SETTE MODERNISTE – EPISODIO 3 - Il Dr Back e Mr. Forward
Hard B.
In piedi vicino alla finestra del salotto, osservo l’automobile del dottor BackForward parcheggiata fuori. Bella macchina nera da riccastro, scandinava, affusolata, con il muso un po’ piangente. Scommetto che ha uno di quei culetti a ellisse, come le impiegate. Di quelli che con il tailleur non si vedono, ma con i pantaloni sporgono un po’ di lato, appena sotto le anche.
Un po’ come quello di Best.
Lei è seduta sul bracciolo del divano, vicino a Ichi che, convalescente, si allunga sui cuscini. Dondola una gamba accavallata, e sembra una ragazza innocua, occupata a tirarsi i capelli in una ciocca laterale. Il suo uomo le ha già detto che è bella, e di altro lei non deve preoccuparsi. E’ bella, che altro ci può essere di importante? E’ contenta come se avesse preso un voto alto a scuola. Più contenta.
Non posso credere che abbia chiesto di vedere il futuro.
Non posso credere di averlo fatto anch'io. Mi volto e glielo dico. “Non so se è stata una buona idea, chiedere al dottore di vedere il futuro. Stiamo parlando del futuro vero, non dell’oroscopo. Carne e sangue.”
Ichi si sta rivestendo, indossa un maglione morbido con il collo a v, nero, che mette in risalto i muscoli del collo, e alle mie parole ride di gusto, anticipando Best. Dev’essere quel suo buddismo. Tsk. Ti vorrei vedere buddista sotto un albero, con le ossa che ti spuntano da tutte le parti, e tu che non ti muovi perché non c’è niente da mangiare, e prima del raccolto passeranno sei mesi. Quello è buddismo. Bella forza, essere buddisti, con tutti questi muscoli. E lei, bella forza, essere nel nirvana, con quelle tette.
“Che figata,” è tutto quello che risponde Best. “Non vedo l’ora che succeda. Vedrò tante cose! La mia casa! Tutta per me! Per noi! Con le tendine!”
Speriamo, piccola.
“Vivi con i tuoi?”
“Certo, sono minorenne. Che due palle.”
Già. Uno che della gloria della vita ha un timore reverenziale, da colpevole, è Klaz. Eccolo lì che ronza intorno. Forse vuole parlare con qualcuno. Dio, perché non sono rimasto all’Hotel? Forse cerca da bere. Ecco lì Dogma, che lo incrocia sul tappeto e lo evita vistosamente. Si scansa, addirittura. Forse lo disapprova, lei, che si taglia i capelli a zero e scrive sui muri con i suoi amici del Conchetta. Oppure hanno litigato. Roba da Reality. Ecco che gli volta le spalle mentre lui le fa un cenno. Uhm, c’è qualcosa, tra quei due. E Klaz insiste, sta davvero cercando di entrare in contatto, si muove di sbieco, e poi comincia a disegnare qualcosa nell’aria, con un fare misterioso. Traccia con le dita una quantità di sagome, sagome rettangolari, scatole, libri, libri grandi, enciclopedie, ma che diavolo... Il catalogo! Forse intende spedire Dogma a rubarlo, com’era nei piani fin dall’inizio; forse l’hanno già rubato; ma per un motivo che ignoro, Dogma non vuol parlarne, è risentita, o ha cambiato idea. Si sposta vicino a Best, che è sempre come dire “arimo”, e non si muove più.
E poi c’è Vana Olker, dall’altra parte della stanza. Si è tolta il cappotto e si aggira tra la poltrona e il divano con il suo maglione e la gonna di lana color mattone bruciato. Ha preso un bicchiere e lo tiene in mano, dandosi un’aria che ritiene di classe. Lei è il mio boccone infilzato sulla forchetta per lo spuntino di stanotte: sta aspettando che sia io a rivolgerle la parola, per non fare la sfacciata, ma si vede che sta cominciando a domandarsi quando, e come, e quanto a lungo, e se c’è un bagno di sopra, o se io preferisco senza. Appena la guardo, mi guarda.
E io mi volto di nuovo verso la finestra, sogghignando. Mi fingo grandemente interessato alla macchina... alla... macchina del dottor...
Non c’è più.
Il giardino è vuoto. Coperto di neve fresca, la maledetta neve. E vuoto.
Beh, il dottore se ne è andato. Strano che io non l’abbia sentito andare, ma... Alzo gli occhi, e sta già albeggiando. Così presto… Le montagne si colorano di un colore che solo gli americani sanno chiamare come si deve: baby blue. E qualcosa attraversa il cielo rapidamente, forse un falco.
“Ecco, gente,” mi volto, “è mattino. Venite a vedere il...”
Non c’è più nessuno nella stanza. strano. La Olker dev’essere andata in bagno di testa sua. Guardo di nuovo verso la finestra. Le montagne sono là, si illuminano piano piano. Non riesco ancora a vedere la spaccatura oscura del Sole, che negli ultimi tempi si riflette perfino nella luce sulle cime. Ma il paesaggio è bellissimo, e mi dispiace dover restare da solo a godermelo. Un’altra cosa sfrecciante attraversa il cielo. Sospiro e la guardo. E quella si ferma.
Ha la forma di una campana, è verde, e ruota sospesa in aria.
“Ma che diavolo...” dico, puntando un dito verso la campana verde, “ehi, dove siete finiti, tutti? Venite a vedere che razza di...”
Nella stanza, entrano una donna e un vecchio su una sedia a rotelle. La donna dice:
“Chissà se Ichi arriverà con questo trasporto, o con il trasporto di mezzogiorno,” la voce è quella di Dogma, ma la donna ha i capelli lunghi fino alle spalle, e un eccesso di trucco in faccia. No.
“Chissà se verrà davvero, dopotutto,” dice il vecchio sulla sedia a rotelle. Muove solo metà faccia, e le sue parole hanno un suono ovattato.
Quasi mi si piegano le ginocchia: “Klaz!” lo riconosco. “Santo cielo, ma che cosa ti è successo. Un attimo fa...”
Dogma si avvicina a un grande tavolo che non ho mai notato prima. E’ apparecchiato in mezzo al salotto, per la colazione. Ci sono tazze, bricchi trasparenti per il caffè, ciotole piene di polverine colorate. Dogma prende un pizzico di polverina gialla, la depone su un piatto, e la polverina diventa un croissant. Eh, eh, eh. No.
“Ichi verrà,” dice Dogma. Ha un piglio meno severo del solito. Si piega, si sporge, avvicina il croissant alla bocca di Klaz: sembra abituata a farlo. Riesce a infilare un boccone di pasta nell’angolo che il vecchio può aprire, quello sinistro.
Lui si tira indietro, prima di essere imboccato: “Non volevo che mi vedesse così.”
“Klaz! Smetti di essere il dannato egoista che sei, e smetti di occuparti solo di te stesso. Siamo qui per un amico, cerca di ricordartelo.” E gli spinge l’angolo di dolce in bocca.
Klaz annuisce, e prende a masticare come può. Una bava gialla di cibo e saliva gli cola lungo il mento. Qualcosa, una paresi, deve avergli bloccato il lato destro del corpo. Mi avvicino e allungo una mano verso di lui. Faccio per toccarlo.Lui finisce di biascicare il dolce, e mentre Dogma corre a ripulirlo con un tovagliolo di carta, dice qualcosa.
“Farò la fine di Hard.”
No.
“Ehi,”salto su, “io sono qui, io...”
Dogma gli risponde. “Smettila. Questione di settimane, e poi ti riprenderai benissimo. E’ il dottore che lo ha detto. Stai facendo progressi enormi.” E mi cammina attraverso, spostandosi per distendere un tovagliolo pulito sul petto di Klaz. Mi tasto, mi tocco, e mi sento perfettamente intero. Che diamine.
“Non devi avere paura. Ichi è tanto contento che tu stia guarendo. Non smette un minuto di amarti.”
“Ma... ma…” scuote la testa Klaz.
Intervengo, battendo le mani davanti a loro. E il rumore lo sento, eccome: “Scusate. Che cosa succede? Io sono qui, non mi vedete? Ehi? E ci sono oggetti volanti fuori dalla finestra. Grosse campane verdi. Mooolto minacciose.”
“Ma… cosa, rubacuori?” sospira Dogma. Fingono di non sentirmi, e io mi accascio sul divano.
“Ma… ma tu? Tu?” Il vecchio non sa come continuare. Una leggera oscillazione gli prende la mano sinistra.
Dogma lo accarezza e ricomincia a pulirgli il viso con il tovagliolo. “Io sono felice di rivederlo. Non si può odiare ciò che si ama. Mai. Mai. O non era amore. O non è odio.”
“Forse è me che odi.”
Dogma sorride. “Forse. E adesso parliamo d’altro, su. Non voglio che ci trovi qui a piangere. Voglio che ci veda allegri. Dai!”
Klaz annuisce reclinando la testa con un movimento incontrollato, e Dogma lo spinge verso lo spicchio di sole che sta entrando dalla finestra. Le ruote della carrozzella mi tranciano le gambe a metà, senza che io avverta alcun dolore.
“Quella che voglio proprio vedere, è Post,” dice Klaz, attraverso la mano che ho steso in avanti per fermarlo.
Dogma ride. “Tutti vogliamo vedere lei.”
Klaz: “Dio mio. E’ l’araba fenice, da quell’anno. Quando Best e Snow...”
“Da allora. L’editore ha pubblicato il libro senza mai incontrarla. Non ci sono immagini. Non ha rilasciato una sola dichiarazione. C’erano quindicimila persone alla festa per il Premio, in piazza, ma lei non c’era.”
“Tu come hai fatto a convincerla a venire qui?”
“Scusate...” cerco di intervenire. “Che Premio?...”
Dogma compone con una briciola un’altra di quelle brioche ristrutturate, e ridacchia: “Beh, prima di tutto ho garantito che al suo arrivo avremmo suonato Shostakovich, un certo valzer 2. Oh dio, una musica da giostra. Con grandi altoparlanti montati tra le montagne.”
“Matta come un cavallo.”
“Ah, ecco: poi ho assicurato che avrebbe avuto un tiro di sei renne ad aspettarla al trasporto. Come sai, non indossa più scarpe, e non possiamo costringerla a camminare nella neve. Eh, no. Penso che ne abbia abbastanza, della neve.”
Post non indossa più scarpe? Un tiro di renne? Un valzer di Shostakovich?
“Mi prendi in giro,” dico.
“Mi prendi in giro,” ride Klaz. Lo guardo. Lui sembra vedermi, all’improvviso, strabuzza gli occhi, spalanca la bocca, alza l’unica mano che riesce a muovere e… e… Starnutisce. Mi starnutisce attraverso.
“Certo che ti prendo in giro,” si accomoda Dogma, passandogli un altro tovagliolino. E’ sul divano, addosso a me. Le nostre gambe formano un vu doppio. Ma io non sento lei. E lei non sente me. “Niente Shostakovich, niente renne. E non so se è vera questa leggenda delle scarpe. Non si sa niente. Però è bastato che le dicessi di venire qui, per la commemorazione di Hard, e lei ha detto “Ok”. Così, tranquilla.”
Com…
Commemorazione?
Commemorazione di Hard?
“Come sono morto, Dogma?” domando. "E quando?"
Lei osserva un punto del tappeto. “Oh. Come vorrei che fossero ancora quei tempi, sai, Klazik? Quel giorno spaventoso, in cui sbagliammo universo. E quando ci fu la guerra delle Creature di luce. E il dottor Back e Forward…”
“Oh, quello..."
"E Hard, che si svegliò quella mattina sul divano, tutto agitato, gridando che lui era morto, che lui era morto, e che voleva solo ostriche, solo ostriche, dalla mattina alla sera,” Dogma scuote la testa. “Poveretto. E chissà. Chissà, magari sono state proprio le ostriche a ucciderlo…”
Provo a darle un pugno. Così, per fermarla. Tocco il divano, ma non lei. Non lei. L’ha detto. Io sono morto. Io sono semplicemente morto. No. No?
A quel punto, è Klaz che ride, a modo suo, di sghembo. “Ragazza mia, non hai ancora capito che cosa intendeva? Le ostriche…”
Dogma gli punta un dito in faccia. “L’ho capito sì, e tu non sai... E non saprai. Eh, povero Hard, buonanima.”
Klaz rovescia indietro la testa cercando di ridere, ma il collo lo costringe a una torsione declinante, inconsulta, che gli sfigura metà del volto in una smorfia. Dogma evita di guardarlo, per un momento. Tra le montagne è arrivato un altro trasporto verde. Il cielo è tutto di un delicato baby blue. E' ultraovvio che sto sognando, no? No? Bene, sbadiglieremo. Ci stiracchieremo. Urleremo "ostriche!".
Infatti il futuro non esiste.
(di IB, pubblicato il 6 luglio, 2006)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)