- dal 2005, se è esistito -
Mitologia
qualcosa ricomincia, prima o poi: aspettatemi qui.
Oggi potete leggermi sulle due pagine di Eventi del Corriere.
19 dicembre, 2008. Chiedo a un tale, noto scrittore, un giudizio critico su un altro, noto, scrittore, caso clinico ma di famiglia importante, autore mediocre che ha sostituito da anni l'affabulazione a qualsiasi cosa, perfino alle maniglie delle porte. Il giudizio che ne viene è una stroncatura anche peggiore di quella che avrei potuto immaginare io. Ed è una stroncatura che viene da un professionista della scrittura.
Sicuri di volerla davvero, l'obiettività? Dopo che ogni anno scrivete un libro che è un aggiustamento più faticoso e razionale del libro dell'anno prima?
(in riferimento a una polemica aperta sui soliti siti di pasticceria)
19 dicembre, 2008. Dopo aver visto in città l'eleganza che vi aspettereste da un film di Christian De Sica ambientato tra eleganti, capisco molte cose: le cavalle-peluche che sembrano fini, per esempio, assumono un loro perché, prima incomprensibile.
16 dicembre, 2008. I quaderni di appunti per il romanzo nonweb hanno il pregio di essere ermetici come la combinazione di una cassaforte. Una delle pagine più sottolineate, piene di freccine, ghirigori, punti esclamativi e altri segni d'instabilità emotiva, è quella che riporta - sola in mezzo al foglio, in maiuscolo, con un'aria pomposa anche nel cavo minaccioso dell'unica o - la frase "era notte". Vi garantisco che è una notazione importante per il romanzo, ed è tra l'altro uno dei due o tre punti in cui io potrei anche piangere, e anche voi. Ma, naturalmente, per ora non significa niente. Ricorda "era una notte buia e tempestosa" e altri incipit burleschi ultra-abusati. Niente di tutto questo. Un'altra pagina di fuochi d'artificio semantico-pennarellistici è dedicata all'interrogativo: "a cosa?". Ho i brividi e giro subito la pagina. Oh. Quello che è scritto piccolo qui non lo posso nemmeno dire, tanto è importante. Per me rappresenta il nucleo centrale del romanzo, così nudo e scoperto che mi fa male perfino leggerlo, e riscriverlo. Poi mi rendo conto che è solo la parola "noi", e mi tranquillizzo. Ma per poco. Sono già pentita. Fate conto di non aver sentito niente.
Non vedete che sto incespicando di frase breve in frase breve? Di più, di concetto breve in concetto breve? E credete che io sia così? Io che comincio a raccontare una storia e non la finisco più, io che quando siete voi a parlare continuo a chiedere "e poi?", "e perché?", "ma è una tua impressione?", "quanto tempo fa?", "e prima?", finché la gente non si stufa e stanca e nausea dei racconti e delle parole e delle guance appoggiate al dorso delle mani?
Le parole, le opinioni, le letture del mondo: devo fornirvene una versione ferma a - circa - metà 2007, poiché da allora la lingua batte dove il dente duole, e appena sento parole chiave per il romanzo, come "corridoio", "noi" (oh, perché ve l'ho ricordata, adesso mi copierete tutto), "realtà", "..." (beh, basta così, diamine!), vi sorrido e taccio. Taccio con te, con te e con te. Il romanzo sarà dire tutto quello che ho taciuto. Ho capito che questo fa soffrire, e inoltre delude gli altri. Sono diventata una cassaforte. Una carta di credito bloccata. Non posso scrivere un'invettiva. Non posso scrivere una vera poesia d'amore, non tanto perché la dedichereste alla vostra bella, cosa che fate anche con le mie scritture più brutte, ma perché se dico l'amore com'è, l'amore cos'è, in questo momento mi fermo alla prima frase: "il bulbo, il bianco, l'occhio di un uovo", e e e e fa schifo, e non vi ho detto niente, e che è, una poesia, una dichiarazione d'amore questa? ma diamine, però, eppure, per me, così com'è, va chiusa in fondo a una pagina che leggo solo io, che vedo solo io, un semplice segno, una promessa, sulla quale non sto a dirvi quali rintocchi di sogni - non è il termine che cercavo, cercavo il rumore di una spada d'acciaio che vibra e sta quasi smettendo di vibrare, e al momento non mi viene la parola, perché forse non c'è: ma è il rumore preciso che fanno i sogni - riuscirò ad accordare.
14 dicembre, 2008. Uno svenimento. Tolto il fatto che non rivolgerò mai più la parola a nessuno di voi, e che per alcuni mi dispiacerà, per altri no - questa cosa crea un discrimine - ho provato che cos'è una provvisoria, improvvisa perdita di coscienza. Ed è come la partenza di un vettore spaziale Apollo: senti che gli stadi si staccano a uno a uno.
Spero di rimettermi presto. Da oggi, io avrò molto bisogno di voi, e non ci sarò mai più, mai più.
Capirete con gli anni che non è una contraddizione in termini.
13 dicembre, 2008. Angeli
O amore, tu che disegni sulla faccia della pietra l'espressione dei santi, e nascondi sulla nostra faccia l'espressione di chi adora la pietra, non lasciarci mai distogliere lo sguardo.
"Sto facendo pipì," gridò l'Uomo dall'altra stanza. Sembrava felice di comunicarlo, come se l'annuncio ponesse ufficialmente fine a una notte intera di bagordi. La Donna sedeva in camera come un fedele dilettante, cui il vescovo ha chiesto di impersonare l'angelo nel presepe, e che fa del suo meglio. Teneva le mani alzate davanti al cuore, appena scostate dal petto, come per impartire una benedizione a qualcosa che passava un po' troppo vicino.
"Dovevo far pipì," ripetè l'Uomo, rientrando nella stanza senza tirare lo sciacquone. Indossava ancora il cappello di Santa Claus, e non se lo tolse nemmeno per gettarsi sul letto. L'Angelo, con il cappotto ancora allacciato, si sporse in avanti come per dire qualcosa. Mai, in una cattedrale o in un camposanto, in una cappella di campagna o in un quadro dipinto, un Angelo si era mosso per piegarsi in avanti; così l'Uomo, guardandola, scoppiò a ridere e la chiamò con un nome sbagliato.
"Chiara, Caterina, volevo dire," disse Santa Claus, così apertamente divertito dal proprio errore che sembrava averlo commesso di proposito, "non vedo il portacenere. Vai a prendermi il portacenere. Devo averlo lasciato in bagno."
O amore, tu che nascondi la terra con le foglie quando è nuda e non ha di che coprirsi, non abbandonare la nostra mano nel mezzo del fiume di bugie.
"E' lì da qualche parte," insistette Santa Claus. L'Angelo, con le mani benedicenti, in una posa schizzinosa quanto bastava per introdursi nel bagno altrui, cominciò a muoversi con circospezione tra gli asciugamani buttati a terra e le scarpe incrociate in mezzo al tappetino. Dopo il portacenere, l'Uomo avrebbe chiesto una sigaretta, dopo la sigaretta un po' d'acqua, e poi finalmente si sarebbe addormentato. L'indomani, oltre a chiedersi perché lei fosse lì, e se il resto del mondo - Carolina, Costanza - avesse dormito bene, e se avesse programmi per la colazione, si sarebbe sentito meglio. Tutto sarebbe andato bene.
L'Angelo trovò il portacenere su un ripiano. In quel momento, forse perché l'atto di sollevare il portacenere la costringeva a sciogliere la posa delle mani benedicenti, mosse la testa e guardò giù, nell'acqua della tazza. E fu allora che vide il sangue.
Uscì dal bagno con uno scatto, gli occhi sbarrati, le mani giunte intorno al portacenere. L'Uomo forse se ne accorse, forse non se ne accorse. Impossibile capire perché continuò a ridere, da quel momento in avanti.
O amore, tu che hai inventato i bambini che balbettano, e le frecce che mancano il bersaglio, e le uova che si rompono, e le nuvole cui non riusciamo a dare una forma precisa nel cielo e che non ci ricordano niente, lasciaci stupidi.
11 dicembre, 2008. Lo starnuto, secondo Douglas Adams prerogativa di dio. Ecco, sono colpita da un'infreddatura, ma ho scritto un bellissimo inizio di racconto. In confronto, la Nie gli fa un baffo. Il modernismo, due. Le sette moderniste, sette. Approfittiamo del weekend di raffreddamento per risistemare, come da vostra smarrita e cortese richiesta, il materiale del sito, con pubblicazione, a vanvera, di qualcosa di nuovo qui e là. A tra poco, adesso devo andare a una conferenza stampa.
11 dicembre, 2008. Se solo non foste così frettolosi, divoratori di orologi, mi metterei qui a raccontarvi una storia. Ma.
Ma correte, correte, presto, i vostri contatti su Facebook vi cercano, i vostri appuntamenti scadono, le newsletter devono essere inviate, siete in ritardo, oh come siete in ritardo, miei cari Bianconigli. Per tutti quelli che restano indietro e rallentano il passo, perché tanto ormai si sono persi, qui qualcosa faremo. A partire da stasera, sotto la coltre della neve, appuntamento per tutti i perduti.
10 dicembre, 2008. Ovviamente, mentre mi sto attrezzando per la spedizione con l'aletiometro e tutto il resto, alzo gli occhi e mi accorgo che nevica.
8 dicembre, 2008.
(Vecchi pirati hanno rapito io,
e hanno venduto io alle navi dei mercanti)
Old pirates, yes, they rob I;
Sold I to the merchant ships,
Minutes after they took I
From the bottomless pit.
But my hand was made strong
By the hand of the Almighty.
We forward in this generation
Triumphantly.
Won't you help to sing
These songs of freedom?
'Cause all I ever have:
Redemption songs,
Redemption songs.
7 dicembre, 2008. Oggi è uscita una breve recensione su Mailer, domani dovrebbe uscire un altro pezzo. Non sto proprio benissimo, ho il tipo di umore che si ha quando si ha voglia di far causa a qualcuno, e in più ho finito le sigarette. Le finisco di continuo, come se me le rubassero. E' un periodo in cui mi rendo conto della "distanza con se stessi" di cui hanno detto tanti. E io a non ascoltarli.
Appunto, si avvicina l'ottavo episodio. E basta con la didattica per voi, o faccio causa a me stessa.
4 dicembre, 2008. Continua l'episodio sette, dedicato alla metamorfosi, con la storia di Best.
Cronaca: a pagina 140 del libro che finirò stanotte, passo di qui per prendere l'altro paio di occhiali, e mentre accendo il computer osservo sul calendario vicino allo schermo le figure di tre signore che scendono lungo un sentiero intabarrate nei loro tipici costumi tibetani. Non so perché, mi viene in mente di domandarmi se io ho indossato la maschera prima di conoscerlo, quando l'ho amato, dopo aver capito che non ricambia o adesso che voglio liberarmi di una maschera in cui non mi riconosco. L'argomento non vi tocca minimamente, perciò credo che sarà proprio a questo che dedicherò l'ottavo episodio delle Sette Moderniste. Gli stalker sbadiglieranno e saranno sempre qui incollati alle loro maschere. Le signore tibetane non smetteranno mai di percorrere intabarrate il sentiero. Spengo il computer e finisco il libro. Un saluto.
(se questi raccontini vi sono piaciuti, anche poco, ma soprattutto se sapete far di meglio, andate qui e dimostratelo)
4 dicembre, 2008. La verità e l'amore.
Che il bambino fosse malato, e che fosse ancora vivo, si capiva appena, dalla mucosa rosso scuro che gli correva intorno agli occhi, sul filo delle palpebre. L'infermiere passava, benediceva, di tanto in tanto tornava e gli passava uno straccio umido sul viso; poiché non lo sentiva più piangere, controllava con uno specchietto che respirasse. I malati dei giacigli vicini non ce la facevano a guardare gli ultimi sussulti di quel corpo piccolissimo, e pregavano con la testa rivolta verso uno strappo nel telo che oscillava sopra le finestre e teneva lontane le mosche. Poi una donna provò ad avvicinarsi - e se il bambino si fosse mosso sarebbe scappata via camminando con le cosce appoggiate sui talloni, com'era arrivata. Ma il bambino non si mosse, e così lo toccò sulle guance come per asciugargli le lacrime, gli ravviò sulla fronte i capelli immaginari e poi infilò lentamente la mano sotto la sua testa, accarezzandolo e raccontandogli sottovoce, in una lingua che non era la sua, alcune delle cose che non avrebbe mai visto. Gli disse che il mattino era bello, ma anche il pomeriggio, a pensarci, e perfino la sera. Gli raccontò di quando comincia a piovere nella polvere, delle dita che sembrano più grandi immerse in un catino d'acqua, gli sillabò i nomi di tre animali della foresta, e gli spiegò che erano gli unici importanti, gli disse che c'erano dei dolci di zucchero nel frigorifero della cucina, e gli insegnò a nuotare senza bere e a correre sul fianco di una montagna. Il bambino mosse gli occhi una sola volta verso di lei, e morì dopo aver sistemato di un centimetro la testa nel cavo caldo della sua mano. Chi ha detto che il vero amore è verità, non ha mai sentito l'amore che mente.
3 dicembre, 2008. Sono un po' distratta, in questi giorni, poiché mi sto occupando di tutto fuorché della scrittura. Ho fatto una scoperta scientifica - sul serio! oh, che salami, non mi credete - e voglio cercare di approfondire quella. Non mi credete, lo so. E invece è tutto vero, e non so con chi parlarne.
Comunque, non è vero che non mi sto occupando della scrittura. Non riesco a scrivere qui. I miei lettori preferiti sono, in questo periodo, un po' troppo vicini. La scrittura, almeno la mia scrittura, necessita invece di distanza. Non ho detto che gli scrittori necessitano di distanza, ho detto che ne ha bisogno la scrittura. Non posso cambiare argomento, opinione o tono quando avverto che inclinate in una o in un'altra direzione. E' come spremere un tubetto di dentifricio che ha un buco nel tubetto: dal foro regolare esce la strisciolina di dentifricio, dal buchetto sul fianco escono dei ricciolini che impiastricciano tutto.
1 dicembre, 2008. Passerà qualche giorno. In primo luogo per la grande stanchezza, in secondo luogo perché quando si chiude con qualcuno (sì, però state attenti all'avviso de Le vergini suicide) si soffre, in terzo luogo perché abbiamo due recensioni da scrivere. Intanto, letture: Lahiri e Lethem (grande Lethem).
Mmm. Balzac, quando scriveva la sua commedia umana, forse se ne infischiava delle reazioni dei personaggi che descriveva. Forse devo cominciare a infischiarmene anch'io, che pure non sono Balzac. Di tutte le furbizie, la peggiore è questa: la società non gradisce il dito puntato dell'arte, l'arte diventa colpevole e la società innocente.
E' stancante.
30 novembre, 2008. Con il capo cosparso di cenere, l'uomo era tornato alla vecchia famiglia, e sedeva a capotavola masticando, con la coperta di lana grossa sulle ginocchia. Percepiva, inconsapevolmente, che la ragazza non lo amava più degli altri, ma solo di una qualità diversa di amore, una qualità di amore che lui, bottegaio figlio di bottegai, sapeva costare più cara. La vecchia moglie, impettita, se lo guardava tranquilla, appena un po' più padrona, ma senza stare a dire, come quando si ha un collo di pelliccia nuovo e basta indossarlo perché tutti lo vedano. I camerieri servirono il risone e l'arrosto, e il pranzo proseguì fino allo stordimento della sera.
29 novembre 2008.
We shall not cease from exploration
And the end of all our exploring
Will be to arrive where we started
And know the place for the first time.
Through the unknown, unremembered gate
When the last of earth left to discover
Is that which was the beginning;
At the source of the longest river
The voice of the hidden waterfall
And the children in the apple-tree
Not known, because not looked for
But heard, half-heard, in the stillness
Between two waves of the sea.
Quick now, here, now, always—
A condition of complete simplicity
(Costing not less than everything)
And all shall be well and
All manner of thing shall be well
When the tongues of flame are in-folded
Into the crowned knot of fire
And the fire and the rose are one.
27 novembre, 2008.
(Severi con i greci): Valerio Horbee.
Il fatto che entrambi conoscano Valerio, sia pure in modo marginale, li insospettisce reciprocamente e li accomuna, nello stesso tempo. Sebbene si vantino privatamente di avere metri di giudizio originali, dettati da ciò che in filosofia si potrebbe definire "etico" ed "estetico" - tuttavia essi storcono le labbra di fronte a queste parole, lui perché le annovera tra le complicate, lei perché le annovera tra le ulteriormente precisabili - in effetti il rischio vero cui vanno incontro è che sia proprio il piccolo ciottolo comune della conoscenza di Valerio a raggrumare la diga alluvionale di quella che crederanno una valutazione articolata, profonda e personale l'una dell'altro.
Tutto fuorché un colpo di fulmine, insomma; tanto più se per raccontare il loro incontro occorrono a) troppe parole, b) un metro valutativo di qualsiasi genere. Li si potrebbe dire vittime di un pregiudizio.
26 novembre, 2008. Severi con i greci.
Il vostro ex compagno di classe Valerio - potrebbe anche chiamarsi Carlo, io non ero in classe con voi - è severo con gli antichi greci.
Un giorno voi siete nel minuscolo museo archeologico della vostra città, in visita con altri trenta bambini, e i sedici frammenti di paccottiglia ionica riuniti sotto l'unica teca vi strappano un gemito di stupefazione,
mentre il vostro amico Valerio, se pure è venuto alla vostra visita, sta raccontando al direttore di quest'unica sala, con voce abbastanza forte perché possiate credere che stia parlando anche per voi, qual è la differenza tra un vero museo moderno e un semplice Repertorio.
Il giorno dopo, adulti, voi avete visto la Nike di Samotracia, i fregi del Partenone e il teatro di Siracusa, e chissà che fine avete fatto nella vita, e bla bla, mentre lui sta guadagnando il suo da una serie di investimenti che comprendono interessi in una serie di società che marginalmente gestiscono organizzazioni di franchising per ditte che curano la manutenzione delle macchinette per il caffè nei bookstore dei musei,
al più.
Quando interpellano entrambi sul perché le automobili ancora non volano, o sul motivo per cui gli antibiotici riportano tra le indicazioni alcune forme di lebbra tuttora virulente, voi sospirate, Valerio invece è molto severo con gli antichi greci e la cultura occidentale in genere.
Meno con se stesso, specialmente quando calcia giù dal letto Anna, la fidanzata e puttana occasionale che in ogni caso alla fine della serata si sarebbe limitata ad aprire gli occhi quanto basta per prendere un aereo e tornarsene a New York.
I greci credevano che lo sguardo avesse origine nei polmoni. Valerio è severissimo con Aristotele, tra i greci, che ha addirittura costruito un'intera filosofia su un'osservazione - il che va giudicato severamente, secondo Valerio - e in più su un'osservazione errata, dilettantesca e probabilmente di seconda mano; così come voi - i voi che si sono innamorati della Nike di Samotracia e vattelapesca - avete perso il vostro tempo a fantasticare sui frammenti penosi di un vaso qualsiasi - probabilmente il pitale di un mercante che aveva fatto scrivere il proprio nome sulle masserizie da uno schiavo il giorno della partenza per la Frigia - e ne avete tratto il vostro atteggiamento di vita, la vostra filosofia, il vostro lavoro bla bla. Aristotele era un imbecille, ritiene Valerio. Valerio ha stima, semmai, per Eraclito, che in ogni caso non ha letto - che c'è da leggere in "l'anima non ha strade", eh? - perché Eraclito secondo Valerio era un Coelho dell'antichità, e buon per lui. Uno che aveva un pubblico. Un buon affare, secondo Valerio; sebbene l'arte sia troppo faticosa.
L'arte è un noioso repertorio, secondo Valerio. In effetti, a pensarci, l'intero pianeta è un Repertorio, come Aristotele, come il vostro piccolo museo di pitali e come voi. Il Dna è uno spreco maniacale di tempo e di applicazione per una divinità bacherozza di cui semplicemente Valerio rifiuta l'esistenza. Non può esistere una divinità tanto pedante. Davanti all'evidenza della complessità, che rifiuta, Valerio ha un deja vu inconsapevole dell'universo come di una delle controllate della multinazionale di cui il padre è AD; ma rifiuta anche quello, preferendo il nulla.
Valerio è severo con Dio, con il Dna, con gli antichi greci e con voi. "Severo" non implica il benché minimo interessamento, sia chiaro. Solo quando il gioco vale la candela, cioè per esempio davanti al nonno editore in punto di morte o per aver ragione in una lite con un altro maschio, Valerio sa citare a proposito la fusis, la fronè, lo thumòs e tutto il resto. Con il tempo, incontrandolo, si ha l'impressione che proprio la sua mente stia cominciando a svelarsi come il Repertorio numerato di cui non ha mai smesso di parlare. Ma a quel punto la sua severità si è già evoluta in una forma distaccata di aggressività punitiva, qualcosa di molto simile a una difesa dello statu quo contro un esercito di greci occhiuti, vivi e pericolosi, e diventa difficile incontrarlo.
25 novembre, 2008. Divorzio. Lui voleva una cosa più normale. Non Alessandro Magno in salotto.
Io non potevo vivere al caldo, ma con la testa voltata dall'altra parte. Però, oggi che guardo dritto davanti (e su quel che vedo torniamo un'altra volta, ne ho avute abbastanza), sento freddo.
Visti dal di fuori, i sogni sono assurde aspirazioni. Combattute da tutti, perfino da loro stesse, dalla vita, dalle sciagure che pesano e sono elefanti in India, schiacciano gli eserciti, rendono piatta una terra tonda - e su una terra piatta ha buon gioco chi vuol tornare indietro perché finisce il mondo.
I sogni. Visti al freddo, di notte, mentre nevica, sono perfino più assurdi di come li vedono coloro che non ci amano. La vera fatica è continuare a vederli nella tormenta: non sono bei sogni, non sono sogni potenti, non valgono probabilmente niente.
Costano tutto, e fruttano una moneta che non potremo scambiare nemmeno con noi stessi. Ma sono dove potremmo spingerci. E non è nemmeno detto che siano altari ai quali sacrifichiamo: sono la nostra stessa natura.
Alessandro Magno in salotto nei prossimi giorni sarà molto triste. Come nessuno ha idea.
24 novembre, 2008. Egregi Defoglianti,
questa sera ho firmato il divorzio, perciò non ho voglia di ascoltare stalkerate. Sola. Spero di essermi protetta a sufficienza. Peraltro, il lo la i gli le stalker che hanno scritto oggi:
bambole caterina
se sono in accordo con la suddetta C., almeno oggi potevano risparmiarselo.
Bella gente, ovunque nel mondo.
Il sito chiude per un po'.
23 novembre ma potrei dire sempre. Siete degli stitici del cuore.
22 novembre, 2008. L'acqua salì fino al piano della scrivania. In quel momento Romero era seduto sul bracciolo del divano e teneva gli occhi fissi davanti a sé come se stesse giocando a non muoversi. L'acqua sollevò la scrivania, lentamente. Più velocemente, gli oggetti sulla scrivania si rovesciarono e rotolarono nell'acqua: lì la loro velocità cessò. Per qualche minuto il portamatite e una cartelletta di fogli rimasero a galla, poi scomparvero sotto l'angolo inclinato della scrivania. Intanto, scrivania, tavolino, sedie, una lampada e altri oggetti rovesciati nell'acqua si erano radunati al centro della stanza allagata, e ondeggiavano. Quando Romero sentì l'acqua salire al torace, lasciò la presa e si sentì sollevare. Il divano restava sul fondo, ancora troppo pesante. L'acqua continuava a salire. Della stanza non restava che un parallelepipedo sempre più schiacciato, due metri di altezza e poi il soffitto. Si sentiva il rumore dei tuffi di altri oggetti spostati e rovesciati dall'acqua, i libri che scaffale dopo scaffale, verso l'alto, si divincolavano dalla stretta degli altri libri, si issavano come cannucce nelle lattine di bibite e poi rotolavano in avanti nell'acqua. Qualche libro veleggiava verso il centro della stanza. Romero si teneva a galla muovendo le braccia sotto la superficie, urtando con le mani gli oggetti sommersi, camminando su cumuli malfermi. Mancava ormai un metro al soffitto. L'ultimo oggetto svettante, un vaso che una volta stava in cima alla libreria, fu circondato dall'acqua. Subì l'immersione pomposamente, seguitando a svettare sopra tutto il resto per un po'. Poi si rovesciò e cominciò a galleggiare. Come il resto, come gli altri oggetti.
Romero disse okay, ho capito.
Si immerse, aprì gli occhi sott'acqua, raggiunse non senza fatica il tappo che aveva costruito nella parete blindata, e azionò l'apertura. Il rubinetto si chiuse automaticamente. L'acqua cominciò a defluire, mentre gli oggetti si depositavano sul fondo e la stanza riacquistava le sue dimensioni normali.
Prima che lo svuotamento fosse completo, Romero aprì la porta della stanza e uscì nel disimpegno della cantina. Salì le scale scuotendo la testa e strizzandosi i vestiti, e appena arrivato al piano terreno si spogliò, per non bagnare il parquet del corridoio. Nella doccia calda, rimase a riflettere guardando un punto fisso sulle piastrelle.
Si asciugò, si vestì, raccolse il portafogli e il cellulare, uscì e prese la macchina per andare in centro. Beveva il caffè, leggeva un giornale. Silenzioso, ostile. La gente non gli si avvicinava.
Quando entrò nello studio, salutò il collega con cui divideva l'affitto e la segretaria che lavorava per entrambi. Sedette alla scrivania, accese il computer. Non aveva una gran voglia di scrivere.
Il collega entrò nella stanza. "Che faccia hai? Che cosa è successo?"
Romero scoppiò a ridere, poi tornò serio. "Macché. Niente. Ho fatto un esperimento."
"Uno dei tuoi?"
"Uno dei miei. Volevo avere settant'anni. Sentire."
Il collega alzò le mani in segno di resa, e richiuse la porta ridacchiando.
22 novembre, 2008. Oggi saluto Simone, tra i Bibì e Bibò che frequentano di tanto in tanto questo sito. Prossima data giuro faccio un post serio. Adesso proprio non ci riesco. Sto ancora ridendo.
No, non per i Bibì e Bibò.
The shining.
Forse una cosa mi sono dimenticata di dire, su questo sito tragico. Sono un'appassionata di cinema, ma - ovviamente - questo non è il modo corretto di dirlo. Ho delle fissazioni cinematografiche. Questo è il modo corretto di dirlo. Cioè non mi troverete mai a discutere con chicchessia di un film. Io non parlo dei film. Li guardo. Poi li smonto. Isolo un aspetto, un elemento. Generalmente l'elemento è l'emozione. Ma è riduttivo definirla così.
Non ho la stessa sensibilità degli altri a proposito della bellezza di un film. Non mi importa se il piano sequenza iniziale di Quinlan ha fatto la storia del cinema, a me di quel film piace il rapporto perfetto tra la musichetta e Marlene. E i gioielli finti di Marlene illuminati dai riflettori del set mentre la colonna sonora manda la musichetta.
Capite? Ma questo costruisce una storia del cinema del tutto diversa. Per esempio, non parlatemi nemmeno di film d'autore e di film di cassetta. Ritengo che alcuni film di cassetta siano stati degli imbrogli straordinari, nel senso che non so come possano essere stati film di successo: non ci ho trovato nemmeno un'emozione. Ma anche molti film considerati d'autore. Non mi metto a fare esempi.
O sì, ma solo tra i film di cassetta, per non urtare suscettibilità: Titanic. Direte voi, bella forza. No, la mia critica non riguarda il film in sé. Posso dirvi anche Hairspray.
Insensibili. Film insensibili. Ma non nel senso di un cool postmoderno. No, no. Morti.
Morti come Donnie Darko, non il film, il protagonista. Donnie Darko invece è un film sensibile, non vi preoccupate. Anche Elephant Man, sulla strage di Columbine. Ma, vedete, film insospettabili contengono l'elemento sensibile. Quinlan. Vado a casaccio tra i primi quattro titoli che mi vengono in mente. Ironman. La vita è meravigliosa. Dolls. Ragazzi, lo so che sono film di livello e di tipo diverso. Independence day. Furore. Chaplin, tutti i film di Chaplin. Non credo più che sia il carisma di un regista o di un attore.
No, la mia ricerca è psicologica. O forse, di una scienza che ancora non ha un nome.
C'era qualcuno, in tutti i film che hanno un momento sensibile, che ci stava davvero mettendo l'anima. Ripeto, ancora, non è una notazione da actor studio. Qualcuno ci stava mettendo un tipo di anima risonante con la mia. Magari era il terzo elettricista, che ne so.
Lo so che è strano a dirsi. Io sento la risonanza.
Forse è questo il problema, fin dall'inizio. La sento nei libri, la sento nei film. Forse voi non la chiamereste risonanza. Siete influenzati da un'altra parola. The Shining.
21 novembre, 2008. I buoni e i cattivi nella Letteratura Contemporanea sono una palla. Perciò ne parleremo in qualche modo bizzarro. Scusate ma è un periodo muy loco.
A lunedì.
21 novembre, 2008.
- E che palle con questo Thenardier.
Qualcosa mi dice che non volete che vi parli di lui. A meno che non sia in un racconto o in un romanzo. E in modo che non vi ci possiate riconoscere. Vabè.
I have to go, I'm going to the movie, to see a bad smart one. When I'll be back, we'll go step by step to the point: the villains. I think I could put here a file. See you soon.
I cattivi. E perché non i buoni?
20 novembre, 2008. Ma sì, chi se ne frega anche dei Thenardier. In fondo anche loro hanno diritto a una domenica della vita, no?
Poi il mio giudizio non riguarda la loro vita, riguarda solo il comportamento di Thenardier con me. Tutto lì.
Invece. Perché non parliamo un po' dei cattivi nella letteratura contemporanea? Già. Adesso penso a un pezzo sul villain. Il villain nel postmoderno è uno dei motivi per cui il postmoderno deve finire. Ci penso, recensisco un libro (brutto, e lo dirò) e poi scrivo.
Bellow docet: se sono matta, è tutto ok. E io sono ok, sono matta e sono Bellow (non vi viene in mente "Sono belli", che in latino vuol dire "al suono della guerra"?).
Tra l'altro: trovo mortalmente noiosi gli scritti del Collettivo Repetto, finitela di mandarli. O prima imparate a scrivere meglio, santiddio.
18 novembre, 2008. I promised. Non ho trovato niente di buono in libreria, fatta eccezione per la libreria stessa. Stamattina il caffè pompava vapore sulle pareti della cucina, una briciola di biscotto rotolava giù dal foglio, una tizia con un cappotto rosso camminava sotto le mie finestre e in vetrina un cappotto di misura piccola stava su un manichino. Noi siamo oggetti nelle mani della realtà, molto più che farne parte (per esempio: non cambierò queste frasi, solo perché sono sgrammaticate). Insetti che compaiono all'improvviso sul vetro e all'improvviso scompaiono. Cerchiamo da millenni un linguaggio per farci capire dalla realtà, come parlare con gli animali.
A volte ci si irrigidisce nel tentativo di parlarci tra noi. Ma è da lei che dipende tutto. Perdereste ancora tempo a discutere con le altre formiche, se la ruspa del cantiere stesse per passare sul vostro formicaio? Sì, ma per convincerle a spostarsi. Questo secolo è stato psicologico all'eccesso.
16 novembre, 2008. Altro giro, altro racconto: "L'uomo che non amava viaggiare". Non sto a rileggerlo.
15 novembre, 2008. Qui il post di oggi. Per inciso, vi vedo giocare, ma sto seduta sul mio gradino. Vi domandate mai... Niente, come non detto.
A condition of complete simplicity
(Costing not less than everything)
And all shall be well and
All manner of thing shall be well
When the tongues of flame are in-folded
Into the crowned knot of fire
And the fire and the rose are one.
15 novembre, 2008. Oltre a scrivere un romanzo, ho firmato questa petizione, sebbene la cosa non sembri riguardare i blog e siti individuali, ma i siti collettivi "con un'organizzazione imprenditoriale del lavoro". Che cosa significa? Che quelli che mandano in giro le newsletter devono registrarsi al ROC? O quelli che hanno una email funzionante? O quelli che si sono dati un nome? O quelli che mettono la data accanto al post? Beh, ne conosco una marea. Praticamente, conosco solo gente che ha un blog. Con un nome. E disturbanti newsletter. E perfino "progetti editoriali", non foss'altro che il classico "a presto, per la prossima puntata". Quindi. Invito anche voi a firmare: soprattutto per voi stessi; se il vostro blog finisce per .it , e vi siete trovati un nome, la cosa vi tocca.
14 novembre, 2008. Tutte le volte che tu alzi le spalle, o che io alzo le spalle, e sulla superficie del nostro mondo niente sembra muoversi, ci inganniamo.
Perfino il ricercatore che alllunga di un anno il percorso per la laurea, perfino il tizio che chiude un libro perché è troppo difficile, la madre che sbatte i figli davanti alla tv perché non ha voglia di accompagnarli a lezione di inglese, il vecchio barone che non cede la cattedra ma ripete da tempo una lezione che sa a memoria, il tizio che per la strada ride dicendo che tutto il mondo è paese, la vecchia che insegna ai nipoti ad infischiarsene, la bella gente che pensa alla propria fortuna e solo a quella,
questi sono gli ingiusti della terra.
Mi dispiace fare il verso a Borges, ma questa gente è colpevole, profondamente colpevole, e se mai scriverò un romanzo, dovrà essere una corte di giustizia dell'Aja per tutti noi, per questo secolo, me compresa.
13 nov 2008. Sulla differenza tra "C'est moi" e "Chez moi".
Agli Assistenti e ai Bestemmiatori.
Più che annoiarmi con Bovary Flaubert, annoiatemi con la tesi di Eliot su "separazione tra uomo che soffre e mente che crea".
Ma vi dirò, non annoiatemi del tutto.
Il tizio che si pone continuamente di sbieco con la frase "Ma questo l'ha detto già e meglio Turlupinier o Des Imbroilles nel '600", si consideri esonerato dal consesso modernista.
Con la scusa che Euclide aveva già e meglio detto tutto sulla geometria, abbiamo perso 2000 anni di curvature dello spazio. Capisci quindi? Fuori.
13 novembre, 2008. L'uomo si chiama Giuseppe Antonio, o Paolo Andrea, eccetera, e di mestiere fa la guardia giurata al proprio romanzo.
Egli l'ha lungamente vegliato. Durante il trasferimento dal furgone valori al caveau della banca, Giuseppe Antonio, che all'inizio della carriera assisteva a questa fase esercitando i propri organi dello stupore, dirige con stile il carico dei muletti e i turni di guardia lungo il percorso. Ora che il romanzo dorme placido nei sotterranei della banca, Giuseppe Antonio inganna il tempo, attento, sorvegliando la strada. Un occhio fino potrebbe obiettare che il denaro custodito dalle guardie giurate in genere non è di loro proprietà, mentre il romanzo è in effetti di Giuseppe Antonio. Occorre rispondere che, sebbene la custodia del romanzo garantisca a Giuseppe Antonio la sussistenza o la vita tranquilla - dipende dagli istituti - il romanzo in sé non appartiene al nostro uomo. Egli l'ha scortato in banca sapendo che i proprietari sono in realtà persone di nome Gian Paolo Luigi, Loredana Francesco, Carla Gamberetta. Per loro l'ha protetto, per loro l'ha sorvegliato. E loro un giorno verranno e lo spenderanno come vogliono. La parte che mi interessa di tutta questa parabola bancaria su gente che ha come filosofia della vita divertirsi la sera e nel weekend, è proprio il trasferimento e la sorveglianza. Occorre immaginare i sacchi del romanzo che vengono trasportati dal furgone alla filiale bancaria, l'uno dopo l'altro: contengono buie segrete, killer fantastici, famiglie originali, amori di tutti i tipi, quartieri cadenti, fabbriche vuote, gangster, dittatori, editori metaforici, e tutte quelle mossette e piroette che costituiscono uno di questi mondi. Giuseppe Antonio deve garantire che questi mondi siano ben chiusi nei sacchi e che così chiusi scendano nella cassaforte. Ha condotto il trasporto fin laggiù di persona, come un pifferaio magico. Ora deve garantire la proprietà e la separatezza di quei mondi. Affinché il mondo raccontato nel romanzo sia un possedimento cinto, sorvegliato e ben separato dal resto. Quindi ritorna sulla strada, e si mette a fare la guardia: il mondo che gli passa accanto sul marciapiede può nascondere ogni tipo di pericolo. E' un mondo cattivo, o comunque estraneo, e che non vale niente. Il vero mondo, e comunque il solo che valga qualcosa, è giù nel caveau. Secondo Giuseppe Antonio.
12 novembre, 2008. China sulla lettera di Fitzgerald alla sorella, decido all'improvviso che ho sempre avuto troppe sorelle anch'io.
11 novembre, 2008. Novemila farfalle.
Luciano mantiene la sua promessa, prepara lo scafandro per uscire senza essere contaminato. I lepidotteri sono incollati su tutti i vetri delle finestre e camminano sulla balaustra del terrazzo a pochi metri dalle impalcature del palazzo pericolante. Quindici mezzi dei pompieri hanno bloccato le strade.
“Novemila farfalle.”
Novemila farfalle saranno liberate durante l’annuale festa della primavera, per la gioia di bambini e appassionati della natura. Tolta l’insensatezza della frase – è mai esistita una prigione per farfalle? – io posso credere che “i bambini e gli appassionati della natura”, se esistono, vadano in in visibilio per una farfalla, due al massimo, viste in un prato. Luciano misura il sacchetto di plastica intorno al collo e annuisce a se stesso, sfilando la testa. Oppure dieci farfalle, in un documentario. O quaranta, viste nella teca di un museo e tenute ferme dagli spilli. Ma novemi… Novemila farfalle?
Novemila farfalle sono una valigia di insetti. Luciano pensa a una valigia di insetti vivi passata attraverso il metal detector di un aereoporto, e non sa perché. Pensa a una guardia che apre la valigia di insetti e li scopre ammucchiati come un tesoro di monete semoventi, i corpi striscianti che cominciano a insinuarsi fuori dalla valigia. Pensa all’uomo che trasporta la valigia di insetti, votato alla distruzione. Sono alcuni dei pensieri che non riesce a tenere lontani. Lo infastidiscono al punto che lascia i sacchetti di plastica con cui sta armeggiando e guarda di nuovo verso i vetri. Gli insetti già mezzi morti, con le ali appiccicose e i sensi confusi dalla concentrazione orgiastica di feromoni, picchiano sulle finestre l’uno contro l’altro e camminano cercando posto in quell’alveare di corpi.
Come hanno fatto a contarle? Non sembrano novemila, sembrano milioni. Dalle impalcature del palazzo di fronte, oltre la cortina di ali, un altro pompiere fa segno a Luciano di uscire.
Le strutture di sostegno sono percorse in lungo e in largo da uomini in tute di sicurezza che fissano corde e dirigono in aria il volo di reti d’acciaio. Da sotto gli elmi, attraverso i respiratori, lo spiano quando compare alla finestra, e gli fanno dei segni. Pochi istanti dopo quei segni, suona sempre il telefono. I respiratori sporgono dagli elmi come proboscidi arrotolate di falene.
“Amico, sblocca l’ascensore o veniamo su con l’autoscala,” dice la voce di uno degli uomini con l’elmo. Il rumore di fondo è quello di novemila farfalle che invadono l’aria. Ronzano, piovono, la città le calpesta, le respira, parla con la loro voce.
“No, domani. Domani, domani.”
L’ascensore si apre direttamente nel tinello. Ho fatto appena in tempo a raggiungere la leva di sicurezza dell’impianto. Ho tappato tutte le fessure. Ma sto bene, controllo le grate dell’aria condizionata, preparo lo scafandro per uscire. Nemmeno io sono così pazzo da voler morire schiacciato da un palazzo che sta per crollare.
Lo scafandro è appeso a una gruccia, costruito con vari strati di sacchetti di plastica fissati con il nastro adesivo, come un bozzolo. Bisogna prepararsi, prima di indossarlo, perché non ha buchi per il naso.
Ci sono delle mattine tristi in primavera, quando la luce diminuisce all’improvviso e il sole è oscurato dalle nuvole. Il tempo cambia in un attimo, diventa irrimediabile e deludente, interrompe il discorso serio che uno s’è preparato, fa diventare inutili tutti gli sforzi. Io guardo il cielo, non è che non lo guardo. Ma non lo vedo. Vedo invece delle larve alate che si contorcono sul vetro, e in quel momento non mi ricordo del volantino che ho trovato in portineria. Delle novemila farfalle. Della festa di primavera. Mi copro gli occhi, in quel momento, perché penso che sono morto, e che gli insetti mi stanno mangiando, e che a dispetto di quello che tutti credono, sebbene io non senta più quasi niente, qualcosa ancora sento. Solo dopo, molto dopo. Solo dopo, mi ricordo che oggi è il giorno della festa delle novemila farfalle. Tra le dita, sotto le lacrime, dietro gli occhi, me ne ricordo. Ma è tardi, in un modo che non posso controllare, è troppo tardi. Ho cominciato a sentire il rumore che fanno. Di insetto e di ali.
A mano a mano che infila lo scafandro in cui uscirà di casa, Luciano chiude le fessure dei sacchetti con altro nastro adesivo.
(Ida Bozzi, 11 novembre 2008- 11 settembre)
9 novembre o dicembre, 2008.
Che cosa volete, un racconto?
8 novembre, 2008. Questo mio intervento appare oggi sul sito dell'"asburgico" Serino (con tutto l'affetto, Serino, sai che abbiamo idee diverse. Ho quasi idea che perfino tu abbia idee diverse da te stesso!):
"L’elezione di Obama è molto importante nella storia degli Stati Uniti (non così inesistente come credono gli etruschi e i restauratori asburgici) non soltanto perché avviene con l’ovvia sconfitta dei repubblicani. Una sconfitta che i repubblicani sanno di essersi meritata.
Ma soprattutto perché viene da una vittoria di Obama su un altro importante avversario, la signora Clinton e tutto l’entourage. Obama è davvero Obama? Non lo so e non me ne frega niente. So che è sulla sua figura, proiezione, carica simbolica ed età, e anche “pulizia” e “novità”, che gli americani adesso si sono dannati per lavorare. Dissento sul fatto che l’America sia una nazione di ultrasessantenni: può darsi, ma tra quelli che hanno votato, e la differenza tra le due popolazioni è da non dimenticare, ci sono i giovani e “the adults” di tutte le diverse etnie. E loro hanno votato Obama, non McCain e, con un’eliminazione storica alle primarie, nemmeno la Clinton.
Sono colpita dalla piega che hanno preso queste elezioni, colpita dalla sicurezza e dall’entusiasmo con cui gli americani, in un momento di crisi estrema della loro storia, hanno evitato di eleggere due icone dell’esperienza, del compromesso, dell’abilità consumata, interna ed esterna – cosa che avrebbe fatto chiunque. Tranne loro, e qualsiasi nazione incredibilmente giovane da qualche altra parte nel mondo.
Non so cosa succederà adesso. Non mi azzardo nemmeno a occuparmi di quello che accadrà tra gli Usa e il resto del mondo. So che a livello di questione interna, degli Stati Uniti in se stessi, questa è una nuova fondazione, e lo è prima ancora che Obama-whatever entri alla Casa Bianca."
Ora mi risponderanno che tanto la Clinton tornerà fuori come ministro della sanità. E mi toccherà rispondere loro che c'è una bella differenza. Abissale.
Intanto, non perdetevi questo servizio "straordinario" su Onion News Network (ONN), dedicato agli Obama-addicted, per i quali si mobilitano scherzosamente polizia e organizzazioni umanitarie. Ok, let's have fun, folks.
(I'm packing my bags, am I wrong?)
7 novembre, 2008. I giornali in America il giorno dopo il Super Tuesday sono esauriti: fate caso alla cosa. La parte più interessante di questa vicenda riguarda i pence, i quarti di dollaro, i cinque dollari, i pezzi da venti. Tra le grandi fortune americane che hanno fatto questo candidato, oltre ai colossi economici di sempre, c'è un nuovo gigante finanziario, Mr. Cluster, uomo collettivo fatto con le monetine. Non chiacchiere, la raccolta dei fondi è stata fatta casa per casa.
Molto più che la questione politica, economica, razziale, sto osservando insieme ad alcuni scelti conversatori la questione generazionale. E' un quarantasettenne eletto da venti-trenta-quarantenni. C'è anche un altro elemento. Se osservate la sua espressione, potete capire che cosa mi interessa. Uno cui muore la persona-più-importante-della-sua-vita il giorno prima di diventare presidente-eletto degli Stati Uniti, beh, è uno da guardare. Qualcun Altro lo sta tenendo d'occhio.
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Finisco oggi con un autore, mi raccolgo un momento e poi vi racconto, come posso, perché gli alberi hanno la corteccia, e che cos'è che sento, e che cosa calcio per la strada in un pezzetto di mattone. Il solito proclama sottovoce di ogni settimana.
5 novembre, 2008. Yes, they can.
3 novembre, 2008. Ogni famiglia felice ha reso qualche altra famiglia infelice a modo suo.
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3 novembre, 2008. I libri che non sono riuscita a leggere nel weekend nonostante le ottime premesse. Dawkins: la sola idea che il Dna "non si fa menate, semplicemente è" mi ha fatto pensare a una sorta di divinizzazione atea e dove c'è divinizzazione io comincio a disegnare schemini e tabelle, e addio lettura. Doyle: l'ho prestato prima ancora di aprirlo. Grandes: avevo mal di polso e non son riuscita a sollevare l'oggetto. Updike: l'ho prestato perché fa il tifo per McCain. Pessoa: l'ho iniziato, ma non voglio restare sola con lui. Calasso: l'ho aperto a caso e l'ho richiuso di proposito. Cioran: mi ha provocato un'irritazione generale e non è il momento di rispondere a tutte le provocazioni. Un vecchio Carver: non ce la faccio in questi giorni a leggere Carver, mi sembra di guardare fuori da un quadro.
Alla fine come al solito mi sono messa a scrivere, tuttavia sentivo nella testa la voce dei modernisti che dicevano: devi scrivere l'episodio di Best! e mi sono addormentata.
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Questa Modernista ha sette giorni. Benvenuta Valentina!
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Londra, FØer Oer, Cork. Saint Denis, Toledo, Les-Eaux-Bonnes. E mandarvi cartoline da ciascuno di questi posti. Quando? Quando esco da codesto mood: lasciate perdere le questioni canterecce, vi ricorderà qualcuno. Il tipo somiglia peraltro a mio fratello... (ci avviciniamo a una mia apparizione su questo sito?). Anzi, a una via di mezzo tra mio fratello e Fabrizio.
2 novembre, 2008. Conseguenza di grandi mali, il suo umore predatorio era ben affondato dentro di lei (di me). Le sarebbe riuscito molto difficile dire come si era formato, invece, il simulacro mite di cui si era vestita. Aveva preso esempio dagli elementi più disparati, raramente umani. Per esempio, copiava il modo di tenersi a tavola da un lontanissimo thè con le bambole cui aveva assistito da piccola, ospite di una compagna di scuola.
In questo modo, riusciva ad avere relazioni sociali, e conosceva molte persone. Ma non appena scioglieva la celluloide della propria espressione, si trovava ad affondare le dita nella materia altrui, un lattice ben spesso che si espandeva sotto una superficie di sottile pelle umana.
Sapevano mangiare e bere imitando la sazietà e l'ubriachezza: non riusciva a capire come facessero, e li osservava per coglierli nel momento in cui gli ingranaggi si bloccavano o le resine imputridivano. Ma questo non succedeva mai.
2 novembre, 2008. La questione, anzi the question, is. What if.
E' ovvio che sto pensando a Obama. Se vince, se perde, se ha importanza che vinca o che perda. Se dietro la vittoria o la sconfitta c'è non tanto un cambiamento (già avvenuto) nella politica finanziaria mondiale, ma la scelta di affidare la gestione del cambiamento a uno o all'altro.
1 novembre, 2008. In Vaticano la Pontificia accademia delle scienze discuterà a porte chiuse fino al 4 novembre.
31 ottobre, 2008. Canto di Halloween.
Sono tutti morti, questa volta è successo davvero.
Mario si muove all'interno della casa e in giro per la città (e in se stesso) con la medesima cautela, di ospite. Si sforza di mantenere sul viso un'espressione neutra, quasi benigna - tuttavia non troppo benigna, perché non vuole che gli Altri credano che non si trova nel suo pieno diritto. E non vuole crederlo egli stesso.
Sono tutti morti. Gli amici i parenti i figli i conoscenti. I discendenti gli eredi gli ascendenti i corrispondenti.
In questi primi giorni, Mario non riesce a nascondersi un certo crescente allarme. L'ultima persona con cui aveva un legame, la cugina di Viterbo, è morta martedì.
Si trova nella bizzarra condizione di essere un perfetto estraneo per il resto del mondo. Una condizione che desta un'inquietudine mordace: ogni mattina, mentre intinge la fetta biscottata nel caffelatte, sente uno strano brivido che non è solitudine.
I vicini di casa sono scomparsi da tempo. I negozianti del quartiere hanno chiuso gli esercizi durante la recessione. Un postino che consegnava la posta nel quartiere è stato sostituito già il mese scorso.
L'agenda telefonica è un cimitero di lapidi numerate.
Mario guarda il nome di Monica, che venticinque anni fa lo lasciò e quasi lo uccise di dolore. Osserva il numero di telefono con affetto, come si guarda una foto sul cippo. Monica è morta per un'insufficienza renale, complicazione alla quale nella Villa Miranda, dove era ricoverata per demenza, non erano preparati. L'infermiera così gentile, che ha annunciato due anni fa la scomparsa "della cara signora" a Mario, non lavora più nella clinica. Mario ha provato a cercarla, non sa nemmeno lui perché, solo pochi mesi prima. Riflettere sulla demenza di Monica, se abbia o non abbia avuto un peso nella fine della loro storia d'amore, non ha più significato.
Sull'agendina, passa al nome di Sebastiano. Scomparso da dieci anni, in un frontale con la bicicletta sulla Statale dei Giovi, appena fuori Milano. Dov'è ora Sebastiano, se non in una roggia putrida, in un marciume naturale esteso all'intero mondo? Il crollo dell'importanza delle loro divergenze politiche, avvenuto un secondo dopo la sua morte, ha in parte trascinato con sé anche le opinioni di Mario. Quando osserva le rivoluzioni nel Sud Est asiatico alla televisione, socchiude la bocca per pronunciare un pensiero, ma si ferma prima di formularlo.
Non sente la solitudine. Sente come l'avanzare di una marea tutt'intorno. Così anziano, così solo, trova spesso chi lo aiuta per le scale o al supermercato. Tuttavia, è altra gente. Gente che lo osserva, con sguardi sorridenti e impenetrabili. Che non lo fa entrare realmente nella propria vita, ma si spende di tanto in tanto per entrare nella sua. Sottilmente insinuante.
Bada molto di più a se stesso, ora. Controlla allo specchio, più che i segni ingialliti di una malattia, o forse della malattia, la propria presenza. Scruta il proprio sguardo, che non diventi troppo canino o acquoso. Ma soprattutto si interpella sulla propria compiutezza, interezza, definizione. Si osserva. Osserva se l'aver dimenticato quasi tutto dei tempi della scuola, o dei suoi genitori, o dei suoi fratelli - è successo il mese scorso - ha lasciato dei segni visibili di un'incipiente estraneità a se stesso. Si mette alla prova con il dolore provato per la scomparsa dei suoi figli - vecchissimi, felici, sfortunati - per vedere se ancora quella familiarità resiste.
Resiste ma si addolcisce.
Presto dovrà cominciare a combattere.
30 ottobre, 2008.
“Gregor Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.” (Kafka)
“Quel martedì mi svegliai nello smorto evanescente attimo quando la notte vera e propria è ormai finita e l’alba non riesce ancora a farsi strada.” (Gombrowicz)
"Lo avevo conosciuto come bulldozer, samurai, androide programmato per uccidere, Uomo di Plastica e Uomo di Teatro, Divoratore di Sostanza Corporea (solida, liquida o gassosa), Buick Electra, camion Peterbuilt e anche, solo per una settimana, ponte sullo stretto del Mackinac. Ma è stato come lupo mannaro che Timothy Stokes, alla fine, esagerò davvero." (Chabon)
Ancora una volta, inizia un romanzo.
La storia di un cambiamento.
Un cambiamento ha un inizio, uno svolgimento e una fine. I testi sopra citati iniziano in realtà prima dell’inizio. Il grado di disinteresse per il “prima” è però variabile. Così come il loro nascere “in medias res”.
Kafka è direi il grado zero. Tutto il “prima” viene coraggiosamente reso implicito nella trasformazione.
Sul grado uno si colloca Gombrowicz. Gombrowicz mantiene – per un suo problema – un piede nella staffa del sogno. Il cambiamento del Ferdy resta, per molti versi, ancorato alla sensazione iniziale di sonno-veglia. E’ un espediente narrativo, perché
- consente a più riprese il ritorno al dubbio che si tratti di un sogno,
- comprende la possibilità di cambiare registro (tipica sterzata gombrowitciana)
- fornisce l’escamotage per l’exit. Si potrebbe confrontare l'escamotage del sogno nel Ferdy a quello di “American Psycho”, ma nell’alternarsi tra reale e immaginario di AP c’è troppo della questione postmoderna del relativismo realistico.
Che dire di Chabon? In lui, la metamorfosi è solo – lo chiarisce nell’incipit iterativo, con le alternative messe in forma di protasi e di elenco – uno dei molti aspetti di una realtà di per sé già piuttosto postmoderna.
Lo scarafaggio di Kafka è esemplare.
Commenti
1#.
E a noi cosa ce ne importa?
(il mitomane)
2#.
Niente, suppongo. A meno che non siate alle prese con la scrittura di un romanzo. Nel qual caso, sapete quale problema sto sollevando. Di quale confidenza vi sto mettendo a parte.
(ida)
3#.
emoticon che si muovono da vedere
(stalker)
4#.
@Ida
cioè vuoi sapere quale ci piace di più?
(Katia c)
5#.
No. Mi sto domandando quale piace di più a me. Mi sto domandando anche perché ho indicato questi tre inizi. Ma è un discorso complicato, magari non ne parliamo nei commenti.
(ida)
6#.
So di che cosa vuoi parlarmi. Del grado zero, grado uno e grado due di vicinanza al lettore. E sì, vince Kafka.
(il mitomane)
7#.
Sto parlando del rapporto tra straniamento e piani di realtà. La realtà di Kafka è il grado massimo di straniamento, ed esclude le altre possibilità. Meno straniante è Gombrowicz, che allunga la mano, con il sogno. Meno straniante ancora è Chabon, che è tutto dalla nostra parte, nel caos quotidiano. Questo in apparenza. Se invece si osserva l'adesione profonda, il massimo lo totalizza ancora Kafka. Kafka è basico.
(ida)
8#.
E' anche il più suggestivo.
(il mitomane)
9#.
abete nero
(stalker)
(prosegue su LaBorghesia)
29 ottobre 2008. Ma la sentite? Di che parla? Dell'inconveniente del nascere? Dovrebbe averlo dimenticato, oramai.
Allora, qui non si fa casino, non si disturba e non si dicono porcherie. Il primo che scrive ancora scemenze nei criteri di ricerca, scemo è, punto e basta. E se scrive cazzate, è un cazzaro. Cos'è, festa?
L'anima bella qui adagiata come perla in bianca fronte, faccia il piacere di produrre qualcosa, o non si lamenti se attira i perdigiorno. Cosa sono questi fogli e fogli e fogli di puttanate? Le lacrime, l'amore...
Una curetta per l'esaurimento nervoso, ché io non pago tot euro all'anno per leggere qui della partita a scacchi tra mia nonna e il cavaliere inesistente. E' sufficientemente chiaro? Chiaro per tutti?
Allora, lagna. Ti sei data una regolata e possiamo ricominciare, o no? Dico, O NO?
Commenti:
#1.
S...scusi. Ma lei chi è?
(ida)
#2.
Non sono fatti tuoi. Mettiamola così. Degli ultimi interventi salvo solo la poesia di Eliot e il pistolotto sullo "scegliere". Il pistolotto sullo scegliere lo salvo solo perché so - ma la mia pazienza ha un limite - che riguarda la mole di lavoro che stai scantonando sul romanzo. O anima bella. Hai fatto un buon lavoro altrove, e chi lo nega? Il pezzo sullo scrittore Taibo ti è riuscito bene (e anche questa storia, che "nessuno te ne ha fatto parola". Se ti ha chiamato Taibo stesso, ma di che ti vai lamentando? E poi non dovresti guardare, né di là, né di qua). Ma sul sito hai dato aria alle ragnatele.
Te la fai sotto , questa è la verità. Leggi "Nazione indiana" e tremi, barbiellina mia, perché i cattivi commentatori obiettano virgole e minuscoli ai laureati poeti. Leggi "Il Miserabile Scrittore" e ti inquieti, bitozzerina mia (a proposito, perché non ti chiami anche tu come Colette? Ida-e-basta? io dico: pensaci) per il mostruoso numero delle pagine viste.
Ssst. Ssst, no, cocchina. Senti me. Che tu sappia scrivere, non frega a nessuno. Che tu voglia vendere o no, non frega a nessuno. Ma che questo sito sia stato per molto tempo - ssst, ho detto - diverso dagli altri, te lo devi mettere in testa una volta per tutte. Gli altri scrivono una volta alla settimana. Gli altri hanno una pletora di collaboratori. Tu, no. E c'è un'altra cosa. Hai lasciato qui nero su bianco parecchia robaccia. Ma ci hai dato dentro anche parecchio. Perciò. Cos'è che ti manca. Un incipit? Vediamo come iniziano gli altri. Ragionami, domani, su come iniziano gli altri. Ok? Intanto, pensa a Chabon.
"Lo avevo conosciuto come bulldozer, samurai, androide programmato per uccidere, Uomo di Plastica e Uomo di Teatro, Divoratore di Sostanza Corporea (solida, liquida o gassosa), Buick Electra, camion Peterbuilt e anche, solo per una settimana, ponte sullo stretto del Mackinac. Ma è stato come lupo mannaro che Timothy Stokes, alla fine, esagerò davvero."
Domani, compito, voglio un ragionamento su 'sta roba.
Altra cosa. vuoi tornare al Courier o restare in Verdana? Non si legge un tubo con il Courier. Vedi tu, ma io ho sentito la gente compitare.
(scrittorelle che non sanno far andare le dita, guarda, mi allappano la lingua, mi mi mi... ma non lo so, io!)
Un'altra cosa che mi è venuta in mente adesso. Qui non si capisce niente: cos'è questa roba, con l'ultimo intervento sopra, il primo in basso? Sarebbe un blog? Ah, bah. Non ci capiremo mai, se continuiamo così.
(il mitomane)
#3.
In effetti. Sa, ho appena letto un pezzo di "La poesia e lo spirito". Beh, sono importanti, scrivono bene, sono così dolci, hanno dei sentimenti così...
(ida)
#4.
Sì. E il tuo romanzo invece è cattivo e impuro. Molto cattivo. Molto impuro.
Oh, cocchina, ma non lo capisci che questa è la tua vita? Che non la vivi con i fiocchetti degli altri, ma con le tue ginocchia sbucciate? Parentesi. Ho finito le sigarette. Andare. (ore dopo) Oh-oh. Gio-iaaa! Senti. Che cosa ne dici di mettere un banner sul sito: questo sito sostiene Obama? Così, a grandi linee. Gioiaaa. Dormi già? Troppo bello Chabon? Ma come, ho letto oggi non so dove che lo danno come il nuovo Mailer. Aspetta aspetta, che mentre questa dorme io le capovolgo le date nel blog. Vedere?
(il mitomane)
#5.
Ha ha, fatto. Domani chi la sente!
(il mitomane)
#6.
piedi nudi nel fango
(stalker)
#7.
Eccolo qua. E ti sarai sporcato, no?
(il mitomane)
#8.
Ma questo chi è?
(TMF Outer Space)
#9.
Ciao Mitomane, mi sei simpatico. E' Cioran quello che citi all'inizio?
(Katia Colussi)
#10.
bareman sull'identità
(stalker)
#11.
@stalker
forse intendi Bateman, o Bauman
(Katia c)
#12.
L'incipit di Chabon non è particolare, ma capisco a che cosa ti riferisci. E' molto difficile scegliere come raccontare qualcosa. Ed è un argomento di cui i Morti Viventi non si occupano.
(gasprokan)
#13.
Finiti gli Svedesi... Vai con i lupi mannari. Bravo gasprokan, si parla di questo. Questo è il solo sito nell'etere in cui si parla di problemi di quest'ordine.
(il mitomane)
#14.
Arrivo con il pezzo sugli incipit. Meglio se state zitti.
(ida)
#15.
lieto fine inventato cappuccetto e la nonna che si accorgono in tempo delle intenzioni del lupo e si difendono
(stalker)
#16.
questo stalker ci è familiare, vero?
(il mitomane)
