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<Metamorphosis>

- dal 2005, se è esistito -

 

 

 

Sezione: La Metamorfosi, o ancora della Metafisica.

 

 

 

2 ottobre, 2009. Vi presento mio fratello. Che è come noi, che sa.

E che in un giorno uggioso di ottobre ci invita a guardare un video pieno di vita. Bisogna capire che il mondo a volte precipita solo per noi. Grazie, Ric.

 

 

Una certa confusione, e la mancanza di concentrazione, faranno il resto. Io sto giocando questo gioco apposta per perderlo, perché forse una persona che mi raggiunge così profondamente è un pericolo. Anche "lui" ha giocato il gioco con me tenendomi distante, per motivi che mi sono sconosciuti. Le difese sono altissime. E non è affatto detto che la mia grande disponibilità di questo periodo non sia nata proprio dalla tranquilla certezza di un rifiuto.

Oppure a parlare è solo l'orrore di ciò che non muta, l'amarezza di quell'indifferenza, il senso sperso che si raccoglie solo in fioriture di dolore, qui, e qui, e qui. Non lo so, ho bisogno di tempo per capire.

 

 

 

2 ottobre, 2009. Il re barbaro viene incoronato imperatore, ma non perché sta con l'imperatrice. Perché se la dimentica. Contente? Io sì. Facciamo spegnere gli ultimi fuochi. E festeggiamo.

29 settembre, 2009. (in attesa della seconda parte) Già, perché il re barbaro dev'essere incoronato imperatore. A-ha. Proprio.

28 settembre, 2009. (prima parte) L’alba arriva, inseguita da torme di poeti che quasi a quattro zampe corrono intorno annusando il limite lattiginoso della luce. Curvi, scribacchiano inciampando tra pietre e rovi, o si avventano su una parola azzannandosi e ringhiando, finché il brutto giallo del sole non li disperde, malconci, ciascuno a divorare il pezzetto di preda che è riuscito a strappare.

Il re barbaro è fermo sulla soglia della grotta, immobile, con gli occhi socchiusi, in maniche di camicia, al freddo. Il giorno gli risulta odioso, ma l’alba, quando la luce è bianca, non più livida e lunare ma solo leggera e incerta, è un momento che cerca di non perdere. Quella luce che viene da un altro mondo, e che per pochi istanti si sparge disorientata sulla pianura fino a gettarglisi al collo con un brivido, è il suo unico abbraccio. Viene dall’Est, da Bisanzio, e per il re non è difficile chiudere gli occhi e immaginare che la stessa imperatrice Teodora ne sia lambita, mentre si volta tra i cuscini.

Quando il barbaro riapre gli occhi, è giorno, giorno implacabile. I pipistrelli cominciano a sospirare sulle sue sventure, o a preparargli feste con belle principesse e pomposi nemici, i maghi iniziano la loro quotidiana sfilata prescrivendogli pozioni di guarigione, Mefisto lo spia perplesso alzando di tanto in tanto gli occhi al cielo, gli ambasciatori  offrono il loro quotidiano tributo di noie, guerre, invasioni, stragi, trattati e capitolazioni, e il sole si alza sempre di più nel cielo sul trambusto universale in cui resta un unico punto di quiete: Teodora.

Stamattina, al generale disturbo si è unito un disturbo nuovo. Un lungo corteo di carri e carrozze con le insegne della città di Lutetia, con sagome bardate di cavalieri e figure colorate di musicanti, si staglia all’orizzonte brillando d’oro nel sole,e punta baldanzoso verso la reggia.

“Pipistrelli, una pattuglia,” ordina il barbaro. Subito sette pipistrelli si alzano in volo verso Ovest e perlustrano la pianura, poi controllano il corteo, contano tre arcivescovi protocristiani, trenta dignitari francesi, tedeschi e italici, tremila soldati e mercenari, e una grossa corona nuova su un cuscino di raso.

“Con tutte le pietre preziose al loro posto,” spiega ansimando uno dei pipistrelli, che è tornato in fretta a riferire e ora svolazza intorno, agitatissimo.

Il re lo guarda, faticando perfino a muovere le pupille. Una stanchezza e una tristezza terribili lo invadono, e mentre da ogni parte spuntano dignitari e ministri e gli si fanno intorno, e tutti lo tirano qua e là e cercano di infilargli le vesti della festa, il re volta le spalle alla pianura e rientra nella grotta. E sbatte violentemente la porta.

(segue)

 

 

24 settembre, 2009. Ho già scritto abbastanza, mi pare.

Ironico, l'anonimo che passa di qui e annuisce; ma potrebbe anche non passare. Mi si legge anche altrove.

Ovunque.

Un po' troppo.

Non avrei quattrocento pseudonimi se amassi la sovraesposizione.

Dovrei dire qualcosa a un noto ma modesto scrittore, purtroppo non troppo contento di essere modesto. Non si tratta di qualcosa di orribile. L'appiattimento cui i suoi personaggi sono giunti, gli direi, non è dovuto alla banalità del reale. Il reale continua ad essere complesso e irriducibile. Gli consiglio di riflettere più profondamente intorno alla realtà umana, della quale ancora egli fa parte, invece di ritenersi sacro - separato - un atto necessario durante la scrittura, ma pericoloso nella percezione del mondo. Tutto qui, non mi sembra niente di orribile. E' solo ciò che determina la grandezza. La quale non dipende dalla maturità, dalla cultura, dalla prestanza e nemmeno dalla parentela. L'errore più comune è scambiare l'acutezza per profondità.

Purtroppo, si sprecano materiali degni di miglior penna, negli sforzi superbi di molti autori blasonati.

La perfetta conoscenza dei meccanismi, è la benvenuta. Tuttavia, gli scrittori modesti la confondono spesso con una perfetta conoscenza dei meccanismi del reale. Vedete, non funziona così. I meccanismi del reale ci sono ignoti, quasi completamente.

Io, lo so, non ho cultura, non ho maturità, non ho prestanza e non ho parentela. Ho solo grandezza, ma pochissima costanza, e nessuna voglia di raccontare. I miei progressi sono piccoli, come noccioline, e mi sembrano immensi, come giganteschi palloni. Cerco ancora di interloquire con Dio. Mi interrogo ancora sul movimento del destinoi. Sono quel tipo di autore là; ma ho incontrato persone - dovrei dire maestri, ma non mi va - che mi hanno costretto a bruciare la punta delle ali per non staccarmi dal suolo. E mi hanno spinto al romanzo di quel genere, del loro genere. Purtroppo però non si sceglie di essere lo scrittore che piace al tipo di cui si è innamorati.

Quella che sto scrivendo in questo periodo, caro scrittore modesto che vorrebbe non esserlo, quella che sto scrivendo è veramente una brutta storia. Lenta. Noiosa. Il problema è che dico lenta e noiosa perché la immagino letta da te, che conosci canoni inarrivabili di testi di successo - "devi metterci dentro il sesso", so che sono parole tue. Sì, questo è un luogo virtuale, secondo te, ma tutt'altro che irreale, e questa tua frase è reale. Ti riconosci, tu che ti atteggi a saggio davanti ai riflettori? Temo che il consiglio che hai dato al tuo allievo, su come confezionare i romanzi, sia dannoso. Il tuo allievo, per fortuna, non ti stima, al punto che è venuto a riferire a me questa particolare lezione.

Devi avere un'incrollabile certezza dell'inutilità degli sforzi umani, per esserti comportato così, per aver offeso in questo modo l'istituzione sacra dell'insegnamento. Devi pensare che l'arte, il pensiero, lo spirito umano non servono a nulla (uso l'indicativo, non il congiuntivo, per rafforzare l'oggettività che ha per te questa convinzione. Ma tu le regole le conosci), per incitare il tuo prossimo alla rinuncia. Devi essere piccolo dentro, e sapere di esserlo, per gettarti così nella corrente e lasciarti portare via: non hai rispetto per gli esseri umani, e non credi in loro, solo perché il tuo passaggio non è stato imprescindibile. Non hai paternità. Sono più madre io, che non ho figli, di te. Non pensi che sia ora, adesso che sei vecchio, di ripensarci?

Chiunque voglia riferire questi argomenti a se stesso, si domandi se ha senso che io li scriva qui e non in una mail privata. Se non lo faccio, è perché realmente non conosco questo autore di persona.

 

 

23 settembre, 2009. Beh. arriva questo re barbaro o no? Arriva, arriva. Stasera. Se non ci ripenso.

 

21 settembre, 2009. Oggi, sul Corriere, un pezzetto sul romanzo di Zuiker di Csi.

 

18 settembre, 2009. ---

Affetto richiesto e poi buttato, inutile, uno sciupìo di cui nessuno si prende la responsabilità. Un tempo considerato superfluo, consumato senza pietà. Nessuna restituzione è possibile.

 

 

15 settembre, 2009. Parlerò qui di un libro di cui non parlerò altrove, "Coraline" di Neil Gaiman. Ne è stato tratto un film d'animazione, ma invito gli adulti alla lettura. Se esistono dimensioni per le fiabe, "Coraline" è una fiaba lunga, ed è una fiaba e non un romanzo, inscritta alla perfezione nei parametri individuati da Propp o da chi per lui, con questa bimba Coraline che dal contesto A parte con un aiutante magico e finti antagonisti A che si riveleranno amici e veri antagonisti B che credeva amici, fino al finale lieto, ma niente affatto chiuso né risolto, tanto che l'aiutante magico dovrà per tutta la vita far la guardia al pericolo.

E' una favola che vale la pena, e se volete vi presto il libro. E ne vale la pena perché è una favola moderna, che scardina con una semplice frase, dall'interno, il presupposto fondamentale dell'infelicità consumeristica.

Coraline è una bambina cui nessuno dà retta, che cresce un po' sola e non viene trattata come la principessina delle solite fiabe. Così un giorno, al primo passaggio segreto, si trasferisce in un mondo in cui tutti la festeggiano, le preparano dolci e vestiti, a patto che, beh, si lasci cucire due bottoni sugli occhi. Uhm, tutto qui, direte voi... Invece, non è una storia adatta ai piccoli perché fa veramente paura: e queste sono paure da grandi, e Gaiman non manda la storia in tutte le direzioni come fanno i furboni dei thriller, no, si tiene ben fermo sulla paura principale e se ne fa inseguire e quasi prendere, e per liberarsi alla fine deve capire una verità così complicata da capire, ai nostri tempi, che i guru della modernità, cantori dell'infelicità contemporanea, appaiono in confronto come dei fessi irriflessivi. La semplice verità che Coraline capisce alla fine, sta in una frase apparentemente insignificante, che però può rimbombarvi dentro per un pezzo. "Io non voglio tutto ciò che desidero!!!", grida Coraline quando i mostri che le offrono tutto si offrono di renderla appagata.

Toh, "io non voglio tutto ciò che desidero". La verità, in un mondo in cui il desiderio è coltivato come grano che si possa mietere, e in cui sull'attrattiva del desiderio puntano davvero tutti, è che molte delle cose che desideriamo non le vogliamo, ci sono state come piazzate dentro dopo, e che molta dell'infelicità allenata dai modelli di vita, dai beni di consumo, dagli status symbol, dagli ideali pubblicitari in generale, è un'infelicità trappola, e quelle cose noi non le vogliamo affatto, le desideriamo soltanto, soprattutto grazie alla loro capacità di rendersi desiderabili, che ci è estranea e in parte probabilmente anche nemica, e abbiamo perso perfino la capacità di distinguere tra l'una e l'altra pulsione. Tra ciò che desideriamo e ciò che vogliamo, c'è un abisso, e se sprechiamo le nostre energie per soddisfare i nostri desideri, che sono infiniti, ci rendiamo senza saperlo profondamente infelici. Infelici e lontani da noi stessi, in balìa di ciò che è desiderabile e spadroneggia su di noi, togliendoci la possibilità di dire "io voglio".

Non male, per una fiaba.

 

15 settembre, 2009. Il racconto di oggi era invece "La lotteria di Babilonia" di Borges. Non ha bisogno del mio commento. Vorrei scrivere qualcosa, ma la mia tastiera funziona come se avesse le pile scariche.

Il ritmo di ognuno, è bellissimo... Niente, tastiera rotta.

 

14 settembre, 2009. Dunque. Alcune indicazioni per la giornata. Un conto è l'alimentaire, altro conto è il resto. Anche la stanchezza può essere contagiosa. E infine: avere un dono ma non la capacità di preservarlo deve far riflettere su ciò che è più urgente.

Pubblicazioni sulle Sette Moderniste in pausa fino a nuovo ordine. Ciao.

 

13 settembre, 2009. Oggi è uscito un mio articolo su Dan Brown, a margine del quale avrei qualche riflessione da fare, ma non subito. La lettura del giorno potrebbe essere "The lottery" di Shirley Jackson. Il mio pensiero odierno, ricordatemene domani o dopodomani, potrebbe essere sul personaggio del "Rappresentante", uno cui attingiamo in continuazione tutti e che forse un giorno bisognerebbe lasciar parlare. Vedremo.

 

10 settembre, 2009.

Pinocchio (di Ida Bozzi)

Passò del tempo.

Gli avevano sistemato una poltrona in un punto della casa da cui poteva vedere di qua e di là, l’una dentro l’altra, le stanze bianche che proseguivano oltre le porte tutte spalancate. I due corridoi di porte e stanze si appuntivano in prospettiva come orecchie allungate, ma difettose. Lungo il tragitto i suoni si perdevano come attraverso una carne molle. La finestra dava sul giardino, dietro le tende.

Gli sembrava di essere un vecchio animale intontito. Un richiamo al suo senso di appartenenza al consesso umano gli veniva dai profili dei mobili e dalle cornici dei quadri. Ogni qual volta dava un’occhiata a uno di quei mobili, nel suo pensiero faceva capolino la famiglia, la moglie, le sorelle, i figli, i fratelli, le zie, spesso in posa come in un dagherrotipo. Era come il tossicchiare discreto del consesso che lo rivendicava a sé, a volte con severità. Vi inciampava spesso con lo sguardo.

Le pareti e la luce erano bianche, di un bianco annacquato, per via delle tende di velo bianco alla finestra che cambiavano la luce del sole e della luna in quella specie di nivore alieno, in cui i mobili stavano come arredi di un museo, dove s’insegna l’attitudine dell’abitare, purché vi siano visitatori.

Da quando aveva riaperto gli occhi, steso nella poltrona, aveva desiderato vedere sua moglie e i suoi figli. Li voleva intorno con quell’aria così felice da fargli venir voglia di spostarsi sulla poltrona e ricevere con più calore i loro baci. Una voglia che lo spaventava quasi istantaneamente, e rimbalzava dentro di lui flaccida, inerte: c’erano cose che l’avevano sempre fatto arrabbiare, più ancora ultimamente, per esempio quando qualcuno di loro gli diceva con aria inconsapevole “ti voglio bene anch’io”, o “vedrai che ti piacerà”, o “anche tu, papà”, per certe piccole faccende come una macchina nuova o un nuovo fidanzato o una vacanza nuova, come se non fosse stato tutto suo, anche le minuzie, e loro non fossero arrivati solo dopo.

Di quelle minuzie, il suo umore si risentiva in capo a qualche giorno, pigro. Una puntura acuta e molto sottile lo feriva subito, poi la fitta si placava, ma dopo due o tre giorni un astio sordo gli si destava dentro con lo stesso ritardo delle malattie autunnali. Lo pungeva il fatto che loro si ritenessero capaci della propria felicità. Rifletteva su questo con un sorriso incredulo. Era un pensiero che conteneva la morte.

Li incolpava a fior di coscienza del tempo che passava troppo in fretta. Avevano trovato il modo di rubargliene un po’di nascosto ogni giorno, tanto che alla fine della settimana non c’era mai modo di fare questo e quest’altro, ma sempre qualcos’altro ancora, una festa, un giorno dal parrucchiere, una gita, di cui lui non era stato avvertito o di cui si era dimenticato. Ecco in quale modo intendevano diventare i padroni della loro capacità di felicità: seguitando a prenderne da lui, senza restituirgliene quanta gliene avevano presa. Questo pensiero conteneva la vecchiaia.

Dietro le tende guardava le nuvole, che annunciavano come al solito l’autunno, un cambiamento di stagione senza grandi preparativi, tranne quello di spolpare con i dentini freddi i rami dalle foglie e dai fiori. I fiori. Sebbene gli ricordassero qualcosa, i fiori, li tollerava, soprattutto per la loro docilità alle stagioni. A volte, quando era arrabbiato o di cattivo umore, li guardava come protestando senza parole, puntando i piedi per cominciare un discorso che qualcuno una buona volta gli lasciasse finire. E i fiori glielo lasciavano finire, com’era ovvio. Mai gli sembravano rispondere a mente con parole che rischiavano di farlo arrabbiare ancora di più.

Quando cercò di alzarsi, e non ci riuscì, quel mattino, e un brivido di insofferenza sfumò in riflessi scoordinati nel braccio destro e nella gamba destra, subito da una delle stanze venne fuori qualcuno, un infermiere, che sembrava utile nella circostanza, ma lo indispettiva come una distrazione. E dopo molto scalpitare e puntare i piedi ottenne che in effetti venissero, moglie e almeno un figlio, a seguitare il filo dei suoi pensieri.

Non vennero tanto vicino da toccarlo. Mentre l’infermiere gli sistemava i cuscini sulla poltrona, cercarono di istruirlo sulla sua nuova condizione di ingrato, cercando di convincerlo della quantità di cose che lo avrebbero reso ancora molto felice. Quella quantità di cose erano: loro, i suoi figli, i suoi nipotini, la moglie, e le sorelle, e le nuore, e le cugine di sua moglie, e alcuni amici, e perfino il bravo infermiere Rajid, e tutta una pletora di persone della cui gran parte non si era mai occupato né in sede di felicità né in sede di infelicità. Il tal consesso che gli pareva premere attraverso la gravità lignea dei mobili da museo.

Sembrò che, alla fine della ramanzina, l’aver ottenuto la sua gratitudine verso tutto quell’intero mobilio di persone fosse un obiettivo sufficiente a farli sospirare di sollievo, sua moglie e suo figlio, e a farli tornare da dove erano venuti, dietro i veli, risistemata la scompigliata felicità, nei soliti posti in cui non poteva né voleva raggiungerli e non li vedeva, ma li poteva supporre.

Quando si mosse tra i braccioli della poltrona e si lamentò di nuovo, l’infermiere Rajid gli offrì un riassunto di tutte le cose per cui il signore doveva essere felice, un riassunto molto leggero, ancillare, un brodo, colmo di fraintendimenti linguistici, quel che l’uomo era stato addestrato a ripetere in modo da placare gli attacchi di ingratitudine del signore per il resto della giornata.

Parole che divennero più nitide, pronunciate dalla bocca di un estraneo. Quel congratularsi con loro stessi, quell’imbonire il loro amore, il loro affetto, la loro prosperità e la felicità che gli avevano dato, loro, gente di cui a malapena riusciva a concepire l’esistenza al mondo senza di lui, quello lo esasperò più della gamba e del braccio che non riusciva a muovere.

Osservò un mobile scuro nella stanza, lo guardò con un cipiglio che avrebbe trasformato un figlio vero in un burattino di legno, se figli e legno fossero stati sensibili al suo sguardo. Che cosa cercavano di fargli credere? Di non essere stato lui a rendere loro così veri, così concreti – esistenti – tanto da poter credere di essere sempre esistiti, senza di lui? Ebbe la sensazione che l’avessero fatto prigioniero, con l’inganno, per reclamare da lui la proprietà di ogni cosa. Non dei beni materiali, ma della stessa felicità, il cui merito ora avocavano a se stessi. 

Gettò un’occhiata al giardino. I fiori erano scomparsi, polverizzati dalla stagione, caduti e mescolati nella terra. Mentre quella marmaglia di passanti vagabondi – i nipoti? le cugine di sua moglie? di quale moglie, l’ultima? le nuore? le zie? forse non conosceva nemmeno i loro nomi -  marciava al suo capezzale e lo superava, derubandolo di tutto, trent’anni di fiori erano sciolti sotto il suo davanzale. 

Certo che si ricordava di lei.

Certo che si era sempre ricordato di lei, anche se non le aveva dedicato più di un minuto o forse due, in trent’anni di memoria. Certo che lo sapeva, che era morta. Quella che si era aspettata da lui la felicità e non l’aveva avuta. Quella di cui lui aveva potuto agevolmente fare a meno, tenendo per sé la felicità, come in un trapianto clandestino d’organi, che uccide il malato di cui non importa per salvare il malato di cui importa. Quella che aveva lasciato i fiori, l’ultimo giorno.

Prima del riposo del pomeriggio, chiese a Rajid di aprire le tende. Si fece portare più vicino al vetro, cercò di vedere meglio gli sterpi e i grumi secchi di argilla del giardino, pronti all’inverno, aguzzò la vista come se cercasse una sepoltura. Lei era là sotto, ovunque, in nessun posto naturalmente, ma là sotto. Per quel che ne sapeva, poteva esserci davvero, arrivata strisciando sottoterra o con qualche mezzo pubblico dei morti tra le falde e gli scavi e le fondamenta, o trasportata dalle formiche, o dai vermi, o smossa dalle faglie, fin là sotto, sotto la sua finestra, nello specchio opaco della terra. Non la vedeva. Vedeva solo le tracce di fiori secchi, ridotti a trine di venature, tentativi di legno interrotti e bruciati prima di crescere. Tuttavia gli bastava.

Lei era la prova.

 

 

 

 

 

 

 

  

         

  

 

 

 

Cari, calma. Non cambierò il racconto per le ultime sfolgoranti sconfitte della mia vita, di cui con sollecitudine intendete mettermi a parte di continuo, così come la mia vita non cambierà solo perché oggi ho i capelli bellissimi e non ho più le rughe ai lati della bocca come ieri (succede, riposando). Il racconto è già scritto, da tre o quattro giorni, ed è quello tristissimo che vi avevo annunciato. E' triste, non è rabbioso, perché io ero e sono triste, e non rabbiosa, e nemmeno felice, se questo vi fa esultare. Il personaggio del racconto è già definito, sta là, devo solo rimetterlo in sesto, ma sta già là. Una volta che un destino è scritto, in un racconto, non lo si forza in nessuna direzione. Arriverà quando mi piaceranno di più alcuni snodi (vocaboli, non situazioni), non quando deciderete voi che la mia attenzione sarà stata sufficientemente stimolata. Calmi.

Un'altra cosa. Smettete di ritenere di avere un qualche influsso su ciò che leggete qui. Ne avete, certo, come ne ha il resto, o più, o meno: sulla mia vita. Non confondete il reagente o la reazione con la materia dell'esperimento. Chi scrive ha più o meno energia, più o meno abilità, più o meno concentrazione, ma, vedete, la concentrazione di una persona rabbiosa può finire in un racconto comicissimo, quella di una persona sanguigna come credete io sia può finire in un racconto estenuato, come quello che leggerete tra un po'. Volete leggere voi stessi qui? Accomodatevi, è una vostra scelta. Sperate che io veda, e guardate.

Intanto, occupate il tempo che manca conoscendomi meglio: ascendente acquario.

 

09.09.09. Ieri, al culmine di un periodo di stanchezza estrema e di inquietudine ulteriore se non ultima, un mio amico mi ha offerto un tè. Siamo amici un po' strani, più amici per l'esperienza che per la pratica, e nella pratica continuiamo a litigare o a perderci di vista. Vorrei che fossimo amici speciali, ma non ne sono mai sicura. Non sempre ci stimiamo integralmente (lui me), nel senso che a volte osserviamo con una lente troppo sgranata i nostri difetti o le nostre mancanze di carattere o di forma, e credo che ci facciamo male oltre il necessario. Tuttavia, io ieri ero sconvolta, stanca, distrutta, e ho chiesto un tè e l'amico lo ha preparato. So di non aver detto nemmeno grazie, e di aver contestato il tè (la qualità l'avevo portata io come regalo di compleanno, esibivo una finta distanza). E invece era buonissimo, quasi curativo, e, come raramente fa il tè, mi ha calmato.

Una tazza color - verde, giallo limone - un tè color ruggine e una bustina azzurra, io ho bisogno dei colori, che non vedo molto bene, per orientarmi. E' stato bello, anche se come sempre non l'ho goduto per la troppa ansia. Solo un po' di tristezza: avevo preparato qui tante qualità di tè, e tante tazzine di tutti i colori, e zuccheri speciali che ho poi buttato perché sono marciti, e biscotti, che per l'indigenza non ho mai potuto comperare di nuovo e ho consumato a uno a uno con rammarico. Come un Gatsby meno fortunato, ho preparato qui una festa che è sfiorita come una vecchia rosa, si è sciolta come ghiaccio in un bicchiere, è finita e si è spenta come le luci quando ormai è mattino. Ma ricordate Gatsby, quale decisione aveva, quale tempra, quale energia, di cui perfino il giovane vicino si sbigottiva? Un residuo, l'ho anch'io. Lo metto nel racconto che proporrò qui tra qualche ora, e che spero di finire oggi pomeriggio.

Un bacio.

 

Settembre. E chi e cosa siamo, in realtà? Niente, probabilmente, se non ciò che siamo. Dopo un paio di giorni di dannazione, non ho molta voglia di esibirmi nelle Grandi Frasi, ma solo per pudore, non per indifferenza. Spero che i miei amici continuino a credere nei loro sogni, una volta chiarito con se stessi di che cosa si tratta, e lo spero per una quantità di motivi che richiederebbe un romanzo intero. Spero che gli antichi, i viaggiatori, le vecchie divinità sadiche di prove e peripezie, li ispirino nella loro scelta. Spero che parli alle loro orecchie la loro infanzia, e anche la mia, e spero che un tentativo, anche l'ultimo, sia fatto. Magari per una via imprevedibile, attraverso una traduzione moderna e inaspettata di un sogno fatto da sé e senza libretto di istruzioni. Magari attraverso successive correzioni. O tappe forzate - in fondo ci fu chi sbarcò qua e là tra le grinfie di un Poseidone dispettoso prima di riposare a casa - o errori di rotta o sonni magici. O vie trionfali, risplendenti ed esotiche come quelle di Alessandro o Gengis Khan.

Colpirà anche noi, il mutamento delle loro speranze. E capiremo così se saremo rimasti soli su questa strana terra a volte desolata, a volte rivestita di madreperle e ori, a volte selvaggia di vegetazione, sempre dura e ostile. Colpirà anche noi, e non ci lascerà indenni. Forse sarà una nuova prova nel nostro, di destino. O forse dissiperà la nuvola dei nostri sogni, brevi cavalcate con questi compagni più veloci.

O forse c'è un'altra faccenda, che non si dice in un giorno, e nemmeno in un mese. Ma che comincia ad apparire a noi, e forse a loro, e lo fa sensibilmente in questi giorni di primo autunno, come la sabbia asciutta di un castello sulla spiaggia che a poco a poco si sbriciola e dissolve al sole. In questo caso, occorrerebbe reagire.

La realtà è che sono affranta. Chi conosce questi tempi sa che è possibile puntare il dito su nuove cose da dire, nuovi obiettivi da raggiungere, vecchie rendite di posizione da distruggere, ma che è impossibile farlo senza spendersi. E spendersi costa tutto. E non ci siamo già spesi? Fino in fondo? Fino a dissipare in chiacchiere le nostre vite? Forse. Forse però la prima volta abbiamo mancato il bersaglio, perché occorrevano esperienze più dure per rendere più drammatiche le nostre timide menti, le nostre baldanzose andature. Forse ora sappiamo meglio chi siamo, un niente che ci è caro se non altro per quel che ci è costato, e possiamo osare di più.

 

 

1 settembre, 2009. "Gli affamati, i morti, gli schiavi. (...) Esiste una verità più profonda dell’esperienza, che sta al di là di ciò che vediamo, persino di ciò che sentiamo. È una categoria di verità che separa ciò che è profondo da ciò che è soltanto razionale: la realtà dalla percezione."

Con quel che segue.

Addio.

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28 agosto, 2009. Lo scenario.

Con la ciotola di cereali appoggiata al petto, se ne sta sdraiato sulla poltrona girevole e mangia guardando i fiocchi di avena che galleggiano nel latte. Raramente alza la testa, se lo fa è quasi solo per impedire che una goccia di latte gli scivoli giù lungo il mento. In quel caso, mentre si pulisce con un tovagliolo, guarda di lato, di tre quarti, in basso, verso il cestino della carta straccia calciato lontano dalla scrivania.

Mastica in silenzio. In realtà i fiocchi d'avena scricchiolano. Ma c'è silenzio nella stanza, si sente solo il rimuginare masticatorio dei fiocchi d'avena e il rumore attutito della statale a una cinquantina di metri dalla finestra.

Lui è un analista di scenario. Lo scenario che analizza non è quello che vede dalla finestra - o che vedrebbe se guardasse ancora là fuori. Analizza vari tipi di scenario, per organismi internazionali, per qualche gruppo politico, per agenzie di statistiche. Non è precisamente uno statistico. Applica la variabile di Schimann, gli integrali di Loson, ma quello è solo l'aspetto meccanico del suo lavoro. La sua analisi produce previsioni complesse, meglio ancora, scenari. In realtà produce mondi, ma lui non si sente un creatore. Al contrario.

Quando i cereali lo disgustano, si alza e va in cucina a lavare la ciotola. Torna alla scrivania tossendo.

I suoi scenari sono precisi, perfetti, e questo perché lui ha un sesto senso per gli scenari, quasi un istinto da storico. Nei suoi lavori non c'è margine di errore fuori dalla costante di Hesrt. Piccoli capolavori, miniature di civiltà in cui interi gruppi di popolazione si comportano in un dato modo, abbracciano credi, mutano comportamenti, si accoppiano e muoiono all'interno di colonnine colorate dentro grafici estesi. I suoi scenari sono così perfetti che escludono qualsiasi scenario alternativo. Non che ne impediscano l'esistenza. O forse sì.

Per un'agenzia straniera ha preparato uno scenario delizioso, quasi fantascientifico. Lo scenario Deep Sleep: che cosa succede se l'intero pianeta si addormenta per 24, 48 o 72 ore. Divertente, no? Ai committenti ha chiesto solo: perché dovremmo dormire? Gli hanno risposto: nubi interplanetarie. Nessuno dei suoi interlocutori ha sorriso commissionandogli il lavoro, ma lui si è divertito ugualmente. Lo scenario del Deep Sleep gli è venuto come un piccolo plastico apocalittico in sedicesimo, spassoso, ed è saltato fuori che il problema non sarebbe quello delle perdite umane, quanto il deterioramento delle scorte alimentari su scala planetaria. Carestia di cereali. Altri scenari che ha elaborato riguardano alternative tra era glaciale e riscaldamento globale, estinzione di particolari specie animali, fertilità femminile nel mondo occidentale.

Lavora fino a tardi alla scrivania davanti alla finestra, e qualche volta continua per tutta la notte. Non ha una vita privata molto vivace. Non ha una vita privata. Quando i fari delle automobili si accendono sulla statale, e le piazzole si riempiono di prostitute, chiude le imposte.

In passato teneva un binocolo nel primo cassetto della scrivania, e di tanto in tanto guardava le donne che si prostituivano sulla strada. Meditava di scoparsene una, si divertiva a scegliere. Per gioco, o magari no. Analizzava lo scenario della statale, anche, è ovvio. Così come lo scenario del suo frigorifero prevedeva un progressivo deterioramento del meccanismo di accensione automatica della lucetta, così come lo scenario dell'area periferica in cui viveva prevedeva lo spopolamento di un settore e lo sviluppo di un altro, con precise caratteristiche sociali ed etniche. Di quella statale davanti alla finestra conosceva gli orari di affollamento, perfino il variare del tonnellaggio dei mezzi pesanti in transito nelle diverse fasce orarie, la frequenza di incolonnamenti, tamponamenti, code e incidenti. Aveva scelto una ragazza bionda, con una carne bianchissima e capelli così sottili che sembravano spezzati, sfrangiati tutt'intorno al collo. Doveva avere la vescica debole, perché continuava ad attraversare la piazzola per andare al gabinetto, e quando il gabinetto fu tolto, si allontanava per i suoi bisogni nel campo sotto la sopraelevata. Lui sapeva esattamente quando avrebbe dovuto scoparsela, perché lo scenario prevedeva che un autoarticolato di medie dimensioni l'avrebbe investita di lì a trentasei-quarantatre giorni esatti, un sabato sera. Un autoarticolato che trasportava profilati metallici. A causa di un ingobbimento della carreggiata, gli autoarticolati a pieno carico, ma di dimensioni ridotte, sbandavano con una precisa frequenza nel punto esatto in cui la ragazza attraversava la strada. Perdevano solo brevemente l'allineamento, ma nei venticinque metri in cui riuscivano a correggere lo sbandamento del rimorchio, erano fuori assetto. Meditava di avvertirla. Senza stare a spiegarle il perché. La storia degli scenari. Solo avvertirla. Carezzava l'idea di salvarla. Però non era accaduto. In quel periodo lui era pieno di lavoro. Aveva visto i lampeggianti blu dell'ambulanza, e aveva sorriso.

Non è che gliene importi niente, ora come ora. Però vive per conto suo. Conosce il giorno preciso in cui una delle rotelle della poltrona collasserà e gli farà rovesciare i cereali. Sa di non sbagliare mai.

(di ida bozzi, 28 agosto, 2009)

 

 

 

28 agosto, 2009. E' come se fosse innamorata dell'aria rimasta in una nicchia vuota, e non sa spiegarlo meglio di così.

Ha la certezza infantile, ma forse non del tutto dissennata, che solo potenze disumane e meccaniche come il sole, le nuvole o il mare possano ascoltare e comprendere il suo sentimento. Nei giorni di dolore, tali potenze confidano a lei qualsivoglia segreto ineluttabile mostrandole la loro dolente e inarrestabile ciclicità. Nei suoi rari momenti felici, con la stessa ciclicità tali potenze intendono significare di volta in volta la bellezza della vita, la bontà universale del creato o altre struggenti e pazienti verità.

Di recente, colta da un senso di inadeguatezza al moderno, ha provato a trarre metafore amorose dalle più avanzate teorie scientifiche, come la fisica del plasma e le nanotecnologie. L'innovazione ha reso gli alterni pensieri di annientamento e di gratitudine ancora meno comprensibili a lei stessa e al mondo, ma perfino più struggenti. Nei giorni peggiori, la sofferenza riverberata dal flusso solare in nanotesla è tale da schiantarle il cuore.

Non ha modo di uscire dalla propria condizione più di quanto ne abbia un ciuffo di alghe arrotolato a riva dall'onda e dalla risacca.

Situa l'ubicazione dell'uomo che ama, e dal quale non è riamata, in un universo popolatissimo e rumorosissimo, nel quale i fenomeni naturali, come il sorgere del sole, lo splendore della luna e il vero amore misurato in fotoni quantici, vengono eclissati dal rimbombo visivo e uditivo di civiltà barbariche dedite all'aperitivo, alle corse in auto, al sesso sfrenato e al chiacchiericcio. Il suo interesse per le cosiddette scienze umane ne risulta ridimensionato a mera curiosità antropologica.

E' diventata più timida.

 

27 agosto, 2009 - infinito. On est timide.

 

27 agosto, 2009. Un ragno mi ha morsicato oggi. Ha inoculato il veleno nel punto esatto in cui la piccola nervatura delle mani - entrambe - si innesta sul grande tronco nervoso delle braccia. E il veleno si è diffuso gonfiando la guaina cartilaginea delle dita, le ghiandole innervate dei polsi, dei gomiti e delle ginocchia, dilagando lungo canali linfatici che non sapevo di avere e che ho sentito aprirsi a uno a uno, ha percorso il plesso solare, ha irrigidito il diaframma, si è impadronito delle ghiandole surrenali, dei reni, è gocciolato nelle cavità venose delle gambe ed è risalito lungo la colonna spinale fino a risalire in gola, e premendo, e tallonando il sangue nella risalita, ha spinto a forza finché non mi ha aperto gli occhi.

Mentre mi immergo in semicupi di cortisone, e mi bendo i polsi, lasciate che vi guardi, lasciate che vi guardi con questi occhi nuovi, aracneidei. L'anima che sa quel che vi piace, che sa dov'è la vostra debolezza, che è sempre stata gentile, angelicamente mansueta, e ora ha mani insensibili, e un cuore violaceo di infezioni, e un sangue maligno, avvelenato, vi pungerà con cura.

Pochi giorni a settembre.

 

26 agosto, 2009. Io dovrei andare, da anni dovrei andare, ho un ombrello e un mantello, i riccioli d'oro, i nastri nei capelli, le scarpette rosse, la zucca e la bacchetta, la mela di cristallo.

Però c'è un gioco che facciamo: voi vi fate sbranare dal lupo cattivo, e io devo rassettare la casa di marzapane, baciare i sette nani, dare il ballo alla reggia, decidere di gatti con gli stivali, di bambini con gli orchi, di galline fatate, di ossicini, di alberi di fagioli, e altre sciocchezze spropositate.

Adesso, per esempio. Devo dormire presto, perché domani si inaugura un castello.

 

25 agosto, 2009.

Ogni cellula emana una minuscola piuma di energia. L’organismo è completo. Ma ha ancora paura. Quando guarda verso l'alto, l’espressione del suo viso diventa più triste.

“Che cosa c’è?” gli chiedo. “Non riesci a vedere bene?”

“Vedo benissimo,” risponde. La cornea lucida, bianca, le pupille nere, luminose.

“Non vedi doppio, o annebbiato?”

“No. Vedo che sono lontane.”

Seguo il suo sguardo. Non che non sappia che cosa guarda, lassù. Voglio solo che mi veda guardare in alto come lui. “Le stelle? Tu capisci che sono lontane?”

“Molto.”

“Ti rendi conto che alcune sono più lontane di altre, lo vedi?”

“Sì.”

“Che cosa c’è che non ti piace, in quello che vedi?”

“Niente.”

Forse non vuole esprimersi diversamente. O non sa di poterlo fare.

“Ti fanno sentire triste?”

“Posso smettere di guardarle?”

“Puoi. Ma perché?”

Non risponde. Si china, e disegna per terra. Disegna stelle. Anche lui.

“Le vedi così?” domando.

“No. Ma so disegnarle così.”

“E così ti fanno meno paura?”

Mi lancia un’occhiata di scherno. Come si guarda uno sciocco. “Sono disegni.”

Annuisco.

Forse, dopotutto, non serviranno migliaia di anni perché capisca.

 

 

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23 agosto, 2009. Fili d'aria.

 

22 agosto, 2009.

"La depressione è un buon modo, non possedendo un cavallo." (Maus Columbo, da Il calendario dei santi)

 

21 agosto, 2009. Dicono, le Galassie. Quest'anno ho imparato molte cose, è vero, e non solo sulle Galassie. Voi sapete, c'è forse addirittura una compagna del Sole, una seconda stella di cui ipotizziamo l'esistenza ma di cui, nella realtà, non sappiamo assolutamente niente. Questo perché Nemesis - il suo nome terribile viene dalla peculiarità che poi dirò - è quasi un gigante gassoso più che una stella, o una stella molto buia, oppure qualcos'altro che ignoriamo. La sua peculiarità è che di tanto in tanto pare disturbare l'orbita della Nube di Oort, ogni ventisei milioni di anni, o anche di più, e il suo passaggio ellittico può provocare sconquassi. Lontana e indisturbata, sarebbe lei l'occulta regista dell'estinzione dei dinosauri sulla Terra. Sembra fantascienza, ma partirà a dicembre una missione Nasa che potrebbe osservarla.

Expositio.

C'è come un'aria di mani in mano, un po' dappertutto, come se mancasse davvero poco alla catalogazione dell'intero universo e il compito fosse già assegnato: e quindi, perché affaticarsi?

Variatio.

E' il tema greco delle Colonne d'Ercole. Si vaga, spinti dalla necessità della ricerca, ma con la convinzione che in ogni caso il limite sia già stabilito, o l'uomo sia impossibilitato a raggiungerlo. E' ancora di più il tema biblico dell'albero proibito.

Valutazione.

Io penso che non si possa prestare fede alle parole che descrivono le cose, forse appena un po' di più alle cose. Non l'ho scritto io, è ovvio, ma un antico. La mano fa segno: molto antico.

Ripresa tematica.

I Greci erano convinti che niente altro si potesse aggiungere all'arte della tragedia. Ciascuno di noi ride dei Greci, e poi si comporta come loro. E' da appena un secolo che abbiamo raggiunto quella che ci appare come la più avanzata forma di civiltà, la vera e sola civiltà intelligente, la magnifica sorte e progressiva, tanto che possiamo riderne... In un secolo, abbiamo mappato tutto quello che potevamo mappare. C'è di più: ora lo vediamo, su google o nelle webcam, di continuo, sia esso in terra, in mare o in cielo. Potremmo riprodurre la vita in quasi ciascuna delle sue forme. Abbiamo la prova di quasi tutte le teorie scientifiche. Abbiamo letto quasi tutto quello che può accadere dell'amore, della vita, dell'avventura, l'abbiamo dipinto e filmato, rappresentato insomma in ogni modo possibile. Cioè, qualcuno l'ha fatto e noi ne portiamo il peso.

Naturalmente ciascuno di noi ha aperto come una sorta di succursale per procura dello scibile umano. Ciascuno di noi ha come uno Shuttle in cortile, come gli americani avevano i missili in giardino. "Noi abbiamo clonato Dolly", semplicemente perché oggi potremmo entrare in un negozio e chiedere un clone del nostro cane. Attenzione a questo aspetto della conoscenza.

Adesso sto finalmente crollando dal sonno. Seguiterò a chiacchierare per conto mio domani o dopo.

Buonanotte.

 

 

19 agosto, 2009. Non mi viene quasi mai un plurale che non sia un "nos majestatis", quindi, se adesso dico noi, è noi. Dico che noi dobbiamo analizzare gelidamente la nostra situazione, lavorativa, intellettuale, senza lasciarci distrarre da questo torrido caldo. Prendiamo in mano questo secolo e analizziamolo. Togliendo di mezzo le emozioni (ma analizzandole), però, altrimenti ci faremo mangiare dal primo sorriso.

 

18 agosto, 2009. Oh, invece oggi ho letto "Coraline" di Neil Gaiman, e sebbene non si tratti decisamente del mio romanzo per l'estate, anche perché più che un romanzo è una favola appena un po' lunga, andiamo sicuramente meglio che con quell'ALTRO libro che sto leggendo, il best seller di cui non faccio menzione. Contro le 28 pagine al giorno del best seller - tanto riesco ad avanzare nella lettura, il librino della bambina coraggiosa s'è lasciato leggere tutto d'un fiato. E già questo è qualcosa. Storia carina, non eccelsa ma inquietante e senza troppe consolazioni.

A proposito di bambine coraggiose. Saluto questo giorno salutando anche la signora Pivano, che ho intervistato solo poco tempo fa.

 

18 agosto, 2009. (Non è stata solo una MIA impressione, la questione delle sciocche anticipazioni nel libro che sto leggendo: per chiudere la questione, nel film tratto dal libro TUTTE le anticipazioni sono state tolte)

Naturalmente, non scherziamo, si tratta di totale assenza di struttura narrativa. Perché non basta prendere la storia ABCDEFG e farla diventare ABACBD (...) per costruire un intreccio degno di questo nome. E infatti l'intreccio non è degno di questo nome.

Oltre a ciò, è una storia che non guarda da nessun'altra parte, se non appena davanti, nonostante i riferimenti all'infanzia dell'eroe. I personaggi non hanno alcuna speranza profonda. Nessun segreto vero. I personaggi sono pronti a ripartire ogni volta che si schiaccia il bottone play. E' un videogioco. E i personaggi vivono un déjà vu vago, malato, distratto.

 

18 agosto, 2009. Come vi permettete di essere così maleducati? Voi potete prendermi in giro, mentre io devo omaggiarvi e rispettarvi? E per quale motivo, di grazia? Quale sarebbe il diritto che avete maturato nei miei confronti?

Comunque. Brutte notizie, mi sono svegliata e ho trovato che il libro best seller è ancora a pagina 103, non s'è mosso di una virgola. Cioè, muoversi si muove. Passa di qua e di là: "Oh, poi adesso andiamo nel corridoio, e c'è Pinco Pallino, poi saltiamo su un cavallo, poi arriva un tale molto cattivo". Leggendo, ho già percorso chilometri e chilometri, e ora non me la sento di affrontare subito l'azione, che a pagina 101 non è ancora arrivata.

Poi. Il sistema delle brevi anticipazioni mi piace una volta, due. Ma quando in tutto il libro hai prime apparizioni e riprese come modulo fisso per l'introduzione dei personaggi, cominci a sentirti a disagio. Sì, beh, certo, consideri - fin troppo generosamente - di essere entrato in un mondo che "funziona così", ma a lungo andare ti domandi (attenzione, domanda filosofica, ponete attenzione): perché diavolo in un mondo che funziona così la gente dovrebbe avere una sola, qualsiasi preoccupazione? Ognuno cerca di leggere i segnali del mondo in cui vive, ANCHE in un romanzo. Ora. I protagonisti di questa storia si suppone siano esseri umani, calati cioè in un insieme di convinzioni, di "pensieri prima di dormire", di aspirazioni e di sogni. E lo sono, la narrazione si preoccupa infatti di farcelo sapere. Ebbene, nel loro mondo continuano ad esservi annunci e apparizioni, annunci ed epifanie, angeli ed epifanie. Un mondo (sostanzialmente alieno) dove tutto è annunciato, pagine prima, da quelle che dovrebbero essere accurate "preparazioni" (haha) al climax. Una "attenta struttura drammatica" (haha). La fredda meccanicità di tutti questi annunci, prodromi, anticipazioni, elementi di protasi, poi subito confermati da avventi, apparizioni, arrivi, batte vi giuro il Gil'Gamesh quanto a parabolizzazione del racconto, e archetipizzazione del mondo, e mi rende impossibile credere che i personaggi NON SAPPIANO di vivere in un fato accuratamente preparato prima. Quindi, non capisco perché tutte le volte si stupiscano, perché fingano di agire di loro spontanea volontà, perché abbiano paura, perfino. E' tutto scritto! In un mondo così, come appunto sa benissimo Gil'Gamesh, tu sei il dio-condottiero e te ne freghi altamente degli ostacoli che ti si parano davanti: sono solo i luoghi in cui tu metterai in atto un destino già noto, scritto e in qualche senso già compiuto. Gil'Gamesh non si stupisce (sono gli altri che si stupiscono, perché sono esseri estranei al suo mondo e al suo modo di essere).

Prendiamo un esempio che tutti conoscete, facile facile. La Karenina. Se il romanzo Anna Karenina fosse stato scritto dal bestsellerista che ha scritto il libro che sto leggendo io, saremmo nei guai. Probabilmente la Karenina si sarebbe salvata. Invece, porca miseria, è il SUO mondo che la condanna al pensiero del suicidio. Un mondo in cui lei si sveglia ogni mattina. E' la sua relazione con il suo mondo a provocare la scissione. Karenina non è esterna, mai, al mondo cui si sente estranea. Capite la difficoltà? Fate mente locale. Quindi lo vede con quegli occhi. Quindi reagisce in quel modo.

Nel best seller che sto leggendo, il mondo va in un senso, insieme ai lettori... Sì, sì, questo fa riflettere. Non dubito. E i protagonisti vanno in tutt'altra direzione. Salve, sono un predestinato, un eroe, nasco addirittura così, e arriverò vivo alla fine della storia, ma, oh, ecco, adesso per trenta pagine avrò paura di un idiota con le braghe di un altro colore. E' un problema di non-onniscienza calibrata male? Probabile. E, ripeto, voi l'avete comperato a milioni. Vi stavate annoiando parecchio, si vede.

 

16 agosto, 2009. Ebbene sì, lo confesso: sto leggendo per la prima volta un noto best seller di cui abbiamo parlato tanto. E, con mia grande sorpresa, mi sto annoiando. Mi sto annoiando tanto che strofinando l'incavo sudato del braccio all'altezza del gomito mi si formano dei pallini di pelle, sapone e sudore molto più divertenti del libro che sto leggendo. Mi sto annoiando tanto che i riccioli che riesco a fare con i capelli hanno indetto un concorso di bellezza e mi hanno eletto presidente della giuria. Mi sto annoiando tanto che con le dita dei piedi ho provato a toccare il muro dalla parte dei cuscini e ho fatto finta di camminare sulla parete. Mi sto annoiando così tanto che mentre leggo immagino di costruire una casa di bambola così piccola che al posto del fuoco nel camino c'è la brace di un bastoncino d'incenso, e che la vasca da bagno si riempie con una goccia d'acqua. E anche, mentre leggo, immagino di lavorare a maglia, di cucire e di ricamare, come vorrebbe mia zia, e ho già immaginato di aver fatto un maglione, cucito un orlo di pantaloni e ricamato le mie iniziali sulla camicia. E mentre leggo sempre lo stesso libro, e quasi sempre la stessa pagina, sebbene in realtà i numeri in basso continuino a crescere, 99, 100, 101, mi annoio così tanto che con un altro paio di occhiali sto leggendo un altro libro, molto più divertente, in cui Tolstoj scappa di casa. Ma mi annoio ancora, e stavo quasi per telefonare a uno di voi, quando ho pensato che era meglio non annoiare le persone con le mie stupide letture, e allora ho guardato un film, mentre leggevo questo libro, e il film era veramente noioso, anche quello, o forse appena meno, con Meryl Streep vestita come una quacchera e con delle grinze posticce vicino alla bocca, e Philip Seymour Hoffman vestito da prete e una giovane monaca insignificante in una storia che avrebbe dovuto essere forte ma era scritta profondamente male (posso dirlo, visto che non sono un critico cinematografico) tanto che c'era anche la battutina finale come forse abbiamo visto fare a Neil Simon nelle commedie, solo che non si può scrivere un dramma come si scrive una commedia, eppure so che il pubblico ha dato di matto vedendo questo film, e anch'io speravo, visto l'argomento impegnato, di vedere un bel film, mentre il plot forte era trattato debolissimamente e senza idee, tanto che io non avrei dato risalto a tutte le figure secondarie e avrei mantenuto solo il prete e la quacchera a darsi battaglia. Ho anche pensato che il regista voleva farne come un Bennett drammatico, ma gli è riuscito male, però. Ma lo stesso ho continuato ad annoiarmi con il mio libro best seller, e mi sono annoiata così tanto finora che a pagina 102 penso mi addormenterò, e spero di risvegliarmi verso pagina 200 o 201, con la speranza che nel frattempo sia successo qualcosa, e con l'idea precisa e rinnovata che il più noioso dei miei sogni casuali è più divertente, ma molto più divertente di questo libro. Che voi avete comprato a milioni.

 

 

16 agosto, 2009. Sì, anch'io avrei bisogno di pace, di molta, moltissima pace, ma non è esattamente ciò che ottengo dal mio prossimo. Cosicché, forse, nonostante il dolore di tutto questo, forse è meglio così.

 

15 agosto, 2009. Scrivere un romanzo dovrebbe significare poter scrivere ciò che si vuole. Non è detto che ciò che si scrive piaccia a chi legge. Non è detto che debba piacere. Non è detto che debba rispettare delle regole. Mentre scrivo la scaletta, penso: questa cosa non piacerà. Non piacerà il tono. Non piacerà la piega che prendono gli eventi (questo mi è già stato detto). Allora faremo in questo modo. Rispetteremo tutte le regole di struttura, tutto l'alternarsi di climax e anticlimax, e in un capitolo avremo perfino un doppio climax. Come la glassa sopra la glassa. Sarà ordinatissimo anche il settore delle "armi", cioè tutti i personaggi avranno, come piace oggi, il loro armamentario di oggetti particolari, segni particolari, modi, abiti, tic (mmm, come già non mi piace questa facebookizzazione dei personaggi). Ma non rispetteremo altre regole. Probabilmente, visto il pizzicore, non rispetteremo nemmeno la scaletta. Diciamo che sarà una "scaletta dello schermo", indicativa, ingannevole, per darla a bere alla scaletta vera che non deve accorgersi di niente. Anche la materia che si scrive dev'esser sorpresa d'esser scritta.

Altra notazione. Sacrificare qualsiasi cosa al fatto che una storia debba "piacere", è sacrificare dei significati di conoscenza a dei significati di convenzione. Io, parola di boy scout, non posso preferire la convenzione alla conoscenza, nella scrittura. Eh, sennò a quest'ora avevo già pubblicato "Le mie dieci interviste preferite", o "I miei dieci libri dell'anno". Ma non è così. E poi non è detto che le persone sappiano, in realtà, che cosa piacerebbe loro. Quindi la convenzione sarà una struttura buffonesca. Come giocare a scacchi con le regole di "bandiera", o a strega comanda color con le regole delle belle statuine. Come si chiama quel gioco in cui tutti stanno in cerchio, tranne uno che gira e gira all'esterno del cerchio, e passando tocca qualcuno che deve mettersi a correre nella direzione opposta e percorrere tutto il cerchio per riprendere il posto? Ecco, quello, insieme ai quattro cantoni, è stato il mio gioco preferito. Naturalmente, ci ho giocato pochissimo, perché le hit nel mio cortile, prima dell'età giusta per bici, skate e roller, erano "celai" e "un due tre stella". Cui si univa chi voleva, indovinate... E mai, dico mai, o al massimo due volte (in tutta la vita, possibile?) abbiamo giocato a bandiera. "Bandiera no. Noi giochiamo a celai". Bandiera. Gioco angosciante, ma geniale. Gioco geniale, ma angosciante perfino da guardare.

Ecco, non voglio sentirmi così, a dover giocare al gioco cui giocano gli altri. Scelgo bandiera.

O elastico. Nessuno ha mai giocato a elastico? Gioco pazzesco.

 

15 agosto, 2009. Fu così che lui ebbe il sospetto che lei, in parte, non si rendesse conto. Eppure no. Lei lo guardava, con certi occhi lucidi e oscuri, doveva essersi resa conto. E allora perché giocava con il dolore, con l'amore, con l'affetto, con lui, ma più ancora, perché giocava con se stessa? Veniva voglia di fermarla per un braccio, di farla stare ferma in un punto.

Glielo si diceva, anche senza pazienza. Ed era ancora più irritante, perché lei rispondeva: "Sì".

Sì, ma seguitava. Sì, ma quando la si lasciava sola, si instupidiva. Sì, ma bisognava riprenderla per un braccio, e tenerla di nuovo ferma, e lei guardava di sotto in su, contrita ma senza convinzione, come bambini che hanno fatto una marachella ma non sanno giudicarne la gravità e provano a sorriderne.

"Allora perché dici 'sì' e poi ricominci a fare sciocchezze?"

"Non lo so. Cioè forse lo so, ma..."

"Ma?"

"No, non lo so."

A volte, lui la sorprendeva mentre giocava - o forse non giocava, forse non giocava affatto - a invertire le parti, e da sola, davanti a uno specchio o anche davanti a una sedia vuota, puntava il dito contro una sé immaginaria, e a quella sé sciorinava una ramanzina che somigliava a quelle di lui, ma era perfino più cruda, e più severa, e presto deviava in qualcosa di così terribilmente teatrale e artefatto, che lui entrava e interrompeva la scena disgustato. E anche in quel caso, lei attendeva in silenzio in un angolo, ascoltava, e alla fine, quando sembrava aver capito, ancora una volta rispondeva: "Sì". E poi giuggiolava intorno, tutta sciocchezze e amenità, come per distrarre, per sviare da sé un'attenzione che o giudicava eccessiva, o giudicava estranea. Lui sopportava ancora meno quel suo giuggiolare, e lasciava lei lì dov'era, provando repulsione e fastidio, pesantezza e quel sapore dolciastro che si sente in bocca a volte dopo gli eccessi.

Lei si sedeva piegando le cosce e non sembrava più, nemmeno fisicamente, quella che era stata fino a poco prima. Aveva l'espressione di qualcuno che ha faticosamente ricordato qualcosa, una cosa importante ma per natura sfuggente o poco visibile o incerta nella luce e nello spazio. Quando si alzava e tornava alle sue attività quotidiane, che non sembravano impegnative ma solitamente avevano la capacità di esasperarla, restava a lungo così serenamente irriconoscibile, e in quei brevi momenti sembrava che avesse negli occhi azzurri un piccolo punto, un punto in un angolo della pupilla nera, un punto di un qualche scorcio o di un visore o di un puntatore o di una lente, attraverso il quale guardava o si affacciava, all'inizio con una disinvoltura invidiabile, poi resistendo sempre più affannata a mano a mano che lo scorcio si richiudeva - bastava una cena noiosa, o qualcuno che litigasse violentemente per la strada - finché di nuovo, dietro lo sguardo, precipitava.

 

 

14 agosto, 2009. Vi consiglio di trascorrere almeno una notte in uno degli alberghi della catena Bugie Park, durante le vacanze. Tutto è arredato con gusto e con misura, nell'Albergo delle Bugie, sebbene qualche elemento delle suite sia scelto personalmente dall'Architetto Capo (un signore simpaticissimo, molto indaffarato) con quello che egli stesso definisce "un raptus creativo". La distribuzione sapiente di arredi selezionati meticolosamente e di oggetti capitati come per caso rende gli ambienti più naturali e vivaci, dice il dépliant... Insomma qualche tavolino ha gambe troppo corte e qualche sedia traballa, ma il tutto fa parte del colore locale, dà quel tono di vero che rende inattaccabile qualsiasi falsità.

E io ho passato nel Bugie Park alcuni giorni quasi di sogno, circondata dalla bellezza di ogni genere di menzogna, tanto che vorrei cancellare la prenotazione al Verità Bellevue già fissata per la seconda metà di agosto - mi spiegano tuttavia al Bugie che indietro non si torna: gli ospiti sono accettati una sola volta, non importa quanto lungo sia stato il soggiorno, così dovrò adattarmi alle regole della casa. Le regole della casa, infatti, sono la vera forza dell'Hotel Bugie: l'atmosfera confortevole delle stanze non sarebbe niente, se la direzione non avesse messo a punto un servizio impeccabile sotto ogni punto di vista. Fuorché, ma è un dato trascurabile, quello della verità.

"Lei è una bella donna e una valente scrittrice", sono state le parole che ho ascoltato per tutti i quindici giorni delle mie quasi paradisiache vacanze. Tanto che ho cominciato a domandarmi se per caso non fossero vere. "Qui le bugie hanno grazia - mi ha fatto osservare il direttore dell'albergo, notando la mia resistenza a una fede perfetta nella menzogna - e sanno scegliere". Per chiarirmi l'idea, mi ha mostrato il libro degli ospiti, con i ringraziamenti di molti rasserenati e di qualche entusiasta. "Stavo morendo, e il Bugie Park ha nascosto l'ala del dolore con un plissé di damasco", scrive, elegantemente, una signora che firma con uno svolazzo. "Nessuno mi ama, ma al Bugie Park non so perché mi arrivano messaggini quasi tutti i giorni," scrive qualcun altro. "Lui mi ha detto di aspettarlo per quindici giorni, ed era una bugia, ma al Bugie Park l'hanno ripetuta così spesso che ho finito quasi per crederci", scrive qualcuno che non si firma. C'è chi completa la dedica con una faccina che sorride, chi disegna un fiore infantile, un cuore, un bacio stilizzato, "è una raccolta di ex voto - spiega il direttore - per la grazia ricevuta di una bugia".

Perciò non ho vergogna di dire che questi sono stati i giorni più teneri della mia intera vita. Ho perfino ripreso a scrivere, di sbieco appoggiata ai tavolini dell'albergo, attività che cesserà immediatamente non appena ritornerò a casa, ho immaginato e ho riso, ho sognato, poco ma ho sognato, e sono tornata indietro fin quasi all'infanzia quando il servizio in camera ha consegnato sulla mia terrazza una vera stella cadente, tutta per me, per qualsiasi desiderio io potessi desiderare. Ah, e vi consiglio il salone di bellezza, dove con una bugia vi massaggiano il cuore fino a che non smette di sanguinare, e lo tengono tiepido e trepidante con petali di fiori tonificanti e addolcenti.

E così, io che sono sempre stata un'amante della schiettezza, riparto dal mio felice soggiorno amando le bugie, la loro delicatezza, la sapienza con cui scelgono i sogni e li dispongono nei vasi come fiori, dove infatti fioriscono - anche se è per poco tempo.

Certo, il conto dell'albergo è piuttosto salato (e non comprende le sorprese per il non-compleanno, che sono a parte), d'altronde mai quanto il ritorno alla realtà di tutti i giorni, al telefonino che si trasforma di nuovo in zucca lavorativa, alle persone che smettono di mentire con il sorriso sulle labbra e ricominciano a suonare con il loro fare distratto e insieme necessario il citofono rauco della verità.

 

 

13 agosto, 2009. Ma come fan presto, amore, ad appassire le rose. Mah. Passando ad altro. Ammiro Ciò Che Ha Scritto Proust (d'ora innanzi: *Proust) per lo stesso motivo per cui lo ammirano tutti gli altri (o forse no, ma qui ci sono occhi indiscreti), perciò sarà il motivo per cui non amo *Proust, a interessarmi di più. Non lo amo perché, qualora io lo scegliessi per la mia isola deserta (d'ora innanzi: **il nuovo millennio), rimpiangerei tutto il resto.

E' vero che dal parapetto del **piroscafo guardo l'orizzonte dell'"indistruttibile azzurro" ed è proprio *Proust che rimpiango. Nonostante questo, penso di aver sacrificato proprio ciò che andava sacrificato per riuscire a chiudere la valigia (d'ora in poi: ***scrivere).

Come quei punti rari dell'oceano in cui si incontrano le diverse correnti, e le acque hanno temperature e colori diversi, e proseguono all'apparenza senza influenzarsi le une con le altre, così *Proust è quel tratto di bolina che appiattisce i campi del mare nell'area ***precisa in cui le onde della stessa ampiezza si annullano. I ***marinai si sdraiano a pancia in giù sulle chiglie e toccano *il mare liscio con la punta delle dita per sentire la pressione delle diverse correnti, guardando i pesci che provengono dal Golfo del Messico o dal Senegal e si mescolano secondo i *disegni oscuri della natura. Ma una ***nuova barca, che non è natura, e nemmeno *Proust lo è, in quel punto **con i motori fermi rimarrebbe immobile, o al massimo girerebbe su se stessa.

Ciò non amo di *Proust.

 

Il silenzio?

Allora smetti di dire che stai zitto.

1-31 agosto, 2009. Immagino che qualcuno sia fulminato d'orrore per aver letto qui il nome di Proust. Perché? Le poche righe qui sotto non erano un omaggio a Proust, il Proust-argomento di cui un giorno parlerò con una cuffia da doccia o con un cartello stradale, o con altro pubblico interessato all'opinione, come per esempio il mio frigorifero. Lontano da me l'idea di rendere omaggio a Proust almeno quant'è lontana da Proust l'idea di rendere omaggio a me. Non amo Proust? Amo Proust? "Ciò che ha scritto Proust", intanto, e non "Proust", perché bisogna sempre essere perfidi con le opinioni di chi ha cessato di averne. Il mio rapporto con c.c.h.s.P. è il seguente: c'è chi ha scritto, io prendo appunti. Ma voi non potete capire, e non capireste nemmeno se prendeste appunti anche voi, cosa che non fate. Perché se Proust scriveva, e io prendo appunti, voi disegnate sul blocchetto vicino al telefono.

No, le tre quattro righe qui sotto (non pretendo che possiate capire) si riferivano al fatto che quando Proust aveva un quarto d'ora di tempo per fare una cosa, era un quarto d'ora di Proust, il che poteva preoccupare il suo orologiaio, come preoccupò l'orologiaio di Kafka. Gli orologiai sono persone sensibili - loro - timorose di quanto poco possono aver capito di ciò che maneggiano, per esempio la misura del tempo. Ma questa storia è come il quinto di Euclide - inutile che tenti di spiegarvi quanto e come io e Proust siamo turbati dal diverso uso che noi possiamo fare di un quarto d'ora.

Ah, sì, bentornati, anche voi.

La canzone dell'amore perduto

Fabrizio De André

Ricordi sbocciavano le viole
con le nostre parole:
"non ci lasceremo mai,
mai e poi mai"
Vorrei dirti, ora, le stesse cose
ma come fan presto, amore,
ad appassire le rose
così per noi.
L'amore che strappa i capelli
é perduto ormai.
Non resta che qualche svogliata carezza
e un po' di tenerezza.
E quando ti troverai in mano
quei fiori appassiti
al sole di un aprile
ormai lontano li rimpiangerai.
Ma sarà la prima
che incontri per strada,
che tu coprirai d'oro
per un bacio mai dato,
per un amore nuovo
E sarà la prima che incontri per strada,
che tu coprirai d'oro
per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.

 

1 - 31 agosto, 2009. L'orologiaio di Proust.

Eppure non vede nulla, l'orologiaio di Proust, mentre regola le lancette e controlla gli ingranaggi con la lente d'ingrandimento. Alza gli occhi e sorride. Proust paga il conto e se ne va, un po' perplesso, e un po' rassicurato.

 

 

 

 

 

 

 

5 agosto, 2009. Romeo Plum andò dal Cardista e sedette in sala d'aspetto. Seduti intorno, sfogliando riviste di motori e barche a vela, altri pazienti aspettavano il loro turno. O clienti, non sapeva esattamente come definirli - finché non vide lui, il Cardista in persona, attraversare l'anticamera e chiudersi nello studio senza salutare. Era un tale con brutti pantaloni spiegazzati, di un color mattone spento, e una camicia beige a quadri larghi, come una vecchia coperta di cavallo, portata fuori dai pantaloni. Aveva i capelli lunghi fino alle spalle come un elegantone degli anni Ottanta, e non molto puliti. Allora decise: la parola era, precisamente, clienti.

Nello studio, una volta chiusa la porta, si sentì martellare e scartavetrare. Un motore fu avviato, un mantice cominciò a sbuffare, una fresa stridette su un oggetto che doveva essere di metallo.

Una cliente in attesa, dall'altra parte della sala d'aspetto, alzò gli occhi dalla rivista e sembrò trasalire.

"Questo rumore mi fa venire male dappertutto," commentò, a beneficio di tutti gli altri. Qualcuno le rispose con un blando sorriso, i più la ignorarono. Romeo Plum si tastò il petto, nel punto in cui doveva trovarsi il cuore. Conosceva solo per sentito dire il lavoro del Cardista, ma più di un amico glielo aveva consigliato. Insomma non c'era da avere paura. Dicevano che non lasciava segni visibili, come l'intervento di un buon carrozziere.

"Plum. Romeo Plum," pronunciò qualcuno nell'altoparlante, alla fine. Ecco il suo turno.

Romeo Plum si alzò, fece tre passi intorno al tavolino, posò le riviste. Non era sicuro.

Il Cardista si affacciò alla porta. "Allora, Romeo. Uno che si chiama Romeo, ha paura di un preventivo?"

"Un..."

"Venga, si accomodi. Certo, un preventivo. Non bastano due bulloni e una toppa, nel suo caso. Bisogna cambiare tutto l'impianto."

Il Cardista lo accolse nello studio, che era in effetti un'officina, né più né meno che un'officina meccanica. Solo che intorno non si vedevano rottami d'auto, o pneumatici appoggiati alle pareti. Non si vedevano nemmeno pezzi di cuore o macchie di sangue, se è per questo. Sotto le file di chiavi inglesi, di pinze a becco e tenaglie regolabili, c'era un nastro trasportatore fermo, addobbato alla bell'e meglio con un cuscino lurido per somigliare a un lettino.

"Tutto l'impianto?"

Il Cardista osservò certe carte stropicciate che teneva in mano, e si diresse a un vecchio banco di scuola che fungeva da scrivania. Lì trovò dei cataloghi bisunti, e cominciò a sfogliarli.

"Tutto l'impianto. Se vuole fare un lavoro fatto bene, e che duri. Ho visto la sua scheda, e adesso vedo la sua faccia. Un impianto nuovo le viene a costare un po' di più, ma qualche pezzo usato, certificato, possiamo sempre trovarlo, e questo le farà risparmiare qualche soldo. So che lei è amico di Piero."

"Sì, Piero..."

"Ecco, guardi qui," lo interruppe, mostrando una fila di numeri su una pagina fitta di altre file di numeri, "questo modello per esempio non dà mai problemi. Sieda pure. Attento al grasso, lascia la macchia."

Non c'era un'immagine, non c'era una foto o uno schema tecnico: solo una fila di numeri di serie, di dati decimali che potevano sembrare specifiche tecniche di un apparecchio elettrico, e una cifra tonda che doveva essere il prezzo.

"E' molto costoso."

Il Cardista piegò la testa e alzò le spalle. "Le dirò. Non credo che ci siano alternative. In un caso come il suo, un lavaggio dell'impianto, oppure la sostituzione di qualche valvola, sono soldi buttati. Glielo hanno spezzato, il cuore, e io non me la sento di proporle un intervento di facciata."

Romeo Plum rifletté per qualche istante, tornando a esaminare la fila di numeri sul catalogo, sperando di trovarvi qualcosa che lo spingesse a prendere una decisione. "Sa, io non devo fare chissà cosa o andare chissà dove. Mi basta una messa a punto, giusto per tirare dalla mattina alla sera, e poi dalla sera alla mattina, nel mio solito tran tran."

Il Cardista scosse la testa. "Con un impianto nuovo, ripartirebbe. Ma, senta, il cliente è lei. E visto che l'ha mandata qui Piero, che è un amico, possiamo fare così: proviamo una messa a punto, lavaggio, ingrassaggio, una bella pulita e una calibratura come si deve. E lei prova a far girare tutta la macchina per un po', diciamo a regime e senza tirare al massimo. Se però sente qualche rumorino, o comincia di nuovo a perdere colpi, torna qui e facciamo l'impianto. Con un prezzo onesto."

"E' molto cruento?" si azzardò finalmente a domandare Romeo.

Il Cardista sorrise. "Non certo quanto farselo spezzare. In quarant'anni che faccio questo lavoro, qui dentro ho sentito solo qualche sospiro. I gemiti, i pianti, le urla, quelli li sento più di frequente in sala d'aspetto."

"E come si procede?"

Il Cardista indicò il muro decorato a tenaglie, a martelli. "Cose tecniche,"

(segue)

 

 

4 agosto, 2009. L'universo è infinito, piatto e sta accelerando, non rallentando come abbiamo studiato a scuola solo negli anni Ottanta. Per la maggior parte è composto di materia ed energia ignote: attualmente, circa il 70 per cento è energia oscura dotata di una forza gravitazionale probabilmente responsabile dell'accelerazione di tutto.

Non possiamo vedere le origini del cosmo, perché non c'era luce. E non so quanto in là possiamo guardare, ma non mi sembra che gli astronomi considerino la possibilità di vedere nel futuro, posto che si tratterebbe in ogni caso di un futuro che, se possiamo vederlo, è già successo. E' una faccenda tuttavia diversa dal tempo della storia.

In tutto ciò, ha rilevanza fisica la possibilità che esistano davvero i multiversi di cui parla tutta la fantascienza. Luoghi probabilmente meno avventurosi di un finale diverso per le nostre tragedie, i multiversi però danno importanza galattica alla possibilità. Alla mera ipotesi. Mi piacerebbe sapere che cosa intendono, esattamente, gli scienziati, per "universo", e per "possibilità". Non credo si tratti di un'alternativa vera e propria, sul genere del film "Sliding doors". Temo invece che, come tutto quello che accade nell'universo, le possibilità si accumulino nel passato.

Devo capire di più.

Per questo motivo, ho iniziato un racconto (che uno di voi sta ricevendo a puntate): il contenuto è la forma, in qualche modo. Vedremo.

 

 

3 agosto, 2009. Immagino che troverò un modo intimo e poetico per parlarvi del multi-verso. A dopo.

 

2 agosto 2009. Scrive furioso Einstein ad amici, da Zurigo: e racconta che, mentre si sta occupando dello spazio-tempo, immaginando orologi situati in vari punti dell'universo, non ha quattrini abbastanza per acquistare un orologio da tenere in casa.

 

1- 31 agosto 2009. E mentre uno degli stalker scopre ed esercita il cutup, un altro riflette sulla mia intenzione di capire finalmente la relatività di Einstein.

Francamente, come vi esporrò più in là in uno scritto apposito, se c'è una cosa che il postmoderno (e basta con questo postmoderno) ha insegnato è che anche le imprese senza speranza devono essere intraprese. Ma non moriremo heideggeriani. Riuscirò a far star zitti tutti quelli che vogliono parlarmi del superenalotto, e del caldo, e della moda autunno inverno? Questo è perfino più difficile della relatività.

Quando dico capire la relatività, intendo "capire". Non vagamente ricordare due treni, una pallina da tennis e un paio di vettori. Capire. Saperla suonare.

Camminare sulla stessa strada che ha fatto dire a Einstein che la costante cosmologica era il suo più grande errore, e su quella successiva, che nel '96 ha reintrodotto alla faccia di Einstein la suddetta costante.

Cosa c'è sotto?

Perché l'universo accelera?

Che cosa c'entra questo con la letteratura?

Io vi dico che c'entra.

Buona estate.

 

31 luglio, 2009. Una conversazione scherzosa con un caro amico mi ha spinto oggi a una riflessione. Noi siamo ciò che siamo per l'impostazione che ha la nostra mente e visione e cultura, o per la quantità di libri spesso tutti uguali che leggiamo (che ci capita di leggere, che ci propinano, ecc.)? Non è forse sufficiente avere il polso della situazione, ed evitare di perdere tempo con assaggi di rifritture?

Se mi rispondete che è la quantità che fa l'intellettuale, il pensatore, il critico o lo scrittore, devo desumere che Stephanie Meyer sia più impegnata di Derek Walcott. O che Terry Brooks sia più importante di Emanuele Severino. Vi pare possibile? E qui ci vorrebbero tre punti interrogativi come nei messaggini: "Vi pare possibile???"

Comunque, per tutti quelli che sono preoccupati per la mia refrattarietà di questi giorni alla narrativa, posso dire: sto leggendo, molto, il che però significa che non sto scrivendo. Sto leggendo cose stranissime e molto diverse le une dalle altre, unite solo da me, al centro:

- Scozzesi in Canada di J. Galbraith

- Vari libri di William Styron

- Vari libri di Albert Einstein

- Una teoria della simmetria, anonima

- John Keats, poesie

- Colm Tòibin, Brooklyn

sul versante del divertimento, "Il quinto giorno" di non ricordo più chi, di qualche anno fa, uscito ora in economica.

Ah, e ho deciso di pareggiare i conti con Salman Rushdie (e con un paio d'altri della sua generazione), leggendo il resto di lui.

Come sapete, le vere letture sono del tutto riservate. Ma soprattutto... come vedete, anch'io come il Booker sono poco ecumenica.

 

30 luglio, 2009. Immaginate un cerchio che non abbia tutti i suoi punti in una stessa dimensione. Immaginate un tempo che sia ugualmente dislocato in luoghi diversi. Anche soltanto per metà su un foglio e per metà dietro l'orizzonte del vostro sguardo, dietro la linea assottigliata di un vostro sorriso.

Immaginate di aver solo sognato, e di esservi risvegliati. Di aver creduto e di non credere più.

Vi sono dimensioni alle quali non abbiamo accesso, senza figurarci galassie e cupole di cosmi, here and now, cui l'immediatezza del nostro vivere non sa trovare alternative.

Ma cacciata fuori dal mio cuore e cacciata dal mio cuore la vita, non mi resta altro che avere il coraggio di andarmene dove vanno le linee oscure, le circonferenze interrotte, la luce dei prismi inghiottita dai violenti risvegli.

Vi venivo incontro, e ora ho perso la strada, come un animale che scompare nel bosco scartando all'improvviso. E le sue tracce nella neve finiscono in un punto.

(immagine dal sito bourbaki.nlog.lastampa.it)

29 luglio, 2009.

Chi si avvicina vede una distesa di terrazze verdi, fino a un altopiano verde e disabitato. L’avvicinamento avviene  su uno di quei piccoli aerei per turisti che consentono voli a bassa quota  e perfino passaggi radenti, ma che non atterrano mai: la loro destinazione è un casinò lontano, vicino a una città.

Il mistero di questa terra sta, agli occhi dei turisti e delle loro distanze adeguatamente prudenti, nell’esistenza di alcuni monumenti seminascosti dalla vegetazione e appartenenti a una civiltà che sembra unire architetture fantasiosamente lontane, il palazzo miceneo e la piramide azteca, o il castello d’epoca comunale e il tumulo normanno, con gli ampi camminamenti di crinale dell’uno che si inerpicano sulle basi quadrate dell’altro. E’ verso quel genere di costruzione che i turisti rivolgono i loro apparecchi fotografici e la loro attenzione, mentre ascoltano pigramente le leggende narrate dai piloti sui puma che abiterebbero le spire del labirinto elevato, o sull’immancabile serpente, e sono risvegliati solo da pallide reminiscenze dei miti umani, di Adami, di Eve, di Sfingi.

Non desta invece alcun interesse la singolare familiarità dell’impianto naturale del luogo con le costruzioni monumentali – come non si dubita della mano di una civiltà, ancorché scomparsa, nell’edificazione dei monumenti, così non si dubita della mano di una popolazione, ancorché invisibile, nella coltivazione delle terrazze. In mancanza di tale mano, la cornucopia della natura liquida ogni dubbio, e non ne desta altri.

Ma quando il rumore dell’aereo da turismo si è allontanato, e i monumenti umani giacciono di nuovo seminascosti tra le fronde verdi, quello è il momento in cui il vero mistero solleva le sue ali e ricopre ogni cosa come un antico arcobaleno.

Il silenzio sgorga dal tuono inarrestabile di una cascata,

e dall’ombra dei rami allungati sulle rocce,

e dai soli invisibili che si muovono come formiche nel cielo di una fila di formiche,

e dagli occhi obliqui, gialli, di uno di quei puma pesanti, flaccidi, odorosi di erba e di ghiandole, che hanno come unica leggenda il ricordo di una preda recente.

Un silenzio impenetrabile, nero, anche se vestito di suoni multicolori, resistente a qualsiasi interrogazione, si sprigiona dall’affollarsi dei predatori intorno alla carcassa di un cinghiale morto.

Noi siamo parte di quel silenzio, e insieme non lo siamo. Noi proviamo a infrangerlo, e insieme non proviamo.

Noi domandiamo risposte a quel silenzio, e insieme non le domandiamo.

L’amore infinito, e la perfidia definitiva, che sentiamo in fondo alle nostre costruzioni architettoniche di umani, sono un sorso di quel silenzio.

Che il puma non sa come infrangere, che il sole non sa come infrangere,

che noi non sappiamo come infrangere.

Come un ordine supremo, la libertà dal quale non è prevista, e nemmeno immaginabile.

Ero presente il giorno in cui sono nata, e insieme non lo ero. Chi si avvicina vede una distesa di terrazze verdi, fino a un altopiano verde e disabitato. E questa terra non ha misteri, agli occhi dei turisti e delle loro distanze adeguatamente prudenti, se non nelle leggende narrate dai piloti sui puma del labirinto, o sull’immancabile serpente, o in pallide reminiscenze dei miti di Adami, di Eve, di Sfingi. Ma il vero mistero non è che nessuno sappia chi sono, ma che nel silenzio, quando l’arcobaleno è di nuovo salito e il ponte di dio è di nuovo aperto,

non lo sappia io.

 

 

July. The 29th.

But the bravest fell, and the requiem bell rang mournfully and clear
For those who died that Eastertide in the springing of the year
And the world did gaze, in deep amaze, at those fearless men, but few
Who bore the fight that freedom's light might shine through the foggy dew

 

29 luglio 2009. Per i buoni, magari stasera un racconto su di noi. Non fatemi leggere cose in giro, però, sennò mi arrabbio di nuovo. Mi arrabbio, mi infurio, e ho anche tutte le ragioni per graffiare chi in fondo se ne frega. Ma è meglio se non ci penso, sennò di nuovo e di nuovo.

Io non devo leggere cose in giro. Devo starmene qui a leggere il mio saggio sulla simmetria, buona, composta, e non guardare intorno.

Vabbeh, comunque stasera magari qualcosa qui scrivo. Ma non voglio sentir dire "prosa", non voglio sentir dire "emoticon che annuiscono", voglio cose educate.

Non c'è niente che sappiamo già, che mi interessi. Guardate, lo disse Laplace (aut similia. Ma io non cito, improvviso). Ho detto Laplace, non Lapalisse.

 

 

 

 

 

 

27-28 luglio, 2009. Reduce da un episodio di crisi post traumatica da stress dal quale fatico a uscire. Reduce da un'incazzatura per evidente spreco di intelligenza. Reduce da... oh, basta.

 

 

 

 

 

 

22 - 31 luglio, 2009. Tutti i cretesi mentono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22-31 luglio, 2009. Gli spiriti doppi degli Ish-Shah non sono tipi con cui ragionare, a meno di non essere a propria volta degli Ish-Shah. Lui e lei, gli Ish-Shah, parlano delle loro mani dicendo "la nostra mano", dei loro cuori come del "loro cuore". Quando li incontro, so che loro sono i Prescritti, e che la loro Prescrizione è esente da errori, quindi tutto ciò che a me appare doppio, per gli Ish-Shah non è tale. Essi sono Uniti, pur non essendo Uno. Tuttavia, gli Ish-Shah stasera vogliono partire. Chiedo loro di non immergersi, di rimandare il Passaggio, e trovare qualcos'altro da fare per la serata. Naturalmente mi rispondono che nessun motivo e un motivo non contano nulla per loro, che loro sono i Prescritti, ecc. ecc. Sono quasi noiosi, e io mi sdraio sul divano e guardo il soffitto. Hanno disseminato l'infinito dei loro universi binari, bipolari o doppi, e sebbene la cosa mi sia del tutto indifferente, mi limito a far notare loro che nulla dimostra, per ora, che i loro universi siano migliori degli universi Monadici o dei Passaggi Diffusi. In un mono-cosmo, come ho sempre spiegato dopo i miei Passaggi, la questione della Prescrizione è molto più divertente e più facile da condurre. Nel bi-universo in cui stanno per disperdersi, non c'è più nessun controllo della Prescrizione, e quel che è certo è solo che domani saranno stanchi. Con il caldo che fa.

Rispondono in coro che pregustano questa eventualità. Che si amano a tal punto - loro essendo i Prescritti - da non avere alcun dubbio sulla loro capacità di ritrovarsi anche una volta effettuato il Passaggio. Spiego che questa possibilità non esiste, che la loro fusione non avrà alcun livello di consapevolezza. Che sarà come appartenere alla stessa nube di detriti durante un'esplosione. Mi assicurano che sapranno divertirsi anche così, proprio così. Certo, è più semplice accendere un bi-universo: con la loro energia doppia, è quasi uno scherzo fabbricare un buon big bang. Alla loro prima divisione, però, quando saranno buio e luce, positivo e negativo e tutto quello che si richiede in un universo doppio, mi piacerebbe vedere le loro facce. Di certo non si aspettano l'effetto che fa. Pensano solo alla parte facile del Passaggio: a quando, sparsi in particelle nel loro nuovo universo, cominceranno a comporsi in luce, buio, stelle, mondi, e su tutti questi piani si incontreranno di nuovo. Faticando a riconoscersi, o non riconoscendosi mai.

Ma è proprio quello il bello del Passaggio, mi rispondono gli Ish-Shah: un universo in espansione - che deve prima o poi autodistruggersi o loro non ritorneranno mai qui - sarà un modo per conoscere l'assenza di controllo, le possibilità intrinseche ed estrinseche della Prescrizione, la libertà, le possibilità. Il Destino si disintegrerà e si ricomporrà in Caso, non è bellissimo? Il Due si distruggerà e si fonderà in Uno. Sarà, rispondo. Ma è un Uno dissolto in svariati Bilioni. Potreste non incontrarvi mai. Non rendervi conto mai che vi state passando vicino. Non sapere di appartenere allo stesso spirito doppio. E se doveste incarnarvi in qualcosa, potreste avere qualche brutta sorpresa - dato per assunto che, in ogni caso, non ve ne accorgereste nemmeno. L'uno potrebbe essere un filo d'erba e l'altra un ruminante. E se foste nemici? Se Ish facesse morire Shah? O viceversa? E se Ish facesse morire Ish, e Shah se ne accorgesse? O viceversa?

Ridono, gli innamorati. Beh, ma tanto ci ritroveremo qui, dopo, sorride Shah e sorride anche Ish. Sì. Ma badate che se doveste riconoscervi, o se uno dovesse riconoscere l'altro, potreste non ricordare che siete partiti da qui. Anzi, è certo che non ricordereste un bel niente. Soffrireste, se qualcosa vi dividesse. Tu potresti essere il dio di una religione che uccide lei. Insomma, mi rispondono, non c'è niente che ti piaccia, di  questa nostra gita.

E' che stasera mi annoio, e sono ancora stanco dell'ultimo Passaggio. Ecco, vedi? E non è stato intenso? Immagina le mie particelle mescolate con le sue, dicono. Pare che in certi momenti, durante le generazioni, il senso di comunione di ciascuna piccola particella con l'altra sia percepibile, a cominciare dagli elementi più semplici, come i raggi di luce, le gocce di terra, le nubi di energia. Fino agli umani, agli angeli, e oltre. Vorrei chiarire loro che non ricorderanno più l'uno il nome dell'altra, e nemmeno l'Ish-Shah nel suo insieme. Vorrei spiegare che è dimostrato, il Passaggio genera quantità crescenti di dolore con il passare del tempo, e vicino alla distruzione è sostanzialmente dolore puro; e che si tratta di fisica, non di amore. Vorrei che sapessero già ora, prima di partire, che il sentimento prevalente in un universo doppio è l'opposizione tra polarità, e un senso di estraneità e a volte di repulsione di cui loro, i Prescritti, non hanno nemmeno l'idea. Ma come tutti gli Ish-Shah, non ascoltano, immaginano che saranno l'uno il grembo di mare in cui si immergerà la luna dell'altra, e immaginano che non saperlo, eppure in qualche modo saperlo a un livello differente, più profondo e inespresso, che potrebbe pure essere l'inconsapevolezza, darà loro la percezione dell'Uno, ciò cui aspirano in quanto Prescritti. Cose del genere. E forse, a pensarci bene, non hanno tutti i torti. Io invece penso che passerò il venerdì sera in qualche altro modo. Tipo, un aperitivo.

 

 

22-31 luglio, 2009. Teoria delle teorie. Quando una teoria, per quanto inattesa e contrastata, spiega il mondo molto più esattamente e semplicemente delle teorie precedenti, quella è la teoria. Né si torna più indietro, e le sfere tolemaiche brillano ormai solo in qualche riverbero fantasioso, o nell'immagine semplificata che ancora si offre a un pubblico lontano dai grandi circuiti.

22 luglio, 2009. Però, ancora una volta, io gli voglio più bene di così. Mi ha detto che partiva con la sua partner, poi mi ha detto che non ha una partner, poi mi ha detto che non è un bugiardo. Ora, io sono praticamente il più grande esperto tra voi in logica matematica, e conosco tutti i possibili modi di interpretare il paradosso del mentitore e il paradosso di Russell. Quindi, perché non interpretare anche il paradosso del caro amico?

Parto con la mia partner. Supponiamo A.

Io non ho una partner. Supponiamo B.

Io non sono un bugiardo. Supponiamo C (con le note di Hilbert sul paradosso del mentitore). Se A è diverso da B, C è falso. Quindi A dev'essere uguale a B. Il che non è. Ci sono un mucchio di corollari che potrei aggiungere, ma per il momento accontentiamoci di questo problema. Certo che ha scelto proprio la persona giusta per fare affermazioni, il caro amico. Oppure sì: l'unica che almeno, arrabbiatura per arrabbiatura, ci scherza su.

Ah, oggi ho anche scoperto una legge fisica sulle onde, nel meditare sotto la doccia. Ma non so a cosa possa servire. Neppure questo.

 

22-31 luglio, 2009. Capisco, ma io non sono Gesù. Non è che possono capitarmi sempre tutti i più peccatori della terra, e io sempre a perdonare perché "padre non sanno quello che fanno". Cioè, padre, lo sanno benissimo.

 

22-31 luglio, 2009. Piove da giorni. Il rumore della pioggia e la visione della pioggia. Una frescura entra dall'imboccatura della tana, e massaggia la mia criniera. Annuncia il freddo dell'autunno, ma è piacevole sul mio corpo caldo, febbrile. Fuori un mondo confuso, spaventato. Non so più descriverli, tanto è violento il desiderio di piombare su di loro e sconvolgere le loro greggi. Astuti, lenti. Coraggiosi, pavidi. Il dorso delle antilopi imperiali ha un disegno che mi ipnotizza. Le setole uniformi dei suricati sono soffici come la loro carne.

Ho zanne così temibili, che sulla polvere del suolo, qui sdraiata, posso incidere segni. Ho artigli perfino più lunghi e affilati delle mie zanne, tanto che mi piace distendere le zampe e osservarli, mentre comincio a limarli sulle pietre. Sembrano anch'essi di pietra, come se non fosse tanto diversa la mia natura da quella della montagna, come se io fossi il muscolo della pietra che corre e loro, gli animali, fossero cespugli trascinati dal vento.

E forse è così che torneremo. Forse è da lì che veniamo. E quest'acqua che mi trattiene è stata forse in altri tempi una voce. Ora, quanto è cambiato. So molte cose. So infinite cose, adulta tra le leonesse. So qual è l'ora della tempesta, conosco le tane più riparate dai fulmini, e ho capito che i pachidermi, elefanti, rinoceronti, colpiscono con ferite mortali, per quanto profondamente le loro carni siano ferite dai denti dei leoni. Alcune di queste cose, le so senza averle provate.

Libri, dicono i missionari. Li chiamano libri, gli oggetti in cui trovano le formule per costruire le loro case e i loro fucili. Li ho visti, non hanno odore. Scatole, della pelle di buoi morti, e foglie bianche, visitate da insetti. Ma quell'odore deve dire molto ai missionari umani, sorpresi mille volte con il naso infilato nei loro libri.

Li ho scansati con una zampata. Io so ciò che ho visto. Ma so anche che i miei occhi chiusi sembrano aperti e giganteschi, per via del disegno sul muso. Che i maschi uccidono i cuccioli, e bisogna portarli lontani da loro. Che la siccità rende odorose le prede, e rallentate le loro reazioni. Che la pioggia confonde le tracce, ma distrugge i nidi e rende insicuri i terreni battuti. Che l'attacco al fianco del branco, e una finta veloce, sono quasi sempre fatali. Che la caccia non finisce con la cattura, ma con la sazietà, e che occorre difendere la preda. E questo lo so dal principio.

Dentro di me è il mio libro, umani.

 

20 luglio, 2009. Altra cosa. Perché dovrei mettermi ad ascoltare la signorina che mi chiede un personaggio mobile? Mobile e non fisso? Perché a lei piacciono così?

E in quale modo e perché a me dovrebbe importare? Purtroppo, la signorina non ha nemmeno idea di quanto sia noiosa una simile notazione. Di quanto corrisponda alla sua idea di lettura e probabilmente di vita, "un personaggio mobile". E poi? Che altro? Immagino la conversazione di questa signorina: che si ritiene saggia, che si ritiene interessante, e che aspettando in cova nascosta nella trappola della sua intelligente saggezza, ciò per cui è nata e in cui ha speso la gran parte della propria educazione, non ha fatto fare un passo in avanti all'umanità da quando è nata. Ha ricevuto personali vantaggi, ma ha fermato il traffico. E chiede a me di ritrarre un personaggio mobile. Ma io ritraggo te, che non ti muovi: sei il pupazzetto degli orologi svizzeri, la bambolina ben vestita, che esce, con l'aria indaffarata, percorre il suo binariuccio fino all'altra statuina (lui!), lì fa un inchino e poi scompare dietro la porticina. E al nuovo rintocco delle ore, eccola di nuovo, identica, mai variata, che considera movimento un oscillare periodico di pendola.

 

20 luglio, 2009. C'è qualcosa di ripugnante, nel dovermi convincere a scrivere quel che sto per scrivere a pochi giorni dal mio compleanno. Qualcosa di disgustoso, oppure, per trovare la parola esatta, che dia il senso del vacillare mentale e fisico, di nauseante.

Perché, quale tipo di regalo posso farmi, quest'anno, con mio padre che depone le armi, con la mia salute crollata, con la grande soddisfazione di essere una straordinaria persona e di ottenerne in cambio il Nulla, il Nulla, perché non esiste un'altra persona come me? E mio padre, d'altronde, quale regalo riceve nell'ultima stagione della vita, se non un'amarezza assai poco mitigata dall'idea di lasciare almeno una discendenza?

Voglio rivolgermi a tutti voi. A chi siete e a chi avete fatto finta di essere. I lettori veri, i lettori falsi, i miei amici, così amici da non aver trovato mai il tempo di leggermi se non frettolosamente, quelli che arrivano qui dalla lettura del Corriere e quelli che sono colleghi, gli scrittori che sperano di ottenere una recensione, credendomi più di quel che sono, i critici di giornali avversari che sono capitati qui per puro odio e poi mi hanno tormentato, credendomi meno di quel che sono, le mogli vere o presunte degli uomini che amo, alle quali vanno lasciati gli uomini che amo perché non hanno altro, e all'uomo che amo. E a chi ha interpretato o dato voce a tutti questi festosi personaggi, esemplari vari e casuali di quella che viene definita oggidì l'umanità, e che io ho avuto così la ventura di incontrare in questa vita.

Non siete mai riusciti ad avere altri occhi che per il guadagno e il ricavo, per il vostro personale arricchimento e per la vostra personale salvezza. Siete i campioni di quello che Dawkins definisce il gene egoista e siete voi che rappresenterete il genere umano di fronte a chiunque in futuro sarà civiltà, sarà cultura e vorrà conoscerci. Sopravviverete.

Ma sarò io a descrivervi. Voi vivrete. Voi imbroglierete, riderete, spaccherete montagne, mangerete, vi spargerete per il mondo, figlierete, farete il bello e il brutto tempo su questo povero pianeta, seguiterete con i vostri affari, eternerete la vostra stirpe seguitando a massacrare i più deboli e a ritirarvi, la sera, stanchi dell'impresa. Ma sarò io a descrivervi.

E state quieti, perché se non sarò io sarà qualcun altro come me, dal quale non potrete difendervi.

E come vi descriverò. Da mesi mi ronzate intorno, per avere un'idea del mio romanzo, per sapere di che cosa mai diavolo parla quest'opera, monumentale stando a come l'ho descritta, e qual è il busillis, qual è l'angolino che potreste tirare dalla vostra parte per farci un po' di soldi, o per consolarvi di un momento di depressione, o per capire da che parte tira il vento, o per quella curiosità scema che ci prende tutti quando siamo su Internet e il tempo si fa eterno. O per vedere fino a che punto amo l'uomo che amo e quanto sono stupidina. E non capite che l'argomento del romanzo siete proprio voi, con i vostri pensieri coscienti, con ciò che mostrate affinché sia creduto e rappresentato e con ciò che non mostrate e credete sia per questo segreto. E con ciò che non sapete di pensare e di rappresentare e di essere.

Odiandovi, vi amo. Vi amo molto, dal primo giorno in cui sono uscita per la strada su una bicicletta e sono caduta, e un gruppetto indistinto di voi s'è messo a ridere. E vi amo per quanto mi ci è voluto, per capire il modo di andare in bicicletta senza cadere o di cadere senza farvi ridere e anzi spingendo qualcuno di voi ad aiutarmi a rialzarmi. Ed è quello che fanno tutti: e imparare anche quello. Vi amo dal giorno in cui vi ho visto, e da quel giorno non ho mai smesso di amarvi e di imparare da voi, e da me rispetto a voi e senza di voi, e da voi senza di me, e dentro di me, e dentro di voi, senza vedervi, guardandovi.

Solo che, io, non avendo altro da fare che questo, l'ho fatto. Io non ho passato il mio tempo a (imbrogliare, ridere, spaccare montagne, ecc.), io avevo da scrivere, ed è quello che ho fatto. Solo che scrivere, a volte, somiglia a bussare ed entrare in casa, telefonare e parlare con qualcuno, sorridere, accendere una sigaretta, aspettare qualcuno, preparare una cena, piegare un vestito. Non è - sedersi e scrivere. Quello è per pubblicare. Quello è per farsi leggere. Scrivere è un atto del cuore o della mente, avulso da progettazioni secondarie, la carta, la penna, il vostro amato inchiostro. Avulso dalle parole. Oh, se io potessi, quello che ho visto lo plasmerei di materia, di idrogeno per cominciare. Gli soffierei dentro la vita, se potessi, se fossi capace. Farei un mondo, simile a questo mondo, ma così strano, e differente a vedersi, e pieno di specchi puntati come telecamere proprio su quel momento in cui tu, proprio tu, sei stato un vile, e tu, tu altro, sei stato misericordioso, e gli specchi orientati in modo che da uno specchio si scorga l'altro specchio e il tempo sia la sequenza in cui guardare. E piano piano, non avendo dimestichezza con l'idrogeno, né con il soffio della vita, purtroppo, mi darò da fare con quel che ho, con il mio cuore, che deve essere vasto e sconfinato per forza, per raccogliervi tutti, con la mia mente, che non deve mettere limiti alla credulità e alla fede, per ricordarvi tutti, e solo alla fine, solo quando il limite delle vostre imprese avà raggiunto il mio limite, troverò un pezzo di carta per segnarvi.

Che cosa devo fare, d'altro, per il mio compleanno, se non trovare la forza per ammettere che quei due punti dell'orizzonte si sono incontrati, che non c'è più altro che voi e io possiamo dirci, che il limite della sopportazione, l'orrore, l'amore, la saturazione della vostra presenza ora grande ora ignobile, è raggiunto, e mi infastidisce come un'indigestione, un solo briciolo di più e potrei vomitare, e che ora posso scrivere?

 

 

19 luglio, 2009. Breve intervista di Bozzi a Roberto Calasso.

 

18 luglio, 2009. Ulisse richiama, anche oggi. Il viaggio, di cui ancora Cloto non fila il ritorno, l'ha condotto in una terra ospitale e ricca di doni, egli dice a Penelope. Naufrago e nudo, su una spiaggia assolata, le lacrime del triste racconto e le dolci parole dell'ospite ormai da molti giorni egli mesce e beve.

"Domani torni?"

"Beh, ma ti chiamo, no?"

Così Ulisse dai molti espedienti riaggancia e si volge ai cortesi Feaci.

 

18 luglio, 2009. Ho scritto l'altro giorno il raccontino "L'intervista", in cui la protagonista era l'autrice di un romanzo d'amore, e ora - vedete, queste continue precisazioni - sono qui a spiegare che non ho scritto un romanzo d'amore. Peraltro, ho soppresso anche il raccontino e l'ho tolto dal sito per due motivi: perché parlava dei fatti miei, e perché parlava dei fatti altrui.

Ora devo precisare anche, e ancora, che il romanzo che sto scrivendo non parla d'amore. Non credo che l'amore abbia, attualmente, necessità di nuove definizioni oltre a quelle che Bauman ci ha gentilmente fornito negli ultimi anni, e credo che il punto di vista da cui racconto il romanzo investa, sia pur marginalmente, anche gli ambiti delle relazioni tra le persone.

E' da moltissimo tempo che non lancio qui nessuno spunto teorico di riflessione, perché, come spiegavo a qualcuno, questo non è un sito di grande eco, mentre le mie riflessioni sono particolarmente originali, e la somma delle due cose dà come risultato che io comincerei a trovare le mie idee altrove, senza ricevere nemmeno un grazie in cambio. Ho visto alcune mie idee, peraltro male interpretate, fare il giro del mondo, e, non sto scherzando, approdare in America. Il bello è che per me erano una tappa della riflessione, mentre quando sono state prese, rubate, sono state trattate come un "approdo". Ma non ne voglio parlare. Ho imparato a tacere da allora, e garantisco che il mio silenzio sa essere assoluto.

Un provocatore potrebbe chiedermi: "perché? Perché non metti in circolo le tue idee, in modo che siano di tutti?"

La risposta è. Perché quando le ho viste circolare, le mie idee, non c'era mica scritto sotto che erano di tutti. Erano state prese e firmate da altri. Ecco perché. Non è questione di far morire Sansone con tutti i Filistei. E' che muore Sansone, e i Filistei vanno a mangiare la pizza.

Posso dirvi solo che il mio romanzo è affollato di Filistei.

 

16 luglio, 2009. Poiché sono di cattivo umore, è bene che io esamini con cura il materiale che intendo pubblicare qui. Penso che sia necessario un momento di silenzio, nella scrittura. A tra qualche giorno.

15 luglio, 2009. L'intervista (di Ida Bozzi)

(il brano è stato soppresso)

 

 

 




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).