SETTE MODERNISTE
EPISODIO QUATTRO - Piccoli e vicini
ModeRN
La raggiungo.
“Presa!”
Non l'ho nemmeno toccata. Dogma volta la testa e mi guarda, sbandando appena, senza smettere di camminare. “ModeRN, bello scherzo.”
Mi affianco a lei lungo l’argine della strada, soffiando nuvole di vapore dalla bocca. “Un mostro del bosco ti avrebbe già divorata. Posso accompagnarti?”
“No,” mi risponde, dura come il ghiaccio. Forse sto diventando misogino, ma mi diverte vederla stentare e slittare, sullo strato di neve appena caduta, mentre tenta di accelerare il passo per allontanarsi da me.
“Nemmeno io ho ancora visitato i paraggi,” continuo, provando il nuovo tono convenzionale al quale ho deciso di attenermi, “ma questa non è l’ora migliore per una passeggiata. Senza un’anima in giro, tranne forse quelle dei mostri, e su una strada che è un canale senza uscita. Guarda come sono alti i bordi: e se arriva uno spazzaneve, se arriva una macchina, come facciamo? Bisogna buttarsi da una parte...”
“Strano, ModeRN, oggi capisco quello che dici,” mormora Dogma, e controlla di sottecchi i muri di neve compressa alti un metro, per metà gialli di fanghiglia congelata, tra i quali camminiamo. Il tono convenzionale funziona. Evito di dire che davanti a noi il viso smunto della montagna declina verso Sud, ancora da radere, con peli di abeti lungo la smorfia delle cime, e che la schiuma umida si stacca a falde, scivolando nel catino della valle. Evito anche di osservare che lo specchio è bianco, opaco di nuvole.
“Tanto per cominciare, il mio nuovo nome è Pointer Perry.”
“Poirot chi?”
“Pointer. Pointer Perry.”
“Pointer, come i cani.”
“Sono il nuovo segugio della Casa, ora che Hard s’è messo a riposo.”
“Un segugio, tu!”
“Sì, io. Ecco, senti? Dico solamente “io”. Non alludo, non frantumo, mi tengo stretto a questa mostruosa (e forzata, e incatenata, e prometeica, e illusoria, ma a voi piace) unità. Io. Io sono io. Tutto si fa più chiaro, i colori delle cose sono i colori delle cose, la neve è bianca e gli alberi sono verdi, io sono più piccolo di questo mondo, non è possibile che quell’abete scompaia se mi volto, e così via.”
La sento ridacchiare. “Non è così semplice.”
“Certo che non è così semplice. Mi sforzo un po’, mi trattengo. Vorrei fumare, ma ho smesso.”
“Questa è un’analogia: ci sei ricascato, modernista. Noi diciamo in quest’altro modo: “è come se io fossi uno che ha smesso di fumare...” eccetera eccetera. Capisci? Noi usiamo la similitudine, tu usi l’analogia.”
“L’abbiamo detto entrambi, non è così semplice. Mi sento come se dovessi tornare alla geometria euclidea dopo una villeggiatura intorno a un buco nero. Toh! Sono stato bravo? Ho usato una normale similitudine.”
“Bravissimo. E che cosa devi scoprire, detective?”
“Devo capire che cosa significa una frase di Post sul Catalogo degli Universi.”
“Che frase?”
“Una frase sul numero dell’Universo da scegliere, il sette o il quattordici.”
“Aaah.”
Per qualche istante, evitiamo di parlare. Io sto preparando un lungo elenco di vantaggi che un investigatore modernista ha su un comune detective delle tre dimensioni. E lei sta cercando il modo per spiegarmi, ne sono sicuro, che c’è un’ulteriore frontiera nel realismo, la sua, quella che non consente neppure le similitudini. Ma non trova il modo di esprimerla senza usare almeno la similitudine del codice genetico, e così si morde le labbra con i piccoli denti puliti. La guardo, mentre cammina accanto a me. E' carina, così. Forse, tra i vantaggi del detective modernista c’è anche una semplificazione dell’amore. Certo Dogma non è Post, la carta del Giudizio, ma ha una rosa di capelli cortissimi che riflette la luce in tutte le direzioni, con variazioni di tono quasi ipnotiche. A guardarla, quella rosa, sembra il progetto elementare di una chioma di donna, il circuito stampato delle origini, e fa venire voglia di accarezzarla, plasmandola al primo sudore, asciugandola con una seconda carezza. Ho bisogno di un corpo profumato con poco, odoroso d’aria, più leggero del mio; e mentre cammino, per un po’ inspiro profondamente, riempiendomi i polmoni di fantasie.
“E quella, che cos’è?”
Dice, all’improvviso. Oltre una curva di ghiaccio, sulla sinistra al di là della muraglia di neve, c’è una casupola grigia.
“Sembra una chiesetta.”
Scavalchiamo l’argine di neve, stringendoci le mani e aiutandoci a vicenda, e ci avviciniamo alla casupola sprofondando nella neve soffice del bosco.
“Non vedo simboli religiosi di nessun tipo. E la pietra non sembra di queste parti. Grigia. Porosa. La costruzione è stata rinforzata di recente, nell’epoca del calcestruzzo. Ha qualche rinforzo, vedi, qui e qui.”
Dogma mi osserva a bocca aperta: “Non ti si riconosce, ModeRN. Sembri un vero detective. Entriamo?”
La porticina di legno è chiusa, ma cede subito, trattenuta soltanto da un pezzetto di filo di ferro arrotolato. Dentro, l’unico vano è completamente vuoto. Il soffitto è il tetto di tegole dissestate, da cui pende una stalattite di ghiaccio.
“Non ci sono immagini sacre nemmeno qui, direi,” alza le spalle Dogma. "Sarà un capanno di cacciatori."
Torniamo fuori e ci muoviamo intorno alla casa, lentamente, osservando il muro guasto, che è in disfacimento nonostante i vistosi rattoppi. “Non ti pare strano?” dico, “Non hai notato come tutto è sempre curato da queste parti? Se c’è una panchina, è verde e sembra ridipinta ieri. Se c’è un bivio, c’è anche un cartello, anzi due. Se c’è una baracca, è intonacata e imbiancata come nuova. Questa casa invece sembra in rovina...”
Dogma ricorda, all’improvviso, che l’assistente di Snow White, Nick, le ha parlato di una cappella con dei teschi, lungo la strada.
“No. Impossibile. Su queste montagne a volte si trovano sculture che rappresentano Ponzio Pilato, i Ladroni o altri personaggi del racconto evangelico. Ma non ci sono mai sculture macabre...”
Ricordo una foto. Io indosso ridicoli pantaloncini corti, calzettoni verdi e un berretto con una piuma, e il resto della mia famiglia mi spinge avanti verso il fotografo, ridendo. Mia sorella ha una mano davanti alla bocca, per non mostrare l’apparecchio fisso mentre sghignazza di me. E alle nostre spalle, si stagliano contr il cielo tre altissime croci sotto tre tettoie di legno, che a me sembrano case per gli uccellini. Fino a che qualcuno non me l’ha spiegato, da grandicello, io ho creduto che quell’immagine rappresentasse la famiglia in posa sotto tre nidi artificiali, e ho sempre tentato, perfino con una lente d’ingrandimento, di vedere i piccoli nelle casette. Vedevo lunghi pezzi di legno contorti, invece, e non capivo. Kalvarienberg, il Monte del Calvario, diceva la scritta a penna, dietro la fotografia.
Intanto, Dogma è scomparsa sul retro della casetta. Sento un ticchettìo, e una risatina nervosa. “Dici che non ci sono sculture macabre, detective,” urla la sua voce, “queste invece sono macabre davvero.”
La raggiungo. Sta toccando con le unghie il cranio sporgente di un teschio: ce ne sono due, incastrati tra le pietre. Sono scuri, consunti, e quasi completamente sdentati.
“Dogma, togli le dita da lì. Forse ho capito dove siamo.”
“Cioè?”
“Siamo su un Kalvarienberg,” esclamo, e vorrei avere con me la fotografia di famiglia, per mostrargliela, “un monte calvario.”
“Un monte calvario?”
“E’ una specie di monte sacro. Ce ne sono parecchi, sulle Alpi. Da piccolo, ho fatto qualche gita in montagna con i miei genitori.”
“Quindi questa è una chiesetta?”
“E’ una costruzione molto semplice, ma sì, è una chiesa. Togli quelle dita da lì.”
“Ma che cos’è un Kalvanenberg?”
“Kalvarienberg. E’ un monte su cui è rappresentata la Via Crucis. A ogni stazione corrisponde una cappelletta, una chiesetta o una qualche immagine sacra. Croci. Muri consacrati. Togli le mani da lì.”
Sta picchiettando all’altezza del naso, tra le orbite vuote, e non mi ascolta.
“E quante sono le stazioni della Via Crucis? Quante sono le chiesette?”
“Dogma.”
“Eh?”
“Dogma.”
Mi guarda. “Chiami me, o stai parlando di religione?”
“Chiamo te, Dogma. Togli le mani dalla faccia di quel tizio.”
Strappa la mano e si mette a gridare, e seguitando a gridare scappa nella neve, agitando le braccia come per scrollarsi di dosso qualcosa di sozzo. La chiamo, con voce tranquilla. Accarezzo i suoi strilli con il suo nome, piano piano, perché si calmi. Appena si accorge che al teschio, a me, alla casupola e a lei non è successo niente, i vivi tra i vivi e i morti tra i morti, si ferma e torna indietro.
“ModeRN sei un imbecille. Credevo che il teschio fosse diventato vivo.”
“Ma è vivo. Cioè, lo è stato. Non sono sculture, sono teschi umani. Sono consumati, anneriti, ma sono veri. Senti... Facciamo una cosa: andiamocene via di qua.”
“Credo che sia vietato dalla legge esporre dei veri teschi all’aperto. Non è rispettoso dei morti, o qualcosa del genere: chiunque può venire qui e... e toccarli, come ho fatto io. Forse dovremmo chiamare la polizia e farli togliere. O toglierli noi, e seppellirli. Chissà di chi erano. Chissà quanti sono. Ma mi stai ascoltando? ModeRN? Pointer Perry?”
Chissà quanti sono. Non è la domanda sbagliata. Quanti sono.
“ModeRN?”
“Dogma. Tu dici che Nick sa di questo posto?”
“Sì. Me ne ha parlato ieri, mentre aspettava di accompagnare Post e Hard giù all’albergo.”
Siamo di nuovo davanti alla chiesetta. Il sentiero del Kalvarienberg appare ora nitidamente, come una stretta striscia bianca che si inerpica nel bosco. Una volta, durante la settimana di Pasqua, i pellegrini salivano lungo il sentiero portando fiaccole e fiori, e fermandosi in preghiera davanti a ciascuna delle stazioni. A ciascuna delle stazioni della Passione di Cristo.
“Rientriamo alla Casa,” e mi volto per andare via.
Dogma si muove correndo e si mette tra me e la strada.
“Che cosa c’entra Nick con la chiesetta, che cosa c’entrano i teschi con noi, perché dobbiamo tornare alla Casa e perché sei spaventato. O me lo dici qui, o ti butto nella neve.”
“Buttami nella neve,” le dico, la sposto di peso e mi avvio verso la strada.
“ModeRN!”
“Ritorniamo alla Casa!”
“Mod, vai pure, ma vai da solo. Io resto qui, e salgo per quel sentiero, ha, ha.”
Mi volto. E’ già qualche metro più in là, e minaccia di allontanarsi, sul fianco della cappella dei teschi.
“Ascolta,” grido, “se ti dico qui quello che so, tutto quello che so, mi giuri che tornerai con me su alla Casa, subito?”
Si ferma e scende sorridendo, tornando con me sulla strada. Si spolvera la neve di dosso, e aspetta con gli occhi accesi, illuminati.
“Paura dei mostri dei boschi, eh?”
“Tu giura.”
“Giuro.”
“Sarai di parola?”
“Di nome faccio Dogma.”
“Allora ecco. Post ha detto quella frase incomprensibile, nell’altra dimensione. Ha detto che dobbiamo scegliere l’Universo in cui quattordici è minore di sette.”
“Quattordici è minore... Ma che vuol dire?”
“Non lo so ancora,” mi avvicino a lei, scrutandola con uno sguardo torvo, ”ma in genere, le Chiese di un Kalvarienberg sono sette.”
“Sette?”
“Sette.”
“Come noi,” commenta, con un improvviso ghigno.
“Ma le stazioni sono quattordici, come...”
Il ghigno si allarga: “Come i teschi! ModeRN! Pointer Perry!" esclama, ma il tono si sta deformando in un urlo stridente, "e pensare che mi sentivo così triste. Questa sì che è una scoperta eccezionale! Hai scoperto dov’è l’Universo che dobbiamo scegliere secondo Post! Nella casetta muffita!”
“Hai giurato. Adesso torniamo su.”
"La fortuna di un principiante: appena diventato investigatore, hai già capito tutto!"
"Non prendermi in giro. Potrei aver ragione."
Mi lancia un'occhiata sprezzante, poi riprende a sghignazzare: “Le chiesette sono sette! Ma... accipicchia! Non hai notato una cosa?”
“Quale cosa?”
“Che fa anche rima! Le chiesette sono sette, sono sette le chiesette! Ah ah ah!”
Cerco nella mente l’istante in cui ho pensato che questa donna avesse un corpo aereo, e potesse librarsi su di me; lo cerco, per cancellarlo.
"Ah ah ah!"
Per tutta la strada, a ritroso e in contropelo su per la montagna, verso la Casa, non faccio che sentire le sue risate.
(segue nell'episodio di Dogma...)
(di Ida Bozzi, pubblicato il 18 aprile 2007)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
