SETTE MODERNISTE
QUINTO EPISODIO - Il ritorno (seconda parte)
Post
… e le due Creature esili volano via.
Ma incontro subito un altro tale, qui sulla strada maestra della Città Fantasma.
Il tale, sembra che abbia appena fatto la spesa di sé, e che si sia comperato un po’ qui e un po’ là. Passeggia per le vie della città con le braccia di persone diverse, con le gambe di un terzo, capitate lì sotto per caso, con un sorriso estraneo, un occhio da una parte, un orecchio spaiato dall’altra, i capelli dell’uno e dell’altro che si scriminano in cima alla testa, e così via. Gli atterro vicino per curiosità come un charter di turisti – o avete già dimenticato che in questa dimensione io so quasi volare, e che ci troviamo nel mondo alieno di un romanzo a episodi, gratuito, su Internet, nell’era della fine dell’individuo? - e lo vedo sorridere dei miei occhi stupefatti, delle palpebre che scattano foto di continuo su di lui e sul mondo nuovo sconosciuto, come piccole polaroid sincronizzate. Mi dice subito il suo nome, senza che io gliel’abbia chiesto.
“Non mi chiamo Cluster,” dice, un po’ sussiegoso. Quando sorride, gli angoli della bocca gli si piegano in giù. Mi sembra, non so perché, un viso umano come lo si vede a letto, a volte capovolto.
“Io sono Post,” gli dico.
“Nome che vai, gente che trovi,” risponde.
Gli scatto un paio di fotografie: ’Non sempre.”
"A pensarci, in effetti. ” Dice, sempre sussiegoso.
“A pensarci,” annuisco. Intorno a noi, fiumi di Creature di Luce scorrono via come in un parco dei divertimenti, facendo un gran chiasso confuso. Mi viene in mente che forse, sulla Terra, la tizia che ha preso il mio posto - il mio nome, più che altro - se la sta spassando. “Ma mi conosci?”
“Sì. Non te in particolare, però.”
“Ah.”
Per un po’, camminiamo in silenzio. Il suo sguardo, tutt’altro che distratto, mi mostra il mondo nuovo. Una via principale, un’infinità di strade e vicoli secondari, e insegne strane, che chiedono “Parli?”, “Giochi?”, “Bevi?” “Preghi?”, “Vuoi conoscere gente?”, “Hai fame?”. Le travi bianche che vedevo da lontano, fissate tra loro o appoggiate le une alle altre, servono a imitare le sagome di case e palazzi, come in una città ancora in costruzione o in un disegno che non sia stato ancora riempito dal colore. Dentro, nelle finte case, si vedono folle di Creature di luce, assiepate in tutte le finte stanze, impegnate in diverse attività che prevedono, principalmente, una grande quantità di parole. Tutti parlano.
“Abiti qui?” chiedo a NonMiChiamoCluster.
“Dammi un motivo,” risponde lui, “per distinguerti da tutti gli altri: ma non c’è. Ti piace la pizza con il peperoncino? Piace al trenta per cento della gente, e saranno milioni. Ti piace il sushi con la salsa wasabi? Un altro venti per cento, e saranno milioni.”
“Oh. Hai un ristorante?”
“Oh. Sei cretina?”
Sorrido. Vorrei fermarmi qui e abbracciarlo, anche se ho paura di romperlo, assemblato com’è. Ma lo abbraccerei. La gente, di solito, non si preoccupa delle tue condizioni, di come stai veramente, intendo, di quel che ti sei ridotto a pensare, di quanto freddo e rigido è diventato il tuo mondo. Rispondono a quello che dici, qualunque cosa tu dica, e lo fanno per un’infinità di motivi. O perché pensano che prima o poi avranno bisogno di te e vogliono soprattutto piacerti. O perché vivono in altri mondi freddi e rigidi quanto il tuo.
“A nessuno è mai importato.”
“A me sì. Quindi, sei cretina o no?”
“Evito di chiedermelo da un tempo che è sufficiente a diventarlo.”
“Invece te lo chiedi di continuo.”
“No. Quello che mi chiedo è cosa definisca “cretina” una persona.”
“Un’altra persona, spesso.”
Ancora silenzio. Qua e là nella città sventolano festoni di quelli che da lontano mi sembravano stracci di rete da pesca: la distanza, anche in questo caso, inganna, e da vicino gli stracci appaiono come una ragnatela che a volte si assottiglia in poche maglie annodate, o in semplici fili, e poi si allarga di nuovo, e poi si restringe, ma che non si interrompe mai, appesa tra le finte case, dalla sagoma di un tetto all’altra, da una parte all’altra della strada, come la proliferazione di un lichene semitrasparente. Passeggiando, io e NMCC solleviamo un piede, scavalchiamo una trave ed entriamo in una delle stanze: la folla ci nota o non ci nota, è uguale, e noi l’attraversiamo guardando qui e là, ascoltando brani di conversazione, osservando le insegne, che sono dappertutto, facendo cenni cordiali a gente sconosciuta. Scavalchiamo un’altra trave, e siamo di nuovo nella strada.
“Vivete in pubblico, qui,” annoto.
“E tu?” Mi fa cenno di guardare il cielo. E io guardo.
Sopra i tetti – sopra i profili bianchi fatti di bacchette, bambù, cannucce, righelli, o quel che sono - sopra la mancanza di tetti, vola nel cielo bianco un grande sciame di creature, saranno decine, che compone e scompone una figura vagamente umana, anzi simile agli umani, con occhi umani e braccia umane, certo, ma con trentasei occhi umani e venticinque braccia umane, o più, il che non è molto umano. Tutte e cinquanta le creature, o cinquantuno, cinquantadue, sessantatrè, duecentoventi, a seconda dell’instabilità delle correnti d’aria, mi stanno guardando e ripetono qualcosa.
“Hai ragione, hai ragione, hai ragione!”
Tuttavia, quando si accorgono le che le sto osservando, si fermano a mezz’aria in un nuvolone occhiuto, e cambiano musica.
“Hai torto, hai torto, hai torto.”
Io allargo le braccia, perplessa, rivolgendomi a NMCC: “Ma parlano di me?”
“No. In genere, no.”
Torno a guardare su, appena in tempo per vedere la forma dividersi in aria, disegnando prima i due riccioli di una fontana, poi due volute di capitello corinzio, poi altre decorazioni danzanti, e infine due creature distinte, di forma umana, un uomo e una donna (ma gli attributi sessuali sono incerti, e trasmigrano dall’una all’altra parte): e cominciano a litigare tra loro. Centoventi occhi di qui, trecentoundici di là, in picchiata tra le cannucce dei tetti, come rondini, e litigano:
“Ti dirò che secondo me ha ragione.”
“Secondo me, ma è un’opinione, ha torto.”
“Ragione.”
“Torto.”
Fanno un baccano del diavolo, che attira subito nugoli di altre creature, che vanno a gonfiare i due megaorganismi: e litigano.
“Più ragione che torto.”
“Sempre torto, sempre torto.”
Finché non arriva una terza nuvola di Creature, composta da altre decine di esseri, che non si divide, ma si infila in mezzo.
“Né ragione né torto. Ve lo dico io, né ragione né torto.”
“Già, giusto.”
“Ma che idea geniale: né ragione né torto, né ragione né torto.”
“Sì, buona idea. La voglio. Dov’è che si compra.”
“E’ mia.”
“No, la voglio io.”
“No, tu l’hai letta su google.”
“No, io l’ho prima pensata.”
“E io l’ho pensata prima.”
“Un fine dicitore!”
“Un fine dicitore non ha sempre ragione.”
“Touché!”
“Allora, qualcuno si ricorda che stiamo parlando di dov’è che si compra cosa?”
“Ehi, questo è un posto decisamente pieno di gente in gamba.”
“No, siete stupidi. Tutti.”
"Gli insulti sono OT."
"Non è mica un forum."
“Dov’è che si compra, e due.”
“E’ certo che la gente di una certa parte politica si riconosce subito.”
“Al fine dicitore direi che un conto sono le parole, un conto sono i fatti.”
“Stupido sarai tu.”
“Volete sapere la mia opinione?”
“Le parole sono fatti.”
“Lo penso da una vita.”
“Io penso che tu abbia ragione.”
“Né ragione né torto.”
“Che stronzata, né ragione né torto.”
“Sì, infatti, e poi l’ho già sentita.”
“Colpa tua.”
“No, tua.”
“Di che cosa stavamo parlando?”
Il tizio, NonMiChiamoCluster, mi si avvicina mentre guardo l’aria agitata da questa burrasca di chiacchiere. Io sto sorridendo.
“Sai, NMCC”, inizio, “c’è un romanzo che inizia con una caduta. Aspetta. I versetti…”.
“Vattene,” sbotta lui, all’improvviso. “Sto passando, togliti, me ne vado io. Vedi questo, e cosa mi dici? Un romanzo!”
Sbuffa, rivolge un rapido sguardo verso l’alto (l’altro sguardo resta nei dintorni, vicino a me), e poi percorre in volo qualche metro, per posarsi sulla strada qualche passo più in là.
Lo inseguo: “Ma perché ti arrabbi?” Lo guardo, guardo il collage di divinità che parla a vanvera in cielo, il beige indistinto dei brandelli di pelle contro lo sfavillare della luce.
NMCC mi batte sulla spalla con una mano. “Perché non c’è niente da ridere.”
“Ma io non sto ridendo. Solo che mi ricorda quella parte, in cui…”
“Non guardi le cose dalla giusta prospettiva.”
“La giusta prospettiva?”
“Tu guardi le forme, quello che dice uno, quello che dice l’altro. Non c’è nessun uno e nessun altro. Non vedi – e non ho detto “non senti”, ho detto “non vedi” - quello che dicono tutti insieme.”
“Cioè?”
“Cioè, vieni qui.”
Mi avvicino. Mi prende le mani, le solleva vicino alle mie guance, le appoggia sulle mie orecchie, e preme leggermente. Vuole che io non senta più i rumori. Che mi occupi di capire ciò che lui sa del mondo, giusto o sbagliato che sia, il che incidentalmente passa per questa dimostrazione, tapparsi le orecchie, osservare in un altro modo, e tutto il resto. Lo guardo, a un palmo dai suoi occhi, e lui fa cenno in su, verso l’alto. Annuisco. Ma vorrei baciarlo. Seguito a guardarlo mentre fa cenno di nuovo in su, e resta così, rivolto al cielo. Persi i suoi occhi, mi decido a guardare in alto anch’io.
E smetto di ridere, di colpo, come quella mattina, in cui, mi ricordo, stavo ridendo. Ridevo e guardavo un video arrivato in fretta su Internet, e pensavo “ma guarda un altro idiota come quello che è atterrato una volta sulla piazza del Cremli…”. E poi, da allora, sono stata zitta.
Infatti, il cielo, visto così, mentre tengo le orecchie tappate, è una lenta, silenziosa nuvola di brandelli di creature che piano piano ricadono in una neve tragica, muta, bianca. I brandelli si spargono vorticando, sfogliandosi, e ogni forma che assumono nella caduta è solo un’apparenza dovuta alla distanza, alla speranza che il vento li sostenga. Ma non li sostiene. Il caos, che pure entra talvolta tra le leggi che governano tutte le cadute, non basta a rifonderli insieme. Non c’è nessuna speranza, nella realtà, nemmeno in questo posto così diversamente reale, che smettano di cadere. Guardo appena di lato, e vedo che tutti, di tanto in tanto, sbirciano verso l’alto. Lo fanno mentre stanno parlando o ridendo, o con la bocca piena, o con la scusa di alzare la bottiglia per bere il fondo della birra. Ma guardano, e forse soltanto perché il bianco del cielo si riverbera in quell’istante nei loro occhi, sembra che abbiano di nuovo un barlume di quella speranza, una fissità di speranza, un’allucinazione può darsi, un rimpianto di allucinazione - un'allucinazione di rimpianto - e poi di nuovo i loro occhi si risvegliano, guardano intorno, deglutiscono il sorso delle loro bibite, e se si accorgono del mio sguardo, ricambiano con un cenno disinvolto. Questo cielo è qualcosa che ho già visto, e che credevo accaduto tempo fa, chiuso in uno spazio di tempo che ho contato, minuto per minuto, ora dopo ora, finché non ho creduto che fosse finito. Come mettere una bandiera a scolorire alla finestra, finché non si è disfatta. Poi si crede che sia finito. Ma per quanto lentamente accada, e per quanto apparentemente distante sia il luogo in cui accade, in realtà non sta smettendo di accadere. E’ questo il cielo, adesso.
(segue)
(di Ida Bozzi, pubblicato il 15 maggio 2007)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)