SETTE MODERNISTE
QUINTO EPISODIO - Il ritorno
Hard
“Hard?”
Snow White deve schiarirsi la voce prima di riuscire a pronunciare nitidamente il mio nome. Lo sforzo sembra sfinirlo. Sbaglio o fatica anche a muoversi. Siede lentamente al tavolo, accanto a me, e fissa il vuoto tra le molecole della tovaglia.
“White. Notte agitata?” Vorrei ammiccare, alludendo alle sfrenatezze della mogliettina, ma anche i miei muscoli sono atrofizzati, e resto con la faccia rigida come quella di un animale riempito di paglia in un museo. Immagino che i miei zigomi mandino appena una vaga vibrazione, come se nel museo ci fossero i tarli. “Oh, beh, nemmeno io sono in forma, stamattina,” spiego, “e non soltanto perché mi avete fatto dormire per terra. No, sai, ho fatto un sogno terribile, ma odio quelli che ti raccontano i sogni, così ti dirò solo che ho sognato il futuro, e il futuro era verde e profumato, gli uccellini cinguettavano, il genere umano se la spassava con le porte spaziotemporali, ecc. ecc., e io ero morto. Ero morto, e l’ho sognato per via del freddo terrificante che devo aver patito lì per terra. Già. Back Forward non c’entra. Nessuno può farti vedere il futuro. Infatti, sono resuscitato. Capisci? Non nel futuro, solo nel sogno. Sì, uno di voi deve avermi buttato addosso una pila di coperte, e così nel sogno sono resuscitato. Allora ho sognato di avere caldo. Un caldo bruciante. Ero legato sotto una lampadina che aveva una luce corrosiva, e mi scioglievo vivo. Nel sogno, intendo. Come se la luce fosse stata un acido.”
“Un acido,” mi guarda White. Trascina le parole, ne fa poltiglia.
“Sì. Un acido. La luce. Nel sogno. E… per farla breve, poiché io odio quelli che raccontano i sogni, e ancor più quelli che non li ascoltano… mi sono svegliato e ho sentito le costole scricchiolare come una barca in acqua. A quel punto mi sono detto...”
“Hard…”
“Ehi, non ti sto raccontando il sogno. No, questa è la realtà. Mi sono detto: “sarà meglio alzarsi”, e ho appoggiato una mano per terra. E… beh, per terra c’era una scheggia di vetro, anzi, tutto un lampadario di vetro, o quel che ne restava, e così mi sono tagliato il palmo della mano. Guarda. Ma che cosa diavolo avete combinato, qui, stanotte? Sulla fronte… beh, sulla fronte avevo altre schegge, ma come una polvere, una minuzia di vetro, e la testa mi prudeva, mi prudeva e sanguinava, così sono corso sotto la doccia… E non è il sogno, è tutto vero. E’ successo davvero, sanguino ancora… Sanguinavo, fino a un attimo fa…”
“Hard,” mi interrompe White.
“Non è il sogno.”
“Hard,” ripete, come se la parola “Hard” significasse “ho capito”, oppure “adesso basta”. Ma con una sfumatura di “ti prego”, o “sto per vomitare”. Poi si blocca, muove le labbra come per dire qualcos’altro, ma non parla più.
“Dimmi, White.”
“Niente,” sussurra.
E’ strano, quest’uomo, stamattina.
“Uhm. Sai cosa?” dico, schioccando le dita, “un buon caffè ti rimette al mondo. Soprattutto se te lo preparano le due cameriere che erano qui prima, così gentili, e brave, e, uhm, anche gemelle, credo. Dovrebbero tornare, ho chiesto loro di imburrarmi un crostino. Ehi, senza allusioni. Pane e burro. Normale. Non quello che pensi tu. Pane e bur…”
“Post è morta?” mi chiede, così, a bruciapelo.
Lo guardo, con l’espressione più interrogativa che la mia faccia semiparalizzata mi consente. “Eh?”
“Morta.”
“Post?”
“Sì.”
“Come, morta?”
“Dico: è morta?”
“Ma chi, Post?”
“Diamine, non stare a ripetere infinite volte quel nome!” Snow White si raddrizza contro lo schienale della sedia, resuscitato anche lui. “Lei, lei: hai capito benissimo. E’ morta? E’ viva? Dov’è? Tu l’hai vista cadere e trasformarsi in sasso. L’altro idiota dice di averla vista su una spiaggia fatta di ossa.. Figurarsi. Credevo che la sosia, quella, quella della fiaba, fosse un vostro trucchetto per far ritornare qui la vostra amica. Ma la tizia non le somiglia neanche un po’. Quindi, mi domando…”
Chiude la bocca e mi guarda con gli occhi sgranati. Interpreto la sua espressione nell’unico modo possibile.
“E’ un po’ tardi, per le lacrime, White.”
“Ma accidenti!” Picchia una manata sul tavolo, poi, pentito anche di quello, accarezza la tovaglia mettendosi a lisciare qualche piega inventata. “La colpa è sua.”
Vedo affacciarsi nel salone un grembiulino sudtirolese, di sicura origine brasiliana. Faccio un cenno alla gemella e quella si inchina e torna in cucina a imburrare altri crostini. Adorabile. A proposito, chissà che fine ha fatto la lavandaia, la Olker.
“E’ una persona così dura…” riprende White.
“Post?”
“E piantala. Ostinata, cocciuta. Si fa odiare.”
“Sempre Post?”
Si innervosisce. “Dacci un taglio.”
Sorseggio in pace il mio caffè, e lascio che White si lecchi le labbra per un po’. “Cerco solo di capire,” gli dico, alla fine dell’ultimo sorso, schioccando la lingua, “di chi parli. Se di lei, o di te.”
Ride. “Una predica! Hard, una predica! Da te! L’uomo delle ostriche vive e delle bandiere brasiliane! Uno che non si ricorda nemmeno il nome di tutte le p…”
Lo fermo, solennemente. “Io non mi ricordo il nome. Tu invece daresti qualcosa per dimenticartelo, o sbaglio?”
“Cazzate,” seguita a ridere. Accarezza la tovaglia, e seguita a ridere. La mattina è interessante, abbiamo di tutto un po’. Il vecchio patetico che sta per mettersi a piangere ma finge di sbellicarsi dalle risate, le gemelle che si nascondono dietro la porta spingendosi e sghignazzando (quindi sarà meglio che vada in fretta a chiedere loro che cosa intendano mai, per “imburrare i crostini”, visto che non c’è ombra di pane e burro nelle loro mani), e adesso anche ModeRN, che si è unito a noi e si aggira palpando i muri come un elettricista e raccogliendo dal pavimento frammenti di vetro e pupazzi marroni di peluche.
“Hard,” torna all’attacco White. E’ proprio cotto, non c’è che dire.
“White. Ci sono diversi tipi di amore...” inizio. E’ la mia materia, i vermi. La materia di Vermeo.
“Vedi, caro Hard,” mi interrompe, “se avessi voluto chiederti il Catalogo dei diversi tipi di amore, te l’avrei chiesto. Non puoi essere più fuori strada di così. Io ti ho chiesto se quella donna è morta, o se si è davvero trasformata in un sasso, e se ne sei sicuro, o se devo considerare la tua testimonianza del tutto inattendibile. Come il vaniloquio di quel pazzoide là in fondo,” conclude, indicando ModeRn, che in questo momento, per un motivo misterioso, è piegato ad annusare i cuscini del divano.
“Vedi, caro White,” incrocio le braccia e gli faccio il verso, “mi sfugge qualcosa. Il perché. Perché me lo chiedi. Perché a quest’ora del mattino ti riscuoti da una notte evidentemente insonne e vuoi sapere all’improvviso che fine ha fatto Post. Se io sono fuori strada, che te ne importa? Hai la tua bambola entusiasta. Hai il tuo Show. Ti sei tolto di torno la pericolosa belva. Sei l’uomo più felice del mondo. Perché vuoi sapere altro?”
“Perché io, a quanto pare a differenza di voi tutti, vivo in un mondo in cui un sasso è un sasso,” mi sorride, “e un fantasma è un fantasma. Il fantasma, non posso sollevarlo con una ruspa fatta arrivare appositamente dal paese qui vicino, il sasso sì. Il fantasma, non posso caricarlo su un camion guidato da un autista pagato a giornata, e non posso depositarlo in un terreno di mia proprietà con un cartello grande così che dice “vietato l’accesso”. Il sasso sì. Quindi, mettiamola in questo modo: se mi state raccontando i vostri sogni, bambini, mentre Post è morta o scomparsa da qualche parte, circostanza davanti alla quale solo un Essere Maligno può restare indifferente, allora io devo avvertire una cosa di noi grandi, che si chiama polizia, e devo farlo subito. Ma se non è morta, se questa stronzata del sasso e del bosco è vera, allora la prima cosa da fare appena spunta giorno, cioè ora, è affrontare con cautela le vostre menti disturbate, riportarvi sulla Terra dal vostro Pianeta Mi Sono Fatto La Bua, chiedervi con delicatezza che cosa avete visto veramente, se ne siete proprio sicuri, e subito organizzare una battuta di ricerca. O è venuto in mente solo a me?”
Sciolgo le braccia incrociate, e per una frazione di secondo o due, quasi gli credo.
“Se questo non è amore, White…”
White sbuffa. Ripetutamente, sbuffa. “Dio, con questa storia dell’amore. Non esistono soltanto “diversi tipi di amore”, sai?” dice. Trattiene di nuovo quelle che, se devo credergli, non posso definire lacrime luccicanti. In fondo, ci sono anche diversi tipi di acqua negli occhi. Colliri. Càccole. Secrezioni da congiuntivite. Uno sputo della mia saliva che gli è finito in faccia. Gocce di neve sciolta che cadono da un buco nel soffitto. Prende un tovagliolo di carta, perché deve pur asciugarsi gli occhi, anche se quelle non sono lacrime ma stille di materiale galattico portato da una cometa, e poi continua: “Oh, Hard, accidenti a te. Avevo notizia di un collegamento con l’esterno, c’era qualcuno che usava i computer della Zona Proibita, di notte. E’ un’irregolarità che si paga con una penalità nel punteggio, o con l’espulsione. Credevo che… Ero sicuro che fosse lei… Tra tutti voi, quella che vagava per la Casa di notte, era lei. Quella che stava sempre lì, appostata da qualche parte, a rovesciarmi addosso l’Apocalisse di Giovanni, era lei. Quella che aveva motivo di odiarmi…”
“Aveva motivo, di odiarti?”
Snow White guarda la tovaglia, alla ricerca di una piega da spianare. “Basta così, Hard. E’ solo che non meritava di essere espulsa dallo Show, adesso lo so e mi dispiace, tutto qui. In circostanze normali, basterebbe spiegare l’equivoco, invitarla a tornare. Ma c’è stato un malaugurato incidente, o forse una terribile tragedia, insomma qualcosa di cui non ho valutato la portata finché non ho capito che non era un vostro ameno trabocchetto di monelli. Quindi adesso dimmi, lucidamente, seriamente, se c’è un cadavere, sì, un cadavere, da cercare da qualche parte, o se… se è viva.”
Prende fiato, e io scoppio a ridere.
“Diamine, White! Secondo te, se avessi saputo che Post era morta da qualche parte là fuori, me ne sarei tornato qui tranquillo, a giocare con BackForward e a far colazione con i crostini?” lo rassicuro.
“Beh. Quindi è viva e dorme da qualche parte ed è stato tutto un bello scherzo?”
Gli batto una pacca amichevole sul ginocchio. “Nemmeno, White. L’ho lasciata che era un sasso: l’ho vista diventare di sasso, rotolare via, e sparire nel buio. E’ assurdo, è pazzesco, ma ho pensato che un sasso non soffre il freddo. La troveremo, troveremo il sasso, chiederemo a BackForward qualche magia, e Post tornerà. E… e poi vedremo,” finisco. Stavolta potrei fare l’occhiolino, ci riuscirei, i muscoli sono tornati a rispondere agli stimoli e la mia faccia ha riacquistato plasticità. Ma non lo giudico opportuno. Non davanti a uno che piange quando sente il nome di Post, checché ne dica.
“Bene. E’ una buona notizia. Quasi buona,” sorride, e si alza, da convalescente. “Andiamo a organizzare le ricerche.”
“Ti raggiungo subito. Prima vado un attimo a vedere che cosa si intende per crostino imburrato, qui nell’Alpen. A proposito di ricerche,” aggiungo, muovendomi anch’io, “non mi hai detto chi di noi usava il benedetto computer per collegarsi con l’esterno, mio buon White. Visto che non era lei. E visto che non sono io.”
White si volta. “Oh, nessuno.”
“Nessuno?”
Scuote la testa. “Nessuno, nessuno. Proprio nessuno. Forse un virus, o più di uno, o qualcosa del genere.”
“Più di uno o qualcosa del genere, eh?”
“Sì.”
Con Snow White c’è sempre una certezza, vivaddio. Quel sant’uomo non può fare a meno di mentire.
(di Ida Bozzi, pubblicato il 28 maggio 2007)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
