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<DogmaCinque>

SETTE MODERNISTE

QUINTO EPISODIO - Il ritorno

Dogma

 

Li osservo mentre provano le ricetrasmittenti. Snow White, che resterà qui, Hard e Nick, pronti a partire sul secondo mezzo della produzione, il fuoristrada che sembra un gigante di metallo con gli occhi piccoli. Un Hummer, color verde. ModeRN corre avanti e indietro portando gli strumenti, un’asta misura-valanghe e un segnalatore che Hard accende per gioco, facendolo lampeggiare. Best è ai margini della scena, con le braccia strette intorno alla giacca di lana in cui è avvolta.

Tutti salutano, salendo sul gigante. Il fuoristrada parte. Best fa addirittura ciao con la mano. Si libera un tratto di visuale, dietro il cortile della casa: abeti, abeti rossi, abeti neri, abeti bianchi, dai quali cadono falde di neve grandi come cofani d’automobile.

Senza che sia la mia coscienza ad avvertirmi, so che sto sbagliando. Sbaglio, a non partire con loro. Percepisco l’errore nel senso di distanza che, proprio ora, mi divide dal panorama in cui pochi secondi fa tutti si muovevano e sprofondavano indaffarati, compresa me, compreso il mio sguardo. Mi tolgo dalla finestra, che cosa c’è ormai da guardare? La scena vuota, è vuota.

Non è la mia coscienza ad avvertirmi. Non sento sensi di colpa. Non sono affatto convinta che lo Show debba continuare. Non cado a terra in preda al rimorso per ciò che intendo fare. Snow White non è Il Buono Della Storia. Ma restare qui, senza niente da fare a parte ciò che ho deciso di fare, è cercare di animare la scena vuota. A peggiorare le cose, dal fuoristrada ormai lontano arriva un grandioso accordo di clacson, una caricatura d’organo mostruosamente comica, sfigurata dalla distanza. Dal salotto, Best lancia un gridolino, come se il suo clacson personale rispondesse alla macchina madre. Immagino per un istante i sobbalzi nell’abitacolo, ModeRn che batte con la testa contro il tettuccio e chiede per favore di rallentare. Hard che fischietta e ride per fare colpo sulla nuova Post. Quando l’immagine si spegne dentro di me, devo costringermi a smettere di sorridere.

Questo significa che sto sbagliando. Giusta o sbagliata che sia la distruzione di Snow White, dello Show e di tutto quello che contiene, io sto sbagliando. Riguarda me, non loro.

Ricordo qualcosa. Prima di entrare nella Casa dello Show, occorreva, così dissero, rispondere a un questionario. Ci portarono in una sala riunioni nella Zona proibita. Io vedevo gli altri per la prima volta, o quasi. L’unico che avevo conosciuto in una precedente occasione era ModeRN, ma si trattava di una conoscenza del tutto superficiale. A una fiera del libro, a Francoforte, mi aveva rivolto quattro parole: “Ho finito gli antidolorifici”. Nient’altro. Intorno al tavolo delle riunioni avevamo tutti delle facce nuove. Più giovani. Poco cordiali. Mi irritava l’idea di dover rispondere alle domande del questionario davanti ad estranei. Ricordo che ciascuno afferrò il foglio come sforzandosi di mostrare in quel minimo gesto la massima originalità. Come se fosse quello il vero test. Post lasciò scivolare il questionario sul tavolo senza muovere un dito, finché non cadde a terra. Hard spiò per tutto il tempo dietro la spalla dell’assistente di Snow White, riuscendo a sfilare il foglio prima ancora che il tizio si leccasse le dita per separarlo dalle altre copie. Ichi ringraziò. Best salì in ginocchio sulla sedia, masticando il pennarello. ModeRn toccò il foglio in un modo strano, con le punte delle dita che si muovevano con la cautela schifiltosa di un ragno. Il primo a scrivere fu Klaz, che si tuffò nel foglio tutto intero, due mani, due gomiti, la testa piegata di lato e i capelli che spolveravano la scrivania. E poi, io.

“C’è una strada lungo il fiume. Che cosa sta per accadere?”

“Ricordi un pasto che vorresti descrivere?”

“Che cos’è l’amore?”

Erano domande imbecilli. Sembrava l’interrogatorio degli extraterrestri a un gruppo di teenager umani in un serial televisivo girato a Hollywood. Cominciai con il pasto.

Ricordavo un sacchetto di plastica gonfio e tiepido. Dentro c’era un pollo tandoori.

Così saltai alla domanda sulla strada e sul fiume. Era un canale con i bordi di cemento e l’acqua color petrolio. I colori erano nitidi per via del tempo incerto. Le due strade, sui due lati del canale, erano vuote. Dovevo attraversare il ponte per portare il pollo tandoori a casa. Invece, sul ponte, avevo aperto il sacchetto e m'ero messa a guardare il cartoccio della rosticceria indiano olandese.

Allora ebbi la risposta per la domanda sull’amore.

A casa c’era un uomo allungato sul letto. Non si sarebbe alzato nemmeno per mangiare. Qualche volta credeva che io capissi l’olandese, e diceva qualcosa nella sua lingua, alzando la testa per guardarmi. Erano i suoi momenti più teneri. Avevo appoggiato il cartoccio sulla balaustra del ponte. Non mi piaceva l’odore del curry e del cumino, ma mi piaceva mangiare il pollo con le mani, restando in piedi a guardare il canale.

Cercavo, del tutto inutilmente, di attirare l’attenzione della vita su di me. Mangiavo pollo con le mani, restando in piedi in mezzo al ponte, nel tentativo di provocare alla vita e al mio destino una qualche reazione. Gettavo gli avanzi nel canale, davanti agli occhi dei cittadini beneducati. Che mi guardavano, ma non reagivano. Era come se la vita mi rispondesse: “Quello che fai qui, non conta. In queste città disperse, tra questa gente provvisoria. Cambia strada. Trova il canale che non vorrai sporcare, l’uomo di cui imparerai la lingua, la città di cui sposterai le case e le strade per farla diventare la tua città. Trova il posto in cui ciò che fai, il giorno dopo, sarà accaduto.”

Così m’ero pulita in qualche modo le mani nei pantaloni, ero tornata nella stanza dove si trovava l’uomo che sorrideva senza alzarsi dal letto, e che in ogni momento, anche quando non ce n’era motivo, si voltava per salutarmi, e avevo fatto le valigie. Capii un anno dopo quanto male si fa in una strada non propria, tra gente provvisoria; quando provai a telefonare. Era morto da due giorni, mi dissero. Mi accorsi di non esserne stupita, sentivo di aver occupato provvisoriamente il posto di qualcuno che avrebbe potuto aiutarlo. Mi aveva chiesto qualcosa, l’ultimo giorno, hoe laat is het? Mesi dopo, seppi che mi aveva chiesto per quattro volte, mentre me ne andavo per sempre, e mentre se ne andava anche lui, che ora fosse.

Adesso devo scegliere se tornare a rispondere a domande che non capisco, elastici sul nulla, o se la parte di strazio che mi è riservata qui è materia, e non vuoto, di destino.

“Dogma, hai visto lo shaolin, per caso?” mi chiede Klaz. S'è affacciato all'improvviso nella mia stanza, con gli occhi pesti, con i pantaloni stazzonati di uno che ha dormito vestito, e manda un cattivo odore.

“Pensavo che Ichi fosse con te,” rispondo.

Mi guarda, Klaz. Nemmeno lui parla olandese.

 

 

(di Ida Bozzi, pubblicato il 2 giugno 2007)

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)


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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).