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<Mtopoietica>

 

- dal 2005, se è esistito -

 

Mitopoietica

 

 

Trasferito in Mitologia.

 

 

 

Chiuso. Leggi il cartello: il sito è chiuso.

O credevi che sarebbe andata diversamente? O pensavi che avresti trovato... Che cosa, che cosa ti serve, che cosa vai cercando, qui. Non lo sai nemmeno.

Io sono una piccola cosa, ma so chi sono e cosa rappresento. E se questo sito si spegne - e si è spento - forse lo capisci anche tu.

Sono dimagrita quindici chili dall'ultima volta che ci siamo visti. Tu non sai perché, io sì.

Faccio molta fatica ad esprimere il "mood" del periodo. Ma ci sono molte cose che mi interessano e per le quali sto studiando. Purtroppo, ho poco tempo.

Questa è l'ultima cosa che scrivo su questo sito per te.

Il mondo è grande, e tu ci sei finito dentro. Anche questo "tu" che senti, è già lontano da te.

Ritornerà la scrittura che toglie la solitudine a chi legge. Ma tu hai in tasca un dolore poco innocente, appesantito dal dolore degli altri, e non so se qui troverai sollievo.

Avevo promesso di sì. Bisogna che almeno io mantenga le promesse.

 

 

 

 

28 ottobre, 2008. Brutto periodo, brutta gente, brutti pensieri.

Sei una piega sulla terra del buio che ci aspetta. E questo mi faceva soffrire.

Buona famiglia Addams.

 

27 ottobre, 2008. Oggi Paco mi ha telefonato. Ma io ero di cattivo umore e non avevo voglia di parlare. Ero distratta e cantavo.
"Cercavo in te la tenerezza che non ho
La comprensione che non so

trovare in questo mondo stupido
Quella persona non sei più, quella persona non sei tu"

della Caterina Caselli, quindi vai a spiegare. Però gli sono molto grata, e so che un giorno ricomincerò a sentire il sapore delle cose. Quando ritroverò la voglia di scrivere. "E vallate col sole più caldo di te".


25 ottobre, 2008. Ho voglia di cambiare, di riempire una valigia e di dimenticarla a casa.

24 ottobre, 2008.

Ma questo è il mio sito. Non hai più nessun diritto, qui. Perciò, non ritornare per venire a raccomandarmi come si esce da questo e da quello, perché non sei mio amico. Quello che viene da te non è per il mio bene, perciò non venire qui con la faccia seria a dirmi che cosa è meglio fare in questi casi.

Hai altre cose alle quali pensare, adesso, e qualsiasi cortese degnazione ai casi miei da parte tua non può essere che distratta e affrettata. Non venire qui, tu e nessuno, a tagliarmi addosso i vestiti per un lutto, con quell'espressione da becchino che ha già in tasca i biglietti per la partita mentre passa a misurare il suo morto della domenica. Lo so io cos'è meglio per me, e se non lo so, comunque so che non è assopirmi o sopportare. E non scrivermi più nessuna lettera, nemmeno circolare, o giuro che la arrotolo, la appuntisco e vengo a piantartela nel cuore.

E quello io so dov'è.

Però mando un corriere, non voglio rivederti.

Mi hai preferito per farti le carezze sulla testa, me, che non ho testa. Ti sei strofinato addosso come in un romanzo sudamericano in cui le donne sono tutte mutande e piatti unti. O forse volevi un romanzo francese, dove qualsiasi scherzo visto dal buco di una serratura è l'amore. O imitavi il romanzo italiano, quel genere - lo istituisco genere, io, d'autorità, come ho già scritto varie volte sul giornale - in cui nelle scene di sesso tutto vibra, è sotto vibrazione, come in un eterno terremoto del Belice tra famiglie che hanno appena scoperto la tv a colori. No. Eravamo solo a tanto così dall'essere appena vivi. Sai il giorno, sai l'ora, sai che ci siamo guardati, e che lo sguardo di entrambi è sgusciato via di fianco terrorizzato, scandalizzato, scoperto (disgustato? imbarazzato? parlo per te, che devi render conto ad altri. Spaventato? stupito? e qui parlo per me), poi via via ironico, scherzoso, beffardo, un gioco, la scommessa. T'ho visto rifiatare. Sicuri e protetti. Infingardi, ma sicuri e protetti.

Io. Tu. Si vede che è questo che vogliamo (io pure. A dire la verità, io ho sempre pensato che tu lo facessi appunto per una qualche scommessa).

Si impara molto, forse troppo, a volersi mettere a scrivere perché non s'è letto mai niente che somigliasse a noi.

Si impara. Domani ti spiego cosa. C'entra "infingardi". C'entra la scommessa.

Fai bene a credere che io sono forte e che domani mi salverò. Fai bene a non sentirti eroe. Pensa un po', se si moriva lo stesso.

Rileggi bene queste tre frasi, appùntati la cravatta, mentre io smacchio il mio sugo di pesca.

(Intanto il pubblico dei vermi, direbbe l'I-ching, è rinfrescato)

---

La paura di volare. La carriera che è solo una briciola. Scrivere, ma.

Di quante cose, ora, mi toccherebbe trovare il vero significato? Pensavo che fossero lì per un motivo, che invece non è.

 

25 ottobre, 2008. E' tardi, adesso. I fili si staccano a uno a uno. Mi hanno staccato il telefono. Ti rido in faccia. Muoio io, ma muori anche tu. Dev'essere così che funziona, in realtà.

23 ottobre, 2008. Dio, fai che tutto ciò che mi riguarda scompaia dalla sua vita per sempre. Esaudisci in profondità questa preghiera, districa i fili e piano piano toglili al suo destino, dissolvi l'ombra, disperdi il senso. Cancellami.

Torno a Updike.

Anzi no, Eliot. Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock (la traduzione è quella di R. Sanesi, eccezionale)

S'io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
Senza tema d'infamia ti rispondo.

 

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d'ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l'insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono...
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d'ottobre
S'arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli -
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo -
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l'universo?
In un attimo solo c'è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: -
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti -
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte -
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E' il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D'uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?...

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata... stanca... o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po' a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta - e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l'eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D'affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l'universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? -
E' impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l'avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po' ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo -
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio... divento vecchio...
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l'una all'altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare le onde
Pettinare la candida chioma delle onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l'acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d'alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

 

 

22 ottobre, 2008. Dell'amore mi piacevano le cose che con l'amore c'entravano poco, o molto, io non lo so. La persistenza delle cose, la scia continua attraverso i frammenti in movimento, l'eco, come è continuo il finestrino di un treno in quei paesaggi veloci, rotti, buio luce, buio luce, delle gallerie.

Torno a Updike.

20 ottobre, 2008. Eccoli lì, sdraiati avvinti nel nido che si sono scavati nella sabbia - lui mormora qualcosa nel collo di lei. Passerò i prossimi giorni a leggere Updike (da cui la citazione del collo annidato) e un libro che devo recensire (ops, due). E a scrivere partendo da uno schema tracciato su un foglio qualche giorno fa. E a riposarmi.

Ringrazio le persone che hanno preteso molto da me in questi ultimi mesi, esaurendo la mia pazienza. La pazienza non è un bel sentire, quindi sono contenta di averla finita. Le cose diventano più facili. Leggo un libro che più quadrato di così non si può (no, dico, Updike), e posso farlo per puro divertimento personale. Tutto viene a proposito.

Mi dispiace, non nutro i sentimenti di rivalsa che forse sarebbero graditi. Provo solo una grande stanchezza, neutra, fisica, e dentro sento una musica mia, bella. Dopo tutte le chiacchiere, è bello svuotare il vaso nell'orto e lasciare che si riempia di altra pioggia, pioggia nuova, pioggia azzurra, pulita, trasparente (suona già come Updike, ma per un paio di giorni andrà così, da Pulitzer).

Quando ci vediamo di nuovo? Oggi un tale per strada ha infilato il telefonino sotto la mia gonna: dopo i tre secondi migliori della sua vita, me ne sono accorta e ha passato i cinque minuti peggiori. Ecco, sono sicura che da qualche parte, online, mi troverete anche voi.

19 ottobre, 2008. Quindi, tenetevi i vostri tabelloni, la visione della realtà (vedi post del 18 ottobre). Ma.

Sì, certo che c'è un "ma". Se questo sito non fosse dedicato a Gantenbein sarebbe dedicato a Epitteto, quindi c'è un "ma".

(Diamo l'intonazione a questi lettori, via. "Voi" in questo caso significa "noi", e "noi" dalla nascita del sito significa "lo scrittore io, o tu, o noi"). Eccolo, il "ma".

Anche se andate avanti con i vostri tabelloni stretti al petto, in modo che nessuno ve li possa strappare via, qualsiasi cosa vogliate dimostrare a chicchessia, non ci riuscirete.

Non per il fatto che non sarete in grado di vedere nel futuro, di capire il vostro mondo, di trovare tutte le risposte e tutte le domande, di essere geni e di sapere anche scrivere.

E' molto probabile anzi che tutte queste cose riusciate a infilarle l'una dietro l'altra, con maggiore o minore visibilità e coraggio.

Ma.

Uh, questo "ma".

Ma.

Faccio fatica, è un "ma" difficile da dire in due parole.

"Ma" non ci sarà nessun chicchessia al quale in realtà dimostrare alcunché.

Il mondo di cui sapete tutto, dopo aver studiato per decenni il vostro cavolo di tabellone, sarà scomparso. Scomparso non significa trasformato in un altro interessante sviluppo del vostro ieri. Significa ribaltato, cancellato, infranto, polverizzato, distrutto e se non completamente distrutto comunque deprecato, meglio e più di quanto voi stessi, comprendendolo, lo abbiate mai deprecato.

Le persone che avete amato, e che continuate ad amare, saranno scomparse. Il che non significa solo che saranno morte. Ma anche. E non significa soltanto che avranno cambiato faccia un milione di volte dentro di voi come foto nelle cornici di una sala in affitto per matrimoni. Significa una tale quantità di cose che non basterebbero tutti i romanzi del mondo per compilare l'elenco. Scomparse significa che non rideranno più alle vostre barzellette. Significa che non ricorderanno più il vostro numero di telefono. Significa che avranno una malattia grave e che non riusciranno nemmeno a capire le vostre parole. Significa che vi confonderanno con vostro cugino. Significa che abiteranno nel loro paesino sui monti senza aprire mai un giornale. Significa che saranno andati in Indocina a seguire la loro fabbrica di cibo per gatti. Significa che non saranno così festose e appagate come avreste immaginato. Significa che avranno fatto, senza che voi possiate farci niente, la stessa fine di tutti i vostri compagni di scuola nelle fotografie, di quelli di cui ricordate il nome e di quelli di cui non ricordate il nome.

La persona che avete sostenuto per tutta l'intera vita, infine, voi stessi, il meraviglioso protagonista di tutto, l'attore numero uno, quello che a sedici anni si credeva il centro sfigato dell'universo e a diciassette si domandava se per caso non era egli stesso dio, quello che ha fatto o non ha fatto tutto, nella vostra vita, che ha sentito o non ha sentito tutti i sapori e i disgusti, tutti i desideri e tutte le sazietà, e al quale siete sempre (o quasi) ritornati dopo ogni ferita e ogni lancinante delusione, quello di cui avete chiesto notizia ai maestri, agli psicologi, ai religiosi, agli amici, agli amanti, ai medici, ai tarocchi, a dio... io non voglio sembrarvi così terribilmente pessimista, ma proprio questa persona, proprio lei, voi, io, l'abbracciatore di ossa, sarà scomparsa.

Il significato della parola "scomparsa", in questo caso, è pressoché imperscrutabile.

Diceva Francois Villon:

Puys que papes, roys, filz de roys,

et conceuz en ventres de roynes,

sont enseveliz, mortz et froidz,

en aultruy mains passent leurs resnes.

E il significato di quest'altra scomparsa, la scomparsa dei figli e dei figli dei figli, è perfino inimmaginabile.

Quindi non c'è nulla. Non ci sarà nulla. Vedrete il buio passare tra le vostre dita invisibili. Farà male, oh se farà male, come se ci passassero dei chiodi. Ma farà anche più male quando il male passerà.

Di fronte a tutto questo, o cederete o resisterete, capite che non ha nessuna importanza. Capite che non ha nessuna importanza se direte il vero o il falso. Se seguirete la verità o la bugia. Se sarete criminali e complici o se sarete eroi e martiri. Capite che non ha alcuna,

minima,

possibile,

importanza.

Perciò, vi resterà solo una cosa da fare. Alla fine di tutte le fini. Nel nulla cosmico.

Scegliere.

Se nonostante il nulla, davanti al nulla, direte il vero o il falso. Se seguirete la verità o la bugia. Se sarete criminali e complici o se sarete eroi e martiri.

E' veramente molto semplice.

Scegliere.

Io la vedo un po' così (ma io sono fantasiosa): sapete quelle onde, le onde gravitazionali, che vanno cercando, o la Parola, o la particella di dio, o la simmetria, o il senso di tutto. Ecco. A un certo punto Lui era lì, abbastanza indeciso se gettarsi ad abbracciare ossa (è Roth, per questo l'ho citato già due volte, qui l'avete letto tutti; mentre non avete letto Villon), o darsi alla pazza gioia o buttarsi nel fiume, o che ne so.

E a un certo punto ha scelto.

Non voglio dire "noi siamo la scelta". Forse noi non siamo niente, e Lui non è. O Loro - perché le scelte parrebbero due - non sono.

Ma.

 

 

 

(affanculo)

 

18 ottobre, 2008. Ancora una volta, l'apologo della differenza.

Non so spiegarvi la mia assenza dal dibattito letterario. Io la chiamo "la Svizzera", nel senso di un esilio che alcuni si ostinano a ritenere volontario. E che altri, invece, favoriscono e incitano. State attenti che con voi non giochino il gioco contrario, di distrarvi attirandovi sui loro siti.

La mia scrittura della giornata è stata, di sicuro, oggi, il momento in cui sono andata a prendere il nipote a scuola. Ho accompagnato il nipote in giro in metro. Il più scrittorio dei momenti importanti di oggi è stato quando ho indicato al nipote il tabellone delle fermate della metropolitana. Un cenno veloce. "Vedi? Mancano tre fermate". Si è voltato a guardare, e io ho continuato a parlare chiedendogli della scuola, convinta di vederlo voltarsi di nuovo verso di me rapidamente per poi condurre una normale conversazione su... No. Macché. Una testa voltata per tutte e tre le fermate che mancavano. Perché il tabellone, signori, è una meraviglia. Il tabellone, signori, ha le scritte per così. Il tabellone, è in alto. Il tabellone è lungo e pieno di simbolini e incroci con colori diversi. Le altre persone non guardano il tabellone. Ma a volte sì. Il tabellone si può leggere dalla fine all'inizio o dall'inizio alla fine. Come fai a imparare come? Nel tabellone si può leggere ma si può anche contare. Però si può contare dalla fermata compresa oppure anche dalla fermata esclusa. Le fermate vicine sono vicine anche nella città. Ma non così vicine. E poi il bordo di metallo nella città non c'è. E come si mette il tabellone nel bordo di metallo, quella è un'altra meraviglia. Perché non è appiccicato. E' infilato in una cornice solo sopra e solo sotto.

E mentre il nipote si divertiva in uno dei suoi primi viaggi in metro - Zazie mi viene in mente solo adesso, e solo perché so che viene in mente a voi - in effetti ciò che era incredibile era il suo essere voltato verso il tabellone, e le sue pupille dilatate quando alla fine dovevamo proprio scendere. E il salto enorme che ha fatto per scendere. E la faccia divertita di quelli che vedevano il salto enorme. E la faccia normale di quelli che il salto enorme non lo facevano più. E il salto normale di quelli con la faccia normale, ma anche di quelli con la faccia divertita. E lo spazio che ora occupano in più dentro se stessi rispetto a quando lo facevano enorme tutte le persone con la faccia normale ma anche divertita che fanno il salto normale. E le infinite diramazioni che da ciascuno di questi nodi partono in qualsiasi direzione.

Ora, il lettore che crede che in questo breve apologo io abbia parlato dello stupore di un bambino, o di quello di un adulto, di un tabellone e di metro, non sa cos'è scrivere, con tutto che si occupa di letteratura. Questo è un racconto sui lupi. Quindi è semplice: io non vado sui siti dei dibattiti letterari perché ho ancora da scrivere, grazie.

Non fatevi scippare dai fabbricanti di realtà. Impedite loro di mettere le mani rapaci sulla vostra capacità di visione, di rappresentazione, di testimonianza, non cadete nella trappola di guardare o non guardare ciò che vogliono. Tenetevi i vostri tabelloni. Smascherate il loro essere lupi. E lo sono tutti.

Tutti. A loro non importa niente di ciò che vale per voi. Non gliene può importare. E' nella natura del lupo. Ho sentito dire da un lupo, giorni fa, che "molte cose che si dicono sono già state dette". Ecco, solo questa frase, già detta, vale un pamphlet di cinquanta pagine, da scrivere. Che comincia con il primo giorno di scuola di ciascun essere umano mai vissuto.

Sia inteso,

anche un lupo, quando muore di fame, ulula e soffre e alla fine anche muore. Comprendete che soffre anche più degli altri, dategli il cibo se volete, ma non metteteci la mano.

Purtroppo, stiamo andando verso un'epoca in cui, più che in passato, i lupi sono pastori di pecore. Anche se la pensano come voi.

E fate attenzione perché proprio per questo, quasi sempre, a metà del viaggio, vi offrono la possibilità di farvi lupo a vostra volta.

Mi rendo conto che ci vorrebbero pagine e pagine.

Mi rendo conto che pecore è una parola offensiva.

Ma mi leggono soltanto i lupi.

 

 

17 ottobre, 2008. La conoscete, no?

I used to rule the world
Seas would rise when I gave the word
Now in the morning I sleep alone
Sweep the streets I used to own

I used to roll the dice
Feel the fear in my enemies eyes
Listen as the crowd would sing:
"Now the old king is dead! Long live the king!"

One minute I held the key
Next the walls were closed on me
And I discovered that my castles stand
Upon pillars of salt, and pillars of sand

I hear Jerusalem bells are ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can not explain
Once you know there was never, never an honest word
That was when I ruled the world

It was the wicked and wild wind
Blew down the doors to let me in.
Shattered windows and the sound of drums
People could not believe what I'd become
Revolutionaries Wait
For my head on a silver plate
Just a puppet on a lonely string
Oh who would ever want to be king?

I hear Jerusalem bells are ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can not explain
I know Saint Peter won't call my name
Never an honest word
And that was when I ruled the world



Hear Jerusalem bells are ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can't explain
I know Saint Peter won't call my name
Never an honest word
But that was when I ruled the world

 

 

18 ottobre, 2008. Finalmente un weekend libero. Adatto a leggere un racconto della Mansfield, la nemica della Woolf. In cui si racconta di un artista che...

"La giornata di Reginald Peacock", stupenda proiezione in avanti della vita di molti uomini che conosco e dei loro matrimoni risolutori. E' un vero peccato che questa Mansfield si lasciasse turlupinare dall'epoca (lei era spregiudicata, ma nell'epoca; non folle come la Austen finale, presente?), perché lo spirito del racconto è moderno. Eppure, l'insieme risulta poco leggibile, per via dei vezzi linguistici, delle reticenze tipiche dettate dall'ambiente. Ma vi prego di considerare la letterina della fan di Peacock, "Caro mr. P., lei fa sì che io mi chieda, come non mi son più chiesta da quando ero fanciulla, se questo sia tutto. Se questo mondo volgare sia tutto, intendo dire (...). Ps.: Questa settimana sono in casa ogni pomeriggio". E il nome dell'ansimatrice è Aenone Fell. Proprio il tipico nome, fateci caso. Manca solo l'emoticon di fianco. E poi lui che instaura questo regime allegro in casa, con il figlio che deve salutare sportivamente al mattino come P. ha visto fare nelle case nobili...

Pare che quando la Mansfield morì, la Woolf ci rimase male.

(ah: la traduzione del nome Peacock è decisiva)

 

16 ottobre, 2008. No, emoticon tranquille.

16 ottobre, 2008.

Shanti.

Si capiva che doveva essere molto bella e che i suoi capelli erano di una natura particolare, eterea, sottile; se ne vedeva qualcuno sollevarsi in controluce piegato o spezzato e si aveva la sensazione di qualcosa di estremamente prezioso. Però, a parte la stranissima dolcezza dei suoi capelli, il resto di lei sembrava meno fantastico a mano a mano che passavano i minuti. Diventava più scarna, la faccia le si gonfiava sotto gli occhi, il naso era lucido e più pallido del resto del viso. E continuava a sistemare con tutte e due le mani ciocche di capelli dietro alle orecchie, mentre guardava un punto fisso del tavolo oppure la faccia della cameriera o la ciotola di ceramica dell’insalata.

“E’ Shanti Marcangelo Mogue,” diceva la gente nella sala dell’insalateria. Tutto questo essere Shanti Marcangelo Mogue non sembrava venire direttamente da lei, ma emanava intorno come i capelli cotonati, color platino dorato. Un colore naturale, come quello degli occhi e delle ciglia nerissime.

Aveva chiesto alla cameriera un piatto molto particolare: “Se io ho visto una cosa, e poi succede un guaio, riuscirò a convincermi di non aver visto niente?”

La cameriera, Fifi sul bottone lucido cucito sul grembiule da lavoro, aveva avvicinato la penna per le ordinazioni alle labbra e s'era messa a guardare seria la modella, come per rispondere a una domanda complicata sugli ingredienti dell'insalata greca. Shanti aveva fatto ancora quel gesto di tirarsi i capelli dietro le orecchie, e aveva guardato su, verso il bottone di Fifi. I capelli erano talmente sottili che il suo team d’immagine, per gli allungamenti, s'era rivolto a un fornitore di materiali che vantava tra i suoi clienti anche la Nasa.

“Ti convinci di quello che vuoi,” aveva risposto Fifi, annuendo. Di solito non era così gentile.

“Riuscirò a convincermi?” mormorò ancora Shanti MM. Si guardava intorno agitata, ma non c’erano persone dall’aria pericolosa agli altri tavoli dell’insalateria. Gente con cui la sua assistente pranzava e cenava, colleghi della sua segretaria, dirigenti di settori pubblicitari che lavoravano per gli uffici dei giornali sui quali apparivano le immagini delle campagne, giovani manager che la nominavano alle cene con gli amici. Tuttavia era in preda al panico. Una ciocca di capelli le si impigliò in uno degli orecchini pendenti di strass, e lo scatto di dolore che attraversò Shanti fu violentissimo. Le fece rovesciare il vaso di fiori di segale che decorava il tavolo.

Fifi annuì, rimettendo a posto il vaso di fiori. “Io ho capito che bisogna non pensarci,” le disse.

Shanti sollevò gli occhi e guardò la cameriera con un’espressione di debole fiducia. “Sì?”

“Se c’è una cosa alla quale non vuoi pensare,” disse, “basta che trovi il modo di pensare a un’altra cosa. Funziona.”

Shanti allargò gli occhi sulla macchia d’acqua che lucidava il tavolo. “Cavolo.”

Uno dei tizi seduti a un tavolo vicino fece segno a Fifi di avvicinarsi. Si era sporto leggermente dalla sedia e rideva insieme ai suoi compagni mentre alzava il dito per chiamare la cameriera.

“Stanno per offrirti il pranzo,” disse Fifi, esperta, già materna.

“Ok. Grazie per avermi avvertito,” annuì Shanti. Cercava intorno la borsa, il cellulare, si spostò i capelli dietro le orecchie tre volte prima di decidersi ad alzarsi, ma alla fine si mosse. Con uno sguardo a Fifi, imboccò la direzione opposta a quella per l’uscita, deludendo il gruppetto degli ammiratori. Fifi le fu dietro quanto bastava per aprirle l’uscita di sicurezza, poi tornò ai tavoli.

Shanti si trovò fuori. Via Borgoqualcosa. Non poteva ritornare nella camera d'albergo perché voleva lasciare alla cosa il tempo di succedere e di finire, e immaginava che ci sarebbe voluta almeno un’ora, forse due. In quanto tempo moriva la gente?

C’erano dei negozi, nella strada, in uno degli androni dei palazzi trovò un vecchio magazzino di roba vintage. Entrò nell’arco dell’ingresso e scese gli scalini. E se fosse tornata e avesse trovato Abe ancora in agonia?

Il posto vintage era buio, con collane di cristalli sintetici appesi alle abat-jour delle lampade e una vecchia seduta a un tavolo antico, coperta di quelle stesse collane, tra espositori di anelli antichi e un graticcio su cui erano appuntati dei cappelli. Shanti cercò di non pensare, come le aveva suggerito Fifi. Sui due appendiabiti incurvati dal peso, spostò qualcuna delle stampelle cariche di vestiti. Sollevò il lembo di una gonna di chiffon color prugna, e si mise a osservarlo con tanto interesse che i capelli si rovesciarono in avanti. Di nuovo li spinse dietro le orecchie. La vecchia seduta seguiva i movimenti sorridendo e annuendo.

“Quanto tempo deve passare?” chiese alla vecchia. Si vergognava, forse, della domanda, e pescò un’altra gonna di chiffon in cui immergersi, capelli e tutto, per non vedere l’espressione del viso di quell’altra.

“Abbastanza perché qualcun altro se ne occupi,” disse la donna, tintinnando dietro il tavolo; anche il tavolo aveva un’etichetta con il prezzo, per la verità non basso, scritto a mano nella stessa calligrafia dei prezzi sui cartellini dei vestiti.

“Forse non stiamo parlando della stessa cosa,” mormorò Shanti. Aveva visto il braccio di Abe sporgere dalla vasca da bagno, mentre usciva dalla stanza. I peli nella parte di sopra, neri, la pelle liscia nella parte di sotto. La mano aveva cercato di afferrare il bordo della vasca ma era scivolata indietro, trascinata dal resto del corpo - lui diventava così pesante quando stava male - e poi il grido si era fatto più confuso, come se ci fosse stata dell’acqua tra le parole. Però lei era uscita mentre il telefonino di lui squillava, quindi forse qualcun altro era arrivato davvero. In tempo. O troppo tardi. Ma non poteva esserne sicura. Avrebbe voluto solo salire per riprendersi le sue cose.

“Forse sì,” disse la donna dietro al tavolo; “tu sei quella famosa, della moda.”

Shanti annuì, dolcissima. Aveva imparato da un attore molto anziano quell’arte di essere cordiale con le persone-dietro-le-quinte; lui era insopportabile con il pubblico, fingeva di esserlo con i media, aveva un personaggio da tenere vivo e a volte si comportava come i suoi guardaspalle; ma con le persone che erano lì per fare il loro lavoro intorno a lui, era gentile fin quasi allo sfinimento. Il vecchio attore le aveva spiegato che sarebbero stati gli unici saggi a sua disposizione; e quando diceva saggi, intendeva proprio saggi. Gente cui chiedere consigli. Gente che aveva trovato la via d’uscita da situazioni infinitamente peggiori di qualsiasi brutto guaio in cui lei dovesse mai imbattersi. Gente che capiva al volo.

“Hai trovato qualcosa?” si spostò impercettibilmente la donna.

Shanti piegò la testa sulla spalla, delicatamente, con i capelli che inondavano le stoffe sintetiche degli abiti da sera, mentre sussurrava di no.

L’altra annuì, guardò l’orologio, riordinò pensierosa i cartellini dei prezzi che stava complando sul tavolo, poi alzò la testa e finalmente fece un grande sorriso: “Allora fai con calma. Noi chiudiamo tardi, la sera. Fai con tutta la calma.”

 

 

di Ida Bozzi

pubblicato il 16 ottobre 2008.

 

15 ottobre, 2008. Annientati dall'indifferenza. C'è un problema, nel non avere nessun altro che fornisca una diversa versione della storia, ed è che la storia diventa di per sé poco interessante. C'è un problema, nel cancellare le formiche, che non ha rilievo per nessuno. C'è un problema, a sovrastimare il nemico: che una vittoria non ha senso. Così, ora che siete giunti a un punto, valutatene la portata.

La cosa più divertente è quando applicate questo stesso parametro alla vostra vita. La persona che avete tanto amato tra le difficoltà, ora vi appare piuttosto mediocre. L'entusiasmo di mostrarla in giro va scemando. Gli incontri privati si vanno facendo più difficoltosi, non per l'opposizione del mondo esterno, ma per una vostra intima reticenza.

E' tutto ancora da gustare e da vedere, meno che per voi. Non è comico?

 

15 ottobre, 2008. Il gruppetto di balordi e balorde che infastidisce questo sito si trova improvvisamente senza un'occupazione.

13 ottobre, 2008. Nevicò e nevicò e nevicò. Tessispiel usciva nella neve camminando tra le grandi strade di alberi per spazzolare e ripulire tutte le impronte del bosco, in modo che il cacciatore ritrovasse la strada. Ripuliva le impronte appaiate alle proprie, che passavano sul belvedere vicino alla cascata e subito si dividevano. Ripuliva quelle del cacciatore da solo al margine del bosco, dove aspettava i compagni e dove i compagni non avevano lasciato tracce. Ripuliva quelle che portavano fino alla città dei boschi, con la casa sugli alberi, con gli scivoli che inclinavano nelle diverse direzioni e le salite che si arrampicavano sulle cime. Ogni giorno, quando scendeva altra neve, Tessispiel prendeva dalla veranda una fronda d'albero e scendeva a ripulire dalla neve fresca tutte le impronte: era un lavoro faticoso e difficile. Ma alla sera, quando la neve smetteva di scendere e tutte le impronte brillavano come sentieri nel buio, Tessispiel era fiduciosa e felice. E al mattino, quando il cacciatore nel bosco ritrovava le impronte, Tessispiel lo osservava camminare tranquillo e spedito tra i luoghi diventati familiari.

Era curiosa di vedere se il cacciatore, per caso, avrebbe provato a incamminarsi nelle strade del bosco più folto, verso la sconosciuta città degli alberi, e osservava nascosta dietro un tronco. Ma il cacciatore, quando arrivava al bivio in cui le impronte ripiegavano verso l'accampamento o si inoltravano nel territorio inesplorato, si fermava un istante e poi sceglieva la strada del ritorno. Tessispiel provò in qualche modo a ripulire meglio le impronte che portavano verso la città dei boschi, provò ad abbattere qualche abete troppo alto e minaccioso, si impegnò a spianare qualche salita troppo inerpicata, spazzò meglio la neve e mise perfino i cartelli indicatori della città degli alberi. Ma con tutta quella fatica in più, spesso dimenticava di ripulire dalla neve fresca le impronte più certe, quelle lungo il belvedere, quelle intorno all'accampamento degli altri, e il cacciatore, per la fatica di orientarsi anche nelle vicinanze del campo, smise di entrare nel bosco. Tessispiel usciva ugualmente tutti i giorni a ripulire e a marcare di nuovo le impronte, ma tornando verso casa nella città degli alberi, ogni sera, ragionava sulla distanza, e sulla pendenza, e sulla fatica che in effetti si doveva fare per arrivare fin lassù essendo un cacciatore. C'era una fila di impronte che portava sopra una cima: troppo dura e troppo solitaria questa strada, rispetto a quella per la città delle pianure, il cacciatore non la farà mai, si diceva, e tralasciava di spazzarla con la fronda d'albero, e la traccia di impronte si copriva. C'era un'altra fila di impronte che portava fin sull'orlo della città degli alberi: troppo tortuosa e troppo lunga questa strada, rispetto a quella per la città delle pianure, il cacciatore non la farà mai, si diceva, e tralasciava di spazzarla con la fronda d'albero, e la traccia di impronte si copriva. E a poco a poco, poiché non voleva credere che il cacciatore non si ricordasse più di lei, Tessispiel cominciò a pensare che tutti i percorsi fossero troppo ripidi e faticosi per il cacciatore, e allora si fermò e posò la fronda d'alberi e scese, con l'idea che un pezzetto di strada si potesse fare insieme. Ma il cacciatore arrivò, contento del breve giro alle pendici del bosco, calpestò qualche impronta qua e là a caso, non guardò nemmeno verso il folto, non notò Tessispiel che era troppo in là nella neve alta, non sentì lei che lo chiamava, e tornò subito all'accampamento. Lo sentì canterellare mentre scendeva di nuovo.

Tessispiel lasciò perdere.

 

13 ottobre, 2008. "Nessuno sa quale anima possiede." (Pessoa)

11 ottobre, 2008. Ve lo confesso.

Non me ne frega più niente di appartenere alla Gloriosa Accolita. Seh, quel poco che me ne fregava prima è deceduto.

Accade.

Accade frequentando per sei mesi i più importanti siti letterari del momento. Tutti gremiti di parole.

E poi passando il tempo, in questo isolamento così poco furbo, così tanto "ma dai, Ida", nella reale anormalità dei miei giorni, qui tra le carte, davanti al trompe l'oeil dello studio, che rappresenta la spiaggia di Tarifa in Spagna, e guarda il mare, a schematizzare alcuni lavori di Wallace.

Che contengano, forse, il virus del suicidio?

Sicuramente, contengono l'odio per le parole. Nessuno che io senta vicino, in questo momento. Diversamente da Pynchon, Wallace è impregnato di realtà. Diversamente dal postmoderno, Wallace ha la paura, vera, di non riuscire a dire la realtà.

Io me ne infischio delle parole. Le parole sono "io", "tu", "loro"," noi", il personaggio con il guinzaglio della letteratura italiana, la prova autorale. Wallace era sinceramente affezionato alla realtà, incuriosito dalla differenza rispetto al pensiero, che pure è realtà (almeno nello stesso senso), davvero colpito dagli individui - riga dopo riga si legge che non è il soggetto di ciò che scrive a interessarlo, ma lo stupore di ogni singolo elemento, così fragile come può esserlo una decalcomania, nel contesto. Parliamo di contesto, a voi maestri della filosofia linguistica e della religione linguistica secondo la quale "ciò che è è, ciò che non è non è". Torniamo a tutto ciò che voi sapete delle parole. Ai romanzi che scrivete sulle parole, di parole, e descrivendo personaggi-parola in mondi parola in cui ciò che è non può non essere. Il contesto non sa che diavolo è la parola "essere". Dio non "è o non è", per il fatto che non gliene può fregare di meno della parola "essere". Questo è molto forte in Wallace.

Non si appartiene più a un mondo che si relaziona con le parole ed è completamente digiuno di sé. Non ci si relaziona più, si finisce

appesi.

Al dubbio: se la realtà è davvero fatta di parole, come ritenete voi, perché è così faticoso trovarne una rappresentazione decente? Libri così scarsi che non si possono nemmeno "riciclare" come regali di compleanno per qualche sconosciuto che ci ha invitato alla festa? Non sarà che sapete scrivere finché vi attenete al contesto delle parole, e sulla realtà non siete capaci di pronunciarvi? Non sarà che non capite nemmeno che se riuscite a esprimere felicemente le vostre opinioni narcisistiche (cosa che io, per esempio, faccio male) ma non altrettanto felicemente il semplice silenzio prima di un fulmine, il senso di attesa e l'impressione di un risucchio pneumatico di tutte le cose, come se una gigantesca macchina sottovuoto fosse entrata in azione, beh allora c'è qualcosa che non va nella vostra idea di essere scrittori?

Perciò, ma che mi importa.

Appesi.

 

10 ottobre, 2008. Niente di nuovo da segnalare. Progettiamo viaggio a Roma. Contatti con l'estero. Piccoli lavori. A lunedì, forse, con la fine del racconto.

Però sono stupita della mia sensibilità: so le cose, l'aura delle stanze. Secondo voi è una debolezza. Secondo me, no. E, visto come picchio bene per difendermi?

 

 

9 ottobre, 2008.

Fibrillano, gli scrittori italiani, al suono della nie. E questo, l'ho già detto e lo ripeto, a parte gli insopportabili atteggiamenti di alcuni, non può fare che bene.

Non stiamo nemmeno a dire, però, che la questione dell'epica rimane carta.

Abbiamo sempre avuto a che fare con quelli che potremmo definire "frugisti" e discendenti del "frugismo" letterario. Lo abbiamo sempre sostenuto qui e continueremo a sostenerlo. Rileggetevi il blog del 2005. Nel novero degli scrittori nie mi pare di vedere un ampio numero di questi frugisti. Lo stesso frugismo di cui è malato il cinema, di cui è malata la fiction italiana.

Tuttavia, poiché da molti anni la questione è aperta, la soluzione di una prefondazione o di un nuovo arcaico - ripeto, rileggetevi il blog, questa strada è da abbandonare - si può porre in un altro modo. Basta togliere il frugismo dalla scrittura.

Ma non vi spiego che cos'è il frugismo. Non vi spiego che cosa sono i frugisti, e chi sono. Qualcuno di voi, in questo sito preromanzesco, ha già pescato molte ispirazioni. Pescate anche questa, pensateci su, e trovate la vostra strada. Il minimalismo dal quale siete afflitti sgorga dai vostri lavori anche oggi.

Io sono massimalista.

Spero vivamente che il prossimo grande romanzo italiano sia scritto da un selvaggio, in qualunque accezione vogliate prendere questa parola, e che il selvaggio sia carnivoro e sappia in questo modo difendersi dalle grinfie della scrittura frugista - che è proprio uno stile, di cui un giorno, magari, parleremo.

8 ottobre, 2008. Che schifezza di amore, il mio; sono qui davanti alla finestra e penso: chissà se mangia. Mi sento come quell'idiota di Faust. Puah. Domani andiamo avanti con il racconto.

7 ottobre, 2008. Il difensore.

Io non sono un buddista, non so nemmeno che cosa adorano loro di preciso, ma sono convinto che se anche lo sapessi non ci crederei. Curo l'ufficio stampa della scuola Zen perché sono conosciuto nel giro delle palestre di arti marziali, diciamo che ho qualche contatto, dal momento che mio cugino è un monaco che ha scritto anche dei libri, mio cugino Ichi. Ma io i libri non li ho mai letti e quando me li ha mandati, in una busta con un corriere espresso, li ho infilati in uno scaffale in basso in ufficio e li ho lasciati lì. Insomma, per chiarirsi, io bevo, fumo, mangio carne, il mio concetto di asana è sdraiarsi su una spiaggia al sole, non so che cosa sia l'astinenza, non medito, per me Nirvana è un vecchio gruppo grunge che suonava Lythium e Come as you are: dico queste cose perché voglio spiegare che sono una persona qualsiasi, non ho passato la vita a essere un mezzo santo o che, e voglio spiegarlo perché i mezzi santi, gli adepti, gli affiliati, i fanatici, di qualsiasi religione siano, hanno sempre quelle voci allappanti, quei toni pieni di melassa, che a sentirli a me viene la nausea come dopo il caffè con il dolcificante, e deve essere chiaro che niente di ciò che dico è una parabola o una metafora o una visione o un trip di conversione. Diciamo che nel mio lavoro ci sono delle cose che succedono, e questa è una, e anche se la racconto, ecco, non ho nessuna responsabiità in tutta la faccenda.

Insomma io sono nel mio ufficio, alla scrivania. L'ufficio non si trova nella scuola Zen, perché sono un free lance con molti lavori diversi e la scuola Zen è solo uno dei tanti. Lavoro anche per un'associazione di fisioterapisti e per una catena di farmacie. Non si può nemmeno dire che l'ufficio sia davvero mio, perché occupo solo una scrivania nella stanza più scomoda, di fronte alla porta d'ingresso, mentre la collega che ha affittato l'appartamento e me l'ha offerto in condivisione occupa la seconda stanza, più appartata e con un balcone. Ma non è questo il punto. Il punto è che una mattina verso le undici suona il mio telefono e all'altro capo c'è la segretaria di un'associazione che cura le attività culturali di un monastero in cui la scuola Zen organizza festival, proiezioni, conferenze e ritiri di meditazione con lo sconto per gli allievi. Quando la segretaria mi telefona, è per rovesciarmi addosso metà del lavoro organizzativo, così io sto sempre un po' sulle mie. E quella mattina ho anche un dolore al polpaccio, uno stiramento alla gamba che in poltrona, sotto la scrivania, con i muscoli rattrappiti e i tendini tesi, martella come un chiodo. Perciò cerco di non dare troppa confidenza alla signora, in modo che la telefonata duri poco, e io possa staccarmi dal blocchetto degli appunti per andarmene in giro a sgranchire le gambe.

"Dovrebbe preparare la cartella stampa per la visita in città del venerabile Paiden...", pronuncia un nome sanscrito che non riesco a scrivere, "il famoso Bambino degli Alberi!"

Mi lascia una pausa di silenzio aspettandosi forse qualche urletto di esultanza. Mai linea telefonica fu più muta che in quei due secondi. Allora va avanti.

"Ma lo sa chi è, il Bambino degli Alberi?"

"Sì, mi pare," improvviso.

Lei avvista l'iceberg di menzogna che galleggia nel mio tono di voce: "E' probabile che sia un'incarnazione del Budda, capisce?"

"Il Piccolo Budda..." seguito a improvvisare io.

"Non esattamente," continua. Proprio come sto cominciando a temere, si lancia in una d

(è un racconto, continua)


6 ottobre, 2008. Nemmeno il Sole, dopotutto, è una sfera perfetta. Tra l'altro, alcuni sensibiloni tra noi l'avevano notato, indicando tra le caratteristiche dell'astro nelle Sette Moderniste un certo "svitamento". Mercurio ha una striscia che sembra uno di quegli inserti di quarzo bianco nei sassi scuri in riva al mare. Venere ruota in senso antiorario, come un'idiota. Io ha un vulcano che disegna una piuma di fumo nello spazio. La non perfetta rotondità del Sole influenza la misurazione delle orbite degli altri oggetti celesti, perciò salterà fuori che le proporzioni dell'intero universo sono affidabili come il punto di vista in "Paura e delirio a Las Vegas". Oggi, depressione del Sistema Solare.

6 ottobre, 2008. Credo che mi metterò a scrivere cose del genere "Incompreso" o "Senza famiglia". Penso che bisognerebbe davvero lasciarmi in pace, come si lascerebbero in pace Oreste, o Fedra.

L'unico libro che sono riuscita a leggere in questi giorni è un gradito ritorno, "La morte felice", che lessi quando avevo non so se dodici o tredici anni. Ma l'ho letto solo per una questione di scrittura, volevo confrontare due approcci radicalmente diversi a una piccola e semplice inquadratura. L'altro approccio è quello di un moderno che non vi sto a dire. Tutto lì.

Per il resto, mi sento sempre i pepli addosso. Sì, è giusto, dev'essere così. Ma quando si parla d'amore i conti si fanno anche con la Creazione, non solo con la Creatura. Oh, l'ho detto che mi sento i pepli addosso, e oltretutto sono stupita anch'io. E comincio anche a non capirmi. Voglio, anch'io, lasciarmi in pace per un po'.

4 ottobre, 2008. Negli occhi aperti scompare l'espressione dell'Uomo e affiora quella di una strana macchina determinata e solo parzialmente sensibile, come s'immagina il Demiurgo.

E siccome non l'ha capita, spieghiamo.

Non oggi. Oggi festa. Tra qualche anno, ricordatemi di ricordarvi la storia del pagliaio, e dell'ago.

E non capisce. Ed è bello che non capisca.

30 settembre, 2008.

"Su."

Marghe invece non si tirava su.

Così lui non poteva più giocare.

Quando lo portarono via, per un po' fu distratto da tutte le cose nuove che succedevano, dai posti in cui lo portavano. Poi non ci furono posti nuovi per un po'. Allora gli capitò di pensare di nuovo a Marghe. Dovevano dargli dei calmanti in cella per quanto era dispiaciuto veramente.

A un certo punto lo lasciarono tornare a casa, e all'inizio il dispiacere diventò meno grave. Era sicuro che avrebbe trovato altre Marghe, e ne cercò diverse. A volte le guardava, ma se non si tiravano più su, non gliene importava niente.

Pensò che doveva andare a trovare Marghe, quella vera. Quando gli dissero che era lì, non ci credette. La tomba era senza foto, e questo lo fece piangere. Le disse: "Come si fa ad avere una tomba senza foto?" Credette di non poter mai smettere di piangere, seduto sul gradino di granito al margine del prato. Spostava un po' i sassolini intorno alla lapide, pensando che sotto ai sassi si potesse vedere qualcosa, e mentre li raccoglieva doveva far uscire dalla bocca un lamento che non riusciva a trattenere. La gente che passava lo guardava, guardava la data della morte sulla lapide, e si allontavana domandandosi "soffrirò anch'io per così tanto tempo?". La gente non capiva, e lui batteva i pugni dappertutto. Addirittura pensò che poteva morire, gli sembrava pericoloso tutto quel piangere, ogni volta un secchio di lacrime che sembrava venire da sempre più giù, e sapeva di pancia, prima di sangue, poi anche di vomito. Pensava che lei avrebbe dovuto mettere almeno una foto, e allora lui avrebbe pianto di meno. Le avrebbe detto.

"Su."

Non importava che Marghe non rispondesse, ma a lui faceva bene dirglielo. Possibile che non avesse lasciato una foto? Allora non aveva mai capito niente, del loro gioco. Aveva creduto che cosa, che fosse per davvero? Guarda invece come lo faceva piangere.

(commenti, ma senza fastidi, qui)

 

30 settembre, 2008. Era talmente sicuro di essere dannato.

29 settembre, 2008. Infatti, come altro definire, se non gelosia, la sensazione provata scoprendo che a Broadway stanno preparando un musical di "American Psycho" di BeEllis? Vedete dunque - oltre alla trama di un racconto che potete scrivere voi, se vi aggrada - anche una risposta e un freno alla società dello spettacolo e all'imbecillità dilagante. La gelosia.

Un apporto maggiore di gelosia potrebbe salvare i miei libri preferiti (puttane) dal marciapiede dell'adattamento e della riduzione in paradigmi da salotto. Tuttavia, la gelosia in astratto è un pericoloso elemento di chiusura sociale, che rischia di diventare localismo pauroso, bieco e razzista, poco portato alla ricerca e allo studio e tendente a distruggere le proprie forze come un dente che rosica se stesso e si ammala di pellagra. Quindi, occorre intelligenza per distinguere la gelosia dalla paranoia della gelosia, e farne strumento di conoscenza e di sviluppo.

Anche una forma di gelosia diffusa, non è salutare. Vedete nel mondo come le forme di gelosia malata si riducano in settarismi asfittici, di quartiere, di area, quando non in fanatismi di cancello e di serratura a doppia mandata. Quindi, toccherebbe rileggersi Morin.

28 settembre, 2008. Subteorema del subsottostante. Sì. Oggi ero al L. a vendere dei libri, e prima ero stata in biblioteca a restituire alcune cose e a prenderne altre in prestito. Inoltre ho acquistato un libro, e ho pensato a molti libri. E ne sto leggendo alcuni che valgono davvero la pena (non sono novità, mi spiace).

E insomma riconosco il sentimento istintivo con cui mi avvicino a una parete di libri. Ma devo essere sicura che questo sia l'amore. E non lo sono affatto. Chi diavolo dice che lo sia? I libri? Voi? Io? Provo qualcosa di simile per gli esseri umani? Butterei mai via un essere umano solo perché è orrendo? Io? Voi sì, ma io? Devo capire bene che cosa provo per i libri. Perché comincio a pensare che sia quest'odio, sì, questo odione che non riesco a spiegare.

E, libri. Libri, romanzi, non è la stessa cosa. Io poi inclino debolmente per i saggi. Ma non per le persone sagge. Per i saggi libri.

Entrare in libreria è come entrare in un frutteto. Odio i frutteti, ma di questo stesso odio: mi piacciono da pazzi i frutteti. Oh, c'è una cosa cui mi avvicino d'istinto ancora più volentieri che a una parete di libri (che odio) ed è il fatto di non capire bene un mio stato d'animo. Proprio odio.

Gelosia.

Capisco che c'è della gelosia.

E' cattiva forte la gelosia. Non l'invidia.

Odio il fatto che i libri siano letti da altri (gelosia) non che siano stati scritti da altri (invidia). Nella realtà, odio questo fatto. Scopro che ne sono gelosa. Oh, questa è una cosa curiosa da scoprire. Io sono l'avanguardia delle biblioteche pubbliche, le sostengo, le rimpinzo di libri, e una volta volevo aprirne una a casa mia... Ci dev'essere una contraddizione in questo, ma è così. E' gelosia. In realtà l'ho sempre saputo, per il fatto che non nomino volentieri qui gli ultimi libri che ho letto, per il fatto che odio le citazioni. Gli amanti che si sussurrano i titoli dei libri. Uh. Si fa, si fa. Mi accorgo che lo odio. Ma si fa, e si fa anche a gara per farlo, ci si riversa addosso pile di titoli di libri. Ma perché invece ora questa gelosia? C'è sempre stata? Mmm. Tu vai in giro con il tuo libro sottobraccio. Una volta tenevo la copertina in bella vista. In questi giorni, la pazzia della gelosia non ha limiti, prima di uscire ricopro i libri con un po' di carta, il foglio di una rivista, un a4, qualcosa.

Devo capirlo. E' una regressione.

A quale periodo della mia vita, visto che da adolescente scrivevo i titoli dei libri anche sui banchi?

All'infanzia. Una favolosa regressione infantile, e io sto qui tranquilla come se niente fosse!

 

28 bis settembre, 2008. Per esempio.

Ho passato svariate notti con lui e con le forme irregolari . Molto irregolari.

Lui si chiama "Flessioni". E' solo un soprannome. E vi garantisco che è riduttivo.

Mi sono fidata di lui al punto che qualche volta il post non l'ho scritto io, l'ha scritto lui (e tu stalker, con chi parlavi, eh?). Abbiamo superato i brutti momenti. Come quando tutti si erano seccati perché qui era scritto valige e non valigie. Ma credevo che fosse passata. L'ho visto sempre qui, mi ha disvelato la parola "sagge", e certe volte è così dolce. "Sogniamo", mi dice sempre. "Sogniamo è come amiamo", mi dice anche. "Ma viene prima amiamo" sussurra. Io ci credo, sono lì con gli occhi semichiusi e sto per rispondergli qualcosa, qualunque cosa, quando lui, perfido, aggiunge: "e d'altronde tutte le forme verbali simili le trovi nell'esempio tre".

"Flessioni, rime, anagrammi", Zanichelli editore.

Cioè, io odio i libri.

27 settembre, 2008. Ho scoperto che odio i libri, non nel senso che li brucerei, ma in un altro senso che non riesco a focalizzare (oggi è una giornata tremenda). Sto leggendo un grande libro (non ho detto quale a nessuno) e lo odio in modo montante.

Allora guardo tutti gli altri libri in libreria, di là, e mi accorgo che quelli cui non rinuncerei mai sono quelli che odio davvero profondamente. Fino a oggi credevo che fosse amore. Invece lo guardo meglio ed è odio. Un odio prepotente: guai a chi tocca i miei libri! I libri che odio di più sono negli scaffali al centro, americani, francesi e russi. E il libro che ho scoperto di odiare più di tutti è una piccola cosa: Ubu. Senza quel libro sarei morta molti anni fa, immagino che sarebbe stato meglio, ma è il libro che merita questo passo avanti nell'odio, più di tutti. Non me ne separerò mai. Ieri vi avrei detto: il libro che ho nel cuore. Oggi vi dico: lo odio. Ed è la stessa cosa, devo fare un check alle parole odio e amore, questa settimana.

 

26 settembre, 2008. Segue Finale L.

Credevo che quella forma di me fosse una prigione. E una parte di me continua a crederlo: io non sopporto questa mia incapacità di vivere storie di sesso incuranti o di graffiare tutto il denaro possibile da questo mondo. Questo mondo è più generoso con la gente che non è come me. Ma ci sono tanti modi di non essere me. Comunque, per un certo periodo, anche perché essere come me comportava vivere in pieno alcune vicende personali sulle quali avrei voluto tenere gli occhi chiusi, ho cercato di non essere me.

Per l'ennesima volta. Eh, sì, ho quest'abitudine.

Non si torna mai indietro dal non essere sé (lunga esperienza), si va avanti e si torna a essere sé con l'esperienza di assenza durata un mese, sei mesi, un anno. Così sono andata avanti e sto cercando di essere di nuovo me, cioè una cosa che non mi piace moltissimo e che è anche trattata piuttosto male: tornare a essere me, significa rimettersi volontariamente a soffrire. Ma sono sofferenze diverse. C'era questo sapore originario del mondo, e ci sono questi distributori di sapori vari, che si spacciano per esperienze speziate e disinvolte, e non lo sono. C'è questo ricatto: come sei, non ci va bene, come saresti qui, va già meglio, e ciò che si prova qui, è irripetibile. Tuttavia, il cambio tra la sensibilità "portabile" e quella originaria, non vale la pena. L'esempio che posso farvi è banale: non gusto un cibo particolare se nel piatto c'è solo una fotografia.

Tornare me significa guardare il piatto vuoto. Almeno sai per quale motivo hai fame.

La morte di Wallace ha suonato il gong, forse. Se non c'è cibo, hai fame e basta, non ci sono molte bugie che puoi raccontarti. La cena si allontana, un'altra volta, ma sono fatti miei.

 

25 settembre, 2008. Finale L.

"Cos'è quella cosa?"

Non ricordo nemmeno la voce di chi mi ha risposto, ma da allora so che quello lì è il mare.

Sono cresciuta, adesso. A volte scrivo. A volte recensisco libri. Sono considerata fredda, seria, di tipica rigidità piccolo borghese con ubbìe di cadetto, adulta, non bella ma piacente, di spirito riservato, di umore quasi moderno, di cultura eccentrica, grande ascoltatrice, acuta osservatrice, di costumi irreprensibili ma non inflessibili, di carattere schietto, di compulsione robusta, generosa d'impulso, ingenua nei sentimenti, obbligata alla nobiltà, ironica, infelice, ottimista.

Non so.

Ultimamente, penso soltanto a come doveva essere stare sulla spiaggia in quei pochi istanti, quando ancora non sapevo che quella cosa fosse il mare, appena prima che qualcuno, non ricordo chi, me lo dicesse. Penso a come doveva essere non sapere il nome di quell'onda color acciaio, vederla all'improvviso; sentire il fremito di contentezza e di attesa di chi mi aveva portato lì, percepire la sicurezza appena condiscendente di chi già preparava la risposta, percepirne l'affetto indaffarato davanti alla superbia dell'orizzonte; muovere gli occhi ovunque senza calmare mai la confusione, e inspirare profondamente appena prima di fare la domanda.

E da quel momento tenere il fiato per sempre.

24 settembre, 2008. Un po' di re barbaro.

24 settembre, 2008. Non so dove, qui, ho parlato dell'amore come di un lancio. Beh, innamorarsi ti getta in effetti su un terreno che sta molti passi più in là. Si finisce con il conoscere il mondo di chi si ama. E se non è dove volevi andare, e se è un posto desolato ed estraneo, non ha molta importanza che là tutti intasino la tua casella di posta. Io non ho mai voluto fare l'astronauta.

Ma anche questo devo dire a DFW: tu cosa facevi al pur prestigiosissimo Pomona C., io cosa faccio qui?

Dovevamo andare a Berkeley da Eggers, e trovare casa a Ispiration.

 

24 settembre, 2008. Beh, sì, mi sta prendendo un po' di tempo, in effetti, "The secret letter to the dead". E' scritta su un quaderno, ma sta diventando lunga due quaderni.

Non sapevo di avere così tante cose segrete da dire a DFW. Alcune segretissime.

Per il resto, vale il 23 settembre.

23 settembre, 2008. Avrei voluto pubblicare qui, oggi, un pezzo intitolato "The secret letter to the dead", "La lettera segreta al morto", una lettera da infilare in tasca al tizio dopo il suo gesto. Mi sta prendendo più tempo del previsto, però, e altro me ne prenderà; e non è detto che la pubblichi: non suscita quell'immediata simpatia e corale cordoglioso accoramento che ho letto negli altri memoir. Quindi vi lascio alle solite letturette: i racconti, l'episodio, ecc.

23 settembre, 2008. "Immaginateci dall'alto!" Chi se la ricorda, questa frase? Le vecchie citazioni hanno fatto il loro tempo come fossili per un adolescente stanco di domeniche al museo.

Io vedo i due, imputriditi, che si passano citazioni muffite, anche un po' odorose di sottoscala, scambiandosi i sensi di un amore che non stanno guardando in faccia da anni, un po' perché la lampadina è fulminata e loro, mezzi ciechi, non se ne sono accorti, un po' perché uno dei due è probabilmente morto, e l'altro sta ancora cercando di ricordare la frase con cui vuole ribattere.

22 settembre, 2008. Equazioni dentro il testo e l'appartenenza a un mondo i cui confini sono locali e ripetibili. Il possesso di questo mondo irrisolto, lungo corridoio di preparazione a un Grande Appuntamento Epocale cancellato dall'agenda, è il genere di contratto che ha stipulato. Uccidersi con il proprio stesso peso, per un tale della mia generazione che sa di aver dato voce a una parte del percorso parabolico, ha un significato che solo l'altra parte della generazione, la parte meno risolta, e ancora meno ottimista, riesce a comprendere. No, comprendere è la parola sbagliata. Intuire, in modo dissincrono e fulmineo, come quando si passa davanti a un negozio, si supera il negozio, e quando si è già avanti, quasi all'incrocio, ci si rende conto che nella vetrina del negozio c'era qualcosa che abbiamo registrato, e che solo ora si sta disegnando nella nostra mente.

20 settembre, 2008. Benvenuti nella conturbante biografia di un giovane scrittore medio. Vi preghiamo di reggervi agli appositi sostegni e di non toccare. Nella teca davanti a voi, ecco il primo libro rivelatore, il secondo che è il seguito del primo e il terzo che racconta il viaggio che finalmente il giovane scrittore è riuscito a permettersi con l'indotto dei primi due libri. Passiamo ora in punta di piedi nella sala 2, o camera del silenzio. Nella teca in basso vedete i materiali sui quali il giovane scrittore medio sta lavorando, nella teca appesa alla parete osservate il romanzo erotico che arriva circa intorno al quarto libro. A lato, i meccanismi delle due raccolte, di novelle e di poesie, che il giovane scrittore medio pubblica per un editore minore ma amico. Per favore, non toccate la cornice vicino alla porta, grazie. Contiene alcuni ricordi di gioventù e gli studi di biologia marina e poesia ungherese che diventeranno il fulcro dell'attività pubblicistica del giovane scrittore medio. Ora se volete seguirmi in silenzio, grazie, possiamo passare alla sala delle terze pagine e nel corridoio dei lavori compiuti in tandem con l'amico musicista, fumettista, regista o filosofo.

Ecco invece la biografia dello "scrittore, punto". Alcune raccolte di novelle. Qualche romanzo promettente ma non particolarmente importante. Poi un capolavoro. O due capolavori. O enne capolavori. Un tetto dal quale difficilmente scende. E un'opera che nemmeno lui capisce, prima di scomparire. E basta.

 

19 settembre, 2008. Quando scrivi devi scrivere, non riassumere. Questo lo so da quando ho cominciato da piccola e non me l'ha insegnato nessuno. Le frasi "Quando scrivi devi scrivere, non raccontare. Questo lo so da quando ho cominciato da piccola e non me l'ha insegnato nessuno" sono un "raccontare". Un riassunto.

Invece, scrivere è: "avevo le trecce e le vedevo toccare il piano del banco, quando mi chinavo sul quaderno per il compito in classe. I banchi della scuola erano ancora quelli dei piccoli della prima classe. Ci si poteva curvare sopra e fare una capanna con i capelli. Mi veniva in mente perché avevo le trecce come le squaw indiane. Mi abbassavo sul banco e guardavo dal mio tepee rosso i pali intrecciati della tenda, il pulviscolo della luce del sole e il mondo dei visi pallidi lontano un banco. Pagani L., con la divisa dell'esercito yankee tutta sporca di gesso. Dal fondo della classe, la maestra, la signorina Marta, alzava la testa e si voltava. Forse mi vedeva china sul banco, e pensava che dormissi. Forse pensava che non avrei finito in tempo il compito in classe. Sentivo il rumore delle scarpe che si avvicinavano, clopiti clopiti. La cavalleria, presto. Si avvicinava, si affacciava al tepee come facevo io guardando dentro la casa delle bambole nella mia stanza, e mi chiamava. Quello che imparavo era che bisognava affacciarsi con molta cautela alle case delle bambole, per non interrompere. La maestra mi interrompeva sempre. Niente squaw nel mio tema, solo quello che ricordavo della faccenda di Cristoforo Colombo, delle caravelle e della Santa Inquisizione, degli Incas e della Sardegna - la Sardegna non c'entrava ma avevo visto sul sussidiario gli scogli modellati dal vento e immaginavo il Grand Canyon un po' come Santa Teresa di Gallura."

Sei dentro, non fuori, non ricordi, rivivi.

Con gradi diversi. Diverse angolazioni. Non vorrai essere un minimalista, no?

<<"Era il 1492 o il 1942?" mi chiede Pagani L. sottovoce, con una mano a conca vicino alla bocca. Non so di cosa stia parlando. Dev'essere per un compito in classe che stiamo facendo, ma io non ho letto il titolo intero alla lavagna, mi sono fermata alla prima riga "La scoperta dell'America" e ho lasciato perdere il resto. Io sono sotto la tenda, adesso, e non parlo la lingua yankee. "Viso pallido!" dico a Pagani, che si guarda d'istinto i polsini del grembiule nero e spolvera una manata di polvere di gesso. "Ti prego, era il 1492?" la mano a conca trattiene sempre più a fatica la sua voce. La maestra in fondo alla classe...>>

<<E' sempre stata una bambina strana. A scuola, e non capivamo mai se sul serio o per finta, stava sempre battagliando contro un imperatore azteco, o nella neve con i soldati di Napoleone. Quando iniziava il compito in classe, ventinove teste allineate nell'aula si inclinavano di lato, e una, la sua, scompariva sotto la superficie. Se ti abbassavi abbastanza, la vedevi con una guancia quasi appoggiata al banco, con una treccia di capelli davanti agli occhi, e le dita che danzavano la danza della pioggia intorno a un falò spento di penne biro. Passare i compiti, non passava mai: potevi farti scoprire, a furia di chiederle la data di questo, la data di quello, e lei ti rispondeva come Natalie Wood in un film con John Wayne, "viso pallido, torna alla tua terra", e cose del genere. >>

In realtà alterni vari tipi di discorso, ecc. Ma soprattutto, non devi dare retta a ciò che ti dicono, nemmeno a ciò che hai appena detto tu qui. Se è giusto secondo qualcuno, tanto vale non scriverlo. Puoi essere vero anche in un riassunto assurdo.

"Avevo impegni troppo grandi per essere così piccola, e non li capivo. Capivo però che non li capivo, come vedere il cosmo e pensare che è fatto di spiriti della montagna e anime dei boschi. Soprattutto, non sapevo che avrei potuto infrangere tutti quegli obblighi, senza che il significato immaginario di ciò che facevo si rovesciasse addosso a me come una mitologia. Avevo le mie aquile e le mie catene, come un Prometeo con una valigia di torture su misura, e avevo un cosmo superstizioso di proporzioni schiaccianti. Avevo la mia idea di come fosse organizzato l'universo, e continuavo ad appellarmici in segreto, familiarizzando e anzi imparentandomi con il Destino e il Caso molto prima di arrivare a studiarli a scuola, e ottenendone un'idea certamente fuorviante, e nomi diversi. Al punto che lo studio non era che una correzione progressiva di una teogonia e soprattutto di un'etica preesistente. Sì, poteva darsi che le ombre si chiamassero Gesù e così via. Sì, poteva anche darsi che si chiamassero Giove e Giunone. Sì, poteva anche darsi che ci fossero delle gerarchie. Poteva anche darsi che altri popoli le chiamassero con nomi diversi, come avevo fatto io. Scrivere era la linea continua tra il mio Mondo e il Mio mondo, come una corda d'arco tesa tra ciò che vedevo e ciò che vedevo, due visioni dislocate diversamente in me, da congiungere facendo scorrere la mano sul filo attraverso uno spazio immenso di nozioni successive ed estranee. Io sapevo che c'era un luogo di me in cui i due capi del filo annodati si vedevano l'un l'altro come l'inizio del ponte vede la fine del ponte, e gettavo questa corda ovunque, su qualsiasi fiume, presto anche su qualsiasi guado, perché discendere nell'acqua senza quel filo da seguire significava fermarmi in mezzo. Così prendevo la penna e scrivevo. Ma quanto più il filo era lungo, tanto più pericolosa era la traversata, e Pagani L. con il suo 1492 era un tale con le braccia in alto e l'acqua fino alla cintola che si era tuffato nel fiume e voleva che lo tirassi fuori mollando il filo. Cosa che non potevo fare, perché io, a differenza di lui, non sapevo nuotare."

Insomma non ci vorrebbe niente, avendone voglia.

 

 

perché mi disturbi?

Ho una sedia in giardino e ho un pacchetto di sigarette morbido, di quelli che non compro quasi mai. Annuisco al buio con me stessa. C'è quella spinta che ti danno, penso. A forza di colpirti ti fanno cadere. Passo le sigarette da una mano all'altra.

"Buonasera, un po' freddo," dice una vicina, fermandosi sul marciapiede con il cane.

"Il freddo conserva," rispondi. Ti guarda ammiccando, tra donne. Tuta da ginnastica, donna repellente. Anche il cane è un torsolo macchiato di marrone.

Quando ti danno una spinta, tu non riesci più a stare in equilibrio.

La vicina di casa si allontana con il cane. Spero che sia sottovento. C'è una piccola parte della spinta che ti danno, che viene proprio da quel cane repellente. Anche quattro alberi più in là, arriva la puzza. E' come se i rifiuti di tutte queste famiglie felici si incanalassero nel vento e trovassero la strada fino a te.

Guardo il pacchetto. Sogni che le tue conversazioni siano diverse.

"Buonasera, un po' freddo," dice una vicina, fermandosi sul marciapiede con il cane.

"Perché mi disturbi?" rispondi. Smette di guardarti, in un'altra vita in cui le persone non sono apparizioni senza senso di una caccia al tesoro comica.

"Buonasera, un po' freddo," dice la pedina numero seimilacinquecentoquindici.

E tu aggiungi una ics sul tuo notes personale di indizi, che conservi gelosamente.

"Le interessa acquistare il nuovo pacchetto per il satellite?"

"Ha due minuti di tempo per un caffè?"

Sarebbe bello se evaporassero tutti quelli che non sono un indizio. Spariresti dal circondario, dal vicinato, dal posto, dal caso e da un'enorme fetta di mondo.

"Volevo dirti che la mia ragazza è incinta."

"Perché mi disturbi?"

Accendo una sigaretta. E' come essere spinti sotto la metropolitana da gente che va in ufficio. Essere investiti dal gitante in bicicletta. Svegliàti la domenica mattina dal venditore di opuscoli religiosi.

Forse sei qui all'aria apposta.

(di Ida Bozzi)

(pubblicato in The Reader's Anger, 18 settembre, 2008)

 

 

Il 12 settembre. Non l'11, il 12. Siamo di fronte a un sacrificio umano. E basta. Tornate nelle vostre vite. Quelle vere. Goljàdkin muore.

Nella sera di venerdì 12, David Foster Wallace, scrittore di Ithaca, pone fine.

Copiamo e incolliamo qui l'articolo scritto dal collega di DF Wallace al Pomona College, John Seery.

Attenzione: è da leggere la pagina di McSweeneys, dove scrivono tutti i ragazzi della classe di cui Wallace era la vergine più vivace; per ora sono pubblicati i contributi dei suoi compagni, degli alunni, quelli di Dave Eggers e di Zadie Smith. Qui c'è il ricordo su Salon, con vari articoli.

Qui una parte di un suo discorso alla Kenyon University nel 2005: "And the truth is that most of these suicides are actually dead long before they pull the trigger.

And I submit that this is what the real, no bullshit value of your liberal arts education is supposed to be about: how to keep from going through your comfortable, prosperous, respectable adult life dead, unconscious, a slave to your head and to your natural default setting of being uniquely, completely, imperially alone day in and day out."

13 settembre, 2008. Ghiaccio nel racconto "L'occhio", sezione "The Reader's Anger". Non adatto a un pubblico. Lievi variazioni nel finale vi avvicinano forse di più a quello che di questo racconto non capite. Attutito un effetto, accentuato un altro. Perché voi credevate che il problema fosse l'occhio, giusto? No. E' bastato aggiungere la parola "tranquilla", verso il fondo. E togliere altro.

Adesso sì.

12 settembre, 2008. Se siete impressionabili, non leggete i prossimi racconti "L'occhio" e "La morte", che arriveranno a getto continuo nel weekend nella sezione The Reader's Anger, dove fino a questo momento, con "Il filosofo", abbiamo scherzato.

Dove siamo state? In quella parte di mondo in cui abbiamo scoperto che gli uomini preferiscono le donne "sempre amabili, mai tenere" (altra citazione da un racconto che non vi dico). E allora, peggio per loro.

Ora, tornate nel nostro mondo, noi dobbiamo ricominciare l'allenamento. Sempre tenere, mai amabili, vi avvertiamo che "L'occhio" è un racconto d'amore che fa rivoltare lo stomaco: il rivoltarsi è tutto nella prima parte, ma vi garantisco che l'amore della seconda parte non è meno ripugnante. Né meno "amore". E "La morte" è, all'opposto, qualcosa che vorrete rileggere troppe volte perché vi faccia bene. Badate che non sto scherzando.

Non è più un sito per lettori.

Dovrete cambiare il vostro status, come io sto cambiando il mio. Quando vi ho davanti, qualsiasi cosa vi dica non può più essere vera. E io sono sensibile a una simile privazione, poiché la sopporto da tempo, a trecentosessanta gradi. Io Sorrido Sempre. Ora anche con voi, me ne dispiace. Solo qui è possibile per me ritornare alla verità. Qui non esiste nessun ostacolo, ora, nessun "altro". Non è più un sito per lettori.

 

11 settembre, 2008. Primo racconto nella sezione The Reader's Anger, dove il lettore non è benvoluto. Cominciamo piano, ma vedrete che prima o poi vi seccherete.

10,5 settembre, 2008. The reader's anger. "Ero sveglio, ma in una sala d'aspetto mi sarei stancato subito" (e non vi dico di chi è la citazione).

Il blocco da pubblico cessa qui. Basta. Il disturbo profondo che anch'io provo per il fatto di non esservi gradita, si interrompe e cade come una linea di tensione. Si spezza per il suo stesso peso. Tra pochi minuti, il peggiore racconto che si possa immaginare, l'inizio della ribellione al tormento del pubblico, apparirà qui.

Al pubblico che vuole da me racconti d'amore, rispondo no. Non mi importa se volete sentire questo, io ho altro da dire.

Al pubblico che vuole da me che io parli dei suoi problemi, rispondo no.

Potrei continuare con la protasi per anni, ho appena sentito parlare Obama in tv, quindi non provocatemi. We can. O I can. O you can, adesso non ricordo.

 

 

10 settembre, 2008. Uno dice. Ma dove lo trovi un lettore che ti capisca, quando scrivi "Ero sveglio, ma in una sala d'aspetto mi sarei stancato subito". Forse i romanzi andrebbero scritti come gli elenchi telefonici: una parola per riga. Sarebbero molto più brevi e i lettori capirebbero che tu non stai soltanto raccontando una storia.

Quello che i lettori non capiscono, o forse non sanno, è che quando racconti una storia stai anche decidendo di non raccontare le altre. Selezioni la dimensione in cui ti muovi.

La mia presenza su questo sito sta diventando sempre più strana: vi racconto tutte le storie che so, ma evito di raccontarvi quell'unica che mi interessa. Non è un brutto segno, per me, ma rende accessorio in modo irritante (credo, per voi) questo un tempo vivacissimo sito. A volte ho l'impressione che si possa scoprire qualcosa, del mio segreto romanzo non web, proprio osservando la silhouette disegnata dalle scempiaggini che scrivo intorno all'area vuota di cui non parlo. Quel che provano i grandi bugiardi, che si sentono braccati anche nelle verità che dicono, fin sulla soglia delle loro bugie.

Questa frase non è male, perciò non disprezzate troppo i miei interventi minori.

E adesso pausa.

 

9 settembre, 2008. Fate lo scroll e ritrovate il nuovo episodio di Klaz qui sotto, o quaggiù in fondo a tutto. Oggi in biblioteca ho preso qualcosa di Handke e qualcosa di von Kleist. Il che significa che per qualche giorno vi mollo, vi lascio, lascio la tempestività, vi lascio tutta l'intelligenza, vi lascio l'opportunità, la saggezza, la consequenzialità, il politically correct, il literally, il really e il basically e soprattutto l'actually. Me ne vado in un'area mia. No, non la Svizzera, un'area mia musona e preverbale e a spirale di cui magari un giorno vi racconto, magari no.

Non saprei nemmeno come descrivervela, se non proprio con la poesia di Handke che abbiamo già citato qui, e ancora continua a vibrare. Ecco, le braccia appese vi danno un'idea.

Oppure Benigni, quando dice

"anche se resto in silenzio, tu lo capisci da te".

8 settembre, 2008. Pare che oggi sia uscita la mia recensione di Irvine Welsh sul Corriere. Mi criticheranno perché faccio sempre lo spoiler (che è raccontare come finisce il libro)...

6 settembre, 2008. Nuovo episodio metamorfico di Klaz.

Klaz

Ho perduto la facoltà di ricordare molto tempo prima di subire un danno vascolare irreversibile.

In realtà, quasi tutto ciò che ricordo – e intendo, ciò che ricordo come fosse oggi - è qualche pomeriggio passato davanti allo specchio quand’ero piccolo. Avevo sette anni, le gemelle ne avevano sei e mio fratello grande ne aveva nove. Nel bagno c’era lo specchio enorme, orizzontale, una specie di finestra che faceva venir voglia di scavalcare e alla quale per un certo periodo in famiglia rimanemmo tutti appesi. Non erano solo le nostre età di ragazzi, ad appiccicarci a quel vetro; oppure sì, ma credo che a tutti in famiglia piacesse la sensazione che si provava passando davanti allo specchio, l’impressione fatata di poter prendere in qualche modo la realtà alle spalle e svelarla. La mia famiglia non era mai stata appassionata di realtà, e questo ci rendeva un po’ diversi dagli altri, tutti quanti. Rendeva mio padre un idealista, e mia madre una creatura angelica e un po’ vaga, e noi fratelli e sorelle inclini al teatro e al sogno e a una forma di letizia panica di creature dei boschi e degli specchi. In ogni caso, lo specchio era il nostro gioco preferito. Corinna e io avevamo imparato a farci la barba così bene che, se ne avessimo avuta di vera e irsuta, il senso di freschezza sulla nostra pelle rasata non avrebbe potuto essere più nitido. Usavamo shampoo alla mela verde e i pèttini da viaggio che ci aveva regalato la nonna. Mettevamo una goccia di shampoo nel cavo della mano, e facevamo la schiuma con un dito d’acqua e un pennello di plastica per le tempere. Poi passavamo il pennello sulle guance e sul mento, come se la nostra barba avesse la forma della barba di Abramo Lincoln: infatti sotto al naso non avevamo pelame immaginario, non più, da quando la gemella nel radersi i baffi di fantasia aveva respirato una bolla di schiuma e aveva tossito tanto da farci scoprire e punire dalla mamma. Ben insaponati, con i menti alzati e la mascella inferiore un po’ sporgente, che ci dava l’aspetto ingrugnito e mascolino delle scimmie dei documentari, passavamo velocemente rasoiate di pèttini sulla schiuma che già si scioglieva, scoprendo a tratti la pelle pulita e scambiandoci apprezzamenti generici, vagamente adulti, sulla bellezza del lavoro di barbiere. Quello che ci piaceva più di ogni altra cosa era risciacquare a ogni passata il pèttine sotto l’acqua. Un’azione filosofica, che mi spinse alla mia prima meditazione artistica, sul perché ci si affatichi tanto a fare una cosa se non è che per disfarla. Anche Andrea e Carlotta, l’altra gemella e il fratello grande, si univano di tanto in tanto alla nostra sessione di visagismo, anche se in me, e credo anche in Corinna, l’affollamento di ben otto barbieri nel bagno, compresi quelli specchiati, faceva crescere esponenzialmente la paura di essere scoperti. Come se farsi la barba in otto contro gli ordini di mamma fosse infinitamente più rischioso e trasgressivo che radersi per finta in privato.

Il ricordo delle nostre facce specchiate, i quattro (otto) movimenti simili ma discronici, la trama semplice di quel film privato, il senso di piacere che ci dava riuscire a togliere la schiuma con pochi colpi di pèttine anche nelle zone più appuntite del mento, e la serietà affilata che passava su quelle finte lame, è quello che io definisco un vero ricordo. Così corposo, che ricordarlo e averlo vissuto non sono cose tanto differenti.

Ma mentre almeno due delle sessioni di barba familiare sono impresse nella mia memoria con tutto lo spessore della realtà che sto osservando in questo preciso istante – con gli occhi socchiusi, appoggiato allo schienale della sedia a rotelle, infastidito dal formicolio al braccio – con il passare degli anni l’efficacia della mia capacità di ricordare dev’essersi affievolita. O non s’è mai sviluppata. Poiché la realtà non si è spenta, anzi è diventata più potente e invasiva che mai, dev’essere stata la mia capacità o volontà di ricordarla, a mostrarsi insufficiente. Avvenimenti ben più notevoli di un gioco felice con i fratelli, e giorni dei quali credevo mi sarebbe rimasto un ricordo indelebile, si sono slabbrati e disintegrati negli anni e nei mesi, fino ad assottigliarsi in fotogrammi trasparenti, ai quali la memoria si accosta di malavoglia anche nei momenti di estrema concentrazione, e dentro i quali non c’è più vita e trama e senso che nella successione di spot pubblicitari nell’intervallo di un film alla televisione.

Mi lascio cullare dall’illusione che sia come dicono i medici, che si tratti di un effetto dell’ictus, che io abbia a che fare con una malattia vera e propria che colpisce i distretti del mio braccio destro, della mia gamba destra e dei miei ricordi, e contro la quale sto lottando. Mi lascio assolvere, mi abbandono a questa nebbia di perdono nella quale sto calando per riuscire a sopportare il pensiero di non potermi più muovere, di non poter più aggiungere o togliere una riga alla pagina della mia vita. Ma se dovessi sperare di rialzarmi, dovrei un giorno anche affrontare seriamente il fatto che pur guarito, pur se perfettamente padrone dei miei sensi e di tutte le parti coscienti del mio corpo, io sarei un uomo che ha vissuto molto, e con intensità, ma che non ricorda quasi niente. Uno che ha saputo vivere, ma che non ha saputo trovare, non dopo l’età felice dell’infanzia, l’interruttore dell’importante facoltà del ricordare.

Mi esercito, ora, seduto su questa sedia, approfittando dell’ultima luce, mi alleno a sviluppare quest’ultima facoltà. Questo nuovo senso. Rammentare, ricordare, rievocare, rivedere, rivivere. Chiudere gli occhi, puntare lo sguardo su un’epoca della mia vita, e farne emergere qualcosa di più che sagome incerte e smarginate. Per quindici anni, ogni giorno, ho aperto e chiuso la porta dello studio preso in affitto dopo la pubblicazione del secondo romanzo. Ricordo l’atrio della portineria, il corridoio con la passatoia rossa, la maniglia della porta, l’odore di polvere bruciata dell’anticamera nella penombra, perfino l’accordo di cembali che annunciava l’accensione del computer. Ma non ricordo distintamente di aver attraversato quel corridoio ogni giorno e di aver ogni giorno udito il suono d’accensione del computer. Ho in mente poche selezionate immagini rappresentative, poco più che una sequenza per tutte. E nemmeno ricordo gli elementi più complessi, per esempio la disposizione precisa degli oggetti sulla scrivania, che pure ho fissato coscienziosamente per circa cinquemilatrecento giorni di fila. Capisco i trucchi che la mia mente ha usato per sorvolare una vita intera. E’come se ricordassi un’unica luce che si accende nello specchio in un’unica mattina e la mia faccia un’unica volta specchiata per farsi la barba con un unico sorriso. Come se i cinquemila giorni passati in quello studio, i dodicimila passati nella casa dello specchio, i quattromila spesi con la mia prima moglie, i mille passati con la seconda, e tutti gli altri, non fossero una voragine davanti alla quale fermarsi ogni volta a bocca aperta a tremare, ma qualcosa di tutto sommato trascurabile nell’economia di una mente umana.

Trascurabile, in favore di che?

Se poi, nel tentativo di ripristinare l’ordine in questa caverna vuota, cerco di andare oltre la catalogazione dei gesti ripetitivi, se mi avvicino a quel piccolo cumulo di momenti irripetibili davanti ai quali io so di aver chiesto – poiché sono uno scrittore, un romantico e un curioso sciocco sentimentale – “Fermati attimo!”, lo faccio con ansia e con paura. Provo cautamente a saggiare qualche momento qua e là, e mi ritraggo non appena intravvedo le solite figure sfumate, i soliti recipienti mezzi vuoti. Del bacio che mi diede Ichi nel reality show, per esempio, ricordo solo lo scandalo che ne venne, la rottura, l’imbarazzo che stupì me e mortificò lui. Ricordo i suoi occhi intristiti, ricordo che ci furono giorni in cui me li puntò addosso, e io zitto, in difesa, irrigidito, deciso a non suscitare altre false speranze. Ma non riesco a ricordare la sensazione delle sue labbra sulle mie, non la ritrovo, non l’ho più ritrovata. A volte, quando bacio mia moglie, compio questo piccolo tradimento, chiudo gli occhi e imito quel bacio: c’è sempre un “momento Ichi” nei baci di chiunque, il momento iniziale, il più timido, quello in cui le bocche si incontrano e si staccano, quasi sempre per giocare, per inseguirsi, quasi mai per dividersi per sempre. E io quel momento me lo prendo, sono diventato egoista, e me lo prendo. E allora riesco a ricordare, fuggevolmente; ricordo la pressione delle sue labbra, il calore - io che le immaginavo fredde, o non le immaginavo affatto – l’umido della saliva sulla faccia, tra le labbra e la guancia. Mia moglie prosegue il suo bacio in un altro modo, si abbandona, ride, e tutto cambia. Immagino che sarebbe un problema confessarle questa mia fantasia, anche perché non sono sicuro che si possa definire una fantasia, e Dogma mi dà l’impressione di saper cogliere la differenza; quando Ichi viene a trovarmi, mi pare che lei ricordi molto meglio di me l’incidente di quella sera, e che sappia riconoscere gli sguardi e i movimenti che tra noi, anche nel più completo silenzio, a quell’incidente tentano di alludere.

Molte delle cose che non ricordo sono, naturalmente, cose che rimpiango. Ma non è così semplice. Non è che io desideri, piattamente, d’aver baciato Ichi, o di baciarlo ora. E’ anche questo, ma non solo. E me lo ha insegnato il mio presente, questa sedia a rotelle, il formicolio al braccio, la consapevolezza di tutte le mattine, l’angoscia di tutte le sere – già sfumati in un unico nastro di paradigmi fievoli, anche questi. Ho badato a lungo alla qualità della mia vita, e troppo poco alla mia qualità, alla qualità del mio essere. Ma era facile, allora, quando potevo voltarmi e continuare a dimenticare, passando ad altro.

Adesso che non so nemmeno muovere le dita, e non posso togliermi da qui, è con il mio essere che ho a che fare, non con qualcosa che me ne distragga. Da qui vedo, comincio a vedere, che tutto ciò che ho fatto nella vita, l’ho fatto come prima di dormire, quando si sbrigano in fretta le commissioni della notte, per consegnarsi al sonno.

E non è precisamente vero che non ricordo più nulla, ma che non m’è mai importato di dover ricordare; a partire dal giorno in cui ho creduto di aver imparato a vivere, fatta la barba, quella vera, non ho più imparato nient’altro. Non sono mai più stato presente a me stesso, nemmeno quando ho creduto di esserlo. Ho confuso gli specchi in cui ci si rimira con quelli in cui ci si scopre.

E sono specchi diversi, diversamente limpidi, diversamente profondi, diversamente fedeli.

(di Ida Bozzi)

(pubblicato il 6 settembre, 2008)

5 settembre, 2008. C'è qualcosa di più triste di ciò che esprime la frase "e capire che nessuna di quelle strade portava fino a noi", da "The virgin suicides" di Eugenides? Sì, e sta arrivando.

4 settembre, 2008. Andiamo avanti con Ichi.

Ichi (seconda parte)

“Raffaello,” says the guide.

Ichi ride alla parola “Raffaello”.

Quando il mondo diventa troppo potente per una sola mente, la mente può vacillare. Il cuore si svuota, una potenza selvaggia e indifferente lo prosciuga e lo sorbisce come il cadavere di una preda, e questa potenza dalla superficie piatta, rigida, fredda, che ha vinto, può distruggere. E forse, in qualche modo, distrugge. Offre la scelta: odia, fuggi come un dannato, come un reietto, la compagnia dei felici, di coloro che hanno, ritìrati a rosicchiare le tue ossa o a guardarle come se fossero estranee, ripiegate, inerti. Oppure muori.

“Raffaello,” says the guide, again.

Questa signorina piccola, con il caschetto di capelli biondicci, la cravatta rossa sulla camicia bianca sotto la giacca grigia, e i denti rovinati, e un brutto anellino al dito, che indica la Scuola di Atene nello stanzino altissimo, sbieco e stretto, è Dio.

La potenza ti ha detto: odia, o muori. Ma tu, buccia spremuta, ti sei risvegliato sputato fuori dalla bestia, e non sai nemmeno com’è successo.

Sei stato forse molto fortunato.

C’è una cosa alla quale pensi spesso, da qualche tempo a questa parte. Ed è che un giorno, quando sei nato, hai trovato qualcuno che ti ha spiegato chi eri. Il vicino di banco che ti ha rubato la merenda, l’amore sciolto, o un ladro che ti ha lasciato mezzo morto per strada, o la persona che ti ha ceduto il posto in autobus, o chi ti ha baciato. Qualcuno che te lo ha inculcato o che ti ci ha legato mani e piedi. A rinforzarli, oppure a scioglierli, quei legacci, quanto tempo hai impiegato. Quanta forza hai speso, quanti dei tuoi giorni hai passato. Più volte, un’infinità di volte. Hai schivato i colpi più duri, se hai potuto gridare per i colpi meno duri. Hai colpito a tua volta oppure no. Hai colpito scappando, hai colpito picchiando.  Chi fossi, che cosa fossi mai all’inizio, e perché dovesse essere così faticoso esserlo, e chi volevano che fossi, e chi sei diventato ora, e che cosa intendevi diventare, e che cosa avresti dovuto diventare, e chi hai finto di essere, e chi hai creduto di essere, e chi sei stato, e chi sei, è ciò che sei.

Chi ti ha spiegato chi sei, te compreso, lo ha fatto lasciandoti abbastanza vivo da respirare. Questo pensi.

Ma Dio sta mostrando Raffaello sulla parete sinistra dello studio.

“Look at the tiny parts,” sta spiegando la guida.

E’ passato il tempo in cui non riuscivi a vederli, i particolari. In cui la folla ti confondeva, le facce ti passavano davanti senza fermarsi. La loro neutralità è stata un tuo inganno.

L’estraneità, è un elemento della spiegazione. Il vuoto, è un elemento della composizione. Il male, è uno dei pilastri, l’altro è il bene, e dei dieci altri non conosci nemmeno il nome. Osserva l’errore dipinto. Guarda la piccola martire nell’angolo aureo del quadro.  Lei ti sta guardando. Impara a esaminare ciò che manca. Pittura su un muro: non è viva. E’ una martire: qualcuno la uccise. Probabilmente, fu infelice. Ti sta guardando: e nell’agorà della filosofia, è Rappresentazione della Somma delle Mancanze.

Perché diavolo ti stupisci della complessità della rappresentazione, se l’arte sta cercando disperatamente di rappresentare ciò che non c’è accanto a ciò che c’è, e che non c’è a sua volta? Perché ti stupisci che sia l’assenza a rendere l’arte, arte? Non è ovvio che l'arte sia ciò che manca?

Non è ovvio?

Chi sei è ciò che sei. E chi non sei, è ciò che sei, lo è nello stesso identico modo. Ciò che in un unico individuo l'etica ritaglia via, e l'esistenza trattiene entro i propri confini, l'arte lo restituisce. Osserva la martire. Un'etica l'ha uccisa e un'altra l'ha assolta, non sarà mai più viva, e tutto questo è nel quadro.

“You have five minuts to check the room,” sorride Dio, pettinandosi il caschetto e sistemandosi in un angolo dello studio, mentre i turisti si danno l’aria di esaminare con grande attenzione l’affresco, affollandosi ai piedi della scalinata dipinta. Ichi li osserva mentre inforcano strane montature di occhiali.

(segue, cado dal sonno)

4 settembre, 2008. Caro Giovanni, che mi scrivi invitandomi a leggere su uno dei noti siti di pasticceria un certo interessante intervento sul romanzo. Caro Giovanni, ti ringrazio, ma sebbene io vi adori tutti, verrei solo a far casino (leggi: arte). Ho già detto più volte, e in molte sedi diverse, che o voi critici vi buttate come i critici francesi a parlare fitto fitto tra voi, e gli artisti li lasciate stare, o cercate di spiegare al pubblico qualcosa, e gli artisti li lasciate stare comunque.

O pensi che sia un critico anch'io? Io non ho paura di dire che sono solo un'artista. Ma proprio: solo un'artista.

Rivendico che tu storicizzi quest'opinione, la tenga a mente, e semmai venga tu a leggere me.

Cosa che non farai, perché non sono del tuo giro. Un saluto!

 

3 settembre, 2008. Un po' di Ichi, per gradire.

Ichi.

Ichi guarda il pavimento dell’immenso salone. Lungo il polso di marmo scorrono vene nere, profonde, che si perdono in fiumi laterali più fragili, affioranti.

Non riesce ad ascoltare tutte le parole della guida specializzata, che d’altronde non ha pagato, lo sovrastano, lo satollano, e si allontana dalla comitiva di turisti cui ha tentato di accompagnarsi. Ma no, ma no, non è una separazione, la sua. E’ ancora spinto dallo stesso misterioso desiderio di partecipare e sorridere,  imitazione credibile di un entusiasmo giapponese, tedesco della Bassa Sassonia, americano con la borsa a tracolla, con i sandali, con i pantaloni stropicciati dai sedili dei treni.  Ancora si accosta alle traiettorie delle macchine fotografiche, vorrebbe quasi convincere i due coreani che fotografano una finestra bordata d’oro a spostarsi nella Sala delle Carte Geografiche, che assapora prima di loro e per loro, ed è con le vertebre di Hans e Nora, i due tedeschi incontrati all’ingresso, che piega il collo per  guardare fino al soffitto la parete di marmo rosso con le venature bianche su cui si innestano capitelli color avorio, stucchi, gli angeli d’oro di un soffitto.

“Raffaello,” says the guide.

Ichi ride alla parola “Raffaello”.

Quando il mondo diventa troppo potente per una sola mente, la mente può vacillare. Il cuore si svuota, una potenza selvaggia e indifferente lo prosciuga e lo sorbisce come il cadavere di una preda, e questa potenza dalla superficie piatta, rigida, fredda, che ha vinto, può distruggere. E forse, in qualche modo, distrugge. Offre la scelta: odia, fuggi come un dannato, come un reietto, la compagnia dei felici, di coloro che hanno, ritirati a rosicchiare le tue ossa o a guardarle come se fossero estranee, ripiegate, inerti. Oppure muori.

“Raffaello,” says the guide, again.

Questa signorina piccola, con il caschetto di capelli biondicci, la cravatta rossa sulla camicia bianca sotto la giacca grigia, e i denti rovinati, e un brutto anellino al dito, che indica la Scuola di Atene nello stanzino altissimo, sbieco e stretto, è Dio.

La potenza ti ha detto: odia, o muori. Ma...

(ragazzi, ho sonno. Ma segue, lo so che vi interessa)   

 

2 settembre, 2008. (chkd) Il 10 settembre verrà acceso a Ginevra il LHC, l'acceleratore di particelle più grande del pianeta, per il più grande esperimento di tutti i tempi. Ho già avvertito che la vostra lavatrice potrebbe schizzare fuori dalla finestra per recarsi a un meeting planetario di oggetti metallici, quindi preparate il vostro bucato con un certo anticipo, e tenetevi attaccati a qualcosa perché il mondo potrebbe pendere dalla parte della Svizzera, che è già pesante di suo essendo il più grande salvadanaio del mondo.

L'esperimento, a detta di moltissimi che non hanno ricevuto miliardi di euro per costruire nessun frigorifero magnetico del cavolo, potrebbe provocare un buco nero, più buchi neri, cambiare la nostra orbita, spostare l'asse terrestre, risucchiare la Luna, avvicinare Andromeda, fermare il tempo, sbalzarci nella quarta serie di Lost, disseminare per il pianeta particelle di antimateria killer, e creare materia sconosciuta non dipolare, che potrebbe isolare alcuni di noi o parti della Terra in una specie di placenta dimensionale remota. Se non riuscite a fare telefonate nemmeno in dual band, il 10 settembre, ponetevi delle domande.

Queste sono solo alcune delle ipotesi meno fantasiose, ma sono anche le meno realistiche. A partire dal 10 settembre, più verosimilmente, potrebbe infatti aprirsi a Ginevra un canale per i viaggi nel tempo: per non so quale paradosso esplorato con sbigottimento Welshiano - genere Sick Boy e Spud - dai tabloid inglesi di questi ultimi (la parola è casuale) giorni, è possibile che arrivi dal futuro un viaggiatore nel tempo nel preciso momento in cui la macchina del tempo viene costruita in un punto del suo passato, che sarebbe questo, il

10 settembre prossimo venturo.

Anche la data scelta non è delle migliori.

Comunque, Sancho e Wagner, i due prodi fisici con nomi da telefilm che hanno fatto causa al Cern per salvare il mondo, non hanno dubbi. Pare che si siano appellati anche al Consiglio d'Europa. Il Consiglio d'Europa non ha reagito, forse per una forma depressiva che né Sancho, né Wagner, nella loro entusiastica litigiosità Starski&Hutchiana, hanno saputo cogliere (non so se avete notato, ma da sempre, quando le monete europee valgono qualcosa, è un momento di merda per l'economia; e il Consiglio d'Europa un po' ci soffre).

Quanto al viaggiatore nel tempo, una volta disincastrato dai rottami degli elettrodomestici piombati sul suolo elvetico a velocità quasiluce, forse non farà pagare un biglietto troppo costoso per portarvi, in tanti, nel futuro. Prenotatevi e partite rapidamente, ché verso fine settembre mi piacerebbe organizzare, con i pochi rimasti, una bella gara di sci d'acqua sul Pacifico, coast to coast, legati dietro a tanti hovercraft, nudi, con i capelli al vento e senza YouTube a spiare.

 

 

Hai fatto cose da amica del primo giorno. Ti sono state dette cose da amica del primo giorno. Ma alla prova dei fatti, sei un'amica del secondo giorno. Oh, mia nonna prese il suo quadernino e con la gomma dietro la matita cancellò ben bene il nome. E quando la persona si fece risentire - non se ne ricordò così presto, la sua memoria valeva davvero poco - il dorso della mano di nonna aveva ripulito ben bene tutti i ricciolini di gomma della cancellatura.

3 settembre, 2008. Cari, ne avete di cose da leggere, qui e altrove. Anch'io, e devo recensire un libro importante, quindi aria. Ah, poi un giorno vi racconterò perché essere l'amica del secondo giorno faceva uno strano effetto a mia nonna. Uno stranissimo effetto, una storia di pony express, mignolini con i nodini, vecchia Padova accademica e un sacco di altre cose curiose.

Mi immergo nel buon libro.

30 agosto, 2008. Alla ripresa dell'episodio, si aggiunge la storia di Post. Non chiedetemi perché, ho deciso di scrivere proprio quello che mi salta in mente. Terapia. Ah, sono tutti nella stessa pagina, quindi dovete fare lo scroll.

Storie di     Post

              Hard

              Dogma

              ModeRN

              Ichi

              Best

              Klaz

             

 

 

Su McSweeney's non c'è, ma suonerebbe bene una rubrica del genere "Cose da fare a mezzanotte meno sette, aspettando il capodanno, onde evitare di perderlo". Molto inglese, you know. Anzi, american english. Per esempio: "Mezzanotte meno sei: domandarsi se gli orologi di casa funzionano". Oppure: "Mezzanotte meno cinque: trovare un gioco di società molto rapido." E poi: "Mezzanotte meno quattro e mezzo: scoprire che è troppo rapido." Quindi: "Mezzanotte meno quattro: provare a cominciare il conto alla rovescia. Meno 240, meno 239, meno 238..." Successivamente: "Mezzanotte meno 211: perdere il conto." E poi continuando: "Mezzanotte meno tre: ma funzionano gli orologi? Perché a me sembrano immobili." E ancora: "Mezzanotte meno due e mezzo: funzionano, ma segnano tutti un'ora diversa." Sul limite: "Mezzanotte meno due: oddio, non sapere assolutamente che cosa fare per due interi minuti." Poi: "Mezzanotte meno uno: comporre una poesia! No, accidenti, troppo tardi!" Quasi infine: "Mezzanotte meno trenta secondi: decidersi per un'attività rapida e ricreativa: accendersi una sigaretta. Dov'è l'accendino?". Ancora: "Mezzanotte meno venticinque secondi, l'accendino è caduto, poi urtato dalla scarpa è finito sotto il tavolo. Chinarsi a raccoglierlo strappando il vestito." Infine: "Mezzanotte e due secondi. Ecco l'accendin... Oh, accidenti! Beh, auguri!"

27 agosto, 2008. Sette è, anche, il numero sacro ad Apollo. Il nuovo episodio dedicato alle Metamorfosi inizia senza Post, che ha una costola rotta.

Storie di     Post

              Hard

              Dogma

              ModeRN

              Ichi

              Best

              Klaz

             

Apollo, settimo secolo avanti Cristo.

 

Mi hanno spezzato il cuore, ma mi sento come se mi avessero spezzato una costola.

Le parole non sono più parole, il mio ricordo non è più ricordo, o io ricordo male le parole che in così breve tempo non valgono più niente. Ma poiché ciò non è possibile, l'alternativa è una superficiale menzogna. L'aver parlato per parlare, l'aver provato un suono, per provare. Dispiaciuti forse che qualcuno che non doveva essere lì stesse ascoltando.

Torno appena posso, con l'episodio. Ma capirete che la mia voglia di vivere, oltre che di scrivere, è alquanto debole. Retorico? Non direi. Se questa è la serietà che si tributa al nostro solo universale passaggio, allora meglio essere una scimmia, che rivolta indietro le labbra e sghignazza, senza - concettualmente - nemmeno ridere.

26 agosto, 2008. Non è giusto, vero?

23 agosto, 2008. Qui vedete il Sole adesso, attraverso filtri particolari. Attraverso gli stessi filtri, ma nel 1998, il Sole appariva così. Se anche una stella ha degli alti e bassi...

Ora due giorni di pausa, pausa vera. Ho letto troppo, ho visto troppo, ho sentito troppo, e sempre lontano da casa.

22 agosto, 2008. Nuovo episodio: Prima voce.

Qualcosa ci inchioda per sempre in questa fissità. Noi siamo trasformati, e questa trasformazione noi stessi non comprendiamo. Se punizione, per un nostro peccato. Se monito, per una vostra colpa. Se vendetta, per farne discendere l’esistenza di dèi. Se riparo, perché sul limite di una fine ingiusta qualcosa di noi sia salvo.

Non lo sappiamo. Ognuno di noi ha una storia, e una trasformazione, che mette fine alla storia," ecc. ecc.

Ora, non crediate che mi sia dimenticata di Questo Dannato Nuovo Episodio.

Tuttavia, oggi spero di distrarvi (astutamente) da me, per riuscire finalmente a concentrarmi un po'.

Uhm.

Chi mi vedesse girare in questi giorni con certe letture in mano, sarebbe scandalizzato, io credo. Mah, non lo so. Io leggo quel che sono convinta mi sia utile, per il mio percorso, le mie fissazioni, le mie... Sia come sia, mi sono trovata a citare Highsmith e King, ed ho osato farlo su un pianeta come questo.

Dove minimo minimo (presto! "minimo" deve subito farvi venire in mente la Scuola di Francoforte e Adorno, su questo pianeta) ti butti via se non citi Canetti. Canetti? Ma che cosa dico, tsk, Canetti. I motivi de "Andrea o i ricongiunti" di Hoffmannstal nell'edizione precedente a quella di Adelphi, possibilmente svizzera ed esaurita (le quali due parole dovrebbero farvi pensare invece subito a me).

Dove il gioco delle tre carte lo fai con i tre Roth, Joseph, Henry e Philip.

Dove il gioco fiori frutta cose animali (bello) si fa con le categorie "poeti italiani transfughi del Gruppo '63", "surrealisti francesi bustrofedici" ed "espressionisti tedeschi donne emigrati in America".

E io ho citato King.

Passo indietro.

Esistono, i ciuffi di oleandri che crescono al Sud a sinistra della corsia di sorpasso, tra le due carreggiate in autostrada. Con i villaggi di afidi cresciuti tra i gas di scarico e i fazzoletti appallottolati buttati dai finestrini. Esiste, lo sfasciume che si vede dietro i muretti delle ferrovie arrivando dalla Nord a Milano. Le macchie marroni sui sedili di pezza blu. Le giunture imbullonate con le viti che i ragazzini svitano con i venti centesimi. I sei gradi di separazione di colore tra l'asfalto asciutto e lo sputo. Il raggrinzirsi granuloso dei vecchi gradini in granito nelle vecchie case. Il bordo più scuro sulla scarpetta di pane nel sugo già quasi asciutto nel piatto. Esistono.

Li leggete qui e vi sembrano delle belle frasi. Li guardate dal vivo, in giro, e o non li notate o non vi interessano o sì vabé.

Tenete questa dicotomia ben presente, appena schiumata in cima, fatela riposare per un po'. Poi prendete in mano il vostro Hoffmannstal (oh poveretto, ci dev'essere anche una acca da qualche parte), anzi il vostro Joyce. Anche la Woolf. Kafka? Vada per Kafka. Palahniuk? Bene. Mastronardi? Fa figo citare un autore italiano che nessuno cita mai. Anche Mastronardi. Bene. Adesso posate le arie. Giù. Giù tutte, anche là in fondo.

Aprite i vostri coltissimi.

Respirate a fondo.

Leggeteli.

Acqua di canali. Verde, putrida. Mmm. Rognone. Carro di funerale. Un cavallo. Lavoro a maglia. Scarafaggio. Odore. Ossa piccole. Macchie di sudore sui vestiti. Ombre su fogli di giornale.

Adesso capiamoci.

Che cosa me ne importa del rubinetto, se so qual è la fonte?

 

21 agosto, 2008.

Ecco.

Dopo tutti questi errori, so perché esistono gli scrittori.

C'è questa madre che guarda i figli che giocano sulle altalene. A un certo punto uno dei figli cade e cadendo batte e piega il collo in un modo che...

Lei si alza in piedi. Lo scrittore le scatta una fotografia. Arriva l'ambulanza, il figlio viene caricato sull'ambulanza, lo portano dove devono, lo controllano, lo curano, e per fortuna il figlio è salvo. Ora, la madre non saprà mai perché, mesi dopo, quando il ragazzo ormai grande la abbraccerà - prima di andare, che so, in vacanza - lei ritirerà la guancia stringendosi lontano, e lo manderà via. Ma lo scrittore ha scattato la fotografia, e può mostrarla. A lui, che ha alzato le spalle e se ne è andato. A lei, che non sa dire perché ha sempre un rimprovero pronto per quel figlio cui vuole così bene. Lo scrittore vi può far vedere quella fotografia. E deve essere lo scrittore a farlo, non possono essere loro; qualcuno che con i nomi finti - le vocine finte, le camicie finte per lui, le ciabatte finte per lei - dica che nella foto si vede il punto attraversato, quello che nessuno, nemmeno una madre, attraversa indenne. Il disintegrarsi del cosmo alle sue spalle, fissato nell'attimo della foto, dà un'impressione mossa e caotica all'immagine, le altalene non si vedono. Il cielo tagliato in mezzo rigurgita qualcosa di denso. Gli occhi della madre sono acque esplose, non ci sono più i capelli, strinati, come sulla testa di una mummia di cinquemila anni, le ossa sporgono dal corpo e perfino dai vestiti, ed è giallo il colore delle unghie, nero il colore del vestito, radici, sassi, polvere sono diventati i piedi, stracci gli alberi, stracci gli altri esseri umani, stracci la voce, l'aria, il tempo. L'umano si è dissolto per un attimo in un amore che la nostra umanità rifugge, rifugge, che sprofonda nella morte e che tutti, tutti, comprendiamo respingiamo e subiamo come condanna. A tutti, specie alla madre, un ricordo vago è rimasto, di uno spavento, forse di un grande orrore, magari nemmeno troppo dissimulato. Ma la madre non ha potuto scattare quella foto. Il figlio nemmeno. Lo scrittore sì, quale dei due egli sia.

Lo scrittore può scendere dall'amore, per dire l'amore che altrimenti, da madre, da figlio, da amica, da amante, da uomo, da donna, da essere umano, sarebbe mostruoso dire. Non "sarebbe mostruoso provare". Sarebbe mostruoso dire.

Conoscete "ognuno uccide ciò che ama". E' un po' più difficile di così. A volte si dice "mi fai morire", ma è quasi per scherzo. Se lo dicessimo sul serio, lo diremmo con altre parole. Mi hai graffiato una mano. Hai rotto il vaso Venini.

L'amore uccide. Anche il più felice degli amori, è un rischio grave, e i suoi allarmi sono pronti a scattare in difesa.

Non sto parlando di innamoramenti.

Non sto parlando di passioni.

A-mo-re. Il quasi se stesso.

Si scoprono, vivendo, abissi mostruosi che in noi abitano nel silenzio. Noi non interloquiamo, con questi abissi. No, scendete sotto "l'inconscio". E' un lavorìo batterico di paura chimica. Abissi veri: l'individuo è abbattuto dalle forze che mettono in pericolo la sua vita, le respinge a livello quasi genetico, non dico istintivo, e non ha la capacità di controllarne le lacerazioni.

Immaginate anche le facili sfumature dell'abisso. Possiamo dire il nostro amore, il pericolo che è il nostro amore, se usciamo dai nostri panni. Perfino a noi, di un'atrocità del genere, parliamo da fuori. Esistono ritualità precise, e la scrittura è una di queste. Il pezzo che avete appena letto, che non è per voi, e non sembra parlare di me, è questa teoria in atto. Scrivere è il principio di indeterminazione della fisica, nel campo semantico della nostra pelle.

Ida Bozzi

(commenti)

 

 

 

20 agosto, 2008. Quando ero piccola, c'era una striscia di fumetti che prendeva in giro i libri per bambini. "Oh, guarda, vedi Sally". I testi originali dicevano cose del tipo "Oh, guarda, vedi Sally che attraversa la strada. Oh, guarda, vedi Bob che accarezza un cagnolino". Nella striscia di fumetti la versione era più Palahniuk's style, e non ho dubbi che Palahniuk abbia avuto anche questo tipo di ispirazione. "Oh, guarda, vedi Sally che si schianta a duecento all'ora mentre guida un motoscafo" (l'altra versione, con quel che è successo oggi nel mondo, non è il caso), diceva più o meno la striscia, oppure "Oh, guarda, vedi Bob mentre bombarda il villaggio" (seconda volta che cambio gli esempi), e cose del genere. Chiuso l'Urania, chiusa la faccenda.

Poi le cose si dimenticano.

Poi ritornano.

Nei modi e per i motivi più bizzarri.

"Oh, guarda, vedi Sally che vede un sacco di cose strane," ti suona in testa, un giorno. "Oh, guarda, vedi Bob che fa e dice un sacco di cose strane e anche maleducate". Per dire. Magari una sera all'improvviso canticchi "Oh, guarda, vedi Sally che non giudica e non soffre quando si ritrova per la strada di notte senza un taxi e senza un soldo". Cose così. E a notte fonda: "Oh, guarda, vedi Sally che è da sola mentre diventa sempre più strana anche lei", solo per fare un esempio. E la mattina dopo ti trovi a ripetere "Oh, guarda, vedi Bob che si è stancato delle crisi isteriche di Sally e la manda a cagare". Oppure, di pomeriggio, quando hai finito di lavorare e ti accendi una sigaretta, e senti la solita musichetta che dice "Oh, guarda, vedi Sally che capisce una cosa nuova di Bob".

Penso che rileggerò Palahniuk.

19 agosto, 2008. Ho la nausea, di me.

18 agosto, 2008. Nuovo episodio: Prima voce.

“Ma una è la nostra risposta. Sordi e ciechi,” cominciò la voce, “non vi parliamo. Il pensiero non si piega più, ma resta o resiste rigido e diritto su se stesso. Noi non siamo più rami che crescono, non cambia aspetto la nostra faccia, buoni o cattivi che siate stati con noi, non sorridiamo.

Qualcosa ci inchioda per sempre in questa fissità. Noi siamo trasformati, e questa trasformazione noi stessi non comprendiamo. Se punizione, per un nostro peccato. Se monito, per una vostra colpa. Se vendetta, per farne discendere l’esistenza di dèi. Se riparo, perché sul limite di una fine ingiusta qualcosa di noi sia salvo.

Non lo sappiamo. Ognuno di noi ha una storia, e una trasformazione, che mette fine alla storia.”

(segue)

18 agosto, 2008. Il Nuovo episodio delle Sette Moderniste inizia qui (deeply checked).

Intro.

Era l’ora dei compressori e dei rubinetti, dell’acqua nei tubi e delle scarpe sui pavimenti.

Un’ora strana in cui non veniva voglia di parlare, e i rumori intorno sembravano più interessanti di qualunque cosa ci si fosse messi in mente di dire.

Un’ora americana, con gli occhiali, di piatti acciottolati in cucina da una mano operosa, sedata in qualche modo veniale, pagata, se vi vengono in mente i soldi, amata, se vi viene in mente l'amore, che faticava e canticchiava un sogno nella testa, come gli uccelli che cantano per i lupi.

Un’ora in cui le ante degli armadi si chiudevano, i cassetti scorrevano, e ciò sembrava intelligente, e motivato a un fine.

Era anche l’ora in cui chi era triste, era triste. Si appendeva con lo sguardo agli oggetti intorno e rimaneva così magari per interi minuti, ad aspettare che gli oggetti uscissero dal loro turno di lavoro e tornassero a ricambiare gli sguardi romantici con una qualche traccia di compassione o almeno un senso vago di proprietà. Ma bisognava aspettare. Sedie, divani, fotografie, tappeti, quadri, tende alle finestre, lampadari ai soffitti e braci nei camini sembravano mamme che stanno rassettando, o cavalli che stanno arando, e passano di fianco agli steccati e ai girelli con gli occhi fissi in avanti, indaffarati, lontani, senza nessun ricordo di te e nessuna voglia di giocare.

Gli abitanti della Casa si sentivano un po’ tristi in quel modo. Ascoltavano in silenzio la necessità del mondo ticchettante e frusciante, e perfino di quello serio e zitto, lasciando dilagare in tutto lo spazio vuoto in mezzo il senso stordito della propria vita, un senso che a forza di rimbalzare dai muri di calce, dalle fotografie piatte, dai cavatappi di ferro, dagli alari di bronzo, dalle piastrelle di coccio, non poteva non raccogliere e restituire qualche particella di inanità. Così all’inizio non fecero caso alla voce che cominciò a parlare in mezzo a tutti loro; solo dopo qualche istante, a poco a poco, si mossero e si spostarono per ascoltarla, come risvegliandosi dal sogno in cui le loro domande cadevano nel nulla, per riaffacciarsi a una veglia in cui qualcuno, chiunque fosse, si decideva a rispondere.

(segue)

18 agosto, 2008. Il Nuovo episodio delle Sette Moderniste inizia qui (deeply checked).

Ah, una novità: siamo entrati nella classifica dei siti per lo meno "esistenti", e vantiamo numerosi nuovi lettori che salutiamo con simpatia. C'è anche la Rai, wow.

Stalker, non più.

 

18 agosto, 2008. Tuttavia, non è insolito, questo malessere? Non sentite la pelle più secca sulle mani, non si induriscono le parole mentre stentano ad uscirvi di bocca? E sarà solo l'aridità del vostro cuore a irrigidirvi così, oppure è il freddo della stagione che cambia, al quale date la colpa di ogni cosa, che trasforma il vostro fiato in ghiaccio? Ho come la sensazione che le Sette Moderniste stiano per riprendere in si bemolle maggiore con un episodio tutto dedicato a qualcosa cui non avete mai creduto, finora. Le Metamorfosi.

A presto, con tutti e sei i racconti en abyme. Più uno, s'intende.

16 agosto, 2008. Esperienze fantasmagoriche 1. Tra le malattie per le quali è indicato l'antibiotico che sto assumendo, c'è anche la peste. E' infilata di sghembo, tra "bronchite" e "dermatite", come se non volesse farsi notare.

16 agosto, 2008. Svizzera profonda. "Così cercando che i morti non siano morti, cominciamo a farli effettivamente morire in noi" (Benedetto Croce, Frammenti di etica).

15 agosto, 2008. E quest'arte cacciata via, tornata a casa, sopravvissuta, dovrebbe abbattersi e morire? Buonanotte, voi dentro le mura.

16 agosto, 2008. Ritorneranno tante cose. Ma questo tempo non ritorna più.

15 agosto, 2008. Partenze.

Parlarono ancora di partenze. Lei gli descrisse la fotografia scattata durante una delle prime tappe del viaggio, sedici anni prima. Nella foto si vedeva una ragazza con le trecce, sullo sfondo di una casa di campagna, che teneva tra le dita una piccola tartaruga. Lei non ricordava nulla di quella foto, e non riconosceva come proprio nemmeno il sorriso storto della ragazza, disgustato e stupito insieme del contatto con il guscio fangoso della tartaruga. Lui disse che sarebbe stato curioso di vederla, quella foto.

“E’ già in valigia,” fece segno lei, indicando un punto impreciso dietro le porte a soffietto, in fondo all’area per il check in. Ripresero la conversazione sull’argomento delle partenze. Perdere il volo, era la paura di lui. Smarrire il bagaglio, quella di lei. Tacevano brevemente solo per ascoltare gli annunci degli altoparlanti: mentre la hostess indicava le uscite per i voli o ricordava le procedure di imbarco, si sorridevano guardandosi negli occhi. Sottolineavano alcune parole con un cenno, come frasi in un libro di poesie. Ritardo, si raccomanda di ritirare il bagaglio, in attesa al gate 12. Lui o lei avevano appena raccontato le loro disavventure fatte di ritardi, di bagagli perduti e di imbarchi al gate 9, e ora la hostess suonava la loro canzone. O quasi, tuttavia ciò li faceva sorridere. A un certo punto, parve imperativo che quella fotografia dovesse saltar fuori dalla valigia e finire tra le mani di lui. Lei diventò ansiosa, si rimproverò ad alta voce di non poter mostrare quella foto, e nemmeno le altre. Lui guardò una volta di più il vetro panoramico dietro il quale si stendevano le piste deserte. Non disse nulla, a proposito della fotografia. Rimase silenzioso per qualche istante, scelse apposta per il suo silenzio un momento di pausa nella sequenza ritmica degli annunci sullo sfondo. Significava silenzio vero, silenzio. Una poltroncina vuota lì dove ora era lui, sotto le stesse luci al neon; ma in un altro tempo, che lei aveva tutto il tempo per riconoscere come futuro. La lasciò pensare, agitarsi, soffrire.

Poi le sorrise. Una cosa che lei non fece più, finché continuarono a parlare. E parlarono ancora di partenze. Lei provò a cambiare argomento, ci provò ripetutamente. Ma lui teneva d’occhio i suoi sguardi che sfuggivano e correvano agitati sul linoleum, e sapeva quando interrompere i racconti dell’arrivo a Bali, o della sosta d’emergenza a Londra. Lei si abbattè sullo schienale della poltroncina, con lo sguardo che le ricadeva addosso dal basso soffitto di pannelli in plastica, e sembrò arrendersi. Ora erano molto vicini. Ripresero con un filo di voce fiacco, ferito, a raccontarsi dell’ultima partenza.

15 agosto, 2008. Contenuti primari. Il tabù e il sacro. Due bambine che litigano, "io sono l'intelletto", "io sono la sensibilità": le due amichette giocano in uno solo stupido cortile.

Non vi sono edifici nel sacro.

(scusate, ho deciso di spostare qui il blocchetto per gli appunti)

 

15 agosto, 2008. Devo sottrarmi all'influenza esterna, e devo farlo proprio adesso?

14 agosto, 2008. Contenuti di tipo secondario. La bellezza si può cogliere con i sensi o con l'intelletto? La morte a Venezia. Siamo naturali o culturali? Nel romanzo dal titolo provvisorio **Senza titolo** c'è una sezione tematica dedicata a questo argomento. Risposta non scontata, tuttavia marginale nella storia.




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).