16 febbraio, 2007. Icona torbida. Non so, me l'ha detto un mio vecchio amico l'altro giorno. Ho pensato a una madonna coperta di muffa, ma so cosa intendi, chiaro.
15 febbraio, 2007.
1. Vorrei mettermi a scrivere bene, perché capisco che non farlo sta cominciando a essere una colpa, e più precisamente un'omissione. Ciò accade se si è trovato un SENSO, delle vicende umane, dell'esistenza, di un piccolo elemento del reale, e non lo si trasforma nel verbo guardare, o leggere, o sapere, o sentire. O scrivere. Lasciando ad altri - forse più abili e raffinati Scrittori, ma forse non toccati da quei meccanismi di senso che sono apparsi a me - lasciando ad altri dicevo la sola voce di questo tempo, che è una voce agghiacciata. Volete saperlo? La mia, che ora è una voce cupa e contratta, se scandisse bene le parole non sarebbe altrettanto agghiacciata. Voglio parlarvi di mali tremendi accaduti dieci anni fa, che oggi si sono trasformati in sensati passaggi di testimone. Voglio raccontarvi di grandi amori finiti per dare il posto, dopo serie di storie su vari gradi di piattezza o abiezione o semplice scipitezza, ad amori incommensurabili. E non sto parlando di me, io sono solo carne attraversata. Voglio raccontarvi di come è stato difficile tenere il filo di queste vicende in mezzo a distrazioni che sembravano scoraggiare qualunque tentativo di sensatezza. Distrazioni sguaiate e selvagge. Per lunghi, lunghi anni. Perché qualcosa dovrebbe essere facile, in una trama che ha a disposizione una vita per dipanarsi? Perché, se le prime dieci pagine vi sembrano piene di significati - anche orribili - chiudere il libro, e giudicarlo non interessante? Abbiate pazienza. Io devo parlarvi di questa pazienza.
Io devo scrivere.
2. Uno scrittore è qualcuno che ti offre un significato, senza obbligarti e senza chiedere niente in cambio: non ti conosce, non è il tuo amico, il tuo amante, niente. Però c'è. Poi, certo, c'è anche lo scrittore pubblicato, qualcosa che può evolvere in un costruttore di significati professionale, e può avere o non avere un suo perché. Ma per ora fermiamoci a questo. Essere qualcuno che offre a te una "lettura" che al sé è costata ogni lacrima e ogni goccia di sangue (o anche risate, voglio dire, esistono anche significati divertenti), ma senza chiederti in cambio altrettanto. Perché sì. Perché è qualcun altro per la strada che gli ha consegnato il senso che ora regala a te. Qualcuno che non era il suo amico, il suo amante, niente, e al quale non è stato capace di dire grazie (magari non sembrava essercene bisogno, magari sembrava utile il contrario, ecc.). E' una restituzione.
E' possibile.
15 febbraio, 2007. Ventottomila battute. Andiamo pianino.
15 febbraio, 2007. Malattia. Dopodomani è Carnevale quasi ovunque. Voglio vedere maschere sorridenti di celluloide invece di una faccia che diventa color porpora sotto l'effetto del vomito. Come poietiche di divinità piccole, che modellano con le mani la cera, la creta, la carta, e poi soffiano e quella rimane carta, creta, cera. Dio piccolo che ascolta da suo padre la spiegazione del Dna, e non capisce quasi niente, e crea la maschera. Il polimero invece del desossiribonucleico. Qui non sono ancora riusciti a trovare una definizione per la vita. Non a brevettarla, quello sì, quasi tutta, uno dei pochi fatti contro i quali occorrerebbe davvero lottare su questo pianeta di imbecilli. Dico a mettere una particella accanto all'altra e dargli vita. Non siamo stati sulla Luna. Non siamo capaci di guarire niente. Dio è incommensurabilmente ancora tanto distante perfino in una forma bambina da quello che siamo, che quando mi sento così penso che probabilmente esiste. Sì, sì, penso di sì. Penso di sì. Comincio ad avere prove. A Carnevale, soprattutto, metafora di tutte le differenze. Malattia.
14 febbraio, 2007. Sì, certo, questa è la data giusta, il giorno giusto. E il cuore sbagliato. Quindi la mia parola è un no, grazie. Buon S. Valentino ugualmente.
13 febbraio, 2007. Il libro che deve finire Rosy è "Everyman" di Roth, naturalmente.
12 febbraio, 2007. Quel libro, Roz, l'hai finito o no?
E' una settimana di reti luccicanti, pesca d'altura, nodi inglesi: Post ha rimesso la prua verso il mare e ha rimandato al diavolo il tesoro, l'equipaggiamento è riparato e l'acqua si fende appena davanti alla polena come metallo sciolto, la nave maggiore riprende il largo e va a inseguire i banchi di merluzzi fuori Nantuket. Arrivano Hard, un racconto multimediale, ma quando e come lo decido io - e i cadaveri sul fiume non mi interessano: non navighiamo acque interne. Ah, sì, in una città senza mare noi sappiamo il codice nautico a memoria, fuori da qualunque metafora, per una vecchia vicenda che non vi stiamo a raccontare. E adesso abbiamo fame. Long John, che cosa hai cucinato di buono?
11 febbraio, 2007. Nessuno ha visto un vecchio film (pieno di attori francesi che adoro. A proposito, il mio noleggiatore di video è la copia spiccicata di Daniel Auteuil, possibile che non lo conosciate? E' bellissimo! Ehm, ciao... comunque, nel film di cui parlo, Auteuil non c'è) in cui un tale veniva dalla Polonia per bruciarsi davanti al Papa? Ecco, lui doveva solo dire "I protest" e poi darsi fuoco. Bene. Perché l'ho nominato? Dunque. Ah, sì. Era perché I protest. Sono alcune settimane che mi rifiuto di scrivere le Sette perché si pretende da me che io sia performante. Enne o. Era il mio posto, era la mia scrittura, e adesso tutti ci ficcano il naso. I protest, I protest, ho fatto un giro per i siti letterari, ma che razza di brutti posti sono, tutti a pretendere cose, tutti a mangiare spaghetti sulla testa degli scrittori, a sbucciare noccioline, a ruttare le loro Coche, ma non è mica come quando guardate la televisione, che non vi si sente seduti nei vostri salotti del cazzo mentre stracciate l'anima con le vostre convinzioni e preferenze acquisite comperando dieci euro di libro. Qui si sente tutto, è un continuo, è fastidioso, mortificate gente di cui non sapete niente, oppure per esempio per farvi belli mi dite che qualcosa che ho scritto vi ricorda il tale autore e lo fate per dire che avete già letto roba simile o che diavolo e non pensate quanto diversamente da voi io sia arrivata alle sue conclusioni non con un bigino del cavolo ma con la mia scrittura e non capite niente del farsi della scrittura prima della pubblicazione dei libri e non capite niente, non capite niente, vi odio, voi siete la conformità le regole ciò che già vi piaceva prima e impedirete per sempre che nasca qualcosa che non vi piace e che per questo vale la pena di scrivere.
10 febbraio, 25778. Mi chiamerò Heeda Bohtsi, vivrò a Bombay e produrrò film. Dite che esisterà ancora il genere umano, nell'anno 25778? Mah. A proposito, pensavate davvero che pubblicassi il nuovo episodio di Hard? Ma io non sono ancora uscita dalla malattia, ho un problema all'Atlante. Poi forse.
-- FINE DELL'ERA IO -
9 febbraio, 2007. Ventiseimila battute. Non mi piace, ma sono ventiseimila.
9 febbraio, 2007. Sedicimila battute. Il computer mi guarda come un budda. Nonostante io a parole finga di aver capito quanto basta, so di continuare in realtà a trovarmi di fronte a successioni di grumi che non si sciolgono. E' una gradinata di grumi, voi mi capite. Invidio le persone con una weltanschauung solida, stabile, ben piantata e ferma quanto basta per scrivere quelle quattrocento pagine e poi metterci sei anni per capire un'altra cosa. Una, una sola, ma che sia quella e via. Le questioni sono due: o sono in un'evoluzione troppo rapida, o sono proprio tonta. E' bello avere ogni giorno una penna nuova da aggiungere alle ali della propria visione del mondo, ma santo cielo, un giorno o l'altro vorremmo anche volare, poco, pochino, da qui a lì, ma volare. Forse era meglio precipitare, tanto tanto tempo fa. E salta! (seguono bestemmie)
7 febbraio, 2007. Pubblico, non casualmente (ma è un'antica data privata), uno dei cimeli della mia collezione. Essendo teatro, va declamato, cioè almeno letto a voce alta, e non borbottato nella mente. Tanti saluti, ecc. Eccovi Ridi, monologo teatrale comico.
8 febbraio, 2007. Ero alla presentazione della nuova veste grafica del <<Giudizio Universale>>, lo dico qui perché il principio della stroncatura universale mi attira e mi respinge nello stesso tempo, e perché potrei scrivere per loro, visto che ultimamente stronco tutto, soprattutto le persone: per esempio, quelle che instancabilmente interpretano sette parti diverse - l'amico, il nemico, la rivale, lo stalker, l'io non sono lo stalker, ecc. - pensando che sia una furba risposta a un romanzo con sette personaggi, solo che lo fanno con la vita umana, la mia, e quindi potete immaginare che genere di microbi sono. O quelle che hanno troppa intelligenza per scrivere il romanzo che manderebbe affanculo soprattutto sé, e qui sto parlando di una famosa autrice con i capelli rossi. Stroncatura, o silenzio: il muro è sempre più alto, e i sorrisi sempre più cordiali. Ma se dio vuole è vita umana, e finirà prima o poi. Sapete, a Trentaremi, vicino a Napoli, c'è una lunga galleria romana scavata sotto la montagna a strapiombo sul mare, nel tufo. E' buia, e non è un posto molto raccomandabile, ma ci sono stata una volta. E nel buio profondo, pieno di rottami e di ombre appostate, sapeste la luce accecante che mandava una feritoia piccola piccola aperta nella roccia a picco! Un occhio di Dio, pareva, e guardando dentro si vedeva il Tirreno, il Tirreno di Enea, della Sibilla, di Palinuro, mio e tuo. Beh, gente, io quello l'ho visto, e d'altro non mi importa. E il resto somiglia sempre meno a una luce accecante, e sempre di più a un abbaglio.
8 febbraio, 2007. Volevo solo dire, sul Baco della Focalizzazione Ragno: ma quando l'onniscienza vacilla, che ne è del punto di vista, per esempio di quello a focalizzazione zero? Non c'è una focalizzazione meno uno? O fratto 3,14? O una parafocalizzazione sull'asse delle ordinate? Uno zero uno zero uno falso vero falso vero... Sì, ma dove? Dopo il dopo, la natura del cronema, l'omega alfa, l'aleph, il bosone di Higgs... Una delle notizie più belle della scienza è che esistono diversi infiniti. Esistono allora anche diversi zero? Devo riparlare con Barrow? O ce la risolviamo tra noi? Lana caprina, a meno di non essere Wittgenstein e divertirsi così. Già, già, già, torno al racconto, che oggi bizzarramente - materiaoscuramente - si è disseccato a diciassettemila battute, come un fiume estivo. Però si avvicina un nuovo viaggio sul lago atomico, per interpellare i fisici: uno di questi giorni. E Paola, se eri tu: ciao!
Un giorno a vanvera. Ero arrabbiata, ma non con voi. Voi a me dovete lasciare il tempo, no? E poi sto scrivendo un racconto, ispirato da una lettura di Levinas e da una circostanza. Dopo lo faccio leggere, solo che adesso siamo a diciottomila battute, e va, per una volta. Ha un titolo che non so come possa essere più bello di così. Eppure io odio i racconti. Tranne uno. Due. Carsici, direbbe il solito critico di rivista letteraria. A modo loro. Oddio quali... Lo sanno tutti al mondo, anche se non sono il re della notorietà. Eddai, mi conoscete. In uno c'entra una porta, piccola, ma non la porta piccola che pensate voi di Alice, sebbene Alice ne sappia qualcosa... E in uno c'entra una panchina, ed è quello più brutto. E nell'altro un'altalena. Ah, avevo detto due. In realtà ce ne sono due o tremila che mi piacciono, perfino un paio che ho scritto io, "Il Narratore", per esempio, che ho perso. Tutto sul rapporto tra focalizzazione e io narrante. Giuro che non saprei riscriverlo, e giuro che parlava di pirati nella foresta amazzonica, altro che Mel Gibson.
6 febbraio, 2007. Il Baco della Focalizzazione Ragno. Che non è la persona della narrazione, come i lettori che non mi conoscono potrebbero ritenere io creda, leggendo the day before this, bensì il punto di vista, il perfido punto di vista, che potremmo definire un intreccio perverso malvagio e mortale tra ciò che si racconta chi racconta cosa sta succedendo a chi o secondo chi altro, ma non necessariamente dal proprio angolo visuale. Facciamoci la prima risata: le focalizzazioni si dividono in interne ed esterne. Hahaha, oddio, ah, mi fa male la pancia dal ridere. Ah, sapete? Qui si scrive con i guanti, perché fa troppo freddo per le mani nude. Eh, faciloni?
5 febbraio, 2007. Per un certo periodo di tempo, prima di murarmi in Prima Persona Singolare nelle Sette e nel Blog che ne è il parlatorio, ma sta sempre nel convento dell'Io Me, avevo provato a chiedere in giro se si poteva far qualcosa per la questione che mi ha chiuso qui dentro, la maledetta focalizzazione, o punto di vista. Ai viventi manco a parlarne, tutti impegnati a far carriera o a scoparsi la f*** (quello, gli ricordava, la focalizzazione, in qualunque campo). Allora, come capita a ondate di fantasmi che popolano le biblioteche e le librerie, l'ho chiesto a the others, i romanzi. E il problema della focalizzazione è finalmente Il Problema Centrale per ciascuno dei morti o moribondi che ho interrogato. Soprattutto per i modernisti, motivo per cui qui ci siamo chiamati modernisti, pur non amando particolarmente il risultato modernista, ma apprezzandone il processo e la fatica creativa. In parte, qualche confidenza ci è stata concessa anche da alcuni autori postmoderni, sebbene come lettori le nostre preferenze vadano a coloro che, forti di una formazione classica o estremamente lacunosa - il che per uno scrittore è pressoché la stessa cosa - hanno tenuto la focalizzazione imbrigliata senza farla mai sfuggire via.
Adesso, impegnata come sono in un racconto fuori dall'Io delle Sette, ritrovo la focalizzazione ad aspettarmi dietro l'angolo come uno stalker. E' un cucciolo di focalizzazione, ma voi sapete che nei racconti spesso il protagonista e il conflitto che lo accompagna si ingigantiscono in poche pagine come le figure di quei libri "pop up" fatti con la carta piegata, e saltano su all'improvviso e, ve lo garantisco, spaventano i bambini. Così, senza che nessuno se ne possa accorgere, nel racconto ho deciso che la focalizzazione può fare un po' quel che crede, e il risultato è un punto di vista Trottante (se avete fatto equitazione come me, sapete che il trotto è peggio del galoppo), Natante A Delfino (per tutti i lettori di Erodoto), oppure come direbbero quei bei critici che a me piacciono tanto, Carsico. Poiché nessuno che scriva, o che legga, o nessuno in generale, legge queste pagine, forse nei prossimi giorni mi diffonderò ulteriormente su questo aspetto maledetto della narrazione. Anzi, sul Baco della Focalizzazione, scrivo il titolo già oggi. Oppure - dov'è Abelardo? - sic et non. La focalizzazione o punto di vista. Una cosa che ha solo la narrativa, non ce l'ha il cinema sebbene quelli si credano. Il problema è che se non si scrive sul serio, ma ci si mette lì e si buttano giù delle storie che sono accordi con i se stessi precotti e confezionati, il problema del punto di vista non ce l'ha nemmeno la narrativa. Eh, perché io non sopporto i giallisti? E specifico: i giallisti italiani che di nome fanno G o M o P o hehehe. Ciao, com'era il weekend?
4 febbraio, 2007. Contro l'incipit. Per spiegarvi la mia posizione contro l'incipit, inteso non già come semplice inizio, ma come mito dell'inizio, devo farvi un paragone. Ed è un paragone vietato dal comune senso del pudore. Quindi non posso farlo in questo luogo pubblico. I limiti insuperabili di Internet, rispetto ai contenuti di un libro, sono questi, e credo che dovrò cominciare a riflettere sull'argomento.
