SETTE MODERNISTE - EPISODIO TRE
Dr. Back e Mr. Forward
“Signori, buonasera, o forse buonanotte,” disse l’uomo che era entrato nella stanza. Aveva l’aria di un poliziotto da telefilm, mani nella tasca del cappotto scuro, camicia bianca e cravatta nera, capelli cortissimi con la sfumatura alta sulla nuca. La luce azzurra del Pynchy lo rendeva alquanto cinematografico. Anche la lampadina dell’abat-jour, che seguitava ad accendersi, a scoppiare e a ricomporsi, era cinematografica quanto lui. La stanza ricordava ora il set di un film, con la luce blu da insegna di bar, le scintille di cantiere che rotolavano sul selciato umido degli angiporti di New York, e quell’uomo immobile in penombra, che aspettava di cominciare la scena madre. I concorrenti dello Show parevano il pubblico seduto nel cinema o la troupe appostata fuori quadro per il ciak.
“Devo chiedervi per cortesia di sistemarvi tutti intorno al divano, di trovare un posto per sedervi, e di non muovervi,” aggiunse l’uomo.
Snow White gli passò accanto, salutandolo con un cenno della testa, e uscì. Tornava in sala di produzione, lasciando i concorrenti alle prese con il nuovo venuto.
“Lei è il dr. Back?” domandò Dogma, mentre gli altri si sistemavano nei pressi del divano. Klaz e Hard alzarono la testa per ascoltare la risposta dell’uomo.
“No, signorina. Sono il suo assistente.”
“Scusate,” disse Vana Olker, con tono concitato, “io non sono una dello Show. Devo andare via? Devo restare? Mi metto qui e non do fastidio?”
“Come crede,” rispose l’uomo, “non c’è nessun pericolo, se lei resta dov’è ora. Basta non muoversi.”
Ichi alzò una mano: “Io sono il ferito. Credo di avere pezzi di legno conficcati dappertutto nella carne, ho la pelle maciullata, ho perso un po’ di sangue, e vorrei che il dottore si sbrigasse, se possibile.”
L’uomo guardò Ichi con apprensione. “No, ascolti. Non chieda al dottore di sbrigarsi, non glielo consiglio. Anzi, è una precauzione che vale per tutti. Non chiedete nulla al dottore, quando arriverà. Lui… lui non è come noialtri. Lasciate fare, è meglio. E se avete qualcosa da dire, dite a me. Avete capito?”
Best appoggiò i pugni ai fianchi, nell'atteggiamento che le era consueto. “Sì, ma chi sarebbe questo dr. Back, una specie di mago, una specie di santone, un guru… chi è, insomma?”
Il poliziotto si strinse nelle spalle. “Sarebbe più corretto chiedere “che cosa è”, signorina. E io le giuro che non è il caso di chiederselo. Non davanti a lui, perlomeno.”
“Oh mamma mia,” mormorò Vana Olker, e si segnò meccanicamente con il segno della croce.
“Se siete tutti pronti…” disse il poliziotto. Lasciò che i concorrenti annuissero o borbottassero i loro “sì”, poi si voltò verso la porta della Casa, la porta principale, l’ingresso, oppure “l’uscita”, come la chiamavano i concorrenti, e si inchinò.
Davanti alla porta, come una nuvola di fumo che si solidifica a poco a poco, si formò la sagoma del dr. Back.
Era alto un metro e sessanta, o poco più, vestito solo con una tunica dai colori cangianti lunga fino al pavimento, e somigliava vagamente a un essere umano.
“Oh, cazzo, ET l’extraterrestre,” esclamò Hard.
Il poliziotto si voltò di scatto, alzando un dito alle labbra, e fece segno di tacere.
Ma il dr. Back aveva sentito. Qualcosa cominciò ad accadere alla sua tunica, al colore del tessuto, che passò dall’indaco al verde smeraldo al rosso rubino al blu pervinca, senza che si potesse dire “adesso è blu”, “adesso è rosso”, ma come se si sciogliesse in una moltitudine di colori che scivolavano sulla superficie mescolandosi e dividendosi e perdendo completamente senso. Dalla testa, che non aveva bocca, né occhi, né altro, uscì un suono che articolava parole su un si minore monocorde. I vetri della casa entrarono in vibrazione. Alcuni materiali dell’arredamento, il tavolino di cristallo, i vetri dei quadri, la copertura smerigliata delle appliques sul muro, il ferro degli alari e le serrature delle porte, cominciarono a tremare. Il tintinnìo sembrava l’annuncio di un’esplosione imminente, e i concorrenti si strinsero intorno e dietro al divano.
“Io vi avevo detto di non disturbarlo,” avvertì l’uomo, sottovoce.
II parte.
La voce, il suono, il si monocorde, lo interruppe.
Il dr. Back disse, con lente pause: “Come tutti i felici. Così generico. Così tranciante. Con il tuo prossimo. E impreciso. Tra venti anni. Vuoi tu vedere. Come sarai. Tra soli venti anni?”
Gli oggetti della casa non smettevano di tintinnare. Hard si voltò verso l’assistente, a bocca aperta.
L’assistente disse: “Risponda di no, signore. Sarebbe meglio.”
Hard richiuse la bocca e articolò: “Ehm, no. No, no, non c’è bisogno, grazie.”
“Avrai. Occhi? Avrai. Naso? Quanto sarai alto. Tu? Tra venti anni,” disse la voce. Hard stava per rispondere qualcosa, qualcosa di certamente molto accomodante e gentile, ma Dogma gli fece segno di tacere comunque, ora e per sempre, indicandogli il mondo intorno, la stanza, l’universo, il bene dell’umanità: il tappeto vicino al divano aveva cominciato a sobbalzare sul pavimento come un cagnolino, e dalle molle della poltrona veniva il rombo di un temporale, mentre l’intonaco sui muri sembrava percorso da un tremito. Tutto sembrava sul punto di disintegrarsi.
L’assistente tossì: “Ehm, dottore. Certo il signore, qui, non intendeva offendere.”
“Eppure ha. Offeso. Non mi conosce,” continuò la voce. Il dr. Back mosse un passo, o qualcosa che sembrava un passo, verso il centro della stanza, e il divano, con tutti i suoi occupanti, fece a sua volta un passo indietro, tra lo stupore e lo spavento di tutti gli umani presenti. “Eppure ha offeso. E se non fossi. Il potente dr. Back e mr.Forward. Egli seguiterebbe a ridere. Appoggiato alla balaustra. Della passeggiata a mare. Con tutti i suoi. Amici. Mentre passa il piccolo. Orribile mostro. Io.”
“La prego, dottore,” l’assistente si spostò tra il dr. Back e il divano, “è colpa mia, io non ho spiegato…”
“Ero un piccolo. Dicevano. Malato. Altri dicevano. Un piccolo. Bambino indaco. Ma io non ero. Questo. Volete vedere. Com’ero? Il pupazzo. Che non aveva. I vostri occhi. Enooormi.”
L’ultima parola percorse la stanza come un uragano. Il tappeto fu sbalzato via dal pavimento con il tavolino e tutto, e volò schiantandosi contro il muro in fondo, mentre mobili e suppellettili cadevano e si fracassavano negli angoli. Il piccolo fuoco nel camino si spense e la cenere fu risucchiata in alto in una colonna di polvere. Tutti si aggrapparono a qualcosa per non essere spazzati via, chissà dove. E con un tuono mostruoso, che sembrava provenire dalle viscere del cosmo, il Sole sbucò dalle montagne con un colore di fiamma, e ricominciò lentamente a tramontare.
“No, dottore!” gridò l’assistente, alzando le braccia davanti all’essere, in atteggiamento di difesa.
La voce ronzò divertita senza emettere parole intelligibili. Doveva trattarsi di una risata. Tutto tornò quieto e buio. Il sole sembrò non essersi mai mosso dal suo moto tranquillo oltre l’orizzonte. Il tappeto rotolò a terra inerte e le serrature smisero di vibrare. Gli umani nella stanza respirarono per controllare d’essere ancora vivi.
“Ma sì. Ma. Sì,” la voce calò su un la maggiore tranquillizzante. “Io sono. Così suscettibile. Per quanto riguarda. Il mio aspetto. Non ho la flemma. Del mio unico. Amico. Il. Tempo. Lui. E’ molto. Più brutto di me. Ma non gli importa.”
Best si mosse per dire qualcosa, ma Klaz le saltò letteralmente addosso e le chiuse la bocca con una mano. La ragazza mugugnò, cercando di divincolarsi, ma Klaz non mollò la presa. Intervenne Dogma, invece.
“Lei è una specie di… parte attiva del Tempo, vero?”
L’assistente guardò Dogma, poi il dr. Back, poi gli altri, poi di nuovo il dr. Back, e quando si fu convinto che il peggio era passato, abbassò le mani e si ritirò, annuendo tra sé e stiracchiandosi la nuca per allentare la tensione.
“Parole,” sembrò sospirare la voce. “Io ho la. Chiave.”
Lentamente, e questa volta senza provocare spostamenti nel mobilio della stanza, il dr. Back si mosse verso il divano, e si chinò. Ichi si ritrasse, per quanto glielo consentivano i cuscini. Il dottore sollevò una mano dalle dita lunghissime e pallidissime, lisce come quelle di una bambola, e cominciò a muoverla a forse mezzo metro dal corpo di Ichi, come setacciando l’aria sopra di lui. Gli altri si fecero più vicini, come un gruppo di internisti che segue il chirurgo al capezzale del malato, e Klaz prima di muoversi lasciò Best, che pareva placata.
“Che cosa… mi sta facendo?” domandò Ichi.
“Io. Cerco.”
“Ma… che cosa?”
Dal fondo, la voce dell’assistente risuonò quasi tranquilla. “Ora il ferito verrà curato. Vi ho spiegato che è meglio non disturbare il dottore.”
“Ho sentito parlare di…” cominciò Ichi, ma ci ripensò e tacque.
“Io cerco. La chiave,” disse il dottore, senza smettere di percorrere l’aria con la mano. Tutto ciò che del suo corpo era visibile fuori dalla tunica, visto da vicino, sembrava immune dalle offese del tempo, liscio, perfetto. Una pelle di grana sottilissima, una carnagione appena pallida, ma non terrea, e perfino un accenno di espressione su quello che doveva essere il viso. Un’espressione vista in un lontano riflesso d’acqua, un volto che si sporge in un lenzuolo appeso, un sorriso chissà quanto distante. Occhi e bocca coperti da una membrana di quella pelle diafana e delicata.
La mano si fermò in aria più o meno sopra il collo di Ichi, e indicò un punto astratto.
“Ecco.”
Tutti gli occhi della stanza erano puntati su quel punto. A pochi centimetri dalla giugulare del monaco shaolin, la mano si chiuse, e due dita, pollice e indice, strinsero qualcosa, come se avessero afferrato una mosca per un’ala, e la tenessero lì, immobile, ronzante, perché tutti potessero ammirarla. Tra le dita, invece, nessuno vedeva niente.
“Che cos’è?” chiese Klaz, agitandosi dietro lo schienale del divano.
“E’ un quadratino. Di noi. Di voi. Di lui. Che si può spostare. Senza danno. E’. La chiave. Di questa piccola ferita.”
Klaz seguitò, coraggiosamente. “Intende dire che c’è un modo per guarire la ferita senza un intervento, senza ferri o bisturi o…”
Il dr. Back sembrò strappare l’ala della mosca invisibile. Ritirò in fretta la mano, stringendola a pugno, e, dopo poco, la strofinò contro l’altra in modo spiccio.
“Guardate. Voi stessi,” disse.
Tutti guardarono il corpo seminudo di Ichi. La ferita era scomparsa. Non c’era una cicatrice, non c’era una sutura.
“La ferita non è mai. Esistita. La chiave di quella ferita. E’ stata. Cancellata dal tempo.”
Ichi si sollevò a mezzo sul divano, e si tastò il torace. “Non è possibile. E’ contrario a... alla...”
“Eppure sei guarito,” constatò Dogma, allargando le braccia.
Il dr. Back si allontanò di nuovo, lentamente come s’era avvicinato. “Contrario. Dici. A che cosa?”
“A ciò che credo, che gli esseri sono tutti uniti da tempo e spazio.”
“Divisi. Da tempo e. Spazio,” lo corresse il dottore.
“Che tutti appartengono a una sola realtà. Che...”
“Che però non ha. Luogo. In questo posto soltanto.”
“Io. Non. Riesco...”
Di nuovo, la voce produsse la sua strana risata. “E’ comico. Appena mi. Conoscono meglio. Tutti cominciano a. Parlare come me.”
Ichi sorrise. “Vedo che ha senso dell’umorismo, dottore. Ora che siamo amici: che cos’è quella cosa che mi ha tolto dal secondo chakra, eh?”
“Oh, un quadratino. Amico,” rispose il dr. Back, avviandosi verso la porta, “il più piccolo. Quadratino di realtà. Possibile.”
“Un pezzo di vita, cioè.”
“Qualcosa. Di così piccolo.”
Dogma si fece avanti. “E dove. L’ha. Oh, accidenti, parlo anch’io come lei, adesso. Voglio dire, dove l’ha buttato?”
“In termini. Umani?”
“Beh, sì, certo, in termini umani. Che cosa ne ha fatto?”
Il dr. Back si fermò e voltò la testa sopra la spalla. Se avesse avuto occhi si sarebbe detto che s’era voltato a guardare Dogma. “Ecco. Allora. L’ho mangiato.”
Un brivido di silenzio attraversò la stanza. Nessuno riuscì a dire una parola.
“Mangiato. Me ne vado. O c’è altro. Che posso fare?”
Vana Olker, che era rimasta a tremare dietro il divano per tutto il tempo, si azzardò a chiedere qualcosa.
“Signor assistente,” cominciò, senza osare rivolgersi direttamente al dottore. “Signor assistente, io non c’entro con lo Show, però se posso dire una parola, una sola, gliela riferisce lei poi al suo padrone, se vuole, e se non vuole non gliela dice. C’è una signora, una signora tanto buona dello Show, che è stata mangiata anche lei... no, mangiata non è giusto... che è caduta nell’incantesimo di un mostro dei boschi.”
Best reagì violentemente. “Chi, di chi stai parlando? Chi è quella buona? Post? Ma taci! Ehi, dottor Back, piuttosto. E’ vero quello che si dice, che lei può far vedere il futuro, o il passato...”
“Best, per l’amor di Dio!” intervenne Klaz. “Dottore, la signora Olker ha ragione. Una nostra amica è stata portata via da… beh, non saprei dire da cosa, una specie di belva feroce, che...”
Ma il dr. Back non stava ascoltando Klaz. “E’ vero, bambina. Vuoi tu. Tornare indietro nel tempo?”
“Io? Io? Parla con me?” Best appoggiò una mano sul petto. “Io voglio vedere il futuro! Il futuro! Poi tornare. Solo una sbirciatina.”
“Oh, che pessima, pessima idea,” scrollò il capo Klaz.
“Lo può fare davvero?” chiese Ichi.
“Sì. Ma vorrei. Che la piccola. Non scegliesse di vedere. Il futuro.”
“Caspita, il futuro lo voglio vedere anch’io,” saltò su Dogma, puntando un dito contro la tunica del dottore, fin quasi a sfiorarla. Hard: “A me ha predetto qualcosa di brutto, tra venti anni, ve lo ricordate? Che cosa intendeva? Vorrei saperlo prima.” Klaz, scuotendo ancora la testa: “Io semmai rivedrei un pezzetto di passato. Magari resterei anche volentieri qualche giorno laggiù. Anzi, se fosse possibile...”
L’assistente si mosse di nuovo e allargò le braccia davanti al dottore, questa volta per proteggerlo dagli altri. Si capiva che era questo il compito per il quale era pagato, infine, e che lo svolgeva con minore imbarazzo. “Calmi. Calmi,” disse, “e menomale che vi avevo pregato di non chiedergli niente.”
Intanto, il dr. Back tornò a sistemarsi vicino alla porta d’uscita, come una ballerina in prima posizione; sembrò riflettere a testa china, lasciò che i colori sulla tunica si mischiassero ben bene, che l’indaco diventasse oro e il cremisi giallo e tutto il resto, e infine alzò di nuovo la mano in aria. Questa volta ci furono spintoni, per riuscire a passare vicino e sotto a quella mano. Ichi si prese anche un pugno nelle costole da Best, proprio nel punto in cui era stato ferito e poi guarito, e sentì una fitta lancinante, come se il taglio, dopotutto, fosse ancora lì.
Altre ali di mosche invisibili furono strappate, o forse trapiantate, o rimosse e incollate di nuovo. Best passò sotto la mano due volte, grazie al pugno che aveva sferrato a Ichi, e il dottore trovò la chiave invisibile anche in lei. Poi, la mano si ritirò.
“Grazie del vostro. Presente. Dormite. In sonno. Io vi darò. Ogni chiave.”
E si dissolse com’era apparso, in una nuvola di fumo.(di IB. Pubblicato il 10 aprile 2006)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
