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- dal 2005 -

 

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)

 

 

24 novembre, 2007. Il nuovo episodio di Klaz.

23 nov 2007. Opinioni su un pubblico. Vado a teatro, come al solito. Vedo Russo Alesi, nell'One Man Show in cui trasforma in lavoro interessante la "Natura morta in un fosso" del solito Paravidino. Voglio dire, un testo può essere perfetto anche se non mi entusiasma, bella scoperta, e sebbene il testo di Paravidino non mi entusiasmi nemmeno un po' - niente di Paravidino mi toglie dalla faccia l'espressione di sospetto - non posso non sapere che è un testo perfetto, vale a dire un testo dai perfetti ritmi teatrali, e in più "piacione" per i temi e per la scelta del genere. Ma non troppo interessante per me. Poi arriva Russo Alesi, che interpreta tutti i personaggi. Decisamente, decisamente, così la cosa cambia.

Dunque vado. Mi godo il bello spettacolo (l'avevo già visto, ma valeva una seconda visione), e poi... Al momento di battere le mani, ma che dico, al momento di spellarsi le mani per questo salvatore di testi che è testo a sua volta, al momento di urlare "Sì!" e "Evviva!" e di esprimere l'apprezzamento per un lavoro di Intelligenza e del testo e dei suoi difetti e dei suoi pregi, il pubblico della sala mi s'ammoscia. Clip clap, clip clap, e poi tutti via silenziosi nei loro salotti Noncistodentri. Non so voi, ma io divento una piccola furia, in questi casi.

Come: gruppi di idioti si malmenano per delle partite di calcio, e noi tutti opinione pubblica siamo lì a gettare le nostre Noncistodentriche acque sui fuochi, ma quando vedo un pubblico quieto e civile mi inquieto e salgo sugli spalti e vorrei incitare le folle alla follia dell'entusiasmo?

Beh, non lo so. Ma una strada diversa tra l'accopparsi selvaggio e il sorriso mughetto delle sottilette ci deve pur essere, da qualche parte. Nell'antica Grecia si pestavano i piedi a terra. Noi non so, potremmo sobbalzare sulle poltrone. Agitare i gomiti. Gettare pallucce di carta. Un modo deve pur esserci, se proprio non dev'essere l'applauso. Perché mi viene il dubbio che quel pubblico muffito non si sia disturbato a sedersi lì, che non abbia visto niente, che non si sia davvero alzato per andarsene, che non abbia davvero riindossato i cappotti. Ma da qualche altra parte, nella città, si sia limitato a cambiare canale.

Con tutto dentro, il Paravidino, il Russo Alesi, le poltrone, le luci, anche quella che tremolava, i figuranti nel teatro, il freddo che faceva fuori e noi qui ora. Clic.

 

22 nov, 2007. Computer rotto, questione di software. Ma. "E se all'improvviso una tarma si ferma sul bordo di una matita e palpita come un fuoco, guardala", da Cortàzar.

Prossimamente: 1. Klaz. 2. Opinioni di una outsider sul pubblico. 3. Perché definire un romanzo "un grande romanzo" non ne fa un grande romanzo.

Sono qui, sono litigiosa, ma ho scritto e letto cose interessanti. A fra poco (ore, giorni, non so. "E se una tarma...").

Abbisognerei di un computer nuovo, con piedi per seguirmi e occhi per avvertirmi che no, non va. Forse, se sulla pancia mi sistemassi una tastiera, basterebbe uno specchio.

Ho così poco tempo, e così tanti amici. Il Prolisso, per esempio. Il Prolisso scrittore videòfono mi ha guarito dalla prolissità. Lo Spento. Lo Spento scrittore ottocentografo mi ha guarito dalla spentezza e dall'ottocentità. Se non si incendiano altro che di sé, o dei cloni disperati che sono i loro magri amori, come sperano di incendiare il Pianeta... Prima non capivo, credevo... ora capisco, e sono loro così grata che non posso non sentirli amici.

 

16 novembre, 2007. Pausa dedicata alla scaletta di ben due romanzi, uno mio e uno di un mio amico. Il computer è rotto e non ho di che comperarne uno nuovo, quindi non disturbate più qui.

 

11 novembre, 2007. Ma sì, puntualizziamo. Se per me il romanzo è "uno scontro disinformato con il reale", io in effetti non penso che sia con i romanzi altrui, cioè con una teoria del romanzo, che devo confrontarmi. Invece ho la sensazione che qui non si faccia un passo senza "tenere presente" il lavoro degli altri. Ma grazie, io sono inattuale. Io ho la percezione che la morte sia ancora un fatto individuale, e che l'obbrobrio dei nostri giorni consista proprio nella massificazione della vita ma, pure e ancora di più, della morte. Perciò, è questo tipo di obbrobrio che io tento di esprimere (vedi 10 novembre, non è un caso se tutto si tiene). Non sono isolata, in questa percezione - gli esempi che posso riportarvi mi sbalzano in un'inattualità definitiva, perciò non ve li riporto: stiamo quasi parlando di Inca - e sono convinta che sia l'allarme principale. Ma parlo di percezione. Non di scienza, non di storia, non di teoria del romanzo. Dirlo nella metafora, senza scadere nel dettagliatismo, nel documentatismo (usate parole strane, usate parole offensive!) ma restando nell'ambito della poesia, è la sfida che mi propongo nel romanzo noWeb, ma che già nelle Sette Moderniste ha avuto un suo "vago espressivo".

E questo continua a chiamarsi metablog, e voi a pensare che io sono scema.

Ma sì. Criiic criiic, fanno gli ingranaggi.

11 novembre, 2007. No, non riuscirete a farmi dire che cosa penso del nuovo romanzo di... No, non riuscirete a farmelo dire. Va solo nella direzione opposta a quella in cui mi muoverei io. Ma io sono forse uno scrittore pubblicato? Sono forse un critico? Se lo fossi, e dico se, direi che a me non piace. Non scriverei con tal piglio e con tal tempo, presente ma brutto che nemmeno i fumetti, un romanzo st... Ehm, volevo dire, non parliamone più. Probabilmente è bellissimo. Anzi è di sicuro bellissimo. Tutti dicono che è bellissimo. Tutti i sapienti dicono che è bellissimo. Però vi giuro che io piuttosto mi caccio nel genere, nel genere del genere, nel sottogenere, la vicespada di Shannara, la subcrociera di O'Brian. Mi nascondo, sotto le coperte, brrr, fa freddo. Mi rifugio nel gelo siderale, ma epico, di un sottocopertagenere. Oppure, a proposito di coperte di Linus, mi leggo un fumetto di Snoopy: "Era una notte buia e tempestosa..."

Piuttosto.

Tuttavia, non mi farete dire di che cosa sto parlando. E questo post sparisce in un tempo record. Perché... Perché tutto sommato sono quasi contenta. Di non esserci. Sono quasi contenta. Che la mia mancanza, che non sentite, sia l'olio che manca agli ingranaggi arrugginiti, che invece sentite. Sono quasi contenta. Che siate come fermi lì, sulla porta di casa, con la chiave in mano, davanti alla serratura, un istante, mezzo istante, a pensare

"... beh, perché mi fermo? Ah, già. Uhm, nemmeno questa volta... Ecco. Ma poi cosa? Chi? Non ricordo. Suvvia, suvvia. Il romanzo è morto, che si poteva pretendere..."

ma solo un istante, mezzo istante, prima di girare la chiave e tuffarvi nell'atmosfera di casa, al caldo, al sicuro, dove tutto è un flusso di cose da fare e di presente che urge.

Stasera mi leggo in pace un po' di Zadie Smith, un po' del nuovo McEwan, e se ci scappa scrivo qualcosa nel sottogenere del genere Christine la macchina infernale, It, e la Torre nera. E mangio un chilo di cioccolato (vabbeh, il cioccolato non mi piace, allora saranno biscotti). Io mi ho, in fondo.

10 novembre, 2007. La morte è una succursale. Le segretarie sono due, una carina ma con un difetto di pronuncia sulla s, l’altra brutta e vestita come un sacco. Il capo non c’è mai, sua moglie dice alle amiche che “ha disinvestito sull’agenzia” e lo si trova in un bar dall’altra parte della città, puzzolente di fegato e rovinato dal gioco, tra maschi con i giubbotti e donne di sfondo, che si chiedono in lingue straniere cose straniere che le rendono sufficienti e tristi e dall’aria più straniera. Nella succursale ci sono meno sedie del necessario, e c’è un cliente che ti parla sopra se cerchi di spiegarti alla segretaria carina per sapere se ti trovi nella filiale di zona oppure no. La segretaria brutta è sempre al telefono e ti fa passare nell’ufficio continuando a parlare al telefono, e firma i tuoi fogli appoggiando il telefono alla spalla e seguitando a parlare, e non sa il tuo nome quando ti chiama per entrare. Dentro il capo non c’è, ma c’è la sua scrivania, vuota, con un calendario di quelli a strappo fermo al 15 marzo 1995, una data di cui non ricordi che sia passata. La segretaria carina entra con un funzionario che potrebbe essere il cliente che prima ti parlava sopra. Si fermano sulla porta, e nessuno dei due ti ascolta, ma anzi, mentre tu siedi e ti rialzi a mezzo e risiedi e decidi di andartene ma non lo fai, escono salutando qualcuno che è entrato nell’anticamera e chiudono la porta. Aspetti. Appese alle pareti ci sono riproduzioni di quadri che ricordi in altri colori. Un orologio che fa tic tac è nascosto alla vista, lo cerchi con lo sguardo sugli scaffali, ma non c’è. Il marchio del prodotto venduto nella succursale è disegnato con il vecchio logo, su un adesivo con gli angoli smangiati sopra uno degli schedari di metallo lungo le pareti. La porta si apre di scatto con un rumore promettente, e un tizio in camice entra di tre quarti sorridendo a qualcuno alle sue spalle, poi si volta, ti vede, fa una faccia seria ed esce di nuovo, richiudendo la porta con un  rumore meno significativo. Dalla finestra vedi passare un camion che si ferma come a una stazione di servizio, e il camionista scende reggendo una donna che racconta una storia mostrando un tacco rotto e la tracolla della borsa spezzata. Urlano. Ti muovi sulla sedia cercando di sentire la storia della donna, che sta raccontando un furto subìto o una violenza, o qualcosa di sciocco ma curioso, che attira gente e ti spinge quasi ad alzarti dalla sedia. Mentre la donna fuori risponde alla domanda che avresti fatto anche tu, su che cosa di preciso è successo, e cerca di difendere la borsetta dal camionista che allunga le mani ladresco ma astuto, nell’ufficio entra di nuovo il tizio in camice, che si siede alla scrivania, tra te e la finestra, e senza curarsi di controllare le tue carte né di domandarti come ti chiami né di farti ascoltare la fine della storia della donna né di rispondere alla tua curiosità sull’orologio che senti ancora ticchettare, timbra con violenza il tuo certificato e si rialza per andarsene nell’istante in cui muori. Nella succursale, perché tu credevi che ti avrebbero mandato alla sede centrale da lì, ma così non è stato. (IB) 

   

10 novembre, 2007. Ieri ho sentito il Maestro. Mi ha fatto piacere, sebbene mi sia sembrato esterrefatto della mia inattività.

Tesoro, mi ricordi chi ha detto "Per scrivere buone storie di fantasmi bisogna non crederci", per favore? A me viene in mente Bierce. Comunque io sono terrorizzata da ciò che sto scrivendo: buona o cattiva storia che sia, trovo divertente smettere di scrivere perché i mobili cominciano a scricchiolare e le ombre, le molte ombre di casa mia, a respirare.

Uuuuuuuuu (e il comitato Case Paurose della Vecchia Milano sta aspettando che Adelphi pubblichi un secondo libro della Jackson...).

Santino intanto gioca con un pop corn sul pavimento nero di casa.

9 novembre, 2007. Lunar park. Iniziano le sedute di scrittura fantastica, e l'inquietudine. Quando qualcuno in mezzo alla ferocia cieca del mondo si siede a scrivere una storia, qualcos'altro si alza a difenderlo, e qualcosa a combatterlo.

Voltando la testa poso lo sguardo su una foto di tigre attaccata vicino allo schermo del computer. Non è mai stata così minacciosa. Dall'altra parte c'è il disegno di un inventore di aquiloni. Sorride. E poi la cenere, che impolvera tutto. Una torcia, pronta all'uso. Un vortice di carta, sinistro. Un fazzoletto di carta, calmo. Numeri di telefono, date, orari, perturbanti. Una parola scritta a penna in corsivo, gio-ve-dì, rassicurante.

Si è come in un cesto di vimini abbandonato in un fiume, cominciando a scrivere.

9 novembre, 2007. Sì, "lunar park". E tu non senti mai qualcosa che ti chiama da lontano nel cielo blu lacca, non hai mai la percezione o l'impressione o il sospetto che da qualche altra parte ci sia la tua sedia vuota, e il tuo posto caldo, e la tua vera vita?

8 novembre, 2007. Come sapete dai tempi del vecchio blog in cui ancora vi parlavo della vita fuori, io ho questo doppio realistico, perfido, che mi richiede i brani di descrizione che voi chiamate "prosa". Il realismo è un problema, per me, oggi. Le Sette mi appaiono spesso un pelino troppo realistiche. Il fatto che siano "ambientate". Il fatto che tutte le volte con la "puntata" mi salti la sospensione della credulità... Devono essere irreali eppure realistiche, e io tutto questo dover essere sapete che non lo sopporto. Insomma... Lo so che voi, qui in Italia, non avete una gran tradizione di letteratura fantastica, e quella che avete la mantenete alta come se fosse una discendenza di Ariosto e non dei "Prodigi" di Ossequente o dei "penitenziali" dei primi secoli cristiani. Eh, vabbeh, sarò inglese per un po', che cosa volete che vi dica? Intanto passate il tempo in qualche modo, rileggetevi il re barbaro, o il quinto episodio, storia di Best. O fate un po' quel che credete. Io voglio (ma l'avevate sotto gli occhi anche voi, e non capite i segni, i segni!) NON REALIZZARMI. Dovevo capire che sono irreale, non irrealizzata. Dovevo lasciar suonare le parole e ascoltarle. Invece do retta a voi che siete dei vocabolarietti da turisti.

Ciò che crediamo abbia un senso in sé, è solo una traccia.

7 novembre, 2007. Ah, ho capito. Tutti vogliono sapere com'è vivere con Santino. Apposta non lo dico.

7 novembre, 2007. Invece ne parlo (del fulmine sulla via di Damasco), per la proprietà settemodernistica di fare quel che si vuole a patto di chiamarsi Me e di essere Io a dirlo. Dunque.

Il bischero che viene qui a parlarmi di propriocettività, biofeedback, lo specialista di analisi psicologica della scrittrice in fasce, il gioiello della mia marginale vita cosciente, sbatte da giorni contro le pareti come la farfalla entrata in casa d'inverno.

Oh, piccolo alato sgorbio imenottero.

Io purtroppo non capisco altro: scrivere. Sai che mi appare curiosa la posizione di noti scrittori critici (definiti da qualcuno di recente "Scrittici" o "Crittori" o qualcosa del genere). Sai che qui parliamo di molle pasta di parole e realtà, e di niente altro. Questo è un Paese fatato in cui abito io, e nel quale tu puoi mettere il naso solo tramite questo computer, il tuo paio di scarpette rosse. Ma il tuo volo non dura, e tu ti ritrovi tutte le volte nel tuo Kansas, a cantare canzoni sull'arcobaleno.

La via di Damasco sulla quale stavo passeggiando allegramente si chiama "avere in mente un bel progetto narrativo da concludere". Lì, saranno state le quattro di stamattina (le date sono del tutto insignificanti), mi ha sorpreso una di quelle tempeste che mi colpiscono sovente: un sogno.

Indifesa come sono al cospetto del mirabolante dio Sogno, mi sono ritrovata trascinata a velocità fulminea in una specie di riunione intorno a un tavolo. Il mio punto di vista era quello del tavolo. "Non capisce i segni", dicevano dei tizi, umani proprio come me e voi (non è una gran carta di presentazione, mi rendo conto). Sembravano preoccupati e molto ansiosi. "Non capisce, ma non possiamo fare più di così", rispondevano gli interlocutori, dall'altra parte di me-tavolo. "Dobbiamo dirglielo", hanno deciso tutti. Si sono sporti sul me-tavolo, e hanno detto: "Ma scusa: hai fatto esperienza di tutto ciò..."

No, no, fermi. Non si esprimevano in modo così comprensibile. Hanno detto: "Esperienza del non ritorno. Tutto. Letteratura fantastica. Stupida!"

Uno, allontanandosi, ha fatto un segno toccandosi la fronte: "Stupida!"

Volevo trattenerlo, perché non sto a dirvi quanto era carino - accidenti, era bello. Ma lì mi sono svegliata, naturalmente. Ok. E' vero che sono reduce da una festa tosta. Ma il messaggio più o meno è: "Hai fatto esperienza di come l'esperienza sia senza ritorno, ed è questo che devi raccontare, stupida. Sei una scrittrice di letteratura fantastica, ritorna te stessa. Stupida!"

Ora, sono possibili varie interpretazioni, ma io sento che questa è la migliore. Come omaggio del dopo-sogno, mi sono ritrovata in testa una trametta fantastica non male. Alla quale mi dedicherò nei prossimi giorni. Quindi ciao via di Damasco, bentornata fantasticheria.

Capito? Niente commenti e niente disturbi: non avete nessun altro scrittore cui mettere il sale sulla coda?

 

6 novembre, 2007. Un fulmine. Sulla via di Damasco, un fulmine. Qui non ne parlo, a chi? Allo stalker, che non si sa chi sia e che mi ha annoiato con la sua personale ricerca (ognuno di noi ha una sua personale ricerca) nella direzione sbagliata? Vai a Damasco, vai. Io no, io torno indietro, ho ricevuto un'illuminazione.

Sì, certo, un racconto. E' fantastico tutto questo, e mi dispiace solo che non ve ne posso parlare. A... a tra una settimana, più o meno, ciao.

 

2 nov, 2007. Sì, Dj Lu è entrato nelle Sette Moderniste già dall'episodio di Ichi, e di nuovo in questo di Best.

31 ottobre, 2007. Quinto episodio, storia di Best. Poi.

- Della rosa, del suo nome, e del nome del suo nome.

Mentre su un sito celebrato - o forse su tutti i siti celebrati - si dibatte sul destino del romanzo nell'immediato futuro, a colpi di "On writing" di Stephen King (un testo che gli autori nostrani sembrano commentare con un generale "orco can l'avevamo in mente anche noi ma l'ha scritto prima lui, che è telepatico, soprattutto da quando l'hanno investito"), io mi metto qui buona buona a leggere un paio di capitoli di uno Spinazzola, "L'egemonia del romanzo", che del romanzo degli ultimi anni fa brevissimamente la storia senza attardarsi in previsioni per il futuro se non nell'illuminante pagina 32, dove parla dei precursori. E dove vi ricorda che "in una situazione di ristagno è dal basso che insorgono le proposte di novità più clamorose", spiegando che però soltanto con l'illuminato plagio del materiale naif (in sostanza) da parte di illustrissimi pubblicati, tali novità possono sperare di essere implicate in una qualche futura storia letteraria.

Trovo deliziose le parti in cui descrive l'elite intellettuale italiana, e quelle in cui quel sedicente orientatore di letteratura (chi ha detto Calvino? ho sentito una voce che diceva Calvino?) si ridimensiona a quel che era, un escogitatore o importatore di stramberie (definizione che si spartiscono in tanti, oggidì). Trovo delizioso lo stile con cui parla del postmoderno - come ve ne ho parlato io citando "Gli Schwarz", nel vecchio blog ("Non lo so, ma ho scoperto che se mescolo un paio di gerghi diversi la gente mi crede quasi sempre") -; solo che lui non vi porta un esempio, non cita il passo che ho citato io, ma si limita ad alludere alla "mescidanza contrastiva dei registri".

Trovo delizioso leggere qualcuno che vi manda (scusate lo stile dantesco) a cagare al posto mio. Fatelo, o endecasillabi miei, fatelo, o stilisti della parola, o dibattitari, o eruditi, o (mi verrebbe da fare dei nomi) cari miei. Cagate.

Letteralmente.

Chissà che non capiate la differenza che passa tra la merda e il nome della merda e il nome del nome della merda, una buona volta.

 

29 ottobre, 2007. Quinto episodio, storia di Best. Come direbbe Baudelaire "io sono egoista come i bambini e i malati. Penso alle persone che amo solo quando soffro". E alla fine il poeta c'è scappato.

E' strano abitare in un sito che si occupa solo di scrittura. Cioè di un rapporto o "scontro disinformato con il reale", come recita la mia nota definizione di romanzo. Non ci occupiamo di attualità, non di cronaca, non di critica, non di opinione. E' strano. Voi vi rapportate alla parola della realtà, io mi rapporto alla realtà, sebbene qui perfino le date siano a malapena reali. E' singolare. Non vi sopporto, e sono una voce vostra. E' singolare. Sono singolare. Sono egoista. A detta di molti, sono stronza. O un angelo, non si decidono mai. Sono un individuo, e chi viene qui viene qui per incontrare l'altro. L'Altro, il "creduto perduto". Cioè se stesso.

Mi rendo conto che forse per te, stalker, è un concetto ancora sottopelle. Ma ti ho visto passare, in questi giorni, ed è quel che penso di te. Che sei l'Altro. Adesso, non montarti la testa.

 

23 ott 2007. Il sito è sospeso causa gravi vicende personali.

22 ottt 2007. Vi ho fatto qualche promessa? Ah, sì, Best. Beh, arriverà. Adesso sto pasticciando l'altro racconto... Uhm.

Al lettore che scrive "e non scender mai dalla barca...", rispondo: sì amore, scendo, a volte.

Se vedo un'isola.

Già.

Adesso manovra i tuoi link e corri subito dalle carine, dalle tenere, le Bacche Boccate e le Meduse Molli, che la stessa cosa te la dicono in quaranta righe color rosa mucose intime.

Ma forse no, non la stessa cosa.

22 ottobre, 2007. Mostri e incubi, e pozzanghere di luce gialla sulla palude che ribolle. Bisogna compiere uno sforzo sovrumano per rimettere la maschera felice a tutto questo, lì un campo di fiori, là le altalene con le famiglie che giocano. Il problema non è quasi più trovare la verità, la matrice, Matrix. Il problema è che non c'è più un sipario abbastanza spesso dietro cui celare il fango e le croci.

Ok, a volte è così. Ma, sia pur raramente, qualcuno compie un gesto impensabile in un putrido deserto. Coglie qualcosa da un ramo contorto e calcinato, ed è vero frutto. Si abbronza alla luce gialla, ed è vero sole. Parla con qualcuno e sente risposte intelligibili, e non rantoli di fanatici zombie.

Occorre fare surf tra dimensioni diverse, in quest'era difficile di raggi elettromagnetici evoluti, di apocalissi troppo complesse per essere comprese fuori da un laboratorio di fisica. Bisogna far evolvere anche il proprio essere. Io sono stata pigra, in quest'ultimo periodo, non ho inteso il coro di segnali, in questi giorni strani, sussultanti, non ho percepito chiaramente che il tentativo della scienza di trovare una superlegge è lo stesso che stiamo compiendo noi. Ostinato. E che se pure la superlegge - stringhe gravitazionali, onde di genetica cosmica - esiste, non ha l'uniforme chiarezza che noi positivi-negativi le attribuiamo, ma è in parte scritta in modo non coerente. Non è solo incompleta, è anche non tutta decidibile nello stesso campo, o almeno nei suoi confini coerenti.

Esattamente come il romanzo non è il rispetto di una serie di regole, ma può anche seguire alcune regole.

Sono proprio stupida.

21 ott 2007. Vivete pure nei vostri cucù.

20 ott 2007. P(ƒ) › N ˜ P(ƒ).

20 ottobre, 2007. Oh, no, un'altra storia. Mi è venuta in mente poco fa, quindi comincio a raccontarvela così. Domani il resto. Ecco, buttato là, non so nemmeno se in italiano, il semplice incipit::

"Paradossalmente, l'umanità era preparata a crisi mondiali, guerre locali o globali, sciagure e catastrofi di ogni genere, dallo tsunami meteoritico all'inversione dei poli magnetici, esplosioni solari di piccola, media o devastante entità, cadute della Luna, sprofondamento di continenti, evaporazione degli oceani, eruzione contemporanea incontrollata di tutti i vulcani della Terra, estinzione di alcune o tutte le specie animali, compreso l'uomo, collisione del Sole con altra stella, inglobamento della galassia in proprio o altrui buco nero, collasso del cosmo, big crunch, big crac, big split, e altre apocalissi.

L'evento cui invece l'umanità non era preparata cominciò un mattino presto, il 14 aprile dell'anno..." (segue, ma la scrivo per conto mio, mi pare buona).

19 ottobre, 2007. Questo sito non ha mai descritto Snow White, e quando non si descrive un cattivone si finisce con il creare tra lui e il resto del mondo un'intercapedine di mitologia. Quindi, poiché il quinto episodio è l'episodio del ritorno, perché non delegare alla storica "Calzatura Olandese" Best il compito di aprirci gli occhi sul simpatico soggetto? Manca solo lui. Abbiamo fatto in modo che voi aveste di fronte il mentalismo di Post, la paraculaggine di Hard, la metronomia emotiva di Dogma, la bruttezza di ModeRN, il cervello mammifero di Best, l'illusione di Ichi e il tramonto di Klaz. Abbiamo guardato le reazioni di alcuni di voi: un esercito di extraterrestri cattivi non avrebbe potuto mostrarsi più alieno all'umanità di tutti questi difetti. Strano, sapete? Perfino il platano che ha piantato il Comune quando eravate bambini, adesso fa ombra, e un giorno verrà tagliato.

Quindi passo la parola a Best, a un personaggio, mio, vostro, del quale proteggo la giovinezza e la bellezza, e perfino il pudore (non m'arrabbio quando gli stalker profanano il suo nome con le loro oscenità?) meglio di quanto purtroppo là dietro nel mondo vero non faccia la Natura con il modello originale. Mia cara Best, Calzatura Olandese, con i tuoi bei paraocchi di fanciulla, cattivissima sì, perché alla tua età chi non lo è, ti passo la parola in questo freddo weekend affinché tu ci racconti nel nuovo episodio qualcosa di Snowie che tu sai e gli alieni, qui, ancora non sanno.

- "Ciao, Stronza, il Fallimento Vivente Post non si è ancora innamorata di mio cugino Cluster?"

Ecco la voce flautata che tutti riconoscete. Vi anticipa che Post avrà nuove lamentele per il prossimo episodio. Ma torniamo a noi, Best. Amore dei Mulini a Vento, ci degni del tuo nuovo episodio o ti si deve prima asciugare quell'orrido rossetto da tangenziale?

- "Senti! Non sono così, sai? Sono una persona carina, con i golfini morbidi, sono tanto dolce e buona. Perché sei invidiosa mi fai passare per una..."

Hai ragione: tu sei dolce e giusta e io sono invidiosa. E tu non sai cos'è la vendetta, la menzogna e l'astuzia, sei solo un tipo tanto ironico. Già. Episodio?

- "Mmmh."

Allora fai il muso. Ce l'hai qualcosa da raccontarci, o passo a Klaz?

- "Certo che ce l'ho, qualcosa, io, da raccontare."

Prego. Lo stalker direbbe 'fallo', con evidente allusione a... beh, è un pornomaniaco.

- "Io difendo lo stalker! Mi apprezza!"

Ok, ok. Episodio? Sei carica?

- "Carica e incazzata. Con te. Mi chiami Calzatura Olandese!"

Perfetto: vai, non lasciarne per nessuno. Hai carta bianca. A rotoli.

- "Stronza!"

Sospiro, perché certe volte mi somigli. Dai, direi che, se siamo fortunati, per il fine settimana avremo un bell'episodio.

 

18 ottobre, 2007. A volte, in questo incrocio strabico di coordinate spaziotemporali che è un essere umano che si medita - elemento ben percepito dai neurologi con la prova di far toccare tra loro le punte delle dita, meno dai filosofi con l'esistenza - io vorrei davvero sospendere per un momento il rapporto sociale che ho con ciascuno di voi, per esempio il rituale ossessivo compulsivo del buongiorno, su un piano elementare, e l'obbligo condizionato di avere dei sentimenti e di quale grado ed esprimerli e riceverne corrispondenza o meno, su un piano che è solo apparentemente più complesso. Dire "provo dei sentimenti per te", per certi versi, e per il verso che ci interessa qui, non è diverso dal dire "buongiorno" a uno che si incontra sulle scale. E' difficile capirlo quando si è totalmente sani di mente, verso i quindici vent'anni, diventa lampante con l'allungarsi e il disidratarsi del derma sinaptico, a una certa età.

E' un concetto del genere: considerate che sono probabilmente letta da a) un mio ex possibile partner b) uno che mi piace c) eventuali loro amici o compagni di percorso d) la donna del mio ex e) eventuali suoi amici o compagni di percorso f) lettori di questo o quel giornale per il quale scrivo g) un numero imprecisato di amiche mie che stanno meditando di organizzare il cinema per il weekend h) un numero imprecisato di amici miei che stanno meditando di organizzare una cena per la settimana prossima i) un numero imprecisato di nemici l) altro nel variegato mondo dell'editoria e della comunicazione

e che quest'alfabeto di possibilità potrebbe anche incarnarsi in un'unica lettera x.

Ora, a me piacerebbe staccare la spina, giusto quei due minuti che mi consentono di riposare. Ma sono sicura che una x sta per saltare su e drin, contattarmi, con una sovrastruttura di contenuti dall'interessante al me ne sbatto all'allarmante.

Perciò, non c'è essere vivente che ti capisca meglio di me, e che conosca il sollievo, credimi, se tu non mi ami.

17 ottobre, 2007. Mi sono posta alcune domande, e ho trovato un'ottima risposta alla mia tristezza. Ma non la dico, perché apre squarci complicati, diversi dalle vostre scritture-letture umanizzate come i dispacci tradotti da un distaccamento di spie aliene. Qualcosa che invece possiate capire: mi sono lasciata coinvolgere troppo dal vostro piano di confronto. Suonate il campanello solo quando avete bisogno di vendere qualcosa, ma poi non è esattamente quello che volete vendere, poi è un noleggio, no una prova, no ho altri 7 clienti nel palazzo e già che passavo di qui, no ho sbagliato porta, no "scusi dov'è il numero 49", finché suonate il campanello solo per mostrarmi il catalogo e dirmi che è troppo bello e costoso per me. E' come se un call center mi telefonasse per dirmi "ah, salve, non abbiamo nessuna proposta per il nostro gentile cliente".

E, stalker: a) chi ha detto che sono triste per qualcosa che riguarda il sito? riguarda il mondo esterno, non il sito. b) dovresti essere molto contento del mio ritrovato buonumore. Avrai un episodio di Best che ti farà credere di condividere, se non altro, questa letizia. Tutto qui, nessuno è arrabbiato dalla mia parte del vetro.

15 ottobre, 2007. Sto in una tasca in cui i miei angoli si sciupano fiduciosi.

11 ottobre, 2007. I pipistrelli appesi nel cielo della grotta indossano da qualche tempo armaturine e corazze, prevedendo tempesta e fendenti di spada: gli amori del re barbaro sono sempre agitati, specie se sfortunati, e il re cavernicolo s'è invaghito - com'era prevedibile - dell'imperatrice bizantina Teodora, dai capelli inanellati.

Il nostro re tuttavia rimane tranquillo. Teodora è lontana, la sua icona scolorisce sulle pareti di fango, eppure il barbaro non degna di uno sguardo la ciocca inanellata che si riempie di ragnatele accanto al quadro. Come un bambino che ha ascoltato una favola piena di mistero, la sera prima, e che per tutto il giorno successivo gioca e disegna come di consueto, e tuttavia è assorto e serio e scherza meno volentieri con la nutrice, così il re barbaro tace sul trono, intento a compilare gli editti e a compiere con diligenza le solite mansioni di re. Ciò che è più stupefacente è che allontana senza furia gli ambasciatori di guerra, i diplomatici romani, i generali visigoti, i sacerdoti salii, ed evita di intrattenersi con i numerosi funzionari bizantini che gli ronzano sempre intorno e che profumano, quasi, della stessa Teodora.

"Re, e le lacrime d'amore?" osa infine un pipistrello, ben protetto da un materasso ninja che gli copre il corpo fino alle orecchie, "e i lamenti, e le poesie?"

Il re alza gli occhi dalla pallina di ceralacca per sigilli che sta sciogliendo sulla fiamma e guarda su, nella volta dei chirotteri. "Eh?"

"Vuoi che uno di noi cerchi la Pizia," continua il pipistrello, "e dopo un viaggio pericoloso ti porti il responso dell'oracolo di Apollo? Vuoi che un altro di noi parta cercando Circe la maga, e le imponga di procurarti un filtro magico d'amore, o un mortale veleno? Ti serve che io scenda nell'Ade a interrogare le ombre? Non ordini che alcuno di noi si mascheri da gabbiano o delfino o leone e torni da Costantinopoli con notizie della bella Teodora?"

Al nome dell'imperatrice, il re sorride e torna alla sua ceralacca, senza rispondere, senza parlare, anzi come se non avesse sentito nulla. I pipistrelli si scambiano un'occhiata perplessa. (segue)

“Oh, re...”

Ma all’improvviso, mentre ancora il pipistrello ninja sta cercando di articolare il proprio pensiero, il portone della reggia si spalanca e un ensemble di musicisti e danzatori entra nella grotta e si sparge ovunque sul pavimento.

“Oh gentile re, oh egregi prìncipi, oh metaforici princìpii,” inizia uno dei musicisti.

“Stile bizantino,” dà di gomito un pipistrellino all’altro. Il re si raddrizza di colpo e annuisce in silenzio.

Tutti vestiti di bianco e di nero, con abiti di bava d’un qualche ragno orientale e coturni di petali di gigli, gli artisti si dispongono con la precisione di un piccolo esercito sui tre lati intorno al trono. Il re li osserva, muto, senza smettere di appallottolare la ceralacca.

 “Gentile re, ecc., Se in barbare faccende sei ora affaccendato,” prosegue il musico, “deh, interrompi l’ufficio...”

“Deh?!” si guardano tra loro i pipistrelli. “Deh?!”

“...noioso e mal pagato: la bella imperatrice, la divina Teodora, ti manda il dono sacro di un pezzo di teatro. Con questa lieta danza cantata e figurata, a Bisanzio la pace è sempre festeggiata.”

Il re ha un brivido. Il musicista afferra una cetra, e con un inchino, una giravolta e il cenno di una mano dà inizio a una sarabanda forsennata. I danzatori si precipitano qua e là per il salone, dividendosi in manipoli e in staffette. Mentre la musica si complica, la danza si chiarisce, tra finti fendenti e finte morti, nella scena di una battaglia tra le formidabili truppe di Bisanzio e una sorta di gregge informe, in cui il re, impallidendo, riconosce l’esercito barbaro. Una parte del cast mima in un angolo la sconfitta e la cattura dei barbari da parte dei bizantini. In un altro angolo, alcune ballerine imitano la cerimonia di vestizione dell’imperatrice, mentre al centro della scena una danzatrice che impersona la sovrana si pettina i capelli inanellati e assiste svogliatamente all’uccisione del re barbaro, interpretato da un orso ballerino con sonagli alle caviglie. Seguono brevi quadri futuristi in cui i bizantini conquistano l’America, scindono l’atomo e sbarcano sulla Luna, mentre i barbari in catene lucidano i pavimenti, finché tra il pieno dell’orchestra e gli inchini dei danzatori lo spettacolo finisce bruscamente com’è cominciato.

Il re si alza. I pipistrellini tremano e ficcano la testa al riparo delle corazze e delle armature, temendo l’ira del potente dileggiato. Per un attimo la grotta resta silenziosa, vibrante di echi.

Poi “Ringraziamo l’imperatrice per il suo dono sontuoso,” esclama il re barbaro. E con un breve applauso ordina ai pipistrelli – sempre più perplessi - di far piovere talenti d’oro su tutta l’orchestra. Fiori e cesti di frutta vengono donati alle danzatrici, e nell’accampamento alle porte della grotta viene allestito un grande banchetto per gli artisti bizantini e per i cortigiani barbari. Presto i ritmi delle cetre e dei tamburi tornano a risuonare nella pianura, e lontani gridi di festa scendono nell’incavo della grotta, trovando il re di nuovo solo sul trono, e i pipistrelli di nuovo perplessi nella volta, ancora più amareggiati.

“Oh, re,” mormora il pipistrellino ninja, “è questo l’amore dell’imperatrice? Oh, re.”

“Amico mio,” sospira il barbaro, “se io chiedessi amore all’imperatrice, ora sarei affranto quanto te.”

“Oh, re,” riprende il lamentoso pipistrello.

Intanto, il suonatore di cetra, ubriaco, rientra rotolando sui gradini dell’ingresso e finisce a gambe all’aria sotto il trono. La ballerina che lo insegue, velata del sudore dei festeggiamenti, si aggira cercandolo intorno alla luce delle lampade a olio, con deboli passi leggeri. Sembra che danzi, e la cetra l’accompagna con un pigolìo sommesso e stonato.

Il re e il pipistrello ninja osservano per un secondo la scena, poi tornano al loro dialogo.

“Oh, re.”

“Questa grotta vuota e cava che i bizantini disdegnano,” inizia il re, e un dlin della cetra gli risponde, “ha il dono di essere più vicina dei loro palazzi al motore del mondo. Ma per loro è un’officina barbara; non è vero, ragazza?”

La danzatrice sorride, imbambolata, e si mette a piroettare nei vapori delle lampade, traendone spirali fluttuanti: ruote, calderoni e mantici sembrano tremare per un istante nelle forme di fumo, e formandosi già cominciano a dissolversi. Il re si alza e scende tra le macchine immaginarie disegnate dai passi della ballerina: “Invece qui gli strumenti del fato,” continua, al dlin della cetra, “forgiano i loro accordi.”

“Non capisco, sire,” sussurra il ninja.

“Quando incontrai Teodora,” sospira il barbaro, mentre la ballerina incespica nella sabbia del fondo, cade a terra e si addormenta, “qui nella grotta sentii la ruota del destino stridere e fermarsi. Gli ingranaggi così ben oliati, così saldi, frenarono con un cigolare d’inferno, dando un graffio profondo alla lavagna del cielo, e per giorni e giorni quel che piegò gli alberi qui intorno non fu il vento, ma l’abbrivio scuoiato dell’arresto del mondo.”

“Porca miseria, re, parli in alessandrini,” esclama il ninja, dal cielo.

“Oh scusa,” si scuote il re. “Volevo solo spiegarti che Teodora non è nel mio destino. Toh, l’ho detto. Ecco, mi sento più leggero.”

“Oh, re...”

Il suonatore di cetra, rotolato fuori dal trono e sdraiato a terra, interviene accennando un sorriso. “Ehi, re, per farla breve: Teodora non ti vuole, e questo diverte lei e scotta te.”

Il re lo guarda. “Ehi, guitto, per farla breve: ciò che vuole Teodora, qualunque cosa sia, abita assai lontano da ciò che voglio io. Capisci, bizantino?”

“Tiè,” dall’alto, il ninja comincia a riconoscere il suo padrone, “e adesso facciamolo a fettine, re!”

“Buona idea, amico.” Il barbaro dissolve le forme di vapore, e impugna la spada. “Una sovrana lontana – continua, puntando la spada verso il guitto, che arretra nella sabbia - sull’orlo misterioso degli abissi d’oriente, può ben scherzare con un barbaro ignoto, come l’aria scherza coi rami. Ma io sono un re affamato, immerso nella terra, radicato nel fato, che trae vita da questo limo profondo. Non intendo gareggiare con l’amore di mille schiavi, se è l’amore di uno schiavo ciò che vuole Teodora, e non quello di un re. E adesso, fuori!”

La ballerina risvegliata dal trambusto e il musico stordito con la cetra sottobraccio strisciano via dalla reggia tra mille inchini e scuse, inseguiti dai pipistrelli che li incalzano, e il re li guarda scappare, piantato a terra, duro, altero come un monumento.

Appena prima di varcare la soglia, terrorizzati, i due fuggitivi si stringono l’uno all’altra per passare nella stretta apertura del portone, e in modo appena percettibile, tra le gonne di raso e i pepli fluenti, si prendono per mano.

Il re abbassa la testa e chiude gli occhi.

 

(12 ottobre, 2007. No, scusate, non è che la Lessing mi commuova particolarmente, ma.

Ma vostro prozio Gerolamo VINCE il premio fedeltà delle merendine Pierfilippi, vostra cognata Augustina VINCE il viaggio premio ad Anguilla con il tonno Uguccioni, vostro nipote Zurro VINCE mille iPod d'oro con il concorso della crema antibrufoli.

La Lessing, NON VINCE il premio Nobel.

Ne è INSIGNITA. Qualche differenza ce la vogliamo trovare?

Anche così, volontariamente.

Civiltà di cazzoni.

SE, invece, vogliamo discutere del senso del Nobel, o più in generale della nostra disillusione, o della profanazione definitiva della letteratura ad opera di una lotteria di farmacisti di nitroglicerina, allora è tutta un'altra faccenda)

11 ottobre, 2007. "Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e poi ti riempiremo di noi stessi", da 1984, di Orwell. Chi parla è ovviamente lo stalker. O il lettore. Qualunque lettore.

10 ottobre, 2007. E' lì. Si collega quando mi collego io. Oggi nei tag cerca "clinica Valmont Merteuil Ginevra".

Secondo voi che cosa vuol dire? Che si sente Valmont. Che dice che io e qualcuno sembriamo Valmont e la Merteuil. La Svizzera è il mio riferimento all'isolamento cavernicolo, ora diventato anche il suo. Usurpatore, come direbbe Joyce.

Oppure vorrebbe fissare il cielo con insistenza tale da meritarsi un "Tutti gli uomini sono mortali", o su tutt'altro piano e livello un "Che tu sia per me il coltello", o qualche altro testo di cui non mancherà di farmi avere notizia. Vorrebbe forse scriverlo. Vorrebbe forse leggerlo.

Ma è qualcuno che ha bisogno di sensazioni forti, così narcisistiche. Non sente niente di bello quando c'è silenzio e si può ascoltare il proprio respiro. Non sente niente di bello quando può ascoltare il respiro di qualcuno. Lo vedo dal frastuono che fa passando di qui ogni giorno, più volte al giorno, sotto diverse spoglie. Ma se perfino la creatura di Frankenstein taceva davanti alla natura, non c'è elettricità che possa destare te, duro golem, alla vita.

O non ha ancora incontrato la vita, ed è ancora in quella fase in cui è divertente scherzare e giocare, oppure l'ha incontrata, e come sempre accade in questi casi, è diventato pazzo.

 

10 ottobre, 2007. Mentre sto lavorando, un cicaleccio da pausa pranzo sale dalle vostre navi: non adatto a quest'isola. Chi pensa che il mio cuore si vuoti e si riempia per così poco, dev'essere abituato a governare in un recinto di galline.

Ariele? Disperdili. E io vi lascio con un Prospero

"But release me from my bands With the help of your good hands. Gentle breath of yours my sails Must fill, or else my project fails, Which was to please. Now I want Spirits to enforce, art to enchant; And my ending is despair, Unless I be reliev'd by prayer, Which pierces so that it assaults Mercy itself, and frees all faults. As you from crimes would pardon'd be, Let your indulgence set me free".

9 ottobre, 2007. Cari lettori, come vedete sto aggiungendo sezioni all'area Sfoglia, in basso (fare scroll), e presto avremo l'episodio di Best La Calzatura Olandese.

8 ottobre, 2007. Nel romanzo ellenistico l'agnizione era già considerata una "maniera" piuttosto antiquata. Nell'anno 1050, all'epoca della Chanson, l'espediente era addirittura vetusto.

E se prevedo le vs. obiezioni, è segno che proprio mi sto annoiando. Yawn.

7 ottobre, 2007. Non è un buon periodo, ma le consolazioni di ciascuno non sono comunicabili. Io mi considero molto fortunata, poiché quando non ho più niente ho la scrittura. La scrittura, ultima dea.

Se c'è una cosa buona della scrittura è che nei momenti in cui non ne hai veramente bisogno non ti sta tra i piedi, ma quando davvero non c'è più nessun santo e nessun tempio, lei sgorga al posto del sangue e delle lacrime. Finora, sempre. Non si turba delle peggiori cattiverie, non è reticente davanti a nessun dolore, non esita davanti al salto sovrumano di nessun abisso. La scrittura, dico. Addirittura, se è necessario un viatico estremo, lei ti conduce in luoghi fantastici e fatati, la cui architettura fragile e aerea richiede un'attenzione capace di sviare chi scrive da qualunque mostruosità. E' questa sua serietà leggera e perseverante che me la rende così amica, e io imparo da lei non soltanto a comporre i piccoli quadri che alla fine restano sulla carta, ma a vivere. Provo ad assumere l'umiltà di questa piccola cercatrice, di questa spigolatrice poverissima che gira per i campi pelati raccogliendo tutto quello che trova e considerandolo un tesoro, il più prezioso dei tesori. Lì, per esempio: nella terra brilla qualcosa che a me non serve, ed ecco che lei che non ha niente, un niente più vuoto e triste del mio, si china e lo raccoglie, lo stringe tra le mani e si commuove, e ne è felice. Sentimenti che ho buttato via, persone ormai morte e dissolte, brandelli insanguinati di speranze polverizzate - le finte ultime dee - lei, la scrittura, li raccoglie come oro, e me li mostra con una tale compunta semplicità, intendendo solo "ecco", che io li guardo, riesco a guardarli, e se una, due, tre volte alzo le spalle, dicendo "butta via", lei non fa altro che seguitare a offrirmeli, senza dire nulla. Mi accorgo adesso che non ha nemmeno il dono della parola, e da come rigira tra le dita il disgustoso mucchio di carne coperta di vermi che ha raccolto, intuisco che è cieca. Posso allora divertirmi per un po' a raccontarle che il mucchio di carne putrefatta che ha trovato è in realtà un broccato prezioso, posso ingannarla per tutto il tempo che voglio, posso giocarci. Ma poiché crede a tutto ciò che le dico, senza un cedimento, senza un moto di disgusto nemmeno quando si accomoda il brandello putrefatto sulle spalle e vuol sapere se le dona, lo scherzo non è divertente a lungo. Non è divertente nemmeno quando le dico che un ricordo, trovato in terra, è solo uno straccio unto e sporco da bruciare, e lei ubbidiente ci sputa su, lo straccia, lo brucia, e io intervengo appena in tempo per toglierglielo dalle mani e salvarlo. Alla fine, in sua compagnia, se lei è l'ultima compagnia beninteso, si impara a spiegare tutto con onestà, con rispetto, con premura, ciò che è brutto e ciò che è bello, senza finzioni, e se non è una parola troppo grossa per due bambine che raccolgono sterpi nei fossi, perfino con una qualche saggezza. Una saggezza che confina con la stupidità. A volte trovo un avanzo di gentilezza, un sorriso buttato lì per caso, un ritaglio di sollecitudine, lo scorcio di un corpo vivo e vibrante, e mi fermo ad ammirare il reperto con questa tal attenzione presente, stupita e stupida, e non c'è modo di portarmi via dai miei "guarda!", nemmeno con le brutte maniere, finché non capisco perfettamente di che cosa si tratta e non lo lascio cadere con il suo vero nome.

7 ottobre, 2007. Certo che ho letto l'Espresso, che domande. E che domande, in generale!

7 ottobre, 2007. Se cliccate su "il re barbaro" nella sezione SFOGLIA (sotto tutto), vi si apre un piccolo file di barbarate storiche. Poi arriveranno altre sezioni dedicate a Maus Columbo, ai racconti, ai miei pezzi preferiti, all'albero di Natale di plastilina, al sopraggiungente Presepio Nestoriano, alle citazioni preferite, insomma alle reliquie. Altri lo chiamerebbero "Backstage", quindi perché no. Vedrò come rendere il tutto raggiungibile da qui, da questo file che si allunga di continuo. Forza, per il momento fate lo scroll.

6 ottobre, 2007. Oggi sono spezzata. Mi rompo qui come una brocca e mi verso.

Oh, io sì, io mi conosco. Ma voi. Regolari. Intimamente regolari e adoranti la normalità. Brucianti di normalità, poiché avete anche voi le vostre disperazioni. Disperati di essere frantumati, sognate l'unità estrema. L'amore è un cerotto, per voi, ma vi terrorizzate quando vedete che questo cerotto è più ferito e squarciato della vostra ferita. Rileggetevi Rimbaud, quando dice

Je dis qu'il faut etre voyant

Altro che me, Moi, Io o quel che volete. Voi. Dovreste fare a striscioline Rimbaud e mangiare foglio dopo foglio. I libri dovreste mangiarli, non leggerli, e vomitarli e ricominciare a mangiarli. Solo così tornereste alla normalità possibile per questo millennio.

Je dis qu'il faut etre voyant

Voyant, non voyeur. Dove sono i Demeny cui Rimbaud scriverà più le sue lettere? Dov'è un pazzo all'altezza della sua propria pazzia, figurarsi dell'altrui? Non c'è. Non c'è perché la vostra arte è un compitino di follia circoscritta intorno al quale indaffararsi con completini e cravatte. Incapaci di distinguere tra il narcisismo della foglia d'insalata e l'individualismo della radice sottoterra. Basta. Vado a scrivere, non a voi, a scrivere e basta. Voi nel vostro canyon di follia occasionale e io su un pianeta che sta marciando a una velocità relativa di 27mila km al secondo o che ne so, in un universo che non sappiamo cos'è. Vado a

vedere

 

6 ottobre, 2007. Auguri a mio fratello! Ho letto il racconto che mi indicavi, e devo dirti che lei è brava, ma non si direbbe fino all'ultima pagina. Lì ti viene una stretta al cuore. Ok. Io farei partire tanti fili all'indietro, lo sai, no? Così rovinerei tutto.

Il link del 6 ottobre, per il "classico" (hi hi), non funziona: cerco un'altra versio online de "Il capolavoro sconosciuto" di Balzac. Oppure cliccate sul link, e, nella pagina che si apre, a destra dove dice "aucteurs", cliccate Balzac. E' un'impaginazione gradevole (ci tengo ai vostri occhi). Scusate, ma il capolavoro sconosciuto DEVE farvi compagnia nel weekend. Provate anche qui, sembra che funzioni. Ah, lo leggete in francese: "Le chef-d'oeuvre inconnu". Come ben sapete, sono CONTRARIA alle traduzioni. Tra me e voi: quell'"inconnu" non vuol mica dire "sconosciuto", no? Lo scrivo qui, così "ci"  ("qui", "ici") riflettete.

inconnu

6 ottobre, 2007. Ah, che fate voi nel frattempo? Eccovi un classico davanti al quale perfino l'impaginazione s'inchina.

5 ottobre. 2007. Mi punirò. Passerò il fine settimana studiando la struttura di un Balzac a caso. Odio Balzac, è grande ma lo odio. Intanto prosegue il vaneggiamento: o volete essere contabili dell'esperienza? Pensierino del weekend: Verdurae.

3 ottobre, 2007. Ecco il quinto episodio di Ichi lo Shaolin, seconda parte. Arriveranno gli episodi di Best e Klaz. Cose concrete, come volete voi.

Ieri ho suscitato una discussione che mi è spiaciuta più che moltissimo. Sono sotto una pressione molto forte, ma le persone che amo e stimo sono le migliori al mondo: se anche non capiscono, sono sicura che scusano.

 

2 ottobre, 2007. Episodio di Ichi, in arrivo. Ma date un momento di pausa al vostro re taumaturgo (hi hi) e barbaro.

1 ottobre, 2007. Relazione della giornata di ieri: il critico (una mia amica) e l'artista (non io) si scontrano: strano ma vero, conosco più di un critico. Anzi posso quasi dire che conosco SOLO critici, sparsi un po' ovunque.

Comunque ieri tale critico (SI CHIAMA C.) mi racconta lo scontro frontale con l'artista semifamoso: classico iter di stroncatura-reazioneMiHaiFottutoIlMercato-controreazioneMaCheCazzoDici.

Quell'artista è un occupa-sedie, sta diventando difficile stroncare gli occupa-sedie. Altri critici percorrono la strada di cercare gli esordienti, altri se ne sbattono beatamente, altri...

Ehm. La cosa che mi atterrisce è l'altra, la prima. Conosco solo critici. Alla fine devono esserci artisti, soprattutto mediocri, altrimenti i critici come vivono? Per esempio il giornale "giudizio universale": esercita la stroncatura su tutto, dal paesaggio alle malattie, credo. Così ha sempre qualcosa da criticare.

Sappiamo che il sapere, che non è tutto critica, ha perso il contatto con il mondo. O anzi il contrario. Cioè il mondo ha perso il contatto con il sapere.

E' un fatto gravissimo.

I critici sono il medium.

E io conosco solo medium.

Il medium ha occupato ogni angolo.

Il medium ha il potere.

Il medium è il sapere?

(il media è il messaggio?)

Il critico mio amico aveva ragione: quell'artista era da stroncare, in modo evidente anche a un non addetto. Ma quando non è così? Quando il sapere non è compreso? Anche artatamente? Chiedo. Scienza. Fisica. Letteratura. Economia. Siamo tutti sulla stessa barca, noi.

Ma che cosa succede quando il medium sbaglia?

Chi stabilisce che il medium sbaglia?

C'è una rincorsa a diventare medium, prestopresto, prima che i posti siano tutti occupati.

Ma spero che sopravviva qualcuno sul fronte del sapere, sapete?

La partita è tra AdamoEva, il serpente, e la mela.

Proprio così.

Coltivate le mele, cari AdamoEva, o questo sarà un pianeta di serpenti.

 

Che giorno è oggi? Ah, è il 29 settembre, 2007. Mia nonna avrebbe 104 anni, se fosse viva. Si chiamava come me, Ida, ma aveva un carattere così amabile che tutti la chiamavano Hidalgo. Cioè, noi la chiamavamo Hidalgo. A dire la verità, mia cugina la chiamava in un modo che mi sembra, anche oggi, irripetibile, ma io non condivido quest'astio. Certo non è stata tenera con noi, quando le siamo stati affidati per la malattia di mia madre, ma è durato poco tempo, quando eravamo piccolissimi, e così non ricordo molto, a parte la spalliera del divano sulla quale piangevo. Una volta cresciuti non è stata più così terribile, anzi è diventata la nonna che sono contenta di aver avuto.

Aveva scatole intere di fotografie di famiglia, piene di facce ottocentesche di cui raccontava, ma più probabilmente inventava, le terribili peripezie. Erano dame e cavalieri assurdamente ben vestiti e pettinati, scomparsi in circostanze sempre misteriose, chi per un'antica maledizione, chi per un'oscura malattia. Ricordo una coppia di sposi, vittima della maledizione di un corredo di nozze, e una signorina dal visino troppo timido, scomparsa e basta, probabilmente all'inseguimento di un uomo ingrato e leggero di cui era innamorata. Ho anche altre immagini di mia nonna, mi ricordo la sua capacità di rendere teatrale un quasi modesto salotto borghese e di dominarlo come un'attrice consumata, senza incertezze: riceveva nel salone con le due porte negli angoli, tra i mobili antichissimi raccolti nella casa moderna di cui doveva ormai accontentarsi, e ci accoglieva con le note del "Crepuscolo", come lei lo chiamava, o con qualche altra buffonata di Wagner. Mentre l'orchestrona tintinnava sui lampadari di cristallo che riflettevano tutti noi in centomila gocce diverse, lei calava sul palcoscenico del grande tavolo di quercia, e cominciava il monologo della Grande Nobiltà Decaduta. Era bravissima ad alternare momenti di racconto epico sulla sua meravigliosa Villa Rosa, fino ai climax sempre infarciti di personaggi misteriosi che tuttora popolano gli incubi miei e di mio fratello, e brani in stile più dimesso in cui chiamava a testimoniare gli spiriti dei suoi domestici defunti. Finiva con un'invettiva, che si può riassumere in "o tempora, o mores", ma che allora prendeva un buon quarto d'ora e finiva con un cordiale per il suo cuore disordinato, vero teatro nel teatro visto che il suo cuore non ha mai avuto un'incertezza, nemmeno nel battito.

Poi, finito l'epos e cominciata la prosa del pomeriggio da trascorrere insieme, la nonna faceva spallucce di tutte le terribili verità sublimi e dolorose che aveva appena sciorinato, e ritornava il familiare dickensiano di cui mia cugina ha memoria. Era come se, tutto sommato, fosse consapevole della recita, e avesse ben presente che il suo pubblico era composto da un paio di mocciosi che non vedevano l'ora di essere compagni e complici di un simile condottiero, e che il condottiero non sapeva bene dove portarli. Ma dietro la boiserie di raso dello studiolo, che si spostava tirando i ganci ad alamaro, si aprivano le scale che scendevano verso un mondo fantastico che tutti noi, in famiglia, abbiamo prima o poi abitato. Pareti foderate di libri, dischi pesanti di insopportabile musica di scena, e in fondo una grotta di re, barbaro. L'Hidalgo.

 

C'è un sorriso stampato sulla mia faccia: nessuno, proprio nessuno, mi capisce.

Quindi ciò è possibile.

25 settembre, 2007. Il metablog tace fino a ottobre (in arrivo Ichi II, Best e il resto).

Motivo: semplice tristezza.

(giorni dopo) Certo che alcuni commentatori sono delle belle oche. Qua qua qua. Scrivo "tristezza" e loro ascoltano le notizie ferali sulla salute di un mio caro e traducono con "preoccupazione". Scrivo "tristezza" e loro vedono il mio fallimento-editoriale-secondo-i-loro-schemi e traducono con "scoramento". Scrivo "tristezza" e loro vedono la striscia d'argento che insegue i miei capelli rossi e traducono con "depressione". Scrivo "tristezza" e loro evitano di rispondere alle mie email per stimolare l'eventuale dolore da rifiuto e traducono con "sofferenza".

Ma io ripeto, e loro seguitano a essere morti che parlano, tristezza.

24 settembre, 2007. Uno dei commentatori del sito si lancia in un'analisi straordinaria del concetto di sentiero e di fuoristrada. Sentendosi Heidegger, ma un Heidegger come colpito da sclerosi emotiva, ci accusa di non seguire il progetto delle Sette Moderniste e di essere finiti fuoristrada. Sì. Sì, sì. E più finiamo fuoristrada e più impariamo cose, perché per noi, a differenza che per voi, il fuoristrada è strada. Per voi è solo un modo di verificare se mamma e papà si scandalizzano a vedervi smarginare, e in realtà il vostro sogno è essere richiamati indietro, essere piazzati trionfalmente nel mezzo della strada e fare la vostra "da casello a casello" buonini buonini. State solo facendo un dispetto a qualcuno, quando deviate. A quello dietro, a quelli di fianco. Ci tenete molto a farvi notare, in questo. E' la vostra prova d'amore preferita.

Il nulla arriva quando nessuno vi richiama indietro: allora gli altri sono tanto cattivi.

Mandano in frantumi il vostro sogno di correre sulla strada principale tra briglie d'amore ben strette.

Direi che avete una bella matassina da sbrogliare.

A noi invece non frega di deviare, non frega di "tradire" il percorso. Quale percorso? Un percorso serve solo a chi ha intenzione di tornare. A noi non frega di tornare.

24 settembre, 2007. Euridice al neon cammina in questi giorni sulla scrittura con intermittenze in cui lampeggia Orfeo, c'è un "tlin" elettrico, appare il pastore piegato dal dolore che dice schifo schifo schifo, segue altro "tlin" ed ecco di nuovo Euridice con il suo peplo, dritta come balze di stoffa in marmo. E' un periodo veramente schifoso, ma a tratti scrivo addirittura "cose che mi piacerebbe leggere" nel nonWeb. Tuttavia, la parte di me che non ha una penna è davvero in mille pezzi, non incollabili, disintegrati, quindi scusate l'assenza. Avete Emoticon, dosatevi quello e scusate ancora.

23 settembre, 2007. Sunday time. Un bio-articolo su Kerouac in BookForum, per i vostri oziosi pomeriggi domenicali. Intanto beccatevi questo: "If, in some sense, that’s a form of failure, it’s the same failure we all face, the failure to sustain ourselves in the face of eternity, to build a firewall against the void. No one ever tried harder making his friends into mythic figures, turning his adventures into heroic legends, creating a cosmology around the essence of the self." Il che fa pensare. Al fatto che alla fine vieni identificato con la tua nemesi, e questo ti lascia perplesso per la capacità di fraintendimento e serendipity degli altri, non tua, e a un certo punto li lasci guardare questa sagoma rifratta dalla quale tu ti sposti come ci si sposta dal disegno disegnato dai coltelli del lanciatore al circo, e cominci a muoverti in questa intercapedine in cui non c'è niente, nemmeno sofferenza, o sguardi, o altre persone, e nemmeno tu, che ti sei già mosso in modo compromettente verso quello che pensavi fosse amabile di te, e invece non ha esistenza.

22 settembre, 2007. Avete ricevuto Emoticon? Vi piace? Sapete cosa, è ancora molto legato. Io devo sgranchirmi le giunture su una storia molto più articolata di così, ma la mia vita ha un colpo di scena ogni tre minuti. Devo imparare a non distrarmi. Bisogna essere Euridice per raccontare una storia, non Orfeo.

21 settembre, 2007. Emoticon arriverà.

(ore dopo) Ho pensato e ripensato, e alla fine ho deciso di inviarlo come newsletter ai miei lettori confessi, mentre gli altri potranno richiederlo per email. Non è una grande idea? Sono stanca di questo laboratorio all'aperto: devo imparare da voi, così riservati, così silenziosi, così pubblicati...

Per richiedere il racconto Emoticon, email a cast@settemoderniste.com

Nulla è dovuto.

20 settembre, 2007. Questo è un racconto. Si intitola me. E vorrebbe sapere che cosa mai pensavate di ottenere strizzando la mia vita. Che cosa otteniamo, strizzando la vita di qualcuno (in parte ve lo spiega Rimbaud poche righe sotto, ma voi non sapete che è Rimbaud finché non ve lo scrivono sull'etichetta, e a quel punto ancora non sapete che vi spiega qualcosa).

Otteniamo giornate passate tra il lavoro e i passatempi di chiunque, una vita sociale perfino più scarsa della vostra, pochissimi amici che di noi non sanno tutto.

Otteniamo che anche quel che non si può dire, il segreto, è ben poco, mentre quel che non vogliamo dire, perché detto da noi è indiscreto, se è detto da altri risulta a dir poco noioso.

Otteniamo che c'è più brivido in sei romanzi su Bridget Jones (è ironico, bestsellerini miei) che non in tutta la vita che potete vedere sotto l'etichetta "me". Ma qualche brivido c'è. Per esempio, ecco un grande spettacolo (anche qui, circensi miei, siamo ironici). Lo spettacolo di vedere se m'innamoro dopo tutto il dolore che ho provato. E l'eccezionale risposta è "può anche darsi". Che è la stessa risposta delle mie amiche quando chiedo se secondo loro qualcuno può innamorarsi di me.

Incredibile.

Quando arrivo a quest'ora, con gli occhi che saltano le righe sul monitor, con i polmoni stanchi delle sigarette che dovrò comprare al più presto perché le ho finite, con la nausea del caffè, dei brutti testi letti o scritti, delle voci cordiali, delle voci in genere, me lo domando perfino io quale succo ottengo, a strizzare così una vita.

Voi rispondete "niente". Io no.

Ma il succo, se non lo traggo io, non si può bere.

19 settembre, 2007. Imbottiture di trucioli, cuscini di bambagia, piume stanotte sui sogni di cristallo. (da Tutte le valanghe, IB)

18 settembre, 2007. Il n'y a personne ici et il y a quelqu'un.

17 settembre, 2007. Scusate, è un momento così.

(caro Albacom Windows 98 che vieni a visitare bontà tua questi obliati lidi, il mio problema non è che per "gestire una locanda di successo devo rendere interessante la permanenza per gli ospiti". Il mio problema non è il successo, e il mio problema non è la locanda, e il mio problema vivaddio non sono gli ospiti. Il mio problema è che insieme voglio e non voglio condividere i miei pensieri di questi giorni. Voglio, poiché contengono spunti per le vostre giornate uggiose. Non voglio per il solito motivo.

Non sono pubblici.

Il successo, sant'iddio. Meglio dici il successo del fallimento? Io non fallisco, ti garantisco, non fallisco mai. Ci azzecco sempre fin troppo. Ah, tu dici "il successo verso l'esterno". Un sito di successo. Ah, non so di che cosa si tratti. Un sito che fa i soldi. Un sito letto da milioni di persone. Un sito che guida le piazze. Un sito che fa tutto, fa politica, fa cultura, ha successo nel farlo e spinge il tenutario a vertici di acclamazione mai visti.

Interessante. Guarderò te, e vedrò il tuo successo con gioia.

Io ho un problema di scrittura che non si risolve, e - vedi - il successo lo ingigantirebbe. Sai che cosa farebbe il successo al mio problema? Benedirebbe una frase che non va, che non funziona. La porterebbe in trionfo senza preoccuparsi minimamente del fatto che non va. Io mi lascerei lusingare. Io me ne starei sul baldacchino portato a spasso dai fan e direi "beh, se a loro piace, in fondo non sarà poi malaccio". Dimenticherei che quella frase non va. La frase continuerebbe a non funzionare. Ciò che intendo dire seguiterebbe a non essere detto. Tutto l'amore dei miei milioni di fan non compenserebbe l'unico microscopico sfigato amore di qualcuno - chissà chi, non lo so - che ha bisogno di quella esatta frase. Io passerei senza averla detta. Sprecherei quest'unico affaccio sulla vita, per dire qualcos'altro.

Così ti tranquillizzo. Quando quella frase funzionerà, quello sarà il mio successo più straordinario.)

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15 settembre, 2007. Mi viene in mente il motivo per cui io, in effetti, non solo non sopporto la società dello spettacolo, ma non sopporto nemmeno Debord. E' un motivo che fa arrabbiare tutti (tutti i cereali della prima colazione, visto che è questo il mio pubblico). Beh, arrabbiatevi. Forza, CioccoPops, incazzatevi. Quella di Debord è una suggestiva ipotesi rivolta a lettori intellettuali con una preparazione marxista: si riferisce a una società che, secondo l'impostazione economico politica, è sostanzialmente speculare ai suoi mezzi di produzione. In tali mezzi la società è cioè inclusa e compresa ed esaurita. Ma la stessa debolezza di Marx, e di tutti gli economisti (orca, qui sì che si incazzano) è in Debord: è infatti da vedere se l'identità società-produzione è valida. Se non è valida, cioè se una parte della società non è riducibile a questa visione francamente un po' troppo economica del mondo, anche la società di cui parla Debord è solo un pezzo della società. Ma siccome nessuno ha letto manuali di economia politica, quando Debord dice che la società è spettacolo, e piano piano allarga il campo a ogni cosa, i lettori se la bevono alla grande (marxisti, antimarxisti, tutti; c'è da scompisciarsi dalle risate!), anche perché è un po' più comodo bersela tutta che non assaggiarla. E' un paradosso esplosivo. Io però non accetto una lettura meramente economica della società - non dico che non sia dimostrabile, fate pure; dico che non è esauriente - perché in parte non accetto la società come campo esclusivo del mondo; quindi continuo a pensare che l'idea di Debord funzioni in un ambito più ristretto di quello che generalmente le si concede.

Debord infatti passa il suo tempo a "pararsi il culo" da questa obiezione, che un tempo era ovvia e oggi cade dal cielo. Si para il culo in tutti i punti in cui parla tanto del tempo libero, del non lavoro, ecc. Sembra che stia spaziando con la sua teoria sulla visione del mondo d'oggi nel suo complesso, l'enterteinment ecc., invece sta più o meno cercando di catalogare le stesse estrusioni catalogate dalle teorie economiche: tu hai dipinto una visione del mondo, io ricalco la tua precisa impostazione e i tuoi stessi geniali "nota bene", ma la "sovrascrivo" con le mie idee.

Purtroppo, però, se l'impostazione di base viene sottratta, quella di Debord appare come una splendida costruzione omnicomprensiva di struttura originale; molte affermazioni sono invece relative a "strutturate impostazioni (economiche) discutibili". Credo che si tratti di uno scherzo di Debord: "ah, tutto è "economico" in questi termini? Bene, allora sappiate che..."

Il tutto, edito in edizioni non critiche, con prefazioni che vanno bene in prima serata. Odio quando la società dello spettacolo disinnesca una discussione... Debord usato come Ubik è funzionale proprio alla società dello spettacolo.

Posta questa premessa, scandalizzato tutto il vassoio della mia colazione, inacidito il latte e muffito il caffè (avete mai provato a far ammuffire il caffè? Io sì, sembra un cappuccino di funghi) vi racconterò un po' dei motivi per cui questo sito è un'immagine, i vostri blog sono immagini e così via. Debord, insomma, in un campo delimitato.

Cominciamo da questo: Lezione n. 1. Io non faccio colazione con i cereali. A domani!

14 settembre, 2007. Pigrizie, inerzie, debolezze, involontarie sguaiatezze. Un secondo di silenzio del tutto casuale, stanco. In quel secondo, i passi che si muovono su - ghiaia? Veloci, vivi. Tiic-tiic, tiic-tiic, raggruppati, affrettati in discesa o verso un apice.

Le parole esatte.

14 settembre, 2007. Per la lettura della seconda parte di Emoticon, sarà necessario registrarsi al sito. Non è democratico, ma è l'unica soluzione possibile. Me ne dispiace, tuttavia credo che sia indispensabile.

Oppure apriamo il dibattito.

Come?

Con chi?

Gli argomenti sono molto complessi, a cominciare dal fatto che nella storia (voi direste: nel Paese in cui è ambientata la storia) c'è la pena di morte. Scene cruente, ampiamente descritte nel seguito del racconto: l'insieme risulta impubblicabile su un sito.

Giusto?

Sbagliato?

Nonostante gli sforzi, la carta con gli angoli stropicciati (l'immagine di carta con angoli stropicciati), il carattere Courier da macchina da scrivere, il fatto che dappertutto sia scritto che quel che accade qui è finzione (qui, non nella mia vita privata), ho la sensazione che ancora non conosciate la differenza tra l'arte e la vita. Internet e l'arte e la vita. E' una dimensione da analizzare, di fronte alla quale prendere posizione. Gli spazi vanno strappati alla generale barbarie.

Al momento, sto cercando di capire.

Però mi sembra assurdo cercare di spiegare la differenza, complessa, tra emozioni e sentimenti, quando ancora non vi è ben chiara nemmeno la differenza tra la voce che leggete qui e la mia. Non sapete distinguere tra un romanzo, una narrazione, un racconto, un brano teatrale o quel che è questo (sveglia, si intitola "metablog"), e la vita privata di una persona.

"Forse la differenza non c'è", vi sento dire. Sticazzi, c'è eccome.

Ricominciamo con le tabelline, e saranno bordate di Debord da ogni lato, crolli di Baudrillard, terreni minati di principi antropici. Uffaaa.

 

Se scrivo "12 settembre" il giorno 11, è perché so già che per qualche giorno non posso intervenire. Torno proxime, con la seconda parte di Emoticon.

Piaciuto il Dedalus di ieri? Mi somiglia. Ma io sono, più che mai, il vostro Bartleby lo Scrivano.

I WOULD PREFER NOT TO

Chissà se qualcuno ha mai letto il libro, chi sa come Bartleby ha potuto scivolare di mano a chi cercava di amarlo da una riva inaccettabile, perché alla fine Bartleby è amato, amato da tutti coloro che lo circondano eppure muore, come un uccellino malato che non si capisce cos'abbia, al di là della pagina, solo, senza rispondere mai altro che no, il più tragico, il più infelice

dei sì.

12 settembre, 2007. "15 aprile. L'ho incontrata oggi in Grafton Street. La folla ci ha avvicinato. Mi ha chiesto perché non m'ero più fatto vivo, ha detto che le erano giunte ogni sorta di voci. Stavo scrivendo poesie? mi ha domandato.(...) Ho parlato rapidamente di me e dei miei progetti. (...) Lei mi ha stretto la mano un attimo dopo e, nell'allontanarsi, ha detto di sperare che avrei fatto come dicevo. A me questa sembra una prova d'amicizia, no? Sì, oggi mi è piaciuta. Poco o molto? Non lo so. Mi è piaciuta e ho l'impressione che sia un sentimento nuovo per me. Allora, in tal caso, tutto il resto, quel che ho creduto di pensare, tutto il resto prima di oggi, in realtà..." (Dedalus, Joyce)

10 settembre, 2007. Prima bozza di un manifesto possibile. Chiamiamola scheletro. C'è un motivo.

Una setta modernista

L’incontro tra Eliot e Joyce data più o meno 1917, epoca in cui Eliot inizia il suo lavoro di editor. Joyce ha criticato Eliot, e tra i due la simpatia non è stata immediata. Eppure Eliot, una delle voci più autorevoli della cultura del tempo, invece di cacciare a pedate il disastrato e impubblicato autore, lo tratta con affetto. Per capirne qualcosa di più, dobbiamo unire un punto a questo insieme: Ezra Pound. Sappiamo della grande amicizia che lega Eliot a quest’altro grande e discusso modernista. E Pound incontra Joyce nel ’14 a Trieste, rimanendo colpito dalla sua povertà, dalla sua emarginazione e dalla grandezza dei suoi testi. Inediti. Incasinati. Diciamo che Pound aiuta Joyce anche nel lavoro sui materiali (amore?). Manca poco alla quadratura di questo cerchio. Manca la Woolf. La Woolf che esprime giudizi contrastanti su Joyce, considerandolo un genio, e un lunatico: così almeno nelle lettere all’amico Eliot, nei confronti del quale nutre un sentimento protettivo, sottilmente influente. Ma l'influenza è reciproca. Così si spiega perché, nonostante la sfortuna di Joyce presso i tipi dell’editore Woolf, i due non si prendano a pesciate in faccia.

Quattro moschettieri (ai quali sono collegate infinite figure che di fronte a simili grandezze vogliamo considerare secondarie) che cambiano il volto della letteratura mondiale.

Pur grande, Joyce non avrebbe avuto un destino editoriale senza Pound ed Eliot. Forse non avrebbe avuto un destino, punto. E il sostegno reciproco, la critica e l’analisi che i quattro seppero intrecciare, impregnò tutto il mondo letterario circostante – un mondo duretto, a giudicare dalle lettere di Eliot sull’ambiente letterario londinese. Una cifra occulta, quasi un linguaggio in codice, attraversa le opere di questi romanzieri e poeti di dimensioni enormi.

E’ questa la Setta Modernista alla quale è dedicato questo sito.

L'azzardo sempre alto dei loro testi, sospeso su, sopra le mongolfiere europee e i primi aeroplani da guerra, tra intrecci matematici, sfondamenti temporali, contaminazioni scientifiche e liriche fuori dalla ionosfera biologica, li rende tuttora arcani. E odiatissimi dall'erudizione italiana, che preferisce loro e ha sempre preferito le familiari propaggini di Proust.

Il problema delle sette letterarie

Appunto. Gustate en passant le grandezze dei giganti, trasferiamo un rapporto planetario di affetti, pietà, amicizia, affinità stilistica e genio come quello della "Setta Modernista Maior" a un microcosmo dai confini assai meno ampi, in tutti i sensi: il mercato letterario italiano degli ultimi vent’anni. Trasformiamo l’amicizia in scambio di recensioni, la pietà in pizzerie, il genio in erudizione, l’affinità stilistica anch’essa in erudizione, l’affetto in… beh, l’affetto possiamo lasciarlo.

Osserviamo da vicino un Paese che non ha romanzieri perché ha eruditi, e il romanzo è per definizione l'opposto dell'erudizione, è la domanda, è l'interrogativo, è uno scontro disinformato tra l'uomo e il suo mondo, il mondo e dio, l'amore e il disamore, il dentro e il fuori, il qui e l'altrove.

Scopriamo i legami che si nascondono dietro i più importanti critici e scrittori del nostro Paese. I legami tra gli scrittori e gli editor. I legami tra gli editori e i critici. L’identità tra editor e critici. Dividiamo per regioni, città, castelli questo Paese di Comuni e Signorie. Isoliamo il Friuli dal Piemonte, la Lombardia da Roma, Bologna da Napoli. In senso letterario, beninteso. Scopriamo perché il noto scrittore che è anche editor del tale editore recensisce sul proprio sito un autore che sta per essere pubblicato dal talaltro editore. Cordialità di colleghi? Non esattamente. E’ che magari il secondo editore, che pubblica il primo scrittore, ha assunto a sua volta come editor proprio lo scrittore recensito. Scopriamo come, nel gioco strettissimo degli scambi, non vi sia posto per l’inserimento di voci nuove. Di voci del tutto nuove. Da far crescere. Da rispettare. Di persone che non appartengono all’uno o all’altro dei centri di potere della cultura, l’accademia, la critica militante, o a centri di potere d’altro genere. Da non far suicidare: Morselli grida ancora vendetta, e tace Calvino. Tacciono, questi interruttori editoriali che con il passare degli anni si trasformano in grilletti, in percussori, in cani di pistole, letali e ben oliati, che a un'arma di distruzione, il "no", affidano il compito di erigere civiltà.

Scopriamo che le maglie che stringono queste sette sono impenetrabili.

Scopriamo che solo una setta, una miriade di sette, ha accesso alla pubblicazione. Alla recensione. Ma soprattutto al titolo. Essere scrittori è un'investitura imperiale, sancita dall'ecclesia.

Decidiamo, per l’ostracismo (volevo dire esorcismo, ma l'ostracismo in fondo fu un esorcismo civile) al quale siamo comunque condannati, di fondare a nostra volta una Setta. Di eresia letteraria, di barbarie totale. Che ironicamente chiamiamo:

Le Sette Moderniste

In omaggio a grandissimi di cui noi non sfioreremo mai i calzini, neppure da lontano, come non li sfiorano coloro che ci escludono non tanto dalla pubblicazione quanto dalla societas, dal novero. La storia delle Sette è questa. Non solo il reality show, non solo l’intreccio tra gli stili, non solo lo scontro tra i sette personaggi,. La traduzione di “Sette Moderniste” in inglese, più volte ricordata nel sito e nelle lettere private ad amici e colleghi, è “Modernists’ Sects”.

L’unica storia che noi abbiamo mai raccontato è la nostra, sia nel blog così timidamente e lentamente orientato a chiudere via via le maglie delle Sette Moderniste intorno a un mondo di simboli, personaggi, racconti, figure, metafore, sogni, persone, teoremi demenziali, innamoramenti, delusioni, dolore, arte, tempo, divertimento, noia, lavoro, letture, paure, psicosi, deliri, slanci, citazioni e stonature colossali che altrove chiameremmo vita (citiamo “Odile” di Queneau? finisce più o meno così, anche se attiva le metafore di casse e bagagli), ma qui abbiamo osato chiamare scrittura. Sia nel Reality plurimo, modernista, sperimentale, autobiografico. E vagamente surrealista, per i nostri trascorsi privatamente oulipo-iani, dei quali non riusciamo a liberarci se non moltiplicando le possibilità del racconto in cento rivoli diversi. Altri nostri ispiratori diretti, troppo stantii per essere considerati nel modaiolo mondo della setta letteraria italiana, che considera "scuola" non ciò che è istruttivo e poco compreso, ma solo ciò che appartiene alla liturgia, sono Perec, che tomatotrownò un intero palazzo, e il povero Breton, che riscrisse non so più quante volte il suo manifesto surrealista (sette, magari) e ci fornì l’ispirazione dei cadavres esquis, da cui la costruzione del romanzo di Snow White discende direttamente. Compresi i disegnini che avremmo dovuto pubblicare sotto il nome australe di Rongorongo (pubblicazione sospesa: un disturbatore usava il termine Rongorongo per le sue incursioni. Abbiamo preferito evitare una simile esposizione all'autore dei disegni, in età dadaista).

Cadaveri squisiti, quelli delle nostre Sette, che nel silenzio di tomba in cui sono calati non hanno trovato nulla, davvero nulla, di insolito.

P.S.: Il destino del romanzo

Il destino. Non delle Sette Moderniste, del romanzo in sé. Non ho la più pallida idea di quel che accadrà al romanzo, e non spetta a me averla. Tuttavia, posso avvisare chi esulta della morte presente o futura del romanzo considerandola morte dell'identità borghese, che non è detto che il romanzo muoia in un mondo di don Rodrigo e Renzi e Lucie, di aristocratici e popolani, di autori Adelphi e librerie rosa shopping. Può pure darsi che qualcuno si metta a raccontarlo.

 

 

10 settembre, 2007. Come promesso, ho pubblicato qui la prima parte di Emoticon. Tornando alla mia libertà di scrittura, ho avuto una piccola ricaduta: sono andata su un sito di pasticceria letteraria e mi sono ammalata di nuovo di timidezza. O di Idezza, questa malattia da cui non riesco a guarire. Lì, sul sito di pasticceria, non c'è una virgola fuori posto. Le frasi scendono dal cielo appese a festoni di angeli biondi (e delicatamente sovrappeso), gli scrittori sono tutti critici, i critici sono tutti scrittori, i lettori... i lettori sono ancora più critici e più scrittori dei critici e degli scrittori stessi (mica come voi, neh). Lì il ghirigoro in prima pagina l'ha disegnato il Dio degli scrittori in persona, e sotto quel ghirigoro si susseguono coccodrilli di illustrissimi, omaggi a sommi, riscoperte di illustrissimi e di sommi. Ma poi lì i grandissimi scrittori si sprecano come le bestemmie nei circoli di scacchi della versiliana California, non c'è paragone, lì scrivono Noaldri, Fratemammè, Aumma, Tuornotuorno, Semmnunc, Tridenu e Tridevu...

Ecco.

Così ora non mi sento più libera di vomitare cazzate che con la letteratura, vedete, non hanno niente a che spartire. La letteratura è quella roba lì, che ci vuole il pedigree per farla.

9 settembre, 2007. Prima parte di Emoticon. Non credo di aver inventato io l'effetto "imitazione di borsa griffata", ma credo di essere la prima che lo infila nella psicologia dei personaggi. La seconda parte arriva proxime.

9 settembre, 2007. Visto che io sono il vostro autore di riferimento, questa la dovete sentire. La follia non ha limite. Ho chiesto a un amico il permesso di scrivere un racconto come voglio io. Adesso, che alzino la mano gli autori (se ce ne sono in ascolto) che non l'hanno mai fatto. Ma sinceri sinceri! Elementi della follia: 1) il racconto non riguarda l'amico, 2) è estremamente probabile che l'amico non lo legga mai, né ora né in futuro, 3) non c'è assolutamente nessun legame sentimentale o di ruolo tra me e l'amico, 4) ancora oggi non so per quale motivo al mondo ho chiesto il permesso di scrivere il racconto come voglio io, 5) adesso che ho questa autorizzazione, dispensata con perplessa generosità, sono sollevata, 6) no, sono sollevatissima, le cose che volevo eliminare RESTERANNO tutte nel racconto, 7) non ho esposto, raccontato o in alcun modo suggerito quali fossero concretamente gli elementi su cui pendeva la mia necessità di libertà, 8) l'amico non sei tu.

Il dialogo è stato letteralmente questo:

"Senti, sto scrivendo una cosa ma non mi va, non va, non mi convince. Posso scrivere tutto quello che voglio?"

"Beh, certo."

"Ma tutto quello che voglio, capito?"

"Eh, certo. Scusa, non lo fai già?"

"Intendo: come voglio e con le parole che voglio. E su quello che voglio."

"Direi di sì, no?"

Ecco, tutto questo mi solleva immensamente. Probabilmente è così, io ho bisogno di sentirmi sollevata da qualche responsabilità che sento in questa scrittura. E' un'autorizzazione priva di autorità, chiesta per esprimere qualcosa a voce alta, ottenuta da me stessa a me stessa.

E basta leggere narrativa, mia o altrui, fino a che non ho scritto quello che voglio io, come voglio io e... e... e come sono stata autorizzata a fare. Dico, è l'assurdo!

Ho il permesso di essere libera. E' l'assurdo! E' la follia! Son qui che mi guardo e non ci credo.

 

No, forse gli addii non erano "sistemati" abbastanza.

L’amore bed and breakfast, grazie, non mi interessa, come non mi interessa la cordialità cisposa da buffet freddo. La pensione completa nemmeno, me la vedo in un comprensorio per anziani, con tutte le comodità vista mar Morto e i tetri anticipi di un kameriere che avrà la mancia a fine stagione. Le multiproprietà sono caricature di Whitman in condivisione con puttane. La mezza pensione poi è adatta ai Noncistodentri, quelli mezzi dentro e mezzi fuori come l’ago di Cadorna (che tutti detestano e invece è il vero simbolo di questa città mezza dopata). Figurati se vado in un posto dove la camera si lascia prima di mezzogiorno. O dove i valori sono assicurati solo se riposti nell’apposita cassaforte. O dove niente è mio e niente è di mio gusto, come invece dovrebbe essere, non perché lo voglia rubare, sia inteso, ma perché l’ho già rubato non so nemmeno quando. 

Sarà perché l’amore non è un albergo? 

Io non chiedo permesso per entrare in casa mia. O per uscirne.

Ma le metafore abitative cui il vostro gioco prevede che io risponda, le vostre metafore di pavimenti e stanze, sono più adatte ad apparenze che non a sostanze, a manifestazioni più che a presenze. Per questo non mi ci ritrovo mai.

Invece, cari, l'amore è il respiro. Non necessariamente il mio.

Quindi, aria, overbookini miei.

8-9 settembre, 2007. Sistemati gli addii, torniamo alla literatur. Beh, siete pronte, pilloline mie, per un racconto brutto bruttissimo dei soliti, questo famoso Emoticon (sta diventando una menata come l'Organon di Aristotele)? E' proprio orribile, ma mi piace, forse contiene in nuce un nodo, un tema, un suono, ma che ne so, che me ne importa. Dai che lo finisco.

E ancora grazie, per San Giorgio e l'Inghilterra questo computer va come una lippa.

8 settembre, 2007. In questi giorni ero in campagna, guardavo gli animali e mi accorgevo di odiarli profondamente. A loro, la percezione della caducità del tutto non toglie la fame. Il loro "esserci" si assembla dall'infinito caos molto più facilmente e con più frequenza di quanto non capiti a un viso amato. Il fatto di essere terra destinata a tornare terra non sembra smuovere la loro certa e oraria vitalità. Essi si gettano a manciate su questo pianeta selvaggio e a manciate ne spariscono, senza che un re, un potente, un arbitro, ne sia responsabile, bensì solo altre manciate di casuali predatori plebei. Becchettano cibo sulla strada che li massacra, insistono a pungere la mano che li schiaccia, brucano erba davanti al branco dei lupi. Come se avessero in tasca, tranquilli, un intero rotolo di biglietti per la giostra, per tutte le prossime giostre a venire. Loro sono eternamente presenti, noi non riusciamo a liberarci da un presente murato, davanti e dietro e di fianco, come una tomba.

Ma anche la santa impazienza muore, diceva Valéry, e così puoi anche non rispondere alla mia lettera.

8 settembre, 2007. Miei dolci, miei clementi lettori,

anche una stagione all'inferno ha le sue stagioni all'inferno. Vi chiedo quindi di scusarmi per l'interruzione, dovuta a circostanze indipendenti dalla mia volontà e risolta solamente grazie all'intervento provvidenziale di Giorgio.

La discontinuità causata dal malfunzionamento del computer, che durava da mesi, ora è superata. Affronterò questi primi giorni con la cautela di un convalescente, ma non appena avrò riacquistato familiarità con il mezzo (medium, media, ecc.) potrò ricominciare a misurarmi, finalmente, e a misurarvi, con i miei soli limiti.

(minuti dopo) La prima riflessione riguarda un aspetto della mia scrittura. Mi colpisce dei siti altrui la precisa aggressività e l'intolleranza sempre circostanziata. Mi colpisce la nettezza integralista dei loro attacchi. La certezza da maestri pasticceri con cui scartano la sfoglia debordante lungo il limite preciso della forma da forno.

Ora, io non credo che scartare tutto ciò che è estraneo significhi necessariamente trovare l'essenziale.

Io mi misuro, e vi misuro, applicando sempre il pi greco, quel tre e quattordici di cui non sono ancora stati rintracciati i decimali ultimi e definitivi. Il mio giudizio non è mai "finito", in entrambi i sensi, spaziale e temporale.

Proprio per il fatto che non è "finito", proprio perché non è "ad esclusione", ma "ad inclusione", crea allarme. Io non vi sbatto in faccia l'elenco dei nemici, dei mali, dei disastri di questa Terra, non è questa la mia voce, non è questo il mio spirito. Ciò non significa che nemici, mali e disastri non siano tutti presenti alla mia attenzione, e, alla fine, alla vostra. Ma ciò accade lungo un diverso percorso, che distingue la mia scrittura da altre scritture come l'intreccio dalla fabula.

Devo ricordarmene anch'io, quando mi proibisco di occuparmi di fatti "riconoscibili" - chiamateli reali, realmente accaduti, temperie, fait divers - per non rinunciare alla mia "distanza" infinita, al mio numero irrazionale perfetto. Proprio con il racconto Emoticon, che presto vi proporrò qui, sto cercando di lasciarmi andare.

E ancora: queste non sono "problematiche legate al racconto". Voi accompagnate un'autrice in una pratica letteraria, niente altro. E una pratica letteraria è fatta di ripetizioni, di ricadute, di tasti ribattuti, l'armonico, mentre mi rendo conto che il lettore gradisce le storie, il melodico. Mi spiace, questo sito è così.

 

7 settembre 07. Mi sono mancata.

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Hard disk spezzato. Colpa del clustersterone.

Mi riparano, dicono, in due giorni.

Dicono, ma ridono, intanto.

Perché l'hard disk di scorta del '95, dicono, è obso... insomma una parola che su questo sito è vietata.

Bene.

La figura professionale che si occuperà del caso mi sta facendo ombra, in questo momento.

Vado.

Dicono.

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31 agosto, 2007. Emoticon, sèguito, Ida Bozzi's.

...Alberi piantati perché li vedesse un assassino, pensò.

“E’ un grande onore, per la nostra famiglia, che mio figlio sia diventato vicepresidente,” disse finalmente il vecchio, inchinandosi leggermente.

Xxx sentì salirgli in gola un’ondata di nausea. Ma doveva rispondere, o il vecchio avrebbe creduto d’aver parlato a voce troppo bassa, e avrebbe ripreso a dolersi per la propria sordità. Era la menomazione che lo tormentava di più.

“Grazie, papà,” rispose Xxx a fatica, inchinandosi più profondamente del vecchio.

Il vecchio annuì, sorridendo soddisfatto: “Hai con te la lettera?”

“Quale lettera?”

Capì in ritardo che suo padre si riferiva alla comunicazione ufficiale con cui il consiglio di amministrazione nominava il nuovo vicepresidente.

“La lettera della società,” si sentì ripetere.

“No, non l’ho con me.”

“Peccato, mi avrebbe fatto piacere leggerla,” disse il vecchio. Per una frazione di secondo, i suoi occhi si sovrapposero a quelli del fantasma che conosceva ogni segreto, dentro Xxx. I due sguardi, stretti tra le palpebre semichiuse, ora erano entrambi acuti e ridenti. “Dimmi che cosa c’è scritto.”

Xxx non aveva sentito.

“Sono un vecchio sordo che non si fa più intendere. Suvvia, dimmi che cosa c’è scritto,” ripetè il vecchio, a voce alta. Anche il padre, dentro Xxx, seduto sulla veranda della casa di campagna, con i capelli ancora neri e le spalle rigide e quadrate, ripetè la domanda. Ma il tono era impercettibilmente diverso. Sadico. “Suvvia, dimmi. Dimmi.”

(to be continued)

 

30 agosto, 2007. Emoticon, incipit, Ida Bozzi's.

"Suo padre era seduto dentro di lui e teneva gli occhi fissi nei suoi occhi. Il vecchio seduto nella poltrona vicino alla finestra, invece, osservava il giardino livido di pioggia rigirando in bocca una frase di cortesia da rivolgere al figlio. Qualcosa cui stava pensando da giorni, e che ancora masticava e arrotondava sulla lingua con cura.

I giornali erano piegati sul tavolo, distanti. Le prime pagine parlavano della "crisi dei mutui", di un nuovo figlio adottivo per Madonna, della stagione delle piogge e di un orrendo crimine commesso in periferia. La cronaca per la verità non diceva "commesso", diceva "accaduto".

Xxx cercò di distogliere lo sguardo. Gli sembrava che gli aceri rossi del giardino avessero il colore del sangue rappreso. La pioggia scendeva per ripulirli, ma i rami ondeggiavano scrollandosi l'acqua di dosso, e tornavano a mostrare a Xxx le loro dita gocciolanti.

 

30 agosto, 2007. C'è in effetti un racconto che si può scrivere, in questi giorni. Facciamo così, io l'ho intitolato "Emoticon".

Vedrete il link illuminarsi quando l'avrò scritto, e ciò avverrà dopo i miei impegni di lavoro.

29 agosto, 2007. Terza Giornata della Settimana Modernista.

L'Emozione è fredda e non ha Sentimenti. No, stavo pensando a Kant. Parafrasi: l'Emozione non ha corpo, e il Sentimento non ha occhi.

Lettore? Ti risparmio la fatica con il tuo tag del giorno: dr. Back Forward, oppure Vana Olker, oppure Snow White e Post. Per la bibliografia, American Psyco, Riccardo III e il romanzo di McGrath che a me non piace, Follia. Sul fronte dell'emozione fredda vs. sentimento cieco, potreste entrare nel merito della struttura classica del romanzo dell'orrore, e occuparvi della natura del mostro: leggete King e fate le opportune osservazioni sulla differenza rispetto, chessò, ai racconti dell'angoscia di un Lovecraft. Lascerei perdere - qui non c'entra niente - il sommo Poe. Questo vi spiega un'altra cosa essenziale: per chi scrive non conta se un libro è bello o brutto, i meccanismi che si vanno cercando sono altri; è bello vivere in hotel a cinque stelle e marciare in Ferrari, ma si imparano molte più cose in una stanza d'affitto e senza la macchina. E anche questa è una metafora. Oltre che un'illusione pia.

Devo chiudere, o il computer si trasformerà in una zucca.

(Ascoltami, gioia. La storia di ciascuno di noi è classificata in un grosso raccoglitore, brandello per brandello. Mi rendo conto che Pompei non ti smuove, e in fondo non smuove nemmeno me, ma non puoi cercare di intervenire nelle mie scelte prima ancora che siano compiute. Che ne sai tu, che la storia su Pompei non possa essere bellissima? E poi. Il mio Sentimento di Me non è così tenace da impedirmi di scrivere qualcosa per "accontentarti". Io non sono un autore pubblicato, e sono una persona isolata e triste. Figurati che bello, poter scrivere qualcosa che piace ai miei tre lettori. Ma questo sarebbe un male, per me e soprattutto per voi.

Io devo ricordarmi che devo morirci, con le cose che scrivo. Saranno l'unica parola che posso dire, l'unico corredo; e già ne dico tante che non mi interessano.

Quindi.

Tirerò giù dal raccoglitore qualcosa che non vuoi sentire. E che non voglio sentire nemmeno io)

28 agosto, 2007. Seconda giornata della Settimana Modernista.

Intervento 2

Iniziando a orientarmi nell'infinito materiale possibile per il Racconto, ho deciso che uno dei Sentimenti che dovranno essere rappresentati nella storia sarà il Sentimento di Sé. Difficile, ma proprio per questo interessante. Mi colpisce soprattutto questo, l'idea che il nostro organismo è in grado di reagire a uno stimolo con metamorfosi elettrochimiche che si innescano in frazioni di secondo. Il pensiero. La produzione di cortisolo. Di adrenalina, di noradrenalina. Ma è in grado di non avvertire il Sè macroscopico. Di non vederlo sotto le migliaia di reazioni locali che creano una corazza, anzi uno stampo, come per le vittime dell'eruzione di Pompei. Tutti calpestano il Sè, non c'è da lambiccarsi per trovare esempi.

O meglio, tutti calpestano il recettore di "ritorno" del Sè. Non "riflettono", nel senso del riflesso dello specchio, proiettano ma poi non vedono e quindi non guardano quel che hanno proiettato. Per esempio, la depressione si installa in una persona con il blocco di una serie di recettori. Recettori, appunto: i depressi appaiono incapaci di emozioni, seguitano a lanciare palline da golf contro un muro che le rimanda tutte indietro. Che cos'è quel muro?

Nel racconto non dovranno esserci uno specchio e delle palline da golf, ma potrebbe esserci uno scarico intasato. O altre cose del genere, verranno scrivendo. Angoli di strada pieni di rifiuti ammucchiati, per esempio un graffito urbano seminascosto da un sacco gonfio, qualche cartaccia e altri avanzi antropomorfi.

(minuti dopo) Un'emozione sposta: ho nominato le vittime di Pompei, un simbolo annichilente della nostra nullità, e temo che questi calchi umani entreranno in qualche modo nella storia. Vedremo. La storia su Pompei verrebbe giù come un fiotto (con chi vai a morire sotto la cenere, con la famiglia o con l'amante? non accusatemi di cinismo, mi sto forzando a farvi partecipare a tutto questo), ma difficilmente nella vita appaiono scelte così eclatanti, si pensa di poter sempre rimediare, e la tragedia sta lì. Come la scelta di "L'età dell'innocenza" della Wharton.

27 agosto, 2007. Prima giornata della Settimana Modernista.

Premessa

Ciò che in queste pagine chiamo impropriamente Arte, ovvero l'insieme delle arti, ha sempre conosciuto il dilemma tra Emozione e Sentimento. In epoche diverse ha dato conto del dilemma, o della consapevolezza del dilemma, in modo diverso. Ha a volte agito il Sentimento come sottotesto, testualizzando l'Emozione. Che io mi riferisca al Barocco, in questo momento, non vi distragga. La Meraviglia e il suo Orrore precipuo siano solo un esempio, non so se ben trovato, da cogliere di sfuggita. Siano un'Emozione.

Io trascorrerò questa settimana nel sentimento di un Racconto da sottoporre alla vostra attenzione. Cercherò, come anticipa il nuovo nome di questo blog dedicato alla metafora, cercherò di trovare in un'azione - in un'azione e non in un'analisi, il che differenzia l'arte dalla critica - la consistenza del dilemma.

Intervento 1

La vita breve dell'Emozione, e la necessità continua di alimentarla, di viverla "nel momento" prima che si esaurisca, la sua vicina "data di scadenza" e per certi versi la sua "rinnovabilità" più che riproducibilità, ne fanno un perfetto prodotto di massa.

La tenacia del Sentimento, la sua radicata e talvolta dolorosa tenacia, la sua Unicità drammatica, e la percezione smarrita del suo potere, ne fanno un abisso senza appigli e senza appelli. Il Sentimento non ha ornamenti, non ha consolazioni - esso è, i genitori sono i genitori che avete, non altri, i figli sono i figli che avete o non avete, non altri, e il Sentimento per loro è Solo, Unico e non Riproducibile - e porsi nell'ottica dell'Emozione nei confronti del Sentimento significa precipitare in un'infelicità senza limite. Così come porsi nell'ottica del Sentimento quando avete a che fare con un'Emozione porta con sé illusioni e altri fantasmi.

Ne parleremo meglio in un racconto, dal momento che io cerco di scrivere e non faccio altro. Se intanto volete leggere qualcosa che vi accompagni nell'attesa, avete solo l'imbarazzo della scelta. Da Everyman di Roth al solo specifico problema dell'amore e dell'emozione nel rapporto tra Katerina e Dimitri nei Karamazov. Ma potrei invitarvi a confrontare tra loro i due protagonisti de "La panchina della desolazione" di James. Potrei spingervi a sdraiarvi tra le tombe dell'Everyman già citato e di "Padri e figli" di Turgenev. Ne scrive l'Alborghetti nel suo "Il registro dei fragili", per quanto ne ho potuto leggere. Sull'altro fronte, in linea generale, se leggete nell'ottica di Emozione e Sentimento la produzione media presente su un bancone di libreria, vi imbatterete in molte Emozioni, e in pochi Sentimenti. Potreste anche accendere la televisione. Scegliere qualsiasi commedia di Stiller. Potreste ricordare l'autoritratto d'autore che volava sopra la Triennale non molto tempo fa. Vedere come alcuni artisti declinino dall'una all'altra cosa: non faccio il nome della Abramovich perché ha altri pregi.

Intanto potreste leggere qualcosa di Augè sui luoghi vuoti. O anche fare un check del tutto privato dei vostri Sentimenti e delle vostre Emozioni.

E io scrivo il racconto.

 

27 agosto, 2007. PRIMA SETTIMANA MODERNISTA.

Progetto della Settimana Modernista: il salvataggio della Biodiversità Emotiva nel Parco Umano del nostro approssimativo Ecosistema.

Salve, pubblico. Salve, miei delfini di fiume ormai estinti, ciao, miei panda in via di estinzione. E per contro, salve anche a voi, miei piccioni comuni e miei ratti metropolitani. Lo scopo della "Settimana" è illustrarvi alcuni aspetti di fondo della Biodiversità Emotiva che la nostra civiltà ha sacrificato per far luogo ad altre e più comode colture cardiosessuali. I prodotti Emotivo Transgenici si sono rivelati instabili? L'Amore Transemotivo è insapore? Il Dolore Transemotivo non va più via, nemmeno lavato a freddo?

C'è una spiegazione. Voi confondete tra loro alcuni aspetti di fondo: l'Emozione, il Sentimento e la Passione, per citarne alcuni. Vi dico di sì.

Siamo qui per una classificazione. Vi dico che il problema è tutto qui. Cominceremo con

- la classificazione moderna dei Prodotti Emotivi

- il precedente ordinamento: l'Amore, l'Amore Immortale, e tutti gli altri Amori.

- note e bibliografia.

A domani, con la prima Giornata della Settimana Modernista.

 

26 agosto, 2007. Buon episodio di Ichi lo shaolin, e per favore, i tag cercateli in italiano. Non si scrive "vicino Milano", si scrive "vicino a Milano".

La scoperta di questo fine settimana è che parlo nel sonno.

Interessante, no?

 

25 agosto, 2007. 1 settembre, 2207. Valzer 2 shostakovich.

31 agosto, 2007. I contorni della pioggia.

30 agosto, 2007. Progetto di tettoia capovolta.

29 agosto, 2007. Gru indiane + nonna Gina ricettario.

28 agosto, 2007. Non disponibile + in tedesco.

27 agosto, 2007. Zoagli.

26 agosto, 2007. Calzoni + ecodiesel.

...

Scusa, chi è il trattore, dicevi?

 

 

25 agosto, 2007. Non so che cosa dirti. Taccio.

Sei un ospite.

24 agosto, 2007. Quinto episodio di Ichi lo shaolin.

(ore dopo)

Ma ecco, se avessi pubblicato l'altra versione (vedi 23 agosto) il senso della camminata di Shung sarebbe stato colto anche meglio.

Con il prigioniero dentro al sacco, in questa versione, non abbiamo comunicazione. Egli è solo la missione di Shung, parlando in termini di impianto della fiaba. L'equivalente del tesoro o del segreto da custodire. L'altra versione non era dall'interno del sacco, no, ma intrecciava meglio il sacco e Ichi, cioè noi. Faceva del prigioniero un protagonista drammatico, il vero assoluto protagonista della storia, e un protagonista romanzesco. Un protagonista che è stato sacrificato - metafora nella metafora - alla storia: cioè, in parole povere, anche l'autrice si è comportata come Shung.

23 agosto, 2007. Non è il modo giusto, questo. Mi dimostrate che l'episodio di Ichi non è adatto a queste pagine, non perché sia un episodio spinto o sexy o chissà che - figurarsi, è una parabola sulla morte. Devo pensarci su, e il vostro comportamento mi costringe ad assumermi responsabilità che non competono all'arte. O forse sì.

Già, certo. E' una Cattelan question. La prima domanda, probabilmente, che l'arte deve ancora realmente porsi in questo millennio.

In più, questo è Internet, e non una galleria per la quale si paga il biglietto.

Se qualcuno non avesse aperto questo sito cercando parole strane, forse pubblicherei il testo senza fare una piega. Ma tratta argomenti delicati, e se c'è una cosa che gli anonimi lettori di questo sito non mostrano di coltivare nelle loro anime degnissime, è proprio la delicatezza. D'altronde il pianeta è così, e io non posso nemmeno evitare di descriverlo. Sarebbe bello, a questo punto, avere l'opinione di un saggio. Ma saggi, a quanto pare, non ne conosco.

Io devo pensarci. Voi pure.

22 agosto, 2007. Primo capitolo. Un capitolo che non è un incipit, sinceramente noioso, ma non pesante. Lo sgranarsi tranquillo e naturale - ma odio questa parola - di un'azione d'apertura, una focalizzazione così liscia che non so come m'è venuta. Lì nessuno esagera, nessuno cade nelle varie trappole degli incipit, come prediche (vedi invece il post precedente, lo so), genealogie, iperattività, effetti stupefacenti o strani specialismi umani. Così. E non è per niente minimalista o naturalista. E non è sovraccarico nemmeno un po'. Non è nemmeno verboso, metaforico, allegorico, biblico-marittimo, o al contrario bamboleggiante, infantile, o nello specifico gergale, marginale, metropolitano, etnico-femminile, o etnico-familiare, o etnico-giovanilistico o artatamente paratattico. E non ha colori pastello. Sto parlando sempre del romanzo noWeb, solo per salutarvi e spiegarvi che nella mia meteorologia si notano spesso tempeste tropicali, in questa stagione. Se passano e l'aria è più pulita, ci ritroviamo qui in settembre.

22 agosto, 2007. Quello che mi fa paura, non è essere rimasta qui da sola, un cadavere spolpato. Macché, Fleba il Fenicio lo sa bene. Quello che mi fa paura non è una persona che ho conosciuto, che voleva farmi paura e non so perché, forse per prendere in giro l'aspetto "Idiota" - già - della mia piccolissima esistenza. Non mi fa paura nemmeno questo lungo deserto, pieno di buche e di serpenti, buio di notte come non avete mai immaginato, e poco luminoso, solo accecante, anche di giorno. Non mi fa paura nemmeno il lungo periodo di letterale povertà che ho alle spalle e che vedo davanti a me, e le umiliazioni che perfino persone all'apparenza migliori non sono state in grado di risparmiarmi, o di risparmiare a se stesse.

Quello che mi fa paura è dentro di me. Sono io il pericolo più grande. L'ipotesi vaga, solo balenante, che sia necessario ormai "tornare indietro", senza che io rida o pianga di tutto questo, il male dei vostri occhi, i desideri sgonfi, l'imitazione d'affetto per gli amici che imitano lo stesso affetto per voi, la disperazione soffice per un mondo che sta cambiando, la difesa estrema dei vostri vizi strazianti, il limite biologico delle vostre forze immani, la ferocia dei cazzi vostri. Dei cazzi miei.

Il mio silenzio è il vostro silenzio. Se io taccio, siete voi ad ammutolire. Se sono io che torno a Vienna, è il vostro romanzo che finisce.

Fatemi pure la guerra, odiatemi, ignoratemi, è il vostro tempo. E intanto pregate che io stia salda proprio dove sto, sono la sola vostra vera compagnia.

 

21 agosto, 2007.

Forse.

Parola indecidibile, "forse".

Miscuglio di forme diverse, alcune in arrivo, altre in fuga, come un'aria leggera, al mattino, a finestra appena aperta. Se vuoi una certezza, in genere te la prendi. Ma il "forse" non lo prendi no: è tutto, e più certo di così si muore, fuorché la certezza. Se sei saggio, fa lo scemo, se sei salame, fa il saggio. Ed è tutte e due le cose, un saggio salame. Come non identificarsi?

Così, se dico oggi "forse" - forse ho iniziato dal capitolo giusto, forse ho scritto (a mente) la struttura giusta, forse ho quel che forse volevo - niente aggiungo. Saggio salame sul davanzale blando dell'illusione precipite, forse.

19 agosto, 2007. Seconda parte del post.

Insomma, va di moda l'autore che legge ciò che va di moda.

Lo specialista in suoi futuri simili. Saprà scrivere ciò che va di moda leggere.

Se non lo fa ucciderà la polemica sulla mediocrità della scrittura contemporanea.

E uno che fa questo è un nemico della società. Uno dal quale non ci si può aspettare la finezza stilistica di cui si è pasciuti e annoiati.

Uno che non si capisce - non si fa capire - uno snob - uno scarafaggio - un pagliaccio naif - uno scarafaggio naif - bella quest'immagine dello scarafaggio naif - lo immagino colorato - sì, con una giacchetta - una giacchetta da circo delle pulci - da saltimbanco - una maschera felliniana - sono stato a Rimini d'autunno - la grandezza di quelle spiagge - un Martini e un pomodoro condito - l'autunno, esce il nuovo Xxx quest'autunno - condito ma senza pepe - lo penso anch'io, ho letto le bozze - porti anche due patatine - ah, parlavi dell'aperitivo - credevi? - curioso, ci sono quei momenti - sì, ci sono quei momenti - ci vorrebbe un Balzac - momenti che dobbiamo lasciare indietro - basta che non sia un americano - tutti orribili gli americani - le olive non le posso mangiare - lo stomaco? - no, il colon irritabile - porti anche del riso - dicevi, dei momenti? - sto scrivendo un poema - ah, poema - sì, su dio, il tempo, ma calato - quella che è passata la conosco, si chiama - calato in un'atmosfera erotica - si chiama Medusa Qualcosa - l'ho vista da qualche parte - sai che non ricordo il nome - riscopre l'estasi e il misticismo proprio italiano - si è un tipo un po' lagnoso - dico il poema - ah, il poema - santa Caterina, santa Eusebia, sai, le sante - sì, ecco, Caterina, o forse Paola - tutto un recupero di quei momenti di intimità con il divino - genere cosa? - genere coso, come si chiama - De Chardin - no, coso - Rouault, per dire? - ecco Rouault - il Martini a me, a lui l'analcolico - sembra alcolico, il pomodoro condito - proprio non lo è - perché fermenta - ah sì - ...

 

19 agosto, 2007. Oggi “non” vi parlo di Dostoevskij.

Dostoevskij è stato Dostoevskij senza aver mai letto Dostoevskij. Quando ha scritto “Umiliati e offesi” non aveva ancora letto “L’idiota”. E pensate che quando ha scritto “L’idiota” non aveva ancora letto “I fratelli Karamazov”.

No, dico: voi non vi rendete conto. Allora ve lo ripeto. Scrivere “L’idiota” senza aver mai letto, che diamine, “I fratelli Karamazov”. E’ semplicemente un atto irresponsabile, uno scandalo, qualcosa su cui occorrerebbe scrivere saggi, istituire cattedre, riunire convegni, incazzarsi. Altro che Valentino Rossi e il fisco! E Dostoevskij sarebbe un grande romanziere? Anzi il più grande? Uno che non ha letto i Karamazov? Anche quando ha scritto le “Memorie dal sottosuolo” non aveva letto i Karamazov. E nemmeno aveva letto “L’idiota” quando ha scritto “Delitto e castigo”. Tsk. Tu l’hai letto, giusto? E tu? E tu? Certo, ma via! E tu? Per non parlare del resto. Già, perché di certo questo Dostoevskij non ha letto nemmeno – ma non fatemi dire! - la Recherche, e… e questo ignorantotto, questo semianalfabeta, non ha letto nemmeno Joyce, no che non ha letto Joyce, sono sicurissima che Dostoevskij non ha letto Joyce, e… e…e… ah, per non parlare degli italiani, cosa può mai aver letto questo tal Dostoevskij dei nostri gloriosi… di… di…

Ah.

Avete colto l’ironia, finalmente. Avete capito di che cosa sto parlando. Che cosa intendo dire.

Ma bravi.

(Al primo stalker nella fila: nah, non ti preoccupare, io li ho letti i Karamazov. Al secondo stalker nella fila: cosa vorrebbe dire “sarà quello, allora”, eh?)

Questo post avrà una seconda parte.

 

18 agosto, 2007. Sai qual è la differenza tra me e te?

Che tu vuoi morire soddisfatto. Io invece non voglio morire.

Dal che discendono le nostre vite. La tua, ben mirata al suo obiettivo. La mia, no.

A volte mi fermo a guardare le persone mentre mangiano.

18 agosto, 2007. Ho detto metafora, non similitudine.

Pensate a Giove, il pianeta, e a quanto poco gli manca per essere una stella, per accendersi - si dice così, e significa frittura di meduse molli a decine e decine di unità astronomiche di distanza. Gli manca solo un filo di concentrazione, con tutti quei pianetini intorno e il fracasso dal terzo piano. Ecco. Ora, Giove è solo una similitudine (c'è perfino il "come", diventato "pensate a"). Io, sono la metafora:

no, non sto per diventare puf una stella. Non per questo giro. Ma no. Appunto. Ritengo di avervi portato vicino a una comprensione quasi materica della metafora. E' origine, non solo fine. E' uno, non solo altro.

17 agosto, 2007.

"and I feel that love is dead
I’m loving angels instead"

(Robbie Williams, Angels).

Avevo scritto una nuova metafora, particolarmente azzeccata e del tutto imprevedibile, sulla frase "prima impara a leggere, maleducata", sulla verginità e sull'acciaio. Su chi è l'imperdonata, in realtà, e perché. Poi ho pensato che ogni metafora che è passata di qui è stata scippata. Così mi sono limitata a citare un tale che è Musa ispiratrice di ben altro scrittore. Gossip: la Musa ha risposto no.

13 agosto, 2007 - ore 11 circa. Only love. Bye.

11 agosto, 2007. Avrà una fine brusca il ritmo diaframmatico con cui nel sito si succedono in questi giorni le visite dei lettori e quelle degli scrittori. Io mi sospendo. Mi estraggo il cuore, come si fa in questi casi, e guardo cosa c'è dentro. Avere un amico mi è costato troppo, questa volta, e se tendete l'orecchio potrete sentire nitidamente un solo respiro che smette.

10 agosto, 2007. Non sto leggendo niente, bambini. O meglio, a leggere qualcosa ci ho provato. Ma sono stata molto sfortunata, ho iniziato soltanto libri scritti per rassicurarvi. Per rassicurare voi che sul pianeta esiste una cosa che chiamano "i vostri simili". A pagina due, o tre, il riflesso condizionato "scaglia il libro nell'angolo lontano" è scattato automaticamente. I libri che ti rassicurano che il loro personaggio è un pacioccone orsetto tutto tenero. Quelli in cui tutti sono sballati perché tanto il mondo va da solo come le automobiline radiocomandate. I memoriali di infanzie vissute senza rendersi conto e mitizzate a posteriori.

Prima, la lettura. "Bevve la sua tazza di Nesquik..." L'incredulità istantanea e solubile che ne scaturisce. Quindi, l'interruzione. Un momento di reazione razionale, che mi vede voltare il libro tra le mani per leggere la vicenda biografica dell'autore - "chi c... è questo? Che cosa produce la sua ditta?". Poi l'esplosione isterica, il libro volante e tutto quello che sapete già. Il mio gatto si incarica di "finire" a modo suo i libri che io lancio negli angoli. Va, e li giustizia, con un atto di minzione che, vi giuro, svolgerei io, se non lo trovassi oltremodo scomodo e poco igienico, oltre che diffusamente impresentabile a voialtri dita nel naso di nascosto.

Ora, però, sto raggiungendo livelli forse un tantinello eccessivi. Trovo troppo rassicurante, troppo comodo, l'uso consequenziale della grammatica. Trovo insopportabili soggetto verbo predicato. Trovo maniacale e tossico il fatto che l'uno sia "alto, capelli scuri, una giacca di lana" e l'altro sia "dagli occhi pericolosi, obliqui". Odio ogni singola parola e trovo per ciascuna un buon motivo per non sceglierla.

Succede solo quando sto per scrivere io, e faccio pulizia di tutto quello che proprio non va. E' il cataclisma.

9 agosto, 2007. Galassie ipertrofiche o confini stessi dell'universo, fiction e reality giocano con il paradosso.

Ho sognato che gli universi erano più simmetrici, all'inizio. Come se in seguito le leggi della fisica, applicate infinite volte, di epoca in epoca avessero creato "mostri" fisici, anzi, iperfisici. Inflazione, supergravità, espansione, entropia, applicate non all'universo, ma a se stesse, e ulteriormente magnificate dall'immensità del tempo e dello spazio.

Così le Galassie lontane appaiono iperlontane, per una specie di affabulazione ossessivo-ripetitiva su sé. Galassie che continuano a ripetere - in termini fisici - "io sono una galassia, io sono una galassia", diventano spaziotemporalmente ipertrofiche in se stesse. Non solo si allontanano, il che è acclarato, ma diventano più antiche, finché non si arriva a osservare galassie che paradossalmente sono più antiche dell'universo in cui sono nate e più lontane di quanto esso non sia esteso.

Se aggiungete il fatto che in questo universo il tempo scorre in una sola direzione, cioè invecchia le cose, ottenete i mostri giganti che si osservano "ai confini dell'universo". O meglio, un mondo che osserva l'altro slittare via oltre l'orizzonte, precipitando nello spettro...

Tra fiction e reality, questa è una necessità di sopravvivenza. La lontananza è necessaria, specularmente necessaria (specularmente qui vuol dire: in modo diverso, ma per entrambe le parti) e portata avanti in termini estremi, quasi fosse una corrente artistica, non so, per dire, il "Lontanismo". E' qui che, da galassie ipertrofiche o confini stessi dell'universo, fiction e reality giocano con il paradosso, punti germinali spuntati ai margini del cosmo. La finzione, paradossalmente una conseguenza della realtà, gioca ad essere il punto germinale per eccellenza. La realtà gioca ad accentuare le proprie caratteristiche di "totalità delle circostanze", di cui la finzione è soltanto un caso particolare, ostentando la più completa indifferenza agli accidenti.

Qualcosa cambia sempre, alla fine, e il gioco diventa più grande e più triste.

Che sogno pazzesco ho fatto, eh?

 

 

 




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).