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QUARTO EPISODIO - INTRO

Piccoli e vicini

“Che ore sono?” mi chiede la donna che somiglia a Post, svegliandosi.

Una persona chiusa in una stanza chiede, prima della libertà, l’ora.

“Le sette. E quarantotto. Dormi, è presto.”

“No, voglio alzarmi, ho fame,” grida lei.

Il lampo violento che scaturisce dal suo corpo è di colore bianco, il peggiore di tutti. Gli stupidi umani non hanno idea delle proporzioni delle forze in gioco quando un essere si risveglia. Mi alzo e mi allontano, con la testa che mi gira. Fingo di osservare la bizzarra disposizione di una fila di ceramiche, sul tavolino. La camera è disordinata, la valigia è sventrata sul pavimento, gli indumenti sono sparsi dappertutto, e soltanto questa fila di tazze e piattini è allineata in un ordine perfetto. Mi domando perché. Mi domando il perché di una quantità di cose.

“E tu non hai dormito, BackForward?” chiede. E’ alquanto molesta.

“Non ho necessità. Di dormire. Il silenzio,” rispondo, con un certo sforzo, guardando un bricco in cui il latte è inacidito e si è separato in due liquidi diversi, “e la pace, bastano.”

Salta in piedi, bianco-azzurra, e corre alla finestra, a spalancare le persiane che abbiamo chiuso appena un paio d’ore fa, quando siamo entrati nella sua stanza gelata, in hotel.

Si volta, sorride: “Sta sorgendo il sole. Proprio adesso.”

“Il sole. Certo.”

Potrei parlarti per giorni, io, di quello che voi umani non capite del sole. Potendo per assurdo estirpare da un essere, cellula per cellula, il suo rapporto biologico con il Sole, il suo pensiero del Sole, il suo ricordo del Sole, il suo meme del Sole, il presupposto inconsapevole dell’esistenza del Sole, difficilmente dopo una simile ripulitura la più piccola parte di quell’essere rimarrebbe intera, e quand’anche il corpo sopravvivesse a lungo senza ritmi circadiani, il suo pensiero morirebbe. Eppure, o proprio per questo, il Sole è come emarginato dal pensiero umano. Per le leggi della fisica, il Sole è niente altro che una stella della tale classe, della forma più congruente alla sua forza di gravità e velocità, del colore e del calore determinati dalla sua età e dalla sua composizione. Identica la versione religiosa. Il Sole è una macchia molto fastidiosa sul parabrezza dal quale dovremmo vedere, in fondo all’autostrada, Dio. Insomma, qualcosa di molto simile a un insetto spiaccicato per alcuni, qualcosa di molto simile all’acceleratore di Ginevra per altri. E poi, inspiegabilmente, esisto io. Che riesco a percepire l’energia delle stelle in piccoli esseri mostruosi come voi.

Intanto lei si volta, e ricomincia a guardarmi, cercando gli occhi e la bocca che non ho. Chiede: “Ti dà fastidio? La luce, il sole, il giorno? E’ per quella faccenda delle Creature?”

Scuoto la testa, rapidamente. E prima che faccia altre domande, mi avvicino a lei e alla finestra, nella luce che sta crescendo. “Mi fa piacere. Il sole.”

“Ah. Bene, mi era parso... Guarda: le montagne stanno diventando dorate. Oh, è magnifico, qui.”

Saltella, davanti a un panorama convenzionale di cime innevate e abeti. Tre ore fa, piangeva nello scantinato di Snow White: inginocchiata a terra, su un qualche ricordo che ero riuscito a evocare, tingeva l’intero mondo di luce rosso pallido, il colore del suo strazio e della sua rabbia. Ma dopo quelle lacrime, all’improvviso, s’era addolcita. Arancio-rosa. Aveva smesso di aggredirmi e di difendersi. S’era mossa, una donna nuova, s’era asciugata gli occhi e aveva deciso di fidarsi di me, l’aveva annunciato, addirittura. Tutta l’irrequietezza della sua ferocia era colata tale e quale in qualcos’altro, una specie di curiosità intermittente, tracciata di ansia, maculata di dolcezza, prima rosa intenso, poi grigia, poi di nuovo rosa: aveva cominciato a guardarmi di sottecchi, mi ascoltava appena mentre le spiegavo il mio piano a proposito delle Creature di Luce, s’occupava d‘altro, del mio viso, poteva darsi, del mio modo di parlare, dei miei poteri. E poi se ne era uscita con una domanda sciocca. Qual è il tuo nome vero? E un’altra domanda ancora più sciocca. Come riesci a parlare, senza bocca? Era tornata a sedersi sulla catasta di cassette, e aveva ascoltato le mie risposte evasive, annoiate, ufficiali. A un certo punto s’era fatta coraggio e mi aveva domandato tutto insieme: se ero nato così, rinchiuso nella mia pelle uniforme, e se ci fosse una cura, e come espletassi i bisogni più elementari, non solo respirare, ma mangiare, bere, insomma tutto il resto.

“Intendi. Se ho una lingua. Un sesso. E in mancanza di meglio. Un cuore. O qualche altro buco. E se non l’ho. Come ci si sente,” avrei voluto risponderle, o avrei risposto a chiunque altro: era tutto quello che volevano sapere questi piccoli mostri. Ma qualcosa me lo impediva. La sua curiosità era troppo intensa, e mi disorientava. Lei, come tutti gli altri, non si rendeva conto della mole di sensazioni, di sentimenti, di emozioni che portava a spasso. Ma a differenza degli altri umani, non li dominava, non li controllava, e soprattutto non li tratteneva: e questo esercitava un potere schiacciante su di me. Non sapeva che per me quelle forme invisibili di energia avevano non soltanto un sapore e un colore, ma anche una densità, una consistenza ben precise. Non sapeva che il Flusso, una parola che gli umani avrebbero potuto tradurre con il termine Nutrimento, mi sovrastava interamente. Glielo avrei spiegato, a poco a poco, cercando di non spaventarla. Le avrei rivelato che c’erano aspetti della realtà naturale che lei non conosceva, energie, onde, campi, e che accidenti la facesse finita una buona volta con quelle esplosioni di rabbia, di odio violento, di tenerezza, di rimpianto, e poi all’improvviso quegli ultimi bocconi, di curiosità e di compassione. Compassione per me, per un estraneo. Che si desse un contegno, santo cielo! Le avrei detto che attraverso quel Flusso io vedevo tutto, tutto di lei, i suoi pensieri, i suoi desideri. Ma non le avrei spiegato che mi stava schiacciando. Non le avrei detto che mi stava spaventando. Non le avrei confessato che cominciavo ad avere abbastanza emozioni accumulate in me, da poterne ricambiare qualcuna. E che sarebbe stato un disastro, un disastro. Un terrificante disastro. Ecco cosa. Già cominciavo a desiderare di voltarmi a guardarla, per vedere quella sua faccia sciocca che mi sorrideva di sotto in su, e che mi avrebbe fatto sorridere. E probabilmente, a un grado così debole di mutazione, sorridendo sarei crollato.

“Sei pallido, non ti senti bene?” chiede ora, e ancora una volta mi si avvicina: tingendo l’aria di un nuovo colore, dei tanti che non sa di avere. Più scuro e più acido, verde-giallo: premura.

“Mi riprendo subito,” sospiro.

“Beh, io ho bisogno di cibo,” dice, saltando via dalla finestra e gettandosi in mezzo ai panni sparsi sul pavimento. Solleva per una manica un maglioncino rosa. “Andiamo a fare colazione? Tu… tu mangi, o cose del genere?”

Vorrei ridere, e il solo desiderio di ridere mi fa barcollare. “No! Io ho. Qualche faccenda. Da sbrigare con White. Tu puoi raggiungermi. Alla Casa. Ti presento agli altri, se...”

“Ma no, no, no,” mi interrompe lei. Un’ombra nera le passa sul viso, e poi di nuovo il colore rosso vivo e trasparente di quella notte. Rabbia, ancora, e un odio che ha il sapore del sangue. “No, BackForward. Tra me e loro, tu non devi intrometterti. Il patto è questo: io ti aiuto con le Creature di luce, e la tua tunica è mia. Tutto qui.”

“Sì,” mormoro. Il Flusso mi spinge indietro.

“Con quelli lassù, ho un conto in sospeso, tu capisci?”

“Sì.”

“Ho un nemico, capisci, BackForward?”

“Sì.”

“Un nemico. Vedi...” si acquatta all’improvviso tra gli indumenti, e si tocca il naso, “io sento cose che gli altri non sentono. So che non puoi capire, e che mi prendi per pazza: ma il mondo è pieno di odori primordiali, di tracce. Sì, tracce, tracce.”

Forse percepisce il mio sbalordimento, ma lo attribuisce a incredulità. Solleva una camicia stropicciata, me la mostra e la annusa: “Tracce. Questo è l’odore del mio nemico!” Solleva un altro straccio: “Capisci? E anche questo. E qui. E anche qui. Tu non hai nemmeno idea di quello che io sento, e che voi non sentite. Credete che certe cose non esistano, non possano esistere, solo perché non sapete toccarle o vederle o misurarle o... Oh, tu non sai.”

“Ma io so. E’ vero!” inizio, stupefatto, e barcollo. Vedo un’ombra allungarsi intorno a me, un colore bluastro, debole, una specie di luminescenza. Dovrebbe essere… gioia, una sfumatura molto pallida di gioia. “Io so. Perché mai, se esiste ciò che è, ciò che è dovrebbe esistere?

Si rialza, perplessa. “Che cosa? Stai farfugliando. Che cosa hai detto?”

Niente. Con uno sforzo mi ricompongo e cerco di raddrizzarmi. Mi sembra di soffocare. Di soffocare in una nuvola color cenere e ciano. Che non proviene da lei. Che sembra emanare da me. “Niente. Niente. Tu fammi parlare. Con i Vicini del… i… con le Creature di Luce, stanotte. E’ tutto quello. Che mi. Che mi serve.”

“I Vicini…” si avvicina, io arretro. “Hai detto “Vicini”. Quali “vicini”, BackForward? Di che cosa stai parlando?”

“Le Creature. Volevo dire Creature. Creature di… Luce.” Devo sedermi. Devo respirare. Devo avere aria. Aria! “Voi,” biascico, in un tono che mi sembra… celeste pallido, con i bordi gialli e… “voi le chiamate Creature di Luce, ma il loro nome è un altro.”

Ha lasciato cadere gli indumenti che stringeva in pugno, e si sta avvicinando a me. Mi fissa, con gli occhi sbarrati. Sussurra: “Dr. BackForward...”

“Il loro nome è... diverso…”

“Dr. BackForward, stai sanguinando. Dr. BackForward, stai sanguinando dalla bocca.”

“Lo so,” le dico. Lo sento. Sento che riesco a respirare meglio, finalmente. E sento un liquido caldo che mi cola sul mento, e sul collo, e sulla bella tunica che le ho promesso. E ho del giallo cinerino tutt’intorno, una bella nuvola di… “Ma ascolta. Noi siamo… Loro sono qui da molto, molto tempo. Loro sono i…”

“Stai sanguinando. Oh, mio dio, ti vedessi. Ssst. Non parlare,” dice. Riesco a malapena a distinguerla, mentre si china su di me e mi accarezza delicatamente il viso. La mano che ritira è sporca di sangue. Poi tutto diventa opaco, oscuro, e io affondo piano piano nel buio. A bocca aperta.

 

(di IB)

(pubblicato il 7 gennaio 2006)



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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

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Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
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Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).