SETTE MODERNISTE
Episodio quattro: Piccoli e vicini
Ex Post
Ancora prima di accendere la luce in questo stanzino buio, senza finestre, e immerso in un silenzio ronzante, io capisco dove mi trovo. E’ quel posto di cui parlano le storie, e rari testimoni tra noi animali e spiriti del bosco, uno di quei luoghi umani che scrutiamo affacciandoci dal folto, l’anello mancante tra noi e loro, un mistero che atterrisce gli occhi bianchi dei lupi, fa tremare le ciglia dei caprioli, e sbigottisce lo sguardo sghembo del gufo, colui che volta la testa.
Qui, l’odore umano è odore di interiora.
Altrove gli uomini hanno chiese e ospedali: si racconta che qui, invece, abbiano eretto una cattedrale in cui trovano accoglienza i peccati più infami, un rifugio estremo per tutto ciò che non può guarire, né può placarsi se non con la repulsione o il lavacro. Si dice che qui essi possano vedere ciò che di più simile alla morte e alla rinascita compone il loro essere impastato di vita. Dove la terra e l’acqua ritornano distinti e separati, come prima della creazione, e un’infinità di segni, di stendibiancheria sospesi, di caloriferi incastrati in punti oscuri, di mattonelle dipinte, di tappeti volanti, di simboli saponìfici, di schiume sognanti, di vasi canopi, di mirre imbalsamanti, di flutti, di sorgenti, di abissi, li accoglie in una cava più segreta a volte del loro stesso cuore, e senza esitazioni più fonda.
Il cesso.
Nelle nostre memorie animali, che solo in casi eccezionali si diffondono ai contemporanei e ai discendenti, ha attualmente una certa credibilità l’opinione del Fagiano di Monte - un solitario, due nidi, del Massiccio Ovest - che sostiene la teoria che i cessi siano antichi luoghi cultuali decaduti in obitori di passaggio, bordelli, truogoli e altri macelli umani. E’ un’opinione che gli anziani non condividono – d’altronde il Fagiano fa mostra di grande spregiudicatezza di pensiero, non credendo per esempio nella Reincarnazione, nella Divoranza e nella Natura Superiore dei Boschi, che tratta da pari a pari. Ma gruppi di pensatori di passaggio, per esempio Anatre scandinave, Germani reali e Cicogne, hanno in qualche modo confermato l’idea pessimistica del Fagiano. E’ bastato che raccontassero alcune loro esperienze in lontani insediamenti umani – europei e occidentali, comunque ben al di là della ristretta visuale cui il mio genere è condannato dall’orientamento geografico del Massiccio Montano – e nella valle si è subito diffusa la consapevolezza che questo capezzale di umani moribondi, questo letto di nozze di coppie maledette, questo laboratorio di scienziati della metamorfosi chimica, sia uno dei margini della civiltà umana, e che tale margine si stia ritirando. Perfino un esemplare dei mammiferi (si sa quanto inclini essi siano alla credulità, e a una certa sottomissione intellettuale), un Mustelide Giallo, tra i più vicini all’ambiente degli anziani - una tana, vicecapobranco, scampato a una cattura umana, eppure chissà come innamorato di questi suoi nemici giurati - tempo fa confermò tristemente quello che aveva visto e annusato in una di queste necropoli di ceramica. Lo raccontò per una notte intera, e quando perfino l’ultimo animale si fu addormentato, seguitò a raccontare, agli alberi, ai sassi, alle Creature e a me. Parlò di costruzioni fredde e scivolose disseminate qua e là in queste stanze piastrellate, dal basso giganti bianchi di ghiaccio artificiale, dall’alto voragini nere senza fine: ma noi ne avevamo già sentito parlare. Allora disse che gli uomini vi conservavano intorno un profluvio di oggetti votivi e copricapi trasparenti e bianche bende mortuarie dalle propaggini lunghissime: ma noi ne avevamo già sentito parlare. Allora disse che oltre a condurvi i propri misteriosi riti con rasoi affilati e piccole forbici appuntite – altre cose di cui avevamo già sentito parlare - gli umani vi compivano sacrifici con siringhe o banconote arrotolate, per parlare solo di ciò che infilavano in orifizi e zone visibili del corpo: ma ne avevamo già sentito parlare. Allora ci disse che non c’era altro, proprio nient’altro da sapere, e che tutta la vita dei nostri Grandi Umani si riduceva a quello. La valle oscillò rapidamente verso il nichilismo: alcuni gruppi parassitari dei vicini uomini – i Roditori, alcuni Ruminanti - trassero dalla rivelazione di quel rifugio eretico, ripulito di frequente e sceverato dal giudizio di nuove e immonde sporcizie, l’oracolo della fine del mondo e dell’inesistenza di uno Scopo Ultimo Animale. Altri – le Marmotte, principalmente, e alcuni branchi di Volpi - stabilirono che si trattava invece niente altro che del misero soccorso dell’inferno ai cacciati dall’Eden, e ne dedussero una speranza anzi quadruplicata nel Giudizio Finale. Altri – il gruppo del Massiccio Ovest, più alcuni Allocchi del Bosco – sposarono le tesi della rovina umana con quelle di un ribellismo postumano, e seguitarono a sognare l’invasione dei masi da parte degli orsi e dei lupi, la rovina delle fattorie, e una certa – piuttosto fastidiosa, per la verità – dominanza degli Allocchi su altre specie terrestri. Altri...
“... Ma che diamine, sto sanguinando, arrivano gli asciugamani?” grida Back Forward dall’altra stanza, risvegliandomi bruscamente dai miei pensieri.
Ha ragione. Ho tutto il tempo, per la riflessione sulle credenze dei miei simili. Così attraverso il bagno, corro a strappare gli asciugamani appesi agli anelli di metallo, torno verso la porta con le braccia cariche di biancheria, e finalmente faccio per uscire, esitando solo un ultimo istante, per confrontare ancora una volta il ricordo prosaico di bagni d’ogni tipo nel cervello umano ereditato da Post, in cui mi sono incarnata, con i racconti ben più vividi dei miei colleghi animali. Io che non ho ancora scelto a quale gruppo appartenere, è da qui, proprio da qui, da ciò che scopro di questo luogo, che dovrò trarre le mie personali conclusioni. Ma – ed è forse la nuova e parziale condizione umana, che mi rende più difficile capire da quale elemento devo cominciare, se dalla fenomenologia o dall’ontologia, se dall’aporia dello scarico del rubinetto o dai sentieri della buiaccatura delle mattonelle - durante la breve torsione del busto per l’ultima occhiata, inaspettatamente, ecco che incontro ciò che forse è il vero fulcro di questo mondo separato, il punto da cui partire: il mio sguardo che riflette il mio sguardo nel riquadro sbigottito dello specchio.
Ho già visto i vetri delle finestre. Ho già visto le pozze d’acqua tra le cime. Ho già visto lamiere di metallo e cocci di bottiglia. Ma questo è uno specchio: riproduce i colori e la profondità. Lo dice l’immagine di Post, scuotendo la testa nel riflesso. Lo capisco perfino io, avvicinandomi a occhi sgranati a una faccia che si avvicina a occhi sgranati.
“Grrr,” mi dico, digrignando i denti.
“Grrr,” dice la faccia di Post nello specchio, digrignando i denti. E poi continua, indipendentemente da me: “Sei qui, finalmente. Senti, io non so quanto e se durerà il collegamento…”
“Post? Ma non è così che funzionano gli specchi,” protesto, cercando un pulsante, da qualche parte sulla cornice di metallo, per sintonizzare meglio il canale.
“Lascia stare gli specchi, diamine,” mi risponde sorridendo, “ho fretta. Quello che ti ha chiamato, poco fa: è il dottor BackForward?”
“Io non intendo restituirti il tuo corpo.”
Ghigna. “Eri un gatto, e stai per finire in bocca al lupo.”
“Non ero un gatto.”
“Lo hai capito o no, che lui è un amico del mio peggior nemico?”
“Chi.”
“Chi. BackForward, ecco chi. Amico di Snow White, uno che mi vuole morta. Insomma, non puoi indovinare che cosa vuole fare a te?”
Sorrido, arrossisco nello specchio. “Beh… No… Sì… Io lo trovo carino…”
“Mi sto dissanguando! Apri questa porta!” urla BackForward, dalla camera da letto.
Post annuisce nel vetro: “Il tuo carino ti sta chiamando. Una sola cosa: non credergli. Non credere a BackForward. Non fidarti di lui. Non portarlo mai qui, tra le Creature. E non andare alla Casa.”
“Siamo stati invitati a cena…”
“Oh, no. Senti. Senti, non mi interessa quello che combini con… con BackForward. Ma non fidarti di lui. Sei in grado di tenere separate le due cose?”
“Quali due cose?”
“Senti. Ascolta. Ti prego. Qualunque cosa ti dica BackForward, può darsi che gli venga da Snow White. E quanto a Snow White, credi a me: lui vuole che tu muoia, in un modo più definitivo di quanto non sia già morta io. Se dovesse parlarti, dietro la schiena nasconderebbe un coltello. E se ti invita a cena, è una cena che finisce con la tua fine. Lo capisci?”
La guardo. Guardo gli asciugamani che ho appallottolato in grembo.
L’immagine nello specchio si raddrizza. Mi fissa. Le sorrido, e senza lasciarle il tempo di ribattere, prima di uscire dal bagno, le dico solo un’altra cosa.
“Metterò il tuo vestito da sera.”
(di Ida Bozzi)
(pubblicato il 17 gennaio 2007)
