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- dal 2005 -

 

BLOG - area fissazioni

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)

 

10 agosto, 2007. Il blog si trasferisce nel metablog, dove la fissazione diventa fissità.

9 agosto, 2007.

Però, per essere uno schifo di posto, questo, ne ha creato di immaginario: il Re Barbaro con i suoi Pipistrellini, capitan Barian che ne è l'equivalente subacqueo, Maus Columbo e le sue rondini, Tikli o come si chiama lo scrittore lappone, il muratore della Paice, e altri che non ricordo. "And all our yesterdays have lighted fools/ The way to dusty death" (from Shakie's Macbeth). Ma basta.

Tra un po' sarò via, e non potrò guardare Internet per un pezzo. I tag ammucchiati diventano così confusi che non li leggo. Li capisco poco, tra l'altro, in questi giorni di ansia per la malattia di mio padre.

Così resta solo la tua voce. La conosci, quella.

E che cosa dice?

No, no, scusa, devi abituarti a non dirlo a me. Dillo alle Meduse Molli, che subito ti si attaccano alla chiglia "anch'io, anch'io" e ti mangiano con le loro belle bocchine, ed è forse quello che vuoi. Dillo ai Tamarrandri o ai Noncistodentri, che vogliono solo partecipare alla festa, e non capiscono nemmeno bene le parole che articoli, e quando fanno qualcosa, scimmiottano.

Incessante sgocciolìo.

In una casa vuota.

8 agosto, 2007. Non voi, io. Basta. Mi sono proprio stancata. A che cosa serve, eh? Mi sono posta la domanda, mi sono data la risposta: a niente. Al massimo vengono qui a scherzare, a prendere in giro.

Fine del Luna Park.

 

7 agosto, 2007. Mu-Hat-Ra era un cantastorie molto vecchio, di una antichissima e decaduta famiglia di guerrieri. Pelato, cencioso e magro, aveva un modo di raccontare tutto suo. Allargava la mano sul falò, affinché il palmo bianco diventasse arancione di luce e riflettesse, così voleva la leggenda, le ombre delle cose nascoste, poi si mordeva il labbro inferiore e il labbro superiore, in sequenza, come uno strano animale, scoprendo i denti sparuti e larghi prima di cominciare a parlare. Diceva che in questo modo avrebbe ottenuto la pazienza dei cervi, gli animali sacri agli A-Ta-Nu. La sua storia cominciava con un grido, l'"A-Ta-Nu Ri" dei vecchi tempi, e con un lungo silenzio, durante il quale gli A-Ta-Nu si diceva prendessero posto intorno al fuoco. Poi iniziava il racconto vero e proprio.

Non consentiva a nessuno di interromperlo con domande. Gli altri cantastorie ascoltavano le domande del pubblico e rispondevano con cortesia e affettazione. Mu-Hat-Ra invece diceva di vedere gli A-Ta-Nu alzarsi e andarsene, mentre la storia rimaneva sospesa sopra il fuoco. Non ascoltava le obiezioni di alcuno. Gli altri cantastorie modificavano le leggende e i racconti a seconda dei gusti del pubblico. Mu-Hat-Ra non ammetteva dubbi davanti a sé. Un A-Ta-Nu Rugoso dormiva sulle sue ginocchia ogni notte, rispondeva, per sorvegliare che dicesse sempre la verità. Se gli si chiedeva quale fosse l'aspetto di un A-Ta-Nu, egli sapeva descrivere due generi di creature, alcune simili a cani, altre simili a uomini, ma con la fronte rugosa, simile al cuoio arricciato. La gente credeva più facilmente alle storie convenzionali degli altri cantastorie, e si avvicinava poco volentieri ai misteri di Mu-Hat-Ra. Questo gli aveva dato un carattere difficile. Come era attivo, gentile e condiscendente nelle vicende quotidiane, così davanti al falò rituale diventava ruvidamente indolente, come un pigro animale selvaggio. A volte allontanava a sassate i pochi che si erano radunati intorno ai suoi cenci, e restava a fissare il fuoco in silenzio.

6 agosto, 2007. Prosegue il racconto sulla paura, come avevo promesso. Ah, titolo di lavorazione Abbiamo paura. Dal momento che parla di paura. L'ho già detto?

5 agosto, 2007. Ok, cari, ora torniamo a noi. Nella città deserta (ri-metafora), buona lettura del quinto episodio di ModeRN.

3 agosto, 2007. "Questa donna merita la sua vendetta", da Kill Bill di Tarantino, omaggio al superiore cinema coreano, e ai cicli della vendetta e dei guerrieri, da Old Boy a Lady Vendetta alla saga di Pai Mei.

Il genere mi affascina, voi lo sapete.

Ma per vendicarmi, quasi quasi farei bene a imparare a usare una spada di Hattori Hanso, e non solo per il fatto che il "Bill" di cui avrei voluto occuparmi non ha mai messo piede sul sito (già già, nel 2004 - quando uscì Kill Bill 2, tra l'altro - io avevo in mano il materiale delle Sette Moderniste e non sapevo che farne, e lui accolse la notizia del sito con l'indifferenza che gli era propria. Non so nemmeno se ha capito). No, c'è un'altra questione: voi.

Ogni volta che scrivo una riga qui, per vedere quel che faccio devo scostare le "cortine del carro", composte da un esercito di confusionari al cui confronto gli "88 folli" del film sono tranquilli: stalker, amici degli stalker, presunti stalker, avventurosi elementi di contorno, esperienze letterarie comprese, varie repliche in minore del fatto originario, casi altrui, tizi che si sono messi a frequentare il sito tutti i giorni, nuovi riferimenti, distrazioni, scambi di insulti e di complimenti, vita insomma. E' vero che almeno ci si sente ancora vivi. Cosa che non si è.

Ma certe volte mi tocca ritornare in palla e gridarvi "questa donna merita la sua vendetta", poiché chi legge si comporta come un inconsapevole alleato di Bill. Mi distrae. Mi copre la visuale. Mette in mezzo altre cose.

Per esempio: chi è il deficiente che viene sul sito parlando di "tette della quinta misura"? Best è una donna "successiva", intravista e utilizzata per costruire il personaggio: se vedeste la vera Best, scoprireste che è piallata come una tavola. E' un romanzo, ragazzi. Si fa con quello che si trova lungo la strada.

Ho offeso una tizia con le tette grosse, ed è vostra cugina? Mi spiace: godetevela. Occupo il terreno di gioco di letterati che voi stimate più illustri di me? Questo terreno è infinito, e la porzione che occupo non è il blog gratuito di un server, è un sito di mia proprietà: siete a casa mia, qui, quindi semmai gli invasori siete voi.

La questione è che la storia da raccontare qui è una sola, la mia. Il 4 aprile 2002.

So per certo che nessuno di voi la conosce.

Chissà dove eravate, allora. Quindi andiamo avanti: eccovi il quinto episodio di ModeRN.

Perciò, Adsl, Mac Os o chi diavolo sei (se non sbaglio, conosco un paio di persone che in fotografia stanno dietro un Mac), leggi bene questo post, mettitelo in mente e sii buono. Se hai qualcosa da dirmi, dimmelo direttamente. Domani in ogni caso sparisce.

 

2 agosto, 2007. Come si può nelle mie condizioni, pubblico il quinto episodio di ModeRN.

(tolgo gli insulti rivolti allo stalker, tranne "deiezione non casearia di mucca". Un altro stalker pretende di tradurre in inglese questa pagina, ottenendo il consueto stile Babelfish (Like a Stambecco the car stopped...). Oppure vuol dirmi che pare un'ammmericanata? Lo ignoro. In traduzione, comunque, Sette Moderniste è Modernists' Sects, non Seven Modernists. L'unico lettore americano che posso avere, tra l'altro, è il lettore tipo del sito notanexit, sito cult dedicato a Bret Easton Ellis, sito che mi ha cortesissimamente linkato - e io non l'ho nemmeno detto, ma guarda questi inediti come non sanno gestirsi)

(1 agosto, per forza)

Antonioni, Bergman, sapete già cosa ne penso, no?

Il Novecento ha avuto occhi.

Il Duemila, v e d r e m o.

31 luglio, 2007.

Una lettera del 2005, ripescata nei miei archivi, testimonia la mia ferma ma cortese protesta - firmata, sottolineo firmata - contro l'usanza di omettere le versioni originali dei testi stranieri. L'avevo inviata alla redazione di un allora noto sito dedicato alla letteratura, che non mi rispose. Apparentemente.

In realtà rispose. E cominciò a mentire.

 

30 luglio, 2007. Sotto la sua mano c'era un foglio, liscio, di carta giapponese, bianco e cieco come un tunnel di luce. Lui cominciò a tremare. Guardò la ragazza che aveva di fronte. "Ciccio, cos'hai," gli chiese lei. Lui sgranava gli occhi come se fosse stato sul punto di piangere, ma non riusciva a rispondere. Apriva la bocca come un pesce gatto, con due fili di saliva che sembravano baffi, e stava lì ad annaspare nella pozzanghera bianca. Le costole si sollevavano sotto la maglietta come branchie. "Sembri un pesce," lei non era stupida. Lo guardò a lungo con la freddezza di una madre, come si guarda un bambino consegnato al mondo in forma d'uomo, ben vestito, pulito e già perso. Lo esaminò lentamente, toccandolo: gli toccò il sudore, la fronte gelata, il tremito sulle mani, il respiro sul cuore senza sollievo. Mosse la testa di lato, a decisione presa, e spostò il foglio di carta giapponese. Lo fece sparire, lo sfilò d'imperio dalla sua mano bruna, un fascio di tendini tesi e duri sulla polpa bianca color del riso. Finse di non notare l'impronta cava, oscura, delle dita di lui sul bianco cedevole della carta, e nascose il foglio in un cassetto della scrivania. "Niente," arrivò finalmente la risposta. A cassetto chiuso, lui scosse la testa e battè le ciglia: "Niente, niente, scusa". Lei pure pensò "Niente, niente", e che non gli avrebbe detto, un giorno, "anche la mia pelle è così," liscia e pallida, un foglio di carne, e così fragile che a sfiorarla si arrossava di sangue. Pensò che meritava il tremore di un uomo forte, ma tutto per sé, tutto per sé. Gli sorrise distante.

29 luglio e tre quarti, 2007. E stanotte, nessuna mezzanotte e due minuti?

29 luglio e mezzo, 2007. L'avete capito, che non sono proprio di buon umore. Anzi, sono talmente a pezzi che non riesco a concentrarmi sulla scrittura. La sola cosa che mi distrae, è cercare la risposta al quesito sull'amore. Una volta pensavo, come tutti, in modo molto semplice, che l'amore fosse il solito miscuglio di attrazione, desiderio, affinità, aspirazione e distanza che ci rende pazzi. Ora, e sarà anche il particolare giorno in cui ne parlo, comincio a pensare che l'amore sia soprattutto una proiezione. No, no, non roba psicologica. Niente proiezione di sé nell'altro, fatemi finire. Intendevo un lancio. Pensavo proprio alla proiezione del giavellotto, al tiro con l'arco, a queste immagini che pescano in una radice olimpico-culturale del mio essere occidentale. Un lancio ovunque. Cupido, gli atleti, capite? Cominciamo con questo primo pensiero elementare, di cui qualsiasi psichiatra vi chiarirebbe il contesto clinico. Il lanciare oltre, il proiettare avanti a sé un pezzo di sè e poi correre a prenderlo, tirando una corda, camminando, facendosene ripescare, ma che ne so. Nel futuro. Se hai proiettato la vita in là fosse pure di un solo metro, se hai ipotesi, progetti, speranze, speranze sottintese o il giavellotto avanti a te (passi pure per un'immagine volgare), tu corri in quella direzione, e valuti tutto quello che trovi lungo il percorso con il metro, accecato, falsato finché vuoi, di quell'irresistibile traiettoria.

Ma se non riesci più a lanciare, se, come dentro una sfera cava di cristallo (una caverna, una caverna), sai o supponi che ogni freccia tornerà indietro raggrinzita dall'urto così ravvicinato, non ti consenti di amare. Smetti di farlo, smetti di permettertelo, come se il piccolo percorso che ritieni di poter compiere sotto una qualche schiacciatura infernale (un lutto, una minaccia, un senso di colpa, un tracollo di qualsiasi tipo, reale ma anche immaginario o ansioso) fosse uno strazio eccessivo, un doppio dolore. Il tuo cuore si inscatola. Non lanci. Non credi. Non ami. Dici di no a George Clooney (e devi essere scemo).

Per amare bisogna che, in qualche modo, tu ti senta ancora in gara.

Per qualsiasi impensabile e inconsapevole traguardo.

 

29 luglio, 2007. Un ringraziamento ai lettori che hanno visitato il sito a mezzanotte quasi esatta, forse a mo' di augurio di buon compleanno, forse no, non so. Buon compleanno anche a voi, chiunque siate, in qualunque giorno siate nati. Dal Beowulf:

"Of all kings he was the gentlest and most gracious of men, the kindest to his people and the most desirous of renown".

Suona, non per caso, come il Dickens qui già citato. Usato nella stessa posizione di sottofinale, peraltro.

Un bacio, e grazie.

Di più, da qui, e senza sapere chi siete, non so dirvi.

Vorrei che foste qualcuno in particolare, questo sì. Ma pare che innamorarsi, e della persona sbagliata, sia una cosa di cui vergognarsi, per la quale si può perfino essere presi in giro, umiliati, messi su YouTube o scherniti senza fine dagli stalker. Perciò, se non siete lui (se siete lui, non so cosa dirvi), non districate questo gomitolo, che comincia fili e fili e nodi e grumi sotto la superficie, e non offre a voi capo né coda.

(P.S.: Per correggere qualcosa qui, ho visitato il sito, e la mia visita ha fatto scorrere automaticamente il counter che segna i passaggi, e la visita di mezzanotte è stata cancellata. Si è sciolta nel bianco al di là del web, e non esiste più. E non c'è una poesia che parli di questa evanescenza, di un fare che è distruggere, di un essere che è non essere, ma sovrascrivere sempre su un'esperienza passata, di un aggiungere che è sottrarre. "Tu" comincia, dopo tutto questo tempo, parola dopo parola, a smarrirsi, come il soggetto in una frase troppo lunga)

29 luglio, 2007. "They're such beautiful shirts," she sobbed, her voice muffled in the thick folds, "It makes me sad because I've never seen such - such beautiful shirts before." Adoro F.S.Fitzgerald, almeno per un paio di motivi. Uno è Gatsby. L'altro - ma oggi è il mio compleanno, sono depressa all'inverosimile e non so a che altro mi serva il mio compleanno - è il tipo di coordinazione tra proposizioni che l'autore predilige, ovviamente solo in lingua originale (nella traduzione italiana, scommetterei sugli endecasillabi piani apice sesto, "il solito, grazie").

Consolazioni

magre

E quel che più conta: a differenza delle camicie di Gatsby,

incondivise.

29 luglio, 2007. Una città di gente in attesa, che intanto gioca, legge riviste, parla con il vicino, ama, uccide. Una sala d'attesa di gente di città, con gli affiatamenti dei primi arrivati e i contrasti degli ultimi. L'attesa. I pensieri dell'attesa. Non tutta la vita è attesa, meno che qui, dove l'attesa è tutto. Il tempo: deve passare, ingannarlo. Pochi improvvisano. S'inventa a mente per dopo. Si sogna. Il ricordo è racconto, quasi sempre breve, per via dell'attesa. La confidenza è disapprovata dai più, ma rimuginata a lungo. L'azione è circoscritta: alzarsi poco di frequente, osservare di nascosto, sentire il più piccolo rumore. Se qualcuno si agita, interessarsene in relazione all'ordine d'ingresso. Se qualcuno perde il turno, calpestarlo. Se entra uno nuovo, ridimensionarlo. Se esce uno vecchio, sentirsi sollevati. Cercare di capire qual è il ritmo d'ingresso e di uscita. Occuparsi, con civiltà, delle possibili migliorie all'attesa: macchinetta per l'acqua, per il caffè, più giornali, una presa per il cellulare. Poltrone più comode. Molte poltrone. Poltrone più divertenti. E vestiti più adatti per la prossima volta. Accorciare le maniche. Più gioielli. Più scollature. Meno scollature. Qual è il vestito più comodo per l'attesa nella prossima stagione? Accavallando le gambe, sfiorarsi. Sfiorandosi, guardarsi. Non accettare che caramelle sigillate, qualora siano accettate da altri. Non commettere errori, per assicurarsi che alla fine, se saremo stati accorti, avremo ottenuto un'attesa che stimeremo perfetta.

Buon compleanno, Ida, è tanto che sei qui?

22 luglio, 2007. Resterà la prima versione ancora a lungo, poiché per vari motivi non interverrò più sul sito per qualche giorno. Ho inserito comunque un dialogo tra Max e lei, due battute, e poi vedrò il resto con calma. Ripeto, quindi: per un po' eccovi il raccontino La creazione di Dio, versione brutalmente acerba. Per quel che cambia.

Noi ci ritroviamo intorno al mio compleanno, più o meno, non lo so. Grazie e buone letture.

Una nota curiosa. Nella realtà dei fatti, l'esperimento sul Bosone di Higgs si farà, spero, il più presto possibile. Per ora, la struttura nata per il test è in fase di ultimazione, e l'inizio dell'attività con il grandioso esperimento è stato rimandato ai primi mesi del 2008. Per problemi tecnici. Ma è solo una nota curiosa. Io tifo per Higgs e per tutte le sue particelle.

20 luglio 2007. 21 luglio 2007. Ecco qua. Questa è una prima versione finita ora di getto. Più tardi comincerò a rileggere quello che ho scritto, e modificherò e aggiungerò altre parti. Avete, però, l'ossatura. Io - vi dico quel che so già, e cioè i miei gusti - so già che devo nascondere i meccanismi, ampliare la parte "personale" dei personaggi, devo rallentare, devo mescolare meglio e forse calcare un po' di più la mano sul finale e su dio, e dargli un senso un po' più compiuto. Ma, ripeto, è l'ossatura. Quindi, ecco la prima versione del raccontino La creazione di Dio (anche il titolo, va ripensato).

E' una prima versione, mostri. Appena nata e ancora non lavata.

Se la rileggo adesso

sto male.

Sì, sì, lo so che è piena di difetti. Ah no, sembra così facile? Ho il cervello attorcigliato, per farla sembrare facile. E quando avrò nascosto un paio di meccanismi troppo in vista, semplicissima dovrà apparirvi.

Più fluida. A proposito (ho scritto superconduttori invece che superfluidi, che idiota, vado a correggere, almeno questo!).

 

 

20 lug 2007. Nope. Niente valzer stavolta. Fai la prova.

Ci rivediamo oggi, con link e tutto, miei mammiferi spiaggianti. Verso le 20 potrei cominciare.

19 lug 2007. L'invasione delle Meduse Molli. Ovvero: prima di scrivere, accertatevi che perfino il vostro respiro sia una metafora. Per non parlare del resto.

19 luglio, 2007. Chi vi distrae più, chi vi sottrae più alla rotta stabilita. "Quindici uomini sulla cassa del morto, ed un barile di rum!" Poi, una risata. Poi, il momento in cui guardate le stelle, illanguiditi dalle bevute e dai cori, che sono riusciti bene, sono riusciti bene. Poi il sonno ringhiante tra le braccia di quelle che chiamate "sartine", che, mi spiegava qualcuno, sono le puttane di bordo. Al mattino, nel ruvido mattino, lucidi come se qualcuno vi avesse sgridato, ecco che controllate la rotta, stabilite i turni, appiattite l'uniforme con le mani quando passa il comandante. Nel pomeriggio, già riprendono a pungervi quelle vostre pulci, e le grattate, con più soddisfazione se le macchine hanno marciato a puntino e se gli ufficiali sono contenti di voi. A cena, il vociare è insopportabile. Se vi sentiste, il rumore che fate. I punzoni delle paratie, i bordi unti dei tavoli, i pasti decisi da altri, ciò su cui i vostri occhi sono fissi tutto il giorno, sfumano e si annebbiano di nuovo. "Quindici uomini..."

Mari e balene e sirene, sono disoccupati.

13 luglio, 2007. Davvero, no comment. E il blog e il sito ritornano in vacanza.

Buone vacanze o buona estate a tutti. Se mi cercate, seguite il ticchettìo dei tasti o dei tacchi. Non qui, ciao. Ma per non lasciarvi a bocca asciutta: re barbaro.

Un tale, lungo e stretto, in vestaglia con gli alamari e babbucce di velluto rosso, entra nella grotta e si ferma a scrutare il re.

“Ehm ehm,” tossicchia.

Il re, seduto di sbieco sul trono, solleva appena la testa. Sta togliendo il calcare dal filtro di un rubinetto, aiutandosi con uno spillo, e soffia forte nei forellini. “Si è per caso smarrito, straniero,” domanda, rivolgendosi al nuovo venuto, “tra il suo letto a baldacchino e il frigobar? Che cosa va cercando, nella reggia di un poderoso re dei barbari impegnato in faccende di guerra?”

Lo sconosciuto piega la testa di lato, quasi considerando con uno sguardo e la reggia, che è una grotta squinternata, e le faccende di guerra, che sono un rubinetto e uno spillo, e soprattutto il re poderoso, con la maglietta con su scritto no comment. Sospira: “Un cane.”

Il re drizza la testa di scatto, si distrae e quasi lascia cadere lo spillo. Anzi, lo lascia cadere del tutto: “A chi dici, “cane”? Per molto meno ho dichiarato guerra alle centurie di… di… di Cesare, mi pare. O era Diocleziano… O…”

“Era Diocleziano,” dice l’uomo oblungo, avanzando pian piano fin nel centro della grotta, una babbuccia dietro l’altra, “e io non offendo te. Cerco il mio cane. L’ho perso, nei dintorni.”

“Eh, beh,” sbuffa il re, ripescando lo spillo dal sedile del trono e rimettendosi a bucherellare il calcare, “io non l’ho visto. Un cane. Che idea, portarsi un cane sul campo di battaglia.”

“A volte è un gatto,” sorride l’allampanato, con un sorriso che dovrebbe significare, alludere, sottolineare, ma che col nostro buon re cade nel vuoto. “E molto spesso vola.”

“Un cane o un gatto, qui non si è visto niente,” alza le spalle il re, “faccia il piacere, appenda una fotografia fuori dall’antro: nel caso, i miei pipistrelli le telefoneranno. Ma se ne vada, e mi lasci lavorare. Lei e il suo gatto che vola. Oh, santa pazienza!”

“Eh sì. Risuona di dolore, questa grotta,” dice l’altro, annuendo e avanzando nella vestaglia rossa, “risuona di sospiri, e di dubbi, e di rabbia.”

“Una passeggiata, non è,” ammette il re. E tace.

Il silenzio prosegue a lungo. Finché: “Ebbene?” Domanda l’azzimato.

“Ebbene, cosa?”

“Ma re, si effonda! La conoscenza, il dubbio, la vita, la morte, gli alambicchi, la condizione umana, le antiche carte, il dolore, l’amore…”

“Bah. Cosa vuole che le dica: bah.”

“Come, bah. Non mi giungono sempre i suoi lamenti? La conoscenza è una barca che nuota contro la corrente del disfacimento.”

Il re alza le spalle: “Sì, sì,” consente, “come crede. Anche se una barca non nuota, e io non l'ho mai detto.”

“E’ un’immagine. E l’amore è un’aberrazione della natura: un animale ingrato.”

“Oh, pover’uomo. Soffre così tanto per il cane?” commisera il re.

“Non io, tu.”

“Ma io non ho un cane. E non mi dia del tu.”

“D’accordo. Lei.”

“Lei? C’è di mezzo una lei?”

“Lei tu.”

“Io, lei? Mi ha preso per una donna?”

“E’ ancora un’immagine. Ma quanto ha sofferto, lei? Lei re, intendo. Cioè tu.”

Il re sospira. “Ah, ah, aspetti. Ho capito. E’ una domanda retorica. Dunque… Sì, ho sofferto.”

“E quindi eccomi, con una proposta che…”

“Aspetti, aspe’… Mi lasci finire. Ho sofferto: ma. C’è un ma. Eccolo. Ma: ho già rinnovato il tagliando.”

“Tagliando?” si stanca lo spilungone, e appoggia le mani sui fianchi, spalancando la vestaglia. Sotto la quale, manco a dirlo, è nudo.

“Il tagliando per parlare di quanto si soffre. Compresa polizza passeggeri e furto. Ti danno anche un portachiavi. Così l’ho rinnovato.”

L’oblungo si gratta un fianco. “Un tagliando per… parlare? La mia compagnia le offre molto, molto di più.”

“Na, na,” nicchia il re, piluccando il rubinetto con l’aiuto dello spillo, “Gli optional sono sempre troppo cari.”

“Io le offro la fine delle sue sofferenze in questa vita.”

“Ha ha ha.”

“Con un periodo di prova senza impegno.”

Il re alza la testa e si punge con lo spillo. ”Ahi. Ecco, mi sono punto. Direi che non cominciamo troppo bene.”

Lo spilungone alza le mani. ”Contro le punture di spillo? Vuole che mi sprechi contro le punture di spillo?”

“Non vorrà mica che mi tagli un dito, per far la prova dolore, eh?”

“E va bene. Punture di spillo.”

“Zanzare, anche. Non sa quante ce ne sono, in questa grotta.”

“Punture di spillo e zanzare. Non vuol far la prova, chessò, con una qualche Margherita?”

“Mah, le dirò…”

“Cosa?”

“L’amore. L’avevo, ed era… beh, non mi fraintenda… pesante.”

“Va bene. Allora il sesso. Sesso, sesso e poi sesso. E niente amore.”

“Alt, stop, fermo. Non è per contraddirla. Ma sa, veda. Io non ho mai avuto problemi per il sesso. Mi tengo lontano da questi nuovi profeti, me ne sto con i pagani, e problemi non ne ho.”

“Allora…”

“Allora, sa cosa?”

“Dica. Dica e io l’esaudisco. Poi firmetta, goccia di sangue, e via.”

“Io voglio vedere.”

Lo spilungone si issa sulla spina dorsale, imbarazzato. “Ah, capisco, le piace guardare. Si può organizzare. Buchi della serratura, attori pagati, oppure gente ignara, singoli, coppie o anche ammucchiate…”

“Ma che!” Il re lancia il rubinetto attraverso la grotta, e quello tintinna sulle stalattiti. “Che guardare! Ho detto: vedere. Come a poker. “Vedo”. Voglio crescere, vedendo. Voglio essere un bambino che vede la sbucciatura già guarita. Voglio leggere prima tutti i capitoli. Voglio vedere i destini, i miei e quelli di tutti. Voglio un navigatore satellitare che mi dice “svolta a destra tra trecento metri, e lascia perdere ingegneria”. Lo capisce? Tutto, voglio vedere. E tutto prima.”

“Ma è…”

“Non possibile, lo so.”

“E’ che non c’è niente da vedere. Si vede nel momento in cui si fa. In una parola, lei sta già vedendo tutto il vedibile.”

“Oh, perché altrimenti non combatterei più le battaglie sbagliate, vero?, e non sposerei più le cause perse, e così manderei a gambe all'aria il mondo intero, che si regge sui miei errori... Ok, balle. Voglio il progetto arrotolato qui sulla scrivania, quello con su scritto “re barbaro”. O sennò, la mia anima, se è quella che va cercando, la può pure scordare.”

“Adaelmo…”

Il re guarda lo straniero. Certo che conosce il suo nome. “Ebbene?”

“E’ più complicato di così, Adaelmo. E’ molto, molto, molto più complicato di così. L’anima… Voi credete davvero che la lotta per la sopravvivenza finisca alla fine del campo in fiore? Alla fine delle api e dei serpenti? Alla fine della biologia? Non avete idea della guerra che c’è di là. Questo è un mondo di pace, in confronto.”

“Quindi…”

“Quindi possiamo fare un po’ di magie, di qua. Qui bastano due toppe e un po’ di colla. Ma di là, dove credete ci sia spazio, aria condizionata, e tavolini puliti coperti di progetti…”

“…”

“…di là non si riesce a mettere mano. Anche con tutta la buona volontà. E’ una giungla, letteralmente una giungla. Allunghi un occhio e te lo sbranano. Leggi non ce ne sono, se non istante per istante. Non esistono case, territori, società, amici. La storia. La storia di là non esiste. Ora dico una cosa di cui nessuno sa niente, per davvero: è la storia che differenzia gli uomini dagli animali. E là, differenze non ce ne sono. E anche gli animali, non sono quel che credete voi. Il tempo, senza la storia, è un abominio senza fine.”

“Beh, allora…” Il re si alza. Si stiracchia e allunga un paio di passi pesanti verso il fondo della grotta. Ha già visto il pezzetto di rubinetto che intende recuperare, lo vede brillare laggiù tra i quarzi umidi e le pozzanghere di fango rosa. “Allora al massimo ci beviamo una birretta, e poi te ne torni da dove sei venuto, giusto?”

Lo spilungone accosta i lembi della vestaglia. “Anche due, di birrette. E se tu avessi una brandina, un lettino… Punture di spillo, non ne sentiresti più, quello prometto.”

Il re si muove, scuotendo la testa: “A me non serve, un cane.”

“Ma non abbaio.”

“Ma proprio non mi serve.”

“Nemmeno faccio pipì.”

“Na.”

“E scodinzolo.”

“Na.”

“Faccio la guardia.”

“Na.”

“Na?”

“Na.”

(di Ida Bozzi. Pubblicato il 6 luglio 2007)   

 

2 luglio, 2007. Non ci si sente per un po'. Primo, perché l'ho promesso, giurato, da bambina che fa una promessa baciando i ditini incrociati.

Secondo, perché ci sono cose che

io

voglio

per

me.

Che ci sono, indubitabilmente.

E che

io

voglio

per

me.

E questo mi tiene lontana. Nonostante la mia enorme disponibilità, la mia ritrosa ma soffice (altri direbbero flaccida) resa, ho sviluppato fin troppo in profondità l'arte dell'elusione, dopo essere stata così a lungo delusa, e dopo aver deluso.

Deludere, sapete (lo sto scrivendo, IO), e anche eludere, e anche illudere, vengono da "ludere", giocare, e sono le cose che fanno i grandi. Ora basta.

Nessun bambino gioca.

 

1 luglio, 2007. Zosima.

Poi si cambia. Ma questa cosa la devo dire, in parte perché mi è stata chiesta.

Zosima.

1 luglio, 2007. Luglio è l'unico mese dell'anno. Il resto del calendario è roba ammucchiata di contorno. Luglio e forse dicembre. Tutto il resto è stato messo lì per far tornare qualche conticino astronomico. Ma sì.

Oppure: luglio è il mese numero sette. La perfezione!

29 giugno, 2007. Oggi un raptus mi ha spinto a comperare tre paia di scarpe. Ciò che desideravo realmente era un quarto paio di scarpe, che non avrei mai avuto il coraggio di indossare e che è rimasto al negozio.

Adesso fate le solite vostre facce di intelligentoni e ditemi che a voi non è mai capitato niente del genere.

Certo, e - mi raccomando - ditemi anche che stiamo parlando di scarpe.

27 giugno, 2007. It's funny! Dunque, Paola ha aperto una discussione intorno a Sette Moderniste, su un forum, e cita brani che io non mi sarei mai sognata di "preferire". Intanto, altri lettori si aggiungono e discutono - e forniscono interpretazioni (giuste, sbagliate, che importa?). In tutto ciò, il mio nome non viene mai fatto. Ed è questo l'elemento più bello, l'elemento ASSOLUTO. Anni che cerco di farvelo capire, ma voi siete arretrati, legati a un concetto psicologico della letteratura. E' quello che si scrive a vivere, non un nome.

Mmm, inutile. Voi lì con le vostre identitine. Interverreste subito, a puntualizzare chissà cosa, immagino.

Pao, sei il lettore che un Dickens avrebbe meritato, che ci fai qui? Con un inchino, grazie. (cioè, anche un Wilkie Collins. Dov'è tutto il mio Wilkie Collins' Lonely Hearts Fan Club? Ah, eccolo)

27 giugno, 2007. Si inaugura la stagione "Trascende ogni mio controllo". Oh, se trascende...

25 giugno, 2007. Questa settimana devo scrivere uno specialone, e devo intervistare un paio di autori. In più, devo concentrarmi su un brano di romanzo noWeb che leggerò in pubblico tra consenzienti. Sembrerà che vi abbandoni, ma invece vi penso sempre, come Achab pensa a Moby Dick, e Moby Dick pensa a Achab. E ve la ricordate tutti? la nave di salvataggio nel finale melvilliano: "in her retracing search after her missing children, only found another orphan".

(Altra citazione che tutti quelli che mi conoscono hanno già sentito, in varie circostanze. Impersonando io la nave, Ismaele, Moby Dick, il Pequod, i naufraghi mai trovati, l'oceano, il signor Melville. A seconda dei giorni)

24 giugno 2007. Io Chiara e Anto, sul bordo della piscina a chiacchierare di "uomini assolutamente", mentre si susseguono i raid orari degli insetti. Farfallone nero con ali a pois, nel primo pomeriggio: perlustra rapido la superficie dell'acqua, più interessato al cadavere di un ragno che all'acqua in sé, finché inciampa e cade. Plush. Io Chiara e Anto ci guardiamo, prendiamo una pinna, e salviamo l'imbecille dall'agonia al cloro. E' farfalloso come noi, ci è simpatico. Canicola piena: una cavalletta con l'aria di saperla lunghissima prende la rincorsa e balza in acqua. Per una simile presunzione non può esserci nessuna pietà. Non annega, resta a fare piegamenti sulla superficie dell'acqua con la convinzione di dare una direzione alla sua vita e alle cose intorno, mentre è il filtro della piscina che guida le correnti: io Chiara e Anto ci spieghiamo con uno sguardo che no, l'insetto verde è troppo lontano da noi, e restiamo a guardarlo mentre infila con senso di supremazia il bocchettone autopulente dal rumore di tritatutto. Alle sette di sera, arrivano insieme i calabroni e le zanzare, in formazione come gli elicotteri di Apocalypse Now in miniatura. Perché io Chiara e Anto sorridiamo? Rondini. Quella è l'ora delle rondini: quattro picchiate, e dei calabroni non resta che un ronzìo agonizzzante che si allontana. Una rondine, per salutarci, fa con noi un ultimo tuffo in piscina prima di cena e vola schizzando fino al cielo.

Proprio una bella chiacchierata.

 

23 giugno, 2007. "Lo strano miraggio che raffigura la morte non dovrebbe apparire troppo presto nella cronaca e tuttavia dovrebbe permeare le prime scene amorose. Arduo ma non insormontabile (io posso fare qualsiasi cosa, posso ballare il tango e il tip tap sulle mie fantastiche mani). A proposito, chi muore per primo?

Ada, Van, Ada, Vaniada. Nessuno.

L'eroe e l'eroina dovrebbero essere così vicini l'uno all'altra prima che l'orrore cominci, così organicamente vicini da sovrapporsi, intersecarsi, interstraziarsi, e anche se la fine di Vaniada è descritta nell'epilogo, noi, scrittori e lettori, non dovremmo essere capaci di distinguere (miopi, miopi) chi veramente sopravvive, Dava o Vada, Anda o Vanda." (Nabokov, Ada o ardore)

22 giugno, 2007. (faccenda molto comica: una volta ho scritto qui una cazzata intitolata "al giovane critico", e probabilmente ho dimenticato di dedicarla a Sara G. Io e lei avevamo scambiato alcune battute non proprio gradevoli, e questo ha sancito l'interruzione di molti rapporti e la complicazione di altri. Nonché la mia sfiducia generalizzata. Pazzesco: da allora parecchia gente si è sentita chiamata in causa da quel testo. O forse sono parenti. Adesso, quando mi riferisco a qualcuno, ho la tentazione di scrivere qui nome e cognome. Ma poi decido di no: è interessante vedere la catena di equivoci che ne nasce)

22 giugno, 2007. Oggi il mio pezzo in prima su corriere.it.

22 giugno, 2007. Dove eravamo, con la storia del re barbaro? Ah, sì. I bizantini sembrano sempre cordiali, discendenti di egineti dal sorriso di statua. In realtà, dichiarano guerra con trentadue denti. Dunque, il medioevo sta per avere la meglio sul tardo antico, le sfere del tempo e della storia cìgolano rimettendosi in moto, ecc. ecc., e, come tutti sanno, nei lunghi mille anni del periodo cessa di esistere quella cosa che gli antichi chiamavano "scienza", ovvero la filosofia. Un giorno c'è, il giorno dopo non c'è più. Puf. Svanita. Ed ecco qui il nostro re.

Con il senso del tempo e della storia che gli è proprio, sul ciglio di un vasto campo che resterà incolto fino all'invenzione della Scolastica in una casa di Parigi, il re barbaro, irriconoscibile nella tunica e nei calzari da accademico, sta componendo il suo Trattato. Ha poco tempo: si è svegliato tardi ed è di cattivo umore. E l'ambasciatore dei bizantini lo tormenta, lì accomodato vicino al trono, con continue mozzicature di quei suoi brillanti dentini: "Mio venerato e splendido re dei barbari. Oggi, guerra?"

Il re non fa che sbuffare. "Perché dovrei fare la guerra ai bizantini? Mi stanno simpatici. E adesso, aria; ché vorrei chiudere questo sillogismo."

L'ambasciatore allunga il collo, finge di leggere, sembra deliziato: "Oh, mio caro, è meraviglioso."

Il re gli crede, offre la tavoletta: "Sì? Vedi progressi?"

L'ambasciatore lascia che la crosta d'argilla penzoli in aria per un po', senza neppure degnarsi d'afferrarla: "Oh, sì, moltissimi progressi, per un barbaro sgraziato e goffo come vostra maestà. Ora, guerra?"

"Ah," si addolora il re, mentre i pipistrelli appesi nella volta della grotta si danno di gomito. "E' vero, sono sgraziato e goffo: ma non si addice a un dotto, la mollezza dell'eleganza."

"Sire, dotti ne abbiamo quanti ne vogliamo, laggiù a casa nostra. E sono tutti elegantissimi. Uno in più, e barbaro per giunta, proprio non ci occorre. Mentre una bella guerra..."

"No."

"L'imperatore sarà contrariato."

"Diceva Epitteto: se vuoi darti a filosofare, devi abituarti alle sopracciglia aggrottate della gente..."

"L'imperatore chiamerà la flotta."

"Pff. Vedi mare, qui intorno?"

"Chiamerà Berengario..."

"Berengario nascerà tra seicento-settecento anni."

"O chi per lui... "

"No. Ma insomma, perché volete la guerra?"

L'ambasciatore sospira. Guarda la volta stellata di chirotteri. "Così! A un re barbaro, si fa la guerra. Si trascina il suo corpo dietro i carri bordati d'oro! Si offrono le sue pietre e i suoi gioielli alle divine figlie dell'imperatrice! Si guastano i suoi campi! Che altro potremmo fare, con un re barbaro?"

Il re osserva la tavoletta d'argilla, ma si trattiene. Se piangesse ora, il suo piccolo sillogismo si scioglierebbe in fanghiglia verde, e mille lunghi anni di silenzio inizierebbero un istante prima.

 

18 giugno, 2007. L'esperienza è elastica e si deforma come lo spazio tempo secondo regole precise. Questo luogo modernista si sta incurvando come un telone di gomma sul quale qualcuno abbia deciso di camminare. La necessità di mostrare il "procedimento" è anticlassica, come già ho avuto modo di spiegare più volte. A questo punto, il romanzo è il rapporto tra questa parte "blog" e gli episodi, e tutti noi. Il paradosso dell'infinito che avete studiato a scuola e non avete mai considerato altro che un paradosso - quello della lepre e della tartaruga, secondo il quale è impossibile arrivare dal punto A a un punto B, poiché vi trovate in mezzo ai piedi manciate di infiniti che rendono problematico avanzare perfino da A ad A1, da A1 a A2, ecc. - qui è applicato varie volte in modo sensibile. Non soltanto lo spazio tra un episodio e l'altro si allarga ogni volta in modo esponenziale, ma il tentativo di avvicinare voi con questi post alla mia realtà e viceversa, è di per sé infruttuoso, poiché l'infinità dei punti che separano me da voi, qui, è sempre la stessa, intervento dopo intervento, lettura dopo lettura, passo dopo passo. Tutto ciò che entra qui è solo il racconto di ciò che vi entra, e acquisisce il suo fardello di distanza infinita nel momento stesso in cui appare sulla pagina.

Sui siti letterari invece stanno parlando di mercato, di chi è più bravo di chi, e dei soliti endecasillabi. Correte, leprotti, lasciate qui la tartaruga. Sia detto per inciso, la regola vale per tutti i blog: non ci si può raggiungere semplicemente leggendosi o scrivendosi. L'unico punto di contatto è il medium, e "il medium è il messaggio", come diceva qualcuno. Ma magari di là vi danno qualche omaggino.

17 giugno, 2007. "Chi mi ha reso diverso, mi è stato vicino" (PPPasolini, Teorema)

A viaggiatori da altri mondi. Mancano solo un paio di Italie nelle Italie raccontate da Pasolini. Con il tempo, poi, quelle Italie mancanti sono comunque scomparse dal quadro della realtà: questo Paese, per vari e noti motivi, si è ritrovato figlio di un'Italia "Porcile like", o "Petrolio like" oppure "La ricotta like", ecc., che in italiano si direbbe "Alla "Porcile"", e in francese "A la "Porcile"" e così via, a ognuno la sua. Ma state bene attenti, viaggiatori da altri mondi: con i discorsi che ho sentito in questi giorni, entro breve tempo la colpa la daranno a Pasolini. Quando un pittore ti fa il ritratto, t'arrabbi con la ruga dipinta. Specialmente se tu quella ruga non l'hai ancora sulla pelle, ma l'anatomista, il fisionomista, l'ha già vista negli strati più profondi della tua carne.

E, sia detto una volta per tutte, mi fanno ridere tutti coloro che ripetono "alcune cose di Pasolini sembrano scritte ieri per l'oggi"; idioti, sono anzi scritte oggi per l'oggi, e domani per il domani. A lui consentono, gli stupidini, una straordinaria capacità di analisi del presente, senza consentirgli però una delle caratteristiche essenziali dell'analisi del presente, la capacità e anche la volontà o la necessità di futuro.

Così, o viaggiatori da altri mondi, vedete come noi siamo ridotti: abbiamo alcuni grandi che di tanto in tanto sanno vedere nelle pieghe del tempo, proprio come voi, senza misteriosi poteri sovrannaturali. Ma essi parlano (purtroppo sapendolo bene) a "personaggi" delle loro trame, a figurine agitate, dotate di abnormi organi affabulatori e incastrate in costumi striminziti che impacciano e bizzarramente accelerano i movimenti, come in fotogrammi proiettati a una velocità eccessiva e, perfino nella tragedia dello scorrere del tempo, del tutto comica. Nonostante ogni sforzo di flemma.

15-16 giugno, 2007. Una breve pausa dovuta alla stanchezza. Seguirà: ModeRN, impensierito dall'ingresso del "giallo" nella sua giornata di noncurante investigatore (Pointer Perry). Intanto, l'episodio di Dogma e la nuova storia di Hard Boiled sono qui, da qualche parte.

14 giugno, 2007. "Ero sul sedile dietro, non potevo neanche scendere. Quei due davanti si facevano. Io, vabbeh, mi sono rotta. Ho dovuto aspettare un sacco" (1977, Ricordi - La persona seduta dietro aveva quindici anni). "Tu provi? Io no. Se lo fai tu lo faccio anch'io. No, io no. Allora provo io" (1977, Ricordi - La persona che "ha provato" è morta; ai tempi aveva tredici anni).

Queste sono due testimonianze raccolte dai rari sopravvissuti. Oggi come oggi, se sento uno di questi intellettuali del Nuovo Millennio parlarmi di "rivoluzioni mancate", se ne sento uno che mi dice "voi avevate i sogni e non ce ne avete lasciato uno", oggi m'incazzo. Il microscopico sogno che avevamo a quei tempi, lo abbiamo strappato con i denti, mentre i nostri amici con i denti si stringevano il laccio, e crepavano, anche se quel sogno ce l'avevano anche loro. Qualcuno è sopravvissuto e ne è uscito, pochi ma ci sono. V., per esempio.

Riuscire a diventare adulti.

Questo è il sogno.

Mi spiegate che cazzo me ne può fregare di aver successo, di avere una macchina figa, di avere un mucchio di soldi o no? Riuscire a diventare adulti, che significa sopravvivere a un'esuberanza demografica che ti vuole morto, precario, sballato. Altro che Schopenhauer, bamboline. Altro che Heidegger.

Rivoluzione mancata un cazzo.

13 giugno 2007. "I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked" (che ve lo dico a fare, ma per i più giovani è l'inizio di "Howl" di Ginsberg, e purtroppo si attaglia a più di una generazione, e non c'è niente di romantico, a meno che non sia romantico il prezzo di un ossario a Musocco)

Discussioni sul '77. Io ero una bambina, ma ho sentito l'età degli altri ed eravamo tutti, in senso stretto, bambini. Oggi con la mia amica Rosy, e ieri nell'intervista con Philopat, si parlava però anche di questo. Quanti nostri coetanei sono morti di eroina quando il '77 è finito, nei primi anni Ottanta?

Dedicato a M., a E. che avrebbe la mia età e aveva tredici anni allora, e a D.B. e a tutti gli altri. Per esempio, tutti i ragazzi della piazza, mi diceva Rosy. Non uno o due: tutti morti.

La generazione dei morti.

Ce ne accorgiamo solo ora, contandoci. L'abbiamo sempre saputo, ma abituati allora a considerare gli assenti come "gente che stasera c'ha un altro giro", è come se fossimo rimasti sui nostri muretti, ad aspettare che tornassero. Ma adesso siamo vecchi, i muretti sono diventati da un pezzo palazzi di otto piani o parapetti di fermate d'autobus, e loro non sono tornati.

E G., che fine ha fatto G.? La mia amica G.?

La generazione nata per consumare omogeneizzati è stata prima prodotta e poi decimata. Prima il fertilizzante e poi il diserbante. Ci fu anche un altro fattore. La pubblicità in tv non era più quella del Carosello. Disponeva all'acquisto. I consigli per gli acquisti trasformarono migliaia di ragazzi in acquirenti. Le siringhe invece quelle che capitavano. La E. infatti è morta di Aids. Prima che finissero la scuola, molti di loro; prima che si affacciassero sul mondo del lavoro, gli altri.

I nostri amici sono morti. Noi, vivi.

Mi ricordo che a quell'epoca all'improvviso qualcuno ci mollava, mollava il gruppo, e il gruppo in qualche modo lo lasciava andare. Non ci furono richieste di aiuto, non ci fu nemmeno un sussurro. O noi non lo sentimmo. Eppure sembrava che avessimo tutti le stesse angosce, gli stessi silenzi; sembrava, e invece no. Un giorno loro erano lì a cavalcioni sul muretto, il giorno dopo erano sdraiati con la testa indietro sul sedile della macchina chiusa in fondo allo stradone.

Oggi un ragazzo di vent'anni mi ha chiesto come io vedo i ventenni di oggi, io che c'ero nel '77. Gli ho detto che ero una bambina a quell'epoca. Ma non si può continuare a rimuovere.

 

12 giugno, 2007. Ah. Siccome tutti si autopromuovono, eccomi. Oggi sulle pagine milanesi del Corriere c'è un mio pezzo su due presentazioni di libri. Si parla anche del '77.

12 giugno, 2007. Oggi già si scriverebbe più volentieri la parte della cicala... Ma quello che sta arrivando è l'episodio di ModeRN, no? Quindi dobbiamo tenerci 'sta formica.

11 giugno, 2007. Vengono qui a sfottermi, arrivano fin qui, e io non mi posso muovere perché sono incatenata alle quattro interviste che devo fare, all'assistenza agli anziani e a tutte queste sante missioni che - naturalmente - sono solo egoistiche protezioni borghesi. Non posso nemmeno rispondere a tono. Oppure posso? Non verremo più a prendere voi piccoli, sballati fuori dagli ospedali, voi rockstar di mammà dentro i labirinti tossici in cui vi siete liberati sapendo che le noiose mani dei vostri adulti amici vi avrebbero risparmiato come potevano la fine peggiore, non governeremo più nonni e genitori in vostra assenza, non rimedieremo più alle vostre notti insonni con la tisanina calda e la coperta sulle vostre camicie di seta sbrindellate dall'ultima rissa. Il tempo che ci è costato. Mentre voi diventavate miti per chicchessia, giravate il mondo (e poi bisognava venirvi a prendere in prigione a Malindi voi in lacrime e noi litigando per voi con tutti i nostri), aprivate case discografiche di successo e facevate caterve di figli con sconosciute. Ormai siete cresciuti. Che bisogno avete più di noi? Ci lanciate le chiavi perché parcheggiamo le vostre macchine, e se vi mandiamo a cagare siamo degli invidiosi, dei falliti o dei pigri.

La stanchezza, l'esaurimento, non sapete cosa sono. Non li avete mai patiti. Li avete fatti patire agli altri, ma con la memoria debole che gli acidi vi hanno lasciato, non ve ne ricordate. Abbiamo egoisticamente protetto borghesi profondi come voi, perché ci faceva troppo male venire a piangere sulle vostre tombe qualora non l'avessimo fatto. Ma forse, se avessimo accettato di asciugarci le lacrime davanti al vostro marmo, leggendo per l'ultima volta quelle date di nascita e di morte così ravvicinate e ingiuste, avremmo ancora vent'anni.

Ai ventenni di tutto il mondo, posso dire una sola cosa: buttate nel cesso o la vostra vita, o l'amico tanto fuori e tanto genio che vi chiede sempre aiuto e poi non lo dà mai. Entrambi, in ogni caso, vi tratteranno a pesci in faccia, ma che sia la vostra vita a farlo fa un po' meno male, no?

10 giugno, 2007. Visto che sto pensando ai soliti merovingi e all'anno "di lavorazione" della mia storia, e nella vita quasi tutto mi infuria (nessuno dei miei amici è chi dice di essere, e io non ho voglia di indagare), mi distraggo leggendo il solito pokerreport di Stephen Elliott, di cui vi linko il sito. E', non discuto, un personaggino. In pagina troverete cose tipo "An oral history of myself", che si atteggia a qualcosa di peggio (leggete la bio...) ma è solo un'autobiografia fatta con le interviste - vere, fittizie - ad amici e parenti, oltre a pubblicità varie autoreferenziali (è il suo sito) e una quantità di link ad autori che - a parte Ames, Auster, Eggers e pochi altri - è difficile aver mai sentito nominare (even if you're from S. Francisco, Ca). Ma sono lì e premono. Se la parola "oral" vi smuove, c'è però un colonnino di link about sex and sexuality, così la piantate di rompere le palle a me.

10 giugno, 2007. No, scusate.

Andare in motorino senza casco è pericoloso ed è quindi vietato.

Fumare è pericoloso ed è quindi regolamentato e limitato. Talvolta vietato.

Drogarsi è pericoloso e quindi è misurato, controllato e/o vietato.

Dicono che sono tutte cose che provocano un sacco di morti, no?

E la famiglia?

No, dico. Genitori che ammazzano figli, figli che ammazzano genitori, mariti e mogli che si squartano, zii e nipoti non ne parliamo, fratelli e sorelle Caino e Abele, per tacere di nonni e suocere, nuore e secondi cugini che manco Hellraiser.

Vietiamola.

Voi mi dite: "Eh, ma non è la famiglia in sé, è come la gente si... cioè il comportamento... insomma la violenza..."

Si può obiettare: "Anche fumare una sigaretta in sè, mica uccide. Però è vietato lo stesso in tutti i luoghi pubblici. E non solleviamola nemmeno, la questione delle droghe, o di guidare il motorino senza casco nei 200 metri dal garage all'edicola."

Io però voglio essere per il rigore assoluto. Vietiamola.

 

9 giugno, 2007. Vivo in questi giorni tra colonne alte ottanta centimetri ciascuna (oltre, tutto comincia a scivolare e a spargersi sul pavimento) di testi miei, documentazione per i vari lavori (tranne che per le Sette Moderniste - non so proprio come mai mi sono messa ad aprire siti Internet), ritagli di giornale, spunti (bleah) che non devo dimenticare, insomma le solite cose che rendono disordinata la vita di una persona che scrive. Oltre al disordine, intendo.

Bene. Mentre tentavo di risistemare i materiali che mi interessano, ieri sera, ho trovato una cartelletta.

Profumata.

L'ho aperta, e non vi dico. Anzi, vi dico.

Tutto era già stato consumato. Lui fumava sul letto, lei si toglieva il trucco con una crema alla rosa, seduta a un tavolino. La lettera di rifiuto di un editore e l'annuncio della selezione per il Teramo.

Mi hanno guardato. "Beh?"

Lei, l'ha detto. Lui stava zitto, sdraiato, con una catenina d'oro che gli respirava sul petto.

Mi sono rivolta alla tipa. "Tu dovresti stare nel materiale deprimente, di là," le ho detto. La lettera ha raddrizzato la spallina della sottoveste. Ha cominciato a battere le ciglia, come se cercasse di elaborare una risposta.

Lui però non le ha lasciato il tempo, e mi ha detto qualcosa. "Perché non ti togli di torno e non chiudi quella cazzo di porta?" Mi ha detto.

"Lei non può stare qui. Non è il suo posto."

"E tu chi cazzo sei?"

"La padrona di casa."

"E allora?"

"Allora..."

Lui si è mezzo sollevato sul letto, la pelle colorata di tatuaggi. "Lo vedi? Allora, niente. Ti sei rifatta gli occhi? Brava. Adesso, infila quella porta e togliti dal..."

Ho richiuso. Ho richiuso la cartelletta. Silenzio. Silenzio per un po'. Ho guardato, così, di sfuggita, tra le pile, i mucchi, i sacchi di appunti, testi, ritagli, racconti respinti, racconti pessimi, genio, lettere, robaccia, manoscritti, fogli, plichi, bum. Che razza di suburbio s'è formato, che specie di città maledetta s'è sviluppata, qui in mezzo? E da quando? Si conoscono tra loro, com'è possibile? Parlano - beh, parlano... diciamo che socializzano. Si muovono. Che giri ha, 'sta gente? Palazzi di "Flatlandia", rifornimenti alla "Microservi", un dio delle formiche...

Poi niente, per il resto della sera abbiamo giocato che io ero Godzilla, e che parecchi di loro finivano nel bidone del riciclo senza protestare.

(Mi piace strozzarvi il finale: non è mica Cime tempestose, bella gente)

8 giugno, 2007. Se ne sono andati? Ditemi, sono andati via?

Ssst. Questo rumore, che cos'è stato?

(un topo - no). No, restiamo zitti ancora per un po'.

Se stiamo zitti, forse. Si stancheranno, e andranno.

Tu, tu e tu, potete rimanere. Ssst.

"Questo sito è chiuso!" L'ho detto forte abbastanza, s'è sentito?

Ma dovete tacere, anche voi. Zitti.

"Anatema!" No, no. L'ho detto a loro. Un momento.

Ancora un momento. Ssst. "Che qualcosa vi mangi!" Ah, ah.

Sempre a loro. Noi troviamo un riparo, intanto. Ssst.

Passate di qua. Giù! Tu alto, stai giù. Ti vedono. Aspetta

- lasciali ridere, si stancano - aspetta! T'han visto.

Ssst. Non importa, giù, giù, lasciali ridere. Ssst.

Ancora un minuto di pazienza. Giù. Se ne vanno.

Ecco! Zitti. Ne resta uno. S'è fermato, insiste. Zitti.

Si guarda intorno. Sssss... Allunga il collo, non vede. Zitti.

Si volta. Ha fatto un passo. Un altro. Lo chiamano.

Ssst. Accende una sigaretta, guarda da questa parte...

Ok, liberi.

 

.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spero che qualcosa vi mangi. Vi saluto fino al 1 settembre 2007. Ciao anche a stalker e "tassisti".

Aria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7 giugno, 2007. Ho aggiunto ai link anche questa pagina di Radio Popolare in cui è segnalato il sito Sette Moderniste. Grazie, ciao.

6 giugno, 2007. Magari, il romanzo noWeb non sarà nantucketiano, ma bigsuriano. Devo ancora scegliere tra coast e coast. Non è del tutto vero, ma lo dico giusto per sollevare un tema. Mentale. Personale. E in mezzo, le immensità Steinbeckiane. Vi sto portando da qualche parte? Sì? No? Vedremo.

5 giugno, 2007. E i poveri venditori di libri devono accontentarsi di prevedere il passato, gli anni Sessanta, il '68, gli anni Settanta, gli anni Ottanta. A me resta solo il futuro, poveri cari. No, riesco ugualmente a elargire un minimo divertimento, anche se non sono esilarante come loro; certo non vi vendo (non vi vendo niente) certo non vi vendo pagine e pagine di dialoghi secchi (pagine e pagine di botta e risposta! grande prosa! come le scenette per i telefonini, ma rilegate e recensite! Caroselli! Che parlano del Carosello! O dopo, o prima, o durante! In costume d'epoca!), ma sèguito a tirare avanti il carrettino in attesa di sconfinati orizzonti di romanzi noWeb nantucketiani. Però, di quei tali che ho già definito più volte "tombaroli", e che incontro così spesso in libreria, dobbiamo fare prima o poi l'apoteosi. Il Tamarrandro (o Viro con l'anellone), e poi il Cotoletta, l'Alopecio Smilzo... Per fortuna, alcuni di loro non definiscono propriamente "libri" i loro libri. Perché pensano al contenuto, umili. Ma noi siamo generosi. Dobbiamo amare questi venditori di oggetti parallelepipedi. Pensate, in qualunque posizione mettiate i loro prodotti, vedrete un rettangolo! Di copertina, di dorso, di taglio! Io trovo che sia un fatto eccezionale (sotto, immagine scientifica). Ma sicuramente, prima o poi scopriremo altri vividi motivi di interesse.

(Several aspects of a parallelepiped. Courtesy: Center for Parallelepiped Science Development)

(Before the parallelepiped. Courtesy: Center for Parallelepiped Science Development)

5 giugno, 2007. Vedevo attraverso la porta di vetro smerigliato i malati che camminavano in quel corridoio. Tutti i bambini che strillavano, i vecchi che tossivano, gli adulti che ridevano al di là di quella porta, erano malati. Tutti i giornalini che loro mi regalavano, i dolci che mi offrivano, le mani che mi porgevano, erano contaminati da una generale, sovrastante malattia. Che nella mia percezione era (ed è) tremendamente contagiosa. Anche i bambini con le irritazioni da pannolino, anche le signore con il raffreddore, anche i tennisti con le borse di ghiaccio sul gomito, erano portatori di un'orrenda tabe. L'aria nello studio di papà non si doveva nemmeno respirare. Arrivando al balcone della sala d'aspetto quasi in apnea, io mi affacciavo, senza alzare le mani sulla ringhiera (contagio!), e guardavo la stessa strada che si vedeva da casa mia, nella prospettiva rivoluzionaria dei moribondi. L'età poi colma le distanze, ma la scrittura sèguita ad accentuarle - si lava sempre le mani. La scrittura è ancora il sopruso della mia parte forte su quella debole, lo sguardo immune, dalla finestra ammalata.

4 giugno, 2007. Nella realtà dei fatti, io non posso consentire a Maus Columbo di impossessarsi di quello che ha trovato scritto nel mio archivio. Sebbene questo sito abbia un suo perché (e con alcune cosette che abbiamo scoperto, più d'uno) Columbo è solo un personaggio. Il racconto su "Il dio delle formiche" è mio, è della fine dei Novanta, è lungo un venti cartelle e non è per niente modernista, e riscriverlo non è un lavoro che adesso mi interessi. Invece torno a Faulkner, che, scusatemi, ha finalmente da comunicarmi la Regola Definitiva: non ci sono regole. Non. Ci (francesismo, haha. Non è un francesismo? Hahahahahaha). Non. Ci. Sono. Regole.

Ah, già, le novità: avete il quinto episodio di Dogma, e la nuova storia di Hard Boiled. Ciao!

3 giugno, 2007. "Il dio delle formiche, dei tizi con la faccia vuota, dei punk invecchiati in agenzie letterarie, dei giovani ripetitivi, apparve in una veste che gli cadeva da una parte. Nell'anticamera dei clientes gliel'avevano tutta stracciata. Al cieco, passando, disse: "E tu, vuoi un miracolo anche tu? Toh, l'ho messo nel sacchetto delle patatine." Il cieco gli rispose che era cieco di propria volontà. Ma il dio delle formiche sapeva tutto, e lo sapeva tutto giusto. Anche Edipo, figurati, vuole vedere. Anche Tiresia, figurati, vuole vedere. Io so tutto, perché sono il dio delle formiche, e mi credo, mi credo un casino." (Maus Columbo, Perché Sofocle cessò di esistere)

2 giugno, 2007. Quinto episodio di Dogma, un altro bel Ritorno, veloce veloce, dedicato all'Olandese. (eh, nessuno di voi è olandese? Come se non lo sapessi. Infatti, non è dedicato a voi)

32 cadifolio, 24.049 p.f. Saluti dalla quarta luna di Vaipor, noi veniamo in pace. Abbiamo trovato un'iscrizione misteriosa, nel protoInternet. Dice "arrivederci al 1° giugno con la storia di Dogma". Forse qualcuno che sa cosa significa passerà di qua, perciò vi lasciamo un cartello transdimensionale. Saluti dalla quarta luna ecc. ecc., noi veniamo ecc. ecc. (dici che servirà? no, e sbrigati che abbiamo altri sei pianeti in questo sistema. Ma non sembrano abitati. Perché, questo? dai, andiamo. Ma si scrive così, Vaipor? E che ne so, andiamo)

29 maggio, 2007. Le spiegazioni si trovano in glossario, la testatina riporta in home page. Non fidatevi di quello che Hard vi racconta di Snow White. Ciascun personaggio mente sapendo di mentire e anche non sapendo di mentire. La sospensione dell'incredulità è una faccenda più complicata di quanto non sembri. E tutti i cretesi mentono. E due uova molto sode (ma questa la sanno in pochi, io e i fratelli Marx, probabilmente). Arrivederci al 1° giugno con la storia di Dogma.

28 maggio 2007. Nuova storia di Hard Boiled nel quinto episodio. La frase più importante nel racconto è: "Più di uno o qualcosa del genere." Ma la capiamo tra noi.

26 maggio, 2007. Un po' stanca. Carri armati su Kiev, foto. Mmm. Cacao o no nel cappuccino? Mmm. Quel ragazzo è in gamba, un giorno glielo devo dire, quando non penserà che glielo sto dicendo perché ormai lo sanno tutti; e così finirà che non glielo dico. Mmm. Il cuore dà un battito a vuoto ogni venti, ormai. Mmm. In un paese piccolo come l'Italia devi cominciare il tuo romanzo dal punto in cui il tale ha finito il suo. Mmm. Anche i soldi, stanno finendo. Mmm.

Improvvisamente, suicidarsi pare una faccenda liscia come l'olio, rispetto al resto.

26 maggio, 2007. Per una volta, prima di mettere online l'episodio di Hard, vi devo anticipare che se c'è qualche dietrologo tra i lettori - e ce ne sono parecchi - andrà nella direzione sbagliata. La faccenda cui l'episodio si riferisce, infatti, non appartiene a ciò che in generale si sa di me e dei motivi (intendo, quelli sentimentali) per cui Sette Moderniste è nato. Diciamo che all'improvviso, come una specie di mostro del bosco, ho sentito l'esigenza di impossessarmi di un personaggio, nella fattispecie di Snow White, per parlare di una cosa che non riguarda né Snow White né le Sette Moderniste in sé. Stranamente, pur con questa deviazione, la storia fila. Per un'insieme di circostanze, sono diverse le vicende personali che si incrociano in questo reality show. Il vero Snow White non si riconoscerà più nelle pagine che sto per pubblicare, dirà "io non sono mai giunto a queste conclusioni, anzi...". Ma poiché la crudeltà di Snow White è consistita anche nel costringermi a immaginare una spiegazione accettabile per il suo comportamento, egli non ha il più piccolo diritto di impicciarsi del mio modo di seguitare a usare l'immaginazione. Il romanzo è mio, e l'idea di sovrapporre ispirazioni diverse (pezzi diversi di vita, inoltre) fa parte dell'esperimento. Post non è più Post, poi torna ad esserlo, nella storia. Fuori dalla storia, nel mondo vero, Snow White per qualche pagina non sarà più lo Snow White che, o in prima persona o con i suoi aiutanti, di tanto in tanto viene qui a controllare che io racconti le cose "come sono andate veramente" (con quale diritto, non si sa). Ma sarà tutto più chiaro con il nuovo episodio: vado a finirlo.

26 maggio, 2007. Ho letto un po' dei vari Bugiardini sui libri, e mi è venuta la nausea. Tutti questi venditori, che spuntano come funghi perché beh, nella galassia questo doveva essere il Pianeta Mercato. E comunque, siamo lontani miliardi di anni luce dalla comprensione del mondo, siamo solo alla gran novità della sua spartizione spacciata per comprensione. Perciò, non ci si sente per un bel pezzo, tendenzialmente mai più. Non ci sono due vite, e si deve scegliere, o si cerca di capire, o si arraffa quel che c'è qualunque cosa sia, dandogli poi nomi di comodo. Il mondo si divide così, cerchiamo di non credere a nient'altro. Baci.

(prima, il post della giornata finiva qui, e nessuno rideva. Poi mi sono ricordata che c'è un libro in cui si parla di uno scrittore sfigato (tal Trout) e di un venditore di macchine pazzo (tal Dwayne), e non mi è venuto in mente per caso, dal momento che è "La colazione dei campioni" di Vonnegut. Le risate. Ricordarsi che c'è sempre qualcuno che s'è nauseato prima, fa bene. Dovrei citare qui l'intero libro. Ma scelgo un pezzo a caso: "Contro le idee parassite, sulla Terra, non c'è immunità". Oppure, un altro pezzo a caso: "La lettera del suo ammiratore gli giunse nel suo seminterrato a Cohoes. Era scritta a mano e Trout concluse che il mittente doveva avere quattordici anni o poco più. Nella lettera si diceva che "Peste a rotelle" era il più grande romanzo scritto in lingua inglese e che Trout avrebbe dovuto essere il presidente degli Stati Uniti. Trout la lesse ad alta voce al suo parrocchetto. "Le cose si mettono bene, Bill," disse, "l'avevo sempre immaginato. Senti un po' qui." E lesse la lettera. La quale non conteneva nessuna indicazione che potesse suggerire che il mittente, che si chiamava Eliot Rosewater, era una persona adulta e favolosamente ricca." (come vedete, ho dovuto anche tradurre di nuovo le parti in neretto: sempre il solito buon lavoro degli editori...)

C'è sempre qualcuno che s'è nauseato prima. Un altro pezzo a caso: "Stattene alla larga dal mio body bag"... sì sì. Leggete il libro, se non l'avete mai fatto, o se anche voi avete frequentato come Dwayne il "corso serale di lettura veloce", tanto per citare ancora a caso. Sì, non ci si sente più per un pezzo. Spartitevi tutto. Ma tutto, perché se lasciate una briciola, quella briciola inspiegata vi ucciderà. E io vedo quanto siete distratti... Baci)

26 maggio, 2007. Ogni tanto è bene fare il punto. Meno spesso di quanto non lo faccia io, ma di frequente. Non serve una pausa caffè per farlo (questo sia detto per i Noncistodentri). Serve un senso del momento.

Che sia un po' diverso, concettualmente, da quel "senso del momento" per cui riuscite a prendere l'ascensore o il metrò mentre le porte si stanno chiudendo.

E' uno zoom indietro non dissimile da quello che vi hanno insegnato a fare su google o nasa earth. Si sale si sale e si percorre tutto il mondo - l'immagine di mondo, zona di filosofi - per vedere che succede. Che fa il tuo vicino. Una tizia dentro una barca a Bangkok. L'ultimo guardiano del turno di notte del parcheggio del supermercato "Tycoon" a Bethesda. Il branco di suricati in centro Africa. Bisogna cercare di vedere tutto. La polvere e la guerra in Afganistan. Una donna e un bambino che muoiono ogni cinque secondi sul pianeta. Il luccichìo del satellite che tramonta dietro l'oceano. Un sacchetto di plastica attaccato a un ramo di sequoia. L'acqua delle cascate del Niagara. Due tizi che si stanno picchiando. Poiché in questo momento nel mondo sta accadendo tutto, non è difficile vedere, immaginandola, la verità. Tutti questi sogni sono come le carte da gioco, che giocate danno solo alcune combinazioni probabilmente false, ma mescolate in un mazzo danno un piccolo piatto di realtà possibile. Le prime volte non succede niente. Nemmeno le seconde volte o le terze. Non è un'attività che fa succedere qualcosa nella vostra vita. Ma con il tempo, o anche subito, o non lo so, i collegamenti arrivano da soli. Forse arrivavano anche prima, forse è per questo che si comincia ad esercitare il proprio senso del momento, perché le immagini e i suoni arrivavano già prima e noi siamo esseri razionali, dobbiamo ordinare, negare l'impossibile e organizzare l'eventuale. In ogni caso il mondo risuona, si materializza, sembra che non veda l'ora di materializzarsi. La più astratta delle attività comincia a non essere più così astratta. Le spie, che vedono ciò che succede, probabilmente conoscono la differenza tra un soggetto che sa di essere guardato e uno che lo ignora. Ma accade di più, e più spesso, nel vostro senso del momento. Le preghiere, che schizzano al cielo senza speranza, a migliaia e migliaia ogni secondo, si stancano di arrivare alla ionosfera e ricadere giù per spalmarsi sull'inspiegabile spleen serale di un gruppo di pescatori in campeggio. Vanno dove qualcuno le ascolta. Migliaia di malattie, perdite, abbandoni, strazi, orrori, picchiano alla porta di sei miliardi di esseri umani e di svariati miliardi (in diminuendo) di animali e vegetali. Non trovano, vanno. Bussano più in là. Non trovano, vanno. Lo stesso check up che state facendo voi nel vostro senso del momento, lo stanno facendo altri: le migliaia di miliardi di pacchetti di informazioni che si muovono in questo istante su Internet sono una goccia nel mare del pacchetto di pensieri, parole, preghiere, grida, risate, richiami che stanno girando sul Pianeta, ora.

Il senso del momento è divino, come l'eterno presente: provate ad ascoltare.

(avvertenza per i lettori delle "Recensioni di persone". Per ora, e finché non avrò affinato la rubrica, le recensioni non sono in alcun modo riferibili a persone che frequentino questo sito. Appartengono a tempi remoti della vita di Maus Columbo. Tu, in particolare, che credi di riconoscerti in qualunque peccatore, somiglierai di più alla nebulosa di una galassia, con la luce delle stelle nuove, quando passerai sotto la mia penna. E non è qui che ti vedrai.

Lasciatemi libera di lavorare, adesso. Ah, e lì sotto c'è una nuova rece di persona, ciao)

25 maggio, 2007. Sabato e domenica, alle ore 20.45, al Mohole c'è "Piccole danze quotidiane", uno studio di Tommaso Urselli. E' un periodo vivace, si gira di continuo.

25 maggio, 2007. "M.F. era biondo, l'ultima volta che l'ho visto. All'inizio, non sembrava un tipo particolare. Serviva a dire: "Eravamo più di dieci alla cena di Maria". Lui era quel "più", prevalentemente. Educato, invisibile se non per le labbra disegnate che piacevano alle ragazze, non aveva interessi originali, abitava con i genitori in un sobborgo anonimo e sembrava destinato a una vita tranquilla. Questo, fino a tre anni fa. L'episodio di tre anni fa però trasforma questa recensione, tutto sommato non positiva (non positiva è una categoria, nelle recensioni di persone), in una segnalazione esaltata: sì, sì, sì. Che cosa accadde, tre anni fa? In realtà, nessuno lo sa di preciso. M.F. prese il telefono e telefonò a tutti: tutti gli amici, tutti i conoscenti, tutte le ragazze, anche alcune ex di cui si diceva fosse ancora vagamente infatuato. E a tutti chiedeva la stessa cosa: "Sei stato tu a rubare nel mio portafoglio? Sei stato tu a introdurti in camera mia e a leggere il mio diario? Sei stato tu a prendere l'agenda dell'anno scorso? Perché hai rigato il mio disco dei Pink Floyd?" Anche a me telefonò, e mi chiese se mi fidavo "di quella mia amica biondina, alta, come si chiama, Manuela", suggerendomi di guardarmi da lei in qualsiasi circostanza, "anche perché forse non sai che registra le telefonate". A lei, telefonò per dirle di guardarsi da me. Era primavera, e fu una delle primavere più strane e vivaci che io ricordi. L'animò lui, confondendo i rapporti tra noi amici al punto che il gruppo gigantesco dei tempi dell'università esplose in una decina di piccole accòlite, dai bordi alquanto frastagliati. Raccontò a Manuela una tale quantità di piccoli tradimenti che alla fine non ci vedemmo più, e a me confidò un tale cumulo di leggerezze, falsità, piccole meschinerie, che evitai di frequentare non solo Manuela, ma tutti i suoi "satelliti" nell'ex gruppo di scuola. Mischiò le carte al punto che due miei amici, due di quegli amici "a parte" che tutti hanno, con i quali frequentavo un Motoclub e prendevo una birra in pace di tanto in tanto, finirono con l'unirsi al frammento del gruppo in cui stava anche Manuela: M.F. li aveva messi in contatto con lei, non so in quale modo né perché, e dall'incontro era nata un'amicizia. Lui, M.F., non si fece più vedere. Non perchè non avesse il coraggio di capitarci tra le mani, no, non credo: temo che il problema fosse camera sua. Non voleva più uscire, per paura che di nuovo noi tutti - la sua conclusione era stata questa: tutti - penetrassimo nel suo spazio segreto e lo sconvolgessimo completamente. I suoi genitori dicono che si è rasato i capelli, veste solo di strani pigiami di iuta biologica, e non parla; lo dicono, e poi scrollano la testa. Ma M.F. deve saperlo: ogni tanto mi fermo in macchina sotto le sue finestre, e spero di vederlo affacciarsi lassù. Mi piacerebbe la sua compagnia." (Maus Columbo, da "Recensioni di persone")

24 maggio, 2007. "Non sa fare un caffè, non sa capire quand'è il momento di tacere, non ha nulla di veramente interessante da dire, ma rimedia stabilendo ogni mattina, prima di aprire il negozio, qual è il fatto di cronaca di cui parlerà per l'intera giornata. Infine non sa mantenere i segreti, e questo per un'ostessa è un peccato quasi mortale. E noi stabiliamo che no, H.T. non ci piace e merita appena questa menzione. Ci piace invece e molto Angelo G., sui quaranta, artista del quartiere, un vecchio mezzo tossico e mezzo pazzo, un fricchettone che non abbiamo mai desiderato conoscere. Finora. Caduti di recente nell'inevitabile rete di un saluto casuale per la strada, non siamo riusciti a scansare una visita al suo atelier, scoprendo, con sorpresa, che il luogo non è popolato da ubriaconi intenti a inguacchiare brutte vedute di stile parigino, ma da un tale, un musicista - violoncello - suo fratello o suo cugino, forse, che prova puntando lo strumento su fogli di arte grafica piuttosto interessante. Il musicista si chiama I.L., e non ci ha rivolto la parola, ma lo includiamo ugualmente in questa recensione quasi entusiastica, per quel suo aspetto di uomo concluso in se stesso, concentrato, intenso: così apprezziamo sia lui sia Angelo, anche se in casa si trova solo da bere - dalle bottiglie, intendiamo - e non v'è nemmeno una parvenza di cucina. Una menzione anche per il terzo recensito della giornata: Palumbo M. Arrivato come insegnante di matematica per i ragazzi del piano di sopra, Palumbo si è subito distinto per due elementi. Sa fare i gradini a tre alla volta, e aiuta la signora Menos a portare le borse della spesa anche se non è un inquilino. Osservandolo meglio, notiamo una certa espressione di bonaria fermezza, oltre alla fretta di correre altrove quando le lezioni sono finite. Deve avere una vita interessante, o almeno, una gran quantità di attività le più disparate e, a giudicare dalla fretta, disseminate per tutta la città. Ed è molto probabile che torneremo a parlare di lui, in futuro." (Maus Columbo, da Recensioni di persone)

 

23 maggio, 2007. Pubblicità o segnalazione, io non so che dirvi, ma nessuno mi paga per questo (né per altro...). Oggi viene presentato un libro storico, "L'occhio del fotografo" di John Szarkowski, a Forma, ore 19, in piazza Tito Lucrezio Caro 1. E' un libro di teoria della fotografia, che raccoglie a mo' di documenti guarda un po' soprattutto foto anonime, di una bellezza rara, oltre a varie foto d'autore. Mi piace e ci tengo a dirlo: tanto per ribadire che anche in campo fotografico c'è chi ha studiato l'arte in sé, "di chiunque fosse", e non in quanto "opera di", e anche quell'arte-di-chiunque (tutt'altro che "art brut") ha fatto l'evoluzione della fotografia, mentre in letteratura il nome ormai conta più dell'opera, e la firma più della parola, e...

22 maggio, 2007. Mentre stavo pensando allo scorso ennesimo innamoramento, mi veniva in mente il solito Dostoevskij, che ne "I Demoni" dice di Varvara Petrovna: "s'era innamorata subito del ritratto, secondo l'uso delle fanciulle dei collegi, che s'innamorano di tutto quel che capita" (Dostoevskij è uno da cui non ci si aspetta un'uscita così "Muriel Spark", no? Che tesoro). Ma sì, sto tergiversando perché non ho voglia di scrivere una scena corale come quella del nuovo episodio di Hard Boiled. Lo so già com'è, roba da giallisti... Va bene, vedrò di sopportare.

22 maggio, 2007. Bravissima Maddalena.

Poi il re barbaro, ancora sanguinante per le moine pericolose dei bizantini - il bellissimo imperatore Arcadio tra tutti - siede a tavola con un gruppo di altri re e imperatori visigoti, sassoni e franchi. C'è chi gli offre la cena, c'è chi lo riaccompagna a casa, un simpatico merovingio discorre con rara piacevolezza di conflitto in teatro e in letteratura. Il re barbaro rientra nella sua grotta, e fatica ad addormentarsi: controlla le armi deposte, rilegge gli editti veritieri, conta gli ambasciatori pipistrelli che dormono indenni appesi alle stalattiti. A notte fonda, quasi incredulo, ordina che gli eserciti si ritirino da quel fronte, e che siano liberati quei confini, e riaperte e riparate quelle strade, e che i viandanti vi siano accolti in pace.

21 maggio, 2007. Lavoro, un'intervista, iniziative di cui vi parleremo più in là, una fattura da pagare (e me ne dimenticherò), l'amica Maddalena Balsamo da andare a vedere al Teatro della cooperativa (lavoro permettendo, e non è facile): insomma non sarà oggi che vedrete il nuovo episodio di Hard. Ma arriva.

O volete che getti qui un argomento di discussione? La letteratura non è mai a priori, prima si fa e poi si discute. Possibilmente: prima si fa, e poi qualcun altro ne discute. Io in questi giorni mi sto occupando di un personaggio nuovo, che mi piace da impazzire. E' importante l'ingresso di un nuovo personaggio nel tuo Gotha personale. Lo metti alla prova con le infinite circostanze della vita, e vedi che si comporta in modo del tutto proprio. Vedi che cambia aspetto, cresce e rimpicciolisce, si muove o si ferma. Lo osservi mentre vive in tua compagnia. Mentre rivolge la parola a un barista. Mentre paga il conto al ristorante. Anche se nella storia non pagherà mai il conto, non camminerà, forse non parlerà nemmeno. Ma sai come si comporterebbe se dovesse farlo. Per questo non sopporto gli autori che affidano la rappresentazione di un personaggio alle lunghe descrizioni, bla, bla, bla. E' sempre la solita questione: il bello stile dello scrittore in primo piano, e poi personaggi che non hanno mai un proprio pensiero del mondo, anche oppositivo, altro, irriducibile, o nascosto, segreto, difficile da avvertire. Conoscete solo individui che vi appaiono trasparenti fin dal primo istante? Io no, nemmeno uno. Ma c'è sempre una falla dalla quale la verità gocciola fuori. O si lascia sospettare. E occorrono giorni e giorni per trovarla, e quando l'avete trovata, occorrono mesi e anche anni per trovarne una trasposizione adatta al vostro romanzo. Non basta "nel suo sguardo, qualcosa di oscuro e malato": siamo tutti bravi a consultare un vocabolario (alcuni scrittori lavorano così, non io), e i vocabolari sono pieni di aggettivi, e gli aggettivi a loro volta nascondono spesso intere scene che invece val la pena di scrivere, di provare; per poi magari buttarle via. Ha uno sguardo malato, il personaggio? Sicuri? Mettetegli una febbre addosso, e osservatelo tra le coperte: la sua malattia gli impedisce di tollerare la luce (vera o metaforica che sia)? è per questo che socchiude gli occhi? quale esitazione gli rimane, dopo la malattia, nel modo di voltarsi, di uscire all'aperto, di ascoltarvi? L'oscurità che avete superficialmente attribuito al suo cuore torbido, non viene forse da qualcosa di più difficile da capire? Forse lui conosce la propria malattia, e l'oscurità è il modo in cui la nasconde. Sentite com'è più interessante: "dietro al suo sguardo, qualcosa di malato". Molti autori lavorano così, e io sono del numero.

Cazzate, eh? Ma cambiate sito, cambiate.

19 maggio, 2007. Nella notte, una fulminazione. Il mio primo romanzo era del genere mollymonologo. Perché diavolo l'ho portato agli editori, invece che a teatro? Stavo leggendo, in "The diviners" di Moody, il lungo incipit sulla Luce. Che ha le solite mille funzioni dell'incipit. Ma, oltre a riassumere il grumo tematico del romanzo, a presentare l'ambientazione, a parlare di tutte le Californie che entreranno nel romanzo, è anche - oltre che concettualmente simile al finale di Lunar Park di Ellis, quello delle ceneri - molto lungo e ripetitivo. E mi dicevo, okay, sospensione della credulità, okay fatto, e adesso? Niente, ancora Luce. Ho pensato che Moody volesse far percepire al lettore il suo bisogno - il nostro bisogno - di raccontare finalmente le storie dall'inizio. E credo che questo sia, dopotutto, l'intento reale di Moody. Ma superato l'intento di Moody, otto capoversi dopo questa considerazione, sono ancora lì a leggere di Luce. E penso: "suvvia, Moody, è teatro, sembra un pezzo di teatro, un... come...". E, beh, il resto ve l'ho già detto.

E' possibile che sabato 19 maggio, alle ore 10.30 circa, a Radio Popolare, nella trasmissione "Sabato libri" di Bruna Miorelli, si parli di Sette Moderniste. Dovrebbe esserci un'intervista a me (con voce che trema, subordinate appese, il peggio del peggio, ecc.). Sui 107.6 per la zona Milano, ma se andate via per il weekend, io (questa volta) non mi offendo in modo irreparabile. Per eventuali nuovi lettori: mah, buongiorno, questo è il "blog delle fissazioni", e nella definizione gli occhi fissi c'entrano forse più dell'ossessione: non è un diario del cuore, ma un'agenda del sito. In zona trovate la seconda parte del nuovo episodio di Post, pubblicato da pochi giorni, ma se volete sapere chi è Post, e tutto il resto, visitate prima il glossario, oppure la bio (ho come la sensazione che sia quello il mio personaggio preferito), e quando non sapete dove siete, cliccate la testatina "Sette Moderniste", che riporta sempre alla home page. Per i lettori vecchi e nuovi: dopo secoli, ho sentito il webmaster del sito, che si domanda com'è possibile che io abbia scritto tutto il blog come su un enorme rotolo: non è friendly (il mago di Oz era un po' arrabbiato, ma poco). Quindi, prima dell'estate il blog verrà preso, diviso e archiviato con tutti i suoi circa seicento interventi, che verranno "titolati" separatamente: finalmente, gli appassionati del "re barbaro", i lettori di "Maus Columbo" (noto scrittore sudamericano inventato) e i fan degli "infelici brevi", troveranno al primo colpo i loro fari nella notte. Comunque, per quell'epoca avremo aperto i commenti (è un anno che lo dico, non date retta). Ciao. Anche addio, ma statemi bene lo stesso.

18 maggio, 2007. Per alcuni anni, ho seguito il lavoro di una persona che sta componendo un saggio sul contemporaneo. E questa persona ha seguito il mio. L'ipotesi di studio tocca àmbiti nei quali ricade per alcuni aspetti anche l'argomento del mio romanzo non web, e così l'incontro è stato fertile. E' meraviglioso discutere, apertamente e vivacemente, occuparsi di capire di più, di migliorare, di scambiarsi suggerimenti sulla bibliografia, di trovare ogni informazione su un elemento in discussione. Non per avere la meglio l'uno sull'altro, ma per vincere sull'argomento, unico avversario di due umani avventurosi che discendono dai cavernicoli scottati e punti dal primo fuoco e dalle prime selci. Il rispetto, l'incoraggiamento e lo stimolo reciproco tra quel critico e questo artista (abbiamo avuto discussioni accese, ma non è questo il punto), due figure che con disprezzo il mondo della cultura istantanea definirebbe rispettivamente "l'accademia" e "il carrozzone", sono luce di una piccolissima speranza, tra molte: che la lettura, intesa come studio (ovvero "attenzione": comprensione, conoscenza, consolazione, divertimento, anche nel senso latino) e non come "interruttore stroncatura/plauso" del robot editoriale, ancora esista.

16 maggio, 2007. Ommioddio, ho finito il romanzo. Naaa, devo mettere insieme tutti i pezzi. Menomale.

Adesso vi dico un segreto.

Cercare una scrittura che ferma, che fa inciampare senza disturbare il sonno dei ninnanannisti, significa selezionare soltanto le parole che non si possono pronunciare altrove. Ma queste parole speciali che non si possono pronunciare altrove, bisogna pur coglierle da qualche parte, e cioè toglierle a tutte le altre cose che si stanno scrivendo. Così, le Sette Moderniste sono state private della libertà di servirsi di alcuni vocaboli (temi, linee, direzioni), che devo custodire gelosamente per l'altro romanzo. Povere Sette Moderniste, trattate come animali da laboratorio. Ecco perché, a volte, suonano un po' monche.

Il problema è che le famose "parole speciali" bisogna toglierle anche dalla vita, e privarsene, e imparare a mai più pronunciarle finché non sarà il momento: vietarsele in pubblico, perfino con gli amici, perfino con gli amanti. E' un altro buon motivo per cui queste si chiamano "Sette" e non "Romanzo".

Questa è, per la prima volta, una cosa che nessuno scrittore vi ha mai detto. Si vive con un segreto, alcune poche parole (temi, immagini, ragionamenti) proprie, da non più pronunciare; e poiché tale segreto è la cosa più importante, è tutto, gli si sacrifica anche il fatto di essere i più brillanti brillantoni della serata, o le splendide donne affascinanti, o quelli che hanno sempre ragione e l'ultima parola, insomma tutto ciò che chi non ha segreti può tentare di essere liberamente (e talvolta comicamente, ma non è questo il punto).

Il "luogo proprio" (Aristotele!) che ci importa di più, l'argomento su cui la nostra mente si esercita di continuo, è anche quello di cui non possiamo parlare. Gli scrittori, grandi o piccoli che siano, appaiono soprattutto come dei grandi assenti, ma sono prigionieri obbligati in quest'assenza, come dei Papageno muti per forza: e questo gli amici e i partner proprio non lo capiscono. Scrivendo, pronunciando un bel giorno finalmente le parole proibite, càpita anche, marginalmente, di fermarsi a ricordare - parola proibita per parola proibita - tutte le zone d'ombra della propria vita, e tutte le persone che ci sono finite dentro.

Egoisti, eh?

Egoisti, chi: noi, o loro?

15 maggio, 2007. La seconda parte del nuovo episodio di Post. Per chi deve ripassare, qui la prima parte. Sempre meno romanzo, e sempre più manifesto dell'altro romanzo, quello nonWeb.

15 maggio, 2007. Oggi, intervento gàrrulo. "Felicità. a-a-a, a-a-a, ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già (tristezza va', a-a-a, a-a-a, una canzone il tuo posto prenderà)". Non poteva cadere più a fagiuolo, cari Vasco, e Battisti, e Sannia. (abbiamo inserito la -d eufonica, ma andava bene anche prima)

Arriva, arriva Post, arriva.

14 maggio, 2007. Tra poco, il nuovo episodio di Post. Qualcuno di voi non mi rivolgerà più la parola, perché c'è un punto scandaloso, che non avrei mai voluto scrivere. Forse non lo noterete nemmeno. Non è sesso, non è splatter. E' peggio. Ho osato mettere un fotogramma di tragedia dentro un romanzo di satira. Può darsi che l'insieme sia faticoso. Vedremo. Siccome il romanzo nonWeb è tutto così, conviene che dimentichiate l'immagine stereotipa che avete di me.

Gli unici che seguiteranno a sproloquiare a vanvera saranno alcuni lettori - non li personalizzeremo più con altri nomi - animati da sperimentalismo o vago desiderio di emulazione, che non si accorgono di essere caduti nell'errore della molestia. La polizia mi ha dato alcuni consigli, tutti da seguire. Se i lettori più volte avvertiti proseguono nel disturbo, poiché sono oltretutto organizzati (come a imitare, è ovvio, la "Setta" che hanno trovato qui, oltre che nella cache del computer) non sarò comunque più io a occuparmene.

13 maggio, 2007. Deragliamento. Di solito accade, quando non c'è nessuno alla guida e i binari sono disseminati di scambi. Tuttavia, supponete che non accada. Supponete che io entri nella cabina di guida di questo treno che sferraglia tranquillo, e che non trovi nessuno. I macchinisti sembrano essersi volatilizzati. Al margine del mio campo visivo, la tendina che sventola sul finestrino pare sottolineare questa clamorosa assenza, suggerendo la possibile via di fuga. Eppure il convoglio, che non è fermo, non sta deragliando. Così, devo scegliere se proseguire il viaggio come un non più qualunque passeggero, preoccupandomi di ogni cigolìo, e in ogni caso consapevole del fatto che il treno potrebbe non fermarsi alla stazione di destinazione, o se improvvisarmi macchinista, con il rischio che certi automatismi, dei quali ignoro la ratio universale, siano del tutto scompaginati. Essere o non essere, zero e uno, non è più il genere di scelta davanti alla quale mi trovo. Nemmeno la fuzzy logic mi aiuta, uno e mezzo, zero e mezzo, no. Ci sono solo io, un treno in corsa, una ventosa cabina di guida, e un miliardo di pulsanti che dio solo sa a cosa servono. E nessun deragliamento. Ma bene! E voi, siete mai entrati nella vostra personale cabina di guida, sul serio, quella in testa al treno, quella oltre la quale c'è il mare profondo che beatamente chiamiamo paesaggio, voi che ridete tanto? No, no. Siete dei deragliatoni, magari, ma in questa situazione forse non vi siete ancora trovati.

12 maggio, 2007. Guarda che è vero, non c'è nessuna perla.

10 maggio, 2007. Vi scrivo da qui, da una metafora che mi ha veramente stancato, la modalità provvisoria. Le icone sono grosse come racchette da ping pong nel Commodore 64, lo schermo ha quei colori anni Novanta nero e verde in cui niente è cliccabile, e io medito di fare ai visitatori annoiati dal mio silenzio quel che si faceva alle astronavine aliene in Space Invaders. Sto fantasticando di tornare al Mac - ma è sempre la stessa, la tastiera Mac? io non sopporto di dover usare il tasto delle maiuscole per digitare un punto. Vado a scrivere sull'altro computer, mentre voi vi occupate di carta alla Fiera di Torino. In arrivo il nuovo episodio di Post, questa sera, se il prompt smette di dirmi "directory not found".

8 maggio, 2007. Sto pensando a un passo del Vangelo. Per la precisione, passeggio con le mani in tasca e penso a una frase del Vangelo, e intanto due tizi si insultano furiosamente scaricando un tavolo da un camion, e un cameriere dà di gomito all'altro perché le due donne sedute ordinano solo un caffè e un'acqua, e una coppia trascina a spasso un ragazzetto con un occhio nero grande così, ecc. ecc.

La frase è Marco 4,24: "Con la stessa misura con cui misurate, sarete misurati". A pensarci (a pensarci bene, veramente bene, ciascuno per proprio conto) decido che sì, sarebbe quanto di meglio.

Per cominciare tolgo le mani di tasca.

7 maggio, 2007. Silenzio... Comunque, è ben vero che devo produrre la seconda parte dell'episodio di Post (qui la prima parte). Sto lavorando a un'intervista, però, quindi occorre aspettare.

4-6 maggio, 2007. Usque tandem?

4 maggio, 2007. Che dire. Stamattina do lezione in Bicocca, due ore, all'alba. Sabato prossimo, si parlerà di Sette Moderniste a "Sabato libri" di Bruna Miorelli su Radiopop, ore 10.30. Sono contenta e ringrazio tutti, davvero.

(qualche ora dopo) Ora devo riflettere. Uno scrittore non cresce per la sua patina brillante, ma per i suoi difetti. Non per le sue abilità, ma per la sua ingenuità. Ehm... Vorreste che vi illustrassi questa mia opinione? Lo farò, certo, ma in questo momento sono reduce da due ore di declamazione caotica e forsennata, ma seguitissima, davanti ai fantastici studenti dell'aula U7 - ciao - e non ho più voce. Detto ciò, nel weekend darò un colpo decisivo al romanzo noweb. Poi parleremo.

3 maggio, 2007, segue. (Anche questa narrazione, é uno sfogo triviale) Ed ecco che, il giorno dopo il silenzio, i lettori s’infuriarono e decisero di smettere di leggere. Per la verità, gli editori tentarono di intervenire, propinando agli scioperanti maionesi, quattro salti e merendine in libreria, ma l’ostinazione della lite permaneva. Da una parte, gli scrittori tenevano per sé tutti gli eroi che sogguardavano il nemico tra le redini del primo capitolo imbizzarrito, e tutte le eroine che sputavano sulle bare marce degli incipit, e tutti i misteriosi sconosciuti che emergevano dai flutti delle prime tre pagine; dall'altra parte, i lettori col muso voltato s’impedivano di mostrare curiosità, anzi vantavano indifferenza, e miglior salute guadagnata, e grande divertimento ottenuto facilmente altrove e con pochissima spesa. Gli scrittori accavallavano le gambe sull’orlo della scrivania, col sigaro stretto in bocche ridanciane, e i lettori provavano i duecento in Ferrari all’ora di punta sullo svincolo. Gli uni baldanzosi, gli altri offesi, gli uni chiusi e taciturni, gli altri attivi e festanti, e viceversa. Una sfida sanguinosa, potete immaginare. Finché i lettori, dimostrando in questo una certa sottile perversione di natura affettiva, decisero di unirsi in una strategia d’attacco. Alcuni di voi, dissero, li leggeremo ugualmente, che lo vogliano o no. E saranno i migliori, i più grandi e gli immortali. Altri no, e resteranno frustrati, isolati, possibilmente cattivi e incattiviti, in una parola muti per forza. Gli scrittori tentarono di obiettare che “muti per forza” erano tre parole e non una, e che la novità non era poi così nuova, e che valanghe di opinioni crollavano ogni giorno sul loro lavoro dalle cime più impensate, l’odio ideologico, il furore egotico, l’inimicizia erotica, ma i lettori tennero duro. E dai e dai, tra gli scrittori, alcuni – i nomi si sono perduti nei decenni – alzarono un ditino sottraendosi al mucchio, e permettete permettete scivolarono fuori dalla musoneria granitica dei rivoltosi, aggiustandosi la giacchetta, rigirandosi il dolcevita mentale, e scuotendo il capino noi ci siamo, noi ci siamo, noi leggete e scriviamo, dissero. Salirono sulla Ferrari, e sparirono nelle nebbie delle paludi di Comacchio a far saltar su i rondoni appisolati e le battone acquattate coi clienti, per l’intera durata delle loro vite.

Gli altri scrittori, com’è ovvio, morirono dimenticati. Ma da chi, ora non ci sovviene.  

3 maggio, 2007. (Questa narrazione contiene una discreta quantità di trivialità, ed è quindi vietata agli animi sensibili, cioè beh in realtà a nessuno di voi) Il sogno segreto degli scrittori è che tutti gli scrittori del mondo, d'improvviso, cessino di scrivere. Ma soprattutto, che tutti cessino d'aver scritto. Che, per lungo tempo, non esistano più i fantasmi presenti, passati e futuri di certi sei miliardi di Ebenezer Scrooge spocchiosi, crassi, perfidi, privi di fantasia, egoisti e pavidi torturatori dei loro simili. Ssst, silenzio. Il sogno segreto degli scrittori è sedersi sulla riva del fiume, o nella tenda vicino alle navi, e veder passare donnette che non possano più dipingersi le labbra con una Bovary o imbellettarsi il naso d'una Moll, perennemente donnette, perennemente puttane e nient'altro, e assassini repellenti che non possano più farsi belli d'uno Smerdjakov o di un Mr. Hyde o di un Bateman, e vigliacchi senza la speranza d'uno Iago, e vagabondi del pensiero che non trovino la rotta in un Gulliver, e sdilinquiti innamorati che si scompongano le cervella senza un Werther, falliti magri senza Malte, obesi tronfi senza Pantagruele, morti scannati senza Cristo, scarti stecchiti e presi a calci in culo senza l'ombra di un Tersite o di un Giobbe a immortalarli.

Che sollievo, che contentezza sarebbe per gli scrittori. E quale disorientamento, quale senso d'insensatezza per tutti i perfidi tutti del civilissimo mondo. Si tornerebbe ai tempi della candela, ai tempi del sonno appena fa buio, che paura avreste! di rimanere soli, di notte, con voi stessi, con il vostro maligno incommensurato piccolo sporco cuore, chi sono io, che mostro sono, chi mangerò, chi mi mangerà. Troppo coccolati, troppo capiti e perdonati, resi illustri dalle carezze, soli! soli dovreste rimanere, a domandarvi con le vostre sole forze chi diavolo vi ha portato qui e qual è il padrone che servite e che torna di notte a sottomettervi...

Ma naturalmente, tutto questo non ha la minima e più piccola e remota possibilità di avverarsi. O no?

1 maggio, 2007. In arrivo, la seconda parte dell'episodio di Post. Che è una metafora; ma disabituati come siete alle metafore, stanziali come siete, dubito... Dubito che... Disabituati come siete alle metafore... Meta... Come siete disabituati, voi, alle metafore? Così: "le Creature di luce sono blogger". "Oh. Ah. Eh, ma non è spiegato". Lo so che vi piacciono le cose lievi. Le parolone sono più lievi di una lieve metafora introvabile. Voi seguite la "lezione americana" di Calvino, perché "si deve". Ma Calvino fu un normalizzatore. Un grande (smorzo con "grande", come uno Schopenhauer, poiché "si deve" saper aver ragione anche quando si dice una cazzata) normalizzatore. Morselli si sparò in parte per colpa sua. Non del tutto, solo in parte. Mezza morte di Morselli fu la logica risposta all'editor dimezzato Calvino. Diciamo che, a livello personale, me ne importa solo per metà. Morselli non era poi. Però metà mi importa. Anzi meta. Greco. Meta, che vuol dire: oltre. Ma voi ignorate le metafore, volutamente: per piantare ombrelloni nell'immenso mare, posto che vi sia un'urgenza di ombrelloni in acqua, e non c'è, vi serve stare ben ancorati al concetto di spiaggia.

27 aprile, 2007. Bicocca, o dovrei dire Base Alfa su Marte. Io e lo Studioso percorriamo i lunghissimi corridoi di linoleum color neon, ascoltando il primo suono umano, quello dei nostri passi. Quando arriviamo nell'ala che dà sui giardini, una finestra si apre sull'altopiano coperto da un cemento di provenienza terrestre: osservo tra le palpebre semichiuse l'aria lucida del pianeta senza ombra, e capannelli di astronauti sorridenti fuori dai vetri stagni, mentre in lontananza vedo partire le navette per la vicina città. Nell'ala che dà sui giardini, le pareti sono bucate in modo ritmico, di tanto in tanto c'è una finestra. E' in quei soli intervalli che arriva fino a noi il suono delle voci, e di splendide risate. Noi camminiamo, ma è solo quando passiamo davanti alle finestre che quelle risate ci attraversano. E' come se tra l'una e l'altra finestra le risate avessero il tempo di riflettere sul modo di contagiarci. E a poco a poco gli intervalli si fanno più brevi, ed è evidente che il contagio si diffonde lungo i corridoi come ossigeno. Le risate attraversano ormai tutta l'atmosfera, il luogo che sembrava inospitale accoglie così, con questo contagio, la nuova arrivata. Da un capo all'altro della Base Alfa, camminando nei lunghi corridoi in cui il linoleum riflette il neon, la nuova atmosfera sostituisce il vecchio ossigeno nei polmoni, e le finestre stagne diventano improvvisamente un'unica superficie di vetro affacciata sull'altopiano coperto di cemento, attraverso la quale le risate scambiano con noi la nuova aria, in perfetta osmosi...

27 aprile, 2007. "Purtroppo, a volte, un'intera vicenda romanzesca dovrebbe occupare al massimo dieci righe nella biografia di un personaggio, in un romanzo di ben altra portata." (i.b.)

Ma si può tradurre.

"Un'esperienza di vita estrema dovrebbe occupare al massimo una stagione nella vita di qualcuno, in un'esistenza di ben altra portata."(i.b.)

 

26 aprile, 2007. Spuntano, senza che nessuna luce giunga dall'esterno, lillà dai morti anche oggi, sapete. Ho deciso di fare silenzio, e di tacitarvi, per il tempo che mi sarà necessario. Una partenza, e la vacanza.

25 aprile, 2007. Devo preparare una lezione per l'università (verbo "tenere", non verbo "seguire", e non ridete). A domani con news.

(Penso che leggerò questo libro nuovo di Bianchini, “Se domani farà bel tempo”; lasciando da parte la storia in sé, ve ne parlerò richiamando la vostra attenzione su un fatto - indipendentemente dal lavoro di Bianchini: i limiti del romanzo di formazione come ritratto di una generazione, ambito, gruppo bla bla ecc. Purtroppo, a volte, un'intera vicenda romanzesca dovrebbe occupare al massimo dieci righe nella biografia di un personaggio, in un romanzo di ben altra portata. Perché tutti questi "romanzi premessa " (n.b.: oggi mi segnalano che il critico Serino ha scritto tempo fa di "autori più che promettenti, premettenti", e io ve lo riferisco: strano, perché molte delle opinioni mie e dell'Esimio divergono, come è meglio accada spesso tra autore e critico), perché? Dove cavolo è il resto del quadro?)

24 aprile, 2007. Io aspiro a una forma letteraria preromanzesca, arcaica e palingenetica insieme, non strutturata secondo i canoni di cui comunque già i postmoderni si sono annoiati, che venga dopo millenni di assenza del racconto sui campi rifioriti sopra sprofondate civiltà. Potrò avere una mia opinione, o devo adeguarmi alle stantìe chiacchiere di qualche lettoruccio innamorato delle parolucce, dei pensierucci, dei lirismucci nascosti dietro tanti finti pigli autorali? Ah già: la metrica, dicono. Il leone usa la metrica, quando sbrana la preda, è notorio. Gettatevi pure in ginocchio, adoranti, davanti alle belle forme vuote, io vi rispondo così: "L'IMPORTANZA di un'opera non si misura sulla capacità di maneggiare signorilmente gli strumenti del mestiere. Tutti sanno che uno scrittore può essere espertissimo, può sciorinare le squisitezze di stile più eleganti eppure non riuscir a combinare un buon libro: ben che vada, farà della bella letteratura, in chiave manieristica e calligrafica."

Questo, lo diceva Spinazzola. Vi suggerisco di capire che uno scrittore compone per prima cosa un percorso di conoscenza, e poi, solo poi, un buon libro. Ma no. Tenetevi pure i vostri libriccini espressivi: tra due anni, o venti, o duecento, quando quelli saranno coperti di rughe, vi stupirete di voi stessi. E di quanto abbiate dato, a così caro prezzo, in cambio di così poco. E allora farete un sogno. Seduti in una poltrona, nell'ora del tramonto, farete un sogno: sognerete chi avete scansato e irriso, sognerete che sia ancora vivo lì, accanto a voi, e non per mostrarvi ridendo un libro con la copertina, o una fila di persone per la firma-copie, no, ma per aprire le mani giunte e offrirvi niente altro che un piccolo orologio, dicendovi "ecco, l'ho aggiustato", e farvi ascoltare un flebile battito, che riconoscerete piangendo. Poi, vi sveglierete. Vi accorgerete che è stato solo un sogno, che tra le mani avete solo i vostri libriccini marci di sfasciume, che i molti orologi alla parete sono fermi, né vi è alcuno tra gli altri potenti seduti nelle poltrone che creda si possano aggiustare, e che intorno a voi sale in silenzio la Notte.

24 aprile, 2007. Eccomi di ritorno. La fulgida presentazione è andata, ci sono stati applausi e non ricordo una parola di quello che ho detto. Non so di che cosa ho parlato. Meglio, suppongo, perché i suoni che sentivo non erano molto intelligenti. Ricordo una mano animata di vita propria. Ricordo una zabetta con i capelli porpora (io, mi hanno sbagliato il riflessante). E' disponibile un filmato che credo riuscirò (riuscirò?) a mettere sul sito, se non è troppo ridicolo...

Ringrazio l'intervistatrice Angela Di Luciano, paziente e bravissima, ringrazio Ludovica Amat per l'invito inaspettato, ringrazio Andrea l'attore che si è prestato al giochino teatrale "Come dice ti guardo un modernista" organizzato in fretta dietro le quinte, e ha letto l'episodio di Ichi, ringrazio tutti coloro che sono venuti a sentirmi, che mi hanno portato i fiori, che hanno fatto sì con la testa nonostante tutto, e ringrazio i tre Settemodernisti presenti, Barbara D'Incecco, Giorgio Bo e Alberto Giuffrè, ringrazio anche qualcuno che non è venuto, anche se è come fosse stato lì, perché ero io al posto suo a pensare "Bozzi, quella sulle autopsie del romanzo te la potevi risparmiare...".

Mi scuso con tutti per il cumulo impressionante di scemenze che devo aver cucito insieme, contenuto solo da qualche goccia di Frontal d'emergenza anti-crisi di panico: ma tanto non capiterà più.

Domani vi faccio raccontare tutto dal re barbaro, solenne e paffuto quasi come Buck Mulligan e me (la parodia di Buck Mulligan, che già è una parodia, sennò non mi permetterei mai). Vi bacio e mi addormento. E domani sistemo anche il nuovo episodio di Post, in cui ho ficcato due descrizioni troppo frettolose. Anzi, penso che riscriverò tutto, con l'attenzione che finora ho riservato alle mie private paranoie. Voglio cominciare sul serio.

23 aprile, 2007. Oggi, presentazione del sito, lunedì 23 aprile, ore 19.30, nell'ambito della "Festa dei libri e delle rose", al Giamaica in via Brera 32 a Milano (siete tutti invitati)...

Ed ecco Il Ritorno, il quinto episodio, con la nuova storia di Post, in cui finalmente si comincia a capire qualcosa, credo (non l'ho riletto, ci saranno errori e ripetizioni, domani lo correggo, ma ho avuto due giorni tosti).

20 aprile, 2007. E invece sì, facciamo proprio questa follia, e facciamo la follia di farla oggi, a tre giorni da lunedì 23 aprile, ore 19.30, quando il sito sarà presentato a Milano, nell'ambito della "Festa dei libri e delle rose", al Giamaica in via Brera 32 (siete tutti invitati).

Ed ecco qui la novità:

Ritiro dal sito il Quarto episodio, che verrà inserito come appunto marginale su un