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<Scomodo_1>

 

Voi comodi. Io no.

 

http://www.settemoderniste.com/images/Copiadi02-02-200815.33.56_0002_001.jpg Lo scomodo http://www.settemoderniste.com/images/scomodogiro_002.jpg

1.

Ah, giornata di pioggia, umor bitume. Sedersi, male.

(cinque minuti di assenza, potete bere un caffè)

Di qua dall'ermeneutica. Sto nello scomodo. Ho una pagina davanti, io.

(altra pausa per aprire i libri)

Ho preso a caso alcuni libri dallo scaffale dei contemporanei. Quando io dico a caso, si intende che l'ho fatto a occhi chiusi, mentre il mio gatto credeva di giocare. Perché so già quello che troverò. Sempre.

In ogni libro troverò ciò che voi leggete.

Voi trovate la trama, lo stile, la storia, la vicinanza a voi, l'effetto. Ma io sto nello scomodo, e leggo sempre una stessa cosa, diversa dalla vostra.

Ecco cosa.

"Lì dentro ci si vedeva a malapena, dentro il Peep City, e tutta quella musica disco, quell'ammoniaca, mi nauseavano. Mi guardavo in giro in cerca di una ragazza con un bel paio di tette, una che magari mi avrebbe detto che ero dolce. A volte ti chiedevano se volevi servizietti di mano, di bocca, di tutti i tipi, ma io non sono mai voluto arrivare fino a quel punto. Mi dispiaceva per loro. Qualcuno mi aveva detto che venivano sfruttate. Io pagavo sempre tariffa completa."

(Sam Lipsyte, Venus Drive)

"Il primo albero è a un giorno di jeep da qui, il secondo e il terzo che io sappia non ci sono neppure, non almeno fino alla prima città, a due giorni di strada.

Sono andato a vedere l'albero pochi giorni dopo essere arrivato in questo posto, è la principale attrazione turistica del centro dell'Universo.

Mi ci ha portato un pessimo soggetto, un contrabbandiere tagil. Un berbero del deserto interiore, la temuta variante tuareg dell'Hoggar."

(Maurizio Maggiani, Il viaggiatore notturno)

"Anche se dopo l'ultimo divorzio avvenuto dieci anni prima si era abituato a vivere per conto suo e a sbrogliarsela da solo, nel suo letto la notte prima dell'intervento cercò di ricordare con la maggior esattezza possibile ciascuna delle donne che erano state là ad aspettare che uscisse dall'anestesia nella sala postoperatoria, ricordando persino la più inetta delle sue compagne, l'ultima moglie, con la quale riprendersi da un quintuplo bypass non era stata la più sublime delle esperienze."

(Philip Roth, Everyman)

"I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto. I loro tempi di recupero sono stati alquanto straordinari, e quasi nessuno è stato catalogato come "soggetto problematico", almeno prima della quarta donazione. Sì, è vero, forse adesso mi sto davvero dando delle arie. Ma per me significa molto, essere in grado di svolgere bene il mio lavoro, specialmente quando si tratta di mantenere "calmi" i miei donatori."

(Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi)

"Tante puttanate e tante figuracce ho collezionato nel corso degli anni da rendere superfluo il coraggio; e nonostante questo, se anche non mi dà vera fama o pace interiore, quando penso a lui lo ritrovo seduto a ginocchia unite su un tronco della legnaia, nella vecchia corte di via Romanò, mentre alimenta il fuoco per abbrustolire i marroni freschi di bosco."

(Bruno Pischedda, Carùga Blues)

Non sono stata fortunata. Su cinque libri che ho pescato, quattro sono narrati in prima persona, uno, ve l'ho messo in rosso, in terza. Le mie librerie, segnatamente quella da cui ho pescato questi libri, non sono campioni statistici, quindi non se ne può trarre alcuna indicazione sulle preferenze degli scrittori in materia di prima o di terza persona.

Perché l'ho fatto.

Non l'ho fatto per voi. Voi siete testimoni di un lavoro che di solito svolgo a mente. L'ho fatto per me.

Voglio capire con me stessa, qui e ora (abracadabra), se il romanzo che ho in mente può essere scritto in prima o in terza persona. Non ci sono sfide. Non ci sono io che sono più brava di tutti, o viceversa. Se la cosa vi annoia, siamo collegati da un filo, interrompetelo.

Perché Roth racconta in terza persona.

Del racconto di Roth, curiosamente, io ricordavo che fosse narrato in prima persona. Riapro il libro, ed è in terza. Capito il trucco? No, non c'entra la mia memoria. C'entra il libro. Il libro sa esattamente che io me ne ricorderò in prima. Il nome "Everyman" dice che il libro sa di sapere qualcosa su tutti.

Il problema con la terza persona.

Il problema con la terza persona (vi ho detto che non parlerò difficile, starò in falegnameria, quindi chi vuol parlare di Lucaks, dell'io grande e io piccolo, del mondo grande e mondo piccolo: fuori) è che mette soggezione.

Innanzitutto, mette soggezione a chi legge. Come sapete, nel novero delle ovvietà, la terza crea una distanza tra chi scrive e la storia. Se io scrittore non voglio essere identificato con il personaggio in modo così immediato, se voglio lasciare uno spazio tra me e il personaggio in cui il lettore possa a poco a poco accomodarsi, come quelli che ti passano davanti pian piano mentre si è in fila, allora uso la terza. Insomma, la terza persona crea una serie di gerarchie ulteriori, che vanno oltre le altre gerarchie già presenti in quel che leggo (punto di vista, grado di onniscienza, ecc.).

C’è anche un problema di visuale.

La prima persona ha una visuale limitata.

La terza persona ha una visuale limitata in un’altra direzione.

Decidere.

Testo di Maggiani. Prima persona. Nel passaggio indicato, deve descriverci qualcosa, e usa la prima persona pur lasciando ampio spazio a descrizioni non “soggettive”. Addirittura, nella prima frase citata, l’inserto con la prima persona è una incidentale. Eppure, la prima persona gli serve.

"Il primo albero è a un giorno di jeep da qui, il secondo e il terzo che io sappia non ci sono neppure, non almeno fino alla prima città, a due giorni di strada.

Sono andato a vedere l'albero pochi giorni dopo essere arrivato in questo posto, è la principale attrazione turistica del centro dell'Universo.

Mi ci ha portato un pessimo soggetto, un contrabbandiere tagil. Un berbero del deserto interiore, la temuta variante tuareg dell'Hoggar."

Se riscrivete il testo in terza, avete.

“Il primo albero è a un giorno di jeep da (qui), il secondo o il terzo che egli sappia  non ci sono neppure, ecc.

E’ andato a vedere l’albero pochi giorni dopo essere arrivato, ecc.

Ce lo ha portato un pessimo soggetto, un contrabbandiere tagil. Un berbero del deserto interiore, la temuta variante tuareg dell’Hoggar.”

In terza persona, questo brano ha una serie di problemi (e il romanzo non potrebbe rivolgersi tanto semplicemente a vari “tu” disseminati qua e là). Intanto, con la terza persona il foglio bianco ha più potere. Cioè diventa molto meno interessante la faccenda dell’albero, perché con la terza persona tutti gli oggetti e le azioni e i personaggi cadono nello stesso piano. In radiofonia si direbbe che stanno in secondo piano. Non proprio uno sfondo ma quasi: il piano oggettivo. Per sbalzare qualcosa dallo sfondo, dovete impegnarvi di più che dire “Il primo albero”. Il primo albero? Non ve la cavate così facilmente.

Non fate una nebulosa suggestiva – spiego – non fate proprio niente. Il foglio sembra bianco.

Inoltre. Tutti i “qui” e i “questo”, sballano. La terza persona ha difficilmente un “qui” che le appartenga (usa il “lì” della distanza, in genere) per quella faccenda del secondo piano, il piano oggettivo. Tocca ogni volta spiegare, “lì nel posto, nella città” e magari non è quello l’aspetto che ci interessa e tocca perdere tempo. Se ci basta un “qui”, se gli elementi che vogliamo inserire non sono “qui”, sono altrove, se del “qui” ci basta che sia dove sta l’io, allora a volte è meglio una prima persona.

Altri problemi secondari .

In italiano abbiamo anche il problema maledetto dell’”egli” e del “lui”, che al femminile sono addirittura gli incredibili “ella” e “lei”. Provate a scrivere una frase in terza persona senza usare il nome del personaggio, e a non sentirvi ridicoli. “Egli la saluta”. Io già sento il ridicolo. E non sempre il soggetto si può considerare sottinteso, o sostituire con il nome proprio del personaggio. Né sempre ci piace scrivere “Lui la saluta”.

Non mi capite. No.

Prendete anche il commento del narratore: quel “pessimo soggetto” riferito al contrabbandiere. Chi è che dice pessimo? La prima persona non ha quasi mai bisogno di spiegare al lettore perché decide che qualcuno è pessimo o no. Almeno, non di spiegarglielo in modo diretto. Il giudizio è proprio della prima persona. “Questo mi piace, quello no”. Il giudizio è talmente intrinseco alla prima persona, che se l’eroe in prima si mettesse a spiegare perché il tale è “pessimo”, e lo facesse senza un po’ di savoir faire, il lettore salterebbe tre righe sbuffando. Infatti: nel brano si finge di non spiegare (e intanto si spiega subito: contrabbandiere, deserto, variante, Hoggar, ecc.). Se dici “pessimo” con una terza persona, i problemi si moltiplicano. Chi c’è qui, a dire che è pessimo? Il punto di vista esterno. I vari gradi di onniscienza. Ahio. Se dite qui che “egli incontrò un pessimo soggetto” non potete poi dire che non lo sapevate. Lo sanno tutti, perfino chi sta raccontando la storia. Allora l’eroe è cieco? E’ ingenuo? Siamo al tè nel deserto? O è pessimo soggetto anche lui, che si fida di un pessimo soggetto? Con queste cosette che vi sembrano microscopiche, vi giocate tutta intera la personalità dell’eroe. Un “io” invece può ben pensarlo (“pessimo soggetto!”) e avere un suo metro di misura, sapere qualcosa che voi non sapete, essere segretamente pessimo anche lui, amare i pessimi, o sbagliarsi, o essere affascinato dal “pessimo” in un modo che sa lui e a voi non dice, affascinandovi a sua volta.

E' ovvio, ma a me serve. 

Andiamo avanti. Il problema della prima persona è che ci sono un sacco di cose che non sa. O meglio: la prima persona sa solo quello che sa di sapere. In questo secondo modo si riesce a far passare molta informazione un po’ irregolare, ma non tutto. Nel brano di Pischedda, per esempio, una serie di informazioni “da terza persona” sono infilate nell’evocazione condotta in prima. “quando penso a lui lo ritrovo (...) mentre alimenta il fuoco per abbrustolire i marroni freschi di bosco”. Freschi di bosco, che non ci disturba affatto, richiede però una certa serie di presupposti; che in certi casi si possono sottintendere, dire o raccontare (i marroni freschi di bosco sono i soli che esistono; i marroni freschi di bosco ce l’hanno scritto in faccia “freschi di bosco”, io so come son fatti i marroni freschi di bosco, ec.). In altri no.

Veniamo alle cose veramente importanti.

Il mio romanzo, per esempio. Non vi racconto la storia, non vi dico niente. Vi dico solo che ci sono molti personaggi, e che ognuno vive in una realtà diversa. Come voi, come noi, solo che di voi-noi nessuno parla, e il perché è proprio questo. Noi “siamo e non siamo” in grado di reggere una perfetta terza persona. E ci stiamo allontanando da un mondo al quale sia orizzonte sufficiente una prima persona. Io credo che si possa rovesciare, esattamente come un guanto, l’idea del romanzo storico così come è stata proposta di recente da Scurati. Ho delle idee, in proposito, ma non ve ne parlo qui. “Against the light” di Pynchon ci si avvicina. Ma ancora non coglie, credo, noi-voi. Coglie sè. Il che è il rischio della terza persona “troppo” terza.

Il fastidio della prima persona.

“Sì, è vero, forse mi sto davvero dando delle arie. Ma per me significa molto, essere in grado...”. “...e tutta quella musica disco, quell’ammoniaca, mi nauseavano”. Lo sapete di che cosa parlo, quando parlo di fastidio della prima persona. La prima persona serve, usata spesso proprio per questo motivo, ad accorciare le distanze (in modo del tutto apparente) anche tra eroe e lettore. Quei corsivi, quegli ammiccamenti... Ma a me tutta questa confidenza non piace. E’ vero che esistono delle prime persone freddissime, e che, per contro, Baricco ha per esempio fatto sua una “terza persona accattivante” con cui sempre più spesso viene a giocarvi a briscola giù dal libro. Ma in generale, le storie che io devo raccontare non hanno più “voglia” di entrare in confidenza con chicchessia. E poiché c’è anche una certa tendenza al monologo interiore che con la prima persona è difficile evitare, ho deciso di prendere le distanze dalla prima persona per un po’.

Il fastidio della terza persona.

Il dominio del foglio bianco, qui, è notevole, entropico. La terza persona richiede molta più scrittura anche solo per riuscire a incidere la carta. C’è un punto solo, nel brano di Roth, e quattro virgole. Non dico altro.

Ma c’è molta più scrittura anche in un altro senso. L’intero oggetto romanzo deve essere plasmato con molta più precisione. Conviene scriverlo prima di scriverlo. Scalette, non basta una scaletta della storia, occorre una scaletta delle strutture interne: descrizioni, dialoghi, personaggi, scene di climax... focalizzazioni, sì, perfino.

Con molta più scrittura, è più difficile arrivare al lettore fin dalla prima riga. O viaggiate su un’astronave, come Pynchon, o serve più tempo. Magari tutto un volo di precipitanti come in Rushdie. La terza persona, inoltre, richiede, e qui siamo alla più pura delle paranoie notturne dello scrittore pazzo, un linguaggio. Ma c’è una cosa che la prima e la terza persona si spartiscono all’ultimo sangue, ed è il tempo. Ma ne parlo dopo.

Noi - non abbiamo un linguaggio.

L’io zoppica. E’ mutevole, cresce e diminuisce. Arrossisce e si ritira, si infiamma e viene avanti in proscenio. Dorme e si sveglia. Avrà pure uno stile, ma è il suo, e può pure forzarlo.

La terza persona può fare le stesse cose ma con un dito di distanza in più, e quella distanza è sempre uguale ed è in parte giocata sul linguaggio. Il linguaggio sul romanzo in terza non dorme mai. Io che faccio falegnameria, mischio nel linguaggio un po’ tutti gli elementi che a scuola si dividono: il timbro, il tono, la lingua, il lessico, lo stile, ecc. ecc. Perché poi quando fai, fai. Ecco, questo strato di vernice mordente che è il linguaggio, deve essere il più possibile coerente. Prendete Gadda, tutto, dall’Adalgisa alla Cognizione alla Meccanica. Sentite? E’ Gadda. E’ talmente Gadda che anche in prima persona Gaddisce allo stesso modo.

Noi, invece: l’unico linguaggio universale che abbiamo a disposizione è fasullo.

E veniamo a uno dei miei personaggi storici: Gloria Somma. Stiamo andando a vent'anni fa, come minimo, quando Gloria era la protagonista di un romanzo brutto, che oggi riscriverei, ma che aveva un suo perché. Fu il mio primo reality show, ma la trama non ve la dico. Vi recito qualcosa, così a memoria (sbaglierò).

Il mio programma preferito è stato quando ho visto un tizio schiacciato sotto un carrarmato. Ma era finto, sicuro, mica come negli Stati Uniti, che hanno anche la sedia. L'iniezione di veleno.

"Appoggi la testa all'indietro," dico al vecchio sul lettino.

Era un esercizio puerile di cattiveria, quel racconto. Il personaggio perfido che poi, sulla carta, non ho avuto il coraggio di far essere come doveva: venne male e lo sopporto poco. Oggi saprei, e magari lo riprenderò in mano. Stupidaggini a parte, Gloria non usava mai, nemmeno concettualmente, un congiuntivo o un condizionale. La sua mente era dotata di una potenza distruttiva che avrei dovuto approfondire: una visione così limitata che venne fuori in prima persona, sparata quasi fuori tutta d'un colpo.

Così oggi ho deciso.

Terza persona per il famoso romanzo noweb che sto scrivendo da un po'. Prima persona per un racconto minore che può andar bene anche così.

Le sette moderniste passano alla terza persona solo per far pubblicità nella mia testa al fratellino maggiore che sarà in terza.

Il tempo.

Ah, vi avevo promesso anche un'analisi del tempo nella prima e nella terza persona. Ma qual è il problema? In prima persona ci si affida al flashback nelle sue varie forme, giocoforza però nell'ambito della visione dell'io; in terza il flashback è molto più divertente, diventa cronaca, storia, pettegolezzo, consente stacchi di genere, di punto di vista...

Ecco, mi sono convertita alla terza persona. La camera dell'individuo non ha porte né finestre.

 

(altri cinque minuti di pausa, mi costa fatica leggere questi caratteri così piccoli. Poi segue )



castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).