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SETTE MODERNISTE

Quinto episodio - Il ritorno

Klaz

Sebbene io conservi alcuni confusi ricordi della prima parte della notte, e sebbene tali ricordi di tanto in tanto riemergano fulminei come acufeni visivi nella volta bruna del mio cervello, non c’è nulla, ma proprio nulla, in quelle immagini di mostri e di lampadine, che possa spiegarmi per quale via, nell’alba lattiginosa del giorno, una donna vestita solo di capelli fulvi e di un paio di orecchini dorati si trovi accomodata sulla mia pancia nuda e sudata, con tale agio da consentirsi di farne un tamburo per il palmo morbido delle sue mani e per le unghie sottili delle sue dita.

E reciti versi.

 “La solitudine è cera ai tuoi occhi... xè che non me la ricordo tutta, però me piasaria saver cossa che te ne par ... con cui plasmi il modello... di un cosmo semplice, credulo... No, basta, finìo. Nemeno me ‘scolti, va!”

Mi guarda.

La guardo di sotto in su, dal mucchio informe delle lenzuola.

“Signorina,” dico, con voce roca, e forse con tono sgradevole, visto che la donna si inarca tutta stringendo i miei fianchi tra le cosce costellate di lentiggini, “signorina, il nostro incontro ha certamente favorito una felice circostanza, a giudicare dai tratti orgiastici del quadro con cui mi si rivela l’istante presente, e dalle tracce di umidità che individuo sui nostri rispettivi e avvinghiati corpi. Ma devo pregarla di liberare del suo gentile peso il mio plesso solare, dal momento che, allo stato attuale, il fatto di non sapere chi diavolo lei sia sta cominciando a riconquistare l’importanza che deve aver smarrito durante l’amplesso.”

Nessuno si conosce a ‘sto mondo, prima de ‘ncontrarse. Gnanche la madre e il figlio,” dice la donna, chinandosi verso di me. Le sue... I suoi seni mi arrivano quasi in faccia, e io cerco di scansarmi da quell’allusione e da quell’invito, in parole e in atto, osceni. Allungo il collo, ma sento uno strano gorgoglìo nella gola, e un’improvvisa stanchezza mi impedisce di muovermi in qualsiasi direzione. Che sia il futuro, annunciato dall’abominevole sogno di BackForward? Mentre rabbrividisco, la mia guancia striscia ruvidamente la pelle delicata di quei due piccoli cuscini dalle nappe puntute e invitanti, e decido che, in fondo, non c’è proprio nessun motivo per volersi muovere da lì.

“Beh. Il sesso del mattino è,” mi arrendo, succhiando tra “mattino” ed “é” un lembo di quella preziosa pelle intervocalica, “un atto circadiano, al quale sarebbe innaturalissimo sottrarsi,” sussurro, lasciando scendere le dita lungo la schiena della donna verso l’anfratto vulcanico, vibrante di un’oscura sismica e umido di umori incandescenti, che vado cercando lì da qualche parte. Le mie mani cominciano a insinuarsi, ad accarezzare, a spingere piano nel rinvenuto anfratto. Ma lei scivola giù dal mio plesso solare, senza quasi darmi la sensazione di sottrarsi all’abbraccio, e comincia a baciarmi di baci leggerissimi.

Adesso te conto un’altra poesia,” ride.

Alla parola “poesia”, percepisco ancora quel gorgoglìo al collo. “Beh, accidenti, non è proprio il momento...”

Vediamo se te piase questa. Se guardi il mondo come ti guarda chi non ti ama, guadagnerai la stessa sua vita felice di uscita secondaria.”

Mi sollevo a metà su un gomito. Il gorgoglìo nella gola, il malessere che mi coglie a ogni movimento, come se fossi davvero sulla soglia dell’apoplessia di BackForward, non è nulla in confronto al senso di nausea che provo sentendo quelle parole. Sgraziate, goffe. L’uscita secondaria...

“Non puoi conoscerla.”

La donna scivola a sedere accanto a me sul letto, e si copre con il lenzuolo. “Non xè giusta? E’ sbagliata in qualche parte?” la voce della donna piagnucola, mentre il viso seguita a ridere.

“Ma chi sei, tu?”

Me ciamano Vana Olker.”

“La lavandaia?”

Comandi.”

“Io non ti conosco,” cerco il suo viso in una memoria più antica dell’ultima nottata, dell’ultimo anno, dell’ultimo periodo, ma non lo trovo, “e non capisco. Dove hai trovato la mia poesia dell’uscita secondaria? L’ho composta quando avevo... Avevo... Avevo tredici anni.”

“Quindici anni, sei mesi e diciotto giorni, per la precisione.”

Cerco di muovermi dal letto, ma ancora il malessere mi impedisce di farlo. “Ma... ma... Ma che cosa vuol dire tutto questo?” mi lamento.

“Ah beh,” mi fissa, storcendo le labbra in una smorfia e alzando le spalle, “se ti riferisci alla poesia, probabilmente vuol dire che il destino di chi disprezza il mondo è simile a quello che colpisce chi non ci ha amato. Sai, quelle persone smorfiose e felici che escono di scena ridacchiando. Siamo noi, siamo noi a cancellarle, in realtà, e il nostro vivi e sii felice è una porta dietro la quale gran parte dei nostri disamori scompaiono nel nulla, dimenticati. Ma io poi che ne so: l’hai scritta tu.”

La osservo a lungo, a bocca aperta. “Io... Io non l’ho mai scritta!”

Giocherella con il lenzuolo: “Sulla carta? No. Ma io me la ricordo lo stesso.”

“E tu sei...”

“Vana Olker. O almeno,” mi osserva con uno sguardo verde, acquatico, “lo sono diventata alla terza o quarta riscrittura.”

Oh, no, non è possibile. E’... è stato il mio personaggio preferito per tanto, tanto tempo. Il mio primo personaggio. “Von Olker! Il capitano dei cavalleggeri Von Olker!”

“Anche. Poi diventai per un breve periodo la principessa von Holstein, poi una Hollenzollern, poi – dal momento che non volevi personaggi storici nel tuo romanzo – ritornai Von Olker, ma alla fine..”

“... quando quella ragazza di terza mi rifiutò, come si chiamava...”

Quella che uscì dall’uscita secondaria... Si chiamava Lina, per inciso. Quando quella ragazza di terza si mise con un altro, io diventai, non so come, Vana Olker.”

“Vana Olker!”

“Vana Olker...”

“Vana Olker! Ricordo tutto di te! Vana Olker!”

Mentre la guardo, lei mi getta sul viso un lembo del lenzuolo, e la stanza sparisce sotto una coltre splendente. La luce! La luce del sole! Da lontano, sento arrivare il tintinnìo di una campanella dal suono familiare: il carretto dei gelati! Vicino a me, i libri di scuola ammucchiati senza cartella, senza zaino, buttati nell’erba del parco, con le cavallette che ci saltano sopra e le formiche che si nascondono tra le pagine e di sera sbucano fuori smarrite in camera mia. E io non ho nient’altro da fare, nessun’altra compagnia, e fantastico: guarda, chissà che cosa penserà questa formica d’essersi ritrovata in un altro mondo, senza più parco, senza più terra, in un libro! Smarrita! Come noi! Proprio come noi! Eppure non è come noi! Già, perché infatti, dov’è il suo Sartre – andava di moda Sartre – dov’è il suo Beckett – anche Beckett andava di moda. Beh, ma perché, dove sono il mio Sartre, il mio Beckett? Il mio Kafka? Il mio... Le mie poesie che non suonavano mai, che non... La mia Vana Olker?

“Vana,” grido, come se mi trovassi davvero all’aria aperta, nel parco della mia adolescenza, “ripeti quella poesia!”

“Nella versione corretta?”

Balbetto. Sa tutto, sa tutto di me: “Sì. Nella... nella versione corretta.”

Se guardi il mondo con lo stesso sguardo con cui guardava te chi non ti amava...”

“Sì... Il secondo imperfetto si potrebbe tagliare... Amerai...”

“... amerai la stessa sua vita felice di uscita secondaria. Adesso suona meglio.”

“Sì, sì, è bellissima!” grido, a una fontana, a un lampione. “Voglio dire: fa schifo, come allora. Ma è bellissima lo stesso. Oh, Vana! Se tu fossi con me, in questo parco, e mi aiutassi a portare i libri che sono troppi e troppo pesanti... E se sapessi come mi prendono in giro tutti i miei compagni che hanno quella cosa nuova, lo zaino, e io, io... Oh Vana, perché non sei qui!”

“Ma io sono qui.”

“Intendo dire...” mi guardo intorno, nel parco. C’è un tale che corre, non ho mai visto un tale che corre in un parco, che stramberia, dev’essere per una gara di atletica, da qualche parte giù al Vigorelli o a San Siro. E poi c’è uno zoo, lontano, odoroso. E poi ci sono cavalli, i cavalli di Von Olker, che in realtà è un carabiniere, ma non lo sa, lui crede di essere un alto ufficiale dell’esercito... Come in Joseph Roth... Ma non c’è nessun altro, nessun... Nessuna Vana Olker, nessuna, nessuno. Nessuno sulla panchina, nessuno vicino alla fontana, nessuno che mi passi una canna, nessuno che sintonizzi una radiolina, nessuno che mi leghi in testa un fazzoletto contro il sole, nessuno nei prati che suoni la chitarra, nessuno... Devo tornare a scuola? Devo proprio? Devo, devo...

“Intendo dire: perché non sei rimasta.”

“Ma io sono rimasta,” mi dice, dolcemente, scostando il lenzuolo e riportandomi nella camera della Casa di Snow White, in mezzo al freddo, “solo che tu...”

“Solo che io non ti vedevo. Io non riuscivo a vederti davvero!”

“Già. Soffrivi troppo,” annuisce.
”La tua compagnia non mi rendeva simpatico,” ammetto. “E io volevo essere simpatico. Volevo amici, non fate.”

“E a un certo punto ti sei liberato di me.”

“Ti ho proprio stracciato in mille pezzettini.”

“E hai cominciato a scrivere il Romanzo Realistico. Minimalista.”

“No, prego,” mi risento, “minimalista mai.”

“Rispetto a me, sì.”

La osservo, increspando la fronte. “Beh, lasciamo perdere. E così, adesso sei qui. Sotto mentite spoglie.”

“La lavanderina dell’hotel!” ride lei. “E in veneto so solo tre parole, che ho dovuto farmi bastare per tutta la vita!”

“Già! Perché tu eri...”

“... la cattiva dama della corte imperiale. La perfida.”

“Tremenda! Una strega, davvero. Con quei capelli rossi! Anzi,” accenno al colmo sudaticcio della mia pancia, e preciso: “Un incubo! Un demone cavalcante!”

“L’hai capito!” annuisce, e ride ancora, “proprio un incubo!”

“Vero. E adesso...” cambio tono, e lei smette di ridere per ascoltarmi, “e adesso, come mai sei qui? Voglio dire: ho già sognato il mio futuro, e non è precisamente brillante. Starò male, sarò malato, e tu... Tu sei in qualche modo coinvolta in questa faccenda...? Ho questa strana palpitazione in gola, credo sia circolazione, cuore, e se tu sei... un presentimento... se è giunto il momento...”

“Il tuo gorgoglìo in gola, come lo chiami,” mi dice seria, “dev’essere un orlo minimalista che ti sei dimenticato di tagliare. E comunque, io non ne so niente. Infatti non sono qui per te,” mi dice, seria, “sono qui per me. Per noi. Per il catalogo degli Universi!”

“Uff. Prosa,” sbuffo, “come direbbero i miei lettori: prosa. Il catalogo degli Universi è una trovata balorda per dare un plot a questa messinscena di Snow White. Non so se funziona, non so nemmeno a che cosa serve...”

“Serve a noi.”

“A voi, chi?”

“A... quelli come me.”

“Alle... alle creature della fantasia?” sghignazzo, “I diavoli di Cazotte, i vampiri della Rice, le creature della Shelley? O il popolo delle fiabe di Shreck? Perché di questo stiamo parlando, no? Cosa c’è, vuoi diventare un cartone animato della Pixar, o della Disney? Ti hanno cacciato dal regno delle fiabe?”

Improvvisamente, fa l’offesa. “Credo che sia venuto il momento di discutere del tuo concetto di realismo... e di realtà, dopotutto...”

“Ma...”

“Tu, sei reale?” mi chiede. Alza il mento, e con le dita arriccia una ciocca di quei capelli rossi.

“Io?” Mi guardo intorno. La stanza ha il mio odore, il letto ha la mia forma, il corpo di lei ha il mio sudore addosso. “Che razza di domanda. Certo. Tu sei il personaggio. E io sono l’autore.”

“Ne sei sicuro? Nessuno si conosce a ‘sto mondo, prima de ‘ncontrarse. Gnanche la madre e il figlio. E adesso, ascolta.”

(fine della puntata)

(pubblicato il 24 novembre, 2007)

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).