- dal 2005, se è esistito -
Mitoblogia
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
14 marzo, 2008. Stalker, perché non rinunci per un po' alla tua salacia insofferente? Perché non parli a quest'altra persona che come te ha solo quest'attimo, piccolo tra le dita (e non essere volgare, andiamo, o almeno fai ridere anche me!), per vivere?
Non lo sai che la maggior parte della gente godrebbe a vederci morti, tutti, anche solo per divertirsi tre minuti su yutube? Non vuoi essere un po' diverso, almeno tu? Se torni qui così spesso, tanto male non devi essere.
Te lo chiedo per favore. Fai ripartire un orologio.
Ti prego. Dimmi qualcosa che ti renda bello.
13 marzo, 2008. Non sto scrivendo un saggio sul "Catcher", mi dispiace per gli entusiasti. Anch'io sono partita mooolti anni fa pensando a come sono pieni, i campi, di questi Catcher che fioriscono come papaveri nella segale. Beh, poi sono guarita, come Holden, riflettendo che sono più i Puller al mondo, e i Pusher, che i Catcher.
Quando trovate un Catcher, perciò, per quanto increduli possiate essere, tenetevelo stretto. E controllatelo di tanto in tanto, visto che non solo è un genere raro, ma anche deperibile.
E quando trovate un Puller o un Pusher? Già, i distruttori. Beh quelli non scadono mai, come certe scatolette di piselli con una data di scadenza che non siete certi di vedere da vivi.
Occhio agli OGM della vostra estensiva coltura sentimentale.
10 marzo, 2008. Due burocrati che suppliscono ai parenti assenti. Similitudini di fiori. Il funerale civile del piccolo amore. Alcuni ritardatari impiegano le lacrime per domandare all’ingresso l’indirizzo preciso delle esequie. Improvvisi baratri di dolore come il crollo di stabilimenti marini nei luoghi dell’infanzia. Interrogativi a se stessi come durante l’attesa. Scomodità del letto. Nulla, come l'esistenza quotidiana e la morte dei secondi cugini.
10 marzo, 2008. Le spiegazioni saranno davvero poche, e molto elementari. Continua la nuova sezione del Literary Reality Show: dopo Lo sciatore, ora "Le inferriate". Qui intanto potete ripassare la Webeide. E' già un indizio, anche perché vi dico: non sarò io qui a darvi ragione dell'apparente cambio di rotta delle Sette, ma un altro ennesimo brano romanzesco.
10 marzo, 2008. Non vi consiglio la lettura di Sweeney Todd: mentre la storia è incongrua quanto basta per piacere a me, l'edizione presenta refusi e altre scortesie tipografiche in grande quantità, soprattutto nella seconda parte.
9 marzo, 2008. Continua la nuova sezione del Literary Reality Show: dopo Lo sciatore, ora "Le inferriate". Le spiegazioni, dopo. Qui intanto potete ripassare la Webeide.
Domani ancora, e spiegazioni dopo.
"Non studiava le piante, amava i fiori" (I Miserabili, Hugo)
7 marzo, 2008. Si apre una nuova sezione del Literary Reality Show: la Webeide è un mosaico del presente, con l'epopea o la commedia del quotidiano. Cominciamo con Lo sciatore, evidentemente solo un inizio, ispirato alla vicenda dello sciatore Latzinger, peraltro linkata nel racconto. Sì, visto che non faccio altro che scrivere, e scrivere è leggere, leggo quel che vedete anche voi, almeno per un po'. Poi riorganizzo il sito così ci capite qualcosa di più. Baci.
7 marzo, 2008. Racconto su di me: L'infermiera. Naturalmente non ho tempo per rileggerlo. Se ne volete uno su di voi, il telefono è lì. In attesa: domani arriva il racconto "Lo sciatore".
6 marzo, 2008. Mi piacerebbe avere notizie del mio racconto "Le cose non vere", quello sui Finzionisti, che ho spedito mesi fa a un amico, e che ha avuto una strana vicenda.
5 marzo, 2008. Dovrebbero tuonare contro di noi dai pulpiti, lo dicevo ieri a proposito de L'installazione, che prima o poi riscriverò in racconto e non in tazebao. Unendo i due concetti, dei pulpiti e della riscrittura, mi viene in mente che sarà piacevole tra qualche tempo leggere il racconto maturato e riscritto: via la stanchezza a metà storia, dove mancano i dialoghi e la descrizione si fa pesante, più ampio lo spazio "terrestre" con una descrizione più vicina di Eva, più battute a Lucio e più sguardi a Theo (cui comunque ho aggiunto una bella uscita terrestre). Sarebbe utile, codesta non essendo un'edizione a stampa, approfittarne per essere più flessibili. Anche voi: c'è differenza tra quel che trovate di solito sulla carta e questo che rubate qui, sgorgato fresco dalla materia dei sogni.
Mi si chiede inoltre, con una gentilezza che mi commuove, come proseguono gli Infelici brevi. In che senso, come proseguono? Qualcuno ne fa un ottavo personaggio, un po' come il re barbaro: io invece, sapete cosa, li infilerei quasi quasi tra l'una e l'altra scena de L'installazione, anche per separare di più le location. O tra l'una e l'altra inquadratura di "La paice". Durante il fine settimana penserò a una soluzione che vi chiarisca il senso di queste acque sparse, un ramaiuolo per bere vi metterò, o figli delle bottiglie con l'etichetta.
4 marzo, 2008. Un mio raccontino dedicato, se volete leggerissimo, se non volete no, che si intitola "L'installazione". Permane l'alternarsi di umori, non solo in me, anche in voi. Il permanere dell'alternarsi è terrestre. Non ho forse visto anche sul vostro comodino la Melatonina, la medicina dell'alternarsi? Ma quante cose ho visto con uno sguardo solo: è una malattia essere scrittori, dovrebbero tuonare contro di noi dai pulpiti.
3 marzo, 2008. Come ti dicevo. Per i motivi che sai, avevo il telefonino spento e soltanto poi l'ho acceso. Ma insieme si è accesa una gioia, e un desiderio forte di non spegnerlo più. E di accendere la luce anche su tutto il resto. Perché non ti posso strapazzare la testa e abbracciare, e sorridere? Imitando il tuo stile "similitativo", riconoscibile perfino quando firmi sotto altro nome, "più che un'amicizia questa è una miccia". Qui ci vuole l'emoticon, subito. :D
2 marzo, 2008. Non so più quante volte, seimila, settemila? sono rimasta a sperare che il 2 marzo non arrivasse mai, o che il 12 gennaio arrivasse il più in fretta possibile, o che si potesse saltare il 15 luglio, o che fosse già il 29 di ottobre o il 6 settembre.
Quello che mi ha fatto capire come stanno veramente le cose è il mio lavoro per un settimanale. Per me e per la redazione oggi è - vediamo - il 12 marzo. Anche domani e fino a giovedì, quando chiudiamo il numero, sarà il 12 marzo. Non vado quasi mai da nessuna parte: la prima di teatro per me è già successa, l'incontro di presentazione del libro non s'era già fatto? ogni giorno è glissato via, il 2 marzo è lontanissimo, un giorno inutile, passato, tutte le email che lo riguardano possono essere buttate via, ed è oggi.
Davvero pensavo di salvarmi?
"Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse, che attendono solo di vederci una volta belli e coraggiosi. Forse tutto l'orrore non è in fondo altro che l'inerme, che ci chiede aiuto" (R.M. Rilke)
Sì.
1 marzo, 2008. Non lo leggerò tutto perché mi annoia, ma è un piacere a volte farsi un'idea di come ti vedono gli altri, consapevolmente o no. "The roots of desire" di Marion Roach è un libro che parla di gente come me. Quelli che hanno il gene recettore melanocortinico, il MC1R, sul sedicesimo cromosoma. Non so se sapete, ma io ho i capelli rossi.
Bene, siamo il 4 per cento della popolazione mondiale, per il resto divisa tra biondi e bruni (puah). E nel libro si racconta come in tutto il mondo, in tutte le epoche, a partire dalla prima moglie di Adamo prima di Eva, siamo stati guardati con sospetto, se non con odio. A volte nasciamo per caso in famiglie di biondi come la mia, a volte addirittura in famiglie di bruni. Ma ovunque siamo, tranne forse nella natìa Scozia o alle Foer Oer, ci odiano.
Siamo diversi, e forse il libro mi spiegherà in quale modo lo siamo. Per ora vi dico quel che so io. Vi ricordate quel libro sulla lega dei capelli rossi? Siamo un po' così. Per la strada, anche se non ci conosciamo, tra di noi ci guardiamo sempre, e spesso di nascosto dagli altri ci sorridiamo. Non ci credete? Abbiamo le nostre categorie, i nostri gruppi: c'è il rosso come il mio, color fiamma, quello più odiato (mi pare giusto essere nella categoria dei più odiati di tutti), tipico dei Vichinghi e tanto detestato per un retaggio delle antiche nostre abitudini non proprio amichevoli; e c'è il rosso scuro, quello con i problemi più gravi per la fragilità della pelle, che al sole si squarcia, letteralmente, e all'aria si riempie di lentiggini. Tra di noi teniamo ben presenti, anche se non c'è nessuna carta scritta in materia, le distinzioni tra noi: i rossi chiari salutano i rossi chiari, i rossi scuri salutano i rossi scuri. Non ci credete, ancora? Non so, nascete la prossima volta con i capelli rossi, e vedremo. La fragilità della nostra pelle e il pallore latteo del nostro corpo son riusciti a far nascere su di noi leggende obbrobriose, come per esempio quella per cui dopo morti diventiamo vampiri. E se mi permettete di commentare: magari.
Magari. Perché non so se sapete com'è avere i capelli rossi dalla nascita. E un po' di cattiveria dentro te la mette.
La nascita, intanto. Quando sono nata, un allarme generale si è sparso in sala parto: sanguina. La bambina sanguina. Dalla testa. Presto, che c'è, che succede? Ah, no. Ha i capelli rossi, ecco che cosa c'è. Poi, l'infanzia con i capelli rossi. Io amo il mare e al mare mi scotto fino all'eritema (in tre minuti circa), tutte le volte. Non mi metto la crema solare. Ho passato l'infanzia, mentre tutti gli altri bambini si rotolavano nella sabbia, a lasciarmi cospargere di crema, di quelle creme fredde gelate, buttate a manate in mezzo alle scapole solo perché "ferma, ma ti vuoi scottare? ma non vedi che hai la pelle chiara? non sai che tu ti ammali se prendi il sole?". La scuola elementare. Io guardavo Pippi Calzelunghe alla televisione, perché gli altri bambini mi trattavano esattamente come i due piccoli sgorbi della storia trattavano Pippi: la pazza con le scimmie e i cavalli. Ero timida, più timida degli altri bambini, e non avevo né scimmie né cavalli. Allora per difendermi portavo a scuola caramelle e cioccolatini. Se qualcuno mi insultava, Pel di Carota, Carota, Rossa, La Rossa, Ti Chiami Rossana, Il Sangue in Testa, io gli davo una caramella. Lo faccio ancora, spesso. Alle medie? Un trauma sessuale dopo l'altro, ero la centrale che attirava le molestie (p.s., nel libro è raccontato che i capelli rossi fanno questo effetto: ma curatevi!), ma per fortuna ero più in gamba della media delle ragazze della mia età e mi sono salvata: capivo al volo, e correvo. Correvo, correvo, c'erano i campi una volta vicino alla mia scuola, e io correvo via seminando il gruppo di imbecilli grandi con le moto che stazionavano sempre lì intorno per fare le gare. Poi il famoso racconto del maledetto Verga: Rosso Malpelo. Odio Verga, odio Verga, e se mi eleggete re io prometto che lo toglierò da tutti i programmi di studio. Sapete quante volte si deve leggere Rosso Malpelo di Verga nel corso degli studi? Sette volte. Sette dannate volte in cui qualcuno dice "Rosso Malpelo" e trenta deficienti si voltano verso il tuo banco con gli occhi fissi, sbarrati, anche quelli che prima non si erano mica accorti che tu avevi i capelli rossi.
La rivincita te la prendi con le streghe. Il fatto che i capelli rossi fossero i candidati numero uno al rogo dell'Inquisizione ti dà una specie di aura di intoccabile, e io ho cominciato a respirare un po' solo grazie alle streghe. Tutta l'età adulta è così: preferisco, ora, che sia così. Tutti pensano che io sia incazzosissima, selvaggia, strega irosa e vendicativa, e dopo morta vampira. Ma sì, statemi lontani, non sapete il sollievo.
29 febbraio, 2008. Adesso, stalker, non esageriamo. A Cuma, nell'antro della Sibilla, sono stata diverse volte. E' uno dei miei posti preferiti: sei mai entrato nel corridoio? Ha la forma stilizzata dell'omega, non mi piace attraversarlo, e ogni volta sto male esattamente in uno stesso punto: mi riprendo nella grande sala delle udienze. E' un posto pieno di echi e rumori, mentre Delfi, altro luogo oracolare che mi è caro, non ha mantenuto se non in parte l'antica solennità. Delfi è diventato già nel tempo antico un luogo politico, pubblico, e lo vedi bene nella storia della Pizia di Durrenmatt (dieresi, dieresi). Lourdes ha una vibrazione particolare, l'acqua dolce del fiume non sembra un liquido, ma un fluido denso, musicale. Mentre il sentiero di Santiago è ruvido e ventoso come i pellegrini che lo percorrono. Vi sono tappe della via Francigena in cui il respiro del Mistero è racchiuso in volti senza bocca sulle facciate di decrepite chiese medioevali. Ho cercato a lungo, chiedo rispetto.
28 febbraio, 2008. Per il ciclo "Infelici brevi", il raccontino "Lei" (non riletto).
28 febbraio, 2008. Già, giusto, il Ferdydurke. L'edizione che possiedo, con la copertina gialla, l'ho rubata a mio fratello, in puro stile ferdydurkiano. E' un testo ambivalente, come tutti i testi di noi modernisti (questa è una battuta, pregasi ridere). La storia la sapete: un adulto, ma non ancora proprio vecchio, diciamo uno "nel pieno", si ritrova rimbambinito in una classe di regazzini. Fin qui, tutti vi diranno che è il simbolo della società che vi rimbambinisce e tutto il resto: e ditemi se è poco, andrebbe scritto oggi, anzi domani, un libro così. Il mio personaggio preferito è la liceale moderna. Non esiste paragone: la liceale moderna è uno dei più bei dileggi di donna che siano mai stati scritti. E i suoi polpacci.
Ma in effetti, il libro è tutta una faccenda più complicata, anche più amara e sfrenata. Gombrowitz sfotte, e Ferdydurke è un limpido saltabeccare nella vita a guardare dritte in faccia le forme, le ipocrisie, e certe cretinate della maturità, della posa, della sapienza. Sta continuamente a mezzo tra essere maturo tra i bambini, e bambino tra i maturi.
Ma anche, in questa "deprivazione forzata" del possesso della propria età, che è poi la vita in sé, c'è ben di più. Un io che dice "io?" stupito di finire dove finisce, è un "io" che dice io due volte.
27 febbraio, 2008. Ssst. Non sono di cattivo umore, sono proprio stanca. Forse un tantino delusa.
Ma, calma! Sono io che brucio tutto, io. Calma... Sapeste...
--
Meglio il silenzio di una finta pace. No, meglio una vera pace, ma sento un ringhio sotto i tuoi sussurri. E tu di certo senti l'eco... Vorrei esplodere, dire "oh, ma a che gente sei abituato! qui, un abbraccio!". Ma ho le braccia molli.
Non segno date, non ne ho voglia. In fondo Enea aveva i dàttili di Virgilio a dargli voga ai remi e ritmo al tempo.
Mi vengono in mente i dàtteri.
"I dàtteri di Virgilio" è il modo in cui una professoressa del classico ai tempi miei arrossendo si sarebbe sfogata con la collega di inglese sull'impraticabile perfetta noiosità del poeta augusteo; una scema, perché Virgilio è perfetto.
Ho di nuovo 40 di febbre, possibile?
--
Quanto un gesto ingiusto, perfino il proprio, dettato dalla rabbia, subito scava abissi laceranti. L'ira, la mia e la tua, non so guarire, né so da dove nasca. Se una parola di pace può lenire il mio dolore, il tuo dolore, i dolori inutili sommati a quella mole di cui siamo già carichi, io la pronuncio. Ma non ti ho mai dichiarato alcuna guerra. Tu sì. Da tempo, e non può fermarla niente che alcuno sappia o faccia. Ho già visto più volte che tu parli qua e là dei "tuoi" scrittori. Non sono "tuoi", e ciò che ne dici non è definitivo. Non prendere il partito di Aiace.
Da qui, partono due navi. Una di sconfitti (alla guerra mai dichiarata). Una di vincitori (di cosa?).
Enea il pio viaggiò a lungo. Anche Odisseo dai molti mestieri.
L'uno alla ventura. L'altro verso casa.
Chissà.
2008 - ad libitum. Vacanza! Convalescenza... Emorragia.
(vedete, ho bisogno di felicità, attività e riposo. Voglio solo sciogliermi da questo ingombro, che mi appesantisce il cuore; e tornare a scrivere. Ma non sarà qui)
27 febbraio, 2008. Interviste per un romanzo. Aperitivi per un romanzo. No, no, sentite. Seguite. Seguite. Cene per un romanzo. Letture per un romanzo. Ancora vi confondete. Seguite. Seguite. Amicizie per un romanzo. Amori per un romanzo. Scopate per un romanzo. Sigarette per un romanzo. Vedete. Seguite. Luci, bottiglie, ferite, scale, sveglie, bagagli, date, bolle, cuscini, diastole, pose e gite, per un romanzo.
L'intero vocabolario. Non è un modo peggiore di altri. I noti eruditi del passato già sapevano inscatolare il mondo ad uso di infelici ai quali la vita si sciupava subito in parole, essendo le parole presenti e la vita il desiderio del presente.
Rèfolo, s.m.
Trivialmente, avv.
A, prep.
Abitare, v. t.
C'è chi si specializza, è solo un modo più evidente. Io scrivo prosa, ma non è un modo peggiore di altri. Per altri questo desiderio continuo di presente si disperde in altri rivoli. C'è chi accumula. Chi ama. Chi incattivisce. Chi ripete. Chi vince. Chi studia. Ma seriamente, nessuno riesce a fermarsi. Non basta. Decade. Il presente è l'unica cosa che non c'è.
Chi dice che non sia lecito provare! Come nascerebbe il visibile, se non dal tentativo? Ogni giorno, da migliaia di anni, ci avvertono del difetto congenito di questo film (anche il principio di indeterminazione, ma anche il plasma). Gli antichi noti pittori di vasi lo esprimevano perfino con il continuum demenziale del rigirarsi un ciotolino in mano inseguendo i disegni degli eroi: i musei hanno inchiodato questo impazzimento piazzando i rotanti nelle teche, per non disperarci.
Se fossimo esauditi, se tutto si fermasse, attimo fermati!, buio, silenzio, vuoto, ecco dove ci fermeremmo. La morte del mondo. Non concepita. Una finzione, quale che sia, deve continuare. Perciò, tutto è eterno, tranquilli, saremo pazzi in eterno.
Che hai da ridere?
26 febbraio, 2008. Il silenzio non l'ho fatto io. Io faccio il vuoto. L'assenza. L'abisso. Qualcosa come di divino che con un dito fermava delicatamente l'orologio, non saprete mai a che ora, l'ha fatto. Dolce. Sulle nostre teste, lontane, posava una mano. Sulla mia.
Ho scritto il secondo capitolo. Tenendo il fiato. Non un attimo di più. L'ho riletto.
Chi sono, io, per aver avuto in dono un attimo di questa storia? Nessuno, vi prevengo, nessuno.
Aver lasciato respirare. Aver lasciato respirare un istante di un amore che crederò per sempre piccolissimo, ha fatto tutto questo silenzio.
27 febbraio, 2008. Sono fatta di una sostanza disgustosa che si anima solo quando si fa schiacciare. Ma che! Non sto scherzando! Mi insulto io, da sola? Ma sì, perché no? Mi insultate, spesso è capitato, ma io, io mi insulto di più. Arrivo più a fondo, più giù di tutti voi. In mezzo a tutto questo brodo di incensi, io mi plasmo dalla fanghiglia, è giusto che sia così. Stalker! Non osi nemmeno pensare le cose che io penso di me! Di ciò ho rispetto. Di aver scelto quaggiù le parole, a una a una, che tu avresti usato per comporre il tuo mosaico di insulti. E non altre, non una di più, non una di meno. Di ciò ho rispetto.
26 febbraio, 2008. (a g.)
Si è tristi. Si è fatto tutto ciò che si doveva.
Tutto ciò che una rosa deve fare.
Specie morire.
25 febbraio, 2008. Si è tristi.
25 febbraio, 2008. Se questo fosse un sito al femminile, sarebbe il luogo per parlarvi del tipo di uomo con cui ho a che fare. Ma è un sito di letteratura, invece, e non tutti amano il genere horror. Esempio: l'altro giorno l'ho incontrato, e lui, che mi ha già rovinato la vita, ed è stato costretto perfino dal giudice a riconoscerlo da tempo, se ne è di bel nuovo uscito con la frase "Dammi retta, ho due consigli per il tuo bene". I due consigli erano che dovevo a) mollare la casa, possibilmente il lavoro e tutto, b) consentirgli di aiutarmi mentre mollavo la casa, possibilmente il lavoro e tutto. Perché sapete, lui tiene a me. E trasferirmi ai Tropici, la musica, il sole.
Io gli ho letto la prima pagina di "Io sono leggenda" di Matheson - non sto scherzando, ho aperto il libro e gliel'ho letta - che è quella storia in cui rimane un solo essere umano nell'intero mondo mentre tutti gli altri sono vampiri ripugnanti; ma comincio a pensare che se mi portavo direttamente il paletto e la croce, era meglio. Perché prima o poi anche lui con gli altri si organizzerà in una società, per quanto demenziale e criminogena, e allora il mostro abnorme che gli impedirà di divorare il divorabile, me compresa, sarò io.
24 febbraio, 2008. "No, ma poverino, sarà perché è distrutto dalla fatica."
L'errore di giudizio è un serial killer.
23 febbraio, 2008. Le parole belle per raccontare le cose brutte vengono solo anni e anni dopo, eccole qua, quando tutto si è disintegrato tra le dita come... come una cosa che si disintegra tra le dita. In mezzo, ci sono migliaia di azioni quotidiane, precise come... come sanno essere le quotidiane azioni precise. E fatte bene, nei limiti in cui si può fare bene una cosa la cui inutilità ci sovrasta. A poco a poco, si scende ugualmente tra gli alberi, e ci si incammina tra gli abeti neri, gli abeti rossi, gli abeti bianchi, gli abeti bianchi, gli abeti, e anche se per un lungo tempo ci si continua a perdere lungo i sentieri, prima o poi anche contro la nostra volontà qualche albero comincia ad apparirci più familiare di altri. Non è molto e non è casa. Ma sapremmo ritornarci.
Ed è sempre in quel momento che i dannati soccorsi sbucano nel bosco, i cavalieri salvano il villaggio o la fata Uh scioglie l'incantesimo della strega. Mai un minuto prima.
22 febbraio, 2008. Venite qui vicino? Bene. Ma, non davanti a me, per favore. Appena... Grazie. Perché non vedo dove metto i piedi e stiamo camminando. Eh. Vicino. Perché fate quella faccia? Solo... vicino e non davanti sennò... Grazie. La strada è molto dissestata, grazie. Spesso inciampo... Come? "Se voglio dirvi qualcosa": non capisco. Non... Non so... Non mi pare. Forse... voglio dire che dovrebbero rimettere a posto queste strade... Ah, no, non questo? Forse non capisco. "Se voglio dirvi qualcosa della battaglia". Io... Parlate così piano, è vero che in questo silenzio meraviglioso - e lì sta spuntando la luna, sarà uno spettacolo perché è piena, e... Ho forse sentito male, ma mi pare che abbiate detto "battaglia". Come, è quello che avete detto. "Battaglia"? Battaglia... La vostra battaglia. Avete una battaglia? Càspita, una... Ah, la nostra. Battaglia. Cioè non nostra nel senso di vostra, proprio "nostra". Cioè, nostra. Di noi. Ah. Nostra battaglia. Abbiamo una battaglia? Ah. E contro chi? A me non viene in mente... Come, "tra di noi". Tra di noi. Noi? Io e voi? Ma, intendo, che bat... La battaglia tra me e voi?
Cioè... In che... Ma tra me, inteso come me, e voi, cioè proprio... Ah. E da quan...
22 febbraio, 2008. Venite qui vicino?
Bene. Ma, non davanti a me, per favore. Appena...
Grazie. Perché non vedo dove metto i piedi e stiamo camminando.
Eh.
Vicino. Perché fate quella faccia? Solo... vicino e non davanti sennò...
Grazie.
La strada è molto dissestata, grazie.
Spesso inciampo... Come? "Se voglio dirvi qualcosa": non capisco.
Non...
Non so... Non mi pare. Forse... voglio dire che dovrebbero rimettere a posto queste strade... Ah, no, non questo?
Forse non capisco.
"Se voglio dirvi qualcosa della battaglia".
Io...
Parlate così piano, è vero che in questo silenzio meraviglioso - e lì sta spuntando la luna, sarà uno spettacolo perché è piena, e... Ho forse sentito male, ma mi pare che abbiate detto "battaglia".
Come, è quello che avete detto. "Battaglia"?
Battaglia...
La vostra battaglia. Avete una battaglia? Càspita, una...
Ah, la nostra. Battaglia.
Cioè non nostra nel senso di vostra, proprio "nostra".
Cioè, nostra. Di noi.
Ah. Nostra battaglia.
Abbiamo una battaglia?
Ah.
E contro chi? A me non viene in mente...
Come, "tra di noi".
Tra di noi. Noi?
Io e voi?
Ma, intendo, che bat...
La battaglia tra me e voi?
Cioè... In che...
Ma tra me, inteso come me, e voi, cioè proprio...
Ah.
E da quan...
21 febbraio, 2008. Setticemia. Mentre vaneggio, mi sovviene continuamente che mia zia e Arbasino erano compagni di classe. Voi avete altri deliri, questo colpisce me invece, come un fulmine. A proposito. La maggior parte dei luoghi di Gadda, dell'Adalgisa e cioè del Fulmine, sono quelli in cui sono cresciuti i diversi rami della mia famiglia, tanto che io ho creduto perfino di sapere, fino a qualche tempo fa, dove sorgeva la famosa cabina della 220 (sorge ancora, sono io che non credo più), e cioè esattamente di fianco alla casa di un'altra mia zia, che è esattamente dove finisce la strada fuori dall'unica Milano che tutti costoro percorrevano per svernare nei loro pastrufazi abituri. Di tutto questo, sa qualcosa chi con me stava anni orsono organizzando un festival gaddiano che poi si fece o non si fece, ignoro. Nel turbine dell'infettamento febbrile, ricostruisco un'altra storia, ed è che in famiglia dobbiamo aver fatto incavolare il Tessa, sissignore pure lui, in qualche modo che però di preciso io non so. Poiché sulla stessa strada e del Gadda, e di Testori poi, un po' di lì, dove Napoleone eccetera eccetera, andando in bicicletta si scansava la cabina della 220 ma si sbatteva inevitabilmente il naso proprio contro l'ospedale "d'i matt" diretto da mio nonno, e quelli che si sentivano "di là del mur" certe volte non erano i degenti di cui poi il Tessa tornò a casa a raccontare, ma i piccoli di famiglia che si tiravano michette e gli eventuali compagni di classe che si trovavano a passare.
20 febbraio, 2008. Messo qui, da me, questo brano assume un significato così particolare che per spiegarlo occorrono troppe proteine, in questi giorni di faccia smunta.
(Beh, certo, è un pezzo (arcinoto) in cui si nominano le giostre, e quest'aspetto offre ad alcuni di voi lettori antichi delle Sette una lectio facilior ingannevole; e c'è uno stalker che una volta al mese le cita di nuovo, le giostre del terzo episodio...)
Dov'ero rimasta? Ah, sì. Questo brano, il libro da cui è tratto. Molti pensano che sia una cosa che parla di ragazzi, di boh, vita nel collegio, di passeggiate, di sbandate da piccoli. Molti (tutti) insomma lo considerano un (il) romanzo di formazione, osservando il libro da un capo della storia, e non dall'altro, cioè dalla fine, come sarebbe giusto. Ma che volete, i libri ormai si leggono e si scrivono così, i primi due capitoli se è tanto - per il resto c'è sempre un modello prestampato cui attenersi. E' tutto sicuramente vero, e non ho fiato per discutere. Tuttavia non l'ho messo qui per voi, l'ho messo per me. Già, un giorno si rilegge il libro dalla fine - non necessariamente quella del libro - e molto cambia. Avrete tempo per capirlo...
Di che libro si tratta, non sto nemmeno a dirlo.
“Boy, it began to rain like a bastard. In buckets, I swear to God. All the parents and mothers and everybody went over and stood right under the roof of the carousel, so they wouldn’t get soaked to the skin or anything, but I stuck around on the bench for quite a while. I got pretty soaking wet, especially my neck and my pants. My hunting hat really gave me a lot of protection, in a way, but I got soaked anyway. I didn’t care, thought. I felt so damn happy all of a sudden, the way old Phoebe kept going around and around. I was damn near bawling. I felt so damn happy, if you want to know the truth. I don’t know why. It was just that she looked so damn nice, the way she kept going around and around, in her blue coat and all. God, I wish you could’ve been there.”
18 febbraio, 2008. Massì. Ho 40 di febbre grazie a un'occhiata gelida, non pretendete di più da me.
18 febbraio, 2008. Privato (Si sbraita, si fa il Rogozin "quando non ti vedo non ti credo" (Idiota), si fa la "liceale moderna" (Ferdydurke)...
Poi, invece di scegliere di volta in volta un personaggio per me, se ne trova uno per voi. Io oggi vi promuovo ad Amleto in person (tralasciate il fatto che Ofelia canti "White his shroud as the mountain snow", si riferisce ad altro). E' il massimo che riesco a fare per il momento, ed è già molto, dal fondo del fiume. E' se non altro un modo utile per comprendere un paio di personaggi complessi, che voi - certo che no, voi vi credete sulle barricate - non avevate mai accostato a voi stessi).
Beh, beh, eccoci a noi. A proposito di terza persona e punto di vista - sempre lì siamo - ricordo il nuovo episodio: Webeide, episodio numero sei, prima parte della storia di Post.
16 febbraio, 2008. Oggi www.noreply.it segnala Sette Moderniste in home page! Grazie!
15 febbraio, 2008. Nuovo episodio: Webeide, episodio numero sei, prima parte della storia di Post. (non riletto)
15 febbraio, 2008. Oggi tutti! eravamo alla presentazione della rivista Satisfiction di Gian Paolo Serino, prima o poi incollerò qui l'articolo che ho scritto sul Corriere Milano in proposito.
13-20 febbraio, 2008. "Voglio dire che se è essenziale per noi tutti mangiare subito, è per noi ancora più essenziale non dissipare nell'unica preoccupazione di mangiare subito la forza del semplice fatto di avere fame." (Antonin Artaud)
12 febbraio, 2008. Voglio dire. Vuoi bene a qualcuno ma diventi insopportabile, stai sempre soprattono e cerchi di essere piacevole, in un certo modo che non sai come rendere a te stessa meno odioso. Disposta a dire buffonate sul dolore che fa a pezzi la tua vita. A voltarti e a tirare freccette sul tuo stesso cuore, purché ci sia un qualche divertimento da qualche parte. E da fuori, non credere, sembrano solo freccette, e un bersaglio qualunque.
A un certo punto te ne rendi conto, così decidi che è meglio se ti togli di torno da sola. Soprattutto perché con tutto il male che ti stai facendo a essere così sbagliata, hai come la sensazione che il male tu lo stia facendo in realtà a quel qualcuno cui vuoi bene. Lo privi di qualcosa, soprattutto se ti conosce troppo poco per accorgersene. Non so perché, ma è così, e non so nemmeno se conoscete la sensazione.
Penso di ricompormi, riprendo il sito verso il 20.
7 febbraio, 2008.
quaenam discors foedam verum
causa resolvit? quia tanta deus
veris statuit bella duobus
ut, quae carptim singula constent
eadem nolint mixta iugari?
Lieti di comunicare che su google questa non la trovate. Ecco un altro modo per istituire la terza persona. Lasciare il lettore a domandarsi "chi? che ha detto? a cosa si riferisce?". E' un metodo molto usato nei famosi siti che qui non si nominano mai. Serve a costruire una cattedra, e tante piccole seggioline davanti. E qui questi mezzucci non si sono mai usati, forse è l'errore. Mai costruita una distanza.
Comunque, è Boezio, e chi sennò. Poche settimane prima di essere ucciso dal tizio al quale scriveva con dolcezza: "ma perché dio ha messo tanta discordia tra noi due, che entrambi amiamo il vero?".
7 febbraio, 2008. Altre istituzioni di terza persona.
Analizzare la differenza.
- Io amo.
- Lei (o lui) ama.
Per l'analisi, è utile avvolgersi in una coperta e ripetere la frase "Io amo". Ad alcune ore di distanza, provare con la frase "Lei (o lui) ama". Osservare sullo schermo buio della coperta i diversi tipi di fantasmi.
Sostituire con verbi in -ere e -ire.
7 febbraio, 2008. L'io è certamente più intelligibile. Ma l'io dispone il lettore nella condizione d'essere l'unico vero io. La sua storia personale assurge irresistibilmente a logos d'origine, matrice, noumeno, come è stato nei lunghi mesi di questa Beresina. La terza persona invece è un miraggio, e i colpi dello Scontento potranno finalmente guardarsi cadere tutti fuori dalle sagome: la fatica di individuare il bersaglio fenomenico si esaurirà ben presto, in questo mondo di indolenti star iperattive, e le storie potranno essere scritte, in pace, o non scritte ma solo meditate, in pace. La differenza tra questo sito e le antologie pubbliche degli altri siti è proprio questa. Ciò che appare qui non è la fine. This is not an exit.
L'alloro è sempre stato nel giardino e sempre vi resterà, e il mito, che ai nostri occhi moderni e occidentali appare come già passato, chiuso, preesistente, è lì connaturato, è il verde dell'alloro al sole. Mythos. Ogni volta apre la bocca e racconta. Si interrompe se ti distrai. Ricomincia da capo o dalla fine. Parla, mentre tu passi, cogli una foglia e cucini l'agnello. Mythos! Mangi, ti nutri soddisfatto, gioisci. Ma poi? Credevi di averlo cotto, rosolato insieme alle braciole - il tuo romanzo, le braciole d'agnello - e quello invece è ancora là fuori che ti aspetta.
7 febbraio, 2008. Chiudere le imposte, di notte. Con l'Iliade sul comodino - acquistano ogni cosa - vogliono comandarti. Ma tu muori, mite asino dell'estero, e lì non possono né comandarti, né seguirti, né farsi perdonare, né perdonarti.
4 febbraio, 2008. Se, per caso, doveste svegliarvi da un sogno ma seguitare a vedere dormendo, osservate che il movimento dello schermo a disco è in senso orario, e la decelerazione può essere rallentata ritirandosi. Ma, quando notate il tubo e il camioncino che si allontana, NON forzate la presa e uscite dal sonno.
4 febbraio, 2008. Pietre speranzose, pietre buffe, pietre morbide come burro, pronte a sciogliersi a qualsiasi sole: che pietre sono mai state queste? No. L'"esattamente ciò che è stato" è la morte dell'eroe. "Esattamente ciò che è stato" significa proprio il contrario di "come io l'ho vissuto", ma lo comprende, lo include, in un modo tutto diverso: malgrado l'"esattamente ciò che è stato". L'"esattamente ciò che è stato" osserva dall'esterno quell'"io" che ha inghiottito le lacrime. E' l'"esattamente ciò che è stato" il protagonista di quel romanzo, non più l'eroe, e non c'è bisogno di nessun realismo, visto che la realtà non è realistica. L'"io" è tremendamente realistico. L'"io" si aggrappa. L'"io" piange, ride, vede. Ma l' "esattamente ciò che è stato" non vede; è l'indifferenza del reale alla realtà, la sua capacità di perderci, di lasciarci sfuggire, di non vedere niente di ciò che pure - lo nega, l'"esattamente ciò che è stato", e sta mentendo - siamo stati. E siamo stati davvero.
Mi sono convertita alla terza persona nella narrazione.
4 febbraio, 2008. Le conclusioni dello scomodo sono state distratte e distrutte da alcuni interventi non proprio cortesi (o "brocca" è un termine cortese, guinizzelliano?) dello stalker. Da oggi non leggo più i messaggini che mi manda, poiché non è una conversazione, ma un tiro al bersaglio dal quale non posso difendermi. E al quale dunque mi sottraggo.
3 febbraio, 2008. (Il logo de "Lo scomodo" è sempre del grande Art Ichiro, da piccolo)
2 febbraio, 2008. Lasciata andare l'ira per la solita precipitazione con cui il nostro (obiuàn)stalker si affretta a comunicarci la parola "Balzac", che ci arricchisce di quattro consonanti e due vocali, torniamo alla questione della prima e della terza persona della narrazione. Stavolta, facciamolo bene. Io esco a prendere un caffè, torno, mi metto qui e vi racconto qualcosa sulla scrittura. Non ci sono più le metafore del metablog, ma non ci sono nemmeno le culturamificazioni di certi siti In. Staremo proprio qui. Nello scomodo.
1 febbraio 2008. Prologo: "Sesto episodio - Webeide". Dopo il prologo in proscenio, il sesto episodio vero e proprio affronterà il passaggio dalla prima alla terza persona nella narrazione. Non pretendo vette, sto solo esplorando.
30 gennaio, 2008. Tra le cose di cui non si occupa nessuno. Il 4 gennaio è iniziato il nuovo ciclo solare, con l'avvio di una nuova e allegra stagione di tempeste solari. Il Sole è una donna, non lo sapevate? Comunque, link. E buona fortuna con i vostri satellitari, ecc.
30 gennaio. A seguito di questa considerazione: "se la tonica viene ripetuta, si chiarisce, anche se si tratta di successioni che indeboliscono la tonalità", noto che la mia voce cambia passeggiando.
Ora, sapendo che state tutti bene, posso tornare al tomo tremendo che devo studiare (intervalli consonanti e dissonanti). Confusamente, vedo all'orizzonte un cambiamento per questo sito.
Ciao.
29 gennaio, 2008. Technè. Oggi, dopo la Triennale, passo da Xxx, che cortesemente mi presterà il grande trattato. Devo studiare queste settecento pagine che, sembra, metteranno fine alle mie esitazioni in materia di armoniche. Pare che, oltre alla consapevolezza del mondo elargita dalla sapienza intorno al tema, una migliore conoscenza delle risonanze naturali metterà ordine nella mia scrittura finora così disordinata. E soprattutto tronca. Mi toglierà dalla testa l’anapesto e mi instillerà il “temperamento”. E un temperamento è necessario, alla vigilia del nuovo episodio che esito a mettere online proprio per quest’unico motivo, il ritmo. Per due motivi: il disturbo del lettore affezionato alla metrica italiana, e il ritmo.
Psiche. Non posso pubblicare il promesso raccontino sulle avventure e le metamorfosi di Amore e Psiche, e sullo zerbino regalato dalla madre dea, Venere, per il pianerottolo boscoso, e sui trascurati prodigi che la malcapitata Psiche osservò lungo il cammino. Non vi suonerebbe per niente, siete troppo lontani dalla lettura di Apuleio, lo zerbino verde non vi ricorderebbe l’altura irrorata su cui venne lasciata Psiche, l’ascensore (quale ascensore) non vi ricorderebbe le fatiche di Zefiro, e tra buio e altre alterazioni o metamorfosi non vedreste alcuna identità. E poi io sono daltonica, che ne so se una cosa è verde o marrone o viola, che ne so. Passiamo oltre.
29 gennaio, 2008. Niente, sto studiando le armoniche. Le armoniche ti fanno un po' uscire di testa. Quel fatto che il la fa vibrare il mi cantino, è vero. Cosa c'entrano le armoniche, il re barbaro e un mese fa, bisogna essere una corda di chitarra per capirlo.
29 gennaio, 2008. Non ho voglia di scrivervi, e comunque c'è un asteroide in transito vicino alla Terra. Nel frattempo, leggiucchio. Non credevo che una materia considerata istintiva e semplice dalla maggior parte della gente fosse così complicata: sto iniziando a studiare "teoria delle ..." (segreto, segreto) e mi si è attorcigliato il comprendonio. Lo faccio per una storia che sto scrivendo, ma vedere che una parte di mondo circostante mi è così integralmente sconosciuta... mi entusiasma, risveglia tutti gli omini con il tricorno, gli studiosi che mi abitano come è abitato l'omino nel pannello destro del Giardino delle delizie. N.B.: quel quadro - sebbene io non ami molto l'eresia catara di Bosch - resta uno dei punti fermi della mia ideologia creativa: se gli altri disegnano presepi, tu disegna chele di granchio ripiene di omini nudi. Geronimo!
28 gennaio, 2008. Sì, l'imperatrice Teodora ha spezzato il cuore al re barbaro. Già, ma i barbari non scrivevano, e così non ne avremo testimonianza (Beda e Paolo Diacono sono medioevali, non tardo imperiali, e scrivono in latino). Semmai, POI, ma sei-ottocento anni dopo, arriverà la chanson; tuttavia per quell'epoca sarà rimasto solo un orecchino, che il re barbaro avrà preso a martellate fino a ridurlo come una lisca e avrà fuso a rinforzo del nuovo rubino sul suo scudo.
Or veit Rollant que mort est sun ami,
Gesir adenz, a la tere sun vis,
Mult dulcement a regreter le prist:
«Sire cumpaign, tant mar fustes hardiz!
Ensemble avum estet e anz e dis;
Nem fesis mal ne jo nel te forsfis.
Quant tu es mor[t], dulur est que jo vif!»
Sottolineo l' espressione: "tu non hai fatto male a me e io non ne ho fatto a te". Peccato.
27 gennaio, 2008. Stalker? Non metterti con me a parlare di barbari, che son normanna e i normanni erano feroci, più irragionevoli degli Unni e pirati prima dei Vandali (di terra) e dei Saraceni (di mare): bellissima l'epopea piratesca del periodo, peccato che non abbia eredità scritte, e le storie romanzesche son scritte tutte dai romani; ma vi furono città pirata in Francia e in Liguria, costruite e distrutte nel giro di pochi anni. Quando parlo di crolli della manovra bizantina mi riferisco all'erede dei Merovingi e a quell'anno importante che fu l'800, non alla caduta dell'Impero d'occidente avvenuta meno di 400 anni prima né alla caduta dell'Impero d'Oriente avvenuta oltre 600 anni dopo. Io mi occupo di tardo impero. Il nostro re Adaelmo ha il nome di un re britannico del II secolo d.c. (lui è così inglese), ma lo facciamo oscillare tra la nostra epoca moderna e un periodo ben preciso, addirittura anteriore di un centinaio di anni al trasloco da Roma a Costantinopoli. Il povero re è ancora pagano (chissà se pagano o eretico: la distinzione sfumò col tempo), poiché ha visto passare a fil di spada i parisii convertiti, e ancora non è convinto che questi imperatori nomadi, un giorno a Milano, un giorno ad Arles, un giorno a Ravenna, abbian deciso a quale santo votarsi.
27 gennaio, 2008. Visto che vi irrita il fatto che qui si parla di barbari, ecco indetta la settimana barbara. Da dove cominciamo? Dall'elemento semplice: le vicende barbariche si conoscono quasi solo attraverso documenti dei "nemici" romani. Vedete che questo ha sempre attinenza con il punto di vista? Non solo. E' sbagliato credere che fosse medioevale la percezione escatologica del "mille e non più mille". I romani cominciarono a "sentire" di aver raggiunto il vertice noioso e deprimente della civiltà alcuni decenni avanti Cristo. E rimasero depressi per almeno un migliaio di anni.
27 gennaio, 2008. Chissà. Chissà se in sette mesi di apertura (grazie, gente, ma fate tutto con il numero sette? E' un piacere) riuscirò ad andare a vedere la mostra sui barbari a Venezia.
Ieri ho letto un libro che mi ha fatto contorcere dalle risate. A pagina uno diceva che i romani non odiavano i barbari (introduzione). A pagina dieci (capitolo primo), diceva che però in effetti il crescente allarme per l'ascesa dei barbari all'interno dell'impero (ah, sì, piccolo particolare: tutti i generali dell'esercito romano erano barbari) aveva provocato odio e insofferenza nei loro confronti. A pagina venticinque (terzo capitolo) specificava che "per questo motivo" i bizantini "avevano messo un freno" (locuzione tipica da saggio italiano, ma i saggi gallici sono peggio) alle carriere barbare nell'esercito e negli uffici. Bah.
Vista da qui, è ovvio che l'"invasione barbarica" fu tutta una manovra bizantina, stile divide et impera (tutti gli invasori non avevano occhi che per i bizantini, chissà com'è), manovra mandata a monte da quei simpatici analfabeti che erano i Merovingi in sintonia con il papato... o meglio viceversa...
26 gennaio, 2008. ---
25 gennaio, 2008. Sono presa, in questo periodo, da una specie di insistente delirio. Sento i rumori della notte che si affievoliscono e mi alzo di scatto dal letto, spaventata dall’ora blu – che è l’ora di minor attività sia nel ritmo circadiano umano sia nel ritmo urbano. Alcuni di voi sanno di che cosa mi sto occupando, e il delirio è comprensibile. Tuttavia, quando per il lavoro che sto iniziando devo domandarmi che ne è di milioni e miliardi di persone vissuti prima di noi, ho la visione di montagne di sabbia silenziosa, che si stendono a perdita d’occhio in ogni direzione. Di alcuni di noi sono rimaste le opere, e penso alle piramidi. Di altri, di veramente pochi altri, Escuriali tetri e inutili. Ma della maggior parte, né opere sono tramandate, né corpi. Questa assenza totale di corpi, è la cosa che mi terrorizza. Perciò è lì che devo andare. Forse dovrei affrontare l’argomento cominciando da un piccolo esempio, eppure non ci riesco. Sono attirata e spaventata da questa immensa mancanza. Nessun corpo. Niente.
24 gennaio, 2008. Vedo tornare a uno a uno gli amici, della malconcia ma potente Setta degli Innamorati. Ah, le loro storie sono meravigliose. Alcuni di loro, mi ricordo il momento, si sono gettati salutandomi dal limite, "io lo so che farà male", e voi non sapete quant'era luminoso il loro sguardo. E poi i Senza Sangue con le camicie lunghe, le maniche tirate, per nascondere tutte le ferite, e altri Giganti, diritti, chiusi negli elmi con le visiere abbassate, e guai a vedere i loro occhi. Ci sono i Derubati di tutto, la mia schiera, che sopra i carri in processione portano biblioteche spettrali di libri tutti bianchi: capitoli dissolti tutti uguali, tutti ridotti in fango, e loro cacciati, in esilio, dalle belle terre concimate. E arrivano sferragliando i Terribili Fantasmi, vivi, ma dentro così rigonfi e pieni di organi putrefatti, cuori enormi, da spaventare i fragili, inconsistenti amanti.
Esistono davvero: la loro ora, dall'alto Medioevo, è circa l'alba.
24 gennaio, 2008. Centinaia di migliaia di storie prodotte ogni giorno, centinaia di migliaia di elaborazioni più o meno critiche prodotte ogni giorno, milioni di slogan, miliardi di miliardi di parole.
E, per contro, una ripetitività da allucinazione dentro la vita di noi tutti.
Ecco, voi credete che io sia rimbecillita, in un paio di mesi di assenza dal sito, ma davvero non sapete quanto vi sbagliate a pensarla così. Sto solo valutando una rappresentazione appropriata di quell’osservazione lassù. E sto scartando le rappresentazioni non appropriate. Una, facile facile, ve la posso anche offrire. Nelle sofferenze psicologiche esistono affabulazioni che si ripetono a ogni scatenamento della crisi (di depressione, anche di ansia). Microclimi formatisi in questi sistemi chiusi o quasi chiusi, che si piovono e si nevicano da soli. Ma la metafora è insufficiente, per via della vostra abitudine di lettori. Vi perdereste nell’indiretto libero di un personaggio che avesse questi sintomi, e vi fermereste lì. Per questo, da anni vado dicendo che occorre un altro tipo di narrazione.
Ma come faccio a parlarvene oltre senza disturbare in qualche modo la riservatezza e la paranoia del mio lavoro? Perché una ricerca di questo tipo deve essere paranoica ossessiva. Ne ho parlato a un amico, tempo fa, e da quel giorno ho visto spuntare (ho creduto di veder spuntare, a onor del vero) segreti traditi su ogni angolo di pagina, come funghi. Quindi, capite quanto sono combattuta: riapro il blog, e non posso scrivere niente a parte allusioni vaghe, accenni, ammiccamenti... Tocca tornare alla storia, giusto per distrarsi.
P.s.: ne deriva, a mio modo di vedere, un sistema narrativo, più che una narrazione. Ma non nella direzione delle sette storie né nella direzione del blog collettivo. Infatti, la presente sezione si intitola Mitoblogia. Beh, basta, dico troppo; ora metto un punto e torno ai miei... lambicchi, rabeschi ed arzigògoli, come scriverebbero sui soliti siti rococò. Qui noi usiamo il termine tardoimperiale (con testimonianze in Faustino di Siviglia e Aristeo il Valense) di "cazzi".
23 gennaio, 2008, sera, ecc. I titoli dei romanzi mi annoiano. E' tanto che lo volevo dire, ma i titoli dei romanzi mi hanno annoiato proprio del tutto. I titoli, ecco. "La pinna del pitone". "Il cobalto felice". "La gelata e la tinca". "Storia di un polimorfo". Qualunque titolo di romanzo mi annoia mortalmente. Anche "Sette moderniste", sebbene mi annoi un po' meno perché è un manifesto più che un titolo. "La noia mortale". "L'allegro divertimento". "Ho deciso che ti saluto". "Quattro chili sopra il mare". Mi a-n-n-o-i-a-n-o. Domani, ermeneutica.
23 gennaio, pomeriggio, 2008, ecc. Ho inteso che cosa intendeva il lettore provocatorio con l'avverbio "dinamicamente". Voleva sfidarmi, il marrano. Sapendo che io dico che scrivo e invece son qui a pensare a un corpo bruno (sì, già, certo, l'amor che muove 'l sole e l'altre stelle), mi sfida a duello, a un duello di velocità. E io accetto le sfide, perché accidenti è tra un duello e l'altro che si mandano gli amici sulla Luna a recuperare il senno perduto, che si cantano l'arme e gli amori eccetera. Sì, io accetto la sfida. Chi finisce prima il romanzo, vince. Via, da adesso (anche se tu sei partito prima, maramaldo).
23 gennaio, 2008. Un lettore si lamenta. Non ha ancora visto "dinamicamente niente di nuovo" sul sito riaperto. Ohibò. A parte discutere la scelta curiosa dell'avverbio - quando mai quaggiù si è visto qualcosa che potesse far venire in mente l'avverbio "dinamicamente"? - caro lettore, voglio risponderti con qualche spiegazione.
Caro lettore,
ho alcune difficoltà tecniche, il computer è nuovo così come il sistema operativo. Inoltre anche i miei sentimenti sono nuovi, combattuti tra due fronti: amare e dovermene dimenticare a tempo record. Quanto alla letteratura, sto leggendo sui soliti siti letterari tali e tante castronerie che mi domando se il solito bambino con il solito dito nella solita diga olandese può davvero far qualcosa. I siti in questione esortano gli autori giovani (e nonostante il colpo della strega di questa mattina, io sono giovanissima, almeno come scrittrice) ad assumere una tale quantità di posizioni, asana letterarie e di principio, che forse tu, o lettore, puoi dilettarti a sgranchire le tue affamate membra anche solo "dinamicamente" provando a leggere alcuni degli esimi interventi dei suddetti siti. A poco a poco, artrosi permettendo, proverò a rispondere anche a quelli con calma, magari dopo aver cercato di capire che cosa stanno dicendo, e se stanno dicendo qualcosa a parte "oggi non avevamo nessun racconto da scrivere e così...". Sul fronte della scrittura, ho un pezzo molto buono che è purtroppo inadatto a Internet, e sto valutando la possibilità di dedicare il sesto episodio delle Sette Moderniste a un tema cui invece avrei voluto dedicare un intero romanzotto. Oltre a ciò, mi balocco con opinioni personali sui lettori e sul senso della lettura su Internet, oggi sento il webmaster per una chiacchierata, non mi sta piacendo il Pynchon e vi dirò perché, e tra esattamente otto minuti devo mettermi a lavorare. In tutto ciò, grazie per l'attenzione, bentornati, e abbiate un momento di pazienza.
23 gennaio, 2008. "Thy lips are warm." (Romeo and Juliet, Act 5)
22 gennaio. Se stanotte sorgessero due lune, e domani due soli, anche allora vi guardereste intorno come "nell'esposizione di un museo", per dirla con Doctorow?
22 gennaio. Cari alieni, dovrò riabituarmi a parlare con voi. Intanto, ne è passato di tempo. Inoltre, ma ve lo spiegherà meglio il re barbaro quando si degnerà, ho la tendenza a ricordare tutti i segni di simpatia, le offerte di aiuto e di semplice solidarietà ricevuti a partire da quando vi ho comunicato che il mio computer era rotto: nessuno.
Messa un po' peggio di chi almeno scendeva e saliva qualche altrui scala, inebetita dalla fredda frenesia che veniva dalla vostra ininterrotta e distante attività, rigettata indietro nei ghiacciai preistorici a tracciare graffiti in modalità provvisoria, ora che ho comperato il computer nuovo devo pur trovare un buon motivo per riaccendere il fuoco e ri-inventare la ruota.
Ripassate il re barbaro, nel frattempo, aggiornato con la vicenda ottobrina dell'imperatrice Teodora. Del re non so dirvi niente: sulla soglia della reggia è appeso un rozzo cippo inciso: "Timeo Danaos et dona ferentes", dice; e vedo che i greci, siano pure bizantini (i bizantini si credevano romani, pensate un po'), stanno alla larga.
21 gennaio, sera. Ho già scritto più volte che un romanzo, a mio parere, è uno scontro disinformato con il reale, e lo è non per quanto riguarda l’aspetto tecnico, terreno in cui lo scrittore semina ogni genere di abietta furberia, ma sul versante in cui personaggio e scrittore hanno la stessa ingenuità: esistono - terreno in cui è il reale a seminare la sua sconfinata abiezione.
Ma quella dello scontro disinformato è anche una definizione di quel che deve essere oggi, per me, un romanzo.
Dunque. Osservo quel che vedo sugli scaffali delle librerie. Allora. Si può lavorare sul mondo “così com’è” oppure su un mondo “fantastico”.
E qui cominciano le difficoltà. Faremo fatica a intenderci.
Il mondo fantastico è quello di Harry Potter?
E’ vero che le vostre scope non volano, ma il mondo di Harry Potter è fantastico quanto un luna park chiuso d’inverno. Zero.
Il Potter-mondo è informatissimo, come scontro con il reale. Ci sono perfino i soldi, nel mondo magico del maghetto. Tutto funziona come nelle pubblicità di questa società.
C’è differenza tra “fantastico” e “spalmato sopra”.
C’è meno differenza tra “fantastico” e “così com’è”. Ma io sono l'unica a considerare Dickens uno scrittore fantastico.
Così come è, il mondo, non lo sta raccontando proprio nessuno. Non c’è nessuna voglia di smontare pezzo per pezzo ciò che si vede. C'è sempre qualche elemento stereotipo che viene lasciato lì, nel mondo “spalmato sopra”, vale a dire accettato senza essere messo in discussione, per lasciarvi dormire di notte.
Sto dicendo che lo scontro di uno di questi personaggi con questo reale è sempre informatissimo, per la miseria, e quindi non c’è romanzo.
Ditemi il nome di un giallo.
Io non ne nomino nessuno, poiché come sapete li odio tutti. Non c’è inganno maggiore di un giallo. Il giallo finge lo “scontro disinformato con il reale”, intrappolandovi con tutte le sue finte domande: ma che cosa è successo, ma chi sarà stato, ma in che mondo viviamo, ma quanto sono cattivi questi o quelli. Balle. Spalma una mano di dubbio su elementi il cui peso è secondario. Ma vi tiene ben fermi sulla vostra sedia di consuetudini, di relazioni con il reale, di motivazioni plausibili.
Di più, il giallo è il rimescolamento di una weltanschauung ben accetta da tutti, per renderla meglio accetta.
Invece.
Il nuovo romanzo sarà un’apparizione, un affresco. Attaccherà angoli che credevate tranquilli a invecchiare nella polvere. Brucerà l’acqua. Sarà così diverso da quello che siete abituati a leggere perché viene da un mondo in cui non pensavate di vivere.
La trama avrà una funzione del tutto secondaria. Vi farà sentire appendiabiti. Come vi fanno sentire quasi tutti i veri romanzi. (continua)
21 gennaio, 2008. Come ormai tutti sanno, io vedo macchie davanti agli occhi. Che sia una malattia o una metafora di visione non chiara, in questa sede non conta. L'utilità delle macchie è quella di ricordarmi sempre, quando vi guardo in faccia, che c'è una quarta parete tra noi, oltre la quale i nostri pietosi teatrini proseguono con convinzione ostinata. E che c'è sempre qualcuno che guarda.
20 gennaio, 2008. Lo stalker è tutto felice, ha passato questi mesi a bersagliare il sito deserto e ora può finalmente essere il primo a correggere il primo errore della nuova stagione. Caro stalker, è un peccato che tu sia spietato perfino con chi avverte che il sistema è del tutto provvisorio. Questo è un sito di pietas, perché ti attira così tanto?
20 gennaio, 2008. Y los s u e ñ o s, s u e ñ o s son. Dal mio punto di vista, non c'è altro da scrivere. Ma siccome non sapete che la vita è sogno, ecco che io torno, per quanto tempo non si sa, come non si sa (si sa il perché, ma sono fatti miei), a ricordarvelo nei panni di un'eroica Mitòbloga. Ho circa un secondo per concludere questo post senza spiegarvi niente. Alle ore 18, la prima pubblicazione.
Per chi rimpiange il Metablog, il link credo sia questo.


