Dopo quella breve parentesi, non si era mai lasciata guardare a lungo in faccia, e Ol non era certo di ricordarla. Non sapeva se, incontrandola un giorno di ritorno dalla guerra, l’avrebbe riconosciuta. Sua madre era stata malata, forse dopo il periodo delle fiabe, ed era arrivata molto vicino alla smaterializzazione, se non alla morte. Ne era uscita sorridente, come la conosceva lui, ma in qualche modo rarefatta. Rarefatta nei tratti del viso, rarefatta nel carattere, rarefatta nella presenza e nei pensieri: non parlava mai a lungo, non amava ascoltare a lungo, e preferiva stare in stanze diverse da quelle in cui si trovava il resto della famiglia.

Qualcosa nel passo monotono dei soldati lo distolse dai suoi pensieri, forse un cigolìo dei punti di Vacuo sulla lamiera, e Ol tornò a osservare i plotoni che scorrevano accanto a lui, un lungo serpente umano deglutito dall'acciaio nell'interno della nave. (segue?)(commenti)

 

 

17 giugno, 2008. Morto Rigoni Stern. Meglio non avere la certezza dell'Oltre, signori, poiché il Di Là comincia ad avere attrattive maggiori, di gran lunga maggiori, del Di Qua.

Dev'esser stato il primo problema che si sono posti. E noi che ci arriviamo solo adesso.

15 giugno, 2008. XII puntata.

“Vero che io non devo vedere i cadaveri?”

Lo scrittore G. sollevò la testa dalla cassetta del pronto soccorso in cui stava frugando, nel bagno, e guardò con l’occhio buono suo figlio.

“Che cosa? Certo che non devi,” rispose, stupefatto.

“Infatti.” Il bambino annuì come confermando a se stesso la bontà di una decisione già presa, e sparì in corridoio.

“Che cosa vuol dire che non devi vedere i cadaveri? Di quali cadaveri stai parlando? Federigo!” gli urlò dietro G. Poi, colto da un dubbio: “Non avrai guardato il telegiornale, vero?”

“No, no,” fu la risposta, lontanissima. G. si insospettì. Lasciò le scorte di pronto soccorso a impregnarsi di batteri sul ripiano del gabinetto, e corse a raggiungere Federigo in cameretta.

Il bambino stava giocando con le automobiline, sdraiato sul tappeto Multipouf Mio Minigioco (c’era scritto così, e guai a chiamarlo in un altro modo. “C’è scritto Multipouf Mio Minigioco! Tu mi prendi in giro!”).

“Che cos’è questa storia dei cadaveri?”

“Niente.”

Forse era solo ansia di padre, ma pareva proprio che il bambino evitasse il suo sguardo. Teneva gli occhi fissi sull’automobilina, con cui investiva insistentemente un peluche di tigre. Il peluche perdeva la coda e l’automobilina si accaniva su fiocchi bianchi dell’imbottitura.

“Smetti di scassare i giochi,” notò G., e poi, continuando, “dov’è che hai sentito questa brutta parola?”

“Oh,” alzò le spalle il bambino. A G. scese un brivido lungo la schiena. Si sentì improvvisamente infelice. Si sentì inutile. Se suo figlio alzava le spalle, qualche male era già stato fatto.

“Dove. L’hai. Sentita.”

 “A scuola.”

G. si passò una mano sulla fronte, dimenticandosi della benda e strappandosela via inavvertitamente.

“L’hanno detta le maestre?” già si figurava. Cambiare scuola. Denunciare il caso.

“L’abbiamo detta noi. Era la parola... mmm... approvriata.”

“Appropriata?”

“Molto appropiriata.”

Lo scrittore G. si accovacciò sul tappeto Multipouf Mio Minigioco (“Se una cosa si chiama così, perché le cambi nome? Non mi dire le bugie!”).

“Tu e i tuoi compagni avete parlato di cadaveri?”

“Sai che quando le macchine investono le persone, si sente un colpo fortissimo? Così abbiamo guardato e abbiamo visto i cadaveri della mamma di Pablo giù nella strada.”

G. stava cercando di risistemarsi la benda sull’occhio. Se la strappò di nuovo, invece, e osservò il figlio oltre il velo della congiuntivite.

“I cadaveri?”

“Della mamma di Pablo. E urlava moltissimo. Una macchina l’ha schiacciata contro le macchine parcheggiate fuori dalla scuola e la maestra ci ha detto di non andare più alla finestra a guardare. Poi è venuta la bidella e ha chiamato fuori la maestra e le ha detto che la direttrice diceva di chiudere le finestre e di cominciare a fare scuola che era tardi. Ma la maestra lo sapeva già. Poi è rientrata e abbiamo fatto le greche sui cartoncini per i biglietti di auguri, ma io pensavo ai cadaveri.”

G. era ammutolito. Quando si riprese, disse la cosa più stupida che gli venne in mente. “Non pensare più ai cadaveri. E poi cadaveri è plurale.” 

Il bambino alzò la testa dal tigrotto sbrindellato dall’automobilina. Il suo sguardo era stranamente vuoto, e distante, e cristallino, e le venuzze azzurre sotto gli occhi erano scure come non erano mai state. Battè appena le ciglia. “Lo so. Domani posso non andare a scuola?”

(segue?)(commenti)

 

11 giugno, 2008. III puntata.

G. ebbe come una visione pluviale di se stesso, fermo in mezzo alla strada, sotto la pioggia, con la portiera aperta, a un metro dall’incrocio e davanti a una scuola, a sua volta impedito nei movimenti dalla ragazza, dal bambino, e dallo zaino del bambino, e seguitò a contemplare se stesso in quella posa irresoluta, il traffico, la strada, il mondo esterno, per un tempo che gli sembrò eterno, finché una goccia di pioggia non gli entrò nell’angolo dell’occhio destro. Sentì un dolore leggero, e smise di osservarsi, battendo le palpebre e strofinandosi gli occhi. Fu un vero peccato che avesse smesso di guardarsi, in fondo.

Poiché fu l’ultima volta che si vide per quel che era.

“Sposta quindici milioni di unità dal Margine Sud alla Base Sei,” gridò il comandante Yeg nel microfono.

L’apparecchio gli restituì la voce del colonnello Pex in uno scricchiolìo subelettrico. “Comandante, siamo...”

Il resto della comunicazione si perse nel rumore di fondo.

“Vedi di ripristinare subito un ponte radio decente con tutti i punti Base,” il comandante restituì il microfono all’attendente, che lo riavvolse sulla bobina e si inchinò, “e appena funziona, rimettimi in contatto con questi imbecilli.”

L’attendente si inchinò nuovamente: “Signore, non...”

Il comandante Yeg si voltò. Sull’orizzonte notturno, tre delle Isole bruciavano in colonne di fuoco alte fino al cielo. “Non... Cosa.”

“Non è un ponte radio. Funzionano solo le emissioni beta. Signore.”

Il comandante guardò l’attendente, di cui non ricordava il nome, con un sorriso fulmineo. “Ah. Emissioni beta, eh?” Gli fece il verso.

L’attendente indietreggiò leggermente, sulla sabbia della riva. “S... sissign...”

“Ehi, voi,” lo interruppe il comandante Yeg, rivolgendosi a un gruppo di soldati che marciava accanto alla riva, non troppo distante dal posto di comando. “C’è qualcuno che sa far funzionare una radio beta, lì?”

Dalle colonne dei soldati gli risposero alcune voci. “Sissignore, comandante!”

Il comandante estrasse il disintegratore dal fodero di cuoio che portava allacciato intorno alla vita, sorrise all’attendente, gli puntò la canna del disintegratore alla testa, proprio nel centro della fronte, e lo salutò con quel sorriso. Poi riprese a gridare: “Bene, proprio ora mi serve un nuovo attendente, perché ne sono del tutto sprovvisto.” Disse, appoggiando leggermente il peso sul disintegratore.

L’attendente lo guardò.

Il comandante Yeg premette il grilletto e sentì la canna del disintegratore avanzare nella nuova sostanza in cui il cranio dell’attendente si stava trasformando istante per istante. Carne bruciata e fango incandescente, era probabile. Non gli riusciva mai di tenere gli occhi fissi sul disintegratore, durante lo sparo. Troppa luce.

“Ecco. Nuovo attendente, raccogli la bobina e mettimi in contatto con le Basi.”

I due soldati usciti di corsa dalla pattuglia rallentarono il passo, nella frazione di secondo in cui il corpo dell’attendente si scioglieva a terra. Uno dei due soldati, il più lontano, pensò bene di tornare indietro, si voltò e si infilò tra le file delle divise ruggine che marciavano verso il molo d’imbarco.

L’altro soldato, tremando, raccolse la bobina dalla fanghiglia in cui si stava rovesciando lentamente, e gridò “sissignore!” Cominciò ad armeggiare con gli interruttori dell’emettitore. Un ronzìo salì dalla bobina, promettente.

“Vorrei sapere il tuo nome,” disse il comandante Yeg. “E’ una cosa che mi commuove sempre.”

“Soldato Ol Opog, signore.”

“Olopog...”

“Ai suoi ordini, signore! Contatto beta con le Basi ripristinato, signore,” seguitò il soldato Ol, offrendo il microfono al generale. Era impallidito, però, e non per la scena cui aveva assistito, o perché il comandante aveva storpiato il suo nome. A quello era abituato. Invece, estraendo il microfono dall’alloggiamento, si era accorto che l’emettitore aveva una lieve ammaccatura, dovuta forse alla caduta, o all’onda d’urto del disintegratore.  C’era solo da sperare che reggesse la comunicazione con le Basi finché il comandante ne aveva bisogno.       

“Olopog. Della Nube delle Vocali, scommetto!” esclamò il comandante, tirando a sé il villo del microfono.

“Sissignore,” battè i tacchi Ol. 

“Ci sono stato, una vol... Colonnello Pex, ovviamente non dicevo a lei,” rise il comandante, parlando nel microfono. “Che ne è dei quindici milioni di unità che le ho detto di spostare? Uhm.”

Mentre il comandante ascoltava il resoconto, il soldato Ol osservò ancora, cercando di non farsi notare, l’ammaccatura nell’emettitore. Sarebbe bastato passare un dito nel cono di emissione, per raddrizzare la sottile lamiera al cromo del rivestimento. E, forse, per riuscire ad allungarsi la vita di qualche minuto, pensò Ol.

“La Base? Abbiamo Base Sei? Non sento più. Ehilà, abbiamo...” il comandante osservò il microfono con disappunto, e lo ripassò a Ol. “Abbiamo perso di nuovo la comunicazione. Ora, Olofol, fatti da parte e seguimi, ci imbarchiamo. Non credo che esista un idiota peggiore del colonnello Pex, così la Base Sei andiamo a vederla, direttamente. Hai già navigato, da quando siamo qui?”

“Nossignore, signore,” rispose Ol, spostandosi di lato e cominciando a riavvolgere il villo del microfono alla bobina. Cercando di non farsi notare, strofinò la lamiera dell’emettitore, e quella si raddrizzò con un rumore sommesso.

“Bene, nemmeno io. Spero che non sia troppo fastidioso. Le onde, intendo. Lo odio, questo maledetto pianeta,” disse il comandante Yag, e poi, abbassando lo sguardo sull’emettitore, con un sorriso, “ma non attaccarti troppo al tuo nuovo incarico, Opollov, o come ti chiami. Sarai comunque morto prima di stasera.” 

 (segue?)(commenti)

 

7 giugno, 2008. II puntata.

All’aria, G. riprese a ragionare. La realtà, la normalità, il banale attenersi del mondo alle regole elementari della gravità, avevano spesso questo effetto su di lui, e forse su chiunque. Ecco laggiù un vigile, in mezzo all’incrocio, che fermava il traffico per consentire a un gruppo di scolari di attraversare la strada. Ecco le decine di scarpe colorate che percorrevano le strisce pedonali con passi piccolissimi, due passi nel bianco e due passi nel nero, davanti al muso di un ingombrante furgone per le consegne pronto a ripartire. L’insieme concreto e mobile del mondo sembrava dire che c’era un altro lato della strada da raggiungere, e semplicemente vi si dirigeva, tra pericoli immensi e solo provvisoriamente inerti, altrettanto concreti e mobili delle speranze stesse, però, come avrebbe detto un bambino, più pesanti.

Così forse avrebbe dovuto fare lui stesso. Attraversare e basta. E non essere il protagonista del romanzo, verbo infinito e imperativo insieme, se quella era la sola soluzione che gli si prospettava per continuare a scrivere, per continuare a pubblicare e a pagare l’affitto. Ma sì. In fondo, era quanto avevano già fatto lo scrittore C., il collega S., il quasi cult L. e almeno un esordiente, l’aitante A. Ecco. Ecco che il pungiglione tornava a pungere. Il vigile abbassò la mano, i pedoni si fermarono, e il furgone delle consegne rombò avanti sulla strada, saturando di rumore la scena.

L’esordiente. Quello gli si torceva nelle budella.

Non essere il protagonista del romanzo poteva ben capitare, a un autore anziano, ben mimetizzato e ormai quasi sterile come lui, che aveva consegnato alla posterità tutto o quasi il consegnabile e ora chiedeva solo di sopravvivere nell’umile e onorata attività della riflessione. Ma che l’avesse fatto un esordiente, un ragazzo, gli sembrava il segno che il mondo stava per finire. Che l’apocalisse era vicina. L’apocalisse polverosa di una civiltà, non quella acquatica del pianeta; anzi, che la civiltà era già finita, e che lui, G., aveva generato figli per l’inferno. 

Da secoli, e fino a quell’ora di replicanti, gli esordienti avevano grattato come vermi ogni angolo di un romanzo per ficcarci dentro i propri vivi e i propri morti, a cominciare da se stessi. Agli esordienti in qualche modo era sempre toccato, più che agli scrittori esperti, il compito di rilanciare l’annuncio misterioso appeso tra i due capi della nascita e della morte: io sono qui. Era così che la parola fondamentale, esserci, s’era tramandata di generazione in generazione. Era solo in questo modo che l’arco sbalestrato delle civiltà aveva seguitato a tendersi, a stridere allungandosi di discendenza in discendenza, con quel guaire disperato che attirava l’attenzione dei filosofi e dei sapienti, con quello squittire di crine stirato fino all’inverosimile e vicino alla lacerazione. Io sono qui. Detto un’unica volta, da gente che non credeva di avere una seconda occasione per farlo, ai propri figli e ai propri padri, e mai più.

Invece, l’aitante A. aveva lavorato di pura mescita fredda, da pizzicagnolo della scrittura, da droghiere della frase di senso compiuto: aveva costruito uno schema di romanzo storico, l’aveva rimpinzato di pastrocchi sentimentali copiati da blog femminili su Internet, aveva messo il tutto in mano a un amico editor che gli doveva un favore qualsiasi, e aveva pubblicato il suo primo romanzo. E con questo bel debutto disinvolto, la voce dell’aitante A. si era creduta consegnata alla posterità, e quella voce non diceva né io né voi, ma proclamava una cosa ben più convincente, una cosa già così radicata nella natura del mondo, e così potente, e così devastante, che ci si domandava chi se non un demonio poteva sognarsi di evocarla e ribatterla a gran voce sulla terra: diceva Nulla.

Diceva: io non sono, ed era diverso dal dire “faccio fatica ad esserci, e forse sono Nulla”. Passava la mano senza stringerla. Lasciava cadere il trapezista.

Era già successo, in passato, e G. non diceva che non si potesse fare. Ma si domandava perché dovesse farlo anche lui, e farlo pena la morte.

“Cabròn!” sentì in quel momento, lì vicino, anzi molto più vicino di quanto si aspettasse dal mondo esterno. Si guardò intorno, e si accorse che due elementi nuovi si erano introdotti in sequenza nel suo meraviglioso mondo autoevidente e apodittico. L’uno, era la pioggia, sommessa e noiosa. L’altro, era una ragazza bruna, più bassa di lui, che era stata costretta ad accostarglisi nel riparo della portiera aperta e che gli sferzava addosso un altro fortunale sommesso, in espagnolo: teneva per mano un bambino e non riusciva a superare l’ansa della portiera, bloccata tra il flusso delle auto che il vigile non accennava a interrompere, e la macchina dello scrittore, dotata di optional ingombranti quali il bracciolo rinforzato e lo scrittore medesimo.

G. ebbe come una visione pluviale di se stesso, fermo in mezzo alla strada, sotto la pioggia, con la portiera aperta, a un metro dall’incrocio e davanti a una scuola, a sua volta impedito nei movimenti dalla ragazza, dal bambino, e dallo zaino del bambino, e

(segue?)(commenti)

 

5 giugno, 2008. Lo scrittore G. aspettò che il figlio chiudesse la portiera della macchina. Lì, come a Parigi in quel momento, come a Londra e a New York, forse non proprio in quel momento ma in una sequenza di momenti che poteva immaginare come precisazioni variopinte della medesima circostanza, uno scrittore accompagnava il figlio a scuola e poi restava per un istante fermo, a motore spento, il motore era quello della macchina, dietro il velo del vapore acqueo sui vetri, in una camera di incubazione che in giorni e giorni di macchine, di figli, di motori spenti e di incubazione, non aveva ancora distillato l'acerba goccia del suo pensiero. Quel mattino, salutato il figlio, osservato il mondo attraverso il vapore dei vetri, quadro mattutino di alacrità, decalcomania di gocce su metafore familiari, di nebbie, su cartelle e zaini, di donne, su bambine che attraversano, di semafori, su motori spenti, di foglie, su nomi, su voci, su tutto, mentre girava le chiavi per riavviare il motore, lo scrittore G. sentì qualcosa di magro, osseo, attraversargli il cospicuo panciotto. "Ah," disse, e respinse il pungiglione doloroso. Ma quello era forte, duro, e tornò a ficcarglisi dentro. "Ah, insomma," protestò a voce alta, e uscì in fretta dall'abitacolo. Un uomo non molto alto, con la testa che spuntava appena sopra il tetto della macchina, gli occhi all'apparenza buoni, le mani corte, i piedi distanti l'uno dall'altro. Non essere il protagonista del romanzo, pungeva il pungiglione. Cacciò immediatamente l'idea, la spintonò via, come si caccia una folla che vuole entrare in un cinema, brandendo le transenne, forzando con i gomiti, puntando il mento e premendo, premendo, finché qualcosa non cede. Ma l'idea vinse. Non essere il protagonista del romanzo. Appellarsi a Parigi in quel momento, o a Londra o a New York: che stavano facendo, loro? Paul Auster, Tom Wolfe. Fuori dalla macchina, a prendere fiato, come lui, a difendersi? Oppure già ripartiti, al primo semaforo, con il rumore della freccia e il trillo della prima chiamata del mattino, ancora salvi, ancora presenti e determinanti?

(segue)(commenti)(certo, la citazione sul blog LaBorghesia è Pynchon, perché?)(amo le parentesi)

 

4 giugno, 2008. Lo stalker ne ha fatta un'altra delle sue, e qui non si pubblica niente.

Poi ci ripensiamo, forse stava solo raccontando qualcosa. A volte non ti capisco, in senso latino.

3 giugno, 2008. Se questo mutasse minimamente il mio stato d'animo attuale, mi piacerebbe scrivervi qui una specie di Versione Snow White universale.

Fa' uno sforzo.

Ma no, che cazzo me ne frega.

E' una delle conversazioni che si ascoltano o in cui si è coinvolti più di frequente; poi gli sforzi si fanno, i compromessi si accettano; magari senza sobbarcarsi gli obblighi davvero indesiderati, ma rispettando il teatrale "a parte" delle nostre insofferenze. Il che è già un compromesso che ci fa sentire generosi.

Tienimela occupata fino a stasera.

Io? E che cosa vuoi che le dica?

C'è un numero fisso di persone che passa il tempo a cercare di coinvolgere altre persone in faccende vicine ma estranee. diciamo terze; le quali faccende, in una strategia umana, emotiva, spesso familiare o amicale o amorosa ma anche no, si suppone possano ottenere da questi interventi un qualche sblocco o stimolo o progresso o sollievo o quel che è.

Prova a parlargli.

Non ci penso nemmeno.

C'è un intreccio petulante di indaffarati, nelle piccole come nelle grandi questioni, e un blocco duro di irritati, distratti, impegnati, pigri, realistici, superficiali o tecnici, che per motivi coerenti alle rispettive categorie umane - non molto altro - non vedono la necessità di muovere un dito. Ma quando le giornate sono particolarmente faticose, tutta l'attività o l'inerzia umana nel suo enorme, planetario complesso, io me la sento ronzare qui, sotto la fronte, senza tregua. Nessun "a parte", tutto in proscenio.

Ti va di dargli un'occhiata?

Senti, non ne vale la pena.

E' molto probabile che questo accada quando sono stata per troppo tempo parte del primo gruppo. Oppure parte del secondo. O improvvisamente mi trovo a essere nel terzo, e sento tutto.

(Sto anche leggendo un grandissimo autore - vivente - che sembra aver deciso di affossarmi nel rumore di fondo: vi giuro che quando lo leggete sentite il baccano dei camion che passano sull'autostrada mentre il protagonista sta cercando di telefonare. Il nome ve lo dico il mese prossimo, è un'esperienza forse un po' troppo forte in questo periodo difficile)

 

2 giugno, 2008. "Seguiteranno a parlare, ancora a lungo? Attendiamo

la fine della conversazione. Oppure dovremmo interromperla? Mastichiamo. Mentre prendono fiato, bevono acqua, ci chiedono a che cosa stiamo pensando. Insolita domanda, ci coglie in regioni lontanissime dalla parola. Rispondiamo con un eccesso di sincerità: alla tomba di una bambina descritta in Catullo. Che ne è di quella bambina, morti i suoi dei, morte le sue larve? I commensali si rabbuiano, osservandoci di sbieco. Citeremmo, per cortesia, i versi del poeta? Non li ricordiamo. Sogghignano, seguitando a parlare, lievemente inclinati ora sul piano delle memorie poetiche, degli immortali, dei tramandati, degli eterni. Innalzano meravigliose elegie, cui l’aria risponde con i fremiti leggeri della sera, accarezzandoli di brividi. Noi ritorniamo a masticare. Al brindisi, la chiacchierata ha già ripreso il suo piglio più vivace, e gli oratori si guardano dal consentirci mai più un altro lugubre intervallo. Si tratta di aspettare educatamente il futuro, il silenzio incolore." (Maus Columbo, I Beneducati)

2 giugno, 2008. Il significato della frase "coccodrillo al contrario".

 

1 giugno, 2008. Siete bravi a pesare con il bilancino del cinismo i vostri amori, ma siete meno affilati con la scrittura. Tante storie per decidere se una cosa è buona o no... Eppure, per i romanzi vale la regola che vale anche per l'amore: pensatevi senza.

Ho letto un "coccodrillo al contrario" su Robbe-Grillet, e devo dire che concordo. Ma sì. Mah, magari un giorno vi spiego, non oggi.

30 maggio, 2008. Nuovo episodio di ModeRN. Noterete, non sono in fase spiccatamente narrativa. La realtà è che amo pochissimo parlare di me.

 

30 maggio, 2008. Il dolore fa pause dai confini accurati, come il torturatore. Mi rimproverano alcuni amici che io sono del tutto assente non solo dal sito ma anche dalle loro vite. Scusate. Davvero sta per arrivare ModeRN, in questa pausa.

27 maggio, 2008. L'aver fame vuol mangiare, non cucinare.

Ecco, vedete che torna la lucidità.

25 maggio, 2008. Lo so, c'è silenzio. Non ce la farei, altrimenti. Il pranzo domenicale, la pioggia. Hai visto quanto sono distante anche da me. O forse non l'hai notato.

25 maggio, 2008. Taxi.

 

24 maggio, 2008. "Was there ever a time you thought - I am doing this on purpose, I'm fucking up, and I don't know why?" (A.M. Homes, May We Be Forgiven)

23 maggio, 2008. Un giorno ritroveremo questa mappa di sangue, cominciata da piccoli con le bandiere. E i soli porti che non ci importeranno saranno quelli in cui non siamo scesi. Noi capiremo il mare, rimpiangeremo il mare. Semmai, vorremo essere stati il mare.

22 maggio, 2008. Silenzio.

21 maggio, 2008. Eppure la vedete da soli, la differenza tra chi è veritiero e chi non lo è. Se lo scrittore spinge in una direzione diversa da quella della verità, in nome di qualsiasi altra cosa, fosse pure la bellezza, la politica o il proprio personale tornaconto o gusto, il suo personaggio in genere preferisce tornare nell'ombra. L'esempio più semplice, per chi scrive, si trova sul classico foglio scritto a metà. Sollevi la penna ed è perché non sai più che cosa scrivere: hai detto quel che dovevi dire. Aggiungi una riga e stai mentendo: stai costruendo.

I romanzi cominciano ad irritare quando "devono" andare in una direzione. Figurarsi quando fin dall'inizio vengono da un simile proposito dirigistico. Questo non significa che gli scrittori siano inconsapevoli di quello che scrivono, o inizino sull'onda di pura ispirazione. Significa solo che quando crediamo di aver ragione, e vogliamo che il nostro personaggio entri da una certa porta, e lo obblighiamo a entrare, e lui tira per restare fuori, allora forse vinciamo noi, ma ciò che portiamo dentro non è quel personaggio. Anzi, il simulacro del personaggio si muoverà come vogliamo noi, ma, dispettoso qual è, lasciato solo non si muoverà più. L'autonomia del personaggio è indispensabile.

E' vero che alcune scelte dei personaggi sono inspiegabili. Inspiegabili, almeno, con la pazienza media che avete voi con la gente. Esempi facili si trovano nei romanzi ispirati a vicende reali. Hai voglia a ritenere irrazionale che un assassino sistemi il cuscino sotto la testa della sua vittima perché stia comoda. I due assassini di "A sangue freddo" di Capote, però, lo hanno fatto veramente, nella realtà. Lo scavo nel personaggio comincia, in una storia vera, dal fatto compiuto: ma anche in un romanzo deve cominciare dal fatto compiuto. Capote resta molto colpito dal fatto che gli assassini siano tanto premurosi nei confronti dell'intera famiglia che stanno sterminando, e questo lo spinge a cercare il significato di un elemento a tutta prima inspiegabile, la delicatezza di un killer. Per uno scrittore, si tratta di omettere o meno un elemento noto, ma bizzarro, incoerente (apparentemente), stupefacente, e ometterlo o perché non lo capisce o perché non lo giudica adatto. Capote decide altrimenti. Avvicinando i killer, conoscendoli, giunge a capire il movente del gesto del cuscino, l'omicidio in sé, il carattere dei due assassini, il senso della storia. Un altro autore avrebbe considerato folle il cuscino, folle e niente altro. Non si sarebbe occupato di capirlo. L'avrebbe, vi dirò, interpretato a proprio genio. Più o meno come un surplus di crudeltà. Sono quasi sicura. E non avremmo "A sangue freddo". Avremmo avuto probabilmente, e dico a occhio, qualcosa di pulp (Palahniuk, che io ed Ellis detestiamo?).

C'è anche la controprova possibile: cioè, vale anche il contrario. Se il killer mette il cuscino per far stare comoda la vittima, e il fatto viene semplicemente registrato, senza un'indagine sul carattere del killer, si può ottenere per esempio l'horror di Hellraiser. Cioè l'assassino schizzato, semplicemente mostro, che fa un po' quel che gli aggrada e di tanto in tanto, così, sistema cuscini intorno, oppure offre torte e pasticcini, o dispone carte da gioco intorno alle vittime, o roba del genere. Provate a figurarvi la scena. E i due della fattoria di Capote non erano questo genere di killer, e la verità si allontana, e semplicemente viene raccontata un'altra storia.

Un particolare da niente.

E poi c'è lo scrittore più furbo di tutti: quello che omette il particolare del cuscino. Perché quella roba lì lo disturba. Non si spiega. Poi anche a spiegarla non viene bene in pagina. E lui taglia. Invece di rompere i coglioni, farsi una nomea di cinico, accompagnare due assassini sulla forca, capirci qualcosa, taglia.

Già. Quindi non esistono scrittori degni di questo nome che non siano dei rompicoglioni. Che non amino capire tutto, ma proprio tutto, anche quello che farebbero bene a lasciar perdere, anche quello che in realtà non capiscono nel vero senso della parola, ma capiscono solo a modo loro.

Questa faccenda, del capire a modo nostro, è importante.

 

21 maggio, 2008. Francamente, no. Sono davanti all'orrore e alla morte. E non ho, proprio non ho, parole. E tutto sta qui, in persone che circondiamo con un braccio, grandi così, né più né meno. Qui, un metro e settanta per venti trenta centimetri, pochi chili di peso. Qui tutta la rabbia, tutto il male, tutto il bene, tutta la vita.

E voi dite che è Dio, a essere lontano?

20 maggio, 2008. Caro critico. Quelle di cui al 18 maggio scorso, ebbene, son questioni tra scrittore e scrittore. Tu critico non dovresti nemmeno occupartene. Sono fatti nostri. Faccio un esempio: chi apre il rubinetto per lavarsi le mani si occupa forse dell'antica querelle idraulica tra chi sostiene la stoppia naturale e chi preferisce il nastro sintetico per le guarnizioni e gli snodi dei tubi? Non credo. E allora di che t'impicci? Qui non parliamo di chi legge, solo di chi scrive. Ciao ciao.

(Ps: il critico l'ha presa male. Ritiene forse che chi scrive su un sito che si legge, debba per forza occuparsi di chi legge, solo perché se ne occupa lui. No, te lo contesto. Su "La rivista del giardiniere" ci si occupa di questioni tra giardinieri: se tra i lettori c'è un allevatore, che cosa possono farci i giardinieri? Su "Il Monitore del Tappezziere" ci si occupa di questioni tra tappezzieri. Su "Sette moderniste" ci si occupa di questioni tra scrittori, meglio se modernisti, ma anche no. O "La Gazzetta del Fantino" deve rivolgersi ai venditori di mostacciuoli? O "Il Bollettino del Sommozzatore" deve rivolgersi ai Tecnici Aerospaziali? Appena sei poeta, scrittore, drammaturgo o -che altro, torni target di questo blog. Che poi nemmeno è una testata giornalistica)

19 maggio, 2008. Ehi, tu. Ma che ti importa di venir qui a prendere in giro me? Nemmeno mi conosci. Se mi conoscessi, scopriresti che c'è molto, molto, molto di più di quel che credi, per cui prendermi in giro.

Ma probabilmente, non capisci questo pensiero sottile.

E poi non l'ha detto nessuno di importante. Non lo citano nei salotti. Non lo scrivono nei risvolti di copertina dei romanzi giusti. Non lo conservano appeso alle pareti. Non ne fanno mostre. Epistolari che ne parlino, non ce n'è. Non ci sono bicchieri giusti per servirlo. Non ci sono posate giuste per mangiarlo. Camini adatti per bruciarlo. Letti di seta per dormirlo.

E non passa dai buchi grossi dei tuoi occhi.

 

18 maggio, 2008. A proposito di distanze brevi ma irriducibili. Il motivo per cui non c'è tanta grande letteratura al mondo, è che tutti quanti gli scrittori vogliono imporre ai loro personaggi una parvenza. La vittoria del perdente, la vittoria del vincente, il fallito perfettamente riuscito, il cattivo coerente, il buono con quel solo cedimento. Me lo diceva il noto scrittore amico: ma che t'imponi e t'imponi.

I personaggi sono vittime della stessa crisi di nascondimento dei loro autori. Guai a mostrare la debolezza, la debolezza vera, che è magari la mancanza di debolezze. Supponiamo: un autore famoso, che finalmente si trova proiettato nel gotha, e non riesce ad ammettere che ciò lo cambia, e che nell'intimo gode, punendosi magari con qualche ansietà in più, e che qualcosa in lui prova piacere nel pavoneggiarsi. Oppure un autore che nonostante i meriti si vede sopravanzare da uno alla moda: guai ad ammettere il bruciore, l'odio, le maledizioni borbottate, il capannello di esclusi in cui far ribollire la pentola delle cattiverie. Macché: l'autore famoso finge stupore e modestia perfino con se stesso, e l'autore messo a margine non s'infuria, ma si sposta di lato capovolgendo la passione d'odio che prova in un processo razionale (generalmente un saggio). Tutti terrorizzati da parole come Meschinità, Doppiezza, perfino incapaci ormai di distinguere tra Invidia e Gelosia, spaventatissimi davanti ai Momenti di Cattiveria, vergognosi dell'Impotenza, atterriti dalle giornate di Povertà di Spirito. Invece siamo esseri umani grazie a questo. Se Kafka fosse stato simile a costoro, non avrebbe trasformato il suo personaggio in uno scarafaggio, ma in un qualche altro comodo e meno repellente insetto, magari una farfalla o un ragno. Credono tutti che la grandezza di Fra' Cristoforo venga dalla sua fede, e Manzoni ci avverte: viene dal suo errore, il duello con chi non gli cede il passo. E lo stesso Manzoni, che razza di musone e rompiscatole era! In Baudelaire, la consapevolezza delle proprie viscosità, del grande e del piccolo, l'onestà dello sguardo per se stesso, e non solo la capacità del buio o della luce, creano la grande poesia. Dedalus è geloso, mentre Bloom a modo suo sa perfino essere serio. Mrs. Dallaway è vaniloquente. Amleto è un ragazzino. Ci sono piccoli margini di errore incontrollati in ciascuno, che vanno al di là del ritratto quadrato che se ne vorrebbe fare. Piotr si innamora di tutto il femminile possibile, prima di innamorarsi di Natascha. C'è un punto in cui DeLillo si controlla in "L'uomo che cade", e mi sono seccata: è un bel libro, cavolo, ma tutti, tutti, quando l'avete letto, per un attimo avete pensato: che accidenti, Keith nella torre sta abbandonando il suo amico, ferito ma vivo, prima che crolli tutto. Ma DeLillo ha bisogno di esitare, fermarsi, spiegare bene che no, Keith è bloccato e crolla un altro muro che uccide l'amico. E' vero che in questo modo salva la tempra morale di Keith, eroe. E' vero che le due torri sono un totem troppo onusto di significati simbolici per caricarle di altri pesi, ed è vero che quella città è stata eroica nella realtà e molti dei soccorritori sono morti là sotto (è vero anche che l'amico a traino era un peso anche per il romanzo, giunto al suo transmoderno finale al singolare - che dite, siamo transmoderni?). Ma in quel preciso istante DeLillo uccide tutti coloro che una volta, anche una sola volta, davanti al pericolo sono scappati. O hanno pensato di farlo.

Li ha privati della compagnia di un simile, li ha resi ancora più soli e vergognosi, né buoni né cattivi, solo abbandonati e non raccontati: li ha eliminati dalla storia del mondo. E invece ci sono, ci saranno, e potremmo essere noi, davanti al calice amaro che chiederemo di allontanare. Caro DeLillo, i deboli accanto ai quali noi dobbiamo stare, sono questi. Che corrono e si nascondono il più lontano possibile, celando tra i sassi il loro delitto, magari piccolo, magari grande. Rileggi la Bibbia, rifletti sull'onestà di Dio creatore davanti a Caino.

 

18 maggio, 2008. Non tanto, ma quel poco che manca dalla seggiovia agli alberi, mi manchi.

 

 

16 maggio, 2008. Chissà se questo racconto è abbastanza diseducativo, per voi.

“Che lezioni hai stamattina?”

“Due ore di Ansietà, una di Frustrazione Comparata, poi ho Assurdità, Catastrofe e Invidia Sociale.”

Beoth e Stronsh fecero penzolare le gambe giù dal muretto. Stronsh osservò le scarpe da un milione di dollari di Beoth, e le confrontò con le proprie, che erano costate molto di più, circa trecento euro. Cavolo, il suo amico sì che era a posto con Invidia Sociale, non c’era da credere quanto era bravo.

“E tu, che materie hai?”

“Divagazione con il tema di Divagazione Disturbata, poi anch’io Invidia Sociale, due ore di Relazioni Distruttive e il maledetto compito in classe di Ansietà.”

“Ti preoccupa?”
”No: visto che non ho studiato. Non so neanche da che parte si comincia a preoccuparsi. Non capisco i meccanismi della preoccupazione inconsapevole, come diavolo funziona non lo so, non so i passaggi dai sudori freddi al sospetto infarto. Ma non me ne frega niente.”

“Sicuro? Non senti nemmeno un po’ di angoscia? Un po’ di tremarella?”

“Non ho proprio aperto il libro.”

Beoth cercò di cambiare discorso: “Io penso che farò una tesina per quella gran troia di Relazioni Distruttive.”

Stronsh alzò la testa stupito. Ormai Beoth si librava sopra tutti loro con quel qualcosa che – Stronsh ne era certo – non poteva definirsi che genio. Un giorno li avrebbe lasciati indietro, si sarebbe iscritto a una facoltà di Invidia Sociale e Relazioni Distruttive e sarebbe diventato un Nessuno Grandissimo, nella vita.

“Caspita, vai forte,” dovette ammettere.

“Quella puttana.”

“Eccezionale, non so come fai,” lo ammirava sinceramente. “Sembri un anno avanti. Anche due. Ti odio per questo, davvero.”

Beoth gli sorrise. “Ehi, te la stai cavando anche tu.”

Stronsh chinò il capo e riprese a far dondolare le gambe giù dal muretto. “No, faccio solo finta: in realtà non me ne frega proprio niente. E se appena appena m’incazzo, mi dimentico subito tutto. Mia madre dice che ho il brodo allungato, in testa.”

“Ho sentito che all’artistico,” provò a commentare Beoth, per incoraggiare l’amico, “c’è anche Autocommiserazione. Secondo me sei portato. Potresti provare lì. Chiedere ai tuoi di farti cambiare scuola.”

“Non posso. Cioè,” sospirò Stronsh, “mio padre mi ucciderebbe. Sono qualcosa come tremila generazioni che in famiglia tutti fanno il classico. Arrivo io e chiedo di fare l’artistico, e sono fottuto. E d’altronde, mi segano, quest’anno, poco ma sicuro. Quello di Frustrazione mi ha detto che se non ho la sufficienza con lui, non c’è niente da fare. Figurati i miei. Al collegio, mi mandano, altro che all’artistico. ”

Beoth si grattò il mento. “Sai che cosa facciamo? Mi aiuti con la tesina di Relazioni Distruttive, ti va?”

“Questo te lo insegnano a Carità Pelosa?”
”Cavolo, dai,” Beoth battè una mano sulla coscia, come se avesse ricevuto un’illuminazione, “ho bisogno di uno che mi fotografi intanto che me la prendo con il piccoletto della classe. E’ il lavoro per te.”

“Non so se sono in grado.”

“Sì. E poi hai l’orologio videocamera. Che non ti meriti, detto tra noi.”

Stronsh osservò l’amico: laurea con lode in Invidia, se lo sentiva. “D’accordo. Ma verrà mosso e ti farà schifo. Mi agita un casino, questa cosa. Non sarò all’altezza.”

Beoth sollevò la testa. “Ehi, ehi, Vorrei che ti sentisse, quel pezzo di merda di Ansietà: questo è puro attacco di panico, distimia e regressione infantile. Cavolo, lo vedi che le cose le sai?”

“Dici? Io faccio una confusione.”

In quella, suonò la campanella dell’inizio delle lezioni. I più bravi di ciascuna classe si precipitarono nell’edificio scolastico spintonando gli altri, buttandoli a terra e camminandoci sopra. I professori di Relazioni Distruttive e Invidia se li guardavano sfilare davanti e si scambiavano un sorrisetto di soddisfazione. Beoth si buttò a terra davanti a Stronsh, come se l’amico lo avesse fatto inciampare. Il prof di Relazioni Distruttive vide la scena, ed elargì un sorriso anche al povero Stronsh.

“Porca miseria,” gridò Beoth, strizzando l’occhio al compagno, e poi, continuando, a beneficio dei professori, “tu dovresti davvero aiutarmi con la tesina. Vai forte. Si intitola Sopraffazione e Crudeltà. Ehi, prof, la possiamo fare in due, vero?”

I professori sorrisero di nuovo, e naturalmente annuirono.

(di Ida Bozzi, pubblicato il 16 maggio, 2008. Commenti, qui)

 

15 maggio, 2008. Lunga tirata filosofica .

"Pom po-ro pom! Udite udite. Su questo sito, per la vera verità, non si dovrebbe più parlare di loro. L'oggetto dovrebbe essere invece, per dire, l'aspetto del reale-ale-ale."

Intermezzo di pensiero profondo.

"Pe-pe-re-pé. L'umanità ha da gran tempo intrapreso la via della rappresentazione del mondo. Così oggi noi fotografiamo e filmiamo ciò che un tempo potevamo solo pensare e ricordare."

Ripresa.

"Quindi, ciò che è davvero importante, qui, è di nuovo e soltanto..."

Claque altrui.

"Ma l'oggetto si evolve. Omioddioquestapoi. Noi rappresentiamo il sociale, il politico. E' nella preistoria che rappresentavano lo gnu-u-u."

Ri-ripresa (guardandosi intorno con perplessità).

"...riportare ciò che si vede, nel modo in cui lo si vede, dove altrimenti non lo si vedrebbe."

Claque altrui.

"Ah, ah, ah, ah. E' come dire che dovremmo tornare ai graffiti. Altamira! La familiarità con le grotte! Omioddio questo è il fuoco e brucia! Ah, ah, ah. Fantastici certe volte gli scrittori da Internet."

Ripresa e finale.

"Beh, voi fate quel che volete. Avevo una mezza idea di chiamare voi, scrittori virtuali."

Claque altrui.

"Ah, ah, ah, bella questa! Su su, disegna lo gnu! Ah, ah, ah."

(continua all'infinito)

 

 

15 maggio 2008. Dove dovrei essere, forse. Perché una certa inclinazione, il modo di raccontare le storie, perfino (parlando di mito) le storie che uno vorrebbe raccontare, e la capacità iconica, nonché la sovrumana indifferenza all'opinione altrui pur nel mezzo della temperie, di quella roba lì, certe volte me lo fanno pensare.

Ah, sì, dopo due esempi contemporanei cito nell'ordine Welles, Chaplin e Kubrick. Senza altra spiegazione, so semplicemente tutto quello che concerne i tre, e credo che i loro film, che conosco a memoria circa fotogramma per fotogramma, influenzino la mia scrittura ben più di qualunque altro elemento. Mi spiace per i puristi, ma mi fa piacere per me.

Ho come voglia di staccarmi da certo mondo.

 

15 maggio, 2008. Intervista impossibile.

D.: Di che cosa parla il tuo nuovo romanzo?

R.: Del corpo.

D.: Quindi sesso, erotismo, amore.

R.: No.

D.: Allora fitness. Oppure genetica. Salute. Bioetica. Biologia.

R.: No.

D.: Alieni? Autopsie? Autopsie di alieni?

R.: No. Vai in ordine alfabetico?

D.: Mmm... Carne? Cannibalismo? Serial killer? Estetisti?

R.: No.

D.: Massaggi. Dai, ti prego. Parrucchieri. Design.

R.: No. Non ci prendi mai.

D.: Spiriti. Buddismo. Chakra. Mmm... Religione cherokee.

R.: Ma nemmeno per idea.

D.: Quindi, parla solo del corpo.

R.: Sì.

D.: Cioè? Le parti del corpo? Le mani, le natiche, l'ombelico?

R.: No.

D.: Costole? C'entra la Bibbia?

R.: No.

D.: Il viaggio miniaturizzato nel corpo? La vecchiaia? La storia?

R.: No.

D.: I vivi e i morti? Ubik? O "Screamers"? O "Six feet under"?

R.: Stai scivolando. E: no.

D.: Ma. Insomma. Io non vedo altri modi in cui si possa parlare del corpo. Il cibo, la bulimia?

R.: No. Altre domande?

 

Tutti siamo stati vipere, e conosco chi una volta si vantava di parentele con serpenti originari. Andiamo avanti.

 

Devo ripulire il cervello da non so più quanti romanzi altrui, articoli miei, comunicati in mezzo, in questa specie di malattia degenerativa quotidiana che è chiudere la giornata. Dimenticare tutto, nella speranza - tutti i giorni più incredibile - che spazzando le chiacchiere secche il mosaico, là sotto, riprenda a luccicare. Macché. Un autunno senza limite di foglie.

14 maggio, 2008. No, non andrò stasera a Officina Italia, ma consiglio a tutti di andarci e di ascoltare le letture che iniziano alle 21 alla Palazzina Liberty (Milano). Io sono stanca e ho bisogno di riposarmi un po'.

Poi, parlando d'altro: la gente è strana. La gente è strana, quindi se penso al romanzo che sto scrivendo in questo periodo - una storia, più che un romanzo, ma niente di storico, garantisco - mi rendo conto che si dirà che è roba da matti. Poiché in effetti, se quella che vedo intorno è la normalità, il romanzo è decisamente insolito. Ho sperimentato da tempo che non è solo questione di verità, di sincerità della scrittura; si tratta proprio di aprire gli occhi e guardare. E se un romanzo è folle, ed è un romanzo come si deve - e stranamente lo è - significa che ha visto qualcosa di folle. Il problema è che quel quid si coglie nell'istante in cui lo si vede scritto, mentre non se ne è consapevoli mentre ci si vive in mezzo.

E non sto parlando dell'altalenarsi dei sentimenti: i sentimenti sono normalmente altalenanti, moriremmo se non lo fossero, se non lo fossero non riusciremmo più a passare sotto gli archi di questo cammino irregolare, che ci richiede amore, odio, risentimento, amicizia, passione, gelo e dolcezza, senza che in realtà vi siano gran contraddizioni. No. Sto parlando di ciò che siamo, dalle origini, dalle radici, dall'inizio. Beh. Prometto di spiegarmi meglio più tardi, ma ora devo lavorare.

Comunque. Divertitevi stasera a Officina, e salutate tutti per me.

12 maggio, 2008. Proprio non mi va di parlare. Se mi andasse, vi parlerei della frutta che sa di foglie, delle palline di mercurio dei termometri, del gatto che segue l'ombra delle volute di fumo sul muro. Ho voglia solo di acqua fredda e di togliermi gli occhiali.

11 maggio, 2008. Così tutto sommato io non sento di appartenere a quella comunità.

Di coloro che si conoscono e che conoscono.

Oggi guardavo per la strada, e tutto luccicava talmente, al sole, che io pensavo: magari trovo una moneta. Si verificano a volte queste associazioni di idee, non più intelligenti di così, semplici associazioni. Una moneta per strada: e che cos'è, è nulla, è una moneta per strada. Posso immaginare che se guarderò a lungo, la troverò. Posso prevedere che se continuerò a distrarmi per guardare l'elicottero che vola verso lo stadio, non la troverò. Ma ciò che può succedere è anche il contrario: che per quanto io cerchi, non esista alcuna moneta da trovare, oggi, perché nessuno l'ha persa o perché è rotolata distante; e insieme che, sebbene io sia un campione di distrazione, possa accadere che io trovi la moneta lì, appena abbasso gli occhi.

Oppure essere con gli stivali in un fiume. Ci sarà l'oro, non ci sarà. E se alla fine di tutto questo carbonio si troverà la pietra filosofale. E se invece è sulla sesta luna di Giove. O guardare i miei genitori, che mi hanno insegnato il mio nome, e vederli più spaventati di me davanti a un universo che ogni giorno per loro si fa più immenso, buio e vicino, attaccato al piatto del risotto.

No, io non appartengo a quella comunità di sapienti.

11 maggio, 2008. L'anonimato è quella cosa che non possiamo mantenere con noi stessi, pur provandoci disperatamente - dolorosamente o goliardicamente - in ogni singolo aspetto della vita. Certo, il tentativo è ostinato, l'illusione è fruttuosa, l'effetto è spesso grandioso.

Da tutto questo discende il contrario di ciò che pensate, tuttavia non ve lo illustro oggi. Ho da scrivere, ciao.

10 maggio, 2008. Un amore lo avrei dimenticato. Gettato nella grandezza, dove si sublima la dissoluzione della nostra stessa civiltà, dove stanno le domande su quel che accade quando tutto finisce, e le risposte escono come un amo ripescato da un fiume di lava.

Ma questo.

7 maggio, 2008. (se dovessero esserci commenti, mi spaventerei; e, cari, non appaiono le vostre googlades su La Borghesia, quindi non sprecate altre ricerche. Commentate, o no, e basta) Per vari motivi, soprattutto personali, ritorno a essere una scrittrice di angoscia da distruzione. Esiste, non esiste, me ne infischio.

7 maggio, 2008. (i commenti, altrove) Lo stalker, che talvolta ma non spesso sembra deporre le armi, mi rammenta una cosa che ho letto. "Porcile". Io rilancio: "Petrolio". Petrolio. Stiamo parlando però di inquietudine dello scrittore, non solo del borghese, e il nostro stalker si attiva massiccio per farmi sentire in una buona compagnia, fin troppo buona. In effetti il Pasolini che preferisco è quello di Petrolio, delle poesie, anche del teatro. Oggi accenniamo comunque a due argomenti.

Uno. Avete mai fatto un viaggio di quattordici ore per muovervi da un posto all'altro da soli, cambiando quattro, forse cinque mezzi, treni, auto, pullman, con un panorama così brutto fuori da farvi chiudere gli occhi, meglio dentro, anche se il tempo sta divorando il vostro essere carini? E in quel viaggio la sola cosa che potete fare è leggere un libro? Petrolio? Io sì. Porcile? I porci si sono mangiati me. Ho bisogno di aria, non di citazioni.

Due. Ho un crescente tremito alla portio creativa da quando, giorni fa, ho cominciato a veder discutere qua e là la questione della New Italian Epic. I nostri amici postmoderni, che passata la curva sulla giostra sono diventati epici italiani, possono continuare a correre sulle loro macchinine. E' una perfetta simbiosi tra le richieste editoriali e l'ispirazione, davanti alla quale non possiamo che ammutolire ammirati. Ora che il giallo non va più (il pulp è sconsigliato, il caos pynchoniano ha stancato, ma posso fare un solo esempio per volta) io posso finalmente tirare il fiato e ricominciare a leggere gialli, chissà, me ne presentassero uno senza trama gialla (mi dà l'itterizia, l'ho detto). Attenzione, perché appena girerà il vento e noi sul molo vedremo la bandierina garrire nella direzione oppostaaaooo-hop! ecco che si radunerà qualche altro nembo all'orizzonte. Attenzione, perché questi bestselleristi invocano addirittura l'ultima dea: l'intima nicchia del lettore attento - ho letto così da qualche parte - stanco di storie di provincia e di non ricordo cos'altro. L'intima nicchia? Allora, gioielli della mamma: cullate le vostre intime nicchie (dieci, cinquanta, ottantamila, xcentomila copie non sono intime nicchie) finché vi pare, io non mi sogno di discutere di quel che volete fare nella vita: ma permettetemi di non ascoltare il vostro diktat. La vostra ennesima teorizzazione, che gli editori ormai completamente smarriti seguiranno come seguono le tendenze di lettura Usa o i dibattiti su Bin Laden, se vi fa comodo, è più che legittima. In genere succede che arriva un romanzo ambientato in provincia, tra amori sballati, piccolo borghesi, preoccupati solo delle loro poche cose, ombelicale quant'altri mai (ciò che nel vostro manifesto condannate), che vi fa sgranare gli occhi e riempire i siti di lunghissime spiegazioni letterarie ed erudite, ed entusiaste. Succede sempre. E in genere non è un romanzo italiano. Magari arriverà un nuovo Houellebecq, tanto per dirne uno al quale avete riservato questo sgranare d'occhi. Il marziano. E non è un romanzo italiano perché nel frattempo gli editori hanno dato retta a voi, pubblicando l'epica di Varigotti o l'odissea sul Gran Sasso (che, per l'amor di dio, ben vengano); ma coi nomi inglesi.

Capisci, stalker, che razza di pressione?

 

6 maggio, 2008. (i commenti, qui) Errore, errore, errore. Lasciarsi trascinare nei territori altrui, per inseguire l'illusione di una vicinanza che invece non c'è, è stata simulata, o è stata fraintesa. Quello che vi mostro invece è un territorio di cui non parlano se non marginalmente né in "On writing" di King, né nei testi in cui Stevenson bontà sua fornisce indicazioni sulla scrittura, né nella "Contro Sainte-Beuve", né nelle "Lettere a un giovane poeta" di Rilke, né nella "Letteratura come menzogna" di Manganelli, né Bachtin né Genette, né voi. Precisazione per lo stalker: non sto parlando nemmeno del maledetto flusso di coscienza modernista. Tu stai sempre in aree esterne - come è giusto che sia, visto il tuo lavoro - alla formazione della visione. In aree che concernono la-parola-una-volta-scritta: esiste tutta una fisiologia della parola scritta che non prendi in considerazione. Non è un terreno sul quale puoi uscirtene con citazioni, poiché è un terreno tematizzato ma non artistico: tu mi citi la Woolf, io ti dico che la Woolf, Joyce (e so anche che ti riferisci alla passeggiata sulle conchiglie), ma addirittura Henry James per la rete della coscienza e perfino Proust, sono, "avvengono", nella parte intradiegetica della scrittura, dove già è accertato che si può scrivere ciò di cui, infatti, si scrive. Qui siamo in campo extradiegetico, per la miseria, ma in che lingua lo devo dire? Qui siamo più vicini alla neurologia, allo studio degli impulsi neurologici che dal gesto esplicativo compiuto con una mano partono per stimolare aree del cervello inerenti la memoria, la comprensione e il linguaggio, che probabilmente in quella fase sono ancora tutt'uno. Uffa! (L'unica è fare un esempio artistico, lo so. Lo so!) Questo posto, il blog, finto, con sopra scritto "mitoblogia", è un posto altro. O devo chiamarlo mitopoietika, per chiarire? Diverso. Non c'entra qui la letteratura e non c'entra qui la critica.

Non è qui la rivista letteraria in cui si parla di libri, non è qui il collettivo di narratori in cui si presentano testi che sono piaciuti e di cui si discute. Questo è un posto che vi guarda con gli occhi del pesce che cammina sulla Terra quindici milioni di anni fa.

Il grande architetto del re barbaro potrebbe voltarsi all'improvviso e dire al re: "Re, se mi lasci fare, io ti mostrerò la prospettiva."

E il re barbaro potrebbe strizzare l'occhiolino a Roland il pipistrello, già ingelosito dalle soverchie attenzioni che il costruttore sta strappando al barbaro, e allargare le braccia come per dire: "Avanti, aspetto."

L'architetto proverebbe la resistenza del filo con un paio di strattoni, e procederebbe con la dimostrazione. "Ecco qui, re, la tua reggia. Il trono, trespoli per pipistrelli, un tappeto per i piegamenti reali, la porta di una cripta, una serie di stanze che non usi mai, una corona, un mantello e uno scettro. E là, ecco il tuo pubblico: guardie, pipistrelli, il tuo manipolo di barbari, i cittadini della città nascente, ministri e consiglieri. E più in là, rappresentati in varie forme, ecco i critici: l'icona dell'imperatrice bizantina, l'ambasciatore, il Mefistofele in vestaglia, i Parsi, il Papato e tutti gli altri."

"Uhm," bofonchierebbe il re, "e allora?"

L'architetto tirerebbe il filo a metà, e il ritratto dell'imperatrice, il divano dell'ambasciatore e il catino per la barba di Mefistofele volerebbero via all'improvviso - al punto che l'uomo in vestaglia si volterebbe di scatto con il pennello insaponato in mano e la faccia sporca di schiuma, dicendo 'embè?' - lasciando al loro posto grandi aloni vuoti nella grotta. "Allora, ecco nuovo spazio in cui spostare il trono, piegare il mantello, disporre un altro tappeto più morbido e comodo di questo. Se vuoi. Ma non è tutto," spiegherebbe il costruttore.

Nel frattempo il re si sarebbe alzato, per ammirare le profondità della grotta e cercare di capire dov'è finito il ritrattino dell'imperatrice, schizzato via come una mosca disturbata dalla coda di un gatto: "Ah no, non è tutto?" Chiederebbe, accorgendosi che la sua voce ha l'eco, ora che la grotta è semivuota.

"Siamo solo all'inizio. Via anche il pubblico," esclamerebbe l'architetto, tirando un altro tratto del filo. I trespoli dei pipistrelli, legati per le estremità, scivolerebbero via come su un tapis roulant, buttando a gambe all'aria, o a zampe di sotto, i trecentoquindici consiglieri alati; gli elmi delle guardie si solleverebbero sgusciando fuori come indiavolati, e le guardie dietro; e così via.

"Yu-hu," giocherebbe il re, che in breve prenderebbe gusto a parlar con l'eco, fino a decidersi quasi a tornare a mettersi sul trono e a riposarsi tranquillo e canoro. Ma

"Aspetta, re, non sederti," gli direbbe l'architetto. "Questi sono i tuoi mezzi e i tuoi strumenti. Vedi, re, questo è ciò con cui eserciti il tuo potere, ma non è, ancora, il tuo potere. Osserva."

E con l'ultimo strattone, il magico architetto solleverebbe il trono su su in alto come un lampadario, appeso e lievemente rotante, e farebbe volar via lo scettro, la corona, il mantello, e poi tappeti, vasi, piante, porte di cripte, teschi, are votive, anelli, sigilli, spade, e tutto quello che il filo riesce a reggere. Escluso il re.

"Vuoi provare?"

"A far cosa? A far cosa? A far cosa?" domanderebbero il re e l'eco.

"A muoverti nel tuo spazio. A camminare, libero. A camminare, libero. A camminare. Libero," risponderebbe il grande costruttore. E l'eco.

Il re azzarderebbe qualche passo. "Ma... Così?"

"Su, su, vai benissimo."

"Ma... di qui o di là ("abeti bianchi, abeti neri, abeti abeti" direbbe l'eco, e il re si guarderebbe intorno preoccupato), e come, e fin dove, e per quanto?"

"Per tutto il tempo che vuoi. Fin dove puoi. E come riesci. Vedi, re," spiegherebbe l'architetto, assicurando il filo a una stalagmite e mettendosi a passeggiare tra i rimbalzi dell'eco, avanti e indietro, "il tuo potere non ha bisogno del trono. Il tuo regno non ha bisogno di un popolo. Il tuo amore non ha bisogno di un ritratto."

"Ma come, è la realtà!" esclamerebbe il re. L'eco questa volta gli risponderebbe in contraddittorio, "la realtà siamo noi, la realtà siamo noi, la realtà..."

Ecco, questo succederebbe, se io avessi voglia di restituire la parola al re barbaro per spiegare che razza di posto è in verità questo. Ma io non ne ho voglia, perciò finisco qui. Questo posto non è un posto di letteratura, dove i più noti scrittori del tempo mostrano o sezionano i loro scritti. E non è un posto di critica, in cui i più noti critici del tempo discutono di cosa sia e se serva la scrittura dell'uno o dell'altro autore.

Qui siamo dove ciò che si scrive è ciò che si scrive è ciò che si scrive (scusate, l'eco è ancora in mode on). Dove contano elementi che a un critico farebbero vedere i sorci verdi, e al pubblico farebbero storcere il naso. E che farebbero impazzire un romanzo come una maionese. Quali elementi? Facile. Ne parlavo l'estate scorsa con un altro scrittore. Quelli che interessano a noi.

Se scrivi, quello che scrivi può succedere veramente? Bisogna averne paura? Quando si scrive di cose terribili, queste accadono? Quando accadono, è perché si sono scritte? Quando qualcosa non è del tutto reale, lo diventa, se lo si scrive? E allora bisogna cancellarlo? Fino a che punto ci si può spingere? Quanto si può rendere gli altri partecipi di ciò che si vede? Quanto ci si può arrabbiare con gli altri perché non vedono? Oh, ne ho a migliaia.

Questo è altro posto. Questi sono altri incubi, rispetto ai vostri. Spiacenti, spiacenti, spiacenti (è l'eco), se non vi ci ritrovate.

Il re barbaro siede per terra.

 

5 maggio, 2008. Ei fu. Sono l'unica che ricorda il 5 maggio? D'accordo. Breve pausa dovuta a connessioni e disconnessioni varie. Nel frattempo avete visto che è aperto un blog per i commenti, così se ce ne sarà bisogno potrete esprimervi, fuori da questo contesto ma con un link dedicato: a questo si riferiscono per ora le sorprese. Poi. Il primo maggio è uscito anche un mio pezzo sulla pagina di cultura nazionale del Corriere, about New York.

Di che cosa parleremo qui in futuro non anticipo nulla. A domani.

30 aprile, 2008. L'amore non ha minuti. Istanti, o ere.

E sorprese.

29 aprile, 2008. Non esistono più bugie, nella vita del re barbaro. Se ne è liberato come dei vestiti da barbaro che ora non indossa più, preferendo le stoffe impalpabili, più che barbare, forse aliene, che vengono dalle regioni lontanissime degli elefanti saggi e delle statue parlanti.

Il re barbaro è strano. E’ sempre stato un tipo strano, lo sanno bene i pipistrelli, l’uomo in vestaglia, l’ambasciatore e perfino l’imperatrice bizantina, ma nessuno di loro ha mai capito quanto profondamente fosse strano un uomo di cui non vedevano la pelle. Ora i nuovi vestiti del re barbaro mostrano proprio la pelle, che è diafana come quella dei piccoli mammiferi, come il calice delle rose bianche, come la polpa di un albero, come un materiale di fantasia, eppure è viva e respira e fino a questo momento l'ha fatto di nascosto.

Il re barbaro è pazzo. Non pazzo di quella follia traducibile, che disturba gli altri o se stessa con le grandi urla o le sommesse festinanti spiegazioni del mondo. E’ pazzo in modo mistico, nuovo, in un modo interpellato direttamente da dio durante gli incubi notturni come a un parlatorio, è pazzo in un modo schiacciante, omnicomprensivo, mai sazio. E’ pazzo come un’erbaccia cresciuta al centro di un’autostrada, che mette foglie e fiorisce anche se gli unici che potranno vederla sono gli insetti suicidi sui vetri delle motociclette e i pirati automobilistici che per gioco sterzano sulle aiuole e tagliano l’erba con l’abarth.

E’ intenso, il re barbaro. Ha vissuto e amato così tanto che il suo nuovo amore è il silenzio. Ama amanti silenziose, con le quali condivide il segreto di una cascata monumentale di delusioni non corrisposte – lui non ha mai deluso – e non ama le pelli esposte che lo hanno offeso. Come l’imperatrice Teodora, che si presume da sé così impareggiabile, e non sa quanto ha ferito e insultato l’anima e le carni del re barbaro, mostrandosi nuda a lui che vive nel desiderio della purezza. Ama coloro che parlano mantenendo il più stretto silenzio, i cui gusti sono scolpiti nei gusti stessi del re, la cui storia è diversamente analoga. Ama i suoi simili, e li riconosce all’odore.

Uno dei suoi simili è il notoriamente disturbato Grande costruttore di cattedrali gotiche, uomo-metopa, spirito altorilievo, uno dei due o tre uomini saggi del suo tempo, sul cui giudizio pesa il fatto che a giudicarlo sono coloro che si giudicano normali, e non lo sono.

L’uomo-metopa viene talvolta nella grotta del re barbaro senza chiedere il permesso. Oggi entra portando tra le dita un filo bianco teso, la cui estremità è legata fuori dalla sala del trono a chissà cosa. Tiene il filo tra l’indice e il pollice come un insetto catturato, tranne quando lo fa scorrere attraverso gli anelli del portale, sotto i braccioli del trono, intorno alla spranga che chiude la cripta, dietro il ritratto dell’imperatrice Teodora appeso alla parete Ovest e tutt’intorno ai giganteschi tomi della libreria platonica.

Appare come un genio del tutto scombinato: solo perché non smette di essere se stesso quando siede a tavola, per esempio, o quando parla d’affari, o perfino nell’atto elementare del dormire, a differenza dei bizantini, geniali a orari stabiliti e per il resto burocrati severi, che dormono decidendo prima di dormire i diversi generi del sonno, se maggiore, se minore, se leggero, se profondo. Il barbaro ama invece questa saliera umana che spande e sparge prodiga il suo genio ovunque, e senza misura alcuna. Sta a guardarselo lieto, stanco e ringiovanito com’è ora che i medici di corte parlano di lui come di un convalescente.

“Maestro,” dice scherzando il barbaro, aggrovigliato tra le gugliate di filo con cui il progettista va cucendo le guglie dell’immaginaria ecclesia, “non è qui dentro che devi costruire la nostra cattedrale.”

“Re, se mi lasci fare,” protesta l’architetto, guardandosi indietro e ricapitolando i passi segreti del suo incomprensibile filare,

(segue)

 

28 aprile, 2008. Certo che arriva, il pezzetto sul re barbaro e l'amore. Però passerà qualche giorno: sto lavorando molto, per il Corriere, come avrete potuto capire leggendo domenica il pezzo su Giorgio Manganelli (ma le leggete, le cose che scrivo? e allora perché vi lamentate se non scrivo qui?). A breve anche un pezzo sul nazionale. Quindi capirete. Tra l'altro, il disturbo delle vertigini, quando sono ansiosa, riprende più forte e più bello che mai. A presto quindi, e ciao ciao.

Ma prima... Ho letto della "NewItalianEpic" e tutto il resto. Magari ne parleremo...

Ciao di nuovo.

26 aprile, 2008. Un piccolo passo per l'umanità, un grande passo per un uomo (o una donna): capovolgendo la famosa frase, intendo comunicarvi qualche cambiamento lavorativo che mi riguarda. Senza comunicarvelo davvero, com'è mio solito (non mi conoscete?). Nel frattempo, è in arrivo anche un nuovo episodio del re barbaro. Satura e tiritera platonica, o quel che è.

Un bacio e buon fine settimana.

24 aprile, 2008. Mi occupo di argomenti poco presenti nelle pagine di cronaca o di commento politico? Questo lo dite voi, ma sia pure: SI', sono una dannata narratrice fantastica.

Non sono realistica? Oddio! Non metterò gli sfondi, la strada non avrà ciottoli che si possono guardare a uno a uno come facce (vedete? non ci riesco) e il viso del messicano non avrà gli zigomi di sua zia Clara, e la mano non si tenderà attraverso gli abiti in popeline della folla per stringere lo zaino di tela rossa con una riga orizzontale verde pisello.

Mi occupo di ombelichi? SI'. Non solo io mi occupo di ombelichi, ma anche di moccio, sopracciglia, sebo, saliva, forfora, piaghe da decubito e pus da cancrena. Ma, mi raccomando, in modo antinaturalistico. Quando parlerò di ombelichi intenderò focaccine, quando di saliva intenderò ombrelli automatici.

Non so vendere quello che faccio? NON SO VENDERE QUELLO CHE FACCIO. Già, ma per imparare c'è sempre tempo, mentre per scrivere quello che scrivo altri quarant'anni di vita non ci sono.

Che altro? Veniamo alle cose che vi premono di più: voi siete i vincenti, e io sono la perdente. Benissimo, e lì c'è la Morte. Se mi dite che siete dei vincenti con Lei, allora io chiudo questo sito, appendo le chiavi del computer al chiodo e me ne vado in Patagonia per il resto dei miei giorni. E là apro una chiesa in vostro nome e chiamo i fedeli ad adorarvi (in Patagonia, saranno pinguini, credo).

L'immortalità mia, finché non sono immortali tutti coloro che amo, ha lo stesso interesse di una commedia americana da andare a vedere al cinema la domenica pomeriggio. Si va, non si va, sbadiglio.

E non voglio sentire più un fiato su che cos'è DAVVERO la letteratura. Scrivere non è una categoria editoriale.

Ma fisica. E torniamo a tà fisikà.

 

23 aprile, 2008. Non posso scrivere molto altro, oltre a ciò che sto scrivendo in questi giorni. Sua sponte, sgorga dalla mia penna un racconto che è al - se non ho contato male - quarantesimo capitolo. Non so nemmeno io che cosa sto facendo. Per la maggior parte è roba da buttare, poiché io conosco le mie scritture primaverili, ma il flebile legame con l'incubo che riesce a tenere desto mi fa pensare. Ed è, per la prima volta nella storia della mia letteratura, un racconto senza...

Non ci credo.

22 aprile, 2008. Una nota importante. Chiunque ripeta altrove le parole che legge qui, è pregato di citare d'ora in avanti la fonte, perché sono un'autrice originale, sono stanca di essere saccheggiata e quando partecipo al dibattito culturale gradirei saperlo, non per altri motivi, ma perché è giusto così.

22 aprile, 2008. Un individuo è solo quando vive e soprattutto quando fa. E non confonde la propria solitudine - né la cambia - con la solitudine degli innamorati abbandonati, semplicemente perché non attraversa la stessa solitudine. La solitudine romantica davanti alle rovine riguarda una parte che in realtà è stata o sarà presto, in modo più o meno efficace, non sola. Che blatera di solitudine senza riconoscerla.

La solitudine è quella dell'artefice, del "faber", solo di fronte all'universo e a se stesso in un modo tutt'altro che umorale o emotivo, ma radicato e inestricabile. Una solitudine che non cerca consolazione, poiché sa che non esiste, che è organicamente impossibile, e che è perfino allarmante che vi possa essere, in questo suo vivere solo, un sollievo. Una solitudine che non necessita, vi dirò di più, di scioglimento, ma di realizzazione. Che non è triste, non è paranoica, non si mente, non si ferma, non rimpiange, ma progetta, consolida, cammina e fa.

Ora. Rifiuto di vivere sotto la dettatura (non dittatura) dell'amore, fosse triviale o spirituale, immortale o sciacquapiatti. Si può essere solo più soli, cioè meno soli, a deviare la propria strada per seguire quella di qualcun altro. Lascio che sia l'umore a girovagare, l'umore mi ruba poco. Il resto mi ruba la mia solitudine, che è insostituibile.

(nota: hai per caso pensato di essere Kirov? Credi per caso di essere l'unica scelta d'amore (oh, l'amore) che ho sulla mia strada? O credi di essere Charlie? Tieniti stretta la parte del principe, e fai il piacere di prendere un po' di fosforo, o almeno di fosforina per brillare nel buio)

 

21 aprile, 2008, notte. Come rispondendo al tale - ma io non avevo visto la domanda, e qui siamo o alla telepatia o al computer spiato - che passa citando il mio brano sui "diversi tipi di amore", ma soprattutto per regalare a Paola che parte per Lindos una storiella con cui gingillarsi durante il check in, eccovi la boiata assurda che mi è venuta in mente stasera, un modo per festeggiare il fatto che mentre tutto il resto del mondo si gode il suo Duemila, io devo sorbirmi ancora l'Ottocento, nella forma di tre fiori diversi. Dategli il titolo che volete, "Senza" sarebbe l'ideale, ma pare un controsenso.

21 aprile, 2008. Salone. Non essere letti: vallo a dire a un pioppo, a un noce, a un frassino, e quello ti insegna a gorgheggiare nel vento, tanto è felice.

Torno con qualche scrittura, a presto.

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Non ho tempo. Non posso. Al massimo per un caffè. Torno il giorno 21, no, il 22 perché il 21 ho ancora da fare. Sto scrivendo un racconto non adatto al pubblico, inoltre ho un lavoro e ho libri da leggere. Il romanzo è alla prima interruzione, o capitolo, 14mila battute, un po' poco. Figurarsi se posso mettere il naso qui. Per email, cast@settemoderniste.com.

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19 aprile, 2008. Posso dirvi qual è la prima parola del nuovo racconto che sto scrivendo e che mi fa impazzire di gioia. Purtroppo per leggere il resto dovete essere miei amici, parenti o esecutori testamentari, perché non intendo pubblicarlo qui. E' strepitoso, non dormirete mai più di notte (se lo leggerete).

L'incipit è:

"Fluttuano."

Si capisce già dall'inizio che è splendido. Una seconda parola, e sareste afferrati dal desiderio incontenibile di leggere il resto. Non lo pubblico, proprio perché è forse la cosa più bella che io abbia mai scritto. Incomprensibile, eh?

17 aprile, 2008. Oggi piangevo.

Così una cosa che mi è venuta in mente è che un libro che mi è piaciuto quando l'ho letto fu tanto tempo fa "Il dolce domani" di Banks.

Eppure io non amo i romanzi a più voci, non riesco ad amare la soluzione romanzesca a più voci - vedi Faulkner. Eppure, eccomi qui con "Il dolce domani".

Un pullman pieno di bambini ha un incidente. Una strage degli innocenti in un paesino di crostate e di pick up, di case con la veranda, di genitori che avevano due figli e ora non ne hanno più, di speranze più inespresse e più vicine alle nostre delle tanto amate e pur belle, ma algide ormai, "Grandi speranze" di Dickens. Tutte morte.

E' un libro che, come molti piccoli tesori americani, non la fa lunga in fatto di lacrime, ma taglia le gambe.

E lo fa per quello che non è scritto più che per quello che è scritto.

Come tutti i romanzi americani: che hanno segnatamente, secondo me, la caratteristica del non detto, grazie alla perfetta adiacenza della scrittura americana all'altro immaginario del non detto, del visto, il cinema. Il saperti parlare di tutto lo zucchero del mondo pronunciando soltanto le parole "caffè amaro".

E' un libro in cui il dolce domani è slittato sulla neve ed è morto. E i piccoli passi verso la tragedia non sono melodrammi plateali, ma solo sorsi di caffè presi un attimo prima o un attimo dopo. Piedi puliti sullo zerbino un minuto prima o un minuto dopo. Pensieri distratti. Amanti che fingono di non conoscersi quando si incontrano. Automobili che quel mattino non carburano. Il piccolo tic tac della vita che va verso il disastro con il suo rumore sommesso. E un pullman che contiene tutti i bambini-domani della piccola città, che su quei binari di morte si avvia senza colpa, carico senza saperlo delle sole cose importanti tra tutto quel bailamme in cui più ci si addentra e meno si capisce che la vita è altro.

Quel che si guarda passare salutando, ed è più importante di qualsiasi cosa si stia facendo tutti indaffarati.

Insomma, oggi prenderò la mia vecchia copia pagata in lire di quel libro. Il libro pieno di dolore che non credo contenga mai la parola dolore. Prenderò la mia copia di quel libro e leggerò di nuovo il romanzo.

E lo rileggerò piangendo fino a quando non avrò capito di nuovo che c'è un dolce domani.

Perché questo è l'effetto che sa fare. Grazie Banks.

 

16 aprile, 2008. Si volta, fa cadere la connessione wireless. Attacca l'adsl. Si connette con il wap. Di là. Il cell. Di qua. Altrimenti. Daccapo. Necessita di questa distanza. Il vantaggio di non esserci, fino a che non ha il dubbio di non esserci davvero, o la necessità di ritrovare un non esserci che altrove non pesa e non grida. O che lo fa, altrove, in modo all'apparenza più inattingibile. E allora wap, wireless, cell, daccapo. Il grande vantaggio di non esserci, e di tornare per ribadirlo.

8 aprile, 2008. Pausa. Due faccende da sbrigare. Il romanzo nonweb che dev'essere finito a giugno e il sito da sistemare. Per il momento mi sto occupando del romanzo, c'è il piccolo ostacolo di dover studiare ingegneria per scriverlo. Vi consoli il fatto che non ne capisco niente: di ingegneria, dico. Ma intanto, mi occupo anche del sito: è sbagliato seguitare a chiacchierare in questa parte accessoria sub-blog e non occuparmi più dell'intreccio principale (i cui personaggi sono stati peraltro saccheggiati da un recente romanzo collettivo online, che ha copiato il mio monaco Ichi). Perciò, a parte qualche esclamazione di tanto in tanto, qualche "oh", qualche "oh, no" e qualche "sono io che non capisco", qui non apparirà molto, salvo note di servizio ed emergenze. Nel frattempo, cercherò di ripristinare con Alessio alcune pagine che non si aprono, rimetterò in ordine i numerosi raccontini extra Sette pubblicati qua e là - ma tutti online, sebbene non nell'indice principale, e tutti inviati in contemporanea al comitato dei lettori - e proverò a classificare i sette peccati capitali dei personaggi, in quest'ordine, ira, accidia, avarizia, invidia, superbia, lussuria, gola (Post, Hard, Dogma, ModeRN, Ichi, Best e Klaz), riassestando la home page che sembra come me passata attraverso un'esperienza triste. Di cui non mancherò di raccontarvi.

Una breve sosta, e andiamo. L'impossibile è "il posto per il quale non ci sono strade" (suppergiù Eraclito), quindi vedrete che non troveremo traffico.

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6 aprile, 2008. Che cosa prova a volte il poeta. Desiderio di essere veleno.

5 aprile, 2008. Dispnea. A volte mi pare sciocco scuotermi di soprassalto per riprendere a respirare. Mi pare, come dire, una grossolana esagerazione di importanza.

Non so come siate capaci, voi, di pretendere tutto ciò che pretendete, per voi stessi. Di fare tutto ciò che fate, in nome di voi stessi. Senza, prima o poi, cambiare. E' la stessa cosa che faccio io, ma poiché non c'è stata nessuna simpatia per il mio sforzo, ho dovuto cominciare a compierlo nonostante la consapevolezza che non sembrasse, e non fosse, poi così importante. E parlo di respirare, non di scrivere. Perciò io vi sono vicino, molto vicino, quanto vi è vicino qualcuno che da tantissimi anni non ha nessuno vicino, e si stupisce di venir comodo di tanto in tanto all'uno o all'altro di voi, voi mai presenti quando alla sera, ogni sera, prima di dormire, io smetto di respirare.

Questa presunzione precisa, circostanziata, ripetitiva.

4 aprile, 2008.

Era il compleanno della gattina, quella che è morta l'anno scorso in ottobre. Era il 4 aprile.

Non facevamo l'amore da due giorni, io e Gian. Questo avrebbe dovuto mettermi sull'avviso? Quel mattino uscimmo di casa presto. Quanto presto? Guardai l'ora. L'orologio della strada segnava le otto. Non so perché, mi venne in mente che fin da piccola ero stata capace di fermare gli orologi solo pensandoci un po' su: un'arte straordinaria che avevo esercitato su numerosi regali di comunione, compleanno, Natale, e perfino sugli orologi altrui. Orologi a muro, pendole. Soprattutto i costosi cronometri meccanici: i miei genitori, inviperiti, ne avevano portato uno da un orologiaio: l'avevano regalato ieri alla bambina, e già oggi non funzionava più. Mentre le bambina fissava il soffitto, il tecnico aveva detto che era impossibile aggiustare l'orologio: gli ingranaggi, all'interno, si erano fusi.

Così, erano le otto, e io e Gian arrivammo all'angolo della strada.

Mi disse lui: "Devo parlarti."

Pensai che fosse per la nuova casa sul lago: che cosa non andava bene, dell'arredamento che avevamo scelto?

"Ok."

"Stasera non torno," mi disse. E sparì. Se ne andò mentre io gli chiedevo "in che senso". Macché senso. Questa storia non ha un senso, non ha un finale. Finisce, ma non ha un senso. Non tornò più.

Andai a casa e sedetti per terra, ricordo, in quella parte del salone che sembra una grotta di libri. Non feci niente, non chiamai nessuno, non dissi parola.

Nelle ore che passai lì, tutto ciò che accadde è nell'ordine del mistero. Quando mi rialzai, erano fulminati tutti gli apparecchi elettrici della casa. Non funzionarono mai più lo stereo, il televisore, la lavastoviglie, la lavatrice, le quattro lampade della libreria, tutti i telecomandi, gli orologi, le sveglie, il computer e perfino l'asciugacapelli: me ne accorsi a poco a poco nel corso della giornata. Anche il mio cervello si cancellò per metà: me ne sto accorgendo in questi giorni. Sopravvisse, curiosamente, solo il frigorifero.

P.S.: Per i miei simili: davvero non c'è verso di fermare gli orologi stradali con il pensiero, tantomeno quelli, straordinari, della metropolitana. Suppongo dipenda dal fatto che le molte persone in attesa li caricano inconsapevolmente di un flusso continuo di "dai, muoviti, gira, gira". Ma i veri irrimediabili sono gli orologi elettronici: si riesce a scaricare la pila, ma è un effetto che non dà la soddisfazione di veder saltare a uno a uno i segmenti luminosi dei numeri, con i 3 che diventano I e gli 8 che diventano 9. Ehh.

 

4 aprile, 2008. Impegni, molti impegni. Troppi. E la certezza di aver dimenticato una data impor... Oh, oggi è l'anniversario del mio giorno di Separazione, ecco cos'era. Come vi direbbe Ellis: "My own nine/eleven".

3 aprile, 2008. Su questo sito non ci sono i commenti, né aperti né chiusi, quindi non posso collegarmi a una questione reale. Tuttavia, se mai passasse di qui qualche lettore, devo prendere posizione anch'io (devo? non lo so) su uno scontro che si sta svolgendo senza esclusione di colpi su altri siti ben più illustri di questo.

La mia posizione è che non vedo una grande differenza tra fare a pezzi una persona e farne a pezzi un'altra. E che entrambe le distruzioni sono secondo me tristissime e dolorose. Entrambe. E che qui si travalica, ovunque e sempre, il senso della letteratura: che è ampio e vasto, ma che è soprattutto una forma di conoscenza, non di prevaricazione. Sono convinta che ci siano stati degli errori, di forma, oppure di espressione, e magari di intenti, da entrambe le parti, ma che non si possa passare dall'espunzione degli errori al linciaggio sfrenato, massivo e cieco.

Ma quando dico "da entrambe le parti" non sono conciliante, ma seria: siete impazziti, tutti? Avete fatto diventare l'uno, l'altro. E l'altro, l'uno. Li avete resi identici, adesso. E se prima c'era qualcuno di indifendibile, ora non c'è più, francamente. Ora tutti sono difendibili. Non sto nemmeno a nominarvi Voltaire. Di tutte le eredità di cui ci si può fregiare, noi non siamo nemmeno più degni. Ma quando avete un nemico, e questo lo dico a tutti, il nemico non serve a "distruggere il nemico", "combattere il nemico", "vincere il nemico", ma a mostrare chi siete voi. Qui c'è bisogno di rimettersi sui banchi, e decidere a cosa serve la vita, il sé, l'altro, e io che pensavo di essere fuori fase a occuparmi di etica.

Torno su questo argomento appena ci riesco, ora sono un po' alterata.

3 aprile, 2008. C'è una domanda molto bella in Gantenbein: "perché è sempre oggi?"

E' vero che siamo animali, bestie cicliche, umori stagionali, ma è vero anche che la parte di noi che si perde nel cosmo conosce probabilmente altre scansioni o assenze di scansione, e fa questa domanda come i bambini che devono andare a scuola dopo le feste, o quelli che vogliono partire per le vacanze dopo la scuola. Contiene insieme tutta la nostra impazienza, oppure il rimpianto, e una protesta che più inutile non si può. Certe volte la pigrizia si spiega con il fatto che l'orizzonte non sembra cambiare. Mi spiego meglio domani. Oggi.

BASTA! Si torna alla normalità.

2 aprile, 2008. In tutta franchezza, è purtroppo vera la frase: "Quando parti per la tua vendetta, prima scava due tombe". Qui siamo arrabbiati, sì, ma non dormienti. Quindi niente scavi, per oggi.

A te invece la rabbia dona tutta la cecità necessaria ...

Scatènati, quindi. Ma attento: io mi sono fatta male, e molto, molto più di quanto non me ne abbia fatto tu.

1-3 aprile, 2008. Dopo il nuovo episodio di Post nella Webeide, ecco l'incipit-Daimon dell'episodio di Hard. No? E perché no? Lo pubblico qui.

Un giorno la mia vecchia anima morì, e io ebbi una nuova anima.

Un giorno la mia vecchia anima morì, e la mia nuova anima si svegliò innocente.

La mia nuova anima era chiusa dentro di me e gridava aiuto, piangeva aiuto, io non so nulla, io non ho fatto nulla delle cose che dite, vi prego portatemi dove c'è sole e dove c'è gioia, poiché io sono innocente di tutto ciò che dite e non ricordo nulla. Mentre dentro di me la mia nuova anima piangeva, fuori di me un signore dall'aria grave mi salutava davanti alla stanza di una donna malata. "Non dirle che non tornerai, dille che sarai qui prima dell'estate. Ti prego almeno di non spezzarle il cuore."

Io piangevo, la mia nuova anima piangeva dentro di me. Io, spezzarle il cuore? Io volevo baciare la sua testa, i suoi capelli, e chiederle di non lasciarmi qui da solo, e chiederle di cantarmi una canzone, perché tutti hanno una canzone, e io, con la mia anima nuova, non l'avevo. Entrai, con la mia anima nuova che tremava di paura, e non riconobbi nessuno, e nessuno riconobbe me. Loro guardavano ciò che ero fuori, si rivolgevano al mio aspetto, e mi parlavano di cose che non conoscevo, di colpe che non potevo ricordare, e nessuno mi stringeva la mano, nessuno mi abbracciava, tutti mi rimproveravano che io volessi partire, e la donna nel letto piangeva, e quando le dissi che non sarei partito non mi credette, e pianse di più, e una signora, da un angolo della stanza, mi guardò con una tremenda severità, e tutti chiusero su di me un coperchio di silenzio. Mi accompagnarono fuori, mi diedero la valigia, mi aprirono la porta senza salutare e li vidi tornare indietro nel corridoio, le nuche magre, le teste abbassate, le spalle strette per via di quelle mani giunte sul petto. Io mi voltai e guardai fuori, avrei dovuto attraversare il mondo ed ero vecchio un solo giorno, e la mia nuova anima mandò un grido e si rattrappì dentro di me, e credo che impazzisse.

(IB, 1 aprile 2008)

31 marzo, 2008. "Alcuni gitanti frettolosi, affannati dal caldo della giornata, si fermarono a rifocillarsi all'acqua di una sorgente. Mentre bevevano, maledicevano l'afa e scambiavano opinioni sulle mezze stagioni; finché, a furia di discutere, fecero nascere tra loro una contesa assai aspra intorno alla potenza del Sole. Allora, notato un Tale vicino alla fonte, fermo e pensieroso al fresco tra i cespugli, si rivolsero a lui | affinché intervenisse nella lite |. "Ehi, tu," lo apostrofarono, "quanto è grande il Sole? Alceo qui dice tre milioni e novecentomila stadi, Ezio invece dice quattro milioni di stadi. E tu che hai l'aria di essere saggio e di conoscere le lezioni dei Pitagorici, qual è secondo te il diametro del Sole?"

Il Tale rabbrividì a trovarsi confuso con i Pitagorici, inoltre apparve alquanto irritato per esser stato sottratto ai suoi pensieri |cfr. Luhan, "disturbato nel sonno"|, e dopo aver a lungo guardato gli impazienti gitanti, disse: "ampiezza di piede umano".

I gitanti risero: "Questo pastore incolto, questo stupido ignorante, questo paesano imbecille, crede che il sole sia lungo un piede. Ah ah ah."

E si allontanarono, e a lungo scherzarono tra loro, fingendo di disputare se il Sole fosse grande quanto un piede di uomo o di donna |cfr. Luhan, "o della grandezza di un fuoco campestre "|, o magari quanto un mandarino o una dracma.

Eraclito allora fissò tutti noi in faccia, ci guardò sorridendo e ripeté: "Ampiezza di piede umano". E lo ripete tuttora.

Né mai altra misura fu trovata al Sole, nei secoli dei secoli."

(IB, sul frammento di Eraclito n. 82 (citato in corsivo), e su alcune vicende personali).

30 marzo, 2008. Non scenderà nel menu il nuovo episodio di Post nella Webeide, solo perché vi voglio proporre il breve intrattenimento che tutti, prima o poi, abbiamo sperimentato più e più volte. Io vi ho parlato spesso di fisica, "ta fisika" (avete mai girato per i blog greci? avete mai letto il gergo da blog dei greci? hanno nick come "sintagma"...). Ecco in quale senso.

Peri Physeos.

The game.

Ditemi che non avete mai fatto il gioco di Parmenide. Se preferite, il gioco di Aristotele. Oppure il gioco di Apollo. Ecco, chiamiamolo il gioco di Apollo, il più ermetico tra gli dei (naturalmente, incaricato dal consesso Olimpico di offrire oracoli agli umani: e chi se no?). Mettetevi a letto. Riposatevi un po'. Poi aprite gli occhi come una bambolina e, mentre annaspate verso il caffè che qualcuno vi ha amorevolmente preparato, iniziate a parlare in greco. Nella mente, intendo. Diventate Parmenide, Platone. Interpellate Apollo. Pronunciate (che razza di giochi vi propongo, la domenica mattina - ma è per indugiare di più tra le coperte) la vostra Origine del mondo, come farebbe un greco. Più prosaicamente, il De rerum natura dei latini (ma vedete che è già tutt'altra cosa). Siete passati attraverso quel miracolo dell'umana natura che è la civiltà, e siete sopravvissuti; così sapete bene che forse furono delle stringhe gravitazionali a creare il mondo così come lo conosciamo. Ma questa mattina il mondo è vergine, nessuno ha ancora aperto le finestre, la radio è spenta, il silenzio della vostra metà è celeste, e voi siete Parmenide (una firma qui!). Cominciate a occuparvi del mondo.

Svolgimento.

"Il mondo è..." I cinesi iniziarono dicendo: "il mondo è cielo e terra", e oggi hanno le Olimpiadi... E voi, come comincereste? La Bibbia comincia con il Logos, il buio e la luce. Se siete dei duri, cominciate dagli elementi di Eraclito. Se li trovate, poiché non sono facilissimi da capire. Ma vi so romantici, quindi voi comincerete quasi di sicuro con "Il mondo è Amore". Però dovete essere coerenti, e spiegare tutto quel che accade a partire dal principio che avete scelto. Se il mondo è Amore, cos'è l'odio? E il male? L'amore che finisce? Eh, eh: no, la risposta di Leibniz non vale, nemmeno quella di Cartesio. Voi siete metafisici. Vi cito ancora Eraclito: "rifiuti sparsi: il più bello dei mondi" (Eraclito era pop: sì, sto rilanciando Eraclito come maestro). Ma non vale nemmeno quella. Sappiate che si tratta, o audaci, della più desueta delle forme di filosofia. Oggi le questioni filosofiche sono altre, e questo terreno è invece quasi tutto occupato da riflessioni infrafilosofiche o subfilosofiche, e dalla fisica del plasma. Ragione di più per giocarci la domenica mattina, liberi: da Eraclito a voi, direttamente a voi, nel sole di un giorno che è il primo del mondo, a domandarvi che cosa. Che cosa, è la domanda peri physeos, non perché, che è la domanda della "meta ta fisika". Poi uscite, e siete davvero Parmenide, e il primo tizio che incontrate per la strada non è un idiota che vomita tutte le porcherie che ha ingurgitato nella prima uscita al liceo. E' Anassagora.

Io ci gioco sempre.

Conclusioni.

E ora, ecco la fine dello scherzo. Che è questa.

Loro, lo hanno fatto veramente. Si sono messi lì e hanno spiegato il mondo, nudi com'erano.

Punto. Pensateci bene: tenetela per il lunedì.

Considerate che ai presocratici e alle culture precedenti, come lo sciamanesimo indoeuropeo, si deve l'intuizione che tutti gli elementi hanno un'unica natura, e che l'acqua e il fuoco hanno la stessa physis. Non era facilissimo da capire, a quell'epoca, e stiamo parlando di duemilacinquecento anni fa. Se scendendo dal letto avete pensato "uhm, tutto inizia con il fuoco. E l'acqua? No, ci deve essere qualche altra cosa", allora avete già sbagliato, siete un passo indietro rispetto all'età del Bronzo.

29 marzo, 2008. Mentre segnalo qui il nuovo episodio di Post nella Webeide, vi racconto che cosa sto combinando in questo periodo. Vi farà piacere sapere che l'argomento riguarderà l'episodio di Hard, I suppose. Una cosa difficile da esprimere di questo mondo, difficilissima poi da concentrare nelle due cartelle di ciascun episodio, è il modo in cui pensiamo il vivere. Non dico l'evento del vivere, l'esperienza, ma l'etica. Ognuno crede di averne una, ma quando agisce è guidato da qualcos'altro, al di fuori della propria stessa presunzione, a questo punto, d'etica.

Sì, sto parlando di noi, e sto parlando di tutti. Appunto (e non sentirti sempre protagonista, Cluster). Persone eccezionali, e ne conosco alcune, che si comportano invece nella prosa della vita - in quella che ritengono la prosa della vita - sempre più spesso come certi falsari del gossip mondanucolo moderno. Autori già miracolati dalla vita e dal destino che imprendono per vanità il cammino scivoloso della stronzaggine guruesca. Gente che si "infuora" (e perdonatemi queste sequenze di neologismi, l'ultimo l'ho mediato da Dante) perché la vita passa ed è tutto quello che abbiamo, epicureini con la veletta alla Junger (dieresi, mettetela), e non c'è dopo e non c'è altro e non c'è l'Altro. In altri ambiti, su altre strade, la biforcazione all'incrocio tra etica e prassi riguarda proprio tutti. Tut-ti. Tranne quelli che addirittura scelgono la prassi come etica, e non l'etica come prassi, e ci occuperemo anche di loro. In pratica, un mondo di pazzi.

Bene, a me questo bailamme di stracci etici interessa. Questo volare di fazzoletti di visioni del mondo sputtanate in nome del lusso volgare e del godimento momentaneo (ma anche: mondi del godimento momentaneo sputtanati dalla purezza e dall'etica come prassi), incuriosisce. Questa capacità di strascicare l'attimo fuggente in nome della cecità locale su e di Dio, stringe e intriga.

E' di questo mondo anche quella, soprattutto quand'è accoppiata a un briciolo di consapevolezza. Io ho sempre creduto che uno scrittore possa almeno nella scrittura occuparsi non d'estetica, ma d'etica. E che in un certo senso, lo debba fare. Quindi, tornerò a lavar panni non in Arno, ma (pausa, ho fatto una passeggiata) in Reno, da brava lavanderina.

29 marzo, 2008. Il nuovo episodio di Post nella Webeide. Naturalmente, non riletto. A me il finale piace, molto. Era difficile da scrivere senza essere pesanti, ed è semmai perfino troppo veloce, quando lo rileggerò vedrò. Però, per una volta sono molto contenta di averlo scritto. Mi piace la terza persona, anche se in un passaggio il punto di vista oscilla (non vi dico dove, comunque è prima della casa, ed è una sola frase). Cancellerei tutta la prima parte, e magari un giorno lo farò. Ma il resto mi piace, è molto co-haerens con Post.

Avrei altre cose da dire, ma oggi non è giorno. Sapete, il mal di testa.

(p.s.: credo che manchi una dida, alla fine - è troooppo veloce, e non siamo a teatro; la metto dopo, ciao)

28 marzo, 2008. Lo so, lo so, siete tornati qui un milione di volte e ancora non c'è Post. Il problema è che ho mal di testa, non mi passa e non posso scrivere, quel che esce è affabulazione insensata; non sto nemmeno davanti al computer. Scusate, ma vedo che sono le nove e il dolore non passa, così vi avverto. Spero di stare meglio domani.

27 marzo, 2008. Il nuovo episodio di Post è in arrivo, oggi è giovedì.

25 marzo, 2008. Nietzsche e Montaigne. Il resto giovedì.

25 marzo, 2008. In quale film trash, dei tremila che ho visto, l'eroina si risveglia da qualcosa ed è divorata dalla fame come me ora alle tre di notte? Ah, sì, in Batman: Michelle Pfeiffer risorge affamata e dotata di superpoteri. Io sto attaccando i dolci avanzati a Pasqua, e il mio superpotere sta tutto nel dire:

dove sono stata per tutti questi mesi!

Non so, mi sono come risvegliata da un sonno. Merito del grande libro che ho letto, un saggio Saggio: caro autore, sarai felice di sapere che mi hai convinto della tesi opposta a quella che volevi dimostrare, ma tuttavia, abitando tu regioni umane, sei riuscito a commuovermi e a risvegliarmi. Così eccomi.

Nota per i naviganti: quando si dice 'eccomi' sono sempre le tre di notte. Fateci caso. Oppure è domenica.

Il sito è un disastro, ma possiamo cominciare con un riassunto delle puntate precedenti, che in qualche modo mi riassesti al timone.

Siamo arrivati a questo: "mrs. TiAmo" Post è sdoppiata ed esiliata nel mondo delle Creature di Luce/Internet, dove si accompagna con Cluster, un tale che le mostra il mondo virtuale, specie di metafora del crollo delle torri gemelle. Mentre la Storia Numero Uno delle Sette s'illumina d'immenso e non sa cosa l'aspetta, nel mondo terrestre "analogico" tutti o quasi la danno per persa, e se non persa, defunta: ModeRN e Hard scoprono che nel bosco stregato esiste addirittura una scena del delitto, e che forse, più che di sparizione, per la povera Post si deve parlare di assassinio. C'è sangue in una buca e c'è un braccialetto: sufficit. Loro però non sanno che, poche ore prima, Ichi lo shaolin - uscito per immolarsi al bosco dopo lo choc post-traumatico da rifiuto sessuale - ha sorpreso due loschi figuri mentre preparavano con sacchi e sanguinaccio una finta scena del delitto. E nessuno sa, tra l'altro, che Klaz ha passato la notte con la lavanderina Olker, un'infiltrata di un altro submondo né digitale né analogico.

Siamo quindi a questo punto: chi tornerà per primo alla Casa a raccontare la versione che verrà creduta da tutti? Che cosa succederà dopo? Non è difficile capirlo, se ci rendiamo conto che il titolo del nuovo episodio è "Webeide". Ma attenzione, non affezionatevi troppo all'idea che la versione vera sia quella falsa e quella falsa sia vera, e attenzione a ciò che credono i personaggi, e a ciò che vedrete voi, poiché nel frattempo... Ecco. E' da qui, dalla Webeide, che riprenderemo a raccontare la storia, dopo solo un'altra piccola diversione. Oggi devo lavorare, ma in genere verso il giovedì respiro, e se non vado a Roma per il weekend magari riesco a martellarvi un po' con qualcosa di nuovo.

24 marzo, 2008. Ieri, ringraziavo il Male. Eraclito che definisce l'opposto lo chiama "sympheron", ciò che porta (su quel "con" iniziale sono state scritte tonnellate di pagine, quindi non mi interessa il mignolino alzato di qualcuno). Non starò a farvi una testa così. Tutto sta nel desiderio, e sono smodatamente felice di potermi immergere di nuovo nel mio implacabile mondo di desiderio. Ho qui un libro che si preannuncia splendido, misterioso e tentatore: ma con la calma alta di chi ha tutta la notte per provare, e non le poche righe. E io so assaporare.

Ancora auguri a tutti, buona vacanza.

24-25 marzo, 2008. Sul pianeta ci sono posti senza stelle, dice il filosofo. Sul pianeta ci sono occhi senza stelle, dice l'artista. Quindi quello che vedo dipende da me, quindi è ancora peggio, e anch'io sono un posto senza stelle, dice il filosofo. L'artista alza gli occhi al cielo, mmm, intendevo dire che le stelle ci sono, e se non le vedi devi solo cambiare paio d'occhi, spiega l'artista. Allora questa condizione è infelice, non sempre si può cambiare paio d'occhi, noi siamo qui, in questa sola forma, e non ci possiamo affrancare, dice il filosofo. Mmm, e tu provaci, per la miseria, io faccio così, se vedo stelle brutte racconto le stelle brutte, se vedo stelle belle racconto le stelle belle, quando non ci sono stelle racconto che non ci sono stelle, e nel frattempo un posto nuovo in cui andare l'avrò pure trovato, dice l'artista. No, tutti i futuri sono senza stelle, è la condizione umana, è solo che tu non vedi le catene, le ombre sulla caverna, ecc., dice il filosofo. Ma sai che sei palloso, ogni volta che abbiamo fatto questo discorso io ti ho regalato qualcosa di nuovo, delle nuove stelle da vedere, l'invenzione del motore a scoppio, l'antibiotico, Pollock, e tu tutte le volte mi ripeti la stessa tiritera, dice l'artista. Sì, io so che sul pianeta ci sono posti senza stelle, perché ce le siamo mangiate tutte e non erano nemmeno buone, ripete il filosofo. Va bene, allora sai cosa ti dico, rompicoglioni millenario che non sei altro, adesso ti porto dal dottore e finché non trova una medicina per curare te o il mondo dalla cecità di stelle non ci muoviamo di lì, dice l'artista. La cura, vorresti dirmi che la cura è la nuova stella, dice il filosofo. Ma sì, qualsiasi cosa, che due palle, anche la Pasqua mi rovini con queste tiritere, mettiti i guanti che fa freddo, spegni la luce, chiudi la porta, tienimi un attimo il cell che prendo le chiavi.

23 marzo, 2008. Buona Pasqua. E non mi sono allontanata per abissi, male, principio, coerenza o indignazione. Solo per gelosia di donna. Tutto lì. Non mi citare antichi, però, non mi dire parole ancora più morte di quelle che so già.

Sono contenta di aver risparmiato almeno qualche territorio, di non aver messo online e tra noi troppe cose. Hai prosciugato pozzi. Hai prosciugato pozzi, è da lì che viene il cognome, dai pozzi, caro rampicante. Non dalle bozze, dai bozzi e nemmeno dalle bizze: e quanto m'hai torturato.

Da anni.

Io ero la poetessa nell'acquario.

Ma ogni volta che hai issato il secchio dal fondo di questo poverissimo pozzo, vi hai trovato l'acqua che cercavi. Non sempre buona da bere, lo so, ma utile per così tanti altri impieghi. I campi, le vacche, il sudore. Qui si è parlato di pietre, dal maggio 2005 il nostro simbolo è la pietra dei Moai. Si è parlato d'amore. Invano. Di odio. Abbastanza utilmente. Di scrittori e poeti. Di passioni, sentimenti, emozioni. Di Noncistodentri. Di avversarie sempre bellissime, sempre salvatrici, perennemente odiose. Si è parlato di critici superbi, di vecchi letterati affezionati agli endecasillabi come ai loro bei cani. Si è parlato di gatti. Si è parlato di autori pubblicati, di quei monarchi costituzionali che si piegano ai siti, motorizzati in emoticon, alle conversazioni, agli "hai ragione", alle scene di sesso "aggiunte" nei romanzi, al sesso e basta, il proprio o l'altrui, pur di mostrare che hanno una corte grande abbastanza da giustificare la prossima tiratura, e che sanno tenerla, ingenua, per le palle. E dopo gli esseri umani e i topi, si è parlato di dèi, di diavoli, di karma. Di futuro. E di niente.

Per le mille e una notte, questo posto ti ha accolto con le sue... Sherazade. Per le mille e una notte questo piccolo pozzo ha resistito al tuo assalto sempre ostile, sempre infido, cattivo al punto da farmi uscire allo scoperto, inviperirmi, distrarmi, distogliermi dalla storia, un assedio astuto, prima maniacale, poi furioso, poi mite, poi sempre più leggero, fino a farmi aprire la finestra, fino a farmi affacciare, quasi cadere giù. Ora ti sei distratto, e posso piano tornare a concentrarmi: come fa l'Arno a Rovezzano, dove l'acqua come noi pensa se stessa, per citare un poeta.

E fanno mille e due notti.

Volevo dirti: grazie.

21 marzo, 2008. Satira. Ecco la N-Owa, No Writers Agency. Qui la prima lezione del training.

La Mitoblogia riprende qui. C'è un problema al sistema operativo...

 

 

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari. Blog, Metablog e Mitoblogia sono appunti e note al romanzo)




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).