SETTE MODERNISTE
Episodio quattro – Piccoli e vicini
Ichi
Caro maestro Hua,
in un tempo che impariamo ora a conoscere, l’Amante era stata abbandonata dall’Amato.
Allora, la sfortunata aveva levato al cielo preghiere così delicate da accarezzare tutto il Creato, come con baci di vento. Il vento aveva ritrovato l’Uomo in un luogo lontanissimo e l’aveva ricondotto di nuovo presso di lei come il fiato che ritorna nella bocca. Ma l’uomo era inquieto come le tempeste, e instabile come l’aria di mare, e dopo poco tempo, incapace di rimanere presso la Donna, era scomparso di nuovo.
Così accadde che una seconda volta l’Amante fu abbandonata.
E allora cominciò a levare al cielo una canzone così triste e lacrimosa, da inumidire tutte le regioni del mondo come un fiume di pioggia inarrestabile. E la pioggia ritrovò l’Amato in un luogo lontanissimo, e lo ricondusse di nuovo a lei come la lingua che ritorna nella bocca. Ma l’uomo era scuro come gli abissi, e tempestoso come la burrasca, e dopo poco tempo, incapace di rimanere presso la Donna, scomparve di nuovo.
Così accadde che per la terza volta l’Amante venne abbandonata.
Ma ormai le grida che levava erano così acute e lancinanti, che il cielo bianco ne fu trafitto, e ricadde frantumato in migliaia di fiocchi di ghiaccio. L’intero mondo fu coperto di quel manto immobile e abbagliante, come se l’aria stessa si fosse sparsa intorno in minuscoli cristalli spenti. E dall’Orizzonte bianco, questa volta, non vi fu alcun ritorno.
Così l’Amante pianse a lungo.
Poiché la casa, il cortile, ogni luogo sembrava immerso nella solitudine, l’Amante, desiderosa di confidare a qualcuno i propri affanni, aveva preso l’abitudine di incidere sugli Alberi del giardino, ormai ghiacciati, le parole più dolci dell’Amato. E aveva iniziato a raccontare ai Fiori del davanzale, stecchiti nel gelo come animali impagliati, le parole crudeli che l’uomo le aveva rivolto prima di andarsene. E a volte ripeteva al Ruscello, impallidito in una morta lastra di ghiaccio, il silenzio senza cuore di quell’uomo in tutti quei mesi. E se un Secchio pieno di neve scricchiolava sull’orlo del pozzo, l’Amante ne traeva auspici fortunati. E se il Trave di un capanno schiantato si abbatteva nei campi, ne traeva invece auguri di rovina e di morte. Amici erano i Fringuelli intirizziti che si posavano sulla veranda, nemici i Corvi che scavavano carogne nei fossi. Passarono gli anni, senza che mai ritornasse la bella stagione. Ogni cosa era gelata, e l’Amante stessa ormai avvertiva il freddo della Morte afferrarle le dita.
Decise allora di uccidersi, come avevo deciso io, maestro Hua.
Si alzò dal letto molto presto, prima del sorgere del sole. Si sarebbe gettata nel crepaccio che si apriva ai margini dell’altopiano, e cadendo in quell’immensa profondità di neve, avrebbe sciolto per sempre il proprio cuore freddo e i ghiacci che attanagliavano il mondo.
Ma nel preciso istante in cui spinse il legno della porta e mise un piede sulla soglia di casa, udì un tintinnìo suonare da qualche parte nella neve.
“Chi c’è?” chiese, e rimase immobile per qualche secondo, ascoltando i rumori nella valle. E il tintinnìo suonò di nuovo.
Era un suono lontano, metallico, argentino.
L’Amante uscì nel giardino imbiancato.
“Chi c’è?”
Sospirò: era una domanda sciocca. Non c’era proprio nessuno oltre a lei, in quel luogo triste di solitudine. Il ghiaccio era compagno del ghiaccio, e forse il rumore veniva dal cristallo staccato dal tetto, che si sbriciolava cadendo sul bordo di una cisterna. Oppure erano i Corvi che facevano stridere la neve secca saltellando sulla grondaia.
Ma il tintinnìo si fece più forte.
Insieme al tintinnìo, ora si sentiva anche un rombo, come di temporale. L’Amante si spinse fin sul bordo del giardino, e osservò da una parte il buio rilievo dentato delle montagne, e dall’altra il dorso rotondo delle colline, reso azzurro dalla neve intatta. Nel cielo si spegnevano le ultime stelle e nessuna nuvola si preparava a ostacolare lo splendore del sole pronto a sorgere. Eppure il rombo del tuono si faceva più forte, tanto che il terreno, come desideroso di scappare da una sciagura terribile, cominciava a tremare con forza.
Allora l’Amante guardò verso il profilo dei monti, e dietro le rocce vide spuntare una terrificante, altissima insegna di guerra: bianca, sventolante, portava dipinti lo In e lo Yo. E quale fu lo spavento nel vedere che a reggere l’insegna di guerra, con un’espressione di violenza inaudita sul volto, avanzava niente meno che l’Amato, coperto da un’armatura di ferro che tintinnava contro la sella del cavallo! L’Amante fece per corrergli incontro, quando all’improvviso tutto il resto dell’armata spuntò dal fianco della montagna. E la Donna con un grido di orribile spavento si gettò a terra: l’intero esercito, su sei file di cento cavalieri ciascuna, era composto da soldati perfettamente identici, in ogni particolare, all’uomo che lei aveva amato. Lui, per seicento volte lo stesso guerriero. E tutti costoro, i seicento volte Lui, appena videro la Donna, con un urlo selvaggio sfrenarono i cavalli nel galoppo dell’attacco e sotto le insegne di guerra si lanciarono nella spianata puntando le spade contro di lei.
La Donna, straziata oltre ogni misura da quella nuova crudeltà, decise che sarebbe morta in quel modo, lasciandosi spaccare il cuore dalla più perfida delle incarnazioni di quello che era stato il suo Uomo. Chiuse gli occhi e aprì le braccia, aspettando i colpi mortali. Ma proprio in quel momento, alle sue spalle, dal declivio dolce della collina, all’improvviso salì il fragore di un’altra armata, non meno rimbombante e tintinnante della prima. La Donna si voltò a guardare, e con uno stupore ormai vicino al deliquio vide avanzare sotto un’insegna color sangue, decorata dai nomi di antichi dei, un’altra armata, anch’essa guidata dal suo Amato. Questi era a sua volta moltiplicato in centinaia e centinaia di cavalieri in tutto identici a lui, che sorridevano inguainati in splendide armature d’argento, e alzavano lance acuminate lanciando il loro grido di guerra contro i temibili cavalieri dell’armata di ferro.
I forse milleduecento uomini che si stavano fronteggiando sulla spianata erano tutti la stessa persona.
L’Amante rimase a bocca aperta nel mezzo della piana, e sarebbe stata certo travolta da tutti quei cavalieri identici e nemici, se una pattuglia velocissima di fanti, coperti di corazze di paglia intrecciata, non avesse attraversato diagonalmente il campo di battaglia, portando la donna in salvo ai margini del terreno. Stropicciandosi gli occhi per l’incredulità, l’Amante scorse nei fanti che l’avevano salvata i piccoli Fiori ghiacciati del suo davanzale, confidenti di tante offese subite. La piccola pattuglia l’affidò a un gruppo di Guastatori, in cui la Donna riconobbe niente meno che gli Alberi del suo giardino, i custodi dei ricordi più dolci. Intanto i velocissimi Fringuelli, riuniti in un corpo di Frombolieri abilissimi, sferrarono l’attacco contro gli Arcieri che gli Amati Crudeli avevano assoldato tra i Corvi, mentre i Secchi del pozzo, usati come catapulte dall’armata degli Amati Gentili, riversavano proiettili di Travi e blocchi di ghiaccio del Ruscello sui nemici affannati. La battaglia durò meno di un’ora, e lasciò sul terreno moltissimi morti e feriti, che avevano tutti lo stesso viso. L’Amante, disperata, in lacrime, e ormai quasi fuori di senno, si adoperò per prestare aiuto ai feriti dell’uno e dell’altro esercito, sebbene gli uni l’accogliessero con cortesia debole e lontana di fantasma, e gli altri con insulti e male parole solo appena più vive, ma ugualmente distanti. A tutti chiese il motivo di quella guerra, e del sortilegio di quelle truppe di Eguali, ma nessuno dei feriti rispose, tantomeno i comandanti, asserragliati nei rispettivi accampamenti, dietro trappole e recinzioni sorvegliate. Quando il sole fu alto, l’Amante, spossata, cadde su un pagliericcio accanto a uno dei feriti e dormì di un sonno senza sogni.
Quando si svegliò, niente sul campo di battaglia era mutato. Un odore intollerabile di putrefazione si sollevava dai corpi del suo uomo, che erano morti a centinaia, mentre i feriti si lamentavano ammassati su lettighe improvvisate, curati alla meglio dai medici del campo. L’Amante vide le mosche infilarsi tra le palpebre di un morto, vide un cerusico segare la gamba di un ferito tra grida forsennate e spruzzi di sangue, sentì qualcuno chiedere acqua, sentì altri ridere e gozzovigliare nelle tende, vide l’uno torturare e ammazzare un altro: e avevano tutti lo stesso viso. Per l’intera giornata e per tutta la notte, la neve si arrossò di sangue. La mattina dopo, un plotone di arcieri sferrò il primo attacco, e la battaglia ricominciò più feroce e più terrificante di prima, mentre nuove armate di argento e di ferro scendevano dalle colline, da una parte, e dalle montagne, dall’altra, pronti a rimpolpare gli eserciti gemelli, i vivi a rimpiazzare i morti, in una carneficina senza fine.
Per giorni e giorni, e per mesi, e infine per anni, la guerra continuò senza che l’Amante potesse in alcun modo porvi fine, anzi rischiando spesso di essere coinvolta nella violenza delle battaglie: sé, o pallide ombre di sé che credeva di veder sospirare presso i feriti dall'altra parte della valle. Dai discorsi, dalle mezze frasi che riusciva a cogliere tra i soldati, capì che nessuno di loro conosceva il motivo della guerra. Il nemico è infame, dicevano gli uni. Il nemico è vigliacco e sdolcinato, dicevano gli altri. Ma motivi di territorio, di potere, di vendetta, e quindi possibilità di pace, non ce n’erano. L’Amante cercò più volte di convincere i comandanti degli eserciti a incontrarsi e a discutere un accordo. Voleva dire loro: guardatevi, avete lo stesso viso, siete la stessa persona che io ho amato. Ma non appena i due nemici si incontravano, subito, con orrore dell’Amante, l’uno uccideva l’altro, lasciandogli appena il tempo per un lamento. E nuove truppe e nuovi comandanti seguitavano a invadere l’altopiano, e la valle, e le montagne. L’odore di putrefazione, di paura e di sangue era ovunque, la casa della sfortunata Amante era ormai da tempo un cumulo di rovine, alberi e boschi erano tizzoni neri, la neve era fango maleodorante, e l’unica musica di quel mondo era il rombo della guerra, con il tintinnare delle armature e delle spade e l’eco delle trombe che chiamavano alla battaglia un ricordo soave in corazza d’argento contro un terribile rimpianto in maglia di ferro.
Allora, l’Amante capì. Si mosse verso l’altopiano. Guardò con un sorriso triste il crepaccio nel quale aveva desiderato gettarsi, e dove ora rotolavano di continuo i cavalli dei nemici avvinghiati gli uni agli altri nell’impeto della lotta, guardò la collina da una parte e la montagna dall’altra, i resti della sua casa e le migliaia e migliaia di soldati che coprivano tutte le terre vicine e che presto avrebbero coperto l’intero mondo. Sedette su una roccia. Sospirò e disse.
“Vorrei restare sola.”
Le migliaia di soldati alzarono, chi ancora l’aveva sul collo, la testa verso di lei. Decine e decine di occhi, o meglio, decine e decine di volte i due occhi che lei aveva amato, la guardarono per un istante. Senza stupore, senza amore, senza odio, la guardarono, per un solo istante. E l’Amante, in quel brevissimo istante, vide tutti gli occhi di quell’unico uomo: quelli che le parlavano di poesia e di fiori, quelli che ammiravano le forme di un’altra donna, quelli che le avevano sorriso ogni notte, quelli che l’avevano derisa, quelli che sarebbero morti per lei, quelli che erano scappati lontano. E sebbene tutti costoro fossero lo stesso uomo, e sebbene la Donna non avesse ancora compreso quale dei due eserciti fosse il migliore, il più forte, in una parola il vero vincitore, capì che era lei, solo lei, a mantenere viva quell’assurda e inutile guerra, e che chiunque dei contendenti l’avesse vinta, vale a dire chiunque fosse stato per davvero, e definitivamente, il vero lui – se l’uomo buono, o l’egoista insincero, o l’annoiato e deluso, o l’immaturo sciocco– ora non aveva più nessuna importanza, poiché lui, chiunque fosse, se ne era andato. Ora voleva soltanto restare da sola, senza fantasmi, senza rimorsi, senza dolore, senza ricordo, senza di lui, senza le migliaia di lui.
Si dissolse prima l’esercito dell’amato crudele, che non vedeva l’ora di lasciare lo svantaggio di quella posizione di rappresentante dell’infamia. Poi scomparve a poco a poco anche l’esercito dell’uomo gentile, che pure provò a vincere con l’inganno, mandando ancora qualche bacio, sorridendo e voltandosi ancora per un addio indeciso, ricordandosi d’un compleanno, firmando una cartolina. Ma l’Amante era stanca di sangue e di guerre, e - s’accorse - era anche annoiata di quella faccia, sempre la stessa, sulla cui morte aveva pianto mille e mille e ancora mille e di nuovo mille e poi mille e mille e infine mille e mille altre volte. Non desistette.
Rimase sulla roccia a guardare la valle ritornata vuota. E da quel giorno, a lungo, mentre lasciava che rifiorissero i fiori e ripiovessero le piogge, e gli alberi rimettessero corteccia e muschio, e i secchi dei pozzi rotolassero senza oracolare, e i fringuelli si rifocillassero in pace e i corvi mangiassero quel che volevano, sembrò incantata ad ascoltare ciò che non ricordava più da moltissimo tempo, e al quale non riusciva a smettere di ammiccare e sorridere, come fa un malato con una nuova e fragile cura, che sembra funzionare.
Un po’ di silenzio.
(di Ida Bozzi)
(pubblicato il 18 marzo, 2007)
