SETTE MODERNISTE
Episodio cinque - Il ritorno
Best
Con un dito, tocco un neo sulla sua spalla. Snowie non si muove. Respira lentamente, come se dormisse, ma mi parla con una voce sveglia da ore:
“Ciao.”
Soltanto quando non gli rispondo si volta verso di me. Ha i capelli dritti su un lato della testa e schiacciati sull’altro. Ha la faccia rigata da una piega del cuscino. Le occhiaie. Ombre di peli grigi sulle guance. Il collo che si accartoccia come una fisarmonica mentre la testa si piega verso di me. Nell’angolo della bocca, un filo secco di saliva che gli scende sul mento.
Non avrei dovuto consentirgli di dormire qui.
“Tu vuoi qualcosa, eh?” mi chiede a voce bassa, osservando la mia perplessità, che scambia per timidezza. La sua mano fruga sotto il lenzuolo, incontra il mio corpo e ci affonda le dita senza esitazione. Sto per ritrarmi, mentre gioca distratto con i miei seni che si appuntiscono sotto i suoi polpastrelli. Ma smette di palpeggiarmi, perfino prima che lo fermi io, e poi alza gli occhi al soffitto, per una dozzina di secondi. Sembra che stia ascoltando qualcosa attraverso i muri. In realtà so che cosa sta ascoltando, e lo sta ascoltando dentro di sé. E’ un bilancio contabile di quanto sesso può ancora avere, amministrare e distribuire prima di doversi infilare il lenzuolo tra le gambe per nascondere la patente stanchezza dell’ospite principale alla celebrazione, ammorbidito e appisolato tra le cosce. La sua mano si è posata sul mio ombelico, immobile, in attesa del verdetto. E quando smette di fissare l’aria e mi parla di nuovo, guardandomi negli occhi, nella sua voce c’è un tono più debole.
“Oh, diamine, devo andare in sala di registrazione,” dice.
“Ok,” rispondo. Respiro con la bocca, per non sentire l’odore del suo fiato, che stamattina non mi piace.
“Sul serio, ho un appuntamento, devo andare,” ripete, picchiettandomi la pancia con fare confidenziale. Mi domando che cosa sta aspettando.
Come se avesse sentito i miei pensieri, in fretta si volta e siede sul bordo del letto, infilandosi la camicia. Si alza, mostrando per qualche momento la riga magra tra le gambe mentre si infila i pantaloni. Vestito in modo sommario, va verso la porta.
“Torno dopo,” mi saluta.
Agito una mano. E’ un gesto che significa “vedremo” e resta in aria insieme al braccio teso. Snowie mi sta guardando, con un sorriso strano, veloce, e solo quando chiude la porta lascio cadere il braccio come morto sul letto.
Ossantocielo.
Siamo sicuri che lui e Post non fossero perfetti l’uno per l’altra? Lui e lei sarebbero rimasti a carezzarsi senza senso e senza sesso per tutta la mattina, lei sussurrandogli ‘tiamo’ e lui rispondendole ‘loso’, e lei gli avrebbe appiattito i capelli ispidi sul cranio grigio, e lui le avrebbe pizzicato la pancia sogghignando, e lei ‘nonfarecosì’ e lui ‘cosìcome’, e lei avrebbe infilato le dita tra le grinze del suo addome grigiopeloso e gli avrebbe tirato un po’ la pelle fino a solleticargli l’inguine, e a lui non sarebbe venuto duro nemmeno un po’, ma lei non se ne sarebbe nemmeno accorta perché avrebbe passato il tempo a misurarsi le extrasistole, ‘dovrei prendere quella cosa per il cuore, lalecitinadisoia’, avrebbe detto, e lui le avrebbe baciato la riga del filler di botulino, insensibile da due anni, mormorando ‘non è a questo che stai pensando veramente, seidiventatatuttarossa’, e prima o poi a lui sarebbe passato il tempo di latenza dei maschi cinquantenni, e a lei l’attacco di ansia delle donne in premenopausa, ed entrambi sarebbero riusciti a far durare una masturbazione reciproca qualcosa come tre ore, e avrebbero avuto decine di semi-orgasmi separati, con piccoli versamenti di sangue da sfregamento, una fitta dolorosa laterale di eziologia ignota e l’intima convinzione di aver trovato il partner giusto con cui la prossima volta – la sicura prossima volta – sperimentare quella cosa vista nel film porno-horror prodotto da Tarantino sei anni fa per il circuito underground.
Mi alzo dal letto con un senso di nausea profondo, da intossicazione ormonale con l’uomo sbagliato, e mi infilo una camicia da notte che ho portato con me nel caso fossi caduta malata nel mezzo del reality. La camicia da influenza, la flu-shirt, tutta bianca con il corpetto di pizzo semitrasparente, le maniche lunghe a sbuffo, una cintura morbida sotto il seno e l’orlo diseguale di flanella a metà coscia. Esco a braccia avanti sulla scala e mi tuffo a piedi nudi verso il salotto pensando solo a una grande, colma e fumante tazza di caffè, un caffè amaro e forte che possa togliermi dallo stomaco la sensazione di galleggiamento e di disgusto che mi sta salendo alla gola. Volo saltando, quasi, sulle assi di legno del pavimento del pianerottolo al primo piano, e per poco non inciampo in qualcosa di vivo e immobile che spunta di sbieco da una delle porte socchiuse.
“Ehi,” esclamo. Mi volto a guardare l’ostacolo. E’ una gamba umana in jeans larghi, scuri, arricciati e arrotolati fin quasi a mezzo polpaccio. Il piede scalcia in un calzino beige dall’aria umidiccia e lenta. Mi avvicino, e un’altra gamba si abbatte fuori dalla porta della stanza, picchiando a terra con un colpo sonoro e riempiendo l’aria di odor di piedi e scarpe da ginnastica sudate e profumo Hugo Boss o Armani Uomo o qualcosa del genere, in un insieme non del tutto sgradevole. La cosa più curiosa sono i peli che spuntano sulla gamba, castani, ricciolini, e fitti come se qualcuno senza pazienza li avesse incollati ovunque sulla superficie della pelle. Vien quasi voglia di tirarli, per vedere se sono veri. Avevo dimenticato che gli uomini sulle gambe hanno peli: Snowie non ne ha. Forse sarebbe corretto dire che non ne ha più.
“Sto veramente male,” dice la voce del proprietario del paio di gambe. Non distinguo un granché, nella penombra della stanza in cui il tizio è sdraiato, avvolto in un giaccone da neve, fasciato in una sciarpa portata alla milanese – con i due capi infilati nella sciarpa piegata a metà – e nascosto da un ridicolo cappellino di lana con i paraorecchi. Lo sfigato seguita a parlare, con un tono che sa di liquori rubati nello stipetto del salotto buono e un sentore di nocino che si mescola a quello dei piedi sudati. “Sto così male,” mi ripete, guardandomi le tette.
“Vedo. Devo chiamare qualcuno?” gli dico, chinandomi vicino alle sue ginocchia, lontano quanto basta dai calzini pestiferi.
“Mi hanno detto di mettermi qui e di stendermi,” dice, senza togliere per un solo secondo gli occhi dalla mia scollatura, “però ho mancato il letto di almeno un paio di metri e adesso sto cercando di ritirarmi su.”
“Mmm. No,” gli dico. “Secondo me stai meglio qui. Se ti alzi vomiti.”
“Non ho mai vomitato in tutta la mia intera vita,” risponde, “ed è abbastanza difficile che cominci adesso. Ormai sono maggiorenne. Sempre che sia mercoledì.”
“Credo di sì. Vuoi del caffè?”
“Non andare via, però,” si tira su a metà e ricade su un gomito. Perde l’orientamento per un istante, ma subito si risintonizza sulle mie tette. Credo che non ne abbia mai viste, “mi sei simpatica. Molto simpatica, non andare via,” biascica.
“Intendo dire che lo mando a cercare. Il caffè,” gli spiego, arrotolandomi una ciocca di capelli su un dito, “mica vado a prendertelo io. Io sono la star dello Show, qui.”
Annuisce e mi tende una mano. Gli porgo la mia, ma invece di stringermela me la bacia, con le labbra gonfie e bollenti: “E’ un assoluto piacere conoscerti. Spero che verrai a trovarmi uno di questi giorni, all’ora del thè. Non qui. Da un’altra parte. A casa. Mia. Cioè, di mia nonna. Mia nonna è la marchesa Invernizzi, e sono davvero ansioso di farti visitare la villa più infestata di fantasmi di tutta la valle. C’è un fantasma di dama bianca che dovresti davvero incontrare, quando ero piccolo sono andato a sbattere contro un muro per inseguirlo e mi hanno ricucito la fronte con undici punti, ma la cicatrice non si vede più ed è un vero peccato perché nessuno mi crede. Tu credi nei fantasmi?”
Piego la testa di lato: “Non saprei.”
“Io ho una teoria sui fantasmi,” riattacca. Bizzarramente, mi sta guardando negli occhi, adesso, e sorride. “Se dovessi perdere conoscenza, ricordami di raccontartela.”
“Mmm, ok.”
“Se ti interessa.”
Lo osservo. Scivolo fino a terra lungo lo stipite della porta della camera vuota, e mi accoccolo vicino a lui.
“Non dovresti togliere il cappello, davanti a una signora?”
Diventa viola in faccia, e si strappa il cappellino di lana dalla testa. Ha proprio una faccia da secchione. “Scusa. Scusa, non mi ero accorto.”
“Certe cose sono proprio cafone.”
“Lo so. Lo so, scusa. Io odio quel cappello,” si disorienta, cerca con lo sguardo la strada delle mie tette, ma io, con disinvoltura, mi copro drappeggiando i capelli dappertutto sul petto. Batte le palpebre e continua, smarrito: “Mi ci costringono, alla lana, da quando sei anni fa ho fatto l’otite…”
“No, l’otite non mi interessa,” sbuffo, sollevando le sopracciglia.
“No, eh?”
“No. Sei noioso, me ne vado.”
Ricade all’indietro con un lamento. Lo risveglio con un tocco del piede nell’incavo del ginocchio.
“Beh?”
“Credevo che fossi andata via. E’ ancora mercoledì?”
“Può darsi. Allora, questi fantasmi?”
Si solleva di nuovo sul gomito e si gratta la testa. Deve radunare i pensieri che gli sfuggono da una parte e dall’altra. “Tu, sei un’apparizione,” mi dice.
Gli sorrido, e il secchione comincia a vomitare.
(pubblicato il 29 ottobre, 2007)
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
