Dante muore
Dante. Dante muore, il giorno in cui cade da piccolo, dopo essersi arrampicato sulla scala di certi pittori, nella casa di campagna degli zii, dai quali, si badi, quel giorno non doveva andare. Gridano, dalla casa arrivano le grida dei parenti, il piccolo, una decina d'anni, non di più, è steso a terra con una pietra come cuscino. Dorme sul fianco, e mentre dorme si avvolge in una coperta di sangue nera e grumosa, in cui tutti disturbandolo affondano le mani. E' morbida, è calda, e non c'è verso di convincerlo a rialzarsi da lì. Il mondo intorno non si ferma, nemmeno si ferma il carretto con i musici, che passano e vedono la scena di cui tutti per giorni e giorni saranno sazi, senza bisogno d'altro teatro, lo sanno i musici e non per questo sono cinici o cattivi d'animo, ma è il loro lavoro, e non si batte chiodo quando succedono simili sciagure. Malattie, anche le malattie sono una sciagura per i musici, nelle città che hanno visitato a Sud il tifo li ha ridotti alla fame, e ora sanno che devono tirare dritto, anche se da lontano aguzzano gli occhi per vedere la scena, il carretto va avanti, non si ferma, è di legno lui, per la cena. Ferma invece è la Terra sotto Dante morto, piccolo, in cerchi cristallini di mani di zii e zie e i servi e i pittori ritornati al punto della scala, li cacciano, se non scappano in fretta li ucciderebbero, si dice in paese, credevano che la scala fosse chiusa, dannati, il bambino gli è che l'ha tolta dal capanno e l'ha appoggiata alla parete della stalla, per arrampicarcisi, il morto, dicono, e salire chissà dove, sopra ci sono i nidi degli uccelli e avrà voluto rubarne uno, il piccolo, che era uno studioso e si vede, si vede dalle manine piccoline appoggiate alla coperta, riàlzati, riàlzati. Nulla. Gli bendano la testa con le lenzuola strappate, una mano ferma le ha scelte prima di strapparle nella pila di quelle già lise, seria, la mano non ha tremato, ha scelto, ha scartato un tramezzo ricamato, un completo di stoffa della dote, ora si segna, quella mano, attraversando con la croce il volto di una vecchia serva che ha già visto bambini e adulti di quella famiglia avvolti nelle bende e i servi frustati per un completo della dote, che al momento non si pensava, non si calcolava, ma poi la casa ritorna casa, il lavoro di cucina ritorna lavoro di cucina, occorre freddezza, lungimiranza, economia anche nel lutto, specialmente negli anni caldi in cui i campi bruciano senza frutto, e i giovani salgono a volo sui carretti che vanno verso la città, un po' per scantare la guerra, un po' perché li attira la musica, la città, andarsene, così i vecchi sono prudenti, perché è tardi per andare. Arrivano tutti, dagli orti, dalle case vicine, mentre Dante morto viene trasportato in casa, dalla cucina perché non entri la morte dalla porta principale, le cuoche buttano sale sulle fiamme del camino segnandosi e guardandosi a turno tra loro, i padroni, un chierico che parla latino, fino in camera da letto, poi la porta si chiude, scende il silenzio, l'unico libro nella casa lo stringe in mano il chierico, lo legge, è il sommo libro di Dio, in latino, lingua che Dante capiva, parlava, amava molto secondo i parenti, che troveranno le poche parole scritte da un bambino, in latino, e in latino sulla tomba scriveranno requiescat, e ancora scriveranno requiescat quando il fratello più grande diventerà magistrato in Firenze e morirà comandante di guarnigione in esilio e la sua tomba di marmo immensa, pagata da Cangrande, sarà distante dalla fossa campagnola del bimbo, sepolta dagli ulivi e dal timo. Lucertole con la gola bianca si fermeranno al sole sulla pietra, guardando intorno nel luogo tranquillo, e al minimo rumore entreranno in un buco nella pietra, a testa in giù.
(IB, 13 luglio 2008)
