- dal 2005, se è esistito -
SETTE MODERNISTE
Episodio libero. La trasformazione.
Intro.
Era l’ora dei compressori e dei rubinetti, dell’acqua nei tubi e delle scarpe sui pavimenti.
Un’ora strana in cui non veniva voglia di parlare, e i rumori intorno sembravano più interessanti di qualunque cosa ci si fosse messi in mente di dire.
Un’ora americana, con gli occhiali, di piatti acciottolati in cucina da una mano operosa, sedata in qualche modo veniale, pagata, se vi vengono in mente i soldi, amata, se vi viene in mente l'amore, che faticava e canticchiava un sogno nella testa, come gli uccelli che cantano per i lupi.
Un’ora in cui le ante degli armadi si chiudevano, i cassetti scorrevano, e ciò sembrava intelligente, e motivato a un fine.
Era anche l’ora in cui chi era triste, era triste. Si appendeva con lo sguardo agli oggetti intorno e rimaneva così magari per interi minuti, ad aspettare che gli oggetti uscissero dal loro turno di lavoro e tornassero a ricambiare gli sguardi romantici con una qualche traccia di compassione o almeno un senso vago di proprietà. Ma bisognava aspettare. Sedie, divani, fotografie, tappeti, quadri, tende alle finestre, lampadari ai soffitti e braci nei camini sembravano mamme che stanno rassettando, o cavalli che stanno arando, e passano di fianco agli steccati e ai girelli con gli occhi fissi in avanti, indaffarati, lontani, senza nessun ricordo di te e nessuna voglia di giocare.
Gli abitanti della Casa si sentivano un po’ tristi in quel modo. Ascoltavano in silenzio la necessità del mondo ticchettante e frusciante, e perfino di quello serio e zitto, lasciando dilagare in tutto lo spazio vuoto in mezzo il senso stordito della propria vita, un senso che a forza di rimbalzare dai muri di calce, dalle fotografie piatte, dai cavatappi di ferro, dagli alari di bronzo, dalle piastrelle di coccio, non poteva non raccogliere e restituire qualche particella di inanità. Così all’inizio non fecero caso alla voce che cominciò a parlare in mezzo a tutti loro; solo dopo qualche istante, a poco a poco, si mossero e si spostarono per ascoltarla, come risvegliandosi dal sogno in cui le loro domande cadevano nel nulla, per riaffacciarsi a una veglia in cui qualcuno, chiunque fosse, si decideva a rispondere.
(pubblicato il 18 agosto, 2008)
“Ma una è la nostra risposta. Sordi e ciechi,” cominciò la voce, “non vi parliamo. Il pensiero non si piega più, ma resta o resiste rigido e diritto su se stesso. Noi non siamo più rami che crescono, non cambia aspetto la nostra faccia, buoni o cattivi che siate stati con noi, non sorridiamo.
Qualcosa ci inchioda per sempre in questa fissità. Noi siamo trasformati, e questa trasformazione noi stessi non comprendiamo. Se punizione, per un nostro peccato. Se monito, per una vostra colpa. Se vendetta, per farne discendere l’esistenza di dèi. Se riparo, perché sul limite di una fine ingiusta qualcosa di noi sia salvo.
Non lo sappiamo. Ognuno di noi ha una storia, e una trasformazione, che mette fine alla storia.”
(segue) (commenti, whatever)
(pubblicato il 18 agosto, 2008)
