Il Villaggio globale di Sette moderniste
romanzo "serial" di Autori vari
Episodio zero - L'alba
Maria C., detta Machi, di Barbara D'Incecco
E all’improvviso fu il buio.
“Ma porca miseria… un’altra volta... Luigi, per favore, vai a controllare il contatore e VOI FERMI TUTTI, non voglio sentire volare una mosca.”
Cerco le candele sulla mensola sotto il bancone. Sono sicura di averne lasciata qualcuna qui sotto, dopo che l’ultima volta m’hanno ribaltato il carrello da portata (disgraziati!).
“Ma restiamo al buio… che almeno non vedo brutti musi.”
Qualcuno sghignazza e qualcuno no, mentre il naso lungo di Alberto rimane puntato nel piatto solitario. Nella penombra della sala, lo vedo (Alberto, non il suo naso) immergere il cucchiaio nella zuppa, portarlo alla bocca e deglutire lentamente. Come se niente fosse. Posso persino sentire il Pomo d’Adamo fare su e giù. Non passerà molto tempo. Lo so io e lo sa lui e lo conferma il crescente brusio di fondo. Mi siedo sulla sponda del fiume e aspetto. Di chi sarà questa volta il cadavere? La risposta ha il piglio canzonatorio di Vincenzo e della sua vocina stridula (che già quella basta a fare uscire di senno):
“Ti lamenti proprio tu? E noi che dovremmo dire? La luce non c’è più… ma la puzza di caprone si sente lo stesso.”
Fine del brusio.
Fine della serata.
Fine della storia.
Se c’è qualcosa che rende furioso Alberto – Alberto Trombini, funzionario delle Poste - è ogni allusione anche solo velata alle origini per così dire bucoliche dei suoi progenitori.
Temo che questa volta Vincenzino si sia spinto un tantino oltre.
Tramestio di sedia.
Una bottiglia barcolla.
E qualcuno si alza.
Ma non è Alberto.
Lui è ancora seduto al suo tavolo. Anzi, lo vedo maneggiare una brocca come a valutarne la consistenza e il peso. Lascio il bancone, non so bene verso dove, più preoccupata per la brocca che del resto.
“Calma, boni… il primo che fa casino lo sbatto fuori”, cerco di metter pace.
E una porta si apre.
“Giù è tutto a posto Machi, avete controllato fuori?"
Appena emerso dalle cantine, Luigi Pertoll, splendido esemplare di factotum faccendiere armeggione, mi appare per la prima volta come rivestito di una scintillante armatura, che vibra nell’aria una folgore di verità...
Dunque non si tratta del solito sovraccarico di tensione.
Non è stato un cortocircuito.
Non devo far venire per l’ennesima volta l’elettricista???
Un po’ incerta, mi muovo verso la finestra. Quella più lontana, come per ritardare il momento della disillusione. Scosto la tendina…
ed è buio anche lì.
Tutto intorno è buio.
Un bianco manto di neve avvolto in un nero pastrano.
Persino lassù, nella Casa, è buio.
“Ci voleva un po’ di sfiga a quelli lì… non si può essere solo belli e ricchi e famosi…”, fa pungente Elga che, dietro di me, deve aver notato la stessa cosa.
Elga Varesco in Pertoll è la nostra cuoca, nonché consorte di Luigi. Elga cucina da Dio e parla poco, ma ogni volta che apre bocca, lo fa per stroncare. In questo molto simile a mio padre. Che però parla tanto e di solito apre bocca per stroncare me. Anzi, quasi mi meraviglia che ancora non abbia detto nulla. Era seduto di fianco a me prima che la luce andasse via. Dove si sarà cacciato? Mi giro a cercarlo ed eccolo lì, anche lui come noi, una sagoma dietro una finestra che guarda fuori. Il chiarore della luna ne rivela i contorni spigolosi. Ma c’è qualcosa di strano. La sua mano stringe fra le nocche la tendina come per stritolarla (assassinio!).
Poi si gira verso di noi e:
“Ma non ve ne accorgete? E’ tutta colpa della Casa… queste cose non succedevano prima che arrivassero. Sono sanguisughe quelle… ci stanno succhiando tutto, anche l’anima.”
“Babbo per favore, non ti ci mettere anche tu.”
Non lo nego, la mia immaginazione è fervida. D’altronde non c’è granché da fare in questo posto. O almeno non c’era prima che loro arrivassero. PERO’, lui esagera!
“Zitta Machi, non ti mischiare. Tu sei giovane, queste cose non le vedi.”
Sembrerà strano ma non rispondo. E non lo faccio non per paura o per rispetto - sebbene sia questo quello che mi è stato insegnato. E neanche perché non ho nulla da dire, ALTROCHE’, potrei esibirmi in una filippica di ore.
Se non rispondo è perché, S E M P L I C E M E N T E, stanno bussando alla porta.
E dato che non è di queste parti tanta buona educazione, deve essere un forestiero, forse qualcuno di passaggio o magari un altro inquilino della Casa.
(pubblicato il 5 aprile 2006)
(per tornare a Luchino, per andare a Fausto)
