Il Villaggio Globale di Sette Moderniste
romanzo "serial" di Autori vari
Episodio zero: l'alba
Ivano, di Alberto Giuffrè
Mettere a tacere la voce del giornale radio prima che inizi il meteo direi che è un modo accettabile di incominciare la giornata. Anche perché non ne conosco molti altri da quando mia moglie è andata via lasciando un vuoto fatto di abitudini, prima ancora che sentimenti. Quel suo modo di alzarsi prestissimo e preparare il caffè con la moka, alla siciliana. Quel suo modo così silenzioso di mescolare lo zucchero senza far rumore con la tazzina. Quel suo modo tanto gentile di morire una mattina, presto. Non saprei affatto descriverli tutti quei modi, perché a quell’ora ero solito dormire. Così toccò a nostra figlia, Machi, una mattina, scoprire il corpo della povera mamma sul pavimento della cucina.
Comunque, avevo giusto spento la radio per via delle previsioni del tempo. Io il tempo lo prevedo da me appena tiro su la serranda della camera da letto, anche se fuori è ancora buio e la casa di Snow White in cima alla vallata non si vede un granché bene. C’è poco da fare, certe cose il gestore di una locanda deve capirle a naso, con buona pace dei vari colonnelli e dei loro nuvoloso-poco-nuvoloso.
Quando scendo al piano di sotto Machi è già dietro il bancone che passa una pezza. Mi dà un bacio e mi indica che il caffè, in cucina, è già pronto. Per rispetto di sua madre continua a farlo con la moka, lasciando l’espresso della macchinetta solo ai nostri clienti. I turisti che passano da queste parti sono tedeschi, svizzeri, italiani – i vecchi, per lo più – e raramente austriaci. Stando ai giudizi dei clienti abituali la nostra locanda meriterebbe cinque stelle, nei fatti siamo un discreto tetto dove dormire per chi in alta stagione non ha trovato un altro posto. Gli affari non vanno a gonfie vele ma per fortuna, giù nelle valli, gestisco un’azienda vinicola che aggiusta il tiro delle nostre finanze. Rifornire di vino un po’ di rifugi nei dintorni di San Bloggaro rende piuttosto bene, soprattutto da quando sono in grado di passare a un buon prezzo certi vini siciliani che mi manda direttamente da Palermo mio cognato. Dio benedica lui e la buon anima di Rosaria, sua sorella. Mia moglie.
Il primo cliente del giorno arriva in locanda che è da poco passata l’alba. Si chiama Fausto, ha due valigie e dice di essere di Lissone, un posto vicino a Milano. Si muove a piccoli passi stretti e lenti, con la schiena tutta dritta. Mi verrebbe da chiedere se per caso nasconde una terza valigia – un ombrello forse? – in qualche parte recondita del suo corpo. Mi limito a sfoderare il più cordiale dei “buongiorno e benvenuto” e lascio sbrigare a Machi la pratica. Ha ventisei anni, ma sta diventando brava e preferisco lasciarla fare, almeno fino a quando non mi parla di strani lavori di ammodernamento. Ecco, adesso ad esempio sta aiutando Fausto a portare le valigie in camera e la sento farfugliare di come la locanda verrà al più presto rivoluzionata dall'aggiunta di una beauty farm. Faccio finta di non ascoltare perché ogni volta che si riprende il discorso di questa biuti far, io e Machi finiamo a litigare sui soldi che non bastano mai.
Il livello della giornata passa da “accettabile” a “un tantino meglio” quando apro la porta e la prima aria gelida del mattino si infrange contro il mio nasone. In teoria la prima aria arriva già quando apro la finestra della camera da letto. Ma non so per quale motivo, sono anni che le mie narici, appena sveglie, sono serrate e indifferenti a ogni stimolo esterno. Mi avvolgo nella giacca a vento e a passi lenti mi dirigo verso l’automobile. Per andare in azienda è ancora presto. Di passare al bar dove dopo due anni mi trattano ancora da vedovo inconsolabile non se ne parla neanche. Penso quindi che farò un salto in farmacia. Lì c’è Veronica che dovrebbe essere già da un pezzo nei suoi panni di infermierina.
(pubblicato il 4 giugno 2006)
(per tornare a Leone Dresigh)
