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<PostCinque>

 

SETTE MODERNISTE

QUINTO EPISODIO - Il ritorno

Post

 

Una delle Creature di luce mi sveglia, punzecchiandomi un braccio, e scappa via. Apro gli occhi, e come di ritorno da una traversata mi trovo in vista di una gigantesca Città Fantasma in riva al mare. Dall’alto della prua dello scoglio, vedo in lontananza scheletri di case, pali ritorti, reti strappate penzolanti tra piloni bianchi. E migliaia di Creature dappertutto. Per essere una Città Fantasma, è piuttosto affollata.

Una musica arriva da lontano, come in un paese nel giorno della fiera, e decine di Creature – decine e decine, uomini e donne, bizzarre, straordinarie, vaporose come veli di ballerine, qua e là del tutto trasparenti, tanto che mi imbarazzo per loro e volto lo sguardo per non vedere – si affrettano lungo la battigia danzando, o forse pattinando, di certo a tratti volando, per raggiungere le case del borgo, verso la musica. Altre centinaia si muovono nella direzione opposta, con la stessa leggerezza, con la stessa intermittente nudità. Di tanto in tanto, sbucano fuori o dentro il mio campo visivo con un volo elastico, sinusoidale, e tutte, avanti, e indietro, e vicinissimo e lontanissimo, tutte sembrano mandare luce. Abbasso gli occhi, e guardo me. Il mio corpo è opaco, stracciato in una maglietta e in un paio di jeans, ma è lambito dalle luci e sembra acquistare un pallido, vitreo splendore. Voglio provare anch’io a danzare, e mentre scivolo dal masso - con una grazia che non si deve a me, ma alla gravità imperfetta di quel mondo - giù nel flusso della folla, cercando di scorgere i confini dell’abitato attraverso i corpi ectoplasmatici, mi sforzo di acquistare familiarità con i nuovi mezzi che il nuovo mondo mi consente. La verità? Devo togliermi dall’erma di pietra, poiché la folla sta aumentando, e nella folla aumentano gli occhi puntati su di me, e quegli occhi non sembrano gradire la mia presenza. Le Creature sono tantissime, centinaia di migliaia, e temo che reagiscano alla mia estraneità, e a una diversità che non riesco ancora a precisare; e che reagiscano con un’aggressione di cui non so prevedere la pericolosità. Mi sento come una villeggiante che è rimasta tranquilla sul prato tra i primi isolati voli di vespe, curiosità festive, ma comincia a preoccuparsi quando vede l’aria annerirsi di insetti intorno a sé - "curiosità festiva, bzzz". Così, provo a mimetizzarmi tra le Creature, imitando come posso la loro andatura piena di grazia. Ne viene un moto guizzante, malandato, ma tremendamente divertente. Io mi diverto! E di quando in quando, nel mezzo del divertimento, provo un divertimento ancora più esaltante, arrischiandomi perfino a sollevare i piedi da terra, come fanno loro, e a svolazzare qua e là. Volare. Per quanto goffo e rozzo sia il mio volo – faccio “thud” ogni volta che tocco terra – volare in quel mondo estraneo e pericoloso è la prima Vera Gioia da mesi, da anni a questa parte. Dopo il dolore - è la prima volta che percepisco il dolore come qualcosa che è stato - tutto è perfetto, l’aria è leggerissima, un filo di corrente ascensionale accompagna il mio corpo nella salita e lo frena nella discesa, e io volo, la spiaggia è compatta, dura di conchiglie sminuzzate, e mi basta puntare i piedi a terra e imprimere un breve slancio, per ritrovarmi a uno, due, sette metri dal suolo. E io volo. Volo, Snow White. Volo, e tutto è perfetto. Thud. Quasi. Ricasco e risuono. Tutto è perfetto tranne me. Ma non importa, non importa, thud, ancora non importa! Finché non urto una Creatura, che sguscia via senza un lamento, e poi un'altra, che si volta a guardarmi con stizza, e un'altra ancora, che si lamenta con un grido. Chiedo scusa, ad alta voce, chiedo scusa a tutte, chiedo scusa ogni volta, ma raccolgo, tra i vicini di volo, pochi sguardi freddi, pericolosi. Sembrano infastiditi da quel mio ballonzolare, svolazzare, guardar giù quando sono su, ricascare, ridacchiare, giocare a volare.

Durante uno dei tentativi, mi accorgo che una Creatura, una ragazza esile con un muso arrabbiato, mi sta fissando con un’espressione apertamente ostile. Segue le mie corsette e i miei tonfi, e non mi perde di vista un solo momento. E’ in compagnia di un ragazzo, esile lui pure, esili entrambi, di un’esilità profondamente offesa. Da che cosa, non so, forse da me.

“Ciao,” azzardo, “sai dirmi il nome di quella città? Sono una turista.” Vorrei far capire che non lo faccio apposta, d’essere ingombrante; e che provengo da un altro pianeta, da un altro mondo, un mondo ingombrante in cui non c'era spazio per me. Ma mi accorgo che perfino la mia voce, in quella terra leggera, ricade con un tonfo sgraziato.

“Sì, sei una turista, Corpo Solido,” digrigna i denti la creatura, e si volta come se non intendesse più rivolgermi la parola. Invece continua, con una voce acuta fino alla cattiveria: “Sei solo una turista. E se non sai il nome di quella città, io non te lo dico.”

Il ragazzo accanto a lei annuisce: “E non c’è posto per dei Corpi Solidi, non c’è sicuramente posto, nella nostra città.”

“Sì, non c’è posto, non c’è posto,” continua la ragazza, guardando avanti verso la Città Fantasma. Tuttavia non riesce a non voltarsi una e poi due e poi tre volte, incuriosita dalla mia espressione. Si aspettava qualcosa, in risposta al suo rifiuto, e invece io taccio, e sto già cercando un varco tra i voli dei Cittadini Musoni – ex Creature di luce – per andarmene di lì, quando la vocetta grida di nuovo.

“Ehi, Corpo Pesante, sai cosa credo?” urla.

Sospiro, e provo una voce tranquilla, pacificata. Niente da fare, dalla mia bocca esce di nuovo il tono sgraziato, un suono di trombone, abominevole. Quasi non conta che io dica una cosa gentile, e che stenda una mano: “Non c'è bisogno di essere aggressivi. Il mio nome è Post, su.”

“Nome? Lo so che cosa intendi dire,” sghignazza lei. Anche il suo ragazzo, come contagiato, ride.

“Post è il mio nome. Non intendo dire niente," sempre quel tono da trombone, "davvero, scusa, tu non hai un nome?”

Alza le spalle. “Certo, ed è un nome importante, qui, e tu non ne sai niente, niente di niente. Ma ce l'ho quando voglio, e quando non lo voglio ne ho un altro.”

“Quindi hai un nome,” inizio, pedagogica, dando fiato agli ottoni, “come me...”

“Ascolta, Corpo Pesante, noi non siamo tanto cattivi con i Corpi Pesanti, finché non diventano Pesantissimi...”

“Pesantissimi...” le fa eco il ragazzo.

Continua la ragazza, senza mai voltarsi a guardarmi, ma continuando la sua danza verso la Città Fantasma nel flusso di folla, seguita a ruota dal ragazzo e da me. “E un modo per diventare Pesantissimi, è non accorgersi che io parlo la tua lingua, ti capisco e ti rispondo, e tu invece non sai niente, niente di niente, ma vieni qui e pensi di insegnarmi l’alfabeto, le buone maniere e tutto il resto. E' arrivata Corpo Pesante, dlon dlon, fate largo, è arrivata... Noi non abbiamo nomi perché non stiamo mai per troppo tempo nello stesso posto, e nella stessa forma fisico-chimica – lo senti come parlo bene, Corpo Pesante? E so anche che cosa stai per dire adesso.”

“Non sto per dire nie...”

“Che tu hai capito tutto.”

“Ma no! Se non ho capito niente!”

“Lo so dove credi di essere, tu. E chi ti credi di essere. Sempre tu. ”

La guardo, e comincio quasi a seccarmi. Con cautela, ma comincio. “Senti. Non credo di essere in nessun posto, non credo di essere niente, ho alle spalle una giornata faticosa, in cui avrei dovuto riposarmi da alcune decine di anni faticosi. Non credo di essere nessuno, non credo di essere in nessun posto, solo non capisco, non capisco e non capisco.”

La ragazza finalmente mi guarda in faccia. Dice: “Tu pensi di essere nel mondo di ;)”

“Eh?”

“Nel mondo di ;)” mi guarda con disprezzo. “Oppure nel mondo di :-* o di :P o di :D”, aggiunge.

Forse, e le Creature di luce sembrano intercettare il mio stupore, comincio a capire.

(fine della prima parte)

 

 

 

(di Ida Bozzi, pubblicato il 23 aprile, 2007)

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)


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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).