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- dal 2005 -

 

BLOG - area fissazioni

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)

 

10 agosto, 2007. Il blog si trasferisce nel metablog, dove la fissazione diventa fissità.

9 agosto, 2007.

Però, per essere uno schifo di posto, questo, ne ha creato di immaginario: il Re Barbaro con i suoi Pipistrellini, capitan Barian che ne è l'equivalente subacqueo, Maus Columbo e le sue rondini, Tikli o come si chiama lo scrittore lappone, il muratore della Paice, e altri che non ricordo. "And all our yesterdays have lighted fools/ The way to dusty death" (from Shakie's Macbeth). Ma basta.

Tra un po' sarò via, e non potrò guardare Internet per un pezzo. I tag ammucchiati diventano così confusi che non li leggo. Li capisco poco, tra l'altro, in questi giorni di ansia per la malattia di mio padre.

Così resta solo la tua voce. La conosci, quella.

E che cosa dice?

No, no, scusa, devi abituarti a non dirlo a me. Dillo alle Meduse Molli, che subito ti si attaccano alla chiglia "anch'io, anch'io" e ti mangiano con le loro belle bocchine, ed è forse quello che vuoi. Dillo ai Tamarrandri o ai Noncistodentri, che vogliono solo partecipare alla festa, e non capiscono nemmeno bene le parole che articoli, e quando fanno qualcosa, scimmiottano.

Incessante sgocciolìo.

In una casa vuota.

8 agosto, 2007. Non voi, io. Basta. Mi sono proprio stancata. A che cosa serve, eh? Mi sono posta la domanda, mi sono data la risposta: a niente. Al massimo vengono qui a scherzare, a prendere in giro.

Fine del Luna Park.

 

7 agosto, 2007. Mu-Hat-Ra era un cantastorie molto vecchio, di una antichissima e decaduta famiglia di guerrieri. Pelato, cencioso e magro, aveva un modo di raccontare tutto suo. Allargava la mano sul falò, affinché il palmo bianco diventasse arancione di luce e riflettesse, così voleva la leggenda, le ombre delle cose nascoste, poi si mordeva il labbro inferiore e il labbro superiore, in sequenza, come uno strano animale, scoprendo i denti sparuti e larghi prima di cominciare a parlare. Diceva che in questo modo avrebbe ottenuto la pazienza dei cervi, gli animali sacri agli A-Ta-Nu. La sua storia cominciava con un grido, l'"A-Ta-Nu Ri" dei vecchi tempi, e con un lungo silenzio, durante il quale gli A-Ta-Nu si diceva prendessero posto intorno al fuoco. Poi iniziava il racconto vero e proprio.

Non consentiva a nessuno di interromperlo con domande. Gli altri cantastorie ascoltavano le domande del pubblico e rispondevano con cortesia e affettazione. Mu-Hat-Ra invece diceva di vedere gli A-Ta-Nu alzarsi e andarsene, mentre la storia rimaneva sospesa sopra il fuoco. Non ascoltava le obiezioni di alcuno. Gli altri cantastorie modificavano le leggende e i racconti a seconda dei gusti del pubblico. Mu-Hat-Ra non ammetteva dubbi davanti a sé. Un A-Ta-Nu Rugoso dormiva sulle sue ginocchia ogni notte, rispondeva, per sorvegliare che dicesse sempre la verità. Se gli si chiedeva quale fosse l'aspetto di un A-Ta-Nu, egli sapeva descrivere due generi di creature, alcune simili a cani, altre simili a uomini, ma con la fronte rugosa, simile al cuoio arricciato. La gente credeva più facilmente alle storie convenzionali degli altri cantastorie, e si avvicinava poco volentieri ai misteri di Mu-Hat-Ra. Questo gli aveva dato un carattere difficile. Come era attivo, gentile e condiscendente nelle vicende quotidiane, così davanti al falò rituale diventava ruvidamente indolente, come un pigro animale selvaggio. A volte allontanava a sassate i pochi che si erano radunati intorno ai suoi cenci, e restava a fissare il fuoco in silenzio.

6 agosto, 2007. Prosegue il racconto sulla paura, come avevo promesso. Ah, titolo di lavorazione Abbiamo paura. Dal momento che parla di paura. L'ho già detto?

5 agosto, 2007. Ok, cari, ora torniamo a noi. Nella città deserta (ri-metafora), buona lettura del quinto episodio di ModeRN.

3 agosto, 2007. "Questa donna merita la sua vendetta", da Kill Bill di Tarantino, omaggio al superiore cinema coreano, e ai cicli della vendetta e dei guerrieri, da Old Boy a Lady Vendetta alla saga di Pai Mei.

Il genere mi affascina, voi lo sapete.

Ma per vendicarmi, quasi quasi farei bene a imparare a usare una spada di Hattori Hanso, e non solo per il fatto che il "Bill" di cui avrei voluto occuparmi non ha mai messo piede sul sito (già già, nel 2004 - quando uscì Kill Bill 2, tra l'altro - io avevo in mano il materiale delle Sette Moderniste e non sapevo che farne, e lui accolse la notizia del sito con l'indifferenza che gli era propria. Non so nemmeno se ha capito). No, c'è un'altra questione: voi.

Ogni volta che scrivo una riga qui, per vedere quel che faccio devo scostare le "cortine del carro", composte da un esercito di confusionari al cui confronto gli "88 folli" del film sono tranquilli: stalker, amici degli stalker, presunti stalker, avventurosi elementi di contorno, esperienze letterarie comprese, varie repliche in minore del fatto originario, casi altrui, tizi che si sono messi a frequentare il sito tutti i giorni, nuovi riferimenti, distrazioni, scambi di insulti e di complimenti, vita insomma. E' vero che almeno ci si sente ancora vivi. Cosa che non si è.

Ma certe volte mi tocca ritornare in palla e gridarvi "questa donna merita la sua vendetta", poiché chi legge si comporta come un inconsapevole alleato di Bill. Mi distrae. Mi copre la visuale. Mette in mezzo altre cose.

Per esempio: chi è il deficiente che viene sul sito parlando di "tette della quinta misura"? Best è una donna "successiva", intravista e utilizzata per costruire il personaggio: se vedeste la vera Best, scoprireste che è piallata come una tavola. E' un romanzo, ragazzi. Si fa con quello che si trova lungo la strada.

Ho offeso una tizia con le tette grosse, ed è vostra cugina? Mi spiace: godetevela. Occupo il terreno di gioco di letterati che voi stimate più illustri di me? Questo terreno è infinito, e la porzione che occupo non è il blog gratuito di un server, è un sito di mia proprietà: siete a casa mia, qui, quindi semmai gli invasori siete voi.

La questione è che la storia da raccontare qui è una sola, la mia. Il 4 aprile 2002.

So per certo che nessuno di voi la conosce.

Chissà dove eravate, allora. Quindi andiamo avanti: eccovi il quinto episodio di ModeRN.

Perciò, Adsl, Mac Os o chi diavolo sei (se non sbaglio, conosco un paio di persone che in fotografia stanno dietro un Mac), leggi bene questo post, mettitelo in mente e sii buono. Se hai qualcosa da dirmi, dimmelo direttamente. Domani in ogni caso sparisce.

 

2 agosto, 2007. Come si può nelle mie condizioni, pubblico il quinto episodio di ModeRN.

(tolgo gli insulti rivolti allo stalker, tranne "deiezione non casearia di mucca". Un altro stalker pretende di tradurre in inglese questa pagina, ottenendo il consueto stile Babelfish (Like a Stambecco the car stopped...). Oppure vuol dirmi che pare un'ammmericanata? Lo ignoro. In traduzione, comunque, Sette Moderniste è Modernists' Sects, non Seven Modernists. L'unico lettore americano che posso avere, tra l'altro, è il lettore tipo del sito notanexit, sito cult dedicato a Bret Easton Ellis, sito che mi ha cortesissimamente linkato - e io non l'ho nemmeno detto, ma guarda questi inediti come non sanno gestirsi)

(1 agosto, per forza)

Antonioni, Bergman, sapete già cosa ne penso, no?

Il Novecento ha avuto occhi.

Il Duemila, v e d r e m o.

31 luglio, 2007.

Una lettera del 2005, ripescata nei miei archivi, testimonia la mia ferma ma cortese protesta - firmata, sottolineo firmata - contro l'usanza di omettere le versioni originali dei testi stranieri. L'avevo inviata alla redazione di un allora noto sito dedicato alla letteratura, che non mi rispose. Apparentemente.

In realtà rispose. E cominciò a mentire.

 

30 luglio, 2007. Sotto la sua mano c'era un foglio, liscio, di carta giapponese, bianco e cieco come un tunnel di luce. Lui cominciò a tremare. Guardò la ragazza che aveva di fronte. "Ciccio, cos'hai," gli chiese lei. Lui sgranava gli occhi come se fosse stato sul punto di piangere, ma non riusciva a rispondere. Apriva la bocca come un pesce gatto, con due fili di saliva che sembravano baffi, e stava lì ad annaspare nella pozzanghera bianca. Le costole si sollevavano sotto la maglietta come branchie. "Sembri un pesce," lei non era stupida. Lo guardò a lungo con la freddezza di una madre, come si guarda un bambino consegnato al mondo in forma d'uomo, ben vestito, pulito e già perso. Lo esaminò lentamente, toccandolo: gli toccò il sudore, la fronte gelata, il tremito sulle mani, il respiro sul cuore senza sollievo. Mosse la testa di lato, a decisione presa, e spostò il foglio di carta giapponese. Lo fece sparire, lo sfilò d'imperio dalla sua mano bruna, un fascio di tendini tesi e duri sulla polpa bianca color del riso. Finse di non notare l'impronta cava, oscura, delle dita di lui sul bianco cedevole della carta, e nascose il foglio in un cassetto della scrivania. "Niente," arrivò finalmente la risposta. A cassetto chiuso, lui scosse la testa e battè le ciglia: "Niente, niente, scusa". Lei pure pensò "Niente, niente", e che non gli avrebbe detto, un giorno, "anche la mia pelle è così," liscia e pallida, un foglio di carne, e così fragile che a sfiorarla si arrossava di sangue. Pensò che meritava il tremore di un uomo forte, ma tutto per sé, tutto per sé. Gli sorrise distante.

29 luglio e tre quarti, 2007. E stanotte, nessuna mezzanotte e due minuti?

29 luglio e mezzo, 2007. L'avete capito, che non sono proprio di buon umore. Anzi, sono talmente a pezzi che non riesco a concentrarmi sulla scrittura. La sola cosa che mi distrae, è cercare la risposta al quesito sull'amore. Una volta pensavo, come tutti, in modo molto semplice, che l'amore fosse il solito miscuglio di attrazione, desiderio, affinità, aspirazione e distanza che ci rende pazzi. Ora, e sarà anche il particolare giorno in cui ne parlo, comincio a pensare che l'amore sia soprattutto una proiezione. No, no, non roba psicologica. Niente proiezione di sé nell'altro, fatemi finire. Intendevo un lancio. Pensavo proprio alla proiezione del giavellotto, al tiro con l'arco, a queste immagini che pescano in una radice olimpico-culturale del mio essere occidentale. Un lancio ovunque. Cupido, gli atleti, capite? Cominciamo con questo primo pensiero elementare, di cui qualsiasi psichiatra vi chiarirebbe il contesto clinico. Il lanciare oltre, il proiettare avanti a sé un pezzo di sè e poi correre a prenderlo, tirando una corda, camminando, facendosene ripescare, ma che ne so. Nel futuro. Se hai proiettato la vita in là fosse pure di un solo metro, se hai ipotesi, progetti, speranze, speranze sottintese o il giavellotto avanti a te (passi pure per un'immagine volgare), tu corri in quella direzione, e valuti tutto quello che trovi lungo il percorso con il metro, accecato, falsato finché vuoi, di quell'irresistibile traiettoria.

Ma se non riesci più a lanciare, se, come dentro una sfera cava di cristallo (una caverna, una caverna), sai o supponi che ogni freccia tornerà indietro raggrinzita dall'urto così ravvicinato, non ti consenti di amare. Smetti di farlo, smetti di permettertelo, come se il piccolo percorso che ritieni di poter compiere sotto una qualche schiacciatura infernale (un lutto, una minaccia, un senso di colpa, un tracollo di qualsiasi tipo, reale ma anche immaginario o ansioso) fosse uno strazio eccessivo, un doppio dolore. Il tuo cuore si inscatola. Non lanci. Non credi. Non ami. Dici di no a George Clooney (e devi essere scemo).

Per amare bisogna che, in qualche modo, tu ti senta ancora in gara.

Per qualsiasi impensabile e inconsapevole traguardo.

 

29 luglio, 2007. Un ringraziamento ai lettori che hanno visitato il sito a mezzanotte quasi esatta, forse a mo' di augurio di buon compleanno, forse no, non so. Buon compleanno anche a voi, chiunque siate, in qualunque giorno siate nati. Dal Beowulf:

"Of all kings he was the gentlest and most gracious of men, the kindest to his people and the most desirous of renown".

Suona, non per caso, come il Dickens qui già citato. Usato nella stessa posizione di sottofinale, peraltro.

Un bacio, e grazie.

Di più, da qui, e senza sapere chi siete, non so dirvi.

Vorrei che foste qualcuno in particolare, questo sì. Ma pare che innamorarsi, e della persona sbagliata, sia una cosa di cui vergognarsi, per la quale si può perfino essere presi in giro, umiliati, messi su YouTube o scherniti senza fine dagli stalker. Perciò, se non siete lui (se siete lui, non so cosa dirvi), non districate questo gomitolo, che comincia fili e fili e nodi e grumi sotto la superficie, e non offre a voi capo né coda.

(P.S.: Per correggere qualcosa qui, ho visitato il sito, e la mia visita ha fatto scorrere automaticamente il counter che segna i passaggi, e la visita di mezzanotte è stata cancellata. Si è sciolta nel bianco al di là del web, e non esiste più. E non c'è una poesia che parli di questa evanescenza, di un fare che è distruggere, di un essere che è non essere, ma sovrascrivere sempre su un'esperienza passata, di un aggiungere che è sottrarre. "Tu" comincia, dopo tutto questo tempo, parola dopo parola, a smarrirsi, come il soggetto in una frase troppo lunga)

29 luglio, 2007. "They're such beautiful shirts," she sobbed, her voice muffled in the thick folds, "It makes me sad because I've never seen such - such beautiful shirts before." Adoro F.S.Fitzgerald, almeno per un paio di motivi. Uno è Gatsby. L'altro - ma oggi è il mio compleanno, sono depressa all'inverosimile e non so a che altro mi serva il mio compleanno - è il tipo di coordinazione tra proposizioni che l'autore predilige, ovviamente solo in lingua originale (nella traduzione italiana, scommetterei sugli endecasillabi piani apice sesto, "il solito, grazie").

Consolazioni

magre

E quel che più conta: a differenza delle camicie di Gatsby,

incondivise.

29 luglio, 2007. Una città di gente in attesa, che intanto gioca, legge riviste, parla con il vicino, ama, uccide. Una sala d'attesa di gente di città, con gli affiatamenti dei primi arrivati e i contrasti degli ultimi. L'attesa. I pensieri dell'attesa. Non tutta la vita è attesa, meno che qui, dove l'attesa è tutto. Il tempo: deve passare, ingannarlo. Pochi improvvisano. S'inventa a mente per dopo. Si sogna. Il ricordo è racconto, quasi sempre breve, per via dell'attesa. La confidenza è disapprovata dai più, ma rimuginata a lungo. L'azione è circoscritta: alzarsi poco di frequente, osservare di nascosto, sentire il più piccolo rumore. Se qualcuno si agita, interessarsene in relazione all'ordine d'ingresso. Se qualcuno perde il turno, calpestarlo. Se entra uno nuovo, ridimensionarlo. Se esce uno vecchio, sentirsi sollevati. Cercare di capire qual è il ritmo d'ingresso e di uscita. Occuparsi, con civiltà, delle possibili migliorie all'attesa: macchinetta per l'acqua, per il caffè, più giornali, una presa per il cellulare. Poltrone più comode. Molte poltrone. Poltrone più divertenti. E vestiti più adatti per la prossima volta. Accorciare le maniche. Più gioielli. Più scollature. Meno scollature. Qual è il vestito più comodo per l'attesa nella prossima stagione? Accavallando le gambe, sfiorarsi. Sfiorandosi, guardarsi. Non accettare che caramelle sigillate, qualora siano accettate da altri. Non commettere errori, per assicurarsi che alla fine, se saremo stati accorti, avremo ottenuto un'attesa che stimeremo perfetta.

Buon compleanno, Ida, è tanto che sei qui?

22 luglio, 2007. Resterà la prima versione ancora a lungo, poiché per vari motivi non interverrò più sul sito per qualche giorno. Ho inserito comunque un dialogo tra Max e lei, due battute, e poi vedrò il resto con calma. Ripeto, quindi: per un po' eccovi il raccontino La creazione di Dio, versione brutalmente acerba. Per quel che cambia.

Noi ci ritroviamo intorno al mio compleanno, più o meno, non lo so. Grazie e buone letture.

Una nota curiosa. Nella realtà dei fatti, l'esperimento sul Bosone di Higgs si farà, spero, il più presto possibile. Per ora, la struttura nata per il test è in fase di ultimazione, e l'inizio dell'attività con il grandioso esperimento è stato rimandato ai primi mesi del 2008. Per problemi tecnici. Ma è solo una nota curiosa. Io tifo per Higgs e per tutte le sue particelle.

20 luglio 2007. 21 luglio 2007. Ecco qua. Questa è una prima versione finita ora di getto. Più tardi comincerò a rileggere quello che ho scritto, e modificherò e aggiungerò altre parti. Avete, però, l'ossatura. Io - vi dico quel che so già, e cioè i miei gusti - so già che devo nascondere i meccanismi, ampliare la parte "personale" dei personaggi, devo rallentare, devo mescolare meglio e forse calcare un po' di più la mano sul finale e su dio, e dargli un senso un po' più compiuto. Ma, ripeto, è l'ossatura. Quindi, ecco la prima versione del raccontino La creazione di Dio (anche il titolo, va ripensato).

E' una prima versione, mostri. Appena nata e ancora non lavata.

Se la rileggo adesso

sto male.

Sì, sì, lo so che è piena di difetti. Ah no, sembra così facile? Ho il cervello attorcigliato, per farla sembrare facile. E quando avrò nascosto un paio di meccanismi troppo in vista, semplicissima dovrà apparirvi.

Più fluida. A proposito (ho scritto superconduttori invece che superfluidi, che idiota, vado a correggere, almeno questo!).

 

 

20 lug 2007. Nope. Niente valzer stavolta. Fai la prova.

Ci rivediamo oggi, con link e tutto, miei mammiferi spiaggianti. Verso le 20 potrei cominciare.

19 lug 2007. L'invasione delle Meduse Molli. Ovvero: prima di scrivere, accertatevi che perfino il vostro respiro sia una metafora. Per non parlare del resto.

19 luglio, 2007. Chi vi distrae più, chi vi sottrae più alla rotta stabilita. "Quindici uomini sulla cassa del morto, ed un barile di rum!" Poi, una risata. Poi, il momento in cui guardate le stelle, illanguiditi dalle bevute e dai cori, che sono riusciti bene, sono riusciti bene. Poi il sonno ringhiante tra le braccia di quelle che chiamate "sartine", che, mi spiegava qualcuno, sono le puttane di bordo. Al mattino, nel ruvido mattino, lucidi come se qualcuno vi avesse sgridato, ecco che controllate la rotta, stabilite i turni, appiattite l'uniforme con le mani quando passa il comandante. Nel pomeriggio, già riprendono a pungervi quelle vostre pulci, e le grattate, con più soddisfazione se le macchine hanno marciato a puntino e se gli ufficiali sono contenti di voi. A cena, il vociare è insopportabile. Se vi sentiste, il rumore che fate. I punzoni delle paratie, i bordi unti dei tavoli, i pasti decisi da altri, ciò su cui i vostri occhi sono fissi tutto il giorno, sfumano e si annebbiano di nuovo. "Quindici uomini..."

Mari e balene e sirene, sono disoccupati.

13 luglio, 2007. Davvero, no comment. E il blog e il sito ritornano in vacanza.

Buone vacanze o buona estate a tutti. Se mi cercate, seguite il ticchettìo dei tasti o dei tacchi. Non qui, ciao. Ma per non lasciarvi a bocca asciutta: re barbaro.

Un tale, lungo e stretto, in vestaglia con gli alamari e babbucce di velluto rosso, entra nella grotta e si ferma a scrutare il re.

“Ehm ehm,” tossicchia.

Il re, seduto di sbieco sul trono, solleva appena la testa. Sta togliendo il calcare dal filtro di un rubinetto, aiutandosi con uno spillo, e soffia forte nei forellini. “Si è per caso smarrito, straniero,” domanda, rivolgendosi al nuovo venuto, “tra il suo letto a baldacchino e il frigobar? Che cosa va cercando, nella reggia di un poderoso re dei barbari impegnato in faccende di guerra?”

Lo sconosciuto piega la testa di lato, quasi considerando con uno sguardo e la reggia, che è una grotta squinternata, e le faccende di guerra, che sono un rubinetto e uno spillo, e soprattutto il re poderoso, con la maglietta con su scritto no comment. Sospira: “Un cane.”

Il re drizza la testa di scatto, si distrae e quasi lascia cadere lo spillo. Anzi, lo lascia cadere del tutto: “A chi dici, “cane”? Per molto meno ho dichiarato guerra alle centurie di… di… di Cesare, mi pare. O era Diocleziano… O…”

“Era Diocleziano,” dice l’uomo oblungo, avanzando pian piano fin nel centro della grotta, una babbuccia dietro l’altra, “e io non offendo te. Cerco il mio cane. L’ho perso, nei dintorni.”

“Eh, beh,” sbuffa il re, ripescando lo spillo dal sedile del trono e rimettendosi a bucherellare il calcare, “io non l’ho visto. Un cane. Che idea, portarsi un cane sul campo di battaglia.”

“A volte è un gatto,” sorride l’allampanato, con un sorriso che dovrebbe significare, alludere, sottolineare, ma che col nostro buon re cade nel vuoto. “E molto spesso vola.”

“Un cane o un gatto, qui non si è visto niente,” alza le spalle il re, “faccia il piacere, appenda una fotografia fuori dall’antro: nel caso, i miei pipistrelli le telefoneranno. Ma se ne vada, e mi lasci lavorare. Lei e il suo gatto che vola. Oh, santa pazienza!”

“Eh sì. Risuona di dolore, questa grotta,” dice l’altro, annuendo e avanzando nella vestaglia rossa, “risuona di sospiri, e di dubbi, e di rabbia.”

“Una passeggiata, non è,” ammette il re. E tace.

Il silenzio prosegue a lungo. Finché: “Ebbene?” Domanda l’azzimato.

“Ebbene, cosa?”

“Ma re, si effonda! La conoscenza, il dubbio, la vita, la morte, gli alambicchi, la condizione umana, le antiche carte, il dolore, l’amore…”

“Bah. Cosa vuole che le dica: bah.”

“Come, bah. Non mi giungono sempre i suoi lamenti? La conoscenza è una barca che nuota contro la corrente del disfacimento.”

Il re alza le spalle: “Sì, sì,” consente, “come crede. Anche se una barca non nuota, e io non l'ho mai detto.”

“E’ un’immagine. E l’amore è un’aberrazione della natura: un animale ingrato.”

“Oh, pover’uomo. Soffre così tanto per il cane?” commisera il re.

“Non io, tu.”

“Ma io non ho un cane. E non mi dia del tu.”

“D’accordo. Lei.”

“Lei? C’è di mezzo una lei?”

“Lei tu.”

“Io, lei? Mi ha preso per una donna?”

“E’ ancora un’immagine. Ma quanto ha sofferto, lei? Lei re, intendo. Cioè tu.”

Il re sospira. “Ah, ah, aspetti. Ho capito. E’ una domanda retorica. Dunque… Sì, ho sofferto.”

“E quindi eccomi, con una proposta che…”

“Aspetti, aspe’… Mi lasci finire. Ho sofferto: ma. C’è un ma. Eccolo. Ma: ho già rinnovato il tagliando.”

“Tagliando?” si stanca lo spilungone, e appoggia le mani sui fianchi, spalancando la vestaglia. Sotto la quale, manco a dirlo, è nudo.

“Il tagliando per parlare di quanto si soffre. Compresa polizza passeggeri e furto. Ti danno anche un portachiavi. Così l’ho rinnovato.”

L’oblungo si gratta un fianco. “Un tagliando per… parlare? La mia compagnia le offre molto, molto di più.”

“Na, na,” nicchia il re, piluccando il rubinetto con l’aiuto dello spillo, “Gli optional sono sempre troppo cari.”

“Io le offro la fine delle sue sofferenze in questa vita.”

“Ha ha ha.”

“Con un periodo di prova senza impegno.”

Il re alza la testa e si punge con lo spillo. ”Ahi. Ecco, mi sono punto. Direi che non cominciamo troppo bene.”

Lo spilungone alza le mani. ”Contro le punture di spillo? Vuole che mi sprechi contro le punture di spillo?”

“Non vorrà mica che mi tagli un dito, per far la prova dolore, eh?”

“E va bene. Punture di spillo.”

“Zanzare, anche. Non sa quante ce ne sono, in questa grotta.”

“Punture di spillo e zanzare. Non vuol far la prova, chessò, con una qualche Margherita?”

“Mah, le dirò…”

“Cosa?”

“L’amore. L’avevo, ed era… beh, non mi fraintenda… pesante.”

“Va bene. Allora il sesso. Sesso, sesso e poi sesso. E niente amore.”

“Alt, stop, fermo. Non è per contraddirla. Ma sa, veda. Io non ho mai avuto problemi per il sesso. Mi tengo lontano da questi nuovi profeti, me ne sto con i pagani, e problemi non ne ho.”

“Allora…”

“Allora, sa cosa?”

“Dica. Dica e io l’esaudisco. Poi firmetta, goccia di sangue, e via.”

“Io voglio vedere.”

Lo spilungone si issa sulla spina dorsale, imbarazzato. “Ah, capisco, le piace guardare. Si può organizzare. Buchi della serratura, attori pagati, oppure gente ignara, singoli, coppie o anche ammucchiate…”

“Ma che!” Il re lancia il rubinetto attraverso la grotta, e quello tintinna sulle stalattiti. “Che guardare! Ho detto: vedere. Come a poker. “Vedo”. Voglio crescere, vedendo. Voglio essere un bambino che vede la sbucciatura già guarita. Voglio leggere prima tutti i capitoli. Voglio vedere i destini, i miei e quelli di tutti. Voglio un navigatore satellitare che mi dice “svolta a destra tra trecento metri, e lascia perdere ingegneria”. Lo capisce? Tutto, voglio vedere. E tutto prima.”

“Ma è…”

“Non possibile, lo so.”

“E’ che non c’è niente da vedere. Si vede nel momento in cui si fa. In una parola, lei sta già vedendo tutto il vedibile.”

“Oh, perché altrimenti non combatterei più le battaglie sbagliate, vero?, e non sposerei più le cause perse, e così manderei a gambe all'aria il mondo intero, che si regge sui miei errori... Ok, balle. Voglio il progetto arrotolato qui sulla scrivania, quello con su scritto “re barbaro”. O sennò, la mia anima, se è quella che va cercando, la può pure scordare.”

“Adaelmo…”

Il re guarda lo straniero. Certo che conosce il suo nome. “Ebbene?”

“E’ più complicato di così, Adaelmo. E’ molto, molto, molto più complicato di così. L’anima… Voi credete davvero che la lotta per la sopravvivenza finisca alla fine del campo in fiore? Alla fine delle api e dei serpenti? Alla fine della biologia? Non avete idea della guerra che c’è di là. Questo è un mondo di pace, in confronto.”

“Quindi…”

“Quindi possiamo fare un po’ di magie, di qua. Qui bastano due toppe e un po’ di colla. Ma di là, dove credete ci sia spazio, aria condizionata, e tavolini puliti coperti di progetti…”

“…”

“…di là non si riesce a mettere mano. Anche con tutta la buona volontà. E’ una giungla, letteralmente una giungla. Allunghi un occhio e te lo sbranano. Leggi non ce ne sono, se non istante per istante. Non esistono case, territori, società, amici. La storia. La storia di là non esiste. Ora dico una cosa di cui nessuno sa niente, per davvero: è la storia che differenzia gli uomini dagli animali. E là, differenze non ce ne sono. E anche gli animali, non sono quel che credete voi. Il tempo, senza la storia, è un abominio senza fine.”

“Beh, allora…” Il re si alza. Si stiracchia e allunga un paio di passi pesanti verso il fondo della grotta. Ha già visto il pezzetto di rubinetto che intende recuperare, lo vede brillare laggiù tra i quarzi umidi e le pozzanghere di fango rosa. “Allora al massimo ci beviamo una birretta, e poi te ne torni da dove sei venuto, giusto?”

Lo spilungone accosta i lembi della vestaglia. “Anche due, di birrette. E se tu avessi una brandina, un lettino… Punture di spillo, non ne sentiresti più, quello prometto.”

Il re si muove, scuotendo la testa: “A me non serve, un cane.”

“Ma non abbaio.”

“Ma proprio non mi serve.”

“Nemmeno faccio pipì.”

“Na.”

“E scodinzolo.”

“Na.”

“Faccio la guardia.”

“Na.”

“Na?”

“Na.”

(di Ida Bozzi. Pubblicato il 6 luglio 2007)   

 

2 luglio, 2007. Non ci si sente per un po'. Primo, perché l'ho promesso, giurato, da bambina che fa una promessa baciando i ditini incrociati.

Secondo, perché ci sono cose che

io

voglio

per

me.

Che ci sono, indubitabilmente.

E che

io

voglio

per

me.

E questo mi tiene lontana. Nonostante la mia enorme disponibilità, la mia ritrosa ma soffice (altri direbbero flaccida) resa, ho sviluppato fin troppo in profondità l'arte dell'elusione, dopo essere stata così a lungo delusa, e dopo aver deluso.

Deludere, sapete (lo sto scrivendo, IO), e anche eludere, e anche illudere, vengono da "ludere", giocare, e sono le cose che fanno i grandi. Ora basta.

Nessun bambino gioca.

 

1 luglio, 2007. Zosima.

Poi si cambia. Ma questa cosa la devo dire, in parte perché mi è stata chiesta.

Zosima.

1 luglio, 2007. Luglio è l'unico mese dell'anno. Il resto del calendario è roba ammucchiata di contorno. Luglio e forse dicembre. Tutto il resto è stato messo lì per far tornare qualche conticino astronomico. Ma sì.

Oppure: luglio è il mese numero sette. La perfezione!

29 giugno, 2007. Oggi un raptus mi ha spinto a comperare tre paia di scarpe. Ciò che desideravo realmente era un quarto paio di scarpe, che non avrei mai avuto il coraggio di indossare e che è rimasto al negozio.

Adesso fate le solite vostre facce di intelligentoni e ditemi che a voi non è mai capitato niente del genere.

Certo, e - mi raccomando - ditemi anche che stiamo parlando di scarpe.

27 giugno, 2007. It's funny! Dunque, Paola ha aperto una discussione intorno a Sette Moderniste, su un forum, e cita brani che io non mi sarei mai sognata di "preferire". Intanto, altri lettori si aggiungono e discutono - e forniscono interpretazioni (giuste, sbagliate, che importa?). In tutto ciò, il mio nome non viene mai fatto. Ed è questo l'elemento più bello, l'elemento ASSOLUTO. Anni che cerco di farvelo capire, ma voi siete arretrati, legati a un concetto psicologico della letteratura. E' quello che si scrive a vivere, non un nome.

Mmm, inutile. Voi lì con le vostre identitine. Interverreste subito, a puntualizzare chissà cosa, immagino.

Pao, sei il lettore che un Dickens avrebbe meritato, che ci fai qui? Con un inchino, grazie. (cioè, anche un Wilkie Collins. Dov'è tutto il mio Wilkie Collins' Lonely Hearts Fan Club? Ah, eccolo)

27 giugno, 2007. Si inaugura la stagione "Trascende ogni mio controllo". Oh, se trascende...

25 giugno, 2007. Questa settimana devo scrivere uno specialone, e devo intervistare un paio di autori. In più, devo concentrarmi su un brano di romanzo noWeb che leggerò in pubblico tra consenzienti. Sembrerà che vi abbandoni, ma invece vi penso sempre, come Achab pensa a Moby Dick, e Moby Dick pensa a Achab. E ve la ricordate tutti? la nave di salvataggio nel finale melvilliano: "in her retracing search after her missing children, only found another orphan".

(Altra citazione che tutti quelli che mi conoscono hanno già sentito, in varie circostanze. Impersonando io la nave, Ismaele, Moby Dick, il Pequod, i naufraghi mai trovati, l'oceano, il signor Melville. A seconda dei giorni)

24 giugno 2007. Io Chiara e Anto, sul bordo della piscina a chiacchierare di "uomini assolutamente", mentre si susseguono i raid orari degli insetti. Farfallone nero con ali a pois, nel primo pomeriggio: perlustra rapido la superficie dell'acqua, più interessato al cadavere di un ragno che all'acqua in sé, finché inciampa e cade. Plush. Io Chiara e Anto ci guardiamo, prendiamo una pinna, e salviamo l'imbecille dall'agonia al cloro. E' farfalloso come noi, ci è simpatico. Canicola piena: una cavalletta con l'aria di saperla lunghissima prende la rincorsa e balza in acqua. Per una simile presunzione non può esserci nessuna pietà. Non annega, resta a fare piegamenti sulla superficie dell'acqua con la convinzione di dare una direzione alla sua vita e alle cose intorno, mentre è il filtro della piscina che guida le correnti: io Chiara e Anto ci spieghiamo con uno sguardo che no, l'insetto verde è troppo lontano da noi, e restiamo a guardarlo mentre infila con senso di supremazia il bocchettone autopulente dal rumore di tritatutto. Alle sette di sera, arrivano insieme i calabroni e le zanzare, in formazione come gli elicotteri di Apocalypse Now in miniatura. Perché io Chiara e Anto sorridiamo? Rondini. Quella è l'ora delle rondini: quattro picchiate, e dei calabroni non resta che un ronzìo agonizzzante che si allontana. Una rondine, per salutarci, fa con noi un ultimo tuffo in piscina prima di cena e vola schizzando fino al cielo.

Proprio una bella chiacchierata.

 

23 giugno, 2007. "Lo strano miraggio che raffigura la morte non dovrebbe apparire troppo presto nella cronaca e tuttavia dovrebbe permeare le prime scene amorose. Arduo ma non insormontabile (io posso fare qualsiasi cosa, posso ballare il tango e il tip tap sulle mie fantastiche mani). A proposito, chi muore per primo?

Ada, Van, Ada, Vaniada. Nessuno.

L'eroe e l'eroina dovrebbero essere così vicini l'uno all'altra prima che l'orrore cominci, così organicamente vicini da sovrapporsi, intersecarsi, interstraziarsi, e anche se la fine di Vaniada è descritta nell'epilogo, noi, scrittori e lettori, non dovremmo essere capaci di distinguere (miopi, miopi) chi veramente sopravvive, Dava o Vada, Anda o Vanda." (Nabokov, Ada o ardore)

22 giugno, 2007. (faccenda molto comica: una volta ho scritto qui una cazzata intitolata "al giovane critico", e probabilmente ho dimenticato di dedicarla a Sara G. Io e lei avevamo scambiato alcune battute non proprio gradevoli, e questo ha sancito l'interruzione di molti rapporti e la complicazione di altri. Nonché la mia sfiducia generalizzata. Pazzesco: da allora parecchia gente si è sentita chiamata in causa da quel testo. O forse sono parenti. Adesso, quando mi riferisco a qualcuno, ho la tentazione di scrivere qui nome e cognome. Ma poi decido di no: è interessante vedere la catena di equivoci che ne nasce)

22 giugno, 2007. Oggi il mio pezzo in prima su corriere.it.

22 giugno, 2007. Dove eravamo, con la storia del re barbaro? Ah, sì. I bizantini sembrano sempre cordiali, discendenti di egineti dal sorriso di statua. In realtà, dichiarano guerra con trentadue denti. Dunque, il medioevo sta per avere la meglio sul tardo antico, le sfere del tempo e della storia cìgolano rimettendosi in moto, ecc. ecc., e, come tutti sanno, nei lunghi mille anni del periodo cessa di esistere quella cosa che gli antichi chiamavano "scienza", ovvero la filosofia. Un giorno c'è, il giorno dopo non c'è più. Puf. Svanita. Ed ecco qui il nostro re.

Con il senso del tempo e della storia che gli è proprio, sul ciglio di un vasto campo che resterà incolto fino all'invenzione della Scolastica in una casa di Parigi, il re barbaro, irriconoscibile nella tunica e nei calzari da accademico, sta componendo il suo Trattato. Ha poco tempo: si è svegliato tardi ed è di cattivo umore. E l'ambasciatore dei bizantini lo tormenta, lì accomodato vicino al trono, con continue mozzicature di quei suoi brillanti dentini: "Mio venerato e splendido re dei barbari. Oggi, guerra?"

Il re non fa che sbuffare. "Perché dovrei fare la guerra ai bizantini? Mi stanno simpatici. E adesso, aria; ché vorrei chiudere questo sillogismo."

L'ambasciatore allunga il collo, finge di leggere, sembra deliziato: "Oh, mio caro, è meraviglioso."

Il re gli crede, offre la tavoletta: "Sì? Vedi progressi?"

L'ambasciatore lascia che la crosta d'argilla penzoli in aria per un po', senza neppure degnarsi d'afferrarla: "Oh, sì, moltissimi progressi, per un barbaro sgraziato e goffo come vostra maestà. Ora, guerra?"

"Ah," si addolora il re, mentre i pipistrelli appesi nella volta della grotta si danno di gomito. "E' vero, sono sgraziato e goffo: ma non si addice a un dotto, la mollezza dell'eleganza."

"Sire, dotti ne abbiamo quanti ne vogliamo, laggiù a casa nostra. E sono tutti elegantissimi. Uno in più, e barbaro per giunta, proprio non ci occorre. Mentre una bella guerra..."

"No."

"L'imperatore sarà contrariato."

"Diceva Epitteto: se vuoi darti a filosofare, devi abituarti alle sopracciglia aggrottate della gente..."

"L'imperatore chiamerà la flotta."

"Pff. Vedi mare, qui intorno?"

"Chiamerà Berengario..."

"Berengario nascerà tra seicento-settecento anni."

"O chi per lui... "

"No. Ma insomma, perché volete la guerra?"

L'ambasciatore sospira. Guarda la volta stellata di chirotteri. "Così! A un re barbaro, si fa la guerra. Si trascina il suo corpo dietro i carri bordati d'oro! Si offrono le sue pietre e i suoi gioielli alle divine figlie dell'imperatrice! Si guastano i suoi campi! Che altro potremmo fare, con un re barbaro?"

Il re osserva la tavoletta d'argilla, ma si trattiene. Se piangesse ora, il suo piccolo sillogismo si scioglierebbe in fanghiglia verde, e mille lunghi anni di silenzio inizierebbero un istante prima.

 

18 giugno, 2007. L'esperienza è elastica e si deforma come lo spazio tempo secondo regole precise. Questo luogo modernista si sta incurvando come un telone di gomma sul quale qualcuno abbia deciso di camminare. La necessità di mostrare il "procedimento" è anticlassica, come già ho avuto modo di spiegare più volte. A questo punto, il romanzo è il rapporto tra questa parte "blog" e gli episodi, e tutti noi. Il paradosso dell'infinito che avete studiato a scuola e non avete mai considerato altro che un paradosso - quello della lepre e della tartaruga, secondo il quale è impossibile arrivare dal punto A a un punto B, poiché vi trovate in mezzo ai piedi manciate di infiniti che rendono problematico avanzare perfino da A ad A1, da A1 a A2, ecc. - qui è applicato varie volte in modo sensibile. Non soltanto lo spazio tra un episodio e l'altro si allarga ogni volta in modo esponenziale, ma il tentativo di avvicinare voi con questi post alla mia realtà e viceversa, è di per sé infruttuoso, poiché l'infinità dei punti che separano me da voi, qui, è sempre la stessa, intervento dopo intervento, lettura dopo lettura, passo dopo passo. Tutto ciò che entra qui è solo il racconto di ciò che vi entra, e acquisisce il suo fardello di distanza infinita nel momento stesso in cui appare sulla pagina.

Sui siti letterari invece stanno parlando di mercato, di chi è più bravo di chi, e dei soliti endecasillabi. Correte, leprotti, lasciate qui la tartaruga. Sia detto per inciso, la regola vale per tutti i blog: non ci si può raggiungere semplicemente leggendosi o scrivendosi. L'unico punto di contatto è il medium, e "il medium è il messaggio", come diceva qualcuno. Ma magari di là vi danno qualche omaggino.

17 giugno, 2007. "Chi mi ha reso diverso, mi è stato vicino" (PPPasolini, Teorema)

A viaggiatori da altri mondi. Mancano solo un paio di Italie nelle Italie raccontate da Pasolini. Con il tempo, poi, quelle Italie mancanti sono comunque scomparse dal quadro della realtà: questo Paese, per vari e noti motivi, si è ritrovato figlio di un'Italia "Porcile like", o "Petrolio like" oppure "La ricotta like", ecc., che in italiano si direbbe "Alla "Porcile"", e in francese "A la "Porcile"" e così via, a ognuno la sua. Ma state bene attenti, viaggiatori da altri mondi: con i discorsi che ho sentito in questi giorni, entro breve tempo la colpa la daranno a Pasolini. Quando un pittore ti fa il ritratto, t'arrabbi con la ruga dipinta. Specialmente se tu quella ruga non l'hai ancora sulla pelle, ma l'anatomista, il fisionomista, l'ha già vista negli strati più profondi della tua carne.

E, sia detto una volta per tutte, mi fanno ridere tutti coloro che ripetono "alcune cose di Pasolini sembrano scritte ieri per l'oggi"; idioti, sono anzi scritte oggi per l'oggi, e domani per il domani. A lui consentono, gli stupidini, una straordinaria capacità di analisi del presente, senza consentirgli però una delle caratteristiche essenziali dell'analisi del presente, la capacità e anche la volontà o la necessità di futuro.

Così, o viaggiatori da altri mondi, vedete come noi siamo ridotti: abbiamo alcuni grandi che di tanto in tanto sanno vedere nelle pieghe del tempo, proprio come voi, senza misteriosi poteri sovrannaturali. Ma essi parlano (purtroppo sapendolo bene) a "personaggi" delle loro trame, a figurine agitate, dotate di abnormi organi affabulatori e incastrate in costumi striminziti che impacciano e bizzarramente accelerano i movimenti, come in fotogrammi proiettati a una velocità eccessiva e, perfino nella tragedia dello scorrere del tempo, del tutto comica. Nonostante ogni sforzo di flemma.

15-16 giugno, 2007. Una breve pausa dovuta alla stanchezza. Seguirà: ModeRN, impensierito dall'ingresso del "giallo" nella sua giornata di noncurante investigatore (Pointer Perry). Intanto, l'episodio di Dogma e la nuova storia di Hard Boiled sono qui, da qualche parte.

14 giugno, 2007. "Ero sul sedile dietro, non potevo neanche scendere. Quei due davanti si facevano. Io, vabbeh, mi sono rotta. Ho dovuto aspettare un sacco" (1977, Ricordi - La persona seduta dietro aveva quindici anni). "Tu provi? Io no. Se lo fai tu lo faccio anch'io. No, io no. Allora provo io" (1977, Ricordi - La persona che "ha provato" è morta; ai tempi aveva tredici anni).

Queste sono due testimonianze raccolte dai rari sopravvissuti. Oggi come oggi, se sento uno di questi intellettuali del Nuovo Millennio parlarmi di "rivoluzioni mancate", se ne sento uno che mi dice "voi avevate i sogni e non ce ne avete lasciato uno", oggi m'incazzo. Il microscopico sogno che avevamo a quei tempi, lo abbiamo strappato con i denti, mentre i nostri amici con i denti si stringevano il laccio, e crepavano, anche se quel sogno ce l'avevano anche loro. Qualcuno è sopravvissuto e ne è uscito, pochi ma ci sono. V., per esempio.

Riuscire a diventare adulti.

Questo è il sogno.

Mi spiegate che cazzo me ne può fregare di aver successo, di avere una macchina figa, di avere un mucchio di soldi o no? Riuscire a diventare adulti, che significa sopravvivere a un'esuberanza demografica che ti vuole morto, precario, sballato. Altro che Schopenhauer, bamboline. Altro che Heidegger.

Rivoluzione mancata un cazzo.

13 giugno 2007. "I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked" (che ve lo dico a fare, ma per i più giovani è l'inizio di "Howl" di Ginsberg, e purtroppo si attaglia a più di una generazione, e non c'è niente di romantico, a meno che non sia romantico il prezzo di un ossario a Musocco)

Discussioni sul '77. Io ero una bambina, ma ho sentito l'età degli altri ed eravamo tutti, in senso stretto, bambini. Oggi con la mia amica Rosy, e ieri nell'intervista con Philopat, si parlava però anche di questo. Quanti nostri coetanei sono morti di eroina quando il '77 è finito, nei primi anni Ottanta?

Dedicato a M., a E. che avrebbe la mia età e aveva tredici anni allora, e a D.B. e a tutti gli altri. Per esempio, tutti i ragazzi della piazza, mi diceva Rosy. Non uno o due: tutti morti.

La generazione dei morti.

Ce ne accorgiamo solo ora, contandoci. L'abbiamo sempre saputo, ma abituati allora a considerare gli assenti come "gente che stasera c'ha un altro giro", è come se fossimo rimasti sui nostri muretti, ad aspettare che tornassero. Ma adesso siamo vecchi, i muretti sono diventati da un pezzo palazzi di otto piani o parapetti di fermate d'autobus, e loro non sono tornati.

E G., che fine ha fatto G.? La mia amica G.?

La generazione nata per consumare omogeneizzati è stata prima prodotta e poi decimata. Prima il fertilizzante e poi il diserbante. Ci fu anche un altro fattore. La pubblicità in tv non era più quella del Carosello. Disponeva all'acquisto. I consigli per gli acquisti trasformarono migliaia di ragazzi in acquirenti. Le siringhe invece quelle che capitavano. La E. infatti è morta di Aids. Prima che finissero la scuola, molti di loro; prima che si affacciassero sul mondo del lavoro, gli altri.

I nostri amici sono morti. Noi, vivi.

Mi ricordo che a quell'epoca all'improvviso qualcuno ci mollava, mollava il gruppo, e il gruppo in qualche modo lo lasciava andare. Non ci furono richieste di aiuto, non ci fu nemmeno un sussurro. O noi non lo sentimmo. Eppure sembrava che avessimo tutti le stesse angosce, gli stessi silenzi; sembrava, e invece no. Un giorno loro erano lì a cavalcioni sul muretto, il giorno dopo erano sdraiati con la testa indietro sul sedile della macchina chiusa in fondo allo stradone.

Oggi un ragazzo di vent'anni mi ha chiesto come io vedo i ventenni di oggi, io che c'ero nel '77. Gli ho detto che ero una bambina a quell'epoca. Ma non si può continuare a rimuovere.

 

12 giugno, 2007. Ah. Siccome tutti si autopromuovono, eccomi. Oggi sulle pagine milanesi del Corriere c'è un mio pezzo su due presentazioni di libri. Si parla anche del '77.

12 giugno, 2007. Oggi già si scriverebbe più volentieri la parte della cicala... Ma quello che sta arrivando è l'episodio di ModeRN, no? Quindi dobbiamo tenerci 'sta formica.

11 giugno, 2007. Vengono qui a sfottermi, arrivano fin qui, e io non mi posso muovere perché sono incatenata alle quattro interviste che devo fare, all'assistenza agli anziani e a tutte queste sante missioni che - naturalmente - sono solo egoistiche protezioni borghesi. Non posso nemmeno rispondere a tono. Oppure posso? Non verremo più a prendere voi piccoli, sballati fuori dagli ospedali, voi rockstar di mammà dentro i labirinti tossici in cui vi siete liberati sapendo che le noiose mani dei vostri adulti amici vi avrebbero risparmiato come potevano la fine peggiore, non governeremo più nonni e genitori in vostra assenza, non rimedieremo più alle vostre notti insonni con la tisanina calda e la coperta sulle vostre camicie di seta sbrindellate dall'ultima rissa. Il tempo che ci è costato. Mentre voi diventavate miti per chicchessia, giravate il mondo (e poi bisognava venirvi a prendere in prigione a Malindi voi in lacrime e noi litigando per voi con tutti i nostri), aprivate case discografiche di successo e facevate caterve di figli con sconosciute. Ormai siete cresciuti. Che bisogno avete più di noi? Ci lanciate le chiavi perché parcheggiamo le vostre macchine, e se vi mandiamo a cagare siamo degli invidiosi, dei falliti o dei pigri.

La stanchezza, l'esaurimento, non sapete cosa sono. Non li avete mai patiti. Li avete fatti patire agli altri, ma con la memoria debole che gli acidi vi hanno lasciato, non ve ne ricordate. Abbiamo egoisticamente protetto borghesi profondi come voi, perché ci faceva troppo male venire a piangere sulle vostre tombe qualora non l'avessimo fatto. Ma forse, se avessimo accettato di asciugarci le lacrime davanti al vostro marmo, leggendo per l'ultima volta quelle date di nascita e di morte così ravvicinate e ingiuste, avremmo ancora vent'anni.

Ai ventenni di tutto il mondo, posso dire una sola cosa: buttate nel cesso o la vostra vita, o l'amico tanto fuori e tanto genio che vi chiede sempre aiuto e poi non lo dà mai. Entrambi, in ogni caso, vi tratteranno a pesci in faccia, ma che sia la vostra vita a farlo fa un po' meno male, no?

10 giugno, 2007. Visto che sto pensando ai soliti merovingi e all'anno "di lavorazione" della mia storia, e nella vita quasi tutto mi infuria (nessuno dei miei amici è chi dice di essere, e io non ho voglia di indagare), mi distraggo leggendo il solito pokerreport di Stephen Elliott, di cui vi linko il sito. E', non discuto, un personaggino. In pagina troverete cose tipo "An oral history of myself", che si atteggia a qualcosa di peggio (leggete la bio...) ma è solo un'autobiografia fatta con le interviste - vere, fittizie - ad amici e parenti, oltre a pubblicità varie autoreferenziali (è il suo sito) e una quantità di link ad autori che - a parte Ames, Auster, Eggers e pochi altri - è difficile aver mai sentito nominare (even if you're from S. Francisco, Ca). Ma sono lì e premono. Se la parola "oral" vi smuove, c'è però un colonnino di link about sex and sexuality, così la piantate di rompere le palle a me.

10 giugno, 2007. No, scusate.

Andare in motorino senza casco è pericoloso ed è quindi vietato.

Fumare è pericoloso ed è quindi regolamentato e limitato. Talvolta vietato.

Drogarsi è pericoloso e quindi è misurato, controllato e/o vietato.

Dicono che sono tutte cose che provocano un sacco di morti, no?

E la famiglia?

No, dico. Genitori che ammazzano figli, figli che ammazzano genitori, mariti e mogli che si squartano, zii e nipoti non ne parliamo, fratelli e sorelle Caino e Abele, per tacere di nonni e suocere, nuore e secondi cugini che manco Hellraiser.

Vietiamola.

Voi mi dite: "Eh, ma non è la famiglia in sé, è come la gente si... cioè il comportamento... insomma la violenza..."

Si può obiettare: "Anche fumare una sigaretta in sè, mica uccide. Però è vietato lo stesso in tutti i luoghi pubblici. E non solleviamola nemmeno, la questione delle droghe, o di guidare il motorino senza casco nei 200 metri dal garage all'edicola."

Io però voglio essere per il rigore assoluto. Vietiamola.

 

9 giugno, 2007. Vivo in questi giorni tra colonne alte ottanta centimetri ciascuna (oltre, tutto comincia a scivolare e a spargersi sul pavimento) di testi miei, documentazione per i vari lavori (tranne che per le Sette Moderniste - non so proprio come mai mi sono messa ad aprire siti Internet), ritagli di giornale, spunti (bleah) che non devo dimenticare, insomma le solite cose che rendono disordinata la vita di una persona che scrive. Oltre al disordine, intendo.

Bene. Mentre tentavo di risistemare i materiali che mi interessano, ieri sera, ho trovato una cartelletta.

Profumata.

L'ho aperta, e non vi dico. Anzi, vi dico.

Tutto era già stato consumato. Lui fumava sul letto, lei si toglieva il trucco con una crema alla rosa, seduta a un tavolino. La lettera di rifiuto di un editore e l'annuncio della selezione per il Teramo.

Mi hanno guardato. "Beh?"

Lei, l'ha detto. Lui stava zitto, sdraiato, con una catenina d'oro che gli respirava sul petto.

Mi sono rivolta alla tipa. "Tu dovresti stare nel materiale deprimente, di là," le ho detto. La lettera ha raddrizzato la spallina della sottoveste. Ha cominciato a battere le ciglia, come se cercasse di elaborare una risposta.

Lui però non le ha lasciato il tempo, e mi ha detto qualcosa. "Perché non ti togli di torno e non chiudi quella cazzo di porta?" Mi ha detto.

"Lei non può stare qui. Non è il suo posto."

"E tu chi cazzo sei?"

"La padrona di casa."

"E allora?"

"Allora..."

Lui si è mezzo sollevato sul letto, la pelle colorata di tatuaggi. "Lo vedi? Allora, niente. Ti sei rifatta gli occhi? Brava. Adesso, infila quella porta e togliti dal..."

Ho richiuso. Ho richiuso la cartelletta. Silenzio. Silenzio per un po'. Ho guardato, così, di sfuggita, tra le pile, i mucchi, i sacchi di appunti, testi, ritagli, racconti respinti, racconti pessimi, genio, lettere, robaccia, manoscritti, fogli, plichi, bum. Che razza di suburbio s'è formato, che specie di città maledetta s'è sviluppata, qui in mezzo? E da quando? Si conoscono tra loro, com'è possibile? Parlano - beh, parlano... diciamo che socializzano. Si muovono. Che giri ha, 'sta gente? Palazzi di "Flatlandia", rifornimenti alla "Microservi", un dio delle formiche...

Poi niente, per il resto della sera abbiamo giocato che io ero Godzilla, e che parecchi di loro finivano nel bidone del riciclo senza protestare.

(Mi piace strozzarvi il finale: non è mica Cime tempestose, bella gente)

8 giugno, 2007. Se ne sono andati? Ditemi, sono andati via?

Ssst. Questo rumore, che cos'è stato?

(un topo - no). No, restiamo zitti ancora per un po'.

Se stiamo zitti, forse. Si stancheranno, e andranno.

Tu, tu e tu, potete rimanere. Ssst.

"Questo sito è chiuso!" L'ho detto forte abbastanza, s'è sentito?

Ma dovete tacere, anche voi. Zitti.

"Anatema!" No, no. L'ho detto a loro. Un momento.

Ancora un momento. Ssst. "Che qualcosa vi mangi!" Ah, ah.

Sempre a loro. Noi troviamo un riparo, intanto. Ssst.

Passate di qua. Giù! Tu alto, stai giù. Ti vedono. Aspetta

- lasciali ridere, si stancano - aspetta! T'han visto.

Ssst. Non importa, giù, giù, lasciali ridere. Ssst.

Ancora un minuto di pazienza. Giù. Se ne vanno.

Ecco! Zitti. Ne resta uno. S'è fermato, insiste. Zitti.

Si guarda intorno. Sssss... Allunga il collo, non vede. Zitti.

Si volta. Ha fatto un passo. Un altro. Lo chiamano.

Ssst. Accende una sigaretta, guarda da questa parte...

Ok, liberi.

 

.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spero che qualcosa vi mangi. Vi saluto fino al 1 settembre 2007. Ciao anche a stalker e "tassisti".

Aria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7 giugno, 2007. Ho aggiunto ai link anche questa pagina di Radio Popolare in cui è segnalato il sito Sette Moderniste. Grazie, ciao.

6 giugno, 2007. Magari, il romanzo noWeb non sarà nantucketiano, ma bigsuriano. Devo ancora scegliere tra coast e coast. Non è del tutto vero, ma lo dico giusto per sollevare un tema. Mentale. Personale. E in mezzo, le immensità Steinbeckiane. Vi sto portando da qualche parte? Sì? No? Vedremo.

5 giugno, 2007. E i poveri venditori di libri devono accontentarsi di prevedere il passato, gli anni Sessanta, il '68, gli anni Settanta, gli anni Ottanta. A me resta solo il futuro, poveri cari. No, riesco ugualmente a elargire un minimo divertimento, anche se non sono esilarante come loro; certo non vi vendo (non vi vendo niente) certo non vi vendo pagine e pagine di dialoghi secchi (pagine e pagine di botta e risposta! grande prosa! come le scenette per i telefonini, ma rilegate e recensite! Caroselli! Che parlano del Carosello! O dopo, o prima, o durante! In costume d'epoca!), ma sèguito a tirare avanti il carrettino in attesa di sconfinati orizzonti di romanzi noWeb nantucketiani. Però, di quei tali che ho già definito più volte "tombaroli", e che incontro così spesso in libreria, dobbiamo fare prima o poi l'apoteosi. Il Tamarrandro (o Viro con l'anellone), e poi il Cotoletta, l'Alopecio Smilzo... Per fortuna, alcuni di loro non definiscono propriamente "libri" i loro libri. Perché pensano al contenuto, umili. Ma noi siamo generosi. Dobbiamo amare questi venditori di oggetti parallelepipedi. Pensate, in qualunque posizione mettiate i loro prodotti, vedrete un rettangolo! Di copertina, di dorso, di taglio! Io trovo che sia un fatto eccezionale (sotto, immagine scientifica). Ma sicuramente, prima o poi scopriremo altri vividi motivi di interesse.

(Several aspects of a parallelepiped. Courtesy: Center for Parallelepiped Science Development)

(Before the parallelepiped. Courtesy: Center for Parallelepiped Science Development)

5 giugno, 2007. Vedevo attraverso la porta di vetro smerigliato i malati che camminavano in quel corridoio. Tutti i bambini che strillavano, i vecchi che tossivano, gli adulti che ridevano al di là di quella porta, erano malati. Tutti i giornalini che loro mi regalavano, i dolci che mi offrivano, le mani che mi porgevano, erano contaminati da una generale, sovrastante malattia. Che nella mia percezione era (ed è) tremendamente contagiosa. Anche i bambini con le irritazioni da pannolino, anche le signore con il raffreddore, anche i tennisti con le borse di ghiaccio sul gomito, erano portatori di un'orrenda tabe. L'aria nello studio di papà non si doveva nemmeno respirare. Arrivando al balcone della sala d'aspetto quasi in apnea, io mi affacciavo, senza alzare le mani sulla ringhiera (contagio!), e guardavo la stessa strada che si vedeva da casa mia, nella prospettiva rivoluzionaria dei moribondi. L'età poi colma le distanze, ma la scrittura sèguita ad accentuarle - si lava sempre le mani. La scrittura è ancora il sopruso della mia parte forte su quella debole, lo sguardo immune, dalla finestra ammalata.

4 giugno, 2007. Nella realtà dei fatti, io non posso consentire a Maus Columbo di impossessarsi di quello che ha trovato scritto nel mio archivio. Sebbene questo sito abbia un suo perché (e con alcune cosette che abbiamo scoperto, più d'uno) Columbo è solo un personaggio. Il racconto su "Il dio delle formiche" è mio, è della fine dei Novanta, è lungo un venti cartelle e non è per niente modernista, e riscriverlo non è un lavoro che adesso mi interessi. Invece torno a Faulkner, che, scusatemi, ha finalmente da comunicarmi la Regola Definitiva: non ci sono regole. Non. Ci (francesismo, haha. Non è un francesismo? Hahahahahaha). Non. Ci. Sono. Regole.

Ah, già, le novità: avete il quinto episodio di Dogma, e la nuova storia di Hard Boiled. Ciao!

3 giugno, 2007. "Il dio delle formiche, dei tizi con la faccia vuota, dei punk invecchiati in agenzie letterarie, dei giovani ripetitivi, apparve in una veste che gli cadeva da una parte. Nell'anticamera dei clientes gliel'avevano tutta stracciata. Al cieco, passando, disse: "E tu, vuoi un miracolo anche tu? Toh, l'ho messo nel sacchetto delle patatine." Il cieco gli rispose che era cieco di propria volontà. Ma il dio delle formiche sapeva tutto, e lo sapeva tutto giusto. Anche Edipo, figurati, vuole vedere. Anche Tiresia, figurati, vuole vedere. Io so tutto, perché sono il dio delle formiche, e mi credo, mi credo un casino." (Maus Columbo, Perché Sofocle cessò di esistere)

2 giugno, 2007. Quinto episodio di Dogma, un altro bel Ritorno, veloce veloce, dedicato all'Olandese. (eh, nessuno di voi è olandese? Come se non lo sapessi. Infatti, non è dedicato a voi)

32 cadifolio, 24.049 p.f. Saluti dalla quarta luna di Vaipor, noi veniamo in pace. Abbiamo trovato un'iscrizione misteriosa, nel protoInternet. Dice "arrivederci al 1° giugno con la storia di Dogma". Forse qualcuno che sa cosa significa passerà di qua, perciò vi lasciamo un cartello transdimensionale. Saluti dalla quarta luna ecc. ecc., noi veniamo ecc. ecc. (dici che servirà? no, e sbrigati che abbiamo altri sei pianeti in questo sistema. Ma non sembrano abitati. Perché, questo? dai, andiamo. Ma si scrive così, Vaipor? E che ne so, andiamo)

29 maggio, 2007. Le spiegazioni si trovano in glossario, la testatina riporta in home page. Non fidatevi di quello che Hard vi racconta di Snow White. Ciascun personaggio mente sapendo di mentire e anche non sapendo di mentire. La sospensione dell'incredulità è una faccenda più complicata di quanto non sembri. E tutti i cretesi mentono. E due uova molto sode (ma questa la sanno in pochi, io e i fratelli Marx, probabilmente). Arrivederci al 1° giugno con la storia di Dogma.

28 maggio 2007. Nuova storia di Hard Boiled nel quinto episodio. La frase più importante nel racconto è: "Più di uno o qualcosa del genere." Ma la capiamo tra noi.

26 maggio, 2007. Un po' stanca. Carri armati su Kiev, foto. Mmm. Cacao o no nel cappuccino? Mmm. Quel ragazzo è in gamba, un giorno glielo devo dire, quando non penserà che glielo sto dicendo perché ormai lo sanno tutti; e così finirà che non glielo dico. Mmm. Il cuore dà un battito a vuoto ogni venti, ormai. Mmm. In un paese piccolo come l'Italia devi cominciare il tuo romanzo dal punto in cui il tale ha finito il suo. Mmm. Anche i soldi, stanno finendo. Mmm.

Improvvisamente, suicidarsi pare una faccenda liscia come l'olio, rispetto al resto.

26 maggio, 2007. Per una volta, prima di mettere online l'episodio di Hard, vi devo anticipare che se c'è qualche dietrologo tra i lettori - e ce ne sono parecchi - andrà nella direzione sbagliata. La faccenda cui l'episodio si riferisce, infatti, non appartiene a ciò che in generale si sa di me e dei motivi (intendo, quelli sentimentali) per cui Sette Moderniste è nato. Diciamo che all'improvviso, come una specie di mostro del bosco, ho sentito l'esigenza di impossessarmi di un personaggio, nella fattispecie di Snow White, per parlare di una cosa che non riguarda né Snow White né le Sette Moderniste in sé. Stranamente, pur con questa deviazione, la storia fila. Per un'insieme di circostanze, sono diverse le vicende personali che si incrociano in questo reality show. Il vero Snow White non si riconoscerà più nelle pagine che sto per pubblicare, dirà "io non sono mai giunto a queste conclusioni, anzi...". Ma poiché la crudeltà di Snow White è consistita anche nel costringermi a immaginare una spiegazione accettabile per il suo comportamento, egli non ha il più piccolo diritto di impicciarsi del mio modo di seguitare a usare l'immaginazione. Il romanzo è mio, e l'idea di sovrapporre ispirazioni diverse (pezzi diversi di vita, inoltre) fa parte dell'esperimento. Post non è più Post, poi torna ad esserlo, nella storia. Fuori dalla storia, nel mondo vero, Snow White per qualche pagina non sarà più lo Snow White che, o in prima persona o con i suoi aiutanti, di tanto in tanto viene qui a controllare che io racconti le cose "come sono andate veramente" (con quale diritto, non si sa). Ma sarà tutto più chiaro con il nuovo episodio: vado a finirlo.

26 maggio, 2007. Ho letto un po' dei vari Bugiardini sui libri, e mi è venuta la nausea. Tutti questi venditori, che spuntano come funghi perché beh, nella galassia questo doveva essere il Pianeta Mercato. E comunque, siamo lontani miliardi di anni luce dalla comprensione del mondo, siamo solo alla gran novità della sua spartizione spacciata per comprensione. Perciò, non ci si sente per un bel pezzo, tendenzialmente mai più. Non ci sono due vite, e si deve scegliere, o si cerca di capire, o si arraffa quel che c'è qualunque cosa sia, dandogli poi nomi di comodo. Il mondo si divide così, cerchiamo di non credere a nient'altro. Baci.

(prima, il post della giornata finiva qui, e nessuno rideva. Poi mi sono ricordata che c'è un libro in cui si parla di uno scrittore sfigato (tal Trout) e di un venditore di macchine pazzo (tal Dwayne), e non mi è venuto in mente per caso, dal momento che è "La colazione dei campioni" di Vonnegut. Le risate. Ricordarsi che c'è sempre qualcuno che s'è nauseato prima, fa bene. Dovrei citare qui l'intero libro. Ma scelgo un pezzo a caso: "Contro le idee parassite, sulla Terra, non c'è immunità". Oppure, un altro pezzo a caso: "La lettera del suo ammiratore gli giunse nel suo seminterrato a Cohoes. Era scritta a mano e Trout concluse che il mittente doveva avere quattordici anni o poco più. Nella lettera si diceva che "Peste a rotelle" era il più grande romanzo scritto in lingua inglese e che Trout avrebbe dovuto essere il presidente degli Stati Uniti. Trout la lesse ad alta voce al suo parrocchetto. "Le cose si mettono bene, Bill," disse, "l'avevo sempre immaginato. Senti un po' qui." E lesse la lettera. La quale non conteneva nessuna indicazione che potesse suggerire che il mittente, che si chiamava Eliot Rosewater, era una persona adulta e favolosamente ricca." (come vedete, ho dovuto anche tradurre di nuovo le parti in neretto: sempre il solito buon lavoro degli editori...)

C'è sempre qualcuno che s'è nauseato prima. Un altro pezzo a caso: "Stattene alla larga dal mio body bag"... sì sì. Leggete il libro, se non l'avete mai fatto, o se anche voi avete frequentato come Dwayne il "corso serale di lettura veloce", tanto per citare ancora a caso. Sì, non ci si sente più per un pezzo. Spartitevi tutto. Ma tutto, perché se lasciate una briciola, quella briciola inspiegata vi ucciderà. E io vedo quanto siete distratti... Baci)

26 maggio, 2007. Ogni tanto è bene fare il punto. Meno spesso di quanto non lo faccia io, ma di frequente. Non serve una pausa caffè per farlo (questo sia detto per i Noncistodentri). Serve un senso del momento.

Che sia un po' diverso, concettualmente, da quel "senso del momento" per cui riuscite a prendere l'ascensore o il metrò mentre le porte si stanno chiudendo.

E' uno zoom indietro non dissimile da quello che vi hanno insegnato a fare su google o nasa earth. Si sale si sale e si percorre tutto il mondo - l'immagine di mondo, zona di filosofi - per vedere che succede. Che fa il tuo vicino. Una tizia dentro una barca a Bangkok. L'ultimo guardiano del turno di notte del parcheggio del supermercato "Tycoon" a Bethesda. Il branco di suricati in centro Africa. Bisogna cercare di vedere tutto. La polvere e la guerra in Afganistan. Una donna e un bambino che muoiono ogni cinque secondi sul pianeta. Il luccichìo del satellite che tramonta dietro l'oceano. Un sacchetto di plastica attaccato a un ramo di sequoia. L'acqua delle cascate del Niagara. Due tizi che si stanno picchiando. Poiché in questo momento nel mondo sta accadendo tutto, non è difficile vedere, immaginandola, la verità. Tutti questi sogni sono come le carte da gioco, che giocate danno solo alcune combinazioni probabilmente false, ma mescolate in un mazzo danno un piccolo piatto di realtà possibile. Le prime volte non succede niente. Nemmeno le seconde volte o le terze. Non è un'attività che fa succedere qualcosa nella vostra vita. Ma con il tempo, o anche subito, o non lo so, i collegamenti arrivano da soli. Forse arrivavano anche prima, forse è per questo che si comincia ad esercitare il proprio senso del momento, perché le immagini e i suoni arrivavano già prima e noi siamo esseri razionali, dobbiamo ordinare, negare l'impossibile e organizzare l'eventuale. In ogni caso il mondo risuona, si materializza, sembra che non veda l'ora di materializzarsi. La più astratta delle attività comincia a non essere più così astratta. Le spie, che vedono ciò che succede, probabilmente conoscono la differenza tra un soggetto che sa di essere guardato e uno che lo ignora. Ma accade di più, e più spesso, nel vostro senso del momento. Le preghiere, che schizzano al cielo senza speranza, a migliaia e migliaia ogni secondo, si stancano di arrivare alla ionosfera e ricadere giù per spalmarsi sull'inspiegabile spleen serale di un gruppo di pescatori in campeggio. Vanno dove qualcuno le ascolta. Migliaia di malattie, perdite, abbandoni, strazi, orrori, picchiano alla porta di sei miliardi di esseri umani e di svariati miliardi (in diminuendo) di animali e vegetali. Non trovano, vanno. Bussano più in là. Non trovano, vanno. Lo stesso check up che state facendo voi nel vostro senso del momento, lo stanno facendo altri: le migliaia di miliardi di pacchetti di informazioni che si muovono in questo istante su Internet sono una goccia nel mare del pacchetto di pensieri, parole, preghiere, grida, risate, richiami che stanno girando sul Pianeta, ora.

Il senso del momento è divino, come l'eterno presente: provate ad ascoltare.

(avvertenza per i lettori delle "Recensioni di persone". Per ora, e finché non avrò affinato la rubrica, le recensioni non sono in alcun modo riferibili a persone che frequentino questo sito. Appartengono a tempi remoti della vita di Maus Columbo. Tu, in particolare, che credi di riconoscerti in qualunque peccatore, somiglierai di più alla nebulosa di una galassia, con la luce delle stelle nuove, quando passerai sotto la mia penna. E non è qui che ti vedrai.

Lasciatemi libera di lavorare, adesso. Ah, e lì sotto c'è una nuova rece di persona, ciao)

25 maggio, 2007. Sabato e domenica, alle ore 20.45, al Mohole c'è "Piccole danze quotidiane", uno studio di Tommaso Urselli. E' un periodo vivace, si gira di continuo.

25 maggio, 2007. "M.F. era biondo, l'ultima volta che l'ho visto. All'inizio, non sembrava un tipo particolare. Serviva a dire: "Eravamo più di dieci alla cena di Maria". Lui era quel "più", prevalentemente. Educato, invisibile se non per le labbra disegnate che piacevano alle ragazze, non aveva interessi originali, abitava con i genitori in un sobborgo anonimo e sembrava destinato a una vita tranquilla. Questo, fino a tre anni fa. L'episodio di tre anni fa però trasforma questa recensione, tutto sommato non positiva (non positiva è una categoria, nelle recensioni di persone), in una segnalazione esaltata: sì, sì, sì. Che cosa accadde, tre anni fa? In realtà, nessuno lo sa di preciso. M.F. prese il telefono e telefonò a tutti: tutti gli amici, tutti i conoscenti, tutte le ragazze, anche alcune ex di cui si diceva fosse ancora vagamente infatuato. E a tutti chiedeva la stessa cosa: "Sei stato tu a rubare nel mio portafoglio? Sei stato tu a introdurti in camera mia e a leggere il mio diario? Sei stato tu a prendere l'agenda dell'anno scorso? Perché hai rigato il mio disco dei Pink Floyd?" Anche a me telefonò, e mi chiese se mi fidavo "di quella mia amica biondina, alta, come si chiama, Manuela", suggerendomi di guardarmi da lei in qualsiasi circostanza, "anche perché forse non sai che registra le telefonate". A lei, telefonò per dirle di guardarsi da me. Era primavera, e fu una delle primavere più strane e vivaci che io ricordi. L'animò lui, confondendo i rapporti tra noi amici al punto che il gruppo gigantesco dei tempi dell'università esplose in una decina di piccole accòlite, dai bordi alquanto frastagliati. Raccontò a Manuela una tale quantità di piccoli tradimenti che alla fine non ci vedemmo più, e a me confidò un tale cumulo di leggerezze, falsità, piccole meschinerie, che evitai di frequentare non solo Manuela, ma tutti i suoi "satelliti" nell'ex gruppo di scuola. Mischiò le carte al punto che due miei amici, due di quegli amici "a parte" che tutti hanno, con i quali frequentavo un Motoclub e prendevo una birra in pace di tanto in tanto, finirono con l'unirsi al frammento del gruppo in cui stava anche Manuela: M.F. li aveva messi in contatto con lei, non so in quale modo né perché, e dall'incontro era nata un'amicizia. Lui, M.F., non si fece più vedere. Non perchè non avesse il coraggio di capitarci tra le mani, no, non credo: temo che il problema fosse camera sua. Non voleva più uscire, per paura che di nuovo noi tutti - la sua conclusione era stata questa: tutti - penetrassimo nel suo spazio segreto e lo sconvolgessimo completamente. I suoi genitori dicono che si è rasato i capelli, veste solo di strani pigiami di iuta biologica, e non parla; lo dicono, e poi scrollano la testa. Ma M.F. deve saperlo: ogni tanto mi fermo in macchina sotto le sue finestre, e spero di vederlo affacciarsi lassù. Mi piacerebbe la sua compagnia." (Maus Columbo, da "Recensioni di persone")

24 maggio, 2007. "Non sa fare un caffè, non sa capire quand'è il momento di tacere, non ha nulla di veramente interessante da dire, ma rimedia stabilendo ogni mattina, prima di aprire il negozio, qual è il fatto di cronaca di cui parlerà per l'intera giornata. Infine non sa mantenere i segreti, e questo per un'ostessa è un peccato quasi mortale. E noi stabiliamo che no, H.T. non ci piace e merita appena questa menzione. Ci piace invece e molto Angelo G., sui quaranta, artista del quartiere, un vecchio mezzo tossico e mezzo pazzo, un fricchettone che non abbiamo mai desiderato conoscere. Finora. Caduti di recente nell'inevitabile rete di un saluto casuale per la strada, non siamo riusciti a scansare una visita al suo atelier, scoprendo, con sorpresa, che il luogo non è popolato da ubriaconi intenti a inguacchiare brutte vedute di stile parigino, ma da un tale, un musicista - violoncello - suo fratello o suo cugino, forse, che prova puntando lo strumento su fogli di arte grafica piuttosto interessante. Il musicista si chiama I.L., e non ci ha rivolto la parola, ma lo includiamo ugualmente in questa recensione quasi entusiastica, per quel suo aspetto di uomo concluso in se stesso, concentrato, intenso: così apprezziamo sia lui sia Angelo, anche se in casa si trova solo da bere - dalle bottiglie, intendiamo - e non v'è nemmeno una parvenza di cucina. Una menzione anche per il terzo recensito della giornata: Palumbo M. Arrivato come insegnante di matematica per i ragazzi del piano di sopra, Palumbo si è subito distinto per due elementi. Sa fare i gradini a tre alla volta, e aiuta la signora Menos a portare le borse della spesa anche se non è un inquilino. Osservandolo meglio, notiamo una certa espressione di bonaria fermezza, oltre alla fretta di correre altrove quando le lezioni sono finite. Deve avere una vita interessante, o almeno, una gran quantità di attività le più disparate e, a giudicare dalla fretta, disseminate per tutta la città. Ed è molto probabile che torneremo a parlare di lui, in futuro." (Maus Columbo, da Recensioni di persone)

 

23 maggio, 2007. Pubblicità o segnalazione, io non so che dirvi, ma nessuno mi paga per questo (né per altro...). Oggi viene presentato un libro storico, "L'occhio del fotografo" di John Szarkowski, a Forma, ore 19, in piazza Tito Lucrezio Caro 1. E' un libro di teoria della fotografia, che raccoglie a mo' di documenti guarda un po' soprattutto foto anonime, di una bellezza rara, oltre a varie foto d'autore. Mi piace e ci tengo a dirlo: tanto per ribadire che anche in campo fotografico c'è chi ha studiato l'arte in sé, "di chiunque fosse", e non in quanto "opera di", e anche quell'arte-di-chiunque (tutt'altro che "art brut") ha fatto l'evoluzione della fotografia, mentre in letteratura il nome ormai conta più dell'opera, e la firma più della parola, e...

22 maggio, 2007. Mentre stavo pensando allo scorso ennesimo innamoramento, mi veniva in mente il solito Dostoevskij, che ne "I Demoni" dice di Varvara Petrovna: "s'era innamorata subito del ritratto, secondo l'uso delle fanciulle dei collegi, che s'innamorano di tutto quel che capita" (Dostoevskij è uno da cui non ci si aspetta un'uscita così "Muriel Spark", no? Che tesoro). Ma sì, sto tergiversando perché non ho voglia di scrivere una scena corale come quella del nuovo episodio di Hard Boiled. Lo so già com'è, roba da giallisti... Va bene, vedrò di sopportare.

22 maggio, 2007. Bravissima Maddalena.

Poi il re barbaro, ancora sanguinante per le moine pericolose dei bizantini - il bellissimo imperatore Arcadio tra tutti - siede a tavola con un gruppo di altri re e imperatori visigoti, sassoni e franchi. C'è chi gli offre la cena, c'è chi lo riaccompagna a casa, un simpatico merovingio discorre con rara piacevolezza di conflitto in teatro e in letteratura. Il re barbaro rientra nella sua grotta, e fatica ad addormentarsi: controlla le armi deposte, rilegge gli editti veritieri, conta gli ambasciatori pipistrelli che dormono indenni appesi alle stalattiti. A notte fonda, quasi incredulo, ordina che gli eserciti si ritirino da quel fronte, e che siano liberati quei confini, e riaperte e riparate quelle strade, e che i viandanti vi siano accolti in pace.

21 maggio, 2007. Lavoro, un'intervista, iniziative di cui vi parleremo più in là, una fattura da pagare (e me ne dimenticherò), l'amica Maddalena Balsamo da andare a vedere al Teatro della cooperativa (lavoro permettendo, e non è facile): insomma non sarà oggi che vedrete il nuovo episodio di Hard. Ma arriva.

O volete che getti qui un argomento di discussione? La letteratura non è mai a priori, prima si fa e poi si discute. Possibilmente: prima si fa, e poi qualcun altro ne discute. Io in questi giorni mi sto occupando di un personaggio nuovo, che mi piace da impazzire. E' importante l'ingresso di un nuovo personaggio nel tuo Gotha personale. Lo metti alla prova con le infinite circostanze della vita, e vedi che si comporta in modo del tutto proprio. Vedi che cambia aspetto, cresce e rimpicciolisce, si muove o si ferma. Lo osservi mentre vive in tua compagnia. Mentre rivolge la parola a un barista. Mentre paga il conto al ristorante. Anche se nella storia non pagherà mai il conto, non camminerà, forse non parlerà nemmeno. Ma sai come si comporterebbe se dovesse farlo. Per questo non sopporto gli autori che affidano la rappresentazione di un personaggio alle lunghe descrizioni, bla, bla, bla. E' sempre la solita questione: il bello stile dello scrittore in primo piano, e poi personaggi che non hanno mai un proprio pensiero del mondo, anche oppositivo, altro, irriducibile, o nascosto, segreto, difficile da avvertire. Conoscete solo individui che vi appaiono trasparenti fin dal primo istante? Io no, nemmeno uno. Ma c'è sempre una falla dalla quale la verità gocciola fuori. O si lascia sospettare. E occorrono giorni e giorni per trovarla, e quando l'avete trovata, occorrono mesi e anche anni per trovarne una trasposizione adatta al vostro romanzo. Non basta "nel suo sguardo, qualcosa di oscuro e malato": siamo tutti bravi a consultare un vocabolario (alcuni scrittori lavorano così, non io), e i vocabolari sono pieni di aggettivi, e gli aggettivi a loro volta nascondono spesso intere scene che invece val la pena di scrivere, di provare; per poi magari buttarle via. Ha uno sguardo malato, il personaggio? Sicuri? Mettetegli una febbre addosso, e osservatelo tra le coperte: la sua malattia gli impedisce di tollerare la luce (vera o metaforica che sia)? è per questo che socchiude gli occhi? quale esitazione gli rimane, dopo la malattia, nel modo di voltarsi, di uscire all'aperto, di ascoltarvi? L'oscurità che avete superficialmente attribuito al suo cuore torbido, non viene forse da qualcosa di più difficile da capire? Forse lui conosce la propria malattia, e l'oscurità è il modo in cui la nasconde. Sentite com'è più interessante: "dietro al suo sguardo, qualcosa di malato". Molti autori lavorano così, e io sono del numero.

Cazzate, eh? Ma cambiate sito, cambiate.

19 maggio, 2007. Nella notte, una fulminazione. Il mio primo romanzo era del genere mollymonologo. Perché diavolo l'ho portato agli editori, invece che a teatro? Stavo leggendo, in "The diviners" di Moody, il lungo incipit sulla Luce. Che ha le solite mille funzioni dell'incipit. Ma, oltre a riassumere il grumo tematico del romanzo, a presentare l'ambientazione, a parlare di tutte le Californie che entreranno nel romanzo, è anche - oltre che concettualmente simile al finale di Lunar Park di Ellis, quello delle ceneri - molto lungo e ripetitivo. E mi dicevo, okay, sospensione della credulità, okay fatto, e adesso? Niente, ancora Luce. Ho pensato che Moody volesse far percepire al lettore il suo bisogno - il nostro bisogno - di raccontare finalmente le storie dall'inizio. E credo che questo sia, dopotutto, l'intento reale di Moody. Ma superato l'intento di Moody, otto capoversi dopo questa considerazione, sono ancora lì a leggere di Luce. E penso: "suvvia, Moody, è teatro, sembra un pezzo di teatro, un... come...". E, beh, il resto ve l'ho già detto.

E' possibile che sabato 19 maggio, alle ore 10.30 circa, a Radio Popolare, nella trasmissione "Sabato libri" di Bruna Miorelli, si parli di Sette Moderniste. Dovrebbe esserci un'intervista a me (con voce che trema, subordinate appese, il peggio del peggio, ecc.). Sui 107.6 per la zona Milano, ma se andate via per il weekend, io (questa volta) non mi offendo in modo irreparabile. Per eventuali nuovi lettori: mah, buongiorno, questo è il "blog delle fissazioni", e nella definizione gli occhi fissi c'entrano forse più dell'ossessione: non è un diario del cuore, ma un'agenda del sito. In zona trovate la seconda parte del nuovo episodio di Post, pubblicato da pochi giorni, ma se volete sapere chi è Post, e tutto il resto, visitate prima il glossario, oppure la bio (ho come la sensazione che sia quello il mio personaggio preferito), e quando non sapete dove siete, cliccate la testatina "Sette Moderniste", che riporta sempre alla home page. Per i lettori vecchi e nuovi: dopo secoli, ho sentito il webmaster del sito, che si domanda com'è possibile che io abbia scritto tutto il blog come su un enorme rotolo: non è friendly (il mago di Oz era un po' arrabbiato, ma poco). Quindi, prima dell'estate il blog verrà preso, diviso e archiviato con tutti i suoi circa seicento interventi, che verranno "titolati" separatamente: finalmente, gli appassionati del "re barbaro", i lettori di "Maus Columbo" (noto scrittore sudamericano inventato) e i fan degli "infelici brevi", troveranno al primo colpo i loro fari nella notte. Comunque, per quell'epoca avremo aperto i commenti (è un anno che lo dico, non date retta). Ciao. Anche addio, ma statemi bene lo stesso.

18 maggio, 2007. Per alcuni anni, ho seguito il lavoro di una persona che sta componendo un saggio sul contemporaneo. E questa persona ha seguito il mio. L'ipotesi di studio tocca àmbiti nei quali ricade per alcuni aspetti anche l'argomento del mio romanzo non web, e così l'incontro è stato fertile. E' meraviglioso discutere, apertamente e vivacemente, occuparsi di capire di più, di migliorare, di scambiarsi suggerimenti sulla bibliografia, di trovare ogni informazione su un elemento in discussione. Non per avere la meglio l'uno sull'altro, ma per vincere sull'argomento, unico avversario di due umani avventurosi che discendono dai cavernicoli scottati e punti dal primo fuoco e dalle prime selci. Il rispetto, l'incoraggiamento e lo stimolo reciproco tra quel critico e questo artista (abbiamo avuto discussioni accese, ma non è questo il punto), due figure che con disprezzo il mondo della cultura istantanea definirebbe rispettivamente "l'accademia" e "il carrozzone", sono luce di una piccolissima speranza, tra molte: che la lettura, intesa come studio (ovvero "attenzione": comprensione, conoscenza, consolazione, divertimento, anche nel senso latino) e non come "interruttore stroncatura/plauso" del robot editoriale, ancora esista.

16 maggio, 2007. Ommioddio, ho finito il romanzo. Naaa, devo mettere insieme tutti i pezzi. Menomale.

Adesso vi dico un segreto.

Cercare una scrittura che ferma, che fa inciampare senza disturbare il sonno dei ninnanannisti, significa selezionare soltanto le parole che non si possono pronunciare altrove. Ma queste parole speciali che non si possono pronunciare altrove, bisogna pur coglierle da qualche parte, e cioè toglierle a tutte le altre cose che si stanno scrivendo. Così, le Sette Moderniste sono state private della libertà di servirsi di alcuni vocaboli (temi, linee, direzioni), che devo custodire gelosamente per l'altro romanzo. Povere Sette Moderniste, trattate come animali da laboratorio. Ecco perché, a volte, suonano un po' monche.

Il problema è che le famose "parole speciali" bisogna toglierle anche dalla vita, e privarsene, e imparare a mai più pronunciarle finché non sarà il momento: vietarsele in pubblico, perfino con gli amici, perfino con gli amanti. E' un altro buon motivo per cui queste si chiamano "Sette" e non "Romanzo".

Questa è, per la prima volta, una cosa che nessuno scrittore vi ha mai detto. Si vive con un segreto, alcune poche parole (temi, immagini, ragionamenti) proprie, da non più pronunciare; e poiché tale segreto è la cosa più importante, è tutto, gli si sacrifica anche il fatto di essere i più brillanti brillantoni della serata, o le splendide donne affascinanti, o quelli che hanno sempre ragione e l'ultima parola, insomma tutto ciò che chi non ha segreti può tentare di essere liberamente (e talvolta comicamente, ma non è questo il punto).

Il "luogo proprio" (Aristotele!) che ci importa di più, l'argomento su cui la nostra mente si esercita di continuo, è anche quello di cui non possiamo parlare. Gli scrittori, grandi o piccoli che siano, appaiono soprattutto come dei grandi assenti, ma sono prigionieri obbligati in quest'assenza, come dei Papageno muti per forza: e questo gli amici e i partner proprio non lo capiscono. Scrivendo, pronunciando un bel giorno finalmente le parole proibite, càpita anche, marginalmente, di fermarsi a ricordare - parola proibita per parola proibita - tutte le zone d'ombra della propria vita, e tutte le persone che ci sono finite dentro.

Egoisti, eh?

Egoisti, chi: noi, o loro?

15 maggio, 2007. La seconda parte del nuovo episodio di Post. Per chi deve ripassare, qui la prima parte. Sempre meno romanzo, e sempre più manifesto dell'altro romanzo, quello nonWeb.

15 maggio, 2007. Oggi, intervento gàrrulo. "Felicità. a-a-a, a-a-a, ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già (tristezza va', a-a-a, a-a-a, una canzone il tuo posto prenderà)". Non poteva cadere più a fagiuolo, cari Vasco, e Battisti, e Sannia. (abbiamo inserito la -d eufonica, ma andava bene anche prima)

Arriva, arriva Post, arriva.

14 maggio, 2007. Tra poco, il nuovo episodio di Post. Qualcuno di voi non mi rivolgerà più la parola, perché c'è un punto scandaloso, che non avrei mai voluto scrivere. Forse non lo noterete nemmeno. Non è sesso, non è splatter. E' peggio. Ho osato mettere un fotogramma di tragedia dentro un romanzo di satira. Può darsi che l'insieme sia faticoso. Vedremo. Siccome il romanzo nonWeb è tutto così, conviene che dimentichiate l'immagine stereotipa che avete di me.

Gli unici che seguiteranno a sproloquiare a vanvera saranno alcuni lettori - non li personalizzeremo più con altri nomi - animati da sperimentalismo o vago desiderio di emulazione, che non si accorgono di essere caduti nell'errore della molestia. La polizia mi ha dato alcuni consigli, tutti da seguire. Se i lettori più volte avvertiti proseguono nel disturbo, poiché sono oltretutto organizzati (come a imitare, è ovvio, la "Setta" che hanno trovato qui, oltre che nella cache del computer) non sarò comunque più io a occuparmene.

13 maggio, 2007. Deragliamento. Di solito accade, quando non c'è nessuno alla guida e i binari sono disseminati di scambi. Tuttavia, supponete che non accada. Supponete che io entri nella cabina di guida di questo treno che sferraglia tranquillo, e che non trovi nessuno. I macchinisti sembrano essersi volatilizzati. Al margine del mio campo visivo, la tendina che sventola sul finestrino pare sottolineare questa clamorosa assenza, suggerendo la possibile via di fuga. Eppure il convoglio, che non è fermo, non sta deragliando. Così, devo scegliere se proseguire il viaggio come un non più qualunque passeggero, preoccupandomi di ogni cigolìo, e in ogni caso consapevole del fatto che il treno potrebbe non fermarsi alla stazione di destinazione, o se improvvisarmi macchinista, con il rischio che certi automatismi, dei quali ignoro la ratio universale, siano del tutto scompaginati. Essere o non essere, zero e uno, non è più il genere di scelta davanti alla quale mi trovo. Nemmeno la fuzzy logic mi aiuta, uno e mezzo, zero e mezzo, no. Ci sono solo io, un treno in corsa, una ventosa cabina di guida, e un miliardo di pulsanti che dio solo sa a cosa servono. E nessun deragliamento. Ma bene! E voi, siete mai entrati nella vostra personale cabina di guida, sul serio, quella in testa al treno, quella oltre la quale c'è il mare profondo che beatamente chiamiamo paesaggio, voi che ridete tanto? No, no. Siete dei deragliatoni, magari, ma in questa situazione forse non vi siete ancora trovati.

12 maggio, 2007. Guarda che è vero, non c'è nessuna perla.

10 maggio, 2007. Vi scrivo da qui, da una metafora che mi ha veramente stancato, la modalità provvisoria. Le icone sono grosse come racchette da ping pong nel Commodore 64, lo schermo ha quei colori anni Novanta nero e verde in cui niente è cliccabile, e io medito di fare ai visitatori annoiati dal mio silenzio quel che si faceva alle astronavine aliene in Space Invaders. Sto fantasticando di tornare al Mac - ma è sempre la stessa, la tastiera Mac? io non sopporto di dover usare il tasto delle maiuscole per digitare un punto. Vado a scrivere sull'altro computer, mentre voi vi occupate di carta alla Fiera di Torino. In arrivo il nuovo episodio di Post, questa sera, se il prompt smette di dirmi "directory not found".

8 maggio, 2007. Sto pensando a un passo del Vangelo. Per la precisione, passeggio con le mani in tasca e penso a una frase del Vangelo, e intanto due tizi si insultano furiosamente scaricando un tavolo da un camion, e un cameriere dà di gomito all'altro perché le due donne sedute ordinano solo un caffè e un'acqua, e una coppia trascina a spasso un ragazzetto con un occhio nero grande così, ecc. ecc.

La frase è Marco 4,24: "Con la stessa misura con cui misurate, sarete misurati". A pensarci (a pensarci bene, veramente bene, ciascuno per proprio conto) decido che sì, sarebbe quanto di meglio.

Per cominciare tolgo le mani di tasca.

7 maggio, 2007. Silenzio... Comunque, è ben vero che devo produrre la seconda parte dell'episodio di Post (qui la prima parte). Sto lavorando a un'intervista, però, quindi occorre aspettare.

4-6 maggio, 2007. Usque tandem?

4 maggio, 2007. Che dire. Stamattina do lezione in Bicocca, due ore, all'alba. Sabato prossimo, si parlerà di Sette Moderniste a "Sabato libri" di Bruna Miorelli su Radiopop, ore 10.30. Sono contenta e ringrazio tutti, davvero.

(qualche ora dopo) Ora devo riflettere. Uno scrittore non cresce per la sua patina brillante, ma per i suoi difetti. Non per le sue abilità, ma per la sua ingenuità. Ehm... Vorreste che vi illustrassi questa mia opinione? Lo farò, certo, ma in questo momento sono reduce da due ore di declamazione caotica e forsennata, ma seguitissima, davanti ai fantastici studenti dell'aula U7 - ciao - e non ho più voce. Detto ciò, nel weekend darò un colpo decisivo al romanzo noweb. Poi parleremo.

3 maggio, 2007, segue. (Anche questa narrazione, é uno sfogo triviale) Ed ecco che, il giorno dopo il silenzio, i lettori s’infuriarono e decisero di smettere di leggere. Per la verità, gli editori tentarono di intervenire, propinando agli scioperanti maionesi, quattro salti e merendine in libreria, ma l’ostinazione della lite permaneva. Da una parte, gli scrittori tenevano per sé tutti gli eroi che sogguardavano il nemico tra le redini del primo capitolo imbizzarrito, e tutte le eroine che sputavano sulle bare marce degli incipit, e tutti i misteriosi sconosciuti che emergevano dai flutti delle prime tre pagine; dall'altra parte, i lettori col muso voltato s’impedivano di mostrare curiosità, anzi vantavano indifferenza, e miglior salute guadagnata, e grande divertimento ottenuto facilmente altrove e con pochissima spesa. Gli scrittori accavallavano le gambe sull’orlo della scrivania, col sigaro stretto in bocche ridanciane, e i lettori provavano i duecento in Ferrari all’ora di punta sullo svincolo. Gli uni baldanzosi, gli altri offesi, gli uni chiusi e taciturni, gli altri attivi e festanti, e viceversa. Una sfida sanguinosa, potete immaginare. Finché i lettori, dimostrando in questo una certa sottile perversione di natura affettiva, decisero di unirsi in una strategia d’attacco. Alcuni di voi, dissero, li leggeremo ugualmente, che lo vogliano o no. E saranno i migliori, i più grandi e gli immortali. Altri no, e resteranno frustrati, isolati, possibilmente cattivi e incattiviti, in una parola muti per forza. Gli scrittori tentarono di obiettare che “muti per forza” erano tre parole e non una, e che la novità non era poi così nuova, e che valanghe di opinioni crollavano ogni giorno sul loro lavoro dalle cime più impensate, l’odio ideologico, il furore egotico, l’inimicizia erotica, ma i lettori tennero duro. E dai e dai, tra gli scrittori, alcuni – i nomi si sono perduti nei decenni – alzarono un ditino sottraendosi al mucchio, e permettete permettete scivolarono fuori dalla musoneria granitica dei rivoltosi, aggiustandosi la giacchetta, rigirandosi il dolcevita mentale, e scuotendo il capino noi ci siamo, noi ci siamo, noi leggete e scriviamo, dissero. Salirono sulla Ferrari, e sparirono nelle nebbie delle paludi di Comacchio a far saltar su i rondoni appisolati e le battone acquattate coi clienti, per l’intera durata delle loro vite.

Gli altri scrittori, com’è ovvio, morirono dimenticati. Ma da chi, ora non ci sovviene.  

3 maggio, 2007. (Questa narrazione contiene una discreta quantità di trivialità, ed è quindi vietata agli animi sensibili, cioè beh in realtà a nessuno di voi) Il sogno segreto degli scrittori è che tutti gli scrittori del mondo, d'improvviso, cessino di scrivere. Ma soprattutto, che tutti cessino d'aver scritto. Che, per lungo tempo, non esistano più i fantasmi presenti, passati e futuri di certi sei miliardi di Ebenezer Scrooge spocchiosi, crassi, perfidi, privi di fantasia, egoisti e pavidi torturatori dei loro simili. Ssst, silenzio. Il sogno segreto degli scrittori è sedersi sulla riva del fiume, o nella tenda vicino alle navi, e veder passare donnette che non possano più dipingersi le labbra con una Bovary o imbellettarsi il naso d'una Moll, perennemente donnette, perennemente puttane e nient'altro, e assassini repellenti che non possano più farsi belli d'uno Smerdjakov o di un Mr. Hyde o di un Bateman, e vigliacchi senza la speranza d'uno Iago, e vagabondi del pensiero che non trovino la rotta in un Gulliver, e sdilinquiti innamorati che si scompongano le cervella senza un Werther, falliti magri senza Malte, obesi tronfi senza Pantagruele, morti scannati senza Cristo, scarti stecchiti e presi a calci in culo senza l'ombra di un Tersite o di un Giobbe a immortalarli.

Che sollievo, che contentezza sarebbe per gli scrittori. E quale disorientamento, quale senso d'insensatezza per tutti i perfidi tutti del civilissimo mondo. Si tornerebbe ai tempi della candela, ai tempi del sonno appena fa buio, che paura avreste! di rimanere soli, di notte, con voi stessi, con il vostro maligno incommensurato piccolo sporco cuore, chi sono io, che mostro sono, chi mangerò, chi mi mangerà. Troppo coccolati, troppo capiti e perdonati, resi illustri dalle carezze, soli! soli dovreste rimanere, a domandarvi con le vostre sole forze chi diavolo vi ha portato qui e qual è il padrone che servite e che torna di notte a sottomettervi...

Ma naturalmente, tutto questo non ha la minima e più piccola e remota possibilità di avverarsi. O no?

1 maggio, 2007. In arrivo, la seconda parte dell'episodio di Post. Che è una metafora; ma disabituati come siete alle metafore, stanziali come siete, dubito... Dubito che... Disabituati come siete alle metafore... Meta... Come siete disabituati, voi, alle metafore? Così: "le Creature di luce sono blogger". "Oh. Ah. Eh, ma non è spiegato". Lo so che vi piacciono le cose lievi. Le parolone sono più lievi di una lieve metafora introvabile. Voi seguite la "lezione americana" di Calvino, perché "si deve". Ma Calvino fu un normalizzatore. Un grande (smorzo con "grande", come uno Schopenhauer, poiché "si deve" saper aver ragione anche quando si dice una cazzata) normalizzatore. Morselli si sparò in parte per colpa sua. Non del tutto, solo in parte. Mezza morte di Morselli fu la logica risposta all'editor dimezzato Calvino. Diciamo che, a livello personale, me ne importa solo per metà. Morselli non era poi. Però metà mi importa. Anzi meta. Greco. Meta, che vuol dire: oltre. Ma voi ignorate le metafore, volutamente: per piantare ombrelloni nell'immenso mare, posto che vi sia un'urgenza di ombrelloni in acqua, e non c'è, vi serve stare ben ancorati al concetto di spiaggia.

27 aprile, 2007. Bicocca, o dovrei dire Base Alfa su Marte. Io e lo Studioso percorriamo i lunghissimi corridoi di linoleum color neon, ascoltando il primo suono umano, quello dei nostri passi. Quando arriviamo nell'ala che dà sui giardini, una finestra si apre sull'altopiano coperto da un cemento di provenienza terrestre: osservo tra le palpebre semichiuse l'aria lucida del pianeta senza ombra, e capannelli di astronauti sorridenti fuori dai vetri stagni, mentre in lontananza vedo partire le navette per la vicina città. Nell'ala che dà sui giardini, le pareti sono bucate in modo ritmico, di tanto in tanto c'è una finestra. E' in quei soli intervalli che arriva fino a noi il suono delle voci, e di splendide risate. Noi camminiamo, ma è solo quando passiamo davanti alle finestre che quelle risate ci attraversano. E' come se tra l'una e l'altra finestra le risate avessero il tempo di riflettere sul modo di contagiarci. E a poco a poco gli intervalli si fanno più brevi, ed è evidente che il contagio si diffonde lungo i corridoi come ossigeno. Le risate attraversano ormai tutta l'atmosfera, il luogo che sembrava inospitale accoglie così, con questo contagio, la nuova arrivata. Da un capo all'altro della Base Alfa, camminando nei lunghi corridoi in cui il linoleum riflette il neon, la nuova atmosfera sostituisce il vecchio ossigeno nei polmoni, e le finestre stagne diventano improvvisamente un'unica superficie di vetro affacciata sull'altopiano coperto di cemento, attraverso la quale le risate scambiano con noi la nuova aria, in perfetta osmosi...

27 aprile, 2007. "Purtroppo, a volte, un'intera vicenda romanzesca dovrebbe occupare al massimo dieci righe nella biografia di un personaggio, in un romanzo di ben altra portata." (i.b.)

Ma si può tradurre.

"Un'esperienza di vita estrema dovrebbe occupare al massimo una stagione nella vita di qualcuno, in un'esistenza di ben altra portata."(i.b.)

 

26 aprile, 2007. Spuntano, senza che nessuna luce giunga dall'esterno, lillà dai morti anche oggi, sapete. Ho deciso di fare silenzio, e di tacitarvi, per il tempo che mi sarà necessario. Una partenza, e la vacanza.

25 aprile, 2007. Devo preparare una lezione per l'università (verbo "tenere", non verbo "seguire", e non ridete). A domani con news.

(Penso che leggerò questo libro nuovo di Bianchini, “Se domani farà bel tempo”; lasciando da parte la storia in sé, ve ne parlerò richiamando la vostra attenzione su un fatto - indipendentemente dal lavoro di Bianchini: i limiti del romanzo di formazione come ritratto di una generazione, ambito, gruppo bla bla ecc. Purtroppo, a volte, un'intera vicenda romanzesca dovrebbe occupare al massimo dieci righe nella biografia di un personaggio, in un romanzo di ben altra portata. Perché tutti questi "romanzi premessa " (n.b.: oggi mi segnalano che il critico Serino ha scritto tempo fa di "autori più che promettenti, premettenti", e io ve lo riferisco: strano, perché molte delle opinioni mie e dell'Esimio divergono, come è meglio accada spesso tra autore e critico), perché? Dove cavolo è il resto del quadro?)

24 aprile, 2007. Io aspiro a una forma letteraria preromanzesca, arcaica e palingenetica insieme, non strutturata secondo i canoni di cui comunque già i postmoderni si sono annoiati, che venga dopo millenni di assenza del racconto sui campi rifioriti sopra sprofondate civiltà. Potrò avere una mia opinione, o devo adeguarmi alle stantìe chiacchiere di qualche lettoruccio innamorato delle parolucce, dei pensierucci, dei lirismucci nascosti dietro tanti finti pigli autorali? Ah già: la metrica, dicono. Il leone usa la metrica, quando sbrana la preda, è notorio. Gettatevi pure in ginocchio, adoranti, davanti alle belle forme vuote, io vi rispondo così: "L'IMPORTANZA di un'opera non si misura sulla capacità di maneggiare signorilmente gli strumenti del mestiere. Tutti sanno che uno scrittore può essere espertissimo, può sciorinare le squisitezze di stile più eleganti eppure non riuscir a combinare un buon libro: ben che vada, farà della bella letteratura, in chiave manieristica e calligrafica."

Questo, lo diceva Spinazzola. Vi suggerisco di capire che uno scrittore compone per prima cosa un percorso di conoscenza, e poi, solo poi, un buon libro. Ma no. Tenetevi pure i vostri libriccini espressivi: tra due anni, o venti, o duecento, quando quelli saranno coperti di rughe, vi stupirete di voi stessi. E di quanto abbiate dato, a così caro prezzo, in cambio di così poco. E allora farete un sogno. Seduti in una poltrona, nell'ora del tramonto, farete un sogno: sognerete chi avete scansato e irriso, sognerete che sia ancora vivo lì, accanto a voi, e non per mostrarvi ridendo un libro con la copertina, o una fila di persone per la firma-copie, no, ma per aprire le mani giunte e offrirvi niente altro che un piccolo orologio, dicendovi "ecco, l'ho aggiustato", e farvi ascoltare un flebile battito, che riconoscerete piangendo. Poi, vi sveglierete. Vi accorgerete che è stato solo un sogno, che tra le mani avete solo i vostri libriccini marci di sfasciume, che i molti orologi alla parete sono fermi, né vi è alcuno tra gli altri potenti seduti nelle poltrone che creda si possano aggiustare, e che intorno a voi sale in silenzio la Notte.

24 aprile, 2007. Eccomi di ritorno. La fulgida presentazione è andata, ci sono stati applausi e non ricordo una parola di quello che ho detto. Non so di che cosa ho parlato. Meglio, suppongo, perché i suoni che sentivo non erano molto intelligenti. Ricordo una mano animata di vita propria. Ricordo una zabetta con i capelli porpora (io, mi hanno sbagliato il riflessante). E' disponibile un filmato che credo riuscirò (riuscirò?) a mettere sul sito, se non è troppo ridicolo...

Ringrazio l'intervistatrice Angela Di Luciano, paziente e bravissima, ringrazio Ludovica Amat per l'invito inaspettato, ringrazio Andrea l'attore che si è prestato al giochino teatrale "Come dice ti guardo un modernista" organizzato in fretta dietro le quinte, e ha letto l'episodio di Ichi, ringrazio tutti coloro che sono venuti a sentirmi, che mi hanno portato i fiori, che hanno fatto sì con la testa nonostante tutto, e ringrazio i tre Settemodernisti presenti, Barbara D'Incecco, Giorgio Bo e Alberto Giuffrè, ringrazio anche qualcuno che non è venuto, anche se è come fosse stato lì, perché ero io al posto suo a pensare "Bozzi, quella sulle autopsie del romanzo te la potevi risparmiare...".

Mi scuso con tutti per il cumulo impressionante di scemenze che devo aver cucito insieme, contenuto solo da qualche goccia di Frontal d'emergenza anti-crisi di panico: ma tanto non capiterà più.

Domani vi faccio raccontare tutto dal re barbaro, solenne e paffuto quasi come Buck Mulligan e me (la parodia di Buck Mulligan, che già è una parodia, sennò non mi permetterei mai). Vi bacio e mi addormento. E domani sistemo anche il nuovo episodio di Post, in cui ho ficcato due descrizioni troppo frettolose. Anzi, penso che riscriverò tutto, con l'attenzione che finora ho riservato alle mie private paranoie. Voglio cominciare sul serio.

23 aprile, 2007. Oggi, presentazione del sito, lunedì 23 aprile, ore 19.30, nell'ambito della "Festa dei libri e delle rose", al Giamaica in via Brera 32 a Milano (siete tutti invitati)...

Ed ecco Il Ritorno, il quinto episodio, con la nuova storia di Post, in cui finalmente si comincia a capire qualcosa, credo (non l'ho riletto, ci saranno errori e ripetizioni, domani lo correggo, ma ho avuto due giorni tosti).

20 aprile, 2007. E invece sì, facciamo proprio questa follia, e facciamo la follia di farla oggi, a tre giorni da lunedì 23 aprile, ore 19.30, quando il sito sarà presentato a Milano, nell'ambito della "Festa dei libri e delle rose", al Giamaica in via Brera 32 (siete tutti invitati).

Ed ecco qui la novità:

Ritiro dal sito il Quarto episodio, che verrà inserito come appunto marginale su un file a parte. Non rinneghiamo niente: semplicemente, dobbiamo lasciare lo spazio a Post, che non può più aspettare. Buon ritorno. IB

20 aprile, 2007. All'epoca del Salone del mobile la scena di Mitja in Dostoevskij finirebbe come quella di Cho in un caso su milioni. Senza armi automatiche, ci sono comunque fusioni nucleari interne di cui non si sente - i Noncistodentri non sentono - nemmeno l'odore. Urge racconto. Urge che vi mostri alcune bombe atomiche che non suonano al metal detector: voi. Sette Moderniste prenderà una decisione letteraria eclatante, tra stasera e domani, perciò state in linea e abbiate fiducia. "Eravamo morti e abbiamo avuto l'illuminazione".

19 aprile, 2007. Cancellato.

Questo è un ur-roman. Un ur-romanzo.

Ma sì. Domani vi dico che è un pompelmo. Un orsetto. Un impianto elettrico. Ma sì.

19 aprile, 2007. Perché? Intendo dire. Io ero qui in una posa così Moai. Mi stavo davvero occupando del romanzo noweb, quello ricamato a mano, e non mando più un testo a un editore da dieci anni. Difficilmente scrivo per qualcuno che non sia me, e ho i miei capitoli sparsi qua e là nell'altro computer, quello che non saprei come collegare a Internet, nemmeno volendo. Le mie speranze sono un po' ridicole, e un po' anormali: sogno di avere due giorni di vacanza e di trascorrerli in una casa al mare, beninteso in un luogo senza insetti o gechi dentro le stanze, con un pacchetto di sigarette e un computer funzionante, per occuparmi del dottor P. e della sua incredibile storia (è il narratore del romanzo noweb). Non c'è niente, dopo. Non c'è nessuno che legge o discute. C'è solo che è fatto, chiuso, finito, e io posso passare ad altro. La mia testa è lì, il mio cuore forse è pure lì. In un posto che non confina. Non ha un davanzale, un affaccio. Non ha un ingresso. Non lo spiego a chi non ci è nato dentro, non so farlo. Non ha, che io sappia, un'uscita.

18 aprile, 2007. Con alcune correzioni, quarto episodio di ModeRN.

(18 aprile, 2007. Risistemati: Versio Snowie Tre, racconto Forza Maggiore. Non sto nemmeno a mettere i link...)

17 aprile, 2007. Bisogna cadere per risollevarsi. Bisogna cadere più in basso per liberarsi dall'etichetta ricevuta come una schiavitù. Ed è sempre utile osservare il disgusto dei vicini al fetore del cadavere di chi fino a quel momento era in odore di santità suo malgrado. Lo starec Zosima insegna, più santo è l'uomo, più puzza la salma.

16 aprile, 2007. Sette Moderniste racconta sette storie corrispondenti a modi diversi del romanzo, e vabbeh. Ma la questione più importante è che le sette realtà dei sette tipi di romanzo, in effetti, sono realtà diverse. Per esempio, prendiamo la "trama" come elemento in sé. Bene. A Post importa talmente poco della trama, che prende e se ne va dal romanzo, in modo del tutto postmoderno. ModeRN, proprio come i modernisti, si agita parecchio, ma sempre all'interno della trama, che comunque resta il suo riferimento: e se ci pensate, il tentativo dei modernisti fu proprio questo, spingere la trama, e con essa (e molti altri elementi) la forma romanzo, fino a gonfiarsi e deformarsi in almeno un paio di modi solenni e paffuti. Hard ha in mente solo una griglia, buoni e cattivi, azione e pensiero, verbo e sostantivo, ed è il manicheo del gruppo, anche se è quello con l'aria più "sportiva". E potrei continuare. Oltre al diverso rapporto con la trama, cambia di storia in storia il peso di tutti gli elementi formali, e l'accento su aspetti del contenuto - il paesaggio, i rapporti, l'interiorità, il conflitto, ecc. ecc. Tanto che le realtà divergono. Insomma, anche se con i miei pochissimi mezzi (espressivi), e con le mie smaccate preferenze, e con l'accidia che è la mia dannazione, è stata una bella prova. Così, sono stata proprio sciocca a farmi distrarre in quest'ultimo periodo (leggi quarto episodio) dalle mie vicende personali.

15 aprile, 2007. Lavori in corso. Oh oh. Non sono assolutamente in grado di fare "anchor text" con questo sistema operativo: quindi niente ipertesto. Vabbeh, vado a finire ModeRN; se proprio devo.

14 aprile, 2007. Lavori in corso. Ma.

Convinta dell'inutilità del Tutto, o dell'Ogni, mi sono calata nel periodico rifugio di un gran libro di milleduecento pagine, e fatico davvero a ritornare in me. Avrei anche un Moody fresco da sbirciare e sto cercando un Nabokov minore. Avrei anche da lavorare, e non poco. Ma.

Ma quelle milleduecento pagine sono magiche.

Libri così se ne scrivono forse dieci, o meno, nella storia di una civiltà. Facciamo cinque. O due.

E quando finisci di leggerli, gli attimi non ti scorrono più addosso, nemmeno quelli insignificanti. D'ora in poi, ti prometti, non perderai più niente di quello che un giorno rimpiangerai. Sciocchezze come al solito, perché sei comunque da questa parte della pagina.

13 aprile, 2007. (Presentazione del sito "Sette Moderniste", durante la conferenza stampa de "La festa dei libri e delle rose" del 23) Il re barbaro, forte del fatto che un grande romanziere come Bret Easton Ellis ha composto un testo sacro sui "book tour", e che la figura dello scrittore pazzo è dopo "Lunar Park" entrata di diritto nell'immaginario postmoderno, affronta con decisione la sua prima platea fuori dalla grotta dei pipistrelli. Egli si esibisce in duemilaseicento smorfie mute, le cosiddette consonanti, e in tremila sibili aspirati, le cosiddette vocali: dopo dieci minuti di tali faticosissime disarticolazioni, convinto d'aver composto un bel, anzi bellissimo, discorso, e di averle cantate, sì sì, proprio cantate a tutti su tutto, come un direttore d'istituto culturale ne "Il maestro e Margherita", si abbandona finalmente sullo schienale della poltrona, asciugandosi la fronte che gronda gocciole pallide d'apoplessia, e guarda il pubblico. Il pubblico è lievemente attonito. Eleganti signore, già per lavoro costrette a sorrisi diuturni, assumono gli atteggiamenti di sollievo dei viaggiatori della metropolitana alla fermata in cui il pazzo disabbigliato, elemosinante, vaniloquente o cantante, finalmente scende. La gentilissima padrona di casa spiega che il re barbaro "non ama parlare". Le tovaglie friniscono della raggelante atmosfera dei lungomare d'autunno, quando gli ultimi amanti clandestini, infagottati di tristezza, insistono per sedere all'aperto sul belvedere spazzato da boreali cumulinembi. Mentre si congratula con sé, molto fiero e felice, il re barbaro, stupito d'uno stupore bambinesco, ascolta dagli organizzatori un po' perplessi qualche chiosa opportuna: per esempio il titolo del suo romanzo, che ha dimenticato di annunciare, e il nome del sito, di cui gli è sfuggita la segnalazione, e il proprio nome, che già credeva scolpito in quella statua di pietra che, come dice Plotino, noi non si smette mai di scolpire.

(e perfino l'Abbonato al notiziario del giorno prima ha capito che parliamo di Moai)

12 aprile, 2007. Oggi, "Colazione dei campioni" per tutti: addio, Kurt, buona ristampa.

O ri-ristampa.

12 aprile, 2007. Dice che adesso proverà a chiamare tutti i giorni, per vedere se le cose migliorano. Lo ha promesso. Gli ho detto che non migliorano, ma in realtà sono contenta di sentirlo. Solo che non posso pensare. Non posso pensare a niente. Saranno cinque minuti di silenzio, in giornate piene di rumore.

Tuttavia, non vi nascondo che l'episodio di Dogma, in arrivo nei prossimi giorni, potrà beneficiarne, per esempio ospitando una confessione di Snow White. Anche se sapete che Snowie ha sempre, come lui, un secondo fine.

11 aprile, 2007. Il destino, devono averlo rotto in qualche tempio, millenni fa. "Ops", e milioni di vite sensate sono andate in pezzi. Ma la mitologia queste cose non le racconta, eh? "Il devoto Pròtasi, sacerdote del tempio di Giove, vide un giorno un formicaio sotto l'altare, e con molteplici arti si accinse finalmente a distruggerlo. Gli dei si guardarono, si precipitarono dalle nuvole per impedire l'empio atto, ma giunsero nel tempio quando ormai il fedele aveva già vuotato la bomboletta di ddt, e spazzava i residui. "Tu e i tuoi posti sicurissimi," disse Giunone furiosa a Mercurio dai piedi alati. Ma poiché le musiche della notte di festa già risuonavano sull'Olimpo, si voltò di nuovo verso lo specchio e riprese a pettinarsi". Già, certo.

10 aprile, 2007. Mi sveglio triste. Altri possono guardare avanti, se non hanno altre direzioni in cui guardare. Io no. Io sono costretta ad avere la forza di non guardare da nessuna parte. Sorridervi, ma senza guardarvi.

Questa è la terrificante richiesta.

9 aprile, 2007. Avete il racconto "Forza maggiore", ma per tutta la settimana il blog ritorna un luogo di appunti di servizio. Gli stalker li abbiamo beccati, uno di loro si chiama Maurizio: ogni volta che intervengono, vediamo l'IP.

Per noi, chiudo con una citazione: <<E ho sentito anche quella sua sciocca teoria, poco fa: 'Non c'è immortalità dell'anima, e così non c'è nemmeno virtù, e dunque tutto è permesso'. E' una teoria allettante per i farabutti... ma io lo insulto, e questo è stupido. Non per i farabutti, ma per i fanfaroni eruditi che hanno 'problemi insolubili e profondi'. La sua teoria è tutta un'infamia! L'umanità troverà in se stessa la forza di vivere per la virtù, anche senza credere nell'immortalità dell'anima>> (Dostoevskij, I fratelli Karamazov). Se nulla è cambiato da allora, se io non posso scuotermi o consolarmi con altre parole, secondo me non è solo una questione di postmetafisica: siamo stati tagliati fuori, artatamente, da qualche processo di conoscenza, abbiamo preso una strada bizzarra, o non facciamo il salto. Sicuri che il nuovo mp3 sia sulla stessa via per i viaggi galattici, l'eterna giovinezza o l'immortalità?

9 aprile, 2007. Stalker, sei ripugnante.

8 aprile, 2007. "Un diamante meraviglioso, conficcato in fondo a una voragine e dissolto tra i continenti, senza mai brillare al sole in duecento milioni di anni.

Un'ortica, sbocciata in una crepa di cemento sulla strada del cimitero, maciullata dai passi e sradicata dai tumulatori.

Un cefalo, allevato per essere gettato vivo tra le fauci dell'orca Wilson, nello zoo di San Diego, insieme ai suoi dieci fratelli, anche quello piccolo con l'occhio malato.

C'è chi si ferma davanti al cumulo di orrore che è qualunque sorte. C'è chi invece guarda nel vetrino di microscopio che gli è concesso, e cerca il seme di ogni cosa.

Voi mi chiederete, chi dei due ha ragione?

Io so rispondervi. Ma mi trovate in fondo al vetrino, ciao." (Maus Columbo, da Messaggi in segreteria del maestro Hua)

8 aprile, 2007. Buona Pasqua a tutti. Il 23 aprile a Milano, Sette Moderniste sarà ospite della "Festa dei libri e delle rose". E modernisti come voi non possono non sapere che

April is the cruellest month, breeding

lilacs out of the dead land, mixing

memory and desire, stirring

dull roots with spring rain.

7 aprile, 2007. Gli sfondi dei miei racconti somigliano tanto alle vostre abitudini che sembrano non-scritti. Resta il fatto che sono scritti, invece, e limati con accuratezza. Solo un idiota può pensare che sia più difficile un'ambientazione esotica, ma il prezzo che io pago per aver reso viva una scena comune è che nessuno si accorge d'aver letto un racconto, un artificio. Questo mi fa arrabbiare. Il nuovo romanzo noweb, che sembra scritto a casa vostra, mi sta costando notti bianche di cui non resterà traccia, se non nelle occhiaie che tanto vi spaventano e in questo stupido blog che seguitate a leggere. Per Pasqua ho scritto "Forza maggiore". ambientato tra voi: tuttavia, per il futuro, forse dovrò imparare a scrivere male anch'io, come tanti, aprendo però la tenda dei vostri occhi su Bombay o Beijing. "Arrivammo a Mathura e l'aria calda ci investì come il fiato nudo e sdentato dei mercanti di chai, fuori dal piccolo taxi scoperto". Ma sì!

5 aprile, 2007. Leggo Soseki e guardo gli aquiloni quando cala il vento.

3 aprile, 2007. Sette Moderniste - Il sito, sarà presentato in pubblico. Il re barbaro si preoccupa.

Tutto il resto è meno divertente. Gli uccellini caduti dal nido erano rapaci, ma quel che sono, sono fatti loro. Pace e confini serrati.

2 aprile, 2007. Evento d'ombra. Leggetevi, prima che io decida di cancellarlo, il mio racconto intitolato "Forza maggiore", e dedicato, con un profondo inchino, a un "vecchio pazzo" (wikipedia vi aiuterà, ma sarebbe vergognoso nominarlo qui). Avvertenza per i giallisti: in questo racconto non ci sono colpevoli, tranne l'autrice. Nota: il nostro primo lettore lo definisce "quasi intollerabilmente triste". Grande! Ed è un GRANDE primo lettore!

1 aprile, 2007. Sì, giorno degli scherzi. E' pronto l'evento d'ombra. Adesso, in omaggio a Tanizaki, lo pubblico qui in ventisette puntate. E a partire da domani. Forse.

Tanto io l'ho già letto, trappoline mie.

31 marzo, 2007. Una parte della difficoltà sta nel comprendere che cosa intendiamo noi per ombra. Il buio, l'impurità, il peccato, il peccato, il peccato? Oppure l'innocenza che si ritira, anche dietro l'ombra dell'impurità, e che si ferisce a qualunque luce?

31 sangatsu, 2007. Scusate il breve isolamento. L'evento d'ombra sta arrivando: è a metà. Durissima la parte preparatoria, dal momento che questa volta ciò che conta è che diventi semplice. Watashi wa nihonjin dewa arimasen.

30 marzo, 2007, E va bene. Volete saperne di più sugli scrittori, poiché vi manca il finale. Eccolo. Voi provateci, a far soffrire uno scrittore: ma quello, quando decide che la misura è colma, taglia, e torna a casa a scrivere. Non ci credete? Ve lo illustrerà il buon Ichi nell'episOdio di Klaz, che arriverà prima dell'evento d'ombra, miei scolaretti con la pennuccia in mano. E se non credete nemmeno a quello, ecco: le cure mediche che stavo seguendo mi impedivano di scrivere, per i continui mali di testa che provocavano: le ho interrotte. Scrivere è più importante. Ciao! (Ma se non capite nemmeno me, come lo capite Dostoevskij?)

29-31 marzo, 2007. Evento.

Vi sono luoghi che urlano, accecano, assordano, i supermercati, le strade dei negozi, le campane delle chiese, le scogliere, e luoghi che anche quando gridano sono sommessi, i rami degli alberi, le nicchie delle case, i miei occhi.

Sette moderniste è un luogo di questo secondo genere, per un suo incantesimo fatato, un luogo che in senso lato potremmo definire toko no ma. Luogo di nulla, vi spiegherebbe Tanizaki.

Lui direbbe, ombra.

Vi proponiamo un evento dell'ombra. Presto. Su queste pagine. Da leggere senza turbare il silenzio.

28 marzo, 2007. Voi sognate di cadere dal letto. Io ho sognato di incontrare Jesus Christ in autostrada. Lui sta in un'utilitaria con due tizi che sono la copia di Peter Lorre, uno vestito di bianco e uno vestito di nero, ed è un gigante a torso nudo, robusto come un San Sebastiano, con la testa che batte contro il tettuccio della macchina. La Sua auto e la mia non sono guidate da nessuno: siamo tutti passeggeri, e questo mi fa pensare. Nel sogno. A un certo punto la mia auto si affianca alla Sua, ed Egli stende la mano fuori dal finestrino e tocca le mie dita, e mi dice: "Tu parlerai a moltissime persone". E uno dei Peter Lorre aggiunge: "Ma non tutte ti ascolteranno". E Lui aggiunge: "Molte di queste persone ti seguiranno". E l'altro Peter Lorre: "Ma non sarà sempre perché ti amano". E Lui: "E poi..." Ma Lorre lo interrompe: "Basta, basta, per oggi basta così. Vero cara? Basta, basta". Poi le due auto si staccano e la mia fila via. Sulla corsia di sorpasso.

27 marzo, 2007. Si scrive per morire della morte immaginata dai suicidi, quella che rimprovera nascosta dietro un muso infantile. Invece non si può sentire nessun pianto, dalla tomba di una parola. (IB, Gli infelici brevi)

26 marzo, 2007. Sei tu, sei veramente tu? Gli chiese. Il clone sorrise e annuì. Certo che era veramente lui. Diceva io facile come guardarsi l'ombelico. Passava le notti di ventenne a domandarsi che cosa sarebbe successo un giorno nel momento della morte. Come sarebbe stato il passaggio. Dire io, e poi non dirlo, e tutta quella roba. Lei sospirò. Ti ricordi di me? Lui la fissò a lungo. Ma con l'aria di uno che sta ricordando i sedili in metrò, le scale a scuola, la coda fuori dalla discoteca e gli altri posti in cui collocava le persone che non conosceva. Lei si prese la testa tra le mani. Sei lui, ma non sei tu, gli disse. Ah, rispose l'altro. Ho capito, sei una delle rivissute, e anch'io sono un rivissuto. Ma la copia sbagliata. Ci amavamo. Tu sei la copia giusta, e io invece, dentro, sono un altro. Beh, non è un dramma. Può essere come una di quelle storie che durano un weekend. Si fanno senza stare a pensare. Lei lasciò cadere le braccia sul tavolo, i polsi inerti diedero un colpo secco e gli altri avventori si voltarono. Sì, certo. Le storie che durano un weekend, gli disse, e rimase a guardarlo con la testa storta tra le spalle come se ce l'avesse con lui. (IB, Gli infelici brevi)

25 marzo, 2007. E' come se, dopo anni in cui tutti hanno rivolto la loro attenzione al cioccolato, sorgesse all'improvviso una caramella. Due mezze gocce di sciroppo di lampone solidificate e unite a caldo, in una sfera rosa opaco, non perfetta, lasciata raffreddare e infine rotolata nello zucchero a velo perché non s'appiccichi alle altre nel sacchetto. Leggevo, prima, la descrizione meticolosa di una sedia in Kawabata: una scrittura capace di disegnare forme anche senza incaponirsi sulle geometrie. E' su un mondo preciso che l'io può sensatamente annuvolarsi: il romanzo è questo incontro, un mondo e un io. Altrimenti, per scrivere cuore-amore, son buoni tutti. Anzi: tutte.

24 marzo, 2007. Una disamina del terrificante oggetto amore. Amore probabilmente non è desiderare che lui ammiri le tue (le mie, ndr) sfolgoranti tette. Forse è altro. La vita è una sequenza lunghissima di eventi irrilevanti. Non la sua. Di lui. Perfino quando si lava i denti, la sua vita per me è un thriller mozzafiato. Eppure ancora manca la parola noi, che è il segreto dell'amore. 20mila battute.

24 marzo, 2007. Occorre il gioco che ho fatto qui per il racconto: dall'emergenza dei numeri, uscirà anche il romanzo. La metà del primo nuovo capitolo è di circa 12mila battute. L'intero deve raggiungere le 35mila, visti i materiali in attesa (quella metà è una metà concettuale, non aritmetica) entro domenica sera. Dovrò smettere di domandarmi chi diavolo leggerà questo testo sconvolgente, capovolgente, inaspettato, e soprattutto, dovrò mantenere il segreto e il silenzio. Ancora altra solitudine, dalla quale mandarvi sorridenti depistanti retorici segnali di fiducia e ottativi non condivisibili. Ancora altre "sopracciglia aggrottate della gente", per citare Epitteto. Intanto voi potete passare il tempo con il nuovo episodio di Ichi. Con le riflessioni di Bauman sull'amore. Con le vostre vite, se ne avete. E ne avete.

24 marzo, 2007. Variato. Da qualche parte ho scritto un testo buono, dopo tanta robaccia prodotta da queste parti. E robaccia letta altrove. Per ora, il titolo resta "oggetto x", non posso sbilanciarmi. Non posso nemmeno metterlo on line, ma metto on line al suo posto la consapevolezza che anche questo nasce da una delusione. Ma le delusioni hanno spesso diversi colpevoli. E' vero che in una recente cattiva prova ho creduto di vedere gente che "dice di essere il nuovo, ed è solo il vecchio da giovane", ma di qui a dire che "non sa cos'è il romanzo (come quelli che tutti i mesi passano davanti a un grande cartello che è sempre stato lì per strada, e ormai non lo vedono più)", ce ne corre. Esagerata. E' vero che il romanzo non è qualunque nuvolaglia dell'io, lo affermo con forza; ma non si può pretendere sempre di condividere gli sguardi altrui: nemmeno noi siamo stati lucidi, in questi brutti giorni, e in alcune brutte scritture. Io non devo farmi distrarre da riflessioni che sono estranee al mio cammino e non mi riguardano, e non posso pretendere che dalle mie sparse chiacchiere si desuma, per chi non mi conosce, il rigore di ben altre prose. Quindi, calma.

23 marzo, 2007. Dubito che il mio ex marito leggerà mai il post di ieri. Però sono grata a tutte le persone che cercano di aiutarmi, anche se non capiscono che è molto molto difficile che io osi mettere di nuovo il piede a terra, se non dopo molte false partenze; e scappano alla prima. Con ciò motivando nuovo disincanto.

22 marzo, 2007. Nella sua "Intervista sull'identità", Zygmunt Bauman parla brevemente del declino dell’amore nel mondo contemporaneo, coniando un’espressione che io trovo deliziosa e atroce: gli umani da compagnia. Come i cani, regalati da cuccioli ai bambini e tragicamente abbandonati appena cagano, così l’amore nella sua modalità consumistica è un oggetto che garantisce immediata soddisfazione, che è "utile" in una funzione che per quanto intima non appartiene meno al campo del consumo di un oggetto che si usura e che, una volta usato, è inutile o dannoso e si può buttare via.

Vi riporto qui un piccolo brano del testo di Bauman, dove si cita – ma va? - il Simposio di Platone: <<Diotima di Mantinea faceva notare a Socrate che “L’amore non è amore del bello come credi tu. E’ amore della generazione e del partorire nel bello.” Amare è desiderare di “concepire e generare” e perciò l’amante “va in cerca del bello in cui partorire”. In altre parole, non è nella ricerca smaniosa di cose finite, complete, già pronte, che l’amore trova il suo significato, ma nell’impulso a partecipare e contribure al divenire di tali cose. L’amore è affine alla trascendenza: è solo un altro nome per l’impulso creativo, ed è gravido di rischi come lo sono tutti i processi creativi di cui non si è mai certi di quale sarà l’esito.>>

Amore e rischio. E invece tutti questi fuggitivi e vigliacchi, come ha sempre sostenuto il re barbaro, non stanno in realtà cercando niente. Niente di niente. Sono l’equivalente sentimentale di quello che è la pubblicità: uno spreco di immaginario. Cave canem. 

21 marzo, 2007. Qualcuno di beneducato, che legge e lascia un commento civile, c'è ancora, a questo mondo! Grazie. Per tutti: ciao per un po'. Leggete pure il nuovo episodio di Ichi. E credetemi: Occam, e il suo rasoio, non sono la verità. Molte cose che non misurate, e che non sono semplici, e che non sono nemmeno reali, tengono in piedi il mondo. Una sciocca storia inventata come questa tiene viva me. Una persona che è stata gentile con voi, senza che voi mai (rifletteteci) lo siate stati con lei, vi fa sorridere. E nessuna delle due cose era la più semplice e la più logica da fare.

E non meno difficili e contorte sono le cose capaci di distruggere. Anche se in modo fulmineo. I fucili non sparano da soli, i virus, le onde degli tsunami...

Provate a smettere di pensare di essere soltanto figli, ospiti, fruitori, succhiatori di mammelle. E che gli altri lo siano come voi.

Liberate gli schiavi.

Voi, altri schiavi non esistono. La differenza tra noi, sarà sempre questa.

Difficilissima da capire, come il letto di Santa Caterina.

Se ci vediamo, non so quando. IB.

20 marzo. Per inciso, e ancora sulla Santa Caterina, stricto sensu ogni romanzo è letteratura fantastica. Ma perlamordiddio tornate pure a leggere tutte le vostre autobiografie, e quante ne avete? Una è la storia della vita che avreste voluto, l'altra la vita che avete, l'altra quella che potreste ancora avere, l'altra è quella che non avrete mai più. E qui il letto di Santa Caterina diventa urgente, ma voi non volete sapere cos'è...

A volte vi osservo mentre fate a meno di me. Mentre (alcuni senza saperlo, altri sapendolo bene) vi "contentate". Oh, come vi godete la vostra corte! Solo se re Richard è lontano, John può ben regnare. E allora, in un mondo in cui la Sfinge è disoccupata, Delfi è bruciato, Santa Caterina è insonne, e l'unico che lavora è il vostro simile Occam - i giallisti e Occamisti similari - posso ben rimanere inedita, e perfino muta, e perfino... perfino finirla qui. Sapete uno che comincio a capire? Dio.

Paola lo sa che è uscito il nuovo episodio di Ichi? (Sì, cambio discorso, certo. Tsk)

19 marzo, 2007. Il letto di Santa Caterina... Stavo per parlarvi di questa storia molto strana e magari un po' troppo gotica (ma chissà mai, magari nel letto di S. Caterina dormite ogni notte - quel tale che è caduto dal tetto, è probabile), quando all'improvviso ho capito che in realtà a voi non interessano le storie. Piccole, grandi. No.

A voi interessa dire "questo l'ha già detto Pinco, Pallino", "questo l'ha detto Oz"...

Il vostro letto dev'essere noioso. Più di quello di Santa Caterina, di sicuro.

18 marzo, 2007. Ecco il nuovo episodio di Ichi, un po' shinto. Parecchio shinto. Non tutti qui se lo meritano. Gli Ichi sì. I Cattivi, no.

16 marzo, 2007. Non siamo di buon umore, ma passerà anche questa.

Sapete, non è bellissimo essere sempre solo feriti. Voi non lo sapete nemmeno, vero, che cosa sia? Se non, immagino, dalla parte del coltello. Anzi immagino che siate di quelli che danno delle gran lezioni. Voi.

Intanto.

Stiamo scrivendo una cosa per delle teatranti, vedremo. Ah, sì, scriviamo: stiamo fumando, moriremo, non ce ne frega niente, ma con più spessore, grazia e dolcezza di quanto non freghi niente a voi. Come Seneca.

Qui, nel luogo Sette, si richiede invece una nuova sosta, questa volta per riformattare il sistema e riordinare il sito, che si è riempito di erbacce. Intanto leggete - ma non ne vale la pena - il nuovo episodio di Hard. Per il resto, la riflessione resta quella del 9 marzo, magari in forma più organica.

Primavera 2007. E ora torniamo all'età adulta. All'età in cui abbracci una persona cui vuoi bene e senti che ha quasi solo pelle e ossa per stare su. E questa persona ti si sottrae, infastidita dal tuo tocco, infastidita dal tuo sbigottimento che non riesce a essere educato.

E io non riesco a ridere come tutti gli altri. Quelli ridono. Gli va tutto bene. Che spasso. Che parassiti. O forse è il loro modo di esprimere lo spavento? Dicono "incredibile", "eccezionale", e poi quella pausa muta con la faccia rivolta altrove. Ma si lascia una cosa andare così? Che cosa faccio? Dovrò anche togliere questo post, o non so, sarà meglio. E' qualche giorno che continuo a pensare mi dispiace mi dispiace mi dispiace. Che cosa posso fare? Per quale motivo io dovrei presumere di sapere o potere fare qualcosa? Chi mi credo di essere? Spero che questa persona abbia qualcuno che si preoccupa per lei. Spero che siano solo esagerazioni da stupida piagnona, e che non ci sia niente di crudele in questa primavera.

 

15 marzo, 2007. Oggi, Idi di Marzo, è un quasi non onomastico per me e un anniversario per i nemici di Cesare (l'unico caso vocativo nella storia dei miei studi, e anche dei vostri, fu quel "Brute"). Giornata di noi figli. Giornata in cui io pronuncio sempre la mia famosa frase, coperta da copyright, "noi non siamo soltanto figli". Oggi, dedico la giornata agli amici d'infanzia.

Gli amici d'infanzia, ma non quelli di quando ero bambina, la Cri, lo Stefano, la Simo, la Emi, la Patri, l'Anto (tutti rigorosamente con l'articolo del dialetto) che restano nella nebbia antica delle cadute dalla bici e delle fughe in cantina inseguiti dalla portinaia sciura Culumba. No.

Oggi saluto gli amici d'infanzia acquisiti negli anni. Gli amici puri. I fratelli di gioco. Quelli che, se ci si trova, è sempre per combinare qualcosa. Per esempio Shads, di cui vi linko per l'ennesima volta il sito e per la prima volta il racconto sul quale abbiamo anche discusso un po' - voi sapete come sono, chiacchiero. Ciao Shads, tu quoque, benvenuto tra i miei amici d'infanzia, anche se ci conosciamo da quanto? saranno un cinque anni, toh. Andiamo a schettinare in qualche roggia abbandonata e a incollare animali fiori frutta sulle pagine dei quaderni, so che tu capisci, e mi sai.

14 marzo, 2007. Post diseducativo e intensamente stupido. Mancano solo 79 giorni a quando riprenderò a fumare. Nel frattempo, ho avuto l'idea per un racconto che vorrei cominciare a scrivere subito. Ma: è un racconto da tre pacchetti al giorno. Se anche mi sparo tutti gli scoagulanti che conosco - e già sto facendo santi pastrocchi chimici - fino a fare in modo che il sangue mi esca dai pori della pelle per osmosi, scrivere a colpi di tabacco può ammazzarmi, o per emorragia o per apoplessia. Voi dite: ma una bella gita, oppure occuparsi di faccende domestiche, o dipingere all'acquarello, o fare la maglia? E smettere di pensare a questa cosa alla quale già pensano tutti, scrivere, insomma, che noia. E io vi rispondo: è più scoagulante l'Aulin o l'Aspirina, secondo voi? E l'alcool, coagula o scoagula? Oppure: e se io smetto la cura che mi impedisce di fumare? E non sarò già troppo scoagulata? Oppure: e se io entro in coma farmacologico per 79 giorni e poi mi svegliate con una sigaretta? L'accendo io, ché non mi piace tutta bausciata.

11 marzo, 2007. Questo episodio di Hard ...

Beh, l'antefatto è: scopriamo all'improvviso che mi hanno copiato l'idea e il personaggio di Ichi. Facendo del sesso zen una coglionata.

Mi rubano i personaggi.

Non ho altro che mi possano rubare, e mi rubano i personaggi.

Era l'unica cosa che potesse risvegliare le Sette. Molto difficile scrivere, ora. Molto difficile combattere.

Ma bisogna. Con il nono stratagemma: colui che vince perfettamente l'avversario non si impegna nella lotta.

11 marzo, 2007. "Per cominciare, spegniamo le luci. Poi si vedrà" (Junichiro Tanizaki)

 

9 marzo, 2007. (D'accordo, mi esprimerò in modo non ellittico, altrimenti gli intubati-di-realtà non capiscono... In neretto le spiegazioni aggiunte) Poetika, uno. Nove, già il nove marzo. Come sto, mi chiede il nostro comune amico: io sto bene, io sto bene. Grazie. Ho una piccola crisi di assenza-astinenza, ma dev'essere questo fatto delle sigarette. Io sono nel pacchetto: se non mi accendo e non mi fumo, resto nel pacchetto. Ma sto bene. E poi la crisi arriva da prima.

Il medico ha detto che se accendo la sigaretta e la tengo in mano senza fumarla, non può farmi male. Forse. Ma i sensi di colpa possono uccidermi. La crisi arriva da prima.

Ho visitato alcune case, in questi giorni di ritorno alla fiducia (crisi nera). Le case che ho visto, contengono - adesso lasciamo stare quello che dettagliatamente contengono, ho una lieve ossessione da pacchetti e scatole varie - le case contengono i loro oggetti e le loro persone in modo molto ordinato. Direi "schizofrenico". E' come entrare nella casa di un non fumatore - scusate la fissazione - e farsi dare un portacenere. Quell'oggetto è IL portacenere di quella casa. Non troverete altri portacenere in una casa di non fumatori, e l'unicità dell'oggetto gli dà una connotazione di "esemplare". E cautele nell'uso, e inquietudine particolare se l'oggetto si rompe. Ieri sera ero da un'amica. IL portacenere di quella casa è un bellissimo, veramente bellissimo piattino con dei fiori blu molto piccoli, ravvicinati. Oppure. A casa del nostro comune amico ci sono vasi di cristallo sul genere di quelli che si trovano nei negozi di fiori, un po' cimiteriali - ne possiedo uno anch'io, tutti sapete quali sono - molto puliti e completamente trasparenti. Sono I vasi per le piantine. I vasi per le piantine. Se mettete sotto l'etichetta, potete scrivere: vaso per piantina, sec. XXI. Sul portacenere della mia amica non fumatrice: piattino a fiori blu, usi vari, prob. portacenere, seconda metà del sec. XX.

Esemplari. Fin qui ci siete?

Casa mia invece è la tomba dei faraoni prima che l'archeologo scenda a mettere le etichettine, ma dopo che sono passati i tombaroli. Niente più rimane di prezioso per l'osservatore ladro schizofrenico che è in ciascuno di noi, ma ugualmente si tratta di una scoperta fondamentale per la civiltà. Per esempio, il pianoforte. Il pianoforte è sommerso da cumuli di oggetti che lo rendono irraggiungibile perfino al gatto. Non è IL pianoforte. E' un mucchio di roba in cui si distingue, a fatica, UN pianoforte.

Ho deciso che voi avete fin troppi umori di cui conoscete ogni particolare. Di cui avete ogni etichetta. Umori esemplari. Sto pensando di occuparmi d'ora in poi solo di tutto il resto. Il che forse è quello che ho sempre fatto, ma nel mucchio non si notava.

(continua)

Spiegazione aggiuntiva: accompagno spesso la parola "schizofrenia" alla parola "oggetti" perché mio nonno, psichiatra, mi diceva che nella schizofrenia l'oggetto ha un rilievo che le persone non hanno. Così raccontava. Ma avevo tre anni. Magari ho capito male.

 

6 marzo, 2007. E' una di quelle giornate in cui tutti sanno dove andare e ci vanno. Le persone che vi venivano vicino nella loro fase triste, sono, come portavano scritto in faccia, felici e lontane. Gli indaffarati che si annoiano, ma non si sognano nemmeno di mettere in discussione la loro ultima certezza (è da quando hanno vent'anni che sono nell'ultima certezza), stanno cenando, e usando le parole come le palline al gioco "mai far cadere la boccia". Immaginate piani sequenza genere Quinlan. Di che cosa staranno parlando. Mmm. Scendete dal soffitto e zoomate su tavola imbandita, un po' stretta, con commensali che non si conoscono molto ma fingono di essere amici. Zoomate su passeggiate con gli uomini davanti le donne dietro. Andate di dolly su muretti o macchine in cui tutti si sono fatti tutto, tutte, e qualunque cosa, anzi di più, anzi io ieri ho visto una jeep gialla uscire di strada e salire su un palazzo, anzi io ieri un'ora fa ero a Hong Kong e adesso sono qui, anzi io guidavo due macchine contemporaneamente in piedi sulle carrozzerie.

Lo so che sei là in mezzo, e che non stai scrivendo il pezzo del secolo, e che non stai vivendo l'amore del secolo, e che non sei neanche per un po' molto felice. Ma, caspita, tu sei uno che sa dove andare, no? E ci sei appunto andato, no?

Cazzi tuoi.

 

4 marzo, 2007. Libri che dovreste leggere. O almeno scrivere - Due.

"The smoker", di Alan Kikri. Non ancora tradotto in Italia, è un alto esempio di letteratura di quel continente sconosciuto che è la Groenlandia (l'autore visse, e morì nel '64 per cause sconosciute, in una tenda di pelli sul pack). In una città dell'Occidente, nel futuro - l'Occidente e il futuro visti con gli occhi del semi-inuit Kikri nel 1949 - una donna di nome Zeda affronta, per insignificanti motivi di salute, il calvario cui tutti i fumatori prima o poi sono condannati: smettere di fumare. Ma nell'istante in cui la nicotina smette di arrivare in modo continuativo al suo cervello, Zeda comincia ad avere visioni ultranaturali ed esperienze extracorporee. In questi momenti ESP, l'eroina del romanzo entra suo malgrado in contatto con due gruppi rivali, i Nosmo e i Plusmo, entrambi irreggimentati in milizie violentissime, che predicano valori diversi, all'apparenza alti e spirituali, ma che nascondono in realtà crimini efferati. Opposti per parole d'ordine, nemici e obiettivi, i due oniro-gruppi in lotta tra loro si coalizzano non appena capiscono che Zeda, refrattaria al controllo delle due milizie, non intende pronunciare il solenne giuramento di fedeltà né al comandante dei Nosmo, Vairon, né al dirigente dei Plusmo, Fixed Fixx. Prefigurando il paranoico mondo visionario degli scrittori di SF della seconda metà del Novecento, il libro di Kikri crea un microcosmo di alieni terrestri dai caratteri fin troppo contemporanei - il fighetto tossico dei Nosmo, il cinico vagabondo dei Plusmo, con le loro terrificanti donne clone - e introduce un elemento poco analizzato dagli altri autori di SF dell'epoca: la statistica. Nelle mani dei Nosmo e dei Plusmo, una caricatura di tale scienza si incarna nell'enorme megafono con cui i due gruppi assordano durante la sospensione onirica la metropoli del futuro, prima della diffusione della televisione. Un frastuono indifferenziato, che permea tutte le pagine del libro, riducendo l'esistenza dei piccoli individui protagonisti "a un timido bisbiglio umano sempre più sommesso tra le scariche elettriche, e il loro cuore, a un cuore auscultato sotto un'armatura di numeri".

4 marzo, 2007. No comment. Forse con le sigarette vi vedevo migliori. Inoltre, non avete una sistematica. Bleah.

3 marzo, 2007. Finte sigarette, finti nuovi amici, finti sorrisi... E io che dentro vedo tutto, sento tutto, capisco tutto... A Stromboli non c'è altrettanta pressione. Penserei più al Pinatubo...

2 marzo, 2007. Lo stanno assemblando davvero. Il gigantesco magnete che troverà o non troverà la famosa particella di dio. Il bosone di Higgs. Mi preoccupa non la particella, ma il magnete. Se in novembre il vostro frigorifero schizza fuori dalla finestra, diretto a Ginevra, non dite che non vi avevo avvertito. Serendipity a tutti.

1 marzo, 2007. Piccolo problema. Per guarire, io devo smettere di fumare. O fumare al massimo una o due sigarette. Dunque. Si apre qui una questione filosofica di portata assai ampia. Se vivo, io fumo. Se fumo, muoio. Se muoio, smetto di fumare. Uhmmm. Forse chiedendo a Parmenide? Anassimene? Anassimandro? Intendo dire: non c'è un'ontologia più comoda, eh? No, non l'"esserci". Oh, ma che ve lo dico a fare.

28 febbraio, 2007. Per un giorno, si scherza.

28 febbraio, 2007. Libri che dovreste leggere. O almeno scrivere - Uno.

"Peter e la stele”, di Jorg Ul, pur raccontando per circa seicentocinquanta pagine ininterrotte la storia di un antico re degli angli che decide di vergare la propria stele mortuaria, è un testo di rara leggerezza ed incomparabile allegria. L’espediente esilissimo di Ul, vale a dire il terribile e glorioso lavoro cui re Peter si accinge, riesce a sollevare e stringere insieme la pietrosa vicenda storica degli antichi angli, il ritratto di otto tribù divise da interminabili guerre, la tragedia della labilità della verità umana, e l’indifferenza granitica - e così femminile - della natura. Il libro comincia come un’Iliade nordica, nella tenda reale di un accampamento di angli ai margini del campo di battaglia. Re Peter, stanco di guerre ma ormai certo della propria vittoria, decide di affidare il comando delle truppe al figlio adottivo Aran e di dedicare gli ultimi anni della propria vita all’incisione della stele con cui sarà ricordato ai posteri. Ma appena giunto alla fine della prima stesura, viene a scoprire con orrore che l’adottivo Aran ha condotto l’esercito a una disfatta fatale, tramando una resa ignominiosa che priva la corona di metà del suo regno e promette al nemico la testa dello stesso Peter. Occorre fuggire; ma al momento della fuga dal regno, ormai divenuto una trappola di nemici, per un incredibile malinteso il re Peter si imbarca su una nave, e la stele, e con essa l’oggettività storica ormai mutata in Errore, anzi in Erranza, su un’altra. Dal momento della separazione – la dualità annunciata nel titolo - tra re Peter e la stele, tra il sempre più sfortunato re e l'incorreggibile Storia che anche geograficamente si distacca sempre più da lui, attraversando come la volubile Fama i territori della Credenza e del Mito, il racconto di Ul si libra in volo ben oltre i re Lear e i Gloucester di cui pare all’inizio ricalcare la divisa vicenda parallela, incamminandosi baldanzoso verso gli amori contrastati delle Etiopiche di Eliodoro di cui scopre le similitudini con il disinganno del Candido di Voltaire. La narrazione ha a questo punto ormai smesso i panni del prudente Dedalo inventore di labirinti per prendere quelli dell’azzardato Icaro che si impenna fino al sole, oltre i bastioni dialettici di "Correzioni" contemporanee. Come amanti alessandrini, re Peter e la stele si ritroveranno, per un caso fortuito e sotto mentite spoglie, sulla spiaggia di un’isola scozzese: solo il desiderio di non guastarvi la straordinaria sorpresa del finale ci impedisce qui di rivelarvi come il tradito, derubato, venduto, malmenato, inseguito e naufrago re Peter, divenuto un Odisseo freddo , deciderà di risolvere la questione tra Sé e la Verità storica di Sé: ciò che disperiamo sia ricordato e ciò che siamo disposti a tramandare. Una questione che l’uomo moderno difficilmente si pone, e che questo libro trafigge come una lama di luce antica ficcata nelle tenebre del futuro.

27 febbraio, 2007. Un convalescente necessita in ogni caso di un lustrale. Il lustrale sarà a base di:

indumenti leggeri

cibi prelibati

Pynchon e Borges letti così, a caso

infiniti aromi di fiori.

E' successo che non riusciamo più a scegliere le parole. Il cielo era altissimo oggi, e noi non sappiamo nemmeno raccontare quale coperchio sembrava gli fosse stato tolto. Un lustrale è necessario, per un po'. Lo consiglio vivamente anche a voi, e tuniche, e sandali, e un amico che sia Socrate. Ma non lo sa mica, sapete? Continua a dire che io. E invece.

Grazie.

25 febbraio, 2007. Il racconto è finito, e non ho contato le battute. E' richiedibile a cast@settemoderniste.com.

23 febbraio, 2007. Difficilmente segnalo un link, ma leggete se già non l'avete fatto la classifica degli scrittori secondo gli scrittori come la racconta Repubblica. Tralasciando il fatto che il corrispondente Enrico Franceschini si domanda alla fine se anche i non addetti ai lavori preferirebbero i classici ai contemporanei, e che questa domanda è segno che non aveva voglia di lavorare molto quel giorno (massimo rispetto, eh). Ora, io un giro per le librerie, per i blog e per il mondo, me lo sono fatto. La disperazione di persone che passano dalla Nothomb a Sterne, da Goethe a King, da Benni a Musashi, è tangibile. Quieti come budda infiniti, gli-scrittori-che-non-citereste-mai (King, McEwan, ma mi piacerebbe sapere chi sono gli altri, e dopo vado a fare un giro sui siti internazionali) indicano invece la Karenina di Tolstoj al primo posto e la Bovary di Flaubert al secondo, più altri "classici", come libri "da isola deserta".

Segue la mia opinione: uno scrittore che non cita se stesso come primo autore da portare su un'isola deserta, non è in buona fede, non si considera (più?) rappresentativo dell'umanità, ci ha abbandonato, e non va più letto da quel momento in avanti, finché non comprenderà di nuovo se stesso nella classifica degli autori di sopravvivenza, e al primo posto. Non si può essere modesti con le proprie intenzioni: siamo già condannati a perdere, in una vita tragica e breve, e se non è nostra intenzione urlare forte come mai nessuno ha fatto prima la nostra disperazione, il nostro amore e il nostro (vostro, suo) passaggio, ma che diavolo scriviamo a fare?

22 febbraio, 2007. Buio. Quarantunomila battute. Ah: il ritardatario Paolo Trotti mi ricorda che stasera debutta l'ormai classico "Ali Bumaye!" al teatro Blu, di e con il nostro buon vecchio Rufin Doh & il Trotti; stanno su fino a sabato, io non so se riesco a reagire e uscire di casa, ma voi siete avvertiti: teatro blu, via cagliero 26, milano, dal 22 al 24 febbraio, ore 21. Ps: la ragazza che fingono di scegliere tra il pubblico è una del cast, haha, così li ho sputtanati.

21 febbraio, 2007. Buio. E... Il racconto che sto scrivendo si intitola "L'asservimento". Ve lo dico, così lo trovate sul computer, dovessi io non esserci più. Mi farebbe piacere che qualcuno che "mi ama" e che "io amo" lo leggesse, anche perché non so, secondo me la storia "non è male". Una storia semplice semplice, che va via liscia, senza prosopopea, senza cambiare il mondo; e devo finirla entro venerdì.

18-19 febbraio, 2007. Fammi il favore di tacere, Bozzi.

18 febbraio, 2007. King of silence. Silenzio totale. Io che leggo non tollero di fermarmi ad assaporare la competenza linguistica di un pirla che scrive libri, perché o sono dentro o sono fuori dalla storia. Ci sono gradini naturali con i quali io vengo condotta giù, ma se mi spingi giù con un lirismo io mi ribello. A meno che non si tratti di dover far bella figura in una società letteraria di provincia, agghindati di festa, con le scarpe inglesi e le galline nell'orto della chiesa. Non sono i monologhi interiori che ci diranno qualcosa di nuovo. E' quando nella piazza a forma di ferro di cavallo, dall'angolo della farmacia, spunta un camion con il cassone di legno sollevando polvere sul sedile della fontana, che Jack e Johnny, o compare Turiddu, o l'abate Thibaud, si voltano e percepiscono il nuovo che probabilmente tra loro già serpeggia, nel sorriso che già spunta sulla faccia di Thibaud (non in una menata di tre ore su quanto l'abate soffra di depressione), nel passo avanti di Johnny (non con una tirata di tre pagine su quanto John voglia trasferirsi lontano), o nella corsa di Jack che scatta improvvisa all'apparire del veicolo cittadino nel borgo di campagna, e quasi lo fa scivolare proprio davanti alle ruote del camion. Sì, certo, Thibaud e i due fratelli, Jack e Johnny, hanno frequentato lo stesso liceo, e hanno infilato sotto il tavolo traballante la stessa copia di "Ulisse", su questo non discutiamo. Ma.  Ma sono cose che adesso non riescono a ricordare, mentre dal camion che si è fermato nel riverbero del sole finalmente scende...

17 febbraio, 2007. Anche questo: cancellato. Ma perché sono pensieri privati, e voi al triplo click siete già se dio vuole su un altro sito.

31 gennaio, 2007. Per far rivivere il povero pipistrellino troppo saggio, il re barbaro sbuffa, si alza in piedi e recita la formula magica, che dice:

"Basta con le infatuazioni.

Tutto ciò, tutto questo vostro estero,

non sono altro che una fantasia,

e noi tutti, all'estero, siamo solo fantasia...

Ricordate le mie parole

e vedrete voi stesso."

Dall'Idiota, di Dostoevskij. E il pipistrellino un po' per volta comincia a riappiccicarsi e a svolazzare, e tutti gli abitanti della caverna, con un sospiro di sollievo, fanno festa per questo.

31 gennaio, 2007. Il re barbaro torna a casa. Come massaie immensamente noiose, i pipistrelli lo aspettano con le braccia incrociate. Il re barbaro non alza lo sguardo, non dice una parola, trascina il mantello sul pavimento e si siede di traverso sul trono. Gioca a far ruotare la punta della spada in un incavo del legno, che s'è formato, per una di quelle assurdità parmenidee, da quando lui gioca a far ruotare la punta della spada in un incavo di legno. Le gocce delle stalattiti, nelle volte più fonde, pizzicano corde vibranti. Uno dei pipistrelli si fa avanti, spostandosi a testa in giù sulle ragnatele del soffitto fino al cospetto del re. "Ehm", osa dire. Il re solleva un lato della testa, e apre gli occhi solo a metà.

L'azzardo del pipistrello continua: "Ehm. Non... Non c'è come essere re, perché qualunque altro titolo sia, di per sé, offensivo."

Il re barbaro annuisce più volte. Poi solleva la spada e con un colpo netto taglia in due il pipistrello.

"Non c'è come essere saggi - dice il re, con un tono che non ci è consentito descrivere - perché si faccia in fretta a non esserlo più."

Cala il silenzio delle tenebre, sulla caverna, e la porta è chiusa con una lama.

17 febbraio, 2007. Anche questo, cancellato.

27 gennaio 2007-27 gennaio 1945. Giornata della memoria.

“Infatti, la giusta maniera di procedere da sé o di essere condotto da un altro nelle cose d’amore è questa:

prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiù,

al fine di raggiungere quel Bello, salire sempre di più,

come procedendo per gradini,

da un solo corpo bello a due,

e da due a tutti i corpi belli,

e da tutti i corpi alle belle attività umane,

e da queste alle belle conoscenze,

e dalle conoscenze procedere fino a che non si pervenga a quella conoscenza di null’altro se non del bello stesso, e così, giungendo al termine, conoscere ciò che è il bello in sé.”

Sono le parole del Simposio di Platone, un libro che sembrava promettere un migliore futuro a questo mondo. Le lascio qui, in questa giornata di Memoria, senza altro commento: quello, era il compito di tutti. E invece. Io, polvere di polvere, prima di osare chiamarmi essere umano, ogni volta Vi chiedo perdono.

17 febbraio, 2007. Cominciamo a cancellare questo.

17 gennaio, 2007. Quarto episodio, storia 1, Ex Post.

La colonna sonora usata (lo dico per me, per ricordarmene in futuro) è stato un loop infinito di "Sea of love" rifatta da Tom Waits. Il genere, e questo lo dico per voi, per chi non ha modo di procurarsela (è in una colonna sonora cinematografica orrenda), è quello tipico di Waits, per esempio va bene anche "Underground" (il versante "non ballata" di Waits, "Bone machine", "Big in Japan", "Blood money", ecc. Ma Sea of love, come la fa lui, è anche una canzone disperatamente sospesa).

15 gennaio, 2007. Il quarto episodio è quello dedicato ai comprimari. "Piccoli e vicini" è il titolo generale, e secondo l'I-Ching i sette capitoli dell'episodio più il prologo più l'epilogo riguardano La Verità Interiore in movimento attraverso chi sa quali fiumi verso La Diminuzione. (qui c'era qualcosa, prima. Ma Luca mi dice che era un po' troppo forte. E siccome è vero, ecco tutto pulito di nuovo. Pulitissimo. Grazie Lu)

14 gennaio, 2007. Appena finisco di scrivere due articoli, arriva l'episodio di Post. A proposito: ora finalmente c'è il link pubblico per la mia intervista a Gore Vidal, qui. Incontrare questo signore che scrive mentre respira mi ha fatto rimpiangere l'epoca in cui scrivevo... che dite, non sapevate che avessi smesso? Tutti i cretesi mentono. Ah, ah, ah...

E... aha! stalker, hai fallito la prima prova: io ho pensato per tutto il tempo a una parola, e tu non l'hai indovinata; quindi, che tristezza (e attento a PKDick: "il tuo nemico non voleva centrarti, si stava esercitando a mancarti").

13 gennaio, 2007.

"True Wit is Nature to Advantage drest,
What oft was Thought, but ne'er so well Exprest,
Something, whose Truth convinc'd at Sight we find,
That gives us back the Image of our Mind:
As Shades more sweetly recommend the Light,
So modest Plainness sets off sprightly Wit:
For Works may have more Wit than does 'em good,
As Bodies perish through Excess of Blood.

Others for Language all their Care express,
And value Books, as Women Men, for Dress
:
Their Praise is still- The Stile is excellent:
The Sense, they humbly take upon Content.
Words are like Leaves; and where they most abound,
Much Fruit of Sense beneath is rarely found
.
"

(A. Pope, An Essay on Criticism)

12 gennaio, 2007. Sapete com'è, qui, nelle sale d'attesa intergalattiche. Ti siedi sul divanetto, accavalli le gambe allungate dai tacchi e dalle ombre delle plafoniere al plasma, e guardi dalla vetrata panoramica la nube di Magellano in lontananza, mentre fai pensieri osceno-cosmici. E intanto che guardi, e sorbisci il più lentamente possibile il tuo Mojito (con menta idrocoltivata) ti domandi se è proprio vero che il tempo guarisce tutte le ferite, se è davvero dotato di questa staminalità che ricostruisce i cuori necrotizzati, gli arti perduti, i cervelli denuclearizzati. Macché, Barbarella, macché. E tu, Joe, fatti risentire di nuovo solo per un unico, e sai quale, motivo - non ne accetto altri, è quasi certo, da nessuno.

12 gennaio, 2007. C'è ancora gente che frequenta il museo chiuso? Peggio per voi, avete solo l'Introduzione al quarto episodio - Piccoli e vicini. In questi giorni, con esilarata partecipazione di C., ho 40° di febbre meno 4°.

11 gennaio, 2007. Di tanto in tanto, il re barbaro scende di nuovo a saggiare i cardini delle porte delle catacombe. Eccolo lì che scende. Queste sono catacombe vere, nessuno che piange e si lamenta, ma sfasciume, e la nota di un silenzio che era una canzone e ora va dissipandosi in nient'altro che aria ferma e fredda, come il fiato dei mantici di un organo di chiesa finita la funzione. Il re barbaro si rivede mentre si domanda a che cosa serve una porta, in un ossario. E con l'ascia delle sue guerre di polvere, impietrito, fa per abbatterla. E poi si ferma. Nessuna dolcezza. Nessuna canzone. Nessun sorriso dell'ultimo minuto l'ha fermato. Eppure, lui si ferma. Ecco perché è diventato barbaro, ed è tuttora re. Ma...

Ma ora, salutando quei cardini come dei vecchi amici, prende commiato anche da loro. Senza che dolcezze, canzoni o sorrisi danzino nella caverna, un'altra volta. Un nuovo passo, solo. Ha in mente un corpo di leggi e un consiglio di nobili, che chiamerà... mah, dieta. E forse perfino una cattedrale e un vescovo. E giostre di cavalli, con moltissimi cavalieri dai nomi roboanti. E una città. Sì, una grande, rotonda, o anche quadrata, robusta e munita città. Con porte, sì, con varie e variamente serrate o aperte o semichiuse o disusate porte.

10 gennaio, 2007. Soprattutto a me.

10 gennaio, 2007. Quando finirò d'occuparmi di giganti che forano le montagne con la loro trapanante idiozia, potrò tornare a noi formiche che inciampiamo morendo su una virgola.

Senza data. O beato. O incalcolabilmente beato - ti auguro di non sapere mai quanto.

9 gennaio, 2007. Oggi sul Corriere milanese c'è la mia intervista a Gore Vidal. Domani probabilmente farò un salto in libreria a vedere l'incontro. Ma di passaggio.

7 gennaio, 2007. Mi sono un po' rotta delle Sette Moderniste, dello stalker e di tutto il resto. Lo dimostra l'Introduzione al quarto episodio - Piccoli e vicini, che pubblico qui ma difficilmente rileggerò. Quest'esercizio, che aveva un altro senso, perde senso se qualcun altro tenta di dargliene uno. Così, a titolo di protesta, cambio il carattere: d'ora in poi il testo sarà in times.

5-6-7-8-9-10 gennaio, 2007. "I montanari hanno tanti difetti, ma non si lasciano convincere facilmente. Siamo molto testardi. Nessuno riesce a farci fare una cosa che non ci piace. E se qualcuno non è d'accordo, non gli devi alcuna spiegazione. Gli devi solo dire: "Io sono Charlotte Simmons e non condivido queste cose." (Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons)

3 gennaio, 2007. SO CHI SEI, STALKER.

So chi sei, stalker, perché so chi non sei. Non sei Flaubert, che ammazzava piccioni per gli amici che venivano a insultarlo in campagna dove stava in vestaglia in compagnia delle sue sorelle matrigne. Non sei Dostoevskij, che era cattivo, era infelice, era malato di epilessia e soffriva tanto quanto nessun personaggio dei suoi romanzi riuscì mai a soffrire. Non sei Bret Easton Ellis, che ha lasciato impunito e libero il suo criminale mentale Pat Bateman, ma ha avuto il coraggio di firmare con nome e cognome tutti i suoi libri, dal primo all'ultimo, nella speranza di essere graziato. Non sei Nabokov, che teneva gli appunti per i suoi romanzi in una scatola, come gli uccellini raccolti nel prato dai bambini e curati a insalate e cavolaie. Non sei Philip K. Dick, il paranoico che gli appunti li teneva in una cassaforte di acciaio grande quanto una parete, fatta scoppiare da ignoti con il plastico anni prima del Watergate. Non sei Stevenson, fragile, cagionevole di salute, rapace di avventura nonostante la debolezza acquatica dei suoi polmoni. Non sei Salgari, morto suicida, squartato da una spada come se un nemico cavaliere, pirata, inglese o avventuriero l'avesse affrontato e sul campo dell'onore salvato da una vita miserabile. Non sei Queneau, con la sua faccia cattiva di enciclopedista folle in faccia al folle Breton che lo odiava, cadavre esquis. Non sei Breton, pazzo, egotista, frenetico inventore di manifesti surrogati d'un surrealismo che non gli è mai bastato. Non sei Balzac il ciccione, non sei Cechov il bello, non sei Tolstoij il vecchio, non sei Goncharov il recluso, non sei

Non sei Me, che scrivo dalla loro parte. Non sei il sole appena sorto tra i graticci del giardino, il ragno che non trovi al mattino, il disperato futile gancio che regge il mondo. Non sei Me, non confidi nello stesso intimo, molecolare travaglio che è affidarsi ai posteri. So chi sei. Di te io annuso la polvere.

2 gennaio, 2007. Non sono mai stata depressa, finora, tuttavia ho approfondito il tema della depressione maggiore, e ho scritto un monologo ("Ridi") che è stato letto al Teatro Out Off dall'attore Paolo Cosenza, con una buona accoglienza, già, già, ora dovrei citare l'ambito, il contesto, e... Ma cosa stavo dicendo? Ah, sì. Stavo parlando di. La depressione non è malinconia, è soprattutto, almeno per quanto ne ho visto io, insensibilità e distacco emotivo. Scissione emotiva, se volete, chimica quant'è chimico il laboratorio interno di ormoni e varie cosette. Non parliamo qui di altre forme composite, per esempio depressione da dipendenza, o malattie di altro tipo, distimia, tristezza, trauma. La depressione maggiore è in effetti più simile ad altre forme di interesse psichiatrico: un gelo progressivo che copre tutto - non noia, non ennui, bensì gelo - e ha caratteristiche particolari, sembra di vedere i cristalli di ghiaccio negli occhi delle persone che soffrono di questa malattia, e che piangono un pianto agghiacciante. E poi succede qualcosa. Tac, il ghiaccio va in frantumi, impercettibilmente, purtroppo: sorrisi che sono addii, e nessuno può accorgersene. Al tac, al crollo, è successo che una parte di te ti condanna a morte, ed esegue la condanna, dopo averti giudicato colpevole, cattivo, inferiore o inutile, o tutte queste cose insieme e altre ancora. E' un suicidio talmente distaccato, una pena di morte, ingiusta come tutte le pene di morte legalizzate. Ben altro accade, è vero, in terribili giorni di forche, ere di massacri, evi di sterminio, ma c'è anche questo particolare da tenere presente; oppure mi sarò sbagliata, ragionando su un piano che è, ovviamente, letterario, fantascientifico, dickiano. Ma anche se mi sono sbagliata, fossi in voi un check della nostra sensibilità ed emotività, e in generale della nostra umanità, di quello che una parte della nostra civiltà fa ad altre parti della nostra civiltà, lo prenoterei lo stesso. E' una malattia curabile, l'unica prognosi infausta viene dal non curarsi.

Tuttavia non sono in voi.

1 gennaio, 2007. Una notazione, per cominciare: sappiamo tutti, nel terzo millennio, che la depressione maggiore è una malattia. Grave, per di più. Non ne parlerei se non se sapessi più che qualcosa. Un blocco - tra le altre cose - dei recettori della serotonina, che provoca - tra le altre cose - alterazioni dell'umore e della propriocettività, calo del desiderio sessuale e della noradrenalina e progressivo distacco dal contesto (non vorrei attribuire al "contesto" il clinico attributo di "reale", vi dico solo che in medicina si chiama "distacco dalla realtà"). La depressione, tuttavia, è una malattia "parlante" (definizione inventata da me), come la maggior parte delle sofferenze che colpiscono la psiche. La depressione ci parla: è in grado di creare mondi, come fanno la paranoia, la schizofrenia e la mania ossessiva, e di argomentarli alla perfezione nella mente di chi è depresso, con la precisione di un dio creatore, di un Logos. Da una parte, esiste la depressione minore o distimia, che spesso riesce a non distruggere il soggetto, ma consente una forma di "trattativa", sfoghi emotivi, possibilità di intervento, sensibilità al mondo esterno e al logos esterno (oggettivo, se non reale). Dall'altra parte esiste la depressione maggiore, malattia autoalimentante, parlante, "creativa" (in senso distruttivo), che erige muri altissimi e spesso trasforma i tentativi del mondo oggettivo di valicarli in nuovi mattoni per muri ancora più alti, come fa la paranoia. Separata, in senso stretto, è una curabile malattia atrocemente fredda. In mezzo, esistono rimedi: oltre alla psicoterapia, farmaci di nuova generazione. Tuttavia, il logos dei depressi dalle cure si difende come da un Grande Piccolo Fratello che ci vuole felici a tutti i costi. Ma se invece fosse la depressione, il Grande Piccolo Fratello che ci vuole lontani dal reale per incasinarlo a suo piacimento? Se entrambi i versanti fossero falsati? E' così ovvia e neopositivista questa seconda possibilità? Non tanto.

Sì, certo, sto sempre in mezzo a Philip K. Dick, che vi credevate? Come ho detto all'inizio: per cominciare. Quindi, qualcosa dopo verrà, no? Seguiteremo a parlarne, e ne parleremo parlando di Saddam Hussein, Bush e i popoli del mondo. E a parlarne sarò io, la vostra Depressione Parlante...

1 gennaio, 2007. La battuta della scrittrice che torna dalle vacanze: "Ho qualcosa da raccontarvi". Ha-ha-ha. Sì, beh, ma non sul sito. Ero a Roma, non per il famoso Viaggio di Lavoro ma per partecipare - strano, ma vero - a una festa. Ne ho approfittato per salutare i numerosi amici romani: la nostra Chiara, nella sua casina bellissima e ospitale, Sara-l'infermiera-Veronica, grande piccola Settemodernista che ancora maledice me, via Cicerone quant'è lunga e 'sto cavolo di caffè da Faggiani... E naturalmente ne ho approfittato per salutare Luisa, Bruno, Tina, e tutti gli altri del terrazzo... E fin qui, fatti miei. Fatti vostri potrebbero essere per esempio i piccoli passi che il nuovo, quarto episodio ha compiuto nel breve raggio di realtà che è la scrittura. E il gigantesco passo avanti che il nuovo possibile romanzo ha compiuto in un posto di cui non avrete mai una definizione azzeccata quanto la mia: me.

Una nota per gli amici romani: va bene che la città è la più bella del mondo (come se non l'avessi vissuta per intere estati...), ma stordirmi in due giorni con un primo giro a piedi da S. Giovanni fino a Trastevere e ritorno via Colosseo, e un SECONDO giro di Roma dal Flaminio - no dico, dal Flaminio - a corso Vittorio fino a Castel S. Angelo e a piazzale Clodio, tutto pedibus calcantibus, è giocare pesante con la mia sindrome stendhaliana, nonché con le mie caviglie. Però, però, S. Ivo alla Sapienza è, in assoluto, quanto di più abbagliante io abbia mai visto nella mia intera vita; tra gli oggetti inanimati, s'intende. Grazie e buon anno. E ora, o spiriti ribollenti, rieccoci a noi.

29 dicembre, 2006. Cari lettori. Vi auguro buon anno con due libri che sto leggendo, "Io sono vivo, voi siete morti" che è un Philip K. Dick immaginario secondo uno scrittore che vorrei conoscere, Em. Carrére, quello de "L'avversario", e che chiederò a D. di presentarmi. Voglio intervistarlo per le Sette Moderniste, mi riuscisse. L'altro è un libro qualsiasi di Ballard. Non vi dico il titolo, tanto con Ballard non è mai questione di stile, ma di storia, e le storie raccontate (da chiunque) sono sempre belle, come storie in sé. Il terzo libro di cui mi sto occupando è il prossimo, il mio, scritto a penna su un'agendina che mi porto appresso, ditemi voi. Fate i bravi e passate altre buone feste, ciao. E Luca, scrivimi qualcosa su Costello, e buon anno.

27 dicembre, 2006. Si cercano musicisti per musicare il balletto dedicato a chi sappiamo io e T. : "Fage" (per il titolo: non è inglese, è un nome proprio, se volete a me sembra un mix tra il nome di un formaggio greco, fage, e fake (falso), e - per assurdo e direi per caso - il nome del cattivo di Oliver Twist, Fagin). Oltre al balletto-burla, vi lascio il finale del terzo episodio: una Versione Snow White 3 che ci trova insolitamente vicini a Snow White, anzi, dalla sua parte: Dogma, resa perfida dal Catalogo degli Universi, decide di plagiare l'idea delle Sette Moderniste e vendersela di nascosto. Proprio quello che fanno a noi qui, e noi non possiamo far altro che ricordarvi che c'è un copy su ogni virgola che pubblichiamo, ed è un copy non in vendita. Per il resto, buon anno.

26 dicembre, 2006. Sono stata distratta, sono stata lontana, e non so se sto tornando. Ma lontana sto meglio.

25 dicembre, 2006. "Tu confessi un enigma, io ti assolvo con un indovinello," chi potrebbe aver detto questo, se non Dio himself? No, solo un poeta. Ma: non è quello che si spera, che alla tortuosità della nostra mente corrisponda un tortuoso divino? Invece questo si trova, andando, andando, andando, solo poeti: e ci si arrabbia pure, perché non sono degli dei. E questi poveretti, a parte star lì a guardarvi con le mani in tasca, e stringersi nelle spalle, e liberarsi della morsa divinizzante che li pretende sempre sommi, che altro possono fare? L'albero. Ops, Chiara, stasera dobbiamo addobbare l'albero, ok? Sennò non è Natale.

24 dicembre, 2006.  Buon Natale, con il finale del terzo episodio: una Versione Snow White 3 insolitamente realistica. No, perché realistica? Reale.

Niente di letterario, ritorniamo alla bieca cronaca quotidiana del reality, con qualche calcio avanti alla trama.

23 dicembre, 2006. Un giorno la Terra sarà distrutta da un asteroide, e farà pif nello spazio: auguri.

21 dicembre, 2006. Sì. Lo so. C'è una certa banalità in ciò che uno scrittore può dire. Il genio si conserva per la scrittura. Il nostro cuore è freddo. Ci salva dalla desolazione lo stesso cluster della nostra anima che è il nostro demone: la tecnè. Consuma quasi ogni nostra risorsa, la nostra arte. Lo scrittore tiene la sigaretta all'angolo della bocca e seguita a scrivere a macchina mentre tu, ballerina sulle punte, giri e giri sull'abisso. E' una contraddizione in termini, ma noi stessi, che andiamo sventolando la nostra umanità come uno stendardo, e ci lamentiamo se qualcuno ci osserva come fossimo microbi, osserviamo a nostra volta il mondo pronunciando una parola che ci fa mordere la lingua: "voi umani".

Come per la convinzione che il punto di osservazione risparmi a noi la condivisione di un destino. Ecco perché a volte occorre viaggiare, e andare in Paesi dove nessuno sa chi siamo: dove il punto d'osservazione viene travolto. A volte, come se fosse facile - e ci sono filosofi che osano dire, meccanicamente, che l'amore è una soluzione facile, banalizzante-banalizzata, risolve tutto, perdona tutto... Lasciatemi dire: quelle sono minchiate, CHIUNQUE ve le racconti, e un giorno da qui partiranno bordate mostruose contro le varie fisiologie, che hanno tante derive pessime quanti vantaggi, poiché gli stessi che le armano non hanno la decenza di considerarle caduche come tutte le teorie scientifiche - è necessario innamorarsi. La terra straniera per eccellenza.

Oppure piantarla di ritenere che le nostre convinzioni/sensazioni (di umani dei XXI secolo) siano il bordo finale senza speranza della conoscenza (non c'è più niente da dire, da capire, le recenti verità sono le ultime, ecc. ecc.), e capire che non sappiamo NIENTE, e che c'è della meraviglia in questo.

Però innamorarsi è agire direttamente sulla tecnè, saltando il portato teorico, quindi in genere lo consiglio con maggiore convinzione (salvo controindicazioni), soprattutto alle persone che stimo.

20 dicembre, 2006. Mi sono dimenticata di dire che sono in vacanza, e riapro il 2 gennaio. Sono felice di aver trovato l'incipit del romanzo no web, perché tutto il resto era già scribacchiato qua e là, ma mancava l'inizio. Cercherò di spiegarvi che cosa provo ora. Tu hai cercato, forse un tantino troppo a lungo, qualcosa che finalmente trovi, e ora ti prende un'infelicità, un malessere, un dolore di tutto, un male che non c'entra niente con i sorrisi che dovresti fare, e che nessuno, anima viva, sa spiegarti. La stessa disperazione che si prova guardando in certe foto la Terra nello spazio, circondata da ogni parte dal buio e dal vuoto, e viaggiatrice.

19 dicembre, 2006. "Nella mezza luce del crepuscolo, l'effetto fu impressionante. Simile a una montagna, il roccione dominava il prato; la tomba etrusca formava un cubo in mezzo agli spinaci; il ponte veneziano, un accento circonflesso sovrastante i filari di fagioli; e il capanno, al di là, una gran macchia nera (il tetto di paglia era stato incendiato perché fosse più poetico). I cespugli di bosso, a forma quale di cervo quale di seggiolone, si susseguivano sino all'albero fulminato, che si stendeva trasversalmente dal viale di carpini alla pergola in cui grappoli di pomodori pendevano come stalattiti. Un girasole qua e là sfoggiava il giallo del suo disco. La pagoda cinese, dipinta in rosso, pareva sul poggetto un faro. Colpiti dal sole i becchi dei pavoni si rimandavano barbagli; e oltre il cancello liberato dalle assi che l'avevano accecato, piatta a vista d'occhio la campagna chiudeva l'orizzonte.

Davanti allo sbalordimento dei convitati, Bouvard e Pécuchet assaporarono una vera gioia." (da dove, non ve lo sto a dire; di chi, men che meno)

18 dicembre, 2006. Dal letargo, osservo in controluce i primi esempi di Parole che mi avete mandato: "Cervello", come una foglia venata rossa d'acero in primavera, "Denaro", dei sassolini bianchi sul fondo di un sacchetto, "Zingaro", un anello d'oro sul dito di un uomo, "Sogni", la polvere su un tavolino di vetro da salotto...

Ora gli abbinamenti: Ichi-zingaro, Post-cervello... no, no... Dogma-cervello... ah, e non era già così? Faccio ruotare tra le dita il picciolo della foglia d'acero. Mmm.

16 dicembre, 2006. I primi "temi per un racconto", complessi, sono arrivati. Per "temi" tuttavia intendo singole Parole, e permettetemi di osservare che non si tratta di un esercizio di stile per la sottoscritta. Lo concepisco, più che mai, come l'esercizio del rapporto tra i lettori (due) di questo sito e la scrittrice. Una parola è, più che una pietra - come dice Moretti (Nanni) - un Mondo. Sì, sì, il significante e il significato, tutto quel che volete, ma per dirla in termini semplici, che anch'io posso capire...

Logos. E no, non sono di quelli che pensano che lo scrittore sia il Creatore. Anzi.

15 dicembre, 2006. Per festeggiare il Natale, siori e siore, a me gli occhi. Oggi e solo oggi, vi offro una opportunità irripetibile. Datemi un argomento e vi scrivo un racconto. Ve lo dico perché voglio fare una prova. Datemi un tema, poi io pubblico qui il racconto e il motivo di tutto questo ambaradan. Motivo per il quale, tra l'altro, non accetto segnalazioni anonime né i tags degli stalker, che tra l'altro non leggo più. Il tema che preferirei, per una volta, è la VOSTRA vita, un episodio. Datemi una briciola, qualcosa che io non conosca come un calzino rivoltato. "Il quadratino più piccolo," come direbbe il dr. Back Forward.

Facciamo questo gioco.

Passiamo alla seconda fase di Sette Moderniste.

13 dicembre, 2006. Ero da Wilson, stasera, e ho visto "Quartett". Avevo accanto una tizia che sembrava innocua, ma indossava una pelliccia che doveva aver pisciato alzando la gamba quand'era viva, mascolinamente e caninamente, e a parte ciò non capiva proprio - la signora, o forse anche la pelliccia, ma solo a volte - perché Wilson sdoppiasse i personaggi quadruplicati di Quartett e poi li fondesse in un'unica Isabelle Huppert. La signora di pelliccia di cane non capiva perché gli attori avessero le voci da donna quando interpretavano Valmont, e da uomo quando interpretavano la Merteuil, ma solo a volte, quando alzavano la gamba e quando pisciavano mascolinamente. La signora con il culo di cane incollato alla bocca di cane cucita nella pelliccia di cane non capiva perché Muller si ostinasse a far parlare i personaggi di "orifizi" bestiali - Tre, e un numero può essere blasfemo - e non lo capiva come una Tourvel alla quale appunto Valmont rinfacciasse di usarne per masticare, partorire e cacare mentre lo dannava con la sua stola di anima salva. E singhiozzava obiezioni sommesse, la signora e-forse-Venere in pelliccia, quando apparivano sulla scena le fruste di un Settecento solitario, narciso, masturbatorio, sadico, disperato ed euforico, bloccata nel bondage del posto 48 fila 4S balconata. E tremava come la marquise quando il finale ripeteva per ventiquattro o venticinque o ventisei volte la parola "putain" detta all'amore, detta dell'amore, detta dell'amore morto, detta della morte. Ero da Wilson, stasera, e ho visto "Quartett".

11 dicembre, 2006. In attesa di un editore, stiamo risistemando il romanzo web, cioè le Sette Moderniste. Intanto, abbiamo rinfrescato il Glossario, che contiene alcuni elementi fondamentali sui personaggi, per esempio l'età, il senso del nome del sito e alcuni lemmi originali di questa creazione narrativa. Poi, è in corso una riscrittura, con brevi correzioni qua e là, in vista del "Punto di vista Snow White" che chiuderà il terzo episodio e anche - questo forse non si sapeva - la prima parte dell'esperienza del sito. Che aspira, ora, a una pubblicazione cartacea (se conoscete un editore, fatevi sentire). On line, presto avremo il quarto episodio, con i personaggi di snodo, i comprimari: Cravatta gialla, le Creature di Luce (saranno cattivi o buoni), l'assistente misterioso del dottor Back Forward, insomma leggerete.

Non abbiamo notizie dei Villaggisti: solo Luchino, che se non lo sapete sono io (devo tenere un piede ovunque), è presente all'appello: voi dove cavolo siete?

Io sono impegnata in questi giorni a leggere un gran buon libro, "Contro l'immagine" della Bettetini edito da Laterza, un libro che consiglio soprattutto ai colleghi giornalisti e agli scrittori, e a pensare se scrivere o no un modesto (-issimo) pezzo quasi giornalistico, direi, sulla Bovary da un punto di vista narratologico, per mettere in rilievo un aspetto che mi interessa della scrittura flaubertiana.

Che noia? Siti ce ne sono un'infinità, nessuno vi chiede di star qua.

11 dicembre, 2006. Il re barbaro inforca gli occhiali e afferra un libro, e ai pipistrelli in alto nella tana viene un accesso di riso, appena mascherato con qualche colpo di tosse. Il re esclama "Insomma, voi...!", e il parapiglia ilaro-bronchiale dei chirotteri si fa più sommesso. Ma non cessa. "Ei... uh-hum," tossicchia il re (che gli abbiano per caso attaccato qualche peste, questi brutti animali appesi?). "Eido..." riprova, leggendo, "Ei-do...", ritossicchia. Abbassa gli occhiali, rialza gli occhiali, controlla la copertina del libro, riabbassa gli occhiali, allontana il libro, avvicina il libro. "Ei... eidolon!" esclama.

Il primo pipistrello sgomita il secondo pipistrello: "Eidolon. Ci risiamo con Platone." Poi forte, rutta. Il re lo guarda scandalizzato. Il primo pipistrello sorride, piega il faccino: "Beh, scusa, re: metaxa."

(Ve la devo spiegare, ma su google - tanto lo so che fate così - digitate prima metaxa e poi metaxu, e illuminatevi. Almeno, illuminatevi su ciò che occupa il tempo del nostro povero re. Domani scrivo una storiella sulla quinta Accademia di Antioco, allora sì che ci scompisciamo: quattro pagine di note per spiegarla, ma ci scompisciamo)

10 dicembre, 2006. No, non mi riferivo al "Dialogo tra la Natura e un islandese", di Leopardi. Però, come atto marginale alla mia antica ricerca nell'ambito, potrei gettare nuova luce anche su quel brano, letto e straletto in tutte le scuole, eppure del tutto frainteso, e quanto. O meglio, avrei potuto farlo, insieme all'islandese; che però nicchiò e si meritò Snow White in cambio.

9 dicembre, 2006. "Ijggirn Olev, grande saggio, si occupava delle parole. Egli scendeva per le strade di Loppe raccogliendo tutte le parole che trovava, e portandole a casa con un gran cesto. Una volta a casa, egli le disponeva negli armadi e nelle cassapanche, sui ripiani e sulle mensole, e trascorreva il resto della giornata a ripulirle e a catalogarle. Ma erano talmente tante, le parole che Ijggirn trovava, che un bel giorno le mensole e gli armadi della casa non bastarono più. Allora Ijggirn chiamò tutti gli abitanti della provincia di Loppe, e chiese loro di aiutarlo nel suo difficile compito, affidando a ciascuno un sacco pieno di parole. Gli abitanti di Loppe accettarono l'incarico, e tornarono con il loro carico ai villaggi. Dopo molti anni, Ijggirn decise di controllare ciò che gli abitanti di Loppe avevano fatto dei suoi preziosi doni. Cominciò con il visitare Elka Mjn. Elka Mjn fu molto felice di ospitare il vecchio Ijggirn, e lo condusse nell'orto: lì, gli disse, aveva sistemato le parole, ed ecco come avevano messo radici e avevano fruttificato. Ijggirn ne fu lieto e continuò il suo viaggio. Anche Udi Pevk accolse il vecchio con gioia, e lo condusse nel guardaroba: lì aveva intrecciato e cucito le parole, e ora, ogni volta che soffiava il vento dei ghiacci, c'erano molte coperte e sciarpe di parole con cui coprirsi. Ijggirn ne fu lieto e proseguì il suo viaggio..." (Maus Columbo, Il famoso girotondo islandese)

7 dicembre, 2006. Nel giorno del santo di Agostino, Ambrogio, ecco il mio nuovo episodio di Klaz. Lo stalker, che manifesta il suo disprezzo nuotando nelle citazioni, vorrà gradire il modestissimo, cagnesco, svaccato - parole sue, ma quando lo denuncio? - omaggio a Lovecraft che il pezzo contiene. E si perderà il resto. Per esempio il fatto che, essendo Klaz una parodia del "classico di fortuna" - ho deciso di accentuare l'aspetto di parodia, tanto non gliene frega niente a nessuno - in realtà si tratta di un omaggio sghembo. Un non-omaggio, traduco. Non amo Lovecraft. Ah, ma certo, vedrete che lo stalker lo sa già. Bella forza.

Ai nuovi lettori, cioè a Luca (non farci caso, ti ho detto), un affettuoso saluto.

6 dicembre, 2006. Ho un forte mal di testa. Klaz mi piace, ma andrebbe risistemato, e io invece sono troppo presa come al solito. A questo punto, io non voglio più andare in vacanza per riposarmi, voglio andare in vacanza per lavorare. Un pezzo teatrale da scrivere per un premio (vinco perché il tema è meraviglioso), il romanzo no web, le Sette da portare in là, una specie di marea di eventi che richiede la mia presenza. Il mio regno per... eh no, non ci casco.

4 dicembre, 2006. Parli di diaballein? Ho gli angioletti che mi parlano di diaballein. Oh, ma che tenero presepino. Agli adulti presenti, invece: ci vediamo mercoledì, prima ho impegni personali inderogabili, e anche piuttosto seri, di cui occuparmi, altro che diaballein.

P.s.: anzi, giovedì. E tu: attiri e respingi. Embè? Prova a farlo in un monastero, intendo in un monastero come questo, e il monaco ti insegue tre passi nella neve e poi torna indietro. E lungo la strada raccoglie il rametto di salvia che gli serve per la minestra. L'Amore - fermati, fai caso alla A maiuscola, rifletti, capisci che non sto parlando d'amore, rispondimi sbeffeggiando, comprendi che la risposta è ugualmente embè, non sono cazzi miei - è dentro il convento, non fuori. Ed è Supremo. Gli altri, in confronto, sono soltanto - come dirlo in modo più sprezzante? mi rendo conto - gusti.

3 dicembre, 2006. L'episodio di Klaz sarebbe anche pronto. Ma è pura prosa. Penso che ci rifaremo con il quarto episodio, che consente, vista la quantità di cattivi in gioco, squarci lirici a iosa. Più il personaggio è meschino, e il suo linguaggio è meschino, e il suo animo è povero, e il suo cuore è uno gnocco duro di concrezioni gialle, più lo scrittore deve agitarsi intorno. E oggi è il giorno dell'anafora dissimulata.

2 dicembre, 2006. Ma era tanto, tanto tempo! Stasera, cena Onu. Almeno, a giudicare dal numero delle telefonate di preparazione... Ah, voi. Già, voi. Dunque. Klaz è quasi pronto, intanto seguitate a leggervi il nuovo episodio di Leone Dresigh di Filippo Piras, nel Villaggio, e il mio episodio di Best nella Casa. Ieri tuttavia ho dovuto mettere in ordine alcuni materiali per il romanzo no web, accorgendomi for god's sake che mi sento già quasi sicura di ciò che scarterò e di ciò che terrò. Quasi. E' il periodo del quasi. E' il periodo in cui gli strumenti si accordano: per esempio, nel pezzo del primo dicembre, sono quasi sicura che la vostra voce suoni in bemolle quando arriva alla penultima "o" di "guardando con un immusonito". Sto inoltre ascoltando le musiche di Dowland, perché oggi hanno il mio ritmo. Si comincia? Quasi.

Per il dicembre 2006. Though lovers be lost love shall not. E meglio così che viceversa. Giusto, Dylan Thomas?

1 dicembre, 2006. C'è una presenza che lo inquieta. Il re barbaro passeggia per la pianura, si appoggia al suo bastone, saluta i coloni, i vecchi romani, qualche chierico, ma preferisce osservare i fuochi da lontano. Quell'accampamento, laggiù. Anzi non è un accampamento, è proprio una città. Il re barbaro gratta il mento con il manico del bastone. No. Laggiù nella città bevono vini sofisticati in qualche cratere greco. Lì, dopo i convenevoli, dopo la ciotola d'acqua per lavarsi le mani - che è d'uso, anche presso i barbari, ma qui è offerta con un sorriso sottile - comincia una conversazione con questo imperatore analfabeta. I commensali, un po' scostati dalla luce delle torce, dicono "oh, parlaci, parlaci della rinascenza di Carlo", e forse il tono straniero delle voci dissimula una risata. Abituato ai nemici, il barbaro non sa tradurre neppure una parola di amicizia. No. No. Ora, rinchiuso nella sua caverna, ma che, nel tumulo, siede in un angolo guardando con un immusonito rimprovero i pipistrelli che pendono dal soffitto. "Voi, voi, così ...", rimastica tra sé. Il pipistrello cui s'è rivolto, risvegliato dal suono, apre un'ala, muove la polvere, e si riaddormenta. Il re barbaro rabbrividisce. Teme di svegliarsi, domani, più debole sotto la sua corazza opaca. La spada gli sembra di legno. La mazza ferrata somiglia al ceppo di un bue da tiro. Le terre conquistate sono paludi morte. Non c'è sulla parete della grotta quel bel mosaico - con gli occhi grandi e l'aureola quadrata - ma solo un pilastro di granito ficcato nel fango.

Ha la testa tra le mani, il barbaro, e così contratto sprofonda in un sonno ottuso.

Per fiaccare uno stupido re, basta una bella città di bizantini.

30 novembre, 2006. "You're my Coney Island baby". Tutti i giorni, mucchi di frasi si estinguono. A volte insieme alle persone, in modo definitivo e inafferrabile. Insieme ai bambini calati con i loro balbettii nelle tombe di tutte queste guerre. A volte, in un modo che invece possiamo considerare più freddamente, insieme a parate intere di pubblicitari che gettano la vecchia campagna e ne iniziano un'altra, insieme alla nuova hit musicale, insieme al reset di centinaia di migliaia di amori, insieme all'istituirsi di nuove cattedrali di senso, insieme alle generazioni. Dovremmo trarne un'aritmetica dell'elisione.

In un romanzo di Jane Austen il cui titolo ora mi sfugge, ma doveva essere quello dell'abbazia, c'è una frase in cui familiarmente la Austen sgomita il lettore spiegandogli "E questo eroe si chiamava Richard, che razza di nome per un eroe" o qualcosa del genere. Semplicemente, in casa Austen si rideva tutte le volte che veniva presentato qualcuno di nome Richard, chissà perché, e questo è il solo vago senso di quella frase. La Austen scriveva per i suoi. Chissà quanti piccoli sforzi faceva per aggraziare mammà, per nobilitare papà, per imbellire sorelle e cugine. Chissà quanti di questi sforzi le sono costati un piccolo sacrificio di verità.

Poi, a poco a poco, la famiglia di Jane Austen si è sciolta nella sabbia, e la Austen stessa si è sciolta nella sabbia, e tutti quei sensi soppressi, tutte quelle cattedrali di senso, tutte quelle cure e ammiccamenti, si sono sciolti nella sabbia.

C'è una lezione in questo. Una lezione di immanenza e di persistenza. Se costruisci una cattedrale di senso, fai che sia vera, perché tutte le pazienti opere di affetto con cui vorrai trasformarla in un oggetto gradito, la abbatteranno.

"You're my Coney Island baby" è una frase di una bellissima canzone di Tom Waits. Ma ora, il Luna Park di Coney Island è in fase di smantellamento.

Voi mi capite? (non tu, stalkie, il giorno in cui tu capirai qualcosa non è previsto nel libro dei cinquemila destini)

29 novembre, 2006. E' ancora novembre. E voi avete già perso il Presepio Nestoriano di Sette Moderniste, poiché non ve lo siete meritato. Tuttavia, può anche darsi che, dopo le solite tre fatiche, io vi regali l'unguento magico. Quali tre fatiche? Quale unguento magico? Ossantapazienza. Facciamo che io sono Venere, mia zia è Proserpina, e voi siete quella benedetta ragazza col teletrasporto, Psiche, la nuora incinta rompipalle. La cremina antirughe di zia Proserpina non fa tanto bene, ma in tempi di plutonio direi che nemmeno ci si può lamentare.

In termini più semplici: in arrivo, in arrivo, tutti i pezzi che vi mancano sono in arrivo.

26 novembre, 2006. "Perciò, disprezzati gli studi letterari, abbandonati la casa e i beni paterni, desiderando riuscire gradito soltanto a Dio, cercò l'abito della vita monastica. Si ritirò dal mondo, sapientemente ignorante e saggiamente incolto" (Gregorio Magno, Dialoghi).

25 novembre, 2006. Sarà un romanzo semplice. Silenzio blog, ci stiamo occupando di tutt'altro.

24 novembre, 2006. "Non che ci fosse nessuno da salvare nel mare - vero? - ma io guardavo il mare. E se mi distraggo, per colpa mia, perché suona la vostra sirena ed è raro sentire le sirene, poi come torno al mio lavoro di guardare il mare, con l'ansia di non aver visto una mano tra le onde? Sono distratto e non avrei dovuto. Anche se non c'era nessuno da salvare in mare. Non c'era nessuno. Vero? Vedete: a chi lo chiedo, se c'era qualcuno?" (Maus Columbo, Scuola di naufragio)

23 novembre, 2006. Nemmeno oggi. Con queste premesse incoraggianti, a tra poco, con l'episodio di Klaz.

22 novembre, 2006. Lo stalker vuole che gli telefoni di nuovo. Uno dei due. Anche l'altro, ma con minore urgenza. La loro presenza mi infastidisce al punto che ritengo superata l'esperienza della scrittura on line. Forse, comincia a balenarmi l'idea che la scrittura in sé sia un'esperienza superata, almeno finché comprende l'infernale trappola della lettura. Potrei scrivere, ora, a patto di non avere lettori. Difficile che mi capiate, miei assetati di successo, miei assetati di lettori, miei assetati di spionaggi. Quel che importa a me è io. Anzi, non voglio che nessuno sappia dove vado. In quale direzione. Perché. Bah, ma perché tentare di spiegarmi ad altri che non siano me? Invece, sul punto opposto della diagonale, c'è il piccolo problema che sto decidendo se partecipare o no a un premio, e sono qui che passeggio intorno a uno scheletro di trama come un paleontologo intorno alla vertebra di un rettile preistorico. Può essere l'una cosa o l'altra, e io sono indecisa. Un monologosauro? Un altro drammasauro? Un raccontosauro? Ha una lunga coda, il che mi farebbe pensare proprio al raccontosauro. Ma è privo delle caratteristiche placche evolutive, il che è tipico dei drammasauri. O scienza.

Così, non mi va di scrivere niente, oggi.

20 novembre, 2006. "La maggior parte dei motivi di confusione nel mondo dipende dalla grammatica", diceva Montaigne, ma ho le mie buone ragioni per ritenere che si riferisse ad Agostino, e al suo diaballein. Un post che servirà a rammentarmi, tra qualche tempo, che negli anni passati mi sono occupata di tali argomenti. Per quanto riguarda il sito, avete da leggere il nuovo episodio di Leone Dresigh di Filippo Piras, nel Villaggio, e il mio episodio di Best nella Casa.

19 novembre, 2006. Non posso credere che, in un anno, io non abbia citato almeno una volta Koltès. Chi era Koltès?! Un grande, ecco chi: una volta sapevo a memoria le prime battute di Nella solitudine dei campi di cotone, altro che teatro. Nella solitudine dei campi di cotone è un testo leggibilissimo, e difficilissimo da mettere in scena. Un testo in cui, e questo potrebbe essere utile terreno di riflessione per i settemodernisti, la "naturalità" del dialogo è totalmente abbandonata, con interventi di cinque, dieci minuti a personaggio. E che razza di costrutti. Non c'è solo Paravidino, raga.

18 novembre, 2006. A thousand times good night! Ma, naturalmente, è giorno. Shakie, Shakie, carichiamo il nostro carro di nomi della rosa (Eco non c'entra, naturalmente), e togliamoci di mezzo. Sic et non (che è Abelardo, ed è una frase che significa "certe volte sì, certe volte no", "ma anche no", e molto altro).

Sì, questo post ha senso solo per me. Si decifra con carta e penna, passaggio per passaggio, frase dopo frase. Il risultato? I miei pensieri in questo momento sull'amore. Ma se sbagliate un'interpretazione, andate nella direzione opposta alla verità, come Romeo che crede e sbaglia, con susseguenti sfracelli. Poiché è tutto qui il guadagno, i miei pensieri, vi consiglio francamente di lasciar perdere, sic et non.

17 novembre, 2006. In attesa che Fausto e Veronica scrivano qualcosa per noi, rompe gli indugi Filippo Piras, che coinvolge apertamente un altro personaggio nel nuovo episodio di Leone Dresigh, nel Villaggio. Lo so, lo so, avrebbe dovuto essere un confronto più serrato, settimanale, ma qualcuno ci ha un po', come dire, rallentato. Sicuramente pagato da Snow White. Difficile riprendere il ritmo ora. Per questo, è in programma una riunione delle Sette, per la settimana prossima.

17 novembre, 2006. Sì, sono in vacanza. No, sono anche qui, e vi rammento l'episodio di Best nella Casa, in attesa del nuovo Klaz. Ho le mani che mimano la scrittura, anche senza la tastiera sotto. Ho un'esplosione di cose da dire. E non scrivo una riga. Vengo qui, sputo qualcosa, ma c'è un'agitazione infernale, da trasloco, in me. Anche le letture per la documentazione si sono fatte caotiche: ho tre pile di libri da romanzo, affollate di segnalibri come impalcature di cantiere. E' tornato il vizio che mi prende ogni tanto: sto leggendo, ma ciò che leggo è troppo bello e io all'improvviso chiudo il libro, talmente in fretta che spesso mi graffio il naso. Lancio volumi in fondo alle stanze. E' passato il tempo in cui mi chinavo per versare la pappa al gatto e restavo lì imbambolata mezz'ora, con la scatolina in mano, camera fissa su un punto del pavimento. E miao, miao, il gatto si lamentava, e io "eh?", mi risvegliavo di colpo. Ora è l'epoca dell'insofferenza e della frenesia. L'altra sera uno dei personaggi ha avuto un'impennata d'orgoglio. L'ho fermato, e i fogli sono rimasti bianchi per ore e ore, e io felice, a macchiarli di unto con un panino, a disegnare pallini e fiori, a scrivere nomi di persone che mi piacciono, con i cuoricini intorno. C'è una differenza abissale, tra i fogli bianchi dei giorni in cui non si riesce a scrivere e i fogli bianchi dei momenti in cui è troppo presto per scrivere. Sapete cosa? Un giorno lontano, molto tempo fa, io ho imparato a distinguere la fame dalla sete. E' facilino, direte voi. No. Il desiderio di mangiare è spesso un travestimento della sete. Quando il corpo ha bisogno di sali minerali e di idratanti, li cerca dove può, in una mela, in una caramella. Invece è l'acqua quello che vuole. Quando sono finita in disidratazione, ho imparato a distinguere. Ora siamo al punto in cui il corpo artistico rifiuta gli alimenti. E' già sazio. Ha solo bisogno d'acqua. Deglutire gli fa quasi male. Ha la gola asciutta. Le pareti della bocca crèpitano, come in certi baci bisognosi. Ridacchiate pure, miei pornomaniaci, non sto parlando di sesso, ma di qualcosa che gli somiglia. Lo stesso febbrile, oppure quieto, dipende, refrigerio.

16 novembre, 2006. Per alcuni può essere interessante, quindi linko qui L'intervista completa a Ellis.

16 novembre, 2006. Inizia la parte finale del viaggio. Dopo la poetica, dopo tutto quel che vi pare, inizia l'etica. Una civiltà nasce con fatica. Un re barbaro si muove piano, passa la maggior parte del tempo a procacciarsi cibo, ma si muove. Non sarà un movimento appariscente, per voi. Come spostare una montagna.

14 novembre, 2006. Settemod vi saluta e va in vacanza. A tra una settimana, con l'episodio di Klaz (sottotitolo, cancelliamo tutto e riprendiamo da capo).

13 novembre, 2006. Il nuovo romanzo è ambientato nell'... oggi. Ma va? Ha numerosi protagonisti, ma ha anche un solo narratore affidabile (che non sono io; diciamo che in questa storia io scendo in campo). Il narratore narra in prima persona i fatti altrui, e con questo ho risolto il rapporto con l'anticaglia della terza persona e con l'anticaglia della prima persona (sto proprio facendo finta di niente. Eh, che razza di autocontrollo straordinario, questi millenari. Ciao Shakespeare, scusa se ti disturbo, tutto bene? Eh? Ecco. Volevo chied... No, no, tutto bene. Seeenti, volevo chiederti. Com'era quella cosa? Se ci ferite, non sanguiniamo?).

12 novembre, 2006. "Haeresis plurima". Per avere il link segreto a questo post, occorre scrivere a Sette Moderniste. Email cast@settemoderniste.com. Chissà, potrebbe esserci uno scherzo, oppure un romanzo intero. Ciao.

E una cosa. Per riuscire ad afferrare la grandezza dei grandi libri, come quella dei grandi film o della grande arte, bisogna essere sensibili. Essere sensibili significa ascoltare. Ascoltare come e perché sono stati scritti quei libri. E da chi: da persone che avevano poca paura di riconoscersi nell'abisso, ma l'incapacità, il più delle volte volontaria, talvolta involontaria, di sottrarvisi. Da strana gente che non intendeva condividere con voi il mistero, ma, come diceva la Flannery, semmai renderlo più profondo. Più voi precipitate nella luce, più questa strana gente diventa buio: ciò che per voi è "gente che non sa vivere". Gente che non galleggia, cammina sul fondo. O albatross. Se avete paura del re barbaro, non vi si può biasimare. Ma non chiedete a questa strana gente di fare avanspettacolo, solo perché così fan tutti. Non serve strillare, serve semmai a voi che costoro strillino perché così riuscite a sentirli: ma "non vale", come vi direbbe un bambino. Se vi va di ascoltare, bene. E se non vi va, quanti sarete mai, sei miliardi? Uh, càpita di peggio. Càpita un dio sordo. Càpita un universo di miliardi e miliardi di galassie, tutte deboli di udito. Càpita un esercito di nemici. Càpita l'oltretomba: credo che non afferriate bene la figura di Orfeo, un fratellino di questa strana gente, uno che sapeva di essere ascoltato almeno da quelli che erano venuti prima. Fattore importantissimo. E quindi, non crediate che questa strana gente dubiti per un solo istante di quanto è forte la sua voce, anche quando tace

a un happy hour.

E' gente già allenata ad essere millenaria. Oppure che ne so, si sta allenando.

11 novembre, 2006. "Haeresis plurima". Per un po', niente altro che l'episodio di Best, qui. Eh? No, ciccetti, ho scritto "haeresis plurima", non "erotic lurex ". Allora, a scanso di equivoci, per i lettori frettolosi che capitano qui cercando su Internet le loro porcheriole solitarie: guardate che state sbagliando, io vi ho avvertito, queste non sono pagine erotiche, sono pagine eretiche. Si chiamano Sette Moderniste, non Sex Moderniste. Roba pallosa. Balle. Bolle. Scismi. Canoni che scimmiottano canoni. Bau. Buh. Sciò. Pussa via.

Diariuccio. 8 novembre, 2006. (...) Compromessi.

Che giorno è di novembre, 2006. Tre chili e quattrocento grammi. Questa annotazione fruttivendola, tra le prime che si fanno di un essere umano, che mi tormenta in giornate il cui freddo era atteso da tempo, non so perché, ma questa cosa da cartoccio di zucchine o melanzane mi pare da rimpiangere davvero con un che di strazio, ben più di quei 21 grammi un po' da tossici di cui parlano quando parlano di anima. Ah. Poi. A proposito di fake celebri. Un saluto a Tommaso Pincio e Gian Paolo Serino, che ieri hanno fatto strage di cavalieri dalla trista figura (mi riferisco al racconto scritto da Pincio e intitolato al "critico immaginario": ma è un finto racconto, non ci cadete anche voi) sul sito SatisFiction di Serino. Una locanda in cui non senza sottile divertimento (loro, ma se appunto siete un po' cervanteschi, anche vostro) potreste spiaccicarvi contro un qualche mulino a vento, come ho fatto io.

5 novembre, 2006. "Mondello (Pa). Finita la stagione dei bagni, inizia quella delle passeggiate" (Alberto Giuffrè)

4 novembre, 2006. Quando ero molto piccola, e il mio cervello aveva l'elasticità di quello di una scimmia (ogni valutazione di merito è estranea alla presente riflessione) venne nella nostra scuola un manipolo di etnologi. O erano antropologi. Tizi con il registratore che ascoltavano i rumori della foresta, gentili disinfettati signori che dicevano a una classe di pidocchiosi piccolini: "parla, bambino". Una di noi era egiziana, e fece finta di non capire, beata lei. Un altro bambino della classe non parlava del tutto. Un altro parlava solo dialetto calabrese. Uno parlava sardo. C'era chi parlava milanese. C'era chi balbettava. C'era chi si nascondeva. C'era chi piangeva, io probabilmente. C'era chi impallidiva, come il mio primo grande amore, Alessandro (Alessandro era il bambino con le maniche troppo lunghe, e mi piaceva per quello, ditemi voi). Ma ci guardavamo tutti nella stessa lingua. Oh, grandi esploratori bianchi, con i registratori, con gli occhiali, voi mettete paura ai bambini.

3 novembre, 2006. "Egli era in procinto di recarsi presso l'indovino Tiresia, come faceva tutti i giorni, sebbene non pagasse a tale indovino nessun pezzo d'oro, poiché tali erano i desideri degli dei. Infatti, Tiresia essendo cieco e non accorgendosi della presenza del tebano, ugualmente gli forniva ogni giorno preziosi oracoli esatti, poiché parlava in modo diretto con le ombre. Proprio Tiresia tuttavia, poiché a lungo era rimasto solo sebbene nutrita fosse la compagnia dei suoi anni, finalmente caduto in amore con il giovane oplita Pràtino, non essendo al soldo del tebano e neppure a disposizione dei tiranni, partì liberamente per un viaggio attraverso il mare in Egitto, senza lasciare dietro di sé alcuna ambasciata. Così avvenne che per volere degli dei giusti, il tebano per un tempo più lungo di sette lune non udì il prezioso oracolo. Fu raccontato che egli corse come una volpe nei cortili squartando animali da pollaio e spargendone le interiora nella pula, mentre le ali ancora si muovevano, per conoscere il volere degli dei. Ma i suoi occhi perfetti erano più ciechi di quelli del cieco Tiresia" (pseudoPoeta da Mileto, traduzione di Pirotti Andrea Fabio, quarta B).

Questo per dire, nel solito modo indiretto, che non mi trovate per un po'. Se non l'avete già fatto, leggete l'episodio di Best, e stimolate Giorgio a produrre il pezzo di Fausto. Ciao a Chiara, ciao a Paola che ho visto passare. Inoltre, saluto un Lettore Scrittore Critico che si autodefinisce bunjee jumping - non so, si fanno i nomi? non lo so, giuro - che pare oggi abbia fatto un salto sul sito, con nostra grande gioia (la verità è che siamo imbarazzati). Grazie. Ma. Speriamo che l'elastico regga, Egregio, ripeto che è un po' presto per dirlo; lei si tenga attaccato a qualcosa, per l'amordiddio.

2 novembre, 2006. Uhm. Vabbeh. Ricominciano le solite minacce. Certo che: gente perbene, eh? Basta: non occupiamocene più. Voi invece leggete l'episodio di Best se non sapete di cosa parlo, è linkato ovunque, santo cielo.

1 novembre, 2006. Ognissanti. Oh, e stalkerini, datevi pace: oggi siamo sulla dualità Post 1 e Post 2, ieri su Hard... Bellezze, le ho scritte io le Sette Moderniste, e io non sono una delle fraschette di Snow White, tutte a bocca aperta... Quindi diciamolo: trovo i vostri interventi quotidiani come minimo pleonastici.

Che mi frega di sapere quel che so già? Che mi frega di sapere che fate sforzi per capirlo? Che mi frega di sapere che per capire meglio Snowie dovete leggere me?

Passate al "mode: advanced". O siete anche voi in "mode: copia e incolla", come il vostro bell'esempio? Ah, beh, dio li fa e poi...

(3 novembre, taglio) Chi vuol leggere di nuovo quel che era scritto qui, può richiederlo via email specificando nell'oggetto "Quello di cui non ti devi più occupare, mai più. Pensa a scrivere".

31 ottobre, 2006. Mentre voi leggete l'episodio di Best, Giorgio, con perizia amanuense, scrive una lettera al giorno del famoso pezzo di Fausto, o forse dell'Ur-Fausto, Sara si accinge a dribblare una tesi di laurea per proporci Veronica, Paolo Egasti spara raffiche di personaggi, Chiara fa torte, Fili e Albs non lo so, Barbara lavora peggio di me, e io che faccio?

Vuoto la zucca. Vuoto la zucca e poi intaglio gli occhi e il naso e la bocca, e poi accendo la candela. Halloween è, soprattutto, la notte dei desideri, dei desideri buoni e dei desideri cattivi. E i miei sono o molto buoni (dolcetto), o molto cattivi (scherzetto).

Quindi vi conviene, che io vuoti la zucca e basta.

30 ottobre, 2006. Il brutto, quando ti fanno del male, è che te lo fa gente simile a te. A me è capitato con Snow White. Ma visto che la mia fortuna è sempre al culmine, la settimana scorsa mi è capitata anche un'altra cosa, di cui vi racconto solo oggi. Certi poveracci (beh, adesso sono più ricchi di me, di sicuro), mi hanno clonato il bancomat, e come suol dirsi si sono sugati il malloppo. Scarso e misero, e devono aver pure bestemmiato. Mi spiace, ladri, io sono senza una lira, ora più di prima, visto che mi avete ridotto in rosso. Che ne sarà del mio viaggio? Mi sento come Harry Chinaski, come Arturo Bandini. Lo farò lo stesso. Alla ventura, in un ricovero di pellegrini, a incontrare gente derubata come me, a sentire il crepitio delle sigarette fumate quasi tutte d'un fiato, a guardare la cenere che incendia la carta, a guardare le uova nel piatto e il pane dello stesso colore delle dita, a parlarci tra noi delle cose segrete che si dicono i derubati, le fioche maledizioni, gli occhi brillanti di febbre, la forza che non ci abbandona. Mai. Mi avete involontariamente regalato la nuova avventura, probabilmente anche un nuovo amore (ci conto, pellegrino), il colore rosso della vita, il mio sangue incandescente sul ghiaccio malato del mondo. Invece di deprimermi, mi eccita, la cosa. Potenze sconvolgenti camminano con me.

Amen.

Voi state pure a guardarvi la tv del cazzo che avete preso coi miei soldi.

29 ottobre, 2006. Allora, avete visto come BackForward prevede bene il futuro altrui, avete letto l'episodio di Best? E anche il futuro di Snow White è proprio chiaro. Ehm, no, non più proprio chiaro. Ma, se possibile, perfino più conforme.

Chissà alla fine quante diventeranno, le Sette Moderniste.

Nove?

Dodici?

28 ottobre, 2006. Buon compleanno Art, dal più profondo del cuore. Anche se sono sicura che sul sito non vieni. Ma è che così resta qui, da qualche parte. Bacione, a dom.

28 ottobre, 2006. Mah. Quando una è sulla strada per scrivere un romanzo non web, succedono strane cose ai romanzi web. Qualcuno per favore legga questo nuovo episodio di Best, e mi dica se sono del tutto ammattita, a farne un personaggio decente. Ho già deciso che sta on line poco, poi lo tolgo, poi lo rimetto, poi rimetto io, poi rimettete voi. Per me non è comunque la cosa più semplice del mondo, anche se è quasi tutta fantasia. Ecco, mi raccomando: è fantasia.

Su, su, oggi c'è un compleanno straordinario da festeggiare, ma non lo voglio mettere in questo stesso post. Lo posto quando smetto di star così.

26 ottobre, 2006. Qualcuno è stato crudele? Il vostro nemico? Può darsi. Ma ci sono due ordini di questioni da tenere presenti. Primo. Dove ci sono potenziali Otello e Cassio, c'è sempre anche un piccolo Iago che sa come mettersi in mezzo. Secondo. Forse il re Claudio e la regina Gertrude hanno in serbo qualcosa di non gradevole per voi, se vi affiancano Guildernstern e Rosencrantz. Signori: il vecchio episodio, con le storie di Best e Klaz, volge ormai alla fine, l'aria si riempie di sussurri, e il quarto episodio ruota nel cielo come ora sopra di noi il verde Scorpione.

26 ottobre, 2006. Ma è una mania di famiglia! Il mio cuginetto Paolo M., che fa fisica, mi annuncia che sta creando con i compagni una rivista universitaria sulla quale scriverà di temi impensabili per un fisico, e soprattutto impensabili per un cuginetto che ricordo a giocare in spiaggia. Ma come sono piena di MUDITA... Bravo Paolo (piantala di farmi sentire vecchia, però!).

25 ottobre, 2006. Sta per arrivare l'episodio di Best. Venghino senoras y senores ad ascoltare la storia de "La comedia de Calisto y Melibea, compuesta en reprehensión de los locos enamorados, que, vencidos en su desordenado apetito, a sus amigas llaman y dicen ser su dios. Asimesmo hecha en aviso de los enganos de las alcahuetas y malos y lisonjeros sirvientes" ("La commedia di Calisto e Melibea, composta per gli innamorati pazzi che, vinti dal loro disordinato appetito, chiamano e dicono essere le proprie amanti i loro dei. Di medesimo fatta anche per mettere in guardia dagli inganni delle ruffiane e dai servi cattivi e adulatori").

24 ottobre, 2006. Già, non roviniamoci la giornata.

Invece. Il plan richiede un viaggio. Primo punto: soldi zero. Ma come dire, ho visto momenti peggiori.

La direzione è un luogo ricostruito tre volte, direi che mi somiglia. Bisogna parlare due lingue straniere, e due lingue morte. Accipicchia se mi somiglia. Non farei cambio con il lavoro che mi si prospettava nemmeno dipinta di giallo a pois. Né allora né ora. Non era quello il senso. Non lo volevo. Non era quello il treno.

Destino che ognuno abbia il suo, di treno.

E.

Peccato.

Ma tu non ce l'hai un cappello coloniale? E' la stessa domanda del pescespada. Ma tu sai come si cucina il pescespada? Ah, già, scusa, buon appetito.

Peccato.

23 ottobre, 2006. Ai villaggisti, con tono soave: aspettiamo gioiosi e trepidanti l'episodio di Veronica e di Fausto nel Villaggio globale.

1-22 ottobre. Per una futura memoria. Fissazioni e perdite di tempo verso il romanzo non web.

30 settembre, 2006. L'episodio di Ichi è qui, nella Casa, e non so se vi piacerà (potete sempre non leggerlo, su un sito gratuito, mica ve lo ha ordinato il medico o l'Inquisitore, vero stalkie?). Vi conviene tenere in mente l'immagine visibile in questa pagina, mentre leggete (qui c'è anche la versione primaverile). Se invece avete il coraggio di vedere come appare una Creatura di luce, cliccate qui. Per chi infine vuole fare conoscenza con uno dei personaggi, purtroppo attualmente in una condizione diciamo bizzarra, beh, signori e signore, c'è pure un pezzetto di foto di Post. Beninteso, tutte queste immagini domani spariscono.

Ah, e prima o poi, non per tappare i buchi dei ritardatari ma perché proprio me ne sono dimenticata, vi toccherà anche una new entry nel Villaggio Globale. La signora Vana Olker (o signorina?) di Ida Bozzi. Eh già. Ma occuperà pochissimo spazio, perché la mia traduttrice veneta è in viaggio dalle parti di Marostica (la Olker xè de Treviso trapiantata).

29 settembre, 2006. Vi risparmio, come avrei dovuto fare con me, il meraviglioso dibattito di ieri sulla Letteratura. Credo che parlassero di Alda Letteratura, una loro amica.

28 settembre, 2006. Mi si dice che la forma precedente del post era sgarbata. Uhm. Allora, ecco un bel minuetto. E' molto probabile che Settemod sia giovedì 28 alle 18.30 alla Feltrinelli Piemonte per sentire quel che dicono sulla letteratura dell'inesperienza. Ehm. Ok. Settemod non dirà niente di orribile né qui né là. Ecco.

Ma arriverà presto l'episodio di Ichi lo shaolin, che ci ricrea proprio su questo argomento, e forse su altro di cui voi perennemente felici, miei cari, non avete nemmeno la più vaga idea. Io e lo shaolin, come nel primo episodio, faremo un po' di poesia, senza pretese.

Non importa se non leggete.

26 settembre 2006. "Ci sono spesso molti secoli di pietra tra un eroe e la sua statua che sorride." (cit. da Ida Bozzi, il romanzo in corso) Noi torniamo a occuparci di piccole cose. Ciao.

25 settembre, 2006. Qui trovate l'episodio di Luchino Invernizzi, di Luchino/Dj Lu, nel Villaggio Globale. Qui trovate il mio episodio di ModeRN, nella Casa.

- fin qui ci siamo? -

E adesso parliamo un po' dei Noncistodentri, come promesso. I Noncistodentri sono cibo che non nutre. I Noncistodentri rendono inutile la vita di tutti gli altri, soprattutto di coloro che hanno la sfortuna di amarli. Rendono vani gli sforzi, disperse le attese, vuoti i propositi. I Noncistodentri ridono di ogni cosa, anche se sono serissimi. I Noncistodentri sono quelli che a metà vacanza decidono che loro si fermano a Cordoba. A Cordoba? I Noncistodentri sono quelli che fanno raffreddare gli antipasti. Sono quelli che si entusiasmano per le imprese più ardite, senza avvertirvi che la loro specialità è entusiasmarsi, non compiere le imprese. I Noncistodentri tornano a trovarvi quando siete nella tomba, e nemmeno allora si accorgono di quello che hanno fatto, perché piangere, e parlarne con gli amici, li distrae quanto basta perché possano di nuovo dimenticarsi di voi. I Noncistodentri stanno facendo quello che vogliono, e se è diverso da quello che dicevano di voler fare, siete voi che avete capito male. I Noncistodentri sono rivoluzionari come un generale cileno, mediante eserciti, investitori locali e stranieri, torture e desaparecidos, senza sporcarsi le mani, però su scala familiare in modo che l'Onu non possa intervenire. Provate a non amare più un Noncistodentro, vedrete che non se ne accorge. I Noncistodentri sono come i fagiolini in questa stagione: fuori belli, e dentro svuotati da un verme. Si usa il succo di limone. Contro i vermi dei fagiolini. Contro i Noncistodentri, ditemi voi cosa serve.

23 settembre, 2006. Letto uno dei più bei racconti mai scritti. Mi è piaciuto al punto che sono ferma qui. Lì. Un racconto in cui all'inizio non c'è una sola nota fisica. Sì, sì, belli miei adoratori dell'astratto, fermi lì: non è un racconto astratto, nemmeno per una riga. O meglio, crea una fisicità del tutto particolare. Incipit. Si comincia con un lungo sospeso emotivo. Un sospeso emotivo, un'esplosione interiore, uno scatto inspiegato del protagonista di fronte alle parole dell'antagonista, e non localizzato altrove, se non sul viso dell'antagonista, nemmeno con le più elementari visive forme dell'esterno o interno giorno o notte, o dove o quando o in piedi o seduti, incredibile!, eppure violentissimo: un azzardo che può prendere in pugno il lettore solo se è tenuto per un tempo estremamente breve, un attimo, e se a scrivere è un maestro. In questo caso è uno stramaestro americano che io, ammetto l'idiozia, sottovalutavo. Quell'attimo astratto serve tra l'altro a definire il protagonista, che decide della propria vita e dell'altrui proprio così, dal di dentro, astrattamente, e in un attimo. Questo stramaestro americano, per inciso, è lo specialista per eccellenza del fuori-dentro. Non c'è un elemento di appoggio per l'immaginazione che è uno, in tutta la prima pagina, ma la concretezza è talmente robusta che puoi sentirla stridere come i denti del protagonista. Poi, dall'emotività esplosiva del conflitto iniziale, da cui affiora anche la figura dell'antagonista - e come - scaturiscono non i corpi, ma gli oggetti che questi corpi richiamano alla mente. Tendaggi, insegne, negozi. E subito dopo, facce. E improvvisamente, e allo stesso tempo come se l'avesse già fatto - voglio dire, lui sa farlo - l'autore schiude il paesaggio "non aggiungendo niente a ciò che xxx provava" (frase lampante trovata verso i tre quarti del racconto), e i rumori e gli odori e i luoghi, i moli, il mare, le sale d'albergo, in equilibrio con una specie di esistenza mancata, ciò di cui parla il racconto, cominciano a scandire le ore necessariamente rarefatte della giornata, dei mesi e dei dieci anni coperti dalla narrazione da quel punto in avanti. E' una storia che vi consiglio, anche perché ha un sorriso soffuso di tragedia semplice in un destino sempre meno umano (non vedete anche voi che il destino è sempre più chimico, sempre più alchimista?) e addirittura finisce bene o quasi. O in qualche modo. O per qualcuno. Naturalmente non mi sogno di dirvi il titolo, né il nome dell'autore - autore non vivente, cari. Ma mi inchino. Mi (s)profondo. Altro che palle.

22 settembre, 2006. Toh, esce finalmente il nuovo episodio di Luchino Invernizzi, di Luchino/Dj Lu, nel Villaggio Globale. Buona lettura - e, Luchino, grazie.

Nota personale. Sabato e domenica qui c'è la festa del quartiere. Di solito la domenica mattina alle 8 la banda attacca a suonare esattamente sotto la mia finestra la "Marcia Trionfale" dell'Aida - e credo che faccia apposta - e io tutti gli anni prima mi arrabbio (no, anzi: prima mi sveglio, poi mi incazzo proprio) e poi mi commuovo e mi affaccio. Quest'anno vedremo. Il locale trombettista (ma dov'è Felix? Sempre in Messico? e io perché sto qui? ask the dust) sta provando da due giorni il "can can" di Offenbach nel cortile. Ma non gli riesce molto bene, nemmeno dopo QUATTRO ore di prove ogni pomeriggio... Ma ci sono le bancarelle, e tutti gli anni io mi dico: voglio metter fuori una bancarella anch'io, ho tre copie dei Karamazov, due o tre di Karenina, quattro di quasi tutto Shakespeare, sei di tutto Stevenson, due di Ghiaccio nove, tre di stimmate di Palmer Eldrich, due di tutto Dickens e di quasi tutto il cognato Collins. La Rosy l'altro giorno era qui a prendere il caffè, mi ha incrociato a metà salotto e mi ha chiesto "signora, dov'è il reparto gialli"...

22 settembre, 2006. Sto forse trovando la cerniera per il romanzo. Le cose stanno così: sono in giro per le solite ricerche sul protagonista, e incontro un tale che mi chiede se sono interessata a scrivere la biografia di questo personaggio; il tale è un editore, è molto gentile e molto serio, e potrebbe essere interessato a pubblicarla. In quel momento mi rendo conto che mi sto convincendo che il personaggio storico non è mai esistito. Con tutte le prove, le documentazioni, i libri interi che ho letto. E che c'è di più. Ma che, vi racconto il romanzo? Naaa, tanto la storia non è questa. Solo per dirvi: sollevatemi dal peso di questo blog per un po', io devo concentrarmi su ciò che ho capito. Ciao!

21 settembre, 2006. Buon compleanno alla mia più antica amica, Cristina. Appassionata di squali, piratessa dei Caraibi, gran carattere e gran cuore. Mlui, et pas d conneries.

E sia detto per esteso una buona volta, sei una delle poche persone che mi capiscono e che io capisco: mi aiuti a tenere forte e chiaro nella mia testa che un conto è il realismo, che comprende i nostri sogni e il nostro coraggio, e un conto è il pragmatismo da massaia con quelle sue regolette da stronzi (vedi quello che ti mandava gli sms sulla spiaggia e ti presentava "le altre coppie", gran coglione - ma ti ricordi?). Grande Cri, sii tanto felice (ho anche il regaletto per te!).

19 settembre, 2006. E' vero che non ne potete più del mio episodio di ModeRN, ma ho saputo che Luchino ha finalmente tirato fuori la testa dalle coperte, dicendo "ma troppo LOL" di un sogno che ha fatto, quindi forse riprenderemo il ritmo. Pare anche che io abbia un meeting con il misterioso Fausto nei prossimi giorni, e vedremo (visto Fausto, garantisce misteriosi progressi in tempi brevi). Non ho notizie di Tup da un po':: spero di trovarti su messenger, ciao.

16 settembre, 2006. Questo sito è sempre stato chiuso. Qui  non c'è mai stato nessuno. La casa è disabitata da anni. Non c'è elettricità, e lo schermo del computer è sfondato. Ci sono scarafaggi che corrono nei cassetti vuoti. Rose polverose che si sciolgono alla luce del sole. Il riflesso color lilla in un angolo è un pacchetto di incensi, avvolto con cura nella carta giapponese, ma lo aprite e i bastoncini si sfanno con un odore sabbioso di talco, che si appiccica in gola. Tinteggeranno domani o domani l'altro, spostando le macerie giù nello slargo del marciapiede, dove quelli della nettezza urbana passeranno a ritirarle. Troveranno in una scatola un euro, messo da parte, che serviva per un famoso caffè in via Montenapoleone, dove costa caro tutto, un caffè un euro, ci pensi? E leggeranno le lettere che su un mobile sono state scritte al contrario, proprio al contrario, tutte, da non capirci niente. Rifaranno le pareti di un bel colore rosa, e qualcuno in salotto aprirà la finestra e respirerà a fondo l'aria profumata che c'è qui di notte, che viene da fuori.

14 settembre, 2006. E' giusto che voi siate così attaccati al successo, al ruolo nel lavoro, e che abbiate tutta una serie di orgoglietti che io non capisco e che non ho. Si vede che è opportuno per voi. Dev'essere come mi sentirei io se un domani, alla domanda "Che cosa fai in questo mondo?", io potessi finalmente rispondere: "Io? Io piovo".

(lo stalker continua a riferire tutto questo a sé. Qui invece stavo parlando di una cosa che mi è successa oggi, anzi, ieri, visto che scrivo questo post il 15 e lo correggo il 16. Una cosa drammatica, e il commento "io piovo" è quel che vorrei fare, chiudermi in me e non parlare con nessuno, non essere. Quindi, nel tuo controllo quasi quotidiano per vedere che qui non si parli o sparli di te, valuta quanto rade sono le notizie che hai di me, quanto rarefatta l'immagine che immagini, quanto illusorie le verità che vai, sicuramente, dimostrando a te e ai tuoi amici, accoccolandoti tra loro e sentendoti felice dei tuoi buoni motivi. Vai e vivi (o andate e vivete se siete plurali), e, come insegna la tua religione cristiana (e quasi tutte le monoteistiche), non occuparti dei morti)

13 settembre, 2006. Credo che il cambiamento sia avvenuto alla fermata del trenino. La serietà con cui poco prima le mie necessità di studio erano state accolte nella locale biblioteca, la sollecitudine con cui gli impiegati si erano mobilitati per la richiesta di fotocopiare alcune pagine del libro, l’attenzione prestata alla lingua straniera, la bizzarria del campo di studi, i nuovi testi e i suggerimenti che mi raggiungevano nella sala studio intorno alla grande scalinata di marmo, le discussioni e le liti sull’argomento dalla brasserie alla stazione del trenino metropolitano, la presenza di un lago atomico, ginevrino, da una parte, e di una cattedrale gotica, appuntita, dall’altra, i miei amici e i loro amici, i “dottor XXX ti presento YYY”, “si occupa di storia di…?”, “io mi occupo di …”, “oggi abbiamo discusso a proposito di…”, "posso suggerirti la pubblicazione di..." hanno reso il mio cuore estremamente leggero. Ricordo che ho mosso la testa e ho visto la strada, il passaggio a livello, il verde dei cespugli, e Einstein che saltellava in corrispondenza di un folto di tamerici.

12 settembre, 2006. Circondati dai Noncistodentri, prima o poi ne parleremo in forma più estesa. (Già due persone, capitate su questo sito, hanno creduto che parlando di Noncistodentri mi riferissi a loro. Non mi riferisco a voi. Bisogna avere la capacità di distinguere, tra persone che hanno motivo di Non Starci Dentro - e accuse da fare, e rimorsi, e tristezza, e a volte sofferenza - e persone che non ne hanno. E la differenza è questa, e non è piccola. Ma, vivaddio, ne parleremo)

8 settembre, 2006. “Fu quando alla piccola Hujus, una cattolica, portarono il viatico, il sacramento dei moribondi, sai, l’estrema unzione. Quando arrivò qui era ancora in piedi (…) una mattacchiona, una vera bambina. Ma poi declinò rapidamente. (…) (...) Nel momento in cui il prete mette il piede oltre la soglia, scoppiano nella camera strilli e invocazioni di aiuto, come non ne hai mai uditi. Tre, quattro volte di seguito, poi un gridare continuato, senza pause, evidentemente a bocca spalancata, con un misto di lamento e orrore e protesta che non si può descrivere, e ogni tanto un’implorazione raccapricciante, finché di colpo il grido si fa cupo e cavernoso come fosse sprofondato sotto terra e salisse dalla cantina. (...)

Si era cacciata sotto la coperta.” (Thomas Mann, La montagna incantata)

Posto questo (la più grande pagina mai citata su queste pagine, tra l'altro), si può sapere, tu,

di che cosa hai paura?

7 settembre, 2006. Nella Casa, il mio episodio di ModeRN, per chi vuol leggere. Intanto, in homepage - cliccate il logo delle Sette qui sopra - i primi cambiamenti che ci conducono dritti dritti alla CASA VIRTUALE di Sette Moderniste. Tutti i villaggisti, nel frattempo, sono pregati di mettersi in contatto con qualcuno del gruppo per comunicazioni urgenti. Un saluto.

31 agosto, 2006. (aggiornamento del 1 settembre, ore 14: Settemod si è infortunata. Marte in quadratura. Niente di veramente serio, ma il pezzo di ModeRN arriverà quando possibile, grazie) Spero di rincoglionirmi molto presto. Nell'attesa, domani o al più tardi dopodomani avrete ModeRN (oh, poi sono contenta, Chiara ha letto il nuovo episodio di Dogma, e lei è un'esperta di letteratura fantastica, e conferma che fa un po' paura), sì, avrete l'ex terribile episodio di ModeRN, riscritto. Come diceva Rilke a uno sconosciuto, o Mann a uno sconosciuto, o non ricordo chi a chi, ma non a Goethe o a me - spero di rincoglionirmi del tutto molto presto - non bisogna aver paura di sacrificare pagine e pagine di scrittura, se sono fuori dal romanzo.

30 agosto 2006. Spero che la vostra festa sia felice. Questa piccola frase è piena di senso. Cose diverse. Spero che sia una festa per voi, e che sia felice. E questa è una cosa. Spero che siate grandi abbastanza da non venire mai più qui a disturbare, se la vostra festa è felice. E questa è un'altra cosa. Spero che sappiate dire che non c'è festa, se la festa non c'è. E questa è la terza cosa. Cambiate il vostro nome da Lusinga in qualcos'altro, perché il mio, Biasimo, l'ho cambiato da un pezzo.

Capito niente? Io lo chiudo, il blog (il blog, non il sito).

28 agosto 2006. Come dire. Tornerete mai dalle vostre illimitate vacanze, miei vuoti fragili sbigottiti nevrotici pigri Noncistodentri? Oh, oh no, ops, dovete prima fare un salto a Mantova, dimenticavo.

Memento: lo stalker di questo sito è uno che vuol sapere cosa si prova a essere uno stalker.

24 agosto 2006. Ho scritto il nuovo episodio di Dogma, nella storica Casa. Vi piace la letteratura fantastica? A me sì: durante la prova di Back-Forward, il dottore che gioca col Tempo, ecco Dogma, che ha scoperto il romanzo tra il suo adorato Ichi e il vecchio Klaz, e che si ritira costernata a consultare il Catalogo degli Universi.. Buona lettura, ciao.

20 agosto, 2006. E' un'idea demenziale quella di poter passare indenni attraverso la vita. Chi può avercela inculcata? Chiudo la rivista che sto leggendo e mi fermo a riflettere sull'argomento, per circa otto minuti. Poi per fortuna mi viene in mente il nome, e mi rimetto a leggere.

Vari giorni. In cui si fanno saluti e si ricevono regali. Seguono frasi di un'intera estate, quelle che mi ricordo ora, pronunciate da alcune decine di persone diverse. "Gadget, potrei diventare editore di gadget." "Penso che Johnny Cash sia ottimo per le Sette." "Scaricati Premiere. Per cominciare." "Sai, ho scritto un romanzo ma non te lo posso dire." "Caffè o pizza?" "Il monaco tradotto da Artaud non fa paura." "Guarda che The Dude è realmente esistito." "Non si sarà mica sposata un'altra volta?" "Sai che mi ha chiesto di sposarlo?" "Oggi ha la macchina." "Dodici ore di aereo senza fumare. Ah già, ma tu non fumi." "Ma questa è Cocquio!" "I fitoormoni servono per le tette." "Penso che mi romperò le palle." "Penso che mi divertirò." "Hai preso tu il mio telefonino?" "Faccio agosto qui." "Andiamo per rilassarci." "Gli hanno staccato il pisello?" "Lei ha tre figli." "Ho finito il budget." "Il rapporto che avevamo." "Ti ho fotocopiato tutto il libro." "Dove lo metti a dormire?" "Era un pelo pubico." "Riprenderò a fare le foto." "Ho trovato casa a Testaccio." "Insegna surf ai bambini." "Dobbiamo curarci da Internet." "Lei ci è ricascata in pieno." "Lui passa i primi due giorni a dormire." "Entro fine anno cambia tutto." "Mia sorella adesso sta abbastanza bene." "Voglio che lui mi baci." "Non ci sono stelle da nessuna parte."

Dai, forza, trovatevi. Dietro ognuna di queste frasi, insignificanti per la Rete, ci sono invece i vostri mondi memorabili. Io vi rendo le parole, e mi tengo tutti gli occhi, le voci, le espressioni, i fiati, le salive, i sorrisi, i musi e i ditacci puntati.

17 agosto, 2006. Vi avevo preannunciato qualcosa. Una parte essenziale di Sette moderniste si trasferisce a Roma (motore, azione!), ecco perché il sito in questi giorni è così agitato. E' un cambiamento felice. Ma è chiaro che comporta qualche variazione. A giorni, una dichiarazione ufficiale, programmi nuovi e le lacrimucce di rigore. Intanto scopriamo di avere una lettrice anche in Vietnam: ma Paola, scusa, il permesso non scadeva in tre giorni? Cosa cavolo fai ancora lì? Comunque grazie per la visita, e tanti baci.

16 agosto, 2006. Non vi siete chiesti seriamente per quale motivo è nato questo sito.

15 agosto, 2006. Beh, buon Ferragosto, lettori.

13 agosto, 2006. Ombra. Alcuni di voi ricorderanno - alcuni che non leggono il blog, ma poco importa - che anni fa, dico una dozzina di anni fa, si parlava per scherzo degli spiriti domestici. Io e Coso avevamo da poco cambiato casa, e ci sembrò una buona idea ingraziarci le eventuali entità residenti con una specie di piccola offerta in cibo, durante una allegra festa di inaugurazione. La faccenda parve ridicola quasi subito, e il giorno dopo il voto gettammo il contenitore e le briciole rimaste - il cibo era stato probabilmente mangiato da qualche invitato burlone - e facemmo posto per la nostra vita vera. Però, a distanza di mesi, io seguitavo a notare che dal ripiano della dispensa - chiamo dispensa un dozzinale scaffale di legno, posizionato a oltre un metro e mezzo di altezza per evitare l'assalto dei gatti, d'altronde vecchissimi, e utilizzato appunto per le derrate alimentari - periodicamente scomparivano alcuni alimenti. I dolci. Il mio uomo era, per la verità, un gran mangiatore, e così ignorai la faccenda: mai rompere le palle a un uomo per le cose futili (con il risultato che poi vi lascerà dicendo che lo trascurate, ma questo è un altro discorso). L'amore finì e ci lasciammo (perché lo trascuravo). Ma i dolci seguitarono a sparire. Due dei miei gatti morirono, anche la più dolce, la più cara, la più bella bianca gattina golosa di dolci che mai la Terra avesse ospitato. Rimasi sola, con un ultimo gatto ruvido, da merluzzo salato e baccalà. Ma dal ripiano, periodicamente, i dolci continuarono a sparire. Io non amo i dolci: li compro o li preparo per gli ospiti, per gli amici, per il nipotino, per le vicine di casa in crisi glicemico-affettiva, per i tipi che passano e fanno colazioni sostanziose. E la dispensa è, non so come spiegarvi, in qualche modo isolata dal resto del mondo, e i cibi sono sigillati. Questo per dire che è strano che durante la notte, in certe notti quiete e sicure, silenziose e isolate, ma sempre due notti dopo la luna piena, i dolci comincino a sparire. Croissant, preferibilmente. Biscotti con la crema. Plum cakes. Dovessi lasciare lì una pizza intera, la troverei intatta il giorno dopo. Oppure le focacce e i salatini. O crackers, fette di pane, noccioline, patatine, pop corn, qualunque cosa, niente. Ma un bignè, scompare. Ora, se questo non bastasse a escludere l'ipotesi più semplice, che cioè il golosone sia un topo, il meno schizzinoso degli onnivori, c'è il fatto che l'adorato gatto superstite si rifiuta di entrare, da tempo immemorabile, nella stanza dei dolci. L'ho visto all'opera, con roditori e volatili di ogni genere, e so che non si tirerebbe indietro alla prospettiva di uno scontro per lui così soddisfacente. L'altra sera, invece, mi è corso vicino, miagolando furioso. Si è seduto e ha guardato verso la stanza. Sapete come i gatti abbiano il dono di parlare senza pronunciare una parola, come gli stalker. Ho lasciato che continuasse la sua pantomima per un po'. Stavo leggendo "Il monaco" di M. Lewis, e non è da escludere che la lettura determinasse il mio scarsissimo interesse per la felina richiesta di intervento nella stanza buia ("Il monaco" è una storiaccia maledetta, lo sapete). Ma il gatto non ha trovato requie per ore. Addirittura, disperato per l'ostentata indifferenza della sua padrona lettrice, ha tentato di entrare da solo nella stanza. Io fumavo tranquilla, con la mano appoggiata alla guancia. Ho visto il gatto incamminarsi furtivamente e ridevo, tra me e me, delle sue cautele. Ma mi sono divertita molto meno quando l'ho visto schizzar fuori dall'androne buio nemmeno tre secondi più tardi, gnaolando e soffiando, e quel che è peggio volando a mezz'aria. Come scaraventato. Mi sono mossa. Il gatto si è nascosto dietro le mie scarpe per tutto il tempo, lamentandosi e piangendo. Sono entrata nella stanza. Ho acceso la luce, ho guardato intorno. Era la seconda notte dopo la luna piena. Non c'era più un dolce in tutta la casa. E un respiro affamato veniva dalle pareti. Me ne sono andata senza parlare e senza guardare indietro. Il giorno dopo ho fatto la spesa. Non conto i pacchetti di biscotti. Non più. Non so chi sia, il consumatore dei miei dolci. Ho controllato: la mia è una casa quasi moderna, non ci sono botole, o passaggi segreti, che io sappia. Ne ho parlato a un mio amico, in genere protettivo quanto basta, ma mi ha riso in faccia. Ne parlo a voi, che mi ridete alle spalle, credendo che si tratti di un racconto di pura invenzione, e sennò cliccando su qualche sito meno disturbato. E allora ho deciso io che cosa fare con l'ombra che infesta la mia casa. Questa notte, preparerò una torta, guarderò il gatto che se ne va con il pelo ritto, spegnerò la luce. E mi addormenterò.

11 agosto, 2006. Non ho i soldi per andare in vacanza. Ma sospendo gli interventi sul sito e sul blog: mi trovate qui se vi servo, e non escludo qualche citazione di tanto in tanto. Ci rivediamo tra qualche giorno, ciao! Email cast@settemoderniste.com; oppure il solito numero.

9 agosto, 2006. Nella clinica per vecchi stalker era l'ora della seduta di psicoaiuto. Il dottore entrò, guardò sospirando la piccola aula di stalker dagli occhi attenti e vitrei, come ragazzini alla prima ora di scuola nelle giornate più umide dell'inverno, e prese il suo posto nell'unica sedia rimasta libera. "Oggi, come vi sentite?" chiese, con l'aria più casuale che riuscì ad assumere. Gli rispose uno degli stalker, Johnny: "Ehi, che stranezza, dottore. Tutto mi sarei aspettato da te, meno che la scelta di questo verbo. "Sentire". Mmm. Ora, io ho bisogno di un minuto per riflettere. Che cosa intendi, per "sentire", e perché usi proprio la parola "sentire"? Ti riferisci al fatto che alcuni di noi, questa notte, hanno ascoltato la radio fino a tardi? O al libro che mia cugina mi ha portato ieri, "Telepatia e altre scienze"? Sarebbe strano, sai, perché quel libro è ancora nascosto nella mia valigia. "Sentire". Mmm, se ti conosco, tu ti riferisci ai sentimenti, e non alle sensazioni. Mmm. I sentimenti. Ok, chi ti ha detto che mi sono innamorato della nuova infermiera?" Il dottore si passò una mano sulla fronte. "No, Johnny, nessuno. Io non mi riferivo al tuo rapporto con la nuova infermiera, né..." "Rapporto?" saltò su Johnny, "ecco dove vuoi arrivare, dottore! Ok, bella scienza impersonale, bel rigore clinico! Così, ce l'hai con me!" "No, calma," arretrò sulla sedia il terapeuta, "mi sono espresso male. Molto male. Scusa. Non volevo. Ricominciamo da capo? "Come vi sentite". Ecco, è una semplice domanda formale. Potrei dire "come state?", ma già ieri Boom mi faceva notare che la scelta delle parole non gli piaceva..." Boom alzò lo sguardo dal libro che stava compulsando nervosamente, e che si intitolava "Mesmer e il magnetismo delle parole": "No, dottore, non è che non mi piacesse. Solo che "State" è l'inverso della parola "Etats", che ricorda "Etats Units", che guarda caso è francese, come la mia ex ragazza. L'ho trovata un'allusione un po' troppo esplicita. Tu sei uno furbo." Il dottore nascose la testa tra le mani. "Quindi? Come dovrei domandarvi notizie della vostra salute? Eh? Come?" Gli stalker si guardarono. Qualcuno accennò un sorriso maligno. Poi Johnny parlò per tutti: "Beh, diamine: il dottore sei tu, perché lo chiedi a noi?" ...

(nella foto: primo piede di Settemod su Marte)

Non sarebbe male, una drammatizzazione sugli stalker. Sapete, gli stalker hanno tutta una tessera di tempo da usare. Gliel'hanno data, al supermercato, coi punti, o chissà dove. Ecco perché non si preoccupano di quel che buttano via.

7 agosto, 2006. Il cielo, con questo vento pericoloso. L'allarme, gli oggetti evocativi - perfino il denaro è un demone. Io, che sto in questa orribile situazione. La lucidità che si apre e si chiude all'improvviso come le valli in treno tra una galleria e l'altra. Le frasi scritte di nascosto. L'occhio dell'ombra, e invece l'indifferenza di ciò che è destinato. Le visioni confuse, le sensazioni che nessuno è in grado di codificare, men che meno io che le sperimento. Non crediate di sapere che cos'è la paura, prima di aver sentito dalla sua bocca il vostro nome. Bisogna essere molto coraggiosi per usare il numero sette.

5 agosto, 2006. Il sorriso dell'addio. Resti lì, gelato, e tutti si stanno salutando, e tutti sorridono, e anche tu sorridi, ma tu sei un po' più rigido degli altri, tu, il sorpreso. Scopri di aver avuto un grande amico - ma grande, amico - il giorno in cui parte. Ciao. Ciao ciao ciao ciao ciao.

4 agosto, 2006. Tup suggerisce, nella sua immensa saggezza, osservandomi di sbieco davanti al sesto caffè della giornata, che forse intraprendere l'impresa del "cambio di stagione" il 3 agosto è una scusa per non fare una certa cosa. Io rispondo che sto cercando un vestito arancione che so di avere e che non ho mai messo: è vero, ma ugualmente mi rendo conto che sto scappando, e smetto di pasticciare con gli armadi. Risultato: due capitoli erano e due capitoli restano, in compenso il cambio di stagione è sospeso, il vestito arancione non l'ho trovato, e la casa è un bailamme, con gli armadi sventrati e i vestiti appesi intorno, in attesa di essere stirati. E io esco a prendere un caffè. C'è un problema, con questo Finalmente Romanzo, ed è che Mi Fa Realmente Paura. Una Paura che niente può risolvere, né parlarne con Tup, né temporeggiare con il cambio di stagione o con il progetto "mettiamo in ordine alfabetico i libri della libreria" (altra pensata geniale che mi era venuta), né con questo blog (non dovevo abbandonarlo agli stalker come Mosca a Napoleone?), né con l'idea "andrò a studiare in biblioteca per il ricco lavoro di documentazione assolutamente necessario". Bisogna affrontarla. Ok, non ne ho già affrontate abbastanza, quest'anno? Quelle erano le paure per gli altri, che non finiranno mai, o degli altri, che ancora mi spingono qui a difendermi. Ma si tratta di incontrare qualcuno o qualcosa che cancella tutto il resto, lo so. Già me ne sono resa conto quando ho deciso - e questa non è un'eccezione alla regola, è solo condimento - di non parlarne con nessuno. E' scendere nel Colosseo. E' un fatto mio. Solo mio. Senza contorni. Nei silenzi siderali. Un vento che soffia nei capelli, e non si sa da dove viene. E bisogna voltarsi. Guardare. Come le cose vere. Beh, vado a prendere il caffè, intanto, poi pensavo, chi mi accompagna all'Esselunga a far la spesa, poi potremmo fermarci a mangiare da qualche parte o andare in piscina, ecco, andare in piscina?

3 agosto, 2006. Estate citazionista V. Di certo non ho voglia di parlarvi dei miei progetti per il futuro. Semplicemente perché sul futuro... sapete come la penso. Ma una delle cose che ci salvano il culo, nella vita, è avere ampi progetti per il proprio passato. E io li ho. Anche altri li hanno (qualcuno che mi ha scritto stanotte con gli auguri di compleanno, per esempio, e che a occhio e croce vedo oggi, direi), e a loro dedico questa citazione da "La montagna incantata" di Mann, "Il tempo, si dice, è oblìo, ma anche l'aria delle lontananze è un filtro dello stesso genere, e se anche dovesse agire meno a fondo, in compenso lo fa con maggiore rapidità".

3 agosto, 2006. Ho visitato una prigione e un bunker antiatomico. Sono stata nel paese natale della famosa fata verde. Ma prima della fata avevo visto un vescovo (come dice la canzone in milanese: “t’è vist cos’è? Un vescovo! Povero vescovo, e povero anche il cavallo, ah beh, sì beh”). E le meduse rosa che quest’anno dicono siano dappertutto. Ho visto fontane d’oro. Ho visto tempeste e una cavolaria che si posava su uno scoglio, e si faceva spruzzare dalla schiuma del mare, e sbatteva le ali per rinfrescarsi. Ho viaggiato con uno che sembrava un angelo dipinto, e quando l’ho pensato mi ha strizzato l’occhio. E tutte queste cose le ho viste davvero. E non sono ancora andata a fare una vera vacanza: ero in giro per il romanzo. Ma ancora manca qualcosa, quindi penso che ripartirò.

29 luglio, 2006. Oggi è Capodanno, almeno per me, ma noi non ci sentiamo fino alla Befana. Ciao!

28 luglio, 2006. Per Chiaretta: mi sto ancora tenendo la pancia per le risate di ieri, ciao, un bacio e ho sentito R. che ti saluta e dice di chiamarli, ogni tanto, ohilà. Per Barbara: le modifiche sono a posto. Per lo stalker: "fotografie del bricco della panna"? Magari ero io che avevo ancora la stupidera, ma ho riso un casino. Se intendevi una cosa drammatica, mi spiace, stalkie. Se volevi farmi ridere, ok. Ho un po' perso il conto delle ricerche che fai per entrare nel sito, perché sono stata via. Dovresti trovare un metodo: non so, x quando parli di me, y quando parli di te, z quando parli di altri. F quando parli di donne, m quando parli di uomini, p quando parli del passato, ff quando parli del futuro, 0 quando parli del presente. E poi + per il vero, - per il falso. Beh? Sto parlando con un motore di ricerca, e allora? Voi credete che x scriva su y, invece è y che scrive su p e 0 di x mentre si occupa di z che poi è f, e x lascia fare per via di y, ma chissà se è + che y è y, o se y è in realtà z, oppure y e z si parlano tra loro rimpallandosi x. Direi che si capisce così, no? E' algebra del bricco di panna, ma si capisce, no?

A parte gli scherzi, se per "bricco di panna" intendi ModeRN, guarda che in quell'elenco di oggetti-personaggio (episodio di Post 2) si conta dal fondo. Il risultato non cambia per ModeRN, ma per gli altri sì. Non sono oggetti scelti a caso, di sicuro.

25-29 luglio, 2006. Lo pubblico e poi lo tolgo subito. Ho scritto "La paice", ed è la storia di un fatto vero, un incontro - di quelli che capitano solo alla sottoscritta, ovviamente. "La paice" è davvero un grido, c'è qualcuno che l'ha urlato sulla mia strada, e io son venuta fin qui a scriverlo. PS: Gli stalker intendano amichevolmente che questo racconto parla di me, e non di loro: come la prima volta. Facciano semmai caso al nome Janbatiste, il Battista: il nome Janbatiste sta pure nel nuovo romanzo, e qui fa un giretto di prova, tanto per farsi un po' vedere ben protetto dal copyright, ma la storia del romanzo è tutt'altra cosa. Anzi: "La paice" è solo un bozzetto che si presta, a mio parere, a un ampliamento di altro genere. Le finestre che parlano mi piacciono troppo. Ciao.

25 luglio, 2006. Estate citazionista IV. Voi lo sapete che io ho una sola poesia preferita. Una. Sola. Poesia. Che a un certo punto fa così: "I pass, like night, from land to land..." Voglio sentire il coro sui versi successivi, ragazzi, o non mi conoscete. Comunque è La ballata del vecchio marinaio, di Coleridge. E' una poesia che mi ricorda qualcosa, ma non so cosa. E un tizio, di cui sto per raccontarvi le gesta (stasera, favola della buonanotte), me l'ha cantata tutta mentre me ne stavo al mare - vi ho fregato con Deleuze, leggevo Novella in spiaggia. Oh, a proposito. A tutti quelli che mi chiedono se io amo di testa, se amo, se non amo (perché tutte queste domande? che c'è? che succede? che cosa vi prende all'improvviso?), dico di aspettare la favoletta di stanotte. Only love. Comunque, davvero, che diavolo vi prende? Ascoltate, lasciate, rilasciate, lasciatemi stare.

22 luglio, 2006. Una donna e un dubbio: che cosa ne può scaturire? Ecco il misterioso nuovo episodio di Maria C. detta Machi, scritto dalla pregevole Barbara D'Incecco, che lancia un amo al nostro sibillino Fausto. Buona lettura, cari. Avete le novità, avete il Villaggio, avete Hard B. da leggere. Fausto si sta preparando, e anche Veronica. Io ne approfitto per mettere un po' il muso, finire Deleuze, pensare inutilmente a una cosa come il mio compleanno - tra sette giorni. Non sono proprio di umore nero. No no. Davvero.

21 luglio, 2006. Estate citazionista III. Con Richi ieri si parlava di greci. In effetti, "Cantami o diva del Pelide Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei molte anzi tempo all'Orco generose travolse alme d'eroi e di cani e d'augelli orrido pasto lor salme abbandonò così di Giove l'alto consiglio s'adempìa da quando primamente disgiunse aspra contesa il re de' prodi Atride e il divo Achille." (Omero, Iliade, libro I, senza punteggiatura però). Perché quest'è, in sostanza, la storia che uno racconta. In più, i fatti delle "Sette" risalgono a un periodo in cui mi occupavo proprio dell'Iliade. Che a questo servissero quegli strani studi, non è detto saperlo - credo in realtà di no. Dell'Iliade mi colpiva che il fatto, già "scritto" due volte, dal fato prima, e poi dalla storia, fosse raccontato una terza volta (o forse una quarta...) dal narratore, e che tutti questi piani di esistenza fossero perfettamente presenti, a modo loro, nella diegesi. Mi colpiva inoltre che questa fatalità marmorea - ne nascerà secondo alcuni la "tragedia" - equilibrasse l'epos dei vari Achille, Agamennone, Ulisse, Bellerofonte, Priamo, Ettore, Paride, Ecuba, Zeus, Era, Venere, Apollo, Marte, e son già più di sette... Dai, sto scherzando.

18 luglio, 2006. Ma guardali, guardali, come si pavoneggiano i Villaggisti. E la patrona. Il nostro romanzo "serial" è stato segnalato dallo scrittore Giampaolo Spinato, sul sito omonimo. La ringrazio tanto a nome di tutti. E le cito un autore che lei probabilmente odia: "Osserva la strada da vicino e senza fretta, provala tutte le volte che lo ritieni necessario e poi rivolgi a te stesso, e a nessun altro, questa domanda: Questa strada ha un cuore?" (C. Castaneda, Gli insegnamenti di Don Juan)

17 luglio, 2006. Yawn. Quanto rumore, sto dormendo, che c'è? Eh? Eeeh? Ma avvertitemi, santa pace. Chi? Oss... dove sono le scarpe. Le scarpe! Epperò avvertitemi... Beh ma fate accomodare da qualche parte, intanto. Ossant... Ssst. Sì, sì, arrivo. Un momento che ci penso. Trovo le scarpe. Orc... E c'era tutto quel disordine? Bravi. Bella scusa, che io dorm... Arrivo, arrivo, intanto offrite un caffè, qualcosa. Ssst. Che arrivo.

16 luglio, 2006. Estate citazionista II. “Se questo saggio dovrà un giorno essere pubblicato; se, da semplice antidoto cui io chiedo, oggi, fra i peggiori dolori e le peggiori ansietà, personali e collettive, un po’ di pace dell’anima, esso si muterà mai in un vero libro, un nome diverso dal vostro, caro amico, sarà allora scritto sul frontespizio.” (M. Bloch, Apologia della storia)

C’è un romanzo in questa stranissima e bellissima dedica, che per la verità prosegue a lungo, troppo a lungo per i vostri gusti. Dolcezza.

14 luglio, 2006. Estate citazionista I. "E qui la storia finisce. Egli trascorre, come avvolto in una fitta nube, imperscrutabile, dimenticato, imperdonato e romantico. (...) Ma noi lo vediamo anche, oscuro conquistatore di fama, strapparsi dalle braccia di un amore geloso per obbedire a un cenno, a un richiamo del suo esaltato egoismo. Egli abbandona una creatura palpitante di giovinezza reale, per celebrare le nozze spietate con lo spettro incolore di un'apparenza di vita." (J. Conrad, Lord Jim)

Fosse stato scritto da me (sticazzi), pensereste a Snowhite. Fissati, fissati e fissati. Attiro invece la vostra attenzione su quei quattro aggettivi: notate come non appesantiscano la frase, sebbene siano tutti raggruppati e non abbiano grande attinenza con la similitudine della nube cui sono collegati - o meglio, sebbene abbiano attinenza decrescente e fluiscano in un altro campo (in un altro cielo, come le nubi) per associazione di idee. E' perché sono luoghi propri, cercati con accuratezza, affilati come i machete di cui Conrad si intende così bene. E anche, belli. Grandezza.

13 luglio, 2006. Basta. Da oggi sono in vacanza: non viaggio, purtroppo, ma per un po' qui lascio la palla ai villaggisti - Machi sta arrivando. Nella Casa, dopo l'episodio di Hard B. toccherà a Dogma. Per qualunque cosa, mi trovate alla solita email: cast@settemoderniste.com, o dove vi pare (per pura questione di comprensione, eviterei gli sms vuoti, anche perché ricevo fiumi di sms ogni giorno, vuoti perché qualche ufficio stampa si è mangiato il msg). Buona estate.

12 luglio, 2006. Al ritorno, ho aperto la mia valigia e ho guardato dentro. Un costume, uno spazzolino da denti, un coso per i capelli, un completo intimo, un vestito, un libro, un foglio di carta bianca e una maglietta. E gli infradito nello scomparto per le scarpe. Poi ho detto: okay, siamo onesti, facciamo giustizia. Allora ho aperto la borsetta. Due pacchetti di fazzoletti, quattro fazzoletti usati, tre penne, una senza tappo, una matita, tre mazzi di chiavi, quindici biglietti da visita di sconosciuti, un telefonino, due bollette pagate, una da pagare, due tessere di giornalista, cinquanta tessere di videoteche sanità bancomat prepagate telefoniche cinema associazioni supermercati librerie, estratti conto, carta, carta, fogli di carta strappati, patente scaduta, aspirine, preservativi, cortisone in pastiglie per le allergie e l'infarto, una bustina di zucchero rubata in un bar, una caramella al caffé, una scatola di caramelle, un cerotto, una crema idratante, uno specchietto da trucco, un campioncino di profumo, un pezzo di cuoio di origini sconosciute, un pacchetto di sigarette, due accendini, alcuni biglietti dell'autobus usati, un borsellino vuoto fatta eccezione per lo scontrino di due caffé, la carta d'identità, un buono sconto per il cibo per gatti, alcune monete sparse sul fondo, l'inalatore per l'asma di mia mamma, alcuni pezzi di vecchi pacchetti di fazzoletti.

La questione mi pare evidente.

8 luglio, 2006. Ecco affacciarsi nel Villaggio il nuovo personaggio di Ines, di Paolo Egasti. Ve lo ricordate l'edicolante Walter? Chissà dov'è andato (se lo chiede anche Ines). Ovviamente, il personaggio di Walter è pronto per essere affidato a qualcuno. Intanto Machi è già ai nastri di partenza per il prossimo episodio, e sono preallertati Fausto e Veronica. Inoltre, se non l'avete già fatto, leggete il nuovo Hard B. alle prese con la prova BackForward nella Casa. Oppure, ripassate il resto del Villaggio. In settimana intendo annoiarvi con una vera biografia di Settemod: dal mio primo romanzo sul reality, nel '92, quando i reality non esistevano (c'è un editore che se lo ricorda), al romanzo in cui sperimentai il trasformismo dei personaggi, con la prima apparizione di Snow White e delle sue prove, nel 2001. Pensate: non posso dirvi il titolo del primo racconto che ho scritto da piccola, perché non è pubblicato e aveva un titolo particolare, che mi dispiacerebbe vedere usato da qualcun altro. Ma tornando a Snow White, c'è un mio racconto pubblicato nel '95 che forse vi ricorda qualcosa: il titolo infatti era "La fine del mondo". Vedete che c'è un filo, in tutto ciò. Ciao.

9 luglio, 2006. L'Egineta Fancazzista adora lavare magliette piene di sabbia e sedersi all'ombra di bar di paglia. Ama gli uomaccioni che sì, ci hanno la casa con su la terrazza (e questa è la seconda e penultima cosa che dicono). L'Egineta Fancazzista deve nascondere i libri che legge sennò gli uomaccioni si incazzano. L'Egineta Fancazzista per fortuna sa tutto su a) gli Stones b) quello che davvero è stato detto a Zidane. L'Egineta Fancazzista fa rumore con i sandali tirlic torloc quando cammina. L'Egineta Fancazzista ha il cuore talmente in disordine che dimostra la metà degli anni che ha, ma fa finta che questo non le stia costando la vita. L'Egineta Fancazzista prende treni per tornare a casa e tutti si chiedono perché. L'Egineta Fancazzista si accorge solo adesso che è l'11 luglio, 2006.

7 luglio, 2006. Prima c'erano il saggio, la belva, il vecchio, il figlio, il medico, il malato e la malattia. Sette storie non erano sufficienti. Ora stiamo qui a giocare con l'alfabeto Morse.

6 luglio, 2006. Tutto il sito, con Ida Bozzi e Barbara D'Incecco, con gli altri autori del Villaggio, gli amministratori e i designer, con gli amici e con molti dei lettori, è vicino a Giorgio per il lutto che l'ha colpito.

5 luglio, 2006. Oggi è il giorno del mio nuovo episodio di Hard B, nella Casa. Buona lettura o no, scrocconi, fate un po' come diavolo vi pare.

4 luglio, 2006. Grazie a Herzog, ritroviamo equilibrio. A tutti i fiammiferini - non siete solo quello, non crediate, non sperate, o non temete - spiego che il pezzo di ModeRN 3, qui pubblicato tempo fa, non tornerà, se non dopo una dura revisione. Per due motivi: perché era una fase intermedia di scrittura, e perché io non sono Post, non sono arrabbiata né infelice né feroce, e quando a me le persone piacciono, mi piacciono come sono, e non come sarebbe bello che fossero. Idem quando non mi piacciono. In genere sono cose che voi non notate nemmeno: un movimento, un'occhiata in tralice. Questi sono definitivi, come un imprinting. Il comportamento, le parole, il male o il bene che se ne ha, sono un'altra cosa, "scambiano" su un altro piano molto più superficiale: quando litigavo con ***, io avevo ben presente che il piano su cui ci si scontrava era un piano secondario; lui forse no, ma non sono cavoli miei. Attenti a chi identificate con chi. Imparate voi a distinguere tra la realtà e la fantasia: questa è una storia, e va raccontata perfettamente bene, ModeRN non può essere una tinca (gergo teatrale), Post è più ingenua di così, Snowhite è un gran personaggio di maligno. Perché giocarmeli alla cazzo? Per seguire il ritmo forsennato di Internet? Alla malora. Che poi Snowhite non si diverte.

4 luglio, 2006. Prendetevi, e portatevi a fare un viaggio in un film straordinario, che è L'ignoto spazio profondo di Herzog. Dovete avere poca calma, quando vedete il film, e poca pazienza, e sentire nascere la calma e la pazienza mentre lo vedete. Questa maieutica è fondamentale. La storia la trovate su qualunque sito di cinema: un alieno racconta il dolce fallimento della sua missione. Casualmente, l'alieno è un attore di cui sono del tutto innamorata da anni, Brad Dourif. Dal di dentro, allora, la maieutica della pace attraverso l'annegamento nella storia. Non perdetevi un solo cristallo di ghiaccio: non è nel film che deve succedere qualcosa (c'è il copyright su questo concetto straordinario, quindi occhio). Non sbagliate visione. Dal di fuori, come è bello creare una storia a un incrocio polveroso nel niente del suburbio. Tutti i film dovrebbero essere così, eppure pochi film sono così veramente.

3 luglio, 2006. "Sono sulle tracce di quest'uomo. La sola cosa che so di lui. E' che esiste" (Il dottor Mabuse, Fritz Lang). Thank you, Mereghetti.

1 luglio, 2006. Il Raca non c'è più. Ieri sera, ultima volta che ci siamo ubriacati al Raca, storica birreria milanese-irlandese che ora chiuderà per diventare qualcosa come una pasticceria belga. Lo frequentavo vent'anni fa, già, già, e ieri sera, per l'addio, mi sono portata via una sedia. Bella, rossa, di cuoio imbottito. Che puzza da far schifo. Ho giocato a freccette con il campione regionale, Mauro, che mi ha spiegato che "il bersaglio non si muove", e non è una cosa tanto facile da capire nemmeno nella vita. Ho perso una partita - ma ho perso 8 a 2 e non 8 a 0, e se capite di freccette capite anche che è stata una gran bella partita, visto che il punteggio delle freccette si sottrae, non si somma, fino allo zero - con Alessandro, che mi ha detto che io sono la freccia. E poi Giacomo e Rosi mi hanno aiutato a portare a casa la famosa sedia, che mi spettava per risarcimento loro sanno di cosa. Dei miei vent'anni, forse. Ciao, patatine fritte. Ciao Raca.

28 giugno, 2006. (...)

26 giugno, 2006. Impegnata altrimenti. Chiara lo sa, e sa anche che preferisco parlare molto poco del mio nuovo testo, perché tutto quello che ho fatto recentemente è stato brutalmente scopiazzato. Non è soltanto che "Internet è una giungla", come dicono molti, ma che dentro e fuori da Internet ci sono animali feroci. Domani, se riesco, vi metto qualcosa di carino da "L'avversario", così saluto insieme due amici che non si conoscono, legati a quel libro da motivi vari: Diana e Federico. Intanto: aiuto Babs, vienimi in soccorso, scrivi il pezzo di Machi. Sono ansiosa di sapere se Phil ha letto Glamo, peraltro. Ri-ciao.

24 giugno, 2006. Poi. Gli episodi arrivano, ci stiamo scaldando.

21 giugno, 2006. Eccezionale: ricomincia il giro del Villaggio di Sette moderniste con un pezzo di bravura di Chiara Carpani e la sua nonna telematica Gina Invernizzi.

19 giugno, 2006. Bah. Scusate, io ora alzo il ponte levatoio. Per un po'; salvo comunicazioni di servizio.

Saluti, e pensiamo a noi.

17 giugno, 2006. Eravate curiosi di conoscerli, ed ecco altri abitanti del Villaggio di Settemoderniste. Da sinistra Leone/Filippo, Machi/Barbara (da grande fotografa li ho ripresi nel momento dei saluti, ma fidanzati e fidanzate stiano tranquilli...), Gina/Chiara e Ivano/Alberto. Mancano Lu, Giorgio e Sara che però rimedieranno nei prossimi tempi, voglio sperare. E no, io nelle foto non appaio: non c'è più niente da vedere. La casa, come vedete, è sempre la topaia pop.

 

16 giugno, 2006. Sì, ho parlato con Cristobal per un'intervista. Ma quello che troverete scritto sul giornale è ciò che riesco a scrivere sul giornale. Il resto devo ancora elaborarlo. E' un periodo in cui mi dimentico addirittura di mangiare, per giorni e giorni. Quando ero vulcanica, vi ricordate? Beh, era calma piatta, in confronto. A domani per le foto.

16 giugno, 2006. Secondo intervento. Domani pubblico le immagini del meeting del Villaggio Globale. E' stata una serata estremamente fruttuosa, ora dovete lasciarmi un giorno per lavorare e poi vi racconto tutto. Comunque, la salsa Guacamole era ottima.

16 giugno, 2006. Primo intervento della giornata, e oggi saranno tre. Il 16 giugno del 1944, un gruppetto di persone fu portato nei boschi. Non posso nemmeno immaginare quel camminare, quel muoversi, quell'andare, davanti alle armi che li spingevano avanti. Tra loro c'erano prigionieri di ogni provenienza, di ogni età. Uno era un ragazzo di quindici anni, che parlava volentieri all'altro, il vecchio dall'aria professorale, che raccontava sempre storie così belle. C'erano partigiani, c'erano civili. Un plotone di nazisti li fucilò.

Oggi noi salutiamo quel ragazzo, di cui non conosciamo il nome, e quel vecchio, che si chiamava Marc Bloch.

15 giugno, 2006. Istruzioni per l'uso della riunione: arrivate tardi. Non fate caso se durante l'incontro io devo intervistare Jodorowsky. Non portate cibi o bevande, portate carta e penna.

14 giugno, 2006. Tanti auguri alla nostra Chiara. Non vi dico quanti anni compie, per pura nostalgia. Perché l'Essere Seri va bene, ma deprimersi no grazie. Giovedì sera sarò la più anziana del gruppo. Posso non esserci? Oppure invitiamo anche il gatto, l'unico più vecchio di me in casa. Ah, mettetevi bellissimi per l'occasione, cari villaggisti, perché incombe la solita polaroid sbiadita. Seguiva una battuta su Flaubert e i poeti da Parigi, ma ho deciso che oggi davvero davvero non voglio deprimermi.

13 giugno, 2006. Il meeting è giovedì. Ah, lo sfogo di ieri: ne parleremo più in là, ma è una cosa importante, e non vale solo durante le eruttazioni globali da mondiali di calcio. Ne parleremo più in là e ne parleremo meglio. Ma non troppo: non voglio parlare qui delle scritture non web: non è più il tempo di regalare format in giro, andava bene un anno fa, ma ora non possiamo più farlo. La serietà dell'essere, save the date.

12 giugno, 2006. "...A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta, e in ogni città, sentiva nostalgia di una città ancora più grande. E questo, è ancora così. Sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com'è ancora oggi.
Aveva timore davanti a ogni estraneo, e continua ad averne. Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino, lanciava contro l'albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare." (Peter Handke)

Non troverete altre citazioni dal discusso Handke, su questo sito. Ma rivedetevi quel film di Wenders, fatemi questo favore personale. Di quel film, invece, troverete qui molte citazioni.

Là dove dice. "Essere seri."

Sappiate che lo siete, anche se la vostra vita è una buffonata, anche se il vostro cuore è feccia, sotto le mie finestre, o nella vostra mente.

Voi siete sempre seri.

Siete.

Cercate di accorgervene in tempo.

11 giugno, 2006. Tra pochi giorni parte la seconda puntata del Villaggio globale! Alcuni autori sono in viaggio e tornano oggi. Altri tornano il 14. Altri partono il 17. Se vogliamo fare il meeting, possiamo vederci giovedì. Sara è di Roma e non potrà esserci, ma magari riusciamo a collegarci con Messenger o cose simili. Ho comunque cose di cui parlare.

Altre notizie.

Chiara, niente, le mail non arrivano: è la mia casella di posta o la tua? Difficoltà tecniche a parte, stiamo per pubblicare il nuovo episodio di Gina, e quello sarà il "la" per la partenza. Nella Casa, intanto, arriva il nuovo episodio di ModeRN. Già, certo, proprio quello. In settimana.

Inoltre.

Non tutti hanno accettato il responso di Snow White, che ha decretato Hard vincitore del secondo episodio. E gli stalker del sito sono d'accordo, è ovvio in modo quasi preoccupante. La mia classifica personale, che come potete immaginare ha più peso di quella di Snow, è invece: Ichi lo Shaolin, sempre primo, ex aequo con Post. Entrambi i pezzi sono, per motivi diversi, i miei preferiti (Post è meno bello, ma è di gran lunga più difficile, e dell'equilibrio del contenuto-stile non mi frega una cippa). Segue ModeRN. Segue Hard. Hard è un pezzo "facile", senza rispecchiamenti e complicazioni fuori-dentro. Poi Klaz. Poi Dogma. E naturalmente Best è ultima. Per il terzo episodio, invece, occhio appunto a ModeRN.

Se i villaggisti vogliono farsi una classifica di merito tra loro, dovranno passare sul mio cadavere. Il che è facile, viste le mie condizioni di salute. O attraverso i commenti, che giuro arrivano.

9 giugno, 2006. Posso invitarvi a cena? La cucina è finalmente a posto (Tup?). Il menu prevede: capesante al gratin, anzi no, povere capesante, salsa di sedano con tostini di frumento, linguine maritate, flan di formaggio e verdure. Oppure le frittellazze americane con lo sciroppo, ha ha. O, santo cielo, la fresella fresca con macedonia di verdure, olio e pepe. Sapete da quante settimane mangio pizza di cartone? Ecco. Oppure la crema di cioccolato e lamponi, o la frittata di cicorie, o il calamaro in insalata (i calamari sono crudeli, quindi ce li mangiamo) oppure ripieno ("imbottito" è una parola più bella, ma il morfema finale non sta molto bene con la parola calamaro, sentite: "calamar-o-imbottito"; o forse è la quantità della i con quell'-mb- che sgarra, eh, son cose), o un'amatriciana, o...

8 giugno, 2006. "Dafni e Cloe si misero a letto nudi, si abbracciarono e si baciarono, restando svegli per tutta la notte, come non fanno nemmeno le civette. Dafni fece pressappoco ciò che gli aveva insegnato Licenio, e allora per la prima volta Cloe capì che le cose avvenute nel bosco erano semplici giochi di pastori." (Longo Sofista, Dafni e Cloe). Carino, eh, quel "pressappoco"? Il Sofista è interessante: il fatto che sia esistito così tanto tempo fa, e che a noi arrivi come un oggetto isolato, "finito" nel senso geometrico del termine, lo rende così prezioso (nei fatti, uno scrittore come un altro), e fa sentire tanto disturbante la nostra contemporaneità - intendo, l'essere ancora qui a sentirla e a raccontarla. La lettura degli antichi nasconde un desiderio che non so definirvi, di estinzione.

Tuttavia non è un sentire triste. Essendo io una donna, e possibile madre, questo sentire vagisce.

7 giugno, 2006. Qualche giorno di distacco dal blog: oggi sono stata davanti al computer a lavorare per undici ore. Grazie e a presto.

6/6/06. ... lo Snow White Day, praticamente. Eddai, solo nel romanzo.

4 giugno, 2006. Ed ecco il settimo personaggio del Villaggio Globale, con l'episodio di Ivano scritto dall'ottimo Alberto Giuffrè. Che dire? Sono Sette anche i pregevoli villaggisti (qui bisogna cominciare a pensare a una nuova rave riunione, io ve l'ho detto). Beh, che cosa aspettate? Lasciatemi qui a blaterare, ché io non mi offendo, e correte a leggere!

3 giugno, 2006. Vabbeh, appelliamoci al Santo, per trovare Alberto... (per la cronaca: alle ore 12 in punto, il Santo ha fatto il miracolo e Alberto è dei nostri. Domani o dopo pubblichiamo il suo episodio. Intanto, avrei un'altra cosina da chiederle, caro Santo...)

3 giugno, 2006. Avvertenza: la foto di cui ho scritto il 25 maggio non è su questo sito. Non tutto l'universo è su questo sito, nemmeno se vi piazzo qui la lettera Alef. Non ancora. Eh, sì, sto preparando il catalogo degli universi, e mi rifaccio direttamente alle fonti: qui è tutta roba buona, signori, roba genuina! In attesa della Casa, trovate molte novità nel Villaggio: Leone Dresigh di Filippo Piras, Veronica di Sara Esposito, Fausto di Giorgio Bo, Machi di Barbara D'Incecco, Luchino di Dj Lu, nonna Gina, di Chiara Carpani.

29 maggio, 2006. Non è un mistero che la Bozzi ha tanta paura dei temporali. "Ho passato l’infanzia in una casa in mezzo agli alberi, tre alberi altissimi, che puntavano dritti alle stelle e bucavano le nuvole. Loro appartenevano al fuoco, lassù, e quando c’era il temporale noi bambini sentivamo che niente avrebbe potuto difenderci, e che gli alberi ci avrebbero consegnato, per un patto con le forze della natura, a quelle potenze che ci lasciavano senza fiato. Strappavo mio fratello dalla finestra, lui che voleva restare a guardare l’apocalisse; quando diventò troppo grande, io piangevo perché non riuscivo più a portarlo via. Al mattino, quando la pioggia era finita, uscivo in giardino e guardavo gli alberi di sotto in su; ed erano stanchi, e silenziosi, per aver lottato tutta la notte contro l’anima che allora credevo di avere. E mi ricordo che avrei voluto sgridarli, ma alla fine li lasciavo stare. Tanto più vecchi di me, costretti lì, pieni di insetti disgustosi. Che fossero cattivi non avevo dubbi, ma pensavo che a trattarli bene lo sarebbero stati un po’ di meno, e li risparmiavo sempre quando giocavo a palla.

Nessun fulmine, mai, nei dieci anni di temporali che trascorremmo in quella casa, fu attirato dai tre alberi più grandi di tutta l’intera collina, mentre intorno i legni bruciavano, i giardini incenerivano e i tetti crollavano. Non ho più incontrato cattivi così alti. Non sono mai più stata, nemmeno io, così buona." (Maus Columbo, A cosa serve il mare nella Terra del fuoco)

25 maggio, 2006. Rimedi omeopatetici, uno. Prendete una foto di gruppo. Le foto a due sono troppo facili - lei sa fare gli occhioni, lui sa fare il pirla, ecc. Deve essere una foto di gruppo perché nessuno riesce a controllare a lungo la posa in una foto di gruppo. Poi tracciate le linee degli sguardi. Verificate chi sta guardando cosa. Poi mettete da parte la foto. Datevi un anno di tempo, o due, o q.b. Poi riprendete in mano la foto. Confrontate le linee degli sguardi di allora - il "chi sta guardando cosa o chi" - con lo svolgersi degli eventi che concernono le persone rappresentate in foto. Confrontate quel che sembravano volere con quel che hanno voluto alla fin fine. Ridete q.b. Osservate bene, e se avete tempo residuo descrivete ciò che vedete, magari in un romanzo a episodi. Ma anche no, ché tanto poi ve lo copiano. Quindi, passate pure a occuparvi d'altro, ma con più riservatezza. Ottimo per curare tentazioni di separazione consensuale, ritorni di fiamma con stronzi cronici, e altre costipazioni ostinate. Precauzioni d'uso: ricordatevi di vivere nel frattempo.

23 maggio, 2006. Oggi è il compleanno del sito Sette moderniste, auguri. Il discorso sulla Shehinà l’ho tolto perché preferisco lasciarlo nel romanzo. E’ un concetto difficile, che difficilmente si esprime con le parole. E noi abbiamo già stabilito (da qualche parte, da qualche decennio) che il romanzo non è “parole". Ho dei bellissimi episodi sul tempo, in arrivo per voi qui. Buona giornata. Per quanto riguarda il Villaggio, leggete il post sotto. Intanto, saluto Barbara, Sara, Albs, Filippo e Giorgio: è un periodo di enorme lavoro per tutti noi, ma Chiara e Luchino stanno già provando il secondo episodio (vero???)... se Albs ha pronto il pezzo di Ivano, noi ripartiamo.

21 maggio, 2006. Pubblichiamo la nuova storia del Villaggio globale, lo smagliante Leone Dresigh di Filippo Piras. E così, dopo Veronica di Sara Esposito, dopo Fausto di Giorgio Bo, dopo Machi di Barbara D'Incecco, dopo Luchino di Dj Lu, dopo nonna Gina, di Chiara Carpani, abbiamo un nuovo abitante nel paesino di S. Bloggaro. Le cose si complicano, anche per gli autori, perché (concentratevi su questo punto) ogni personaggio ignora ciò che pensano gli altri personaggi, e può relazionarsi solo al detto, al visto, al vissuto, ma noi leggiamo tutto. I piani si fanno complessi. Altro che tamagochi.

20 maggio, 2006. Come come, qui c'era un altro post? Naa. Solo che in questi giorni sono più pigra del solito, e non ho voglia di creare una nuova data: se io fossi il Tempo, sareste tutti giovanissimi. Beh. Qui c'era un commento su Barry Lyndon. La differenza tra il libro e il film è notevole, soprattutto perché il libro è in prima persona. Che cosa cambia? Cambia tutto. Però a me, da un bel po', la prima persona non piace più (sì, vabbeh, il giorno in cui scrivo Barry Lyndon ve lo faccio sapere, ho capito, ho capito, ma può parlare di Ducotone anche un imbianchino, mica solo Warhol, o no? A parte che The Luck of Barry Lyndon non è poi... ehm, ssst). E cosa volete farci. Il motivo c'è.

19 maggio, 2006. E?

18 maggio, 2006. Su richiesta di Filippo, ecco la mappa definitiva (in brutta copia) del villaggio di S. Bloggaro. I villaggisti possono richiederne copia a moi. La casa della signora Gina, per scorno di Luchino, è in via del Bosco. Notate che via Cavour e via Belvedere formano un otto! Terribile! La "Statale 48 Variante" si chiama via Dolomiti, non l'ho scritto perché non ci stava, ma sappiate che sulle Dolomiti la Statale 48 si chiama davvero così. I pullman arrivano nella piazza Centrale, ma ci sono ben due parcheggi per i turisti, uno in via Nuova e uno in via Belvedere, entrambi a pagamento. Prezzo della sosta, come a Milano. La mappa è un miscuglio di paesini vari: i nomi delle vie sono reali ma vengono da una decina di Comuni diversi. Adesso, giochiamo a Monopoli.

15 maggio, 2006. "E quando non era sereno, egli alzava gli occhi al cielo sopra il campanile, verso la linea fredda e azzurra dell'Occidente, dove le rondini volavano all'improvviso come gettate in aria a manciate. In quei momenti, il pensiero che Juana lo sapesse vivo, lo pensasse felice, lo ricordasse giovane e pieno di forza, gli restituiva, più che brevemente, la pace.

Sebbene l'amore di ogni giorno fosse più duro, come la guerra che lo aspettava dietro le tendine della veranda, la felice guerra con la donna che gli limava le unghie e gli tirava i capelli per il pranzo della domenica, pure, Alonso non avrebbe potuto vivere senza la certezza che in quella lontananza nitida, l'altra donna esisteva. E umilmente la ringraziava, ogni volta che guardava le rondini, per quell'altro genere di amore." (Maus Columbo, Terre orizzontali all'equatore)

14 maggio, 2006. Eccovi il mio terzo episodio di Post. Sebbene sia un capitolo autosufficiente e vivo di vita propria, l'episodio viene dopo Dr. Back e Mr. Forward, dopo la lotta tra Ichi e Post, dopo il secondo episodio di Post e dopo La leggenda del sosia errante, da qui apribili in una nuova finestra. Quindi, quando non ci capite più niente (è un romanzo a episodi, ricordate? è un anno che siamo qui), potete ripassare che so, la scena madre del "dottore del tempo" Back/Forward, la vicenda della sostituzione di Post con la belva sosia, la questione dei sassi magici, la faccenda dei Moai, e altre cosette. Un giorno imparerò a fare le "ancore", cioè i link verso un preciso punto di un capitolo, ma fino a quel momento dovete ancorarvi da soli. Buona lettura. IB

13 maggio, 2006. Questa è per voi, godetevela tutta.

"... il poeta aveva sprecato la sua notte, e adesso capiva che recuperarla era impossibile. Bastava alzare la testa e guardare il cielo per capire che la notte era irrevocabilmente perduta. Con gesti veloci, i camerieri strappavano le tovaglie dai tavoli. I gatti, che scorrazzavano presso la veranda, avevano un'aria mattutina. Sul poeta cadeva irrefrenabilmente il giorno."

(M. Bulgakov, Il Maestro e Margherita)

Un bacio, miei cari poeti.

11 maggio, 2006. Non ho voglia di ripescare vecchie storie, fuor dal romanzo che sto scrivendo e che è, per definizione Frisch-iana, una vecchia storia. Oggi devo tirare una moneta per via di un bivio che mi si è parato davanti, e non si tirano le monete in mezzo alle intemperie. Ci si siede al caffè, si chiede un ristretto, si spiana la tovaglia, si mescola lo zucchero e poi si tira la moneta. E subito dal tavolo vicino: ma che fa, tira a sorte? No, ehm, no, m'è solo scivolata. Eppure, eppure, che cos'è uscito, me lo dica, me lo dica, m'è venuta così all'improvviso voglia di sapere se le è uscito testa o croce, per una cosa mia, per una cosa mia! Mah, guardi, croce, ma preferivo testa. E non proverebbe, scusi sa, a tirare anche per me, soltanto un'altra volta? Ma no, io non so... Sa, vede - ha preso un caffè? anch'io - aspetti che mi porto qui i sacchetti della spesa che non si sa mai, io non tirerei mai una moneta, ma c'è gente che lo fa, senza offesa, e allora guardare, perché no, guardare. E quindi vuole che io tiri ancora la moneta? Ma sì, così, una volta, per vedere il caso. Ma poi io non voglio sapere. No, certo, no, niente, è una cosa mia... però, se invece volesse sapere, le dirò...

Ehm, ops, mi sono lasciata trasportare. Quanti cincischiamenti.

Beh. Ah, e grazie, Alessio: non avete notato che nelle pagine interne il logo è diventato cliccabile? Provate, provate, così tornate alla Home e la finiamo qui.

10 maggio, 2006. Ho chiesto ai collaboratori (che scalpitano) quattro giorni di requie, per riprendermi da una vicenda personale FELICISSIMA (“gioia improvvisa non entra mai senza turbarlo in mesto cor”, come dice la Traviata) e per far lavori, interviste alla Dunne, letture lunghe, scritture complesse, incontri inattesi, e se permettete anche un po’ di vita mia. Anche noi postumi ci sforziamo di essere felici, che si sappia: per i postumi biografi e per i postumi amici. A tra poco! 

8 maggio, 2006. Abbiamo visto il King Lear di Lev Dodin. Penso che farebbe un gran bene anche a voi.

7 maggio, 2006. Restricted area.

5 maggio 2006. Cominciate a prepararvi per Post III, Ivano nel villaggio (fatto da un nome a sorpresa), le foto, i luoghi, il book, un'iniziativa pubblica e i commenti nel blog. Come direbbe Shadow, "ai punti perdiamo, ma questo non vuol dire che io stasera non spacco". E' lo spirito, e non vedrete nessun successo al mondo infuocato come questa sconfitta.

3 maggio, 2006. Veronica entra nel Villaggio globale, firmata da Sara Esposito. E per Fausto, di Giorgio Bo, la permanenza nel Villaggio di S. Bloggaro si annuncia, beh, almeno pepata. E Machi, di Barbara D'Incecco, ha una rivale... O sbaglio? A meno che Luchino, di Dj Lu, non sia arrivato per combinare qualche guaio, complice la nonna telematica Gina, di Chiara Carpani. Aspettiamo con ansia gli altri personaggi, ricordando che è l'episodio zero, e che dalla prossima puntata cominciano... eh eh... gli incroci. E cominciano anche le eliminazioni: Walter, se non ti sbrighi...

2 maggio, 2006. Stasera al Rainbow, DI NUOVO, alle 22, tutti a votare il gruppo del nostro Giorgio, i Darkside, per non ho capito mai quale concorso musicale. Il metal non mi fa impazzire, ma devo solo andare e alzar la mano. A più tardi; adesso, se occupo ancora il server, Alessio mi sgrida.

30 aprile, 2006. Che cosa posso dire? Saluto due giovani blogger in gamba: prima di tutto Sara, che a quanto pare scriverà con noi qui, e poi naturalmente Il Grande Cocomero, Alberto, che martedì o mercoledì ascolterà le Settemod Rules e immagino riderà a crepapelle. Poi vi metto i link ai due blog in questione. Non ve le ho mai fatte leggere, le dieci Regole di Settemod? Quando riesco a far stare le lastre di pietra sullo scanner, le pubblico, promesso. Dai, sto scherzando. Poi: R., sto leggendo il tuo romanzo. E sono senza parole. Splen-di-do, anzi di più, di più.

28 aprile, 2006. Altro post tolto: domandati perché.

27 aprile, 2006. Eccovi alcune delle Regole per scrivere nel Villaggio di Sette moderniste: massimo 1000 battute, anche meno (come scrivono su McSweeneys: “pezzi di 2000 battute non li leggiamo, pezzi di 1000 battute hanno buona probabilità di essere pubblicati, ma pezzi di 762 battute esatte escono quasi di sicuro"); obbligo di nominare nel pezzo almeno uno degli altri personaggi; rispetto delle leggi italiane e delle minoranze etniche, religiose, culturali, ecc.

26 aprile, 2006. Impersonale 2. Alessio sta lavorando (anche se una puntatina nel Villaggio dovrebbe farla: ci serve un antagonista per Luchino, e il Mago di Oz sarebbe un dio per lui). Serata all'Alexandre con Tup, in grande spolvero: abbiamo notato che è tornata l'estate, c'era perfino un tizio che vomitava in mezzo alla strada.

26 aprile, 2006. Impersonale 1 bis. Che cosa c'è da leggere oggi: l'episodio di Fausto nel Villaggio globale. Troverete alcune incongruenze tra le storie (il farmacista diventa la farmacista, l'alba diventa il tramonto), incongruenze che l'editore lascia: gli Autori Vari stanno accordando gli strumenti e devono conoscersi tra loro, oltre che, magari, imparare a leggersi a vicenda. Per il resto, ripassate il terzo episodio della Casa, oltre a Post uno e Post due, perché arriva anche Post tre. Ah. Il Soggetto Sottinteso oracola diuturnamente. Drago compare nel campo. Sapete, vero, quali sono i segni I-Ching del Dr. Back e Forward? L'episodio due era "Ottenebramento della luce", il n. 36. Poi un personaggio è scomparso (il progresso, 35) e insieme un personaggio è tornato (37 - la casata). Il futuro e il passato.

25 aprile, 2006. BUONA FESTA DELLA LIBERAZIONE. Oggi qui si lavora, quindi non si può nemmeno andare in manifestazione, ma si è lì con il cuore. Un abbraccio a tutti, da Patti a Paola (se ci va), da Rosi a Maurizio.

21 aprile, 2006. Nota impersonale 1. Citare gli esempi (non letteralmente perché non si ha voglia di cercare i tomi): “Stese la mano verso il manto di crisope che copriva l’auto”; “Il sergente tolse dal forno il dolce di banane, e lo sistemò sulla tavola insieme alla crema di banane, alle frittelle di banane e alle banane fritte”. Riconosciuti, no? Ecco, ci si sta occupando di cercare banane e crisope per il romanzo non web. Oppure: “Veniva giù per la strada stringendo in tasca il suo piccolo regalo: un cristallo”. Riconosciuto? (Questo è barare, perché l'ultimo pezzo somiglia al nuovo King, che non molti devono aver letto. In parentesi, signor King, finiscila: dopo una recensione di puro amore per L. Park di BEE, hai dato al primo personaggio del nuovo libro un nome tanto tanto à-la-Ellis. Se vuoi essere mainstream come lui, assumilo come ghost writer). Quindi quindi, tornando alle crisope e alle banane (e al cristallo...): che cosa si sta cercando? Probabilmente, se i personaggi - del famoso scrivendo romanzo non web - non hanno niente in mano, niente in mente, niente qui e là, nessuna caratteristica leziosa e forte, un motivo deve esserci, e non è solo il fatto che ci si sta ancora allenando a passare dai racconti ai romanzi. Eh. Lavorare sul niente, non è poco. Antropomorfizzare il niente. Secolarizzare il niente. Storicizzare il niente. Oh, c'è una marea di niente. Parafrasando un incipit che occorre riconoscere al volo: tutte le famiglie con qualcosa si somigliano, ogni famiglia con niente, ha niente a modo suo. E ci si sta lavorando.

21 aprile, 2006. Un blog zitto.

20 aprile, 2006. Vedi 17 aprile. Rosy mi ha trovato il biglietto per Springsteen, anche se... vabbeh, comunque a comperare il disco nel midnight opening l'accompagno. Insomma, una volta Bruce mi piaceva.

Oggi, ultimo messaggio personale del blog. Sta diventando invasivo il blog, in un sito nato per altri scopi. Me ne sono accorta di recente. All’inizio doveva funzionare come un blocchetto di appunti per raccontare il lavoro del romanzo, ma quando mai si racconta il lavoro di un romanzo? Poi mi sono accorta che ogni giorno alcune persone lo leggevano. Che strano. Alcuni poi lasciavano degli indefinibili commenti nelle statistiche del sito - l’unico modo un po’ bislacco che avete, qui, per dirmi qualcosa in modo anonimo e fingendo che si tratti di una qualsiasi ricerca su motore. Allora, siccome una volta ‘ste cose le facevo anch’io, ho cominciato a rispondere. Ma: non credo che sia la persona che interessava a me, a usare questo sistema ora. Gli stalker sono numerosi, compresi alcuni miei diciamo amici che si divertono così, compresi alcuni ammiratori di Chiara che Chiara conosce a malapena e che mal sopporta, compreso un mucchio di gente che non so chi sia e che può fare un po' quel che vuole. Non ve ne abbiate a male, ma il blog, sotto questo punto di vista così intimo, di confessionale, mi interessava solo in quanto contatto con una persona che invece non c'è più, per una serie di motivi che sarebbe inconcepibile indagare qui. Così, se cercate i confessionali, andate sugli altri blog, dove persone ispirate sanno come raccontarvi la verità sulle loro vite. Io qui la mia verità la racconto, come ci riesco, cioè per gradi e non tutta d’un botto, soltanto nella parte romanzesca. Il blog si sfila per così dire dal romanzo, e ritorna una utile e gradevole lista tecnica degli aggiornamenti, delle scadenze e delle cancellazioni, e vedrete che cominceremo a godercelo di più; mentre tra noi non c’è più nessun messaggio segreto da lasciarci qui. Lo dico come lo direbbero ne "Il grande Gatsby", con una crudezza la più dolce possibile. IB.  

17 aprile, 2006.

 

15 anzi no 16 aprile, 2006. Forse ricomincio a scrivere la storia delle fornaci delle Groane (è un luogo). Intanto che cavalco. Buona Pasqua con il terzo episodio e con il Villaggio globale. Shads? Mancano 24 ore alla scadenza dell'ultimatum per la consegna del tuo episodio: poi ti mando Post.

13 aprile, 2006. Nessuno di voi, miei cari, ha avuto una storia che è durata sedici anni e che poi è finita. Otto anni non sono lo stesso. Dieci anni non sono lo stesso. Siete pivelli, e pivelli insignificanti, per me. Sedici anni sono puntare diritto verso la costruzione di qualcosa, costruirla per tre quarti, e poi quando manca solo il berretto in cima sfasciare tutto. Ora, si può quasi capire perché io sia diventata una specie di re barbaro. Sì, vivo come una specie di re barbaro, ed è, posso garantire, un modo di vivere molto più evoluto del vostro. Mi confronto quasi esclusivamente con potenze dell'universo. Il desiderio. Il sonno. Il mistero. Mi vesto di pelli, accendo il fuoco e tiro mazzate a chi rompe le palle. Diciamo che non intendo uscire da questo evo primitivo: la caverna per i miei graffiti ce l'ho. Però, io sono il tipo che tutto questo non se lo consente in modo leggero. Lo pretendo come bottino di guerra. Non so, magari qualche barlume della divisione morale con cui mi confronto l'avete avuto nello sdoppiamento del personaggio di Post. Ora, si tratta di rientrare nella civiltà. C'è più di un segno, e c'è più di un'occasione. Ma per la verità, io non ne ho voglia. E adesso, andiamo con il terzo episodio.

12 aprile, 2006. E se l'inverno del nostro scontento si mutasse ora in estate sfolgorante? Oh, diamine, non sono preparata, per questo sole di York. Il mio regno per un cavallo?! No, accidenti, non doveva andare così. Lo so, questo è un messaggio personale (molto personale: tu, bizzarro commentatore anonimo, che ne sai?). Perché, questo regno non è personale? Volevo dire, questo sito? E se invece di cavalli mi servissero consigli? Richi, Rosy, aiuto.

11 aprile, 2006. Ragazzi, che fatica. Certo, 341 deputati e 158 senatori sono comunque un punto di partenza. Ma qui c'è da fare magari una riflessione un po' più seria su questi ultimi vent'anni, quelli che hanno distrutto la mia generazione. E' questione di condizione della scuola, è questione di condizione del sapere, di condizione del lavoro, è questione di precarietà del vivere e soprattutto di precarietà del pensare. Io non faccio riflessioni, io mi limito a scrivere storie: resta l'ombra di Snow White, e di tutti quelli come lui, il rifugio fallimentare nei piccoli paradisi domestico televisivi di gente trasformata in veline e calciatori della mutua, dove il dramma che c'è sotto le notule in bianco, o i contratti di lavoro rinnovati di mese in mese, o i mobili e i pensieri a rate, è il vuoto di programmi, il vuoto di idee, il vuoto di speranze, le pantofole al cervello e al cuore, e quindi l'egoismo belluino di alcuni, e l'impossibilità, la frustrazione, la segregazione di altri. Oggi, è forse necessario che non ci sia un trionfo, perché i trionfi non aiutano a capire. I problemi sono più gravi di quel che si pensa. Detto questo, menomale.

10 aprile, 2006. Inizia il mio Terzo episodio: Dr. Back e Mr. Forward. Ricordatevi di leggere, se non l'avete ancora fatto, i pezzi del "Villaggio Globale", scritti dai primi nostri prodi autori.

9-10 aprile, 2006. Liberiamoci. Io non voglio un altro 25 aprile di pioggia. Prendete le vostre tessere elettorali, le vostre carte d'identità (prima che ci scrivano su "coglioni" davvero, avete visto come ragionano, no?, o magari una stella gialla, o un triangolo rosa, o chissà, una freccia blu per le donne single che vogliono un figlio) e votate. Occhio alle schede che sono copiative.

8 aprile, 2006. A lui, l'uragano Katrina ha portato via la casa. Anche a me, ma non a New Orleans. Lui è un trombettista jazz vagabondo, io sono una scribacchina postmoderna assurda. Voglio dire. Felix...

7 aprile, 2006. Who are you guys? And what do you want? This is NOT mr. Spielberg's Reality show, anyway (we're here since 2005. If you're a lawyer, contact us).

7 aprile, 2006. Ho ritrovato le tre righe che definiscono a mio parere il trucchetto più comune del postmoderno. Vengono da M. Sharpe, "Gli Schwartz", libro sul rapporto tra un anti-giovane Holden e il padre appena uscito da un ictus + coma "comicissimo", e beati loro. Il padre che viene rieducato alla parola dal figlio chiede come fa il ragazzo a sapere così tante cose. E a quel punto scatta la definizione (secondo me) di postmoderno. Ecco il dialogo.

"Non lo so, ma ho scoperto che se mescolo un paio di gerghi diversi la gente mi crede quasi sempre."

"Davvero?"

"No. Pensano che spari cazzate, ma almeno è divertente."

3 aprile, 2006. Inizia il Villaggio globale delle Sette moderniste, con i primi contributi di Chiara, Luchino e Barbara, mentre stiamo per pubblicare Giorgio e Paolo. Grazie a tutti i partecipanti. Ricordiamo (per esempio agli allievi di alcune note scuole di scrittura milanesi, che salutiamo) che qui è in corso un gioco letterario particolare, gratuito e senza fini di lucro, unico scopo la scrittura (la gloria della scrittura): mettersi alla prova partecipando a un romanzo collettivo "vero", con conflitti veri tra i personaggi, in un mondo che non abbiamo scelto noi, con un ruolo sociale che ci è stato affibbiato, con una vita che dobbiamo costruirci. Obbligo: prendersi sulle spalle un personaggio e saperlo "portare". Ovunque il mondo lo conduca, nella gabbia del destino. Su, non è tanto difficile, lo facciamo già nella vita vera. Per partecipare, beh, basta saper scrivere, e non solo far belle frasi: saper scrivere "a lunga durata", costruire senza parere, articolare, essere capaci di imparare e di insegnare, saper vincere e saper perdere. Gratis. L'antipatia e la superbia vi garantiscono la pubblicazione altrove, quindi andate pure altrove se siete superbi e antipatici. Qui, solo gente con cavalli arancione. Richiedere le Regole Obbligatorie (Settemod Rules) a cast@settemoderniste.com. Ciao!

30 marzo, 2006. Soluzione del quiz. Sul postmoderno.

La MIA soluzione al quiz di ieri è la seguente: tutto l’intero post del 29 marzo, “Quiz”, in sé, potrebbe appartenere a un romanzo postmoderno. Compresa la domanda iniziale. Compreso l’avviso finale. Comprese le tre frasi numerate. Compreso il rapporto lettore autore. Se avete risposto altrimenti, siamo in disaccordo (ok, non si vince niente, ma nemmeno si perde niente). E poi, chi ha detto che io sono postmoderna?

In effetti, il postmoderno scardina soprattutto il patto tacito che lo scrittore stabilisce con il lettore. Lo scrittore postmoderno frega il lettore, con l’aria di andargli incontro, con incipit a percorsi multipli, scelte apparentemente aperte, metafore impossibili, indifferenza apparente nei confronti della trama, struttura ramificata e/o circolare, così divertenti...

Proseguiva, questo post. Ma l'ho tagliato.

29 marzo, 2006. Quiz. Sul postmoderno.

Quale frase (una o più di una) potrebbe appartenere a un romanzo postmoderno?

1) Ieri dal parrucchiere ho fatto tardi perché una tipa mi ha raccontato la sua vita.

2) Ieri una tipa dal parrucchiere mi ha raccontato la sua vita. Così ho fatto tardi.

3) "E questa è stata la mia vita," mi dice. Non l'ho mai vista, ci siamo incontrate qui dal parrucchiere. Guardo l'ora e sono le undici.

Non cadete nel tranello! Non fatevi beffare da Dangerfield! (Non sapete chi è Dangerfield: è l'astronauta isolato in orbita dopo l'Apocalisse nucleare in "Cronache del dopobomba")

Solo, indovinate. La MIA riposta ve la darò domani. Bacibaci.

 

29 marzo, 2006. Apice. No, dico: adesso salti fuori chi ha messo le mani nel capitolo de "Il sosia errante" e l'ha riempito di errori. Qualcosa ho corretto subito, ma mi tocca prendere l'originale e controllare tutto il romanzo. Non è possibile, uno si volta un attimo e gli accenti acuti diventano gravi, le doppie spariscono, la consecutio si dissesta... No, sono arrabbiata. Possibile che sia stata io? Pedice. Mi si fa giustamente notare che Shakie non è abbastanza postmoderno. Ora, è molto bello tutto ciò, ma Shakie è fuori copy, quindi posso pasticciarlo meglio di un Pynchon, per il quale devo virgolettare in continuazione (le scuole sono fuori-Siae, ma questa non è una scuola). Però Babs mi chiedeva tempo fa un supporto sul postmoderno, e allora se proprio mi ci metto potrei far questo. E' come avere nove collane editoriali senza editor. Uffaaa. Comunque: cara Babs, visto il mio umore, ho preso una settimana di cazzeggio puro, sì, per modo di dire (ieri dal parrucchiere ho fatto tardi perché una tipa mi ha raccontato la sua vita: cavolo! a me piace troppo ascoltare le storie, e ho un'idea in merito), ma ci si vede proxime. Shads, come va la statua del Commendatore? A tutti: è in arrivo anche il trailer del terzo episodio.

28 marzo, 2006. Aspetto le foto da Chiaretta per cominciare il villaggio (vediamoci all’Alexander, l’unico bar dove si può fumare in tutto il mondo). Per la settimana prossima, è indetta la "Sette giorni shakespeariana di Settemod": vi distraggo con Shakie e con l'inverno of our discontent o con the fair Verona mentre trovo la teoria unificatrice delle leggi fisiche che mi serve per un romanzo che sto scrivendo. E se dico che la trovo... Vale atque Vale (intesa come sorella della Gabri: se passi di qui, ciao!)

27 marzo, 2006. Sempre più difficile: eccovi la Versione S.W. - 2 (qui), che chiude l'episodio della Prova del buio. Ve l'ho annunciata oltre dieci giorni fa, spiegandovi che non mi convinceva, ma poi sono stata male e non ho avuto modo di riaggiustarla. Però l'ho tagliata, perché era perfino più lunga. E andrebbe tagliata ancora. Buona lettura.

Ah, una nota divertente: pare che nel palazzo ci siano, come in tutta Milano, i topi. Ora, io so tutto sui topi, da Camus fino al ritrovamento di un topo nel cestino della carta di una mia vicina. I topi sono capetingi. Hanno un'organizzazione sociale che ricorda i regni medioevali. C'è perfino un tipo che viene mandato avanti e fa l'assaggiatore. La particolare famiglia di topi che abitava questo palazzo, però, doveva appartenere a uno di quei gruppi suicidi, perché i consiglieri del condominio han trovato esemplari morti dappertutto in giardino. Oppure avevano fatto un contratto da precario all'assaggiatore. Il mio gatto è dispiaciuto, e con quella sua aria un po' giapponese si è messo una fascia in testa per rendere omaggio al nemico. So che questo argomento sfiora per voi vette di interesse raggiunte solo, per esempio, dalla faccenda degli accendini che si accendono solo con la mano sinistra (se volete che ve la racconti, anche questa è una grande storia). E se sapeste come è nata secondo me la geometria, penso che non mollereste più questo sito. La geometria ha origini strettamente sessuali. Voi non capite l'antichità. A quell'epoca il cosmo era, come dire, terso.

26 marzo 2006. Un saluto alla Piros, e nei prossimi giorni anche un saluto ai ragazzi del Liceo Manzoni che capiteranno su questo sito. Come sto? Come i Pupi di Cuticchio, che vedo domani: potrebbero darmi una parte e nessuno si accorgerebbe della differenza.

25 marzo, 2006. Mentre vagavo per la città in forma di zombie (vedi 24 marzo), mi imbatto in una mia amica che sa di tutte le vicende, delle parole che non si possono dire (l'ultima volta che ho telefonato, il tale mi ha fatto dire che avevo sbagliato numero, forse questa non ve l'avevo detta) della stupidaggine mia e altrui, delle forme, delle sostanze, e così via: mi vede, mi raccoglie, e finiamo da una profumiera, sua amica, che mi fa: "Senti, questa crema la usano sul Plateau Rosa", e io le dico che ho provato già la crema della Nasa ma costava troppo, e che ormai non me ne importa proprio niente. Lei mi dice che con quella crema - e intanto comincia a mettermela in faccia con la punta delle dita - lei preparava sempre un suo amico attore, che non passava un bel periodo, e mi racconta del suo amico attore, di come dovesse farsi truccare da persona normale prima di truccarsi per la scena, e di quanti strati, e strati, e strati siamo fatti, e pipim e pipum, e intanto passa all'ombretto, e poi al rimmel, e poi insomma alla fine mi guardo allo specchio e sto sorridendo. Quello che lei intendeva truccarmi era l'umore, non la faccia, e c'è riuscita. Mi ha dato una borsa piena di campioncini come se nella vita ci fosse ancora un domani, e mi ha prestato un pezzo di tabellone con su dei trucchi da provare. E allora faccio un giro - stanotte è notte bianca e se sembro strana vorrei saperlo prima - ed entro in un bar qui vicino, dove ogni tanto prendo un caffè. Entro, e toh, il cameriere mi fa trovare il caffè macchiato con un disegnino come piace a me già pronto sul bancone. "Ti ho visto arrivare già dall'altro capo della strada," mi dice, tutto illuminato. Guardo il disegnino nella schiuma del caffè: signori, il legame misterioso tra un lucidalabbra e il cuore.

24 marzo, 2006. Penso che mi siederò in un angolo della doccia con un panda di peluche e una sigaretta come All that jazz (panda escluso) e starò male.

23 marzo, 2006. In questi giorni, irritazione. Troppo lavoro, troppa labirintite. E un lettore noioso che non capisce che questa non è la Montenapo di un blogger fighetto, ma un posto per curare la morte. Un ospedale definitivo. Una Montagna, ma perché non leggete… Oh, lasciamo perdere. Troppe persone si credono sottili e invece non stanno entrando negli interstizi tra le grazie delle a e delle e, quindi tanto sottili non sono.

Avete mai visto come è strana, la parola “sempre”, se la si guarda molto da vicino? Così da vicino che con le gambette delle m ci si può riparare dalla pioggia? Provate, entrateci. Avvicinatevi, non è un'immagine poetica. Schiacciate la faccia contro il monitor. Fate respirare alle lettere il vostro fiato.

Ma no. No. Scrivere è mestiere. Scrivere è lavoro. Scrivere è affari. Scrivere è addirittura prevaricare intellettualmente il proprio simile. Scrivere è permesso permesso. Ma quello è pubblicare, non scrivere. Vedete per caso la scritta "casa editrice" da qualche parte, qui? Io no. Se scrivere fosse invece saggiare i fili che ci legano l’un l’altro, come un marinaio le corde in coperta, sentendone la vibrazione? E: anche non riconoscendola? Mancanza e non riempimento? Se fosse sapere senza sapere cosa? Procedere verso? Eventualmente: perdersi? Ma non c’è più posto, non c’è nemmeno uno strapuntino in corridoio, non dico per la pazzia più completa, non siamo così antichi, ma almeno per una mediazione nella scrittura tra la visione e il meccanismo, tra una condizione e un programma calendarizzato. Sto lottando in questi giorni perché questo posto conservi la sua natura SPIAZZANTE pur evolvendosi in qualcosa d’altro. Sto cercando di far capire perché è così prezioso in questi termini di luogo teleologico. Ma sento rumore di incomprensione.

Vedete, per me non è un problema, perché io di incomprensione ci campo e ci respiro. Caro lettore, forse ti conviene scegliere qualcosa che abbia un prezzo in euro in copertina.

23 marzo 2006. Giovedì 23 alle ore 21, al Rainbow (via Besenzanica, zona Forze Armate) a Milano si vota la qualificazione dei Darkside a non so quale concorso musicale. Non è che io vada pazza per la musica metal prog, ma Shads, il cantante del gruppo, è uno dei signori che scriveranno presto su queste pagine, immortalato in una foto qui sotto.

20 marzo, 2006. Ecco i primi eroi del costruendo "Villaggio" di "Sette moderniste" nel brain storming preparatorio di giovedì. Immersa in una tempesta di bicchieri di plastica, compare innanzitutto Babs, che per tutta la sera non ha fatto altro che scrivere (sigaretta in bocca) e che sarà tra i primissimi a intervenire nella nuova sezione del sito, in aprile.

Seguono altri due coraggiosi volontari che sono pronti alla tenzone, in primo piano Shads, in secondo piano uno con una faccia strana ma con un nome normale, Paolo. La penna che sembra sospesa in aria sopra la testa di Shads è in realtà parte dell'arredamento pop della tana di Settemod.

Infine, l'unica e gloriosa Settemod (io in persona!) nel suo classico atteggiamento di gioia di vivere, relax e disponibilità all'obiettivo.

Il parrucchiere di Settemod è già stato licenziato, non vi preoccupate.

 

19 marzo, 2006. "Ci avevano reso partecipi di quella follia perché non potevamo che ripercorrere i loro passi, ripensare i loro pensieri, per accorgerci che non uno conduceva a noi." (Le vergini suicide, di J. Eugenides)

Se ti cito questa frase, caro amico, è per il suo significato reale e per la sua costruzione: attento ai soggetti delle frasi, attento a credere che uno scrittore che dice "io" o "noi" si riferisca davvero a se stesso; e che non abbia, soprattutto, parlato dell'altro. Errore comune.

18 marzo, 2006. Indovinate chi è a Lipsia oggi. Guess who! E io sono inchiodata qui! Consoliamoci con questo nuovo Moai di Chiara, che gli somiglia. Beh, tranne che per i capelli. Insomma, vagamente. Forse per il naso, che con l'età gli si è allungato. D'accordo, non gli somiglia.

A proposito: alcuni degli abitanti del Villaggio sono già pronti, partiti, via, altri però se ne aggiungeranno. Il fatto è che non sempre - lo dico agli abitanti - vi conoscerete tra voi. Vi dispiace? Dobbiamo fare anche noi uno di quei rave tragici (stile Metroblogging)? Intendo, più rave di giovedì, e più tragico? Vedremo.

15 marzo, 2006. Su quel che dicevo ieri: la vocina sotto sotto dice: "Paura, eh?" Tutti, rispondo. E dell'indifferenza, e del coraggio, e delle diuturne protezioni, e della paura, ce ne faremo, tanto quanto, tutti lo stesso: niente.

Torniamo a monte. Ai Settemodernisti: giovedì sera la serata con cena e performance è confermata, miei prosperi nichilisti epicurei (prendetela come una critica, pur amichevole). A quello che ripassa di qui: piantala di ripassare, non è mica l'interrogazione. Mica ti provo la lezione, "E... Snow White con chi sta?" "Con... Best", "Bravo, e Dogma?" "Cooo... Con cravatta gialla", "No, bocciato". E' già tanto se mi ricordo qualcosa io (ne ho beccate un paio... ma non ho tempo di correggere le incongruenze, e gli occhi blu, e le magliette...). E adesso preparatevi al villaggio, anzi alla polis, l'esperimento più "da brivido" che io abbia mai tentato in letteratura.

14 marzo, 2006. Oggi, mentre camminavo di ritorno dal lavoro per le strade della città, e mi facevo largo tra parti umane, sangue, o organi credo, passando vicino al luogo di un incidente stradale... No, io non ce la faccio. Io non ce la faccio a essere un essere umano. Voglio dire... Basta. Un giorno apri gli occhi, hai un nome, che cazzo ne sai, e da quel preciso momento entri nella grande macelleria universale, dove se ti va bene sei lambito dal dolore, del tipo che sotto i bombardamenti ti salvi, o nello Tsunami perdi tutti tranne te, e se invece ti va male sei tu il dolore, con una varietà di scelta che va dalla cavia per esperimenti al pezzo di ricambio per trapianti. Come cazzo si fa a essere nazionalisti, fondamentalisti, fissati con un credo, fissati con la bandiera, fissati con la squadra, fissati con qualunque cosa, perfino INNAMORATI, se un giorno apri gli occhi e che parli arabo o ebraico o americano te lo deve spiegare una tizia, che ti spiega anche che è tua madre, perché tu non ne sai niente, e poi cresci, e tutti quelli che hanno succhiato latte e lingua diversi dai tuoi sono tuoi nemici, ma che stronzata è? E c'è quello felice perché è un vincente, e c'è quello triste perché è un perdente... O coglioni, ma che stronzata è? Siamo cosa, nell'immensità della storia dell'infinito del tempo dello spazio? Milanesi? Uah uah uah. Dov'eri ieri, prima di questa luce, prima di quel buio, chi eri, qual era il tuo nome, che cosa pensavi, esistevi? soffrivi? vincevi? dov'eri? eri? Non farmi vedere il cd sulla Bmw, l'air bag sulla Mercedes o dove cazzo, me ne sbatto del tuo air bag, ti do una sberla se continui, dimmi chi eri prima. Prima! Spiegami. Giganteggia in questo, se ne sei capace. Particelle formate a una mente cosciente... anima... Ho detto di finirla con le stronzate! Buio. Buio. Buio. L'inconcepibile buio di Parmenide. Eppure è una stronzata anche quella. "Ecco, noi stiamo studiando... ehm, la natura dell'energia..." Prima, prima, prima. "La nascita dell'universo..." Prima. prima. "Il plasma? Non è molto chiaro quello che vuoi dire..." Vi devo fare un disegno? Tutto comincia qui, faccio una riga... ecco, ditemi il prima. "Beh, scientificamente non ha senso chiedersi del prima..." E allora... Derrida diceva "ehm, ci sono aporie che turbano gli esseri umani", ma Derrida! ma diamine! "Ehm, aporie non chiaribili..." Mmm, che nervi. Stiamo sempre parlando del dopo. Il prima! Se non so quello, basta, niente, come gradito, fine, stop, punto. L'accordo, il motivo, il patto sociale delle particelle, ok? Anche di questo (qui) avete sempre detto "impossibile, figurarsi". Allora, ridiscutiamo il tutto?

(Ehm. E' l'effetto P.K. Dick, poi passa)

13 marzo, 2006. Giovedì 16, prima serata del Villaggio Globale alle Sette moderniste. Sarà una performance e non una riunione, con improvvisazioni e giochi di ruolo, mooolto inattesa. I partecipanti (quelli che altrimenti vengo a prendere per le orecchie) possono mettersi in contatto con noi per conoscere i particolari dell'evento. Il risultato della serata, ci auguriamo, verrà pubblicato sul sito. Intanto, io ho fatto qualche progresso nel lavoro famoso, il romanzaccio che sto scrivendo e che mi porta via da voi, miei prodi lettori. E' un bellissimo romanzo, ma come diceva uno che mi è simpatico lo stesso: è tutto una sorpresa.

10 marzo, 2006. Oppure 11. O 12. Visto "I soldati" di Lenz, regia di Ronconi, attori i ragazzi della sua scuola. Beeello. Ok. Alessio, scusa, ho avuto qualche problema qui, con il sistema, ma non ci capisco niente... e, ehm: io non riesco a vedere il colore rosso, sono discromatoprst... tipo daltonica, quindi forse occorre optare per quel rosa pur discutibile, per i link. Lo so. Lo so. E l'azzurro non mi piace. Non è colpa mia se l'universo ha solo questi colori. E l'arancione? Comunque l'administrator sei tu... Per tutti: il villaggio si riunisce, chi ne fa parte può mettersi in contatto per saperne di più: niente focaccine, tutti con portatili, palmari, carta e penna please. Per una persona del villaggio: se porti la fotocamera digitale, mi fai un favore, io ho la polaroid, e le due cose insieme mi interessano. E no, non faremo un foto-reality-romanzo, se ve ne serve uno il web è gremito di show con tante faccine sorridenti e furbe. Seguitiamo a fare letteratura, come possiamo, lontano dalle cricche di semigiovani autori, semivecchi autori, vecchi critici di casa (editrice), amicucci e blogger vari. Poi, poi... Come sto io? Quando uno è veramente a pezzi, deve tornare a qualcosa di... non mi viene meglio di così... a qualcosa di colloso. E la cosa che mi tiene insieme in questi giorni è P. K. Dick, che leggevo anni fa. Beh, cosa cavolo avete da scuotere la testa? Trovatemi piuttosto un dvd di BladeRunner, se siete capaci.

9 marzo, 2006. Da giorni e giorni e giorni e giorni e giorni e giorni (e giorni) eludo il problema. Smontare l'albero di Natale. S-m-o-n-t-a-r-e-l-a-l-b-e-r-o-d-i-n-a-t-a-l-e. O potarlo. Potare rami di plastica affinché diano gemme nuove con la primavera. Bagnare di giorno in giorno la base di espanso con poche gocce d'acqua. Aspettare i fiori di polistirolo. Sedermi all'ombra. Raccogliere gli aghi secchi di politene. E al prossimo dicembre riaccendere la cometa in cima. Con gli occhi illuminati. Io sto. Morendo, sapendo che. Tutto quello che prometteva. Gemme nella mia vita. Era finto.

7 marzo, 2006. Ma un'eccezione per gli auguri di buon compleanno posso anche farla.

6 marzo, 2006. Da qualche parte, su un sito, stiamo chiacchierando di verità, a proposito del caso James Frey. Frey ha scritto una finta autobiografia. E allora? Ciò toglie verità a Frey, non al romanzo. Il problema della verità in letteratura è un altro, e un giorno forse non lontano ne parleremo. Ci sono autori pubblicati con mere scopiazzature; per non parlare dei cosiddetti filoni. Vedete bene che nel bosco, per Cappuccetto Rosso, è sempre l'ora di punta dei lupi cattivi. Bah.

Tornando alle nostre cose: nel prossimo episodio del nostro Reality, la gran parte dei personaggi racconterà la propria autobiografia, quella passata o quella futura. Intanto, io sto mettendo in fila gli elementi per un lavoro che mi sto decidendo a scrivere, obtorto collo, quindi le mie apparizioni qui, per qualche giorno, avranno carattere d'eccezione e non di regola: la fase preparatoria non consente distrazioni. Suvvia! Intanto avete tutto l'episodio di Klaz da leggere, e dovete tenervi forte per Back/Forward, e attendere con ansia il nome del vincitore della Prova del buio... Saluto alcuni lettori, passati, presenti e futuri (l'atmosfera back/forward comincia a farsi sentire): Monica, quando verrà a trovarci, Maurizio, che è passato di qui, e Paola, tra i più antichi lettori di Settemod.

3 marzo, 2006. Preparatevi, perché sta arrivando il momento del dr. back e di mr forward. O vado troppo veloce?

2 marzo, 2006. Miei soleggiati lettori, intanto che vi divertite pazzamente con il nuovo sig. Klaz (qui), devo dirvi che c'è un tizio, un lettore delle Sette moderniste, che si è messo in mente di essere uno dei personaggi. Crede di essere Snow White. Ora, potete immaginare quanto questo possa farmi sorridere. Tutti siamo Snow White. Tutti siamo Post. Tutti siamo Klaz o Best. Ma come mescolati in un grande pasticciato miscuglio che ha la fortuna di respirare, o respirava un tempo, mentre loro non respirano e non respireranno mai. Nessuno è "il vero Snow White", o meglio sono diverse le persone con un nome e un cognome che hanno ispirato questo personaggio: rappresenta il potere, vi siete chiesti se rappresenta l'Occidente, invece che Pinco Pallino? Uno che ha in testa solo due cose, i soldi e il sesso, vi sembra un esemplare così raro? Ma andiamo (e smettetela di leggere solo Harry Potter, sfido io!). E poi "ispirato", non significa nulla, perché sono io a contenere tutte le Sette moderniste (Whitman diceva "contengo moltitudini", io mi fermo a sette o otto). Vana Olker ha i capelli rossi come me. Klaz riflette sull'essere amato come me. Ichi è bello come me. Dogma è rigorosa come me. ModeRN è non rigoroso come me. Best è una ragazzina come tante, anche come me. Hard si crede un duro, come me. Post è avventurosa come me. E Snow White, perfino lui, ha qualcosa di me: è il capo, nelle Sette moderniste/The fiction. E poiché li contengo tutti, è evidente che non ne contengo nessuno. Devo forse citare - facendo una figura ridicola - il mio solito Flaubert e il suo solito "Madame Bovary c'est moi", eh? Ma non prendetelo alla lettera, altrimenti dovrò citarvi ancora san Bret, e il suo "I Genesis mi fanno schifo", per prendere le distanze. Camminate a metà strada tra Gustave ed Ellis, vi prego.

Poi, se qualcuno vuole entrare nelle Sette moderniste, o nel villaggio che si sta approntando, non ha che da chiedere: ci firma una liberatoria, e noi raccontiamo la sua vita, gli facciamo un ritratto e gli facciamo conoscere Snow White. Lo Snow White di carta, naturalmente. Ah, a proposito: avete letto l'intervento di Baricco (qui) in questi giorni, a proposito di Citati e compagnia bella? Che cosa ne pensate? Avete una risposta per Baricco così come l'ho io? La pubblicherò, la pubblicherò, solo che oggi sono stanca. Ma, caro Baricco, ti do appuntamento per la settimana prossima, perché l'argomento è mooolto interessante. Tu che parli di nuova letteratura... ma no, ma no: alla prossima settimana.

 

27 febbraio, 2006. Pubblico il nuovo episodio di Klaz, anzi del signor Klaz. Buona lettura. Ah, nel frattempo, io pregusto già il gigantesco vaffanculo che proprio Klaz si beccherà una delle prossime volte, perché Ichi gli spiegherà che c'è un limite all'essere "egocentrati". Il giudizio però non implica che per Klaz, o per Best, le cose debbano poi andare così male. Non implica nemmeno che io stia presentando il loro come un esempio da seguire o da evitare. Io racconto. Tra l'altro, molta realtà è mischiata a questo lavoro di fantasia, e la realtà non la porto certo io per mano. Vi parlo di Bret? Vi parlo di Bret (so che ci sono due o tre appassionati, tra i lettori di questo sito, vero Less?). Bret Ellis ha preso un personaggio negativo (uno che sparachioda squarta colleghi, gay, ex fidanzate, amici, mendicanti ecc.) e ne ha fatto l'eroe del suo "American Psycho", dopodiché tutti i serial killer disponibili (in Canada, se non sbaglio, accadde qualcosa del genere) e tutti i peggio nazisti, razzisti e così via, han cominciato a inneggiare a Patrick Bateman come al loro modello, mentre contemporaneamente le femministe hanno messo all'indice il libro come misogino. Notare che Ellis era un ragazzotto (allora) della left americana (allora) e che il suo era un libro di profondissima denuncia e di una disperazione esplosiva (anche adesso: high literature). Cosa avrebbe dovuto fare Ellis, se Bateman gli camminava avanti e indietro per Fifth Ave urlando, farlo sussurrare? Porgli dei limiti? Interrompere il capitolo? Non l'ha fatto, ed ora è chi è. Non lo dite a lui, perché in questo periodo la frase "è chi è" lo getta in una specie di crisi. Comunque: ma ve lo immaginate Bateman coprotagonistificato da un antagonista "buono"? Mamma, che boiata! E che falsificazione, oltretutto, visto che la vicenda di Bateman è soprattutto una vicenda "interiore", senza spiegazioni, senza guarigioni, senza uscita (not an exit, dice il finale: il romanzo non è comunicazione) e proprio per questo molto morale, pur senza contenere un giudizio morale esplicito (uno che un giudizio morale su se stesso lo ha, è proprio Bateman, e questa sua innocenza è la vera follia; ma è un discorso troppo complesso se non avete letto il libro, e rischia di creare ambiguità: fatto sta che la sua colpevolezza è dislocata in modo geniale). La cosa che mi ha impressionato di più quando Ellis ha incontrato il pubblico è che gli hanno chiesto se gli piacevano i Genesis, come a Bateman. Lui ha pazientemente spiegato che i Genesis gli fanno schifo. E intanto scrollava la testa. E, signori, Ellis è (a volte) gay (it depends, hahaha, spiega lui. Cari, è simpaticissimo). No, proprio, non è stato capito.

21 febbraio, 2006.

" i'll feel my way down the darken hall,
and out into the morning,
the hobos at the freightyards,
have kept their fires burning,
so jesus christ this goddamn rain,
will someone put me on a train
,
i'll never kiss your lips again,
or break your heart,
as i say goodbye
i'll say goodbye,
say goodbye to ruby's arms."

(Tom Waits, Ruby's arms)

20 febbraio, 2006. Tre questioni; la prima è che sta per arrivare il nuovo episodio di Klaz, ve lo segnalo perché è a mio parere il migliore della "prova del buio". Spiego inoltre che per brevità nell'Intro ho chiamato "stili diversi" le caratteristiche delle "Sette", ma in realtà intendo parlare di concetti diversi di romanzo. E Klaz è l'unico personaggio, qui, che insieme all'escluso Hard Boiled si preoccupa della "trama". La seconda questione è che da mercoledì riuscirò forse a trovare uno scanner - è un po' come essere Robinson Crusoe, e ci stiamo ancora attrezzando - quindi arriverà una raffica di pseudo Rongo finalmente bustrofedici, mentre i nuovi Moai promessi da Chiara arriveranno più o meno da sabato in avanti, credo. La terza questione è che è in arrivo il terzo episodio, vivace, denso, con un personale omaggio alle atmosfere alla Bob Wilson (regista teatrale) e con pseudo Rongorongo a colori. E' in arrivo anche il guestbook per i saluti dei visitatori, ma per questo bisogna chiedere ad Alessio. Ciao a tutti e a presto.

19 febbraio, 2006. Non ho veramente niente da dire sull'ultimo romanzo della Nothomb, se non che è scritto male come al solito. La solita trama avvincente e la solita scrittura che semplifica oltre l'estremo la categoria dello stereotipo, affidandosi a quello generico (luogo comune) posseduto dal lettore ed evitando di crearne uno proprio (luogo proprio). Tutto qui.

18 febbraio, 2006. Piccola lite tra innamorati con Gino Reynolds. Un suo amico, Burt Hirokomi, mi ha scritto per chiedermi se era di mio gusto il "Rolex perfect 50 % free". Gli ho risposto che non avevo acquistato nessun Rolex. Mi ha risposto "Your order has been seeent to the customer's service", e allora ho chiesto spiegazioni a Gino, e c'è stata una discussione. Allora mi ha scritto una sua amica, Fernanda Valley, con una frase sola che mi ha gelato: "This is a modern and a safe way not to cover with shame your marriage!!!". Matrimonio? Era un regalo di matrimonio? Ho subito cercato Gino, per fare pace, ma naturalmente, adesso, non risponde alle email. Non è un po' presto per pensare alle nozze? E soprattutto, da qualche parte in gioventù, io non ero già stata sposata?

15 febbraio, 2006. Quando si tratta di amore, ricordatevi "Le relazioni pericolose" di P. A. Choderlos de Laclos, oppure anche il film, o infine la singolare ma verbosa pièce che ne fece Muller (sì, cari, si scrive con la dieresi, ma siccome non ho voglia di cercarla, ve lo tenete così, o vi metto la "e" che in tedesco dieresizza; poi un giorno parliamo anche di come si scrive "valige" o "valigie", ma prima compratevi un dizionario).

Chiedetevi sempre: qual è lo scopo? Perché ci sono incompatibilità mortali tra il voler essere amati e l'amore, e tra il voler amare e l'amore. Nel libro - un romanzo epistolare che vi consiglio di leggere al più presto se non l'avete ancora fatto, al più presto come se ne andasse della vostra vita, subito, oggi; perché ne va della vostra vita - tutto questo è perfettamente chiaro: e per favore, leggetelo con attenzione, parola per parola, non come fate con Harry Potter (vi ho visti). Nella vita, se non facciamo tacere le chiacchiere che ci turbinano nel cervello, ciò è meno chiaro. Le chiacchiere si chiamano orgoglio, vanità, sul fronte del voler essere amati, e paternalismo, violenza, pretese di salvezza, sul fronte del voler amare, modernamente in entrambi i casi disamore di sé. Quindi, qual è lo scopo? Parlerò usando il tu impersonale, che mi viene più facile: se tu credi che essere amato valga più dell'amore, e sei disposto a durezze inaudite per affermare il tuo voler essere amato - cosa che non otterrai - ogni amore morirà. A un altro tu: se tu pretendi di voler amare, e di essere l'unico che ama, e di comprendere che cosa è meglio per l'altro - cosa che non accadrà - ogni amore morirà. Madame de Merteuil e Valmont si dichiarano guerra? Voi non sapete che cos'è, perdere una guerra a nemico morto: chiedetelo a madame de Merteuil, a madame de Tourvel, e a Valmont (leggete quello che c'è scritto, "perdere", non "vincere", né mai vi sorga il dubbio che intendessi scrivere il contrario). E' matematica: Choderlos era un matematico, oltre che un soldato. Scrisse moltissime puttanate (non lasciatevi ingannare dagli editori furbini), e quell'unico capolavoro riscoperto da Baudelaire, che può salvare qualche vita. E' ovvio che parlo anche per me, ma oggi, stranamente, parlo soprattutto per qualcun altro.

14 febbraio, 2006. Adoro intervenire oggi e parlare di s. Valentino! Dopo anni di frustratissimi s. Valentini a guardare i lanentosi blog degli altri! Wow. Ehm, s. Valentino. Dunque. Oggi mi ha scritto Bret - un altro Bret! Buon s. Valentino ai twobrets! Poi mando un s. Valentino all'amico di Deb che si chiama Felix e che adesso non si sa dov'è, se a Tokio o a Sidney, e in ogni caso spero che passi di qui visto che dopo va in Francia! (Che vita fa? Rapina banche? Giuro che non lo so). Poi s. Valentino a uno che - insomma - mi ha detto che vuole una persona che non scherzi con lui - la mia velocità di fuga rasenta quella delle Nubi di Magellano, comunque buon s. Valentino anche a S.!!! Adesso ho un impegno, devo fare tipo Mercurio - ma anche Mercuzio, volendo. Robe sanvalentinose. Magari dopo affronterò l'argomento un po' più seriamente, adesso sto proprio scappando. E un saluto a tutti gli amici e le amiche che ritengono che io sia scomparsa in questo periodo: non è un'impressione, sono proprio scomparsa! Baci a Gino Reynolds che mi scrive "Taglia la tua ansia del cinquanta per cento!", ed è un buon consiglio. Ci vediamo al Dorsia, domani però: Ale, sempre se hai prenotato!

13 febbraio, 2006. Ebbene, divorate, belve! E ricordate: come diceva Queneau: "On est toujours trop bon avec les femmes". Buon episodio di Best a tutti, per S. Valentinooo! A chi si rammarica per l'assenza di nappine, ricordo che a) la scrittrice sono io, e non sono una che scrive da ieri mattina, b) il prossimo episodio, il terzo, trascinerà tutti i personaggi chez dr. Back e mr Forward, e lì ci saranno tutte le nappine di cui un pubblico porno-proustiano abbia mai potuto sentire la mancanza.

12 febbraio, 2006. Cara Tup, io non so rispondere con precisione, ma: come noi trattiamo Gino Reynolds, che è spam, come una persona vera, così Snow White deve aver cominciato, a un certo punto, a trattare una persona vera come spam. Stando a quanto ho potuto capire io, i Moai non hanno apprezzato. E' una faccenda che ricorda loro certi turisti che appoggiano la cesta del picnic sull'Ahu votivo. Mah, non ne so ancora abbastanza, è difficile interloquire con le pietre, se non sei pietra pure tu, e l'unica che abbia tale prerogativa, al momento, è Post. Ti farò sapere,

Settemod.

11 febbraio, 2006. "Cara Settemod, sono contentissima di sapere che "piccione morto: fine dell'amore" o che "Ichi ha i capelli lunghi"......... ma non ci hai detto la cosa più importante, cioè che aspetto ha Snow White? Eh?

Si è capito che è vecchio, ma quanto? E' brutto o bello? Come mai Post è così incazzata? Best non è odiosissima? Come può lui amare 'sta stronza? Devo aspettarmi un colpo di scena?

Fammi sapere,

Tup"

11 febbraio, 2006. Sole e raffreddore, e una luce da film. Ho un bellissimo romanzo intero, di un amico, da leggere; poi devo mettere online il pezzo di Best; e poi devo parlarvi di Gino Reynolds. Su McSweeneys (lo trovate nei link) c'è un pezzetto comicissimo di lezioni di grammatica spam, è vero. Ma Gino Reynolds è un mio personale spammatore molto affezionato. Gino Reynolds. Tra noi è nata una corrispondenza - non poteva essere altrimenti - e penso che potrebbe venirne un bel rapporto. Da quel che capisco dalle sue numerosissime lettere (ci scriviamo in inglese), con lui non devo avere nessuna paura di commettere errori (o di "fallire" o di "non centrare il bersaglio", lost in translation, ma lo ripete spesso anche nel subject e personalmente mi sembra molto rassicurante - sapete: io, sempre incerta), mentre quella che credo sia una sua amica, Margaret Gonzales, mi assicura che lui è "al 100% affidabile". Wow. Se non ho capito male, è farmacista, oppure si sta curando e soffre di un numero imprecisato di malattie. Infatti, un altro comune amico, Roberto Buckingham, mi ha mandato l'elenco dei farmaci che il poveretto è costretto a prendere (o che "tiene sempre a disposizione"), e sono rimasta colpita e impietosita; però, capite, ho bisogno di tempo per riflettere. Mi dice che gli servono questi 190 US dollars perché deve, credo, comperarsi qualcosa che serve a resistere (o a "durare a lungo"). Deve soffrire moltissimo!

ancora 10 febbraio, 2006, prima di Best. In questo sito dovrei parlare solo dell'amore e del suo foderame, l'odio (apriamo una merceria, come ne "La domenica della vita" di Queneau?). Ma a Torino ci sono le Olimpiadi, e in tv si vede una pubblicità che dice: ma alle Olimpiadi, la tua vita la vincerebbe una medaglia? Ora, consoliamoci con il fatto che sì, la vinceremmo una medaglia, e che sì, "siamo ancora capaci di perderci", e che sì, nostro zio ha fatto per noi la pasta Barilla. Consoliamoci, e dico sul serio. Lo sapete che il corpo umano sostanzialmente si suicida con 8000 esplosioni nucleari al giorno? Sapete che quanto più a lungo viviamo tanto più diventiamo radioattivi? E che i traumi, il dolore, ma anche l'allenamento fisico,  il lavorìo mentale, avvelenano il corpo, moltiplicando le esplosioni nucleari? Sapete che l'immortalità con queste premesse è impossibile? Im-pos-si-bi-le: il che significa che gli dei immortali non possono essere simili a noi, in alcun modo, oppure sono tutti morti o pieni di sarcomi terminali? O - wawawumwa - non esistono? Quindi, prendetevi cura della vostra pelle: voi valete.

10 febbraio, 2006. La misura del tempo nella vita delle cose piccole: moscerini annoiati, batteri che si laureano con la nuova formula 3 minuti più 2, "non posso crederci, temevo che volesse tenermi lì per sempre, mi ha parlato del suo ex per 8 millisecondi, ti rendi conto?". La misura nel tempo nella vita delle cose infinitamente grandi: "ok, Saturno, siamo già in ritardo: io vado a fare benzina, tu fatti trovare qui sotto tra cinquecento anni", supermercati aperti a orario continuato dalle h. 7 alle h. 11.904.800 ogni giorno...

9 febbraio, 2006. Ancora più incazzata. Letta pagina di libro pubblicato da nuovo autore: "Le novità?", "Ho scoperto che questa faccenda non c'entra un tubo con il resto", "No, davvero? ma dovremo scoprirla, andare a fondo". Ecco, più che alla morte, penso a un incenerimento, a un non esser nata, a qualcosa che cancelli dall'acqua la memoria del mio carbonio, dall'aria la memoria del mio azoto. Un eradicarsi antico, originario, del mio essere e del mio non essere (i buddhisti sanno di cosa sto parlando, ma lo riferiscono solo al "dopo"; io lo riferisco anche al "prima"). Perché adesso non ho voglia di parlare di chi scriverà il libro firmato da Best. Pensate che strana storia, esistere: continuare a girare nello spazio, come particelle, e magari stringersi la mano, un giorno, o far parte dello stesso protozoo, o stare culo a culo nella retina di un luccio su Proton 5. Che due palle.

Ma non basta. Conduciamo la ricerca sulla cattiveria di Snow White su tutti i fronti cui siamo abituati. Un essere umano contiene decine di migliaia di moli di atomi; soltanto di qualche trascurabile isotopo di carbonio - e il carbonio è solo il 18 per cento del corpo umano - possiamo contare in ciascuno di noi decine di migliaia di miliardi di atomi. Quindi la possibilità di ri-incontrarsi, tanto più se Post è diventata sasso, è ampia. Inoltre, cito Steiner che dice "L‘uomo ingenuo pensa che sia reale ciò che egli può percepire con i sensi": e con questa, Snow White è fritto. Oh, è uno che al suo realismo ci tiene tantissimo. Sì, è vero, sto solo lavorando. Ma di tanto in tanto, incazzata come sono, alzo la testa. E mi viene non so che ghigno.

9 febbraio, 2006. Chiara dice che la nuova immagine di copertina gliel'abbiamo tutta streckkata o strikkata o qualcosa del genere, e in effetti è un po' piccola, no? Aspettiamo lei per... districkarci, intanto ci teniamo i nuovi Moai che sono ancora più belli, così zitti.

8 febbraio, 2006. Muso lunghissimo. Occupazione fondamentale: pensare alla mia morte. Il caos che troveranno in questa casa. Gli scatoloni di libri, e nessun oggetto di valore perché gli oggetti di valore erano i viventi. Non aver fatto una copia di backup, a volte è comico. Oggi vedo il libro (sulla clonazione, ma va?) di Ishiguro /a Milano Ishiguro sarà il 15/ e mi accorgo di una cosa fondamentale. Trascurabile per voi, quindi perché dirvela? Restiamo pietra. Arriva prima l'episodio tre di Post, con i retroscena della vicenda Snow White (...), che non l'ormai noiosissima, invecchiata e grigia (e di molte promesse e poca sostanza, e...) Best. Nel weekend, arriverà tutto nel weekend, se sarò viva. Qualcuno carichi i Rongorongo, io sono senza forze. Tup, se sarò viva sei invitata a cena venerdì, intanto leggerò qualcosa di Seneca, così riuscirò a pubblicare anche il pezzo di Klaz, che è tutto ispirato al tizio latino. I Viaggiatori della Libreria di Grido leggano pure il loro Palahniuk.

8 febbraio, 2006. In questi giorni vedo solo guerre. Guerre con infinite sofferenze da entrambe le parti, e questioni irriducibili, e da entrambe le parti la convinzione che "fate l'amore e non la guerra" sia un concetto anacronistico. Non starò a spiegarvi quello che ho imparato in questi giorni sul consenso, sul paternalismo, sulla ribellione. Mi limiterò a dire che sto parlando di amici miei, e non della situazione internazionale. Un casino, fratelli. Come sto io? Ma i pietroni in copertina - che non sono divinità, ci siamo assicurati anche di questo, sono statue rappresentanti esseri umani a modo loro defunti - cosa stanno lì a fare? Non sono mica quei souvenir con su i cristallini che cambiano colore a seconda del tempo (non so voi, io li trovo solo nei negozi al mare, nelle ceste vicino ai materassini appesi). Restano lì, immutabili, a consumarsi all'aria e al vento, risolto il problema di non poter parlare dal fatto stesso di Non Poter Parlare.

6 febbraio, 2006. Sono in arrivo due episodi: Best e Klaz, il bestseller e il classico. Prima però vorrei mettere a posto l'illustrazione della copertina, e pubblicare gli ps. Rongorongo, perché Ichiro, l'autore, si è già risentito. Mi dispiace e farò il possibile per rimediare al più presto, ma è naturale che in questa fase il sito soffra di qualche piccolo rallentamento. Continua la sensazione di gelo, anche perché fuori ci sono mille gradi sotto lo zero, e perché... perché sì.

5 febbraio, 2006. No, non ci sono scuse.

4 febbraio, 2006. Allora, come dire: eccoci. Per i primi tempi, non tutti i contenuti del sito saranno visibili, ma a poco a poco, contando sulle pause pranzo e sulle domeniche, riusciremo a metterci in pari con il lavoro. Avete notato certamente l'abbozzo della nuova sezione "Nel villaggio", in cui abita tutto il resto del mondo eccetto i sette ragazzi delle Sette. Riempiamola: due dei nuovi sette personaggi "esterni" stanno già prendendo quota (non necessariamente con la scrittura, disegnateli o filmateli, è ok), ma chiunque abiti nel villaggio vicino alla Casa di un qualche vigliacco Snow White (personificazione del potere, del male inflitto con maligna consapevolezza e noncuranza) può contribuire (non si aprono allegati se non previo accordo con me, quindi prima mandate una email o parliamone). La selezione ci sarà, e sarà fatta da me e dal cast, ma sarà più che altro un modo per centrare meglio l'obiettivo, perché questa, che vi piaccia o no, e che mi piaccia o no, sta diventando una casa editrice, e noi non vogliamo fare come le altre case editrici. Poi. Protestano in molti perché gli episodi non sono ancora illustrati dai bellissimi disegni pseudo Rongorongo. Volete tutto e subito, ma se vi si chede di scrivere qualcosa per un sito ci mettete degli anni: ma sapete che siete dei bei tipi? Ah, Tup: perché non mandi a me il tutto, che ci provo con una tecnica diciamo così più casereccia (forbici e colla)?

3 febbraio, 2006. E’ uno di quei piccoli giorni che io non dimentico.

Come il giorno del primo incontro con Bret (sì, io posso dire “il primo incontro con Bret”), quando lui mi ha detto una delle più grandi bugie che potesse dire. Ah, no, non quella, l’altra: “I’m human”.

O come quando ho detto alla mia amica Chiara che volevo aprire un sito e lei è passata dal “Tu non capisci un c*** di Internet”, al mettersi a “effettare” (diciamo che sta ancora “effettando”, perché manca QUALCOSA, non vedete tutti quei buchetti scuri?) il disegno di copertina.

Volete la preistoria? Ok: come quando alla presentazione di un mio testo in Francia ho protestato per gli esperimenti nucleari francesi, ed è venuto giù il teatro per gli applausi.

O come quando un giorno Greg mi disse “Bigiamo la manifestazione”.

O come quando vidi un subacqueo a Nervi e pensai che fosse Belfagor.

Uh, io sono millenaria. E in questo periodo mi dicevo: “EXIT”.

Invece.

Alessio (“Ciao Ida, metti in frigo il Cristal”, la citazione più stupenda che tu potessi fare), ti ringrazio per avermi dato un altro di quei piccoli giorni che io non dimentico, reinventando questo sito. E, per continuare con le citazioni, ecco: in tutti i sensi che volete, per me in un senso solo: this is not an exit.

3 febbraio, 2006. Alessio sta anche pensando a qualcosa di nuovo per la grafica di questo spazio particolare, per ora definito "blog". E' un mito, quel ragazzo.

25 gennaio, 2006. E' in corso ad opera del MAGO il restyling del sito. L'autrice Ida Bozzi e gli altri sono momentaneamente tacitati. Quando torneremo, saremo tutti rifatti (e sarebbe ora). Poi cosa si fa? Malibu o Redondo Beach?

23 gennaio, 2006. IL BAMBINO TUP E' ATTESO DAGLI AMICHETTI IDA E ALE AL TABELLONE CHIAVI DEI BAGNI MIRELLA. Ciao, a presto.

21 gennaio, 2006. Volete la verità? Una generale sensazione di tristezza, di gelo, di povertà e di paura, di dolore estraneo, di chiavi chiuse su ciò che si agita nel fondo, di silenzio e di ipocrisia. E tutto il contrario, contemporaneamente. Ma forse altrove. Un'epopea intera di cui scrivere. Ma basta? Deve.

20 gennaio, 2006. Beh, sapete, oggi non è giornata per raccontare. Ci sono troppe cose da considerare. Distinguere la fragilità dalla durezza, per esempio, credete che sia facile? Credere che sia facile è grave (anche credere che sia necessario, in qualche caso). Esistono durezze fragili, e fragilità durissime, e io ne conosco diverse, qui. Vi faccio esempi letterari, va là, per evitare di parlarvi dei fatti miei: esistono serial killer fragili, come Patrick Bateman, ed esistono fragili serial killer, come Lucia Mondella. E' molto difficile. Ma sì, arriva l'episodio di Best, non vi preoccupate!

16 gennaio, 2006. Miei cari e pazienti lettori a scrocco, come promesso vi regalo l'episodio del buio di Ichi lo shaolin. Buona lettura. Vi ricordo che la mail per qualunque osservazione (mi aspetto interventi di guerrieri shaolin) è cast@settemoderniste.com.


2 gennaio, 2006. BUON ANNO A TUTTI. Oggi il server NON FUNZIONA. In attesa della ristrutturazione del sito, che avverrà a breve (lunedì parlerà il webdesigner), vi offro un mio racconto - è una storia vera, ed è dedicata a un tale al quale tengo più che a chiunque altro, e non è quello che pensate voi, visto che questo a me ci tiene, e comunque non ve lo dico manco se mi spremete. In alternativa (se il server non funziona e vi dice "pagina non trovata", tocca riprovare più tardi), suggerisco di ripassare gli episodi del romanzo, perché tra poco arriveranno il nuovo episodio di Ichi lo shaolin e l'attesissimo episodio COMPLETO della giovane Best. Intanto vi ricordo La leggenda del Sosia Errante, Post, HARD B (sarà il più votato, temiamo), Dogma e ModeRN.

23 dicembre, 2005. "He became as good a friend, as good a master, and as good a man as the good old City knew, or any other good old city, town, or borough in the good old world. Some people laughed to see the alteration in him,
but he let them laugh"
(Charles Dickens, A Christmas Carol)
Sette Moderniste è qui, lottando, dal 23 maggio 2005. Esattamente sette mesi eroici e sconsiderati.
E ci copiano pure!
In ogni caso, AUGURI A TUTTI, buone feste!

24 e 25 dicembre, 2005. E' una pubblicità del tutto gratuita e non richiesta, e vale solo per il sito in inglese: questo è un posto estremamente divertente. Cercate le "lists", per esempio. E' il sito di Dave Eggers, che ospita i racconti di amici suoi tipo Rick Moody, per dirne uno. Sono racconti "rifiutati", e ci tengono compagnia. Ma ormai il sito è qualcosa di più, vedrete. Da notare che è collegato a una serie di iniziative sociali dedicate a lettura e istruzione: per questo non mi sento troppo in colpa a metterlo qui, solo per Natale. Buon tutto a tutti.

4 dicembre, 2005. Intanto abbiamo ModeRN. E domani (un domani teorico, che vale come "qualsiasi giorno dopo il giorno qualsiasi in cui siete capitati qui") avremo una sorpresa. A causa del disastro che ModeRN combina (ModeRN goes cosmic) Snow White dovrà tenere un po' di microfono aperto nella Casa. Ok, ok, verrebbe meglio sul sito ristrutturato, ma ancora non è il momento. Ciao. Ah, intanto una nuova rubrica, "Cose con cui non decorare l'albero", che solo i miei amici possono leggere (quelli che hanno visto il mio albero di Natale l'anno scorso).

25 novembre bis, 2005. Un intervento, per ringraziare un nuovo sito amico delle Sette moderniste: grazie, Alberto, dico anche a te quel che ho anticipato agli altri cari amici che segnalano Settemod: appena il sito sarà ristrutturato, potrò restituirvi come si deve la cortesia. Grazie a tutti, a presto!

25 novembre, 2005. Anniversario, oggi. Ehvabbeh. Inoltre, la Didion ha vinto l'American Booker, io non capirò niente ma l'avevo detto. Ora, signora Didion, voglio solo capire perché hai scritto quel libro. Se sapete di che cosa parla, ci siamo intesi.

23 novembre, 2005. Punto fermo. Sarà un restyling all'insegna del minimalismo, del costruisco giorno per giorno, del non do lezioni a nessuno, del non ho mai smesso di imparare; non metteremo rane che saltano, non metteremo linee bianche seguite da orbite gialloverdi, non metteremo il vuoto puro con la riga di testo cool, a significare chissà quali matasse di senso. Sarà un sito lindo, su cui scrivere. Punto, cari, punto fermo.

22 novembre, 2005. C'è chi protesta perché non ho ancora pubblicato il capitolo di ModeRN. Mi dispiace. Ora, purtroppo non esiste una scadenza fissa per i pezzi, qui. In questi giorni ho davvero un po' troppo lavoro, anche a causa della ristrutturazione del sito, per poter uploadare altro che questi piccoli interventi. Intanto, non c'erano dei testi che qualcuno doveva mandare a me? Sì, esiste la possibilità di partecipare alle Sette moderniste: stiamo popolando il paesino ai piedi della Casa di Snow White. Non posso scrivere quattordici storie, però, sette mi bastano e mi avanzano; quindi dateci dentro.

21 novembre, 2005. La ristrutturazione sta arrivando. La tensione è alle stelle. Il disegnatore è al lavoro. Le macchine da scrivere friggono. Le matite si spuntano. Abbiamo un problema con il pentametro giambico. Snow White è al trucco. Non c'è abbastanza pellicola. E' finito il colore verde. Un bidone di retorica ha allagato le cantine. Gli acrobati aprono gli ombrellini. I quindici elefanti devono ancora mangiare. Si discute fino a notte fonda sul concetto di arte. Tutti i collaboratori delle Sette Moderniste sono, pervicacemente, in ritardo. E' finita la pizza. La materia oscura è in eccesso nell'universo conosciuto. Suonano alla porta. Non è Bret. L'autrice è in gramaglie da otto settimane. La piccola Bestseller è incinta di due mesi. Snow White è sempre al trucco. Il lettore MP3 si rompe e si riaggiusta di continuo. Post comincia ad avere quella tale aria assonnata. Non è mai esistito un masterizzatore all'interno del mio computer, nonostante l'icona sul monitor. Non c'è un soldo. Una creatura non umana si agita nell'ombra. E' bello quando tutto procede secondo programma.

18 novembre, 2005. Terminato il libro della giovane scrittrice, mah. Aspetto notizie di Tup, che è impegnata in ben altre letture. Spero che la Fran sia passata dal sito, e saluto lei e Clau. Babs finisci quel racconto, porca miseria. Giorgio datti 'na mossa, dopo il concerto. Nessuna nuova sul fronte della ristrutturazione, purtroppo, ma bisogna aver pazienza. Intanto, sto per tornare a Salinger.

16 novembre, 2005. Oggi, nessun aggiornamento del sito. Attesa. Sbadigli prima della ristrutturazione. Pagine decisive di un libro. Vitamine in un bicchiere. Bolle con la saliva. Finestre.

5 novembre, 2005. Ritocchino al nuovo pezzo di Dogma. Il pessimo layout ha influito non poco su ogni cosa. La ristrutturazione urge. Preparatevi, perché il secondo episodio di ModeRN è tostarello. Che altro dire? In questi giorni sto disegnando (eh eh), e sto leggendo: andrò a cercare qualcosa della Didion, perché come ho scritto qui ieri, mi è piaciuto il primo capitolo del libro nuovo.

30 ottobre, 2005. Se ritornate qualche giorno dopo il ponte, alla fine dell'arcobaleno (e se non si parla di arcobaleni a Oz...), troverete un sito nuovo di zecca, al mercurio. Il web designer, so, è uno bravo, un mago, appunto...
Comunque, la mail qui è cast@settemoderniste.com, in basso c'è anche la versio cliccabile.

25 ottobre, 2005. "Hey. Got a nice picture of you, you know?"
Eh.

24 ottobre, 2005. Oppure 29 ottobre, 2005. Oppure 21 ottobre, 2005. Cari lettori, sulle pagine del noto quotidiano, l'intervista della vostra Settemod a Bret Easton Ellis: raccolta il 21 a Milano, all'Hotel Principe di Savoia, e pubblicata il 24.
Nel pezzo servivano purtroppo solo cinquanta righe. Il resto, magari, un giorno lo scriverò qui... Oppure no, forse no, non credo, no. Come dicevo l'altro giorno a qualcuno...

17 ottobre, 2005. Pubblico anche il secondo episodio di Hard B. Buona lettura. Sta per arrivare anche l'episodio 3, il richiestissimo e sanguinoso "Flash di Dr. Back e Mr. Forward". Un saluto invece a O., una persona gentile: grazie di cuore.

11 ottobre, 2005. Un link serio, finalmente, per un amico di Settemod, il poeta e scrittore Franco Romanò; vi segnalo sulle sue pagine gli interventi a proposito di Pessoa, che ci piacciono molto. Quando avrò trovato un sistema per uscire dalle strettoie dell'html, prometto che farò un colonnino di link come si deve. Intanto, grazie Franco. IB

7 ottobre, 2005. Mi si chiede da più parti di riprendere il "Corso di scrittura gratuito di Settemod" (è ancora qui intorno, ma solo in forma di file... dovreste sapere come l'ho chiamato, per ripescarlo...). In ogni caso, vi offro un contributo giunto a proposito del secondo episodio.

2 ottobre, 2005. Racconto per giovani critici.

27 settembre, 2005. "Se capiste con che sguardo lui ci guarda/ mentre noi stiamo suonando/ e dal porto del suo cuore un bastimento/ nella sera prende il largo..." (da "Il nostro amico Angiolino" di P. Conte)
Settembre. "Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita" (cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).

3 AGOSTO, 2005. Articolo dedicato a Settemod, su Virgilio: "INTERNET/ ON-LINE IL PRIMO REALITY SHOW LETTERARIO"



castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).