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<cantatrice_calva>

- dal 2005, se è esistito -

 

da Mitologia

 

Alla prima della Cantatrice

(un uomo seduto in una poltroncina. D'accordo: io. Ma con un travestimento)

Sst, che cosa fate qui? Eh. Io? Io sono il settimo spettatore dello spettacolo di stasera. Poca gente, eh? Mmm. Lo spettacolo ha l'aria di essere una pièce inglese. Molto inglese. Tuttavia, gli attori parlano francese, anche se ciò che dicono non pare abbia un senso. Ma non è per il senso che io sono qui.

Mi spiego - poiché la pièce è in francese, e io non sto comprendendo assolutamente nulla di ciò che accade in scena (e d'altronde non sono qui per questo), ho tempo di pensare ad altro. Preferisco pensare ad altro che addormentarmi aspettando il mio momento. Io russo. Ma non è per questo che non capisco il francese - dicevo: mi spiego. Io manco da casa da circa sessant'anni. Siamo nel 1950.

Quando voi mancate da casa da sessant'anni,

vi voltate all'indietro, così.

(faccio il gesto di voltarmi nella poltroncina. Uno degli altri sei spettatori mi guarda. Poi accavalla le gambe)

Quando voi mancate da casa da sessant'anni, è voltandovi e guardando all'indietro, nel passato, che vedete il posto che avete lasciato. L'inafferrabile ieri.

Anch'io faccio così. Mi volto e cerco di guardare in un luogo che è certamente passato. Tuttavia, sebbene manchino circa sessant'anni da qui a casa mia, io manco da casa, nel passato, solo da un anno. Quindi non vedo un granché! Infatti, sebbene il mio anno passato distante da casa sia in effetti nel passato, la mia casa si trova nel futuro, a sessant'anni nel futuro dritto davanti a noi.

Io sono un viaggiatore nel tempo.

(annuisco con fervore)

Ora. Poiché io vengo dal futuro, il mio vero passato verrà tra sessant'anni. Ma sono arrivato qui ormai da un anno - e non parlo il francese - quindi il mio futuro si è avvicinato di un anno, mentre per colpa di quello stesso anno il mio passato si è allungato di appunto un anno, che va a sommarsi alla distanza originaria di sessant'anni, ma in una direzione diversa, diremmo così vettoriale. Perciò, quando tornerò a casa, dovrò contare sulla macchina del tempo solo cinquantanove anni, ma segnarne sessantuno sul mio ruolino dello stipendio. Forse, però, queste sono cose che non vi riguardano.

(riflettendo)

Quindi. Per guardare verso casa io devo guardare indietro di un anno, e avanti di cinquantanove. Devo piegare il mio sguardo esattamente come sono piegate le gambe di quello spettatore seduto in poltrona. E anche le mie - sebbene io tenti di allungarle di lato, lentamente e senza fare rumore, poiché tutti i posti intorno a me sono vuoti e il teatro cigola.

Conosco l'autore della pièce di stasera. Tra cinquantanove anni - più uno, meno uno, ma in due direzioni diverse - questo autore oggi quarantenne sarà famoso. Non stasera. Stasera il suo spettacolo è visto da sette spettatori. Dei quali, almeno uno non parla francese, e io so chi è.

(sorrido)

Quando quest'uomo avrà più di sette spettatori, saranno passati sei anni da oggi. Accadrà nel 1956. Oggi tuttavia quel tempo è irraggiungibile, imprendibile. Verrà un giorno, e dal 1956 in avanti potrà essere qualunque giorno, in cui ogni stupidaggine che diremo, in qualsiasi lingua, porterà il segno, almeno per un briciolino, della pièce di stasera. Un pochino di Omero, un pochino di Pindaro, un pochino di Cicerone (o forse di qualcun altro), un pochino di renaissance, un pochino di Emerson, un pochino di Joyce (c'è sempre un pochino di Joyce in tutti voi), un pochino di Beckett, e un pochino di questo signor Jonesco - sul serio! - che dopo la prima di stasera tutti considereranno ancora per sei lunghi anni un eccentrico anziano bohemien. Il suo meme sarà piccolissimo, ma ci sarà. Tra sei anni. Sei imprendibili anni.

(faccio il gesto di afferrare qualcosa nell'aria. Dal palcoscenico, l'attore con l'aria inglese pare accorgersi di qualcosa. Si ripara la faccia con un gomito)

Così, io sono venuto qui. Mi sono seduto nella poltrona. Fingo di ascoltare. Non reagirò diversamente dagli altri sei spettatori. Se applaudiranno, applaudirò. Se non applaudiranno - e da come si protegge il viso l'attore in scena, capisco che non applaudiranno - io non applaudirò.

Ma lo devo guardare in faccia. Questo tale. Rumeno, di quarant'anni. Che ha sette spettatori nella Parigi di Sartre e di Camus - voi avete idea di quanti spettatori ci sono a una conferenza di Sartre? io ero lì, l'altro giorno, ma non sono riuscito a entrare - e di molti altri. Che tutti detestano e che detesteranno anche nel futuro, ma per motivi diversi, più ragionevoli. E che, dopo questa sortita deserta, insisterà ancora e ancora andando incontro a fiaschi perfino peggiori. Fino al 1956.

Sono qui, dal futuro, con l'incarico di guardare in faccia questo tizio ed esaminarlo. Guardare che cos'ha negli occhi. Proprio stasera, quando sotto la giacca il suo sudore saprà insieme dell'eccitazione della prima, del dubbio del fallimento, della paura per il futuro, del senso di colpa per il passato, e di sudore.

Devo solo guardare i suoi occhi. E tornare immediatamente nel futuro. Sono pagato per questo. Ah, è finita.

(la pièce è finita, e il pubblico si alza, si muove e parla, rivolto agli attori sul palco. Invece di applaudire o fischiare, parla)

Scusate, devo fare il mio lavoro. Ripeterò anch'io qualche frase, per confondermi con il pubblico. Potete restare, se volete, ma io ho da fare. Ehm. Tu... Elas! Cos'ha detto quello? Io non capisco il francese, e non capisco di più i francesi, solo perché sono plurali. Eh, bien, il devrait etre plus legere! Mamma mia, che pronuncia. Bonsoir Armande. Bonsoir Jacques. Le voilà, peu de gens. Bonsoir l'auteur, comme... No, questa me la sono persa. Più vicino, più vicino. Un peu trop... Anche questa me la sono persa. Stanno dicendo che è un lavoro troppo corto. Bonsoir Valence, bonsoir Guy... Forse me la cavo continuando a ripetere bonsoir. Eccolo.

Vediamo gli occhi.

(osservo la vostra delusione per il finale abortito)

Vi ho detto che sto lavorando, o non capite il francese?

 

 




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).