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<desideri>

- dal 2005, se è esistito -

 

 

 

Sezione: Desideri.

 

 

 

Per me si va ne l'etterno dolore.

 

 

 

 

 

 

 

marzo-aprile, 2010.

Perché parlo di un fiore, invece di parlare di un ragazzo che inseguiva il fratello in bicicletta, o saliva timido sul tram? Perché piangerei. Abbiamo sempre questo fiore tra le mani, sul cuscino, appoggiato al davanzale di una finestra. Sappiamo che è un fiore bellissimo, e solo di tanto in tanto ci cade lo sguardo sul suo gambo, staccato dalla terra, e abbiamo come un brivido. Sappiamo che la sua stagione è già finita, e proviamo a goderne il colore, il profumo. Senza stringere mai troppo, senza toccare quasi i petali. Non ci accompagnerà in un lungo viaggio, perché si sciuperebbe, e noi dovremmo prestargli tante attenzioni e avremmo le mani impegnate. Non uscirà con noi, perché non si può fare senza stringerlo, senza sciuparlo, e noi avremmo le mani impegnate e forse lo faremmo cadere. Non potevamo stringerlo più di così. Non potevamo amarlo più di così. Forse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30 marzo, 2010. Non è quando capite che non vi ama che potete liberarvi finalmente di lui, ma quando capite perché lui non vi ama. Soprattutto se quel perché proietta di lui una strana caricatura.

 

 

marzo, 2010. La civiltà successiva sviluppò l'uso della scrittura in lettere e il commercio nel bacino del Mediterraneo. In seguito, la nuova civiltà stabilì un assetto centrale dello stato e un organismo di leggi. Tre civiltà più tardi, una flotta di navi attraversò l'Atlantico, e diverse civiltà più tardi fu possibile riprodurre la fissione dell'atomo e la catena del Dna. Dopo il grande asteroide, su un remoto sistema binario provvisoriamente stabile, una civiltà della pittura rupestre si trasformò in una civiltà di palafitticoli, mentre ad alcuni anni luce di distanza, la prima porta galattica fu inaugurata tra le polemiche (alcuni manifestanti rimasero contusi durante i disordini).

Sappiamo che ci prenderai e ci cancellerai. Eppure dovrai inseguirci.

 

 

 

marzo, 2010. Non voglio dimenticarmi mai di te. Dei nostri giorni. Non voglio che il dolore sia più forte del nostro ricordo, cosicché io debba distogliere gli occhi ogni volta che qualcosa, intorno, tornerà a parlarmi di te. E che cosa, mai, potrei guardare, che non ti comprenda, che non ti comporti, come comprende me.

Questo mondo, intero, mi hai regalato, papà.

 

 

26 marzo, 2010. Lui la odia perché lei non s'è nemmeno accorta che con quel dono le aveva aperto il proprio cuore. Lei lo odia perché lui è scomparso quando ha saputo che il padre di lei sta morendo. Ciascuno cerca di abitare se stesso come prima, tenta le maniglie di porte che non si aprono più, e rinfaccia all'altro colpe atroci, carnivore, guardando intorno per trovare i nuovi orizzonti, i nuovi vicini di tavolo che ascolteranno sorridendo, lontanissimi e perciò innocenti, la storia di innumerevoli ingiustizie scandalose e incomprensibili. Quei piccoli occhi sbarrati.

Sapranno mai, entrambi, nei loro luoghi sperduti, la verità? Che avrebbero voluto ferirsi e stringersi, e tacere violentati e piano piano risanati, ripulite le loro acque da ogni imperfezione, in un mondo nuovo, dove il destino e il paesaggio sono, solo per loro, la stessa cosa?

 

 

25 marzo, 2010. Ieri chiacchieravo con alcuni editori. Terminate le conversazioni, mi domando. C'è una regola per il romanzo? No, c'è una regola per il romanzo pubblicabile. Ma c'è una regola per il romanzo?

Anzi, formuliamo meglio. C'è un modo in cui il romanzo deve essere scritto? Oltre che bene. Questo "bene" ha valori precisi, e nella loro precisione univoci? Secondo me no. Secondo me il "bene" del romanzo non può e non deve avere regole. Ciò non significa che non le abbia. Significa che non deve averle prima di essere scritto.

 

 

 

21 marzo. 2010.

I pesci (per me sola)

Ma adesso non c'è nessuna tempesta, come dicevano i pesci, e noi a non sentirli, "non c'è nessuna tempesta". Da viaggiatori, quali siamo nati, e poi da marinai, come ci hanno addestrato, e poi da naufraghi e da nuotatori, ecco che affondiamo senza un filo di vento. Come avvertivano i pesci.

 

21 marsch, 2010.

Vita dello stalker. Che cosa avrà voluto dire, il nostro stalker, che oggi ci richiama con un severo "giochi comodore 64 uomo deele caverne primitivo che cammina su una ruota di cemento". Vi spiego, in linguaggio comprensibile a tutti, come si legge questa frase: "Tu giochi comodo, o re del 64, uomo delle caverne primitivo ecc."

Lo stalker mi invita a confrontarmi con il mondo esterno. Invece no. No, stalker, io non vivo senza il confronto, ma lo trovo altrove. Per farti felice, ho messo il link di questo sito sulla mia pagina personale di FB, toh, il mio massimo sforzo in una direzione che personalmente trovo per me, e dico per me, una perdita di tempo.

Non tutte le attività sono uguali. Non tutte hanno la stessa spinta e soprattutto non tutte hanno lo stesso scopo. Non tutte hanno lo stesso linguaggio, e se sai che "il media è il messaggio", capisci. E io lo sto comprendendo proprio con la mia timidissima presenza apparentemente defilata su FB.

La mia presenza, ancorché defilata, è alquanto affilata, invece. Perché le pulsioni che io devo trattenere, o osservare in me, o studiare negli altri, il tipo di reattività del mezzo, il pubblico, il senso, tutto ciò che accade, mi è ben presente.

E per finire, mio caro stalker, io e te non vendiamo lo stesso prodotto. Perciò sì, il re primitivo se ne sta nella caverna dura come il muro, ma non ci sta legato come nella caverna di Platone, che sempre indebitamente fai risuonare, confondendomi - occorre un'uniformità di campo semantico, per essere degli stalker come si deve.

Il re primitivo, qui, ha più bisogno di riflessione che di azione: io rifletto, come uno specchio, capsisci? io guardo il mondo che crede di guardare se stesso. E l'azione non è esattamente soltanto ciò che si fa. A volte un pensiero è azione, perfino. E a volte no, nemmeno.

Inoltre, c'è un fatto che tu accetti per chiunque ma non ammetti per me: io non amo il pubblico. Non che lo detesti, ma l'applauso o il fischio non mi dà gioia. Gli eteronimi con cui giro lo sanno benissimo. La gioia deve essere intima, dilagante, e questo il pubblico, così come lo intendi tu, non me lo dà. Ognuno cerca le sensazioni che lo fanno vivere. Le sensazioni che fanno vivere me sono altre. Non inseguo l'applauso, perché come sappiamo entrambi da tempo l'applauso non mi restituisce niente di ciò che ho perso, e non mi aggiunge niente. Solo un tipo di successo più reale, più concreto può darmi una sensazione che si avvicina, che lambisce la gioia.

Il potere? E di quale potere stiamo parlando? Perché c'è un tipo di potere che mi interessa, e tutto il resto del potere non mi interessa minimamente.

A volte si può fare molto per cambiare molto poco. Noi ci misuriamo su questo. Su quel molto e su quel poco. Concedimi la mia serietà di intendimenti in questo come io ti concedo la tua.

 

 

 

 

 

 

 

 

marzo 2010. Fermo del server per motivi tecnici.

Intanto vi rimandiamo all'opportuna pagina di FaceBook in cui, nei rari momenti di veglia (la primavera fa quest'effetto) si troveranno appunti e resoconti.

Il periodo della ristrutturazione dovrebbe terminare a giugno.

(So di battaglie mortali combattute in pianure che non esistono, dove non si trovano sorgenti, né ombre, né rifugi, se non sorti dallo stesso incubo errante. Questo è per me, normale. Mi spiace se a volte mi spavento, quando qualcuno mi chiama per nome)

 

 

12 marzo, 2010. Sensibile come ogni scrittore e musicista, il carissimo Pablo Lentini Riva mi segnala da Parigi che il mio articolo su "Acciaio" di Silvia Avallone si trova tra i pezzi apparsi sul Courrier International questa settimana (non è leggibile, ma per gli abbonati basta inserire il titolo nella recherche). D'amour et d'acier, s'intitola, e Lentini Riva mi sorride dicendomi che è "una sorta di consacrazione". Merci, mon cher ami. Merci.

 

10 marzo, 2010.

A pagina duecentoottanta di questo romanzo di trecento pagine che ha già letto tre volte, Massimiliano "Maxx" Bellasio posa il libro sul bracciolo della poltrona, cerca tra i cuscini il fazzoletto, lo riconosce al tatto perché è di una stoffa più sottile di quella del divano, e umida, e si soffia il naso. Non piange, dice Maxx a se stesso, un uomo non piange mai e un cameraman piange ancora meno. Ha una visione di sé accanto alla moto, mentre aspetta davanti a Mediobanca l'uscita di qualche personalità con gli altri giornalisti del giro. Ha una visione delle sue giacche multitasca, trasformate con gli anni in giubbotti di pelle scamosciata, più sexy. Ha una visione dell'avversario, giornalista di agenzia, Andrea, in giacca blu, disinvolto, con le mani libere, mentre lui ha sempre in braccio o a tracolla una telecamera. Ha una visione di Milvia, lei, abitante in stanze scintillanti in cui la immagina camminare disinvolta in punta di piedi e nuda, con i seni a punta che sfiorano le pareti piene di quadri spigolosi, metallici, e una luce sudata, dorata, che sembra colare dalle tappezzerie.

Maxx non piange, ma è la quarta volta che legge fino alle lacrime questo romanzo, che gli è piaciuto molto e del quale non fa che parlare, come se l'avesse scritto lui. Ne parla agli altri giornalisti, che ne sanno qualcosa per sentito dire, come di qualunque altro argomento, e annuiscono con gli occhi socchiusi, un po' sospettosi, e ne parla di continuo anche a lei, Milvia, che si volta e fa una battuta sul suo tempo libero, così scarso e così esasperato dal lavoro. Ma le piacerebbe vedere un musical, ogni tanto, qualcosa di stupido e leggero. Maxx sorride, ingombrante. Si rende ridicolo con tutti loro, regalando a Milvia e perfino ad Andrea una copia del libro. Da nessuno dei due ottiene una recensione, ma è convinto che almeno Andrea l'abbia incominciato, se non altro per recuperare il piccolo svantaggio nel gruppo e nel trio. Molti hanno letto il nuovo Stella. Molti hanno visto quel film tratto dal libro sull'omosessuale, che è piaciuto molto. Tutti hanno sentito parlare di Saramago e di Soriano, per via della politica. Citano libri di qualche anno fa, a casaccio, titoli che stranamente hanno letto tutti.

Maxx è rimasto sconvolto da questo romanzo fin dalla prima lettura. Ricorda di aver dovuto smettere di leggere a pagina dieci, la prima volta, per riprendere solo dopo una pausa angosciosa. La storia faceva male. Ci sono due tipi di storie che fanno male a Maxx, quelle degli innocenti accusati ingiustamente e le storie d'amore infelici. Gli provocano una tensione dolorosa insopportabile. Sono, anche, le sole storie che desidera conoscere fno alla fine. Il libro racconta una vicenda d'amore crudele, una discesa agli inferi dell'intimità in cui ogni passo è un esercizio di lacerazione e distrugge un nuovo germoglio del cuore. Finché il cuore non resta deserto, senza morire. Ogni pagina del romanzo spacca il cuore di Maxx in due e lo fa sanguinare. Ogni pagina del romanzo scopre il cuore di Maxx e lo estrae dal suo placido nascondiglio. E' colpa di quel libro se, ora, è così preso per Milvia. E' colpa di quel libro se si rende conto che Milvia lo deluderà, e già la considera diversamente. E' colpa di quel libro, infine, se non sa più di preciso che cosa vuole e chi è davvero.

Ora, è di nuovo a pagina duecentoottanta. Dove il romanzo s'impenna in un ultimo climax, e tutto crolla. Maxx desidera dal profondo che il libro, per una volta, finisca diversamente. Lo rilegge per trovare tra le parole una scappatoia al destino insopportabile dei due protagonisti. La scorsa volta, nella lettura più recente, l'ha trovata. Qualcosa che, appena prima della morte di lei, ha messo negli occhi dell'altro protagonista un barlume di consapevolezza, una coscienza tragica, che conforterebbe Maxx almeno del limite del dolore. Ha paura di non ritrovare quel piccolo passaggio, che teme di aver inventato. Non gli è mai successo di sentirsi così fragile e addolorato. Gli sembra di sentire le viscere della terra che stridono e si lamentano, e si accorge di pregare. Si accorge di pregare per una riga, per una parola.

Decide di interpellare l'autrice del libro. In fondo è un giornalista, sa come scovare una persona. Prende il libro dal bracciolo e lo appoggia vicino al computer, sulla scrivania. Su Facebook, la pagina della scrittrice è impersonale e impenetrabile, come tutti i gruppi. Ma sfogliando le pagine dei motori di ricerca, trova un'email.

"Gentile signora. Sono un giornalista tv, mi chiamo Maxx Bellasio, ho letto il suo libro - comincia a scrivere, nella lettera - e come molti l'ho trovato bellissimo. No, non come molti. La verità è che il suo libro mi sconvolge. Al punto che devo chiederle se il finale, tutt'altro che aperto, mi rendo conto, è positivo o negativo."

Cancella la prima bozza, che gli sembra insulsa e allarmante, come scritta da uno squilibrato, e ricompone in cento modi diversi lo stesso succo: il libro finisce bene o finisce male, nella realtà? Poi invia la lettera, attende qualche istante immaginando la scrittrice a un party, o a una presentazione del romanzo, spegne il computer e va a dormire, portando il libro sul comodino, senza avere, per quella sera, il coraggio di aprirlo un'altra volta.

Il giorno dopo, ha appuntamento tardi con il resto della troupe, alle undici, a Palazzo Marino per una conferenza stampa. Appena sveglio controlla la posta sul computer, e vede subito la mia risposta.

"Ciao Maxx, ci siamo conosciuti in un'altra vita, anni fa. Io ho fatto per qualche tempo servizi sul campo per Telemontecarlo, mi hai colpito alla spalla con la telecamera mentre cercavo di intervistare Spadolini. Ero una bambina a quell'epoca, probabile che non ti ricordi. Sei ancora nel giro di Salvatore, Milvia, e tutti gli altri? Salutameli. Ti ringrazio per l'attenzione che hai riservato al mio libro, capisco che tu possa nutrire dubbi e speranze sul finale. Ma purtroppo il romanzo finisce così."

"Mi dispiace ma non posso sopportarlo," risponde Maxx di getto. E invia la nuova lettera. Questa volta non ha tempo per aspettare la risposta, deve farsi una doccia e uscire. Scendendo le scale di casa verso il garage, immagina che saluterà Milvia, ed eventualmente anche Salvatore, se oggi è di corvèe, da parte mia. A Palazzo Marino, nelle sale sempre troppo buie che lo costringono a un'illuminazione di rinforzo, è troppo stanco per mettersi a chiacchierare con Milvia, stravolta come sempre dal ritmo delle interviste, e finisce con il dimenticarsi del romanzo.

Quando torna a casa, c'è una nuova mia risposta, nella posta del giorno. Maxx la apre, e si accorge che contiene solo un allegato. Quell'allegato è un testo intitolato "In caso di emergenza". Ignorando la richiesta automatica del server, che lo incoraggia a evitare di stampare il testo, per non sprecare carta e salvare la foresta Amazzonica, Maxx dà il comando di stampa e ottiene dalla sua piccola Epson laser venti fogli dattiloscritti che cominciano in questo modo.

(segue)

 

 

 

8 marzo, 2010.

Leggo (e chissà se lo leggo in Sciascia o in Bolano o in Trevi o in Banville, in questi giorni essendo le mie letture alquanto complicate) che c’è un tipo umano bisognoso, e un tipo umano non bisognoso. Lo scrittore è (oppure era McEwan, o Swift) il tipo dell’uomo bisognoso, incompleto.

E’ colui che nell’Idiota o nei Karamazov di Dostoevskij (Alekseij) è l’anima incompleta, è lui, o non si spiegherebbe la sua necessità di portare soccorso sempre e ovunque, e non si spiegherebbe la capacità che possiede di porre domande anche a barlumi di vita che non risvegliano l’interesse e la curiosità di nessun altro.

Il tipo umano bisognoso non sa però chiedere aiuto nel bisogno, sa offrirlo e lo offre male, in modo che agli altri, ai risolti altri, appare di per sé ricattatorio, retorico, esasperato.

Invece i non bisognosi sono tali anche quando chiedono un aiuto: e se tu Idiota lo dai, l’hai dato, ti verrà forse remunerato, e secondo la valuta corrente, ma in ogni caso è circoscritto, definibile, valutabile. Tu sei il chiaro di ciò di cui essi sono lo scuro, ritengono, non sapendo che la verità sta nell'esatto contrario. Non c’è angoscia né ci può essere nel tuo dare, riflettono i non bisognosi. Non vi è sofferenza. Non sanno.

Mi piacerebbe scrivere prima o poi una storia onesta relativa al dare. All’umiliazione dell’offrire, al gelo mascherato da dignità di chi dall’altra parte riceve. Per i bisognosi (cioè nel nostro paradossale esempio "coloro che offrono"), quello che è offerto porta con sé una tale rete di pensieri, di dubbi, di intimità, come un fiore con tutte le sue radici. E se quelli che ricevono, i non bisognosi, non se ne accorgono, la sofferenza non riguarda il denaro, il tempo, il grado del sentimento (questo i non bisognosi non lo capiranno mai).

Riguarda l’intreccio di vita, il ritrovamento di un simile, la fratellanza terrena, il senso ultimo che i non bisognosi danno all’esistenza. E la loro esistenza può perdere, all’improvviso, qualsiasi interesse. Come quei cuccioli che smettono di mangiare quando la madre non torna nella tana.

I bisognosi possono diventare non bisognosi? No. Le due strade sono perennemente diverse. Perciò tu che leggi e credi di aver fatto il salto tempo fa, sbagli valutazione. I bisognosi restano tali per sempre, con il cuore spezzato mille volte torneranno a declinare, per la prossima richiesta, il loro paradigma di vita, il loro vagito tale e quale, il loro pianto. E cadranno di nuovo, completamente indifesi, nell’inganno del dare ciò che hanno raccolto con la loro assurda fame di vita, e lo daranno con la stessa irrealistica fiducia che il conto resterà aperto, in una vita migliore, per sempre.

 

 

 

5 marzo, 2010.

Dividono il raccolto, ogni mattina, da buoni amici che mietono insieme un campo dalla produzione strampalata: così come davanti a un mucchio di verdure e di frutti eterogenei, da scegliere per un mercato, i due contadini inesperti continuano a mostrarsi l’un l’altro i frutti più bizzarri e a ridere, riempiendo i cesti a poco a poco, così loro distinguono in mucchietti diversi, prima interrogandosi a vicenda, poi in relativa autonomia, poi sogguardandosi, i diversi prodotti della loro consuetudine. Lui solleva un cespo di coccole, per esempio, accompagnate da una voce infantile: lei fa segno con un’occhiata, di metterle in quel mucchio, lontane, da vendere altrove. Lei solleva per la collottola un tocco più caldo, intimo, da pelle a pelle, che rovescia la peluria del corpo come il dorso di un’istrice appuntita: lui schiarisce la voce e osserva senza fiatare un cesto lontano, semivuoto. Lui trova un ricordo di casa, dei suoi tempi. Lei tasta tre o quattro cestelli, industre ma smarrita, perplessa di non trovarne uno adatto. Lui aspetta con il ricordo appeso, un po’ grondante. Infine decidono che non si venderà, e confusi lo rimettono nel folto di erbe, di erbacce grasse, di zolle di terra attaccate a sterpi che conservano per sé, per entrambi, forse sbagliando.

 

 

3 marzo, 2010. Naaa, il mio romanzo merita un post migliore. In un giorno migliore. Ciao.

 

 

Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.

 

2 marzo, 2010. Sorrido, bevo acqua limpida, guardo i giochini scemi che mia cugina mi manda su FaceBook, e aspetto il giorno in cui ne avrò abbastanza.

Il lettore bugiardo è ancora lì che osserva. Ssst.

 

 

27 febbraio, 2010.

mio carissimo amico. Proclamo la libertà di scrivere ciò che voglio, senza che sia riferito a te o a me. O a lei, o alle altre tue lei, a quelle che non sai di amare dolorosamente e dal profondo (mi riferisco ai tuoi racconti). Purtroppo però, talvolta, scrivere riguarda qualcos'altro, il mondo, le donne, gli uomini, perché sai, c'è bisogno delle cose di cui si scrive per bisogno. Mi dispiace se non ti piace, tuttavia il racconto qui sotto è scritto perché non potevo farne a meno, e l'ho scritto senza pensare a noi due, senza pensare a me.

Ritorniamo a essere liberi. Tu vuoi esserlo da me, e io voglio esserlo da te. Il che non significa che sono arrabbiata o che devi esserlo tu. Significa che non sempre quello che scrivo riguarda il mio pensiero su di te, o su di voi. Significa che io non sono il tuo editor, e tu non sei il mio. Significa che non c'è un significato da scoprire, ma un significato da capire: la differenza è enorme, appartiene alla conoscenza, ed è la differenza tra il possesso geloso sotto condizioni pena la morte, e vivere. E io vorrei che tu e io tornassimo, dimmi se ci trovi qualcosa di cattivo o di male, a vivere. Vivere. Respira, pronuncia questa parola. Vivere.

Ho tolto il link

invero strano,

ma la canzone diceva

No hope, no love, no glory

no happy ending.

 

 

27 febbraio, 2010. La signora Labsente-Costa indossava sul corpino di seta un cammeo dell'Ottocento, di fattura fiamminga, raffigurante il profilo di una sua antenata. Si conosceva, in alcuni ambienti, la storia di quell'antenata, e il breve regime che aveva instaurato nel villaggio quando aveva ripreso possesso delle sue proprietà. Arrivando dalla campagna, si potevano vedere le mura della città e del castello, e l'ardesia ripida delle torri sopra le finestre luccicanti di sole, e davanti al castello una spianata di terra battuta di un colore cupo, più scuro del giallo argilloso dei dintorni. Quel colore brunito, e le messi di lavanda che circondavano l'esplanade, colpivano i viaggiatori, che spesso cercavano di informarsi presso i villici delle meravigliose qualità del terreno, o dell'ubicazione di vigneti e cantine nella zona. Ma altrettanto spesso, mentre una donna del luogo o un rigattiere sulla soglia del suo negozio o l'oste aprivano la bocca per rispondere al nuovo arrivato sulle qualità del terreno, un lampo chiarissimo e silenzioso attraversava l'aria del villaggio. I viaggiatori si voltavano verso il castello, per ammirare il riflesso del sole sul vetro di una delle finestre istoriate, che proprio in quel momento era stata aperta, o chiusa, e aveva gettato intorno quel bagliore fulmineo; e quando tornavano a voltarsi, abbagliati e sorridenti e un po' inebetiti come tutti i viaggiatori, trovavano che l'interlocutore non c'era più, era rientrato in bottega, o si era ritirato in casa, o s'era allontanato in fretta tra i vicoli.

La signora Labsente-Costa indossava sempre quel suo cammeo con il ritratto dell'antenata, sotto il tailleur, e camminava con il collo diritto e il passo elegante tra i banchi disordinati del mercato in città, quel giorno. Non faceva caso alle merci esposte, anzi non avrebbe toccato neppure un'arancia, e avrebbe concluso come sempre la sua passeggiata al caffè di rue de Versailles, con alcune amiche. Non si sa, dunque, come si accorse di quell'uomo, dietro a un banco malfermo carico di giubbotti e cappotti di pelle ammucchiati come stracci. Si accorse di lui e si fermò e lo guardò, e lui ricambiò il suo sguardo, da dietro il mucchio di maniche fetide di lucido. Lei notò soprattutto il suo sguardo, oltre al fatto che era un uomo alto e nervoso, con le mani strette in tasca, notò subito soprattutto il suo sguardo, indiretto, obliquo, scuro di qualcosa di laido. Quando arrivarono in macchina al castello, mesi più tardi, e la signora Labsente-Costa gli spiegò che il castello era appartenuto a quell'antenata, e indicava il villaggio e i campi e i prati di lavanda intorno, lui scese dalla macchina sull'esplanade e si guardò in giro con la solita aria di sempre, vendicativa, fangosa, forse esasperata da qualcosa di antico e di profondo, e le chiese che cosa diavolo stavano ancora a fare lì fuori, e che lei muovesse il culo e aprisse il ponte levatoio o cosa diavolo. E la signora Labsente-Costa gli disse che niente, voleva solo vederlo camminare su quella terra così scura, e che avrebbe aperto subito il portone, e intanto dentro sentiva qualcosa di potente, un desiderio che non aveva mai provato per un uomo prima di allora, specie quando lo vide poi alzare le spalle e incamminarsi con la sua andatura imbronciata sulla spianata impastata di terra e di sangue. (Maus Columbo, L'amore nell'epoca della sua riproducibilità)

 

 

26 febbraio. Non sono tornata, e il discorso resta fermo al precedente post, 19 febbraio 2010, senza alcuna variazione di emozione o di merito. Ci sono cose che io non posso fare se non esisto. La parola "tutto" non ha più significato. Oppure ce l'ha, ma allora occorre una riflessione più quieta.

 

19 febbraio, 2010. Lui ama lei e lei ama lui. E io che non posso farci niente sono sul treno vuoto, nello scompartimento vuoto, senza parole, un rumore, un viaggio che non si può rimandare, la bocca chiusa, i finestrini sigillati, i sedili distribuiti intorno tutti da scegliere, tutti vuoti, un treno velocissimo, e per fortuna non sono io a guidare questo treno che potrebbe uccidermi.

Le valigie delle cose che dovevamo fare sono lì e non voglio guardarci dentro. Il telefono che fino a ieri squillava tre, quattro volte al giorno mi dice che sono io che mi sono confusa, il telefono non squillava. Vuole che io ci creda, se non voglio soffrire, oppure che soffra pure, se non credo alla nuova verità. Mentre segna il nome di tutti quelli che non sono saliti sul treno per lui, cancella il mio mentre sto viaggiando. Una viaggiatrice invisibile su un treno fantasma, cammino nei corridoi, questo viaggio è stato crudele e inutile, o io non l'ho mai fatto, dovrei dire mentre mi aggiro per i vagoni del treno. Tu non devi, capisci, mi grida, soffrire.

Allora vi parlerò di Bolano, che non mi fa soffrire. Bolano, con l'accento circonflesso, ama molto il realismo nella scrittura, come quasi tutti gli scrittori. A differenza di molti scrittori, però, è capace di far fiorire il realismo direttamente dal fluire della storia, cosicché la sua scrittura è a volte profondamente astratta a volte profondamente realistica. Io...

Non fa fermate, questo treno? Tira dritto.

Io ho scelto un brano da "La pista di ghiaccio", in modo che se ne possa parlare qui. "Sotto un albero enorme le cui radici avevano spezzato il suolo di cemento".

Che cosa volevo dire di questo brano? Avevo pensato di prendermi un vestito a fiori, per questa primavera, ma non ci sono negozi su questo treno sul quale non sono salita.

Il brano da "La pista di ghiaccio" è al centro di una conversazione tra i personaggi, e non serve a niente se non a farvi collocare immediatamente i personaggi sotto questo albero, dove in effetti si trovano. Solo che se Bolano avesse scritto "sotto l'albero", nessuno avrebbe visto l'albero. Gli alberi non si vedono, a dire solo "albero", in una pagina di libro.

Poi? Dov'ero? Ho mal di testa.

Allora si prende qualcosa di molto concreto, qualcosa che davvero fa vedere l'albero. L'albero che non ha modo di mettersi in mostra, che non può essere personaggio, lo diventa con un'azione. Entra in scena con qualcosa che ha fatto, l'albero ha spaccato con le radici il ghiaccio del cemento a terra, e si è infilato davanti a noi con autorità. Un grande albero molto forte può aver fatto questo, e proseguendo nella lettura, sebbene l'albero sia entrato dal basso in scena, noi continuiamo a vedere i personaggi sotto le fronde dell'albero. Dal basso, l'albero si è proiettato in alto, è apparso, esiste c'è, ci parla dal basso e noi lo ascoltiamo in alto. Per tutto il seguito della scena, noi vediamo le fronde dell'albero.

Io non esisto, invece. Scusate, non riesco a parlarvi di Bolano oggi.

 

 

 

18 febbraio, 2010. Ma ragazzi! Ho la sensazione che ci sia un po' di affollamento nel settore "letteratura", di recente. E' diventato uno di quei locali in cui si cammina con il bicchiere sopra la testa, mentre i corpi delle altre persone pigiate ti spostano il vestito addosso e ti fanno cadere le spalline.

Come sempre, quando c'è troppa folla, troppe rivali, troppa competizione, io, che secondo la definizione recente sentita in un film sono una codarda (a coward), mi ritiro a guardare. Non che possa realmente farlo, per lavoro, ma il mio istinto è quello di mangiare un gelato mentre ascolto le sconvolgenti scoperte che tutti i Risvegliati annunciano. Io mangio il gelato perché, ovviamente, mi piace molto guardare sforzi che portano alla vita serena, alla sicurezza economica, al logaritmo esatto di copie vendute, alla Re-te di comunicazioni, al contatto universale tra lettori e alla vib-razione della questione vexata. Però appunto mangio il gelato perché, tanto, dopo tutte le chiacchiere, la polvere deve posarsi. E ci vuole un sacco di tempo.

Ho quasi finito il mio romanzucolo. Lo stalker sarebbe stupito di notare che non parla di lui, e ne sarebbe risentito. La letteratura, in agitazione parossistica per il ritaglio dello spazio vitale, sarebbe stupita di notare che non parla dell'ambiente, del settore e delle problematiche finora sollevate. Non parla di poesia. La fisica quantistica sarebbe delusa dal disinteresse mostrato dal romanzucolo. La filosofia aggrotterebbe la fronte (chi nota la citazione?).

E io con i miei personaggi me ne sto qui a mangiare il gelato. Stando attenta che non coli, non macchi e non appiccichi le dita. I miei personaggi sono molto simpatici, siedono qui con me, in punta di panchina, e il gelato l'hanno già finito. Mi chiedono che cos'è la letteratura, e mentre attacco il gusto nocciola io rispondo.

"Estero".

 

 

14 febbraio, 2010. Siamo vicinissimi. Un visitatore dolcemente autoreferenziale si riferisce ad altro, ma noi siamo vicinissimi perché per me questo è il momento del perigeo per una serie di pensieri e riflessioni che passano di qui.

 

16 febbraio, 2010. Un ringraziamento a Paolo E. per questa segnalazione, e a Paolo per la citazione.

 

15 febbraio, 2010. Pur se brevemente, a volte le emergenze rientrano. Non torno al sito, e mi astengo dalle esternazioni. Tuttavia, io non ritiro le pagine perché mi penta di ciò che scrivo: solo che, accade anche ora, non riesco ad articolare il mio pensiero con un'espressione che non suoni subito, anche a me, pesantemente recriminatoria.

La mia domanda è: dov'è tutto il divertimento che mi era stato anticipato? Perché non c'è? Dov'è il casino, la vita presente, il progetto, il rumore, tutto?

Il giorno in cui riuscirò a trovare le parole, e non sarà facile, lo dirò meglio. Per ora, il mio amico conosce bene la frase "non è giusto". Ecco, per ora, il meglio che riesco a dire è questo: non è giusto.

 

 

 

 

 

14 febbraio, 2010. Sarò assente dal sito a lungo. Un caro saluto a tutti, scusate se a volte mordo ma ho il cuore dilaniato dal dolore, devo essere vicina ai miei familiari ed è meglio se per un po' non scrivo.

 

 

 

13 febbraio, 2010. Eh, sì.

 

 

12 febbraio, 2010. Riflessioni varie. Io credo di dover affrontare prima o poi una riflessione con me stessa sulla sindrome post traumatica da stress. Non ho mai pensato di occuparmene, perché, bizzarramente, considero la cura come un rivolgersi al passato. Però forse.

 

 

10 febbraio, 2010. I giornali devono averne parlato, ma io l'ho appreso oggi e lo scrivo qui. Premessa: è noto che sono innamorata del sito McSweeney, con le sue vicinanze a un certo spirito di San Francisco, con il suo passo a metà tra Swift e Twain, con la sua intelligenza della cultura - altrove circoscritta alla questione della pubblicazione, del libro, o a una lotta per la sopraffazione intellettuale del prossimo che per me è indice di una deriva psicotica. Mi piace l'immane collezione di scritture piccole o grandi che si può leggere online e mi piace la scritta che cambia ogni due o tre giorni sotto il nome di Timothy McSweeney. Ecco, Timothy McSweeney, quello vero, è morto. Eggers ne racconta la storia in diversi testi sul sito. Rest in peace.

 

da Criminal minds di lunedì sera (Reid, che somiglia a me, e Gideon, l'Ineffabile)

Gideon: Non provare niente e non sapere quello che si prova, non sono la stessa cosa.

Reid: (espressione preoccupata)

Gideon: Ma un giorno lo saprai. Quel giorno, voglio che ricordi tre cose: Hai fatto il tuo dovere, e hai salvato la vita di molte persone."

Reid: E la terza?

Gideon: Sono fiero di te.

 

 

6 febbraio, 2010. "L'amore irragionevole che si faceva sgridare. Non giocare con i vestiti buoni, non schizzare nelle pozzanghere, lascia stare quelle maledette rane. Anjelica ascoltava, forse ascoltava, forse faceva finta, irrigidiva il collo, chinava la testa guardando giù, faceva una piega sulla gola dove il sangue affiorava come un signore alle spalle di un villaggio, un cavaliere in difesa di un pascolo. Lei poteva arrendersi, poteva mentire, poteva pentirsi, tanto giurava il sangue." (Maus Columbo, I giocatori di palla nelle paludi)

 

2 febbraio, 2010. Un momento di pausa. Sto lavorando, e in Patagonia Columbo è partito per un'escursione con il dottor Cuman al bosco pietrificato di Jaramil. Quei due-tremila chilometri.

 

30 gennaio, 2010. da Maus Columbo, riceviamo e volentieri pubblichiamo

“Quando un amico bibliotecario di Naguirre – tutte le biblioteche della città sono dotate di connessione a Internet – mi ha inviato via mail il link alla più ampia collezione mondiale di citazioni pirata della mia opera, ho cercato a lungo di capire che cosa fossero le Siete Modernistas e quale fosse il loro legame con l’eresia cattolica novecentesca. Mi preoccupavo, per essere sincero, del rischio di strumentalizzazione cui l’opera di un esule è sempre soggetta: sebbene l’eresia stuzzichi la mia istintiva simpatia, non intendo infatti aprire l’ennesimo contenzioso con l’ortodossia, in ispecie con quella cattolica, almeno non mio malgrado e non in questo periodo della mia vita. Dopo brevi ricerche in Rete, condotte faticosissimamente lavorando su una connessione instabile e, come ho modo di credere, illegale – sebbene il mio cortese ospite, il dottor Cuman Orlovskij della base antartica di Averroa, in Patagonia, insista nel sostenere il contrario - sono riuscito a capire che “Siete Modernistas” non è un sito religioso bensì, se vi è una qualche differenza, un diario letterario dell’autrice y periodista italiana Ida Bozzi. Ignoto nella grafia occidentale all’amico bibliotecario di Naguirre – nonché al mio ospite Orlovskij, che tuttavia legge soltanto Eldredge – quello di Ida Bozzi è un nome presente nel google patagone per sole dodici volte, mentre è citato ben milleseicentonove volte - nella forma traslitterata Eedah Botsi o nella forma abbreviata Ih Bih o Bih Ih o Ih Aibithi Boh o nella grafia precolombiana Ih - nelle famose tavolette di Uluya, dove rappresenta l’entità femminile, l’ellittica dei pianeti, ovvero l’acqua.

Beh, naturalmente no. Sto solo scherzando. O meglio sto aiutando la mia piccola amica italiana Ida a infrangere una promessa difficile da mantenere, quella del realismo: niente più favole, niente più miti per un po’. Così ecco la verità: ci siamo conosciuti via mail e con l’ausilio di robusti allegati abbiamo intrecciato una semplice corrispondenza letteraria, io dalla base Two in Patagonia – purtroppo il nome Averroa è fittizio – lei dal suo studio in Italia. Tuttavia, è indubitabilmente vero che il mio amico bibliotecario a Naguirre trascorre troppo del suo tempo davanti al computer, segnalandomi di tanto in tanto le mie inavvertite apparizioni sui siti altrui, così come è vero che l’acqua della perduta civiltà del deserto di sale di Uluya è evaporata e ripiovuta da qualche altra parte. Soltanto i collegamenti tra tutti noi, come diceva Proust, sono fatti di pensiero. 

Proprio a questo proposito intendo raccontarvi qualche storia, qua e là, nei prossimi giorni. A proposito del pensiero, a proposito dell’immaginario, e a proposito dell’evaporazione dell’acqua.

Con un caro saluto a Ida e a tutti voi.

Maus Columbo,

base Two

anctartic Patagonia, 20095 Ar

29 gennaio 2010.”

 

 

 

 

 

28 gennaio, 2010. Indovinate chi è morto: voi.

 

 

 

 

28 gennaio, 2010. Lo so. Lo capisco. Mi guarda e attribuisce a me ciò che gli hanno detto altri. Ciò che io ho saputo da lui, e ho ascoltato stupita e amareggiata quanto lui. Ma capisco.

Forse non solo la sola a svoltare nel fantastico quando non riesco a reggere.

Due settimane di vacanza, ciao, vi saluto tutti. Ho prenotato nel paese delle fate.

 

23 gennaio, 2010. Mi trovo nello spazio bianco tra l'ultima riga dantesca e la prima di Prufrock. Questa è la numero uno nella mia collezione di silenzi.

S'io credesse che mia risposta fosse

A persona che mai tornasse al mondo,

Questa fiamma starìa senza più scosse.

Ma perciocché giammai di questo fondo

Non tornò vivo alcun, s'i odo il vero,

Senza tema d'infamia ti rispondo.

Let us go then, you and I,

(il resto lo conoscete)

 

21 gennaio, 2010. Per Paola C.

"Teneva la testa indietro e disegnava un arcobaleno con una risata, quando lui le disse, infilando le parole nella curva della sua gola, sotto il mento, dove c'era l'azzurro sangue dei tuffi dagli scogli e l'arancio cera delle candele nei bicchieri, che era finalmente innamorato di un'altra. Che questa sua vacanza era finita. Amica mia, getta via tutta la tua sapienza, cancella il grigio della risacca e offri il tuo corpo ai colori di un maestro d'amore, che sia lui a disegnare su di te le bellissime speranze che insegnano a camminare da soli, ad andare lontano." (Maus Columbo, L'arcobaleno che piange)

 

 

19 gennaio, 2010. Dice che festeggeremo. L'ha già detto. Poi succederà come quella volta? Ma il problema non è quello. Il problema è che io non posso muovermi, sono in scacco matto. Non posso dire, non posso essere. Non so come si fa. So cosa aspettarmi. Ma non so come si fa. Soprattutto, nessuno vuole rendermi infelice. Sarebbe così ingiusto. Così viene costruito un castello di me. Un archivio di tutto ciò che merito, che è troppo per chiunque, anche per me. Io non voglio ciò che merito. Ci sono troppi lati misteriosi e ambivalenti in ciò che merito. E ho la sensazione, come ce l'ha chiunque se pensa bene, che quel che merito non sia affatto ciò che io voglio. Anzi, per la verità, ciò che merito mi fa paura. Vorrei ciò che amo, e credo sia lontano anni luce da ciò che merito.

 

 

domenica è uscito un altro articolo della Bozzi

 

 

15 gennaio, 2009. "Ci avevano reso partecipi di quella follia perché non potevamo che ripercorrere i loro passi, ripensare i loro pensieri, per accorgerci che non uno conduceva a noi." (Le vergini suicide, di J. Eugenides)

 

14 gennaio, 2004. Un mio articolo nell'home page di cultura.

 

Niente date. Niente Comet Hunter. Groenlandia e Islanda unite dai ghiacci (possibilità di fuga? valutare). Comunicazioni varie con Gian Paolo, Giorgio, Lello, Raul, Francesco, Chiara. Una volta si sarebbe detto "mmm, telegrafica!", ora se mi volto e guardo, penso: Twitter.

Che bello, e dopo i telegrammi che cosa ci restituirete? Le epistole (già ci sono)? Il salotto (già c'è)? Il grammofono (già c'è)?

Stiamo ancora aspettando le macchine volanti.

 

Cari lettori, è con disappunto che vi annuncio che la marina degli Stati Uniti non ha ancora riconosciuto la mia scoperta della seconda (e della terza) cometa kamikaze sul Sole (8 gennaio 2010, osservazione a partire dalle ore 12.42 su Lasco C3), perciò anche oggi niente titolo di Comet Hunter (o magari chessò, caporale).

In effetti, è andata così: un tale dr. Bernhard del SOHO mi ha detto che non dovevo segnalare la scoperta alla Nasa, nemmeno al settore SOHO, bensì alla US Navy. Non so per quale motivo. Allora ho scritto alla US Navy (eh, Internet) e ho segnalato anche a loro l'importante questione...

Ok. Silenzio. Cercavo solo di scherzare per distrarvi dai disastri mondiali, e da quelli personali, formichine mie. Ma non ci riesco.

 

14 gennaio, 2009. Niente di tutto questo attiene alla letteratura, almeno dal settembre del 2006. Anzi, "dal settembre del 2006, che io sappia". Volevo dirvelo, nel caso vi sorgesse un dubbio. Niente di tutto questo finirà un giorno nell'antologia che oggigiorno non si nega a nessuno. Io sì, io me la nego. La verità è che ho smesso di scrivere qui i testi veri, per poter osservare le reazioni vere dei miei lettori. Finti. Finti, in quanto dissimulati. Finti in quanto anonimi. Finti quali lettori, finti quali miei lettori. Veri lettori non miei, veri miei non lettori, non veri non miei non lettori, robot di ricerca attraverso i quali i miei lettori diventano non miei e viceversa. Finti lettori di finti testi. Che cosa ne poteva uscire? E' stata una scommessa con un tale, tutto qui. A proposito del virtuale. Egli sosteneva una teoria. Io l'altra, l'opposta diretta. Ora potrei scrivere una tesi.

Non sopporto il termine letteratura. Abbiamo parlato di show. To show vuol dire mostrare. (continua, ma ho dovuto tagliare un articolo troppo lungo, e ora non ce la faccio più. Nemmeno a cancellare e a rimandare a domani. Buonanotte).

 

13 gennaio, 2009. (il ritorno del Re Barbaro)

Il ciambellano dei pipistrellini è sdraiato sul lettino dell'analista, in riva alla spiaggia di Goziers, in Guadeloupe, per una terapia drastica (e non avete idea di quanto siano straordinari gli analisti da spiaggia in Guadeloupe), quando all'improvviso suona il telefono.

"Alò alò?"

"Sire..."

"Oh, Roland, Roland. Hai un minuto?"

"Sire..."

"Oh, scusa, scusa. Sono le quattro del mattino? Ho sbagliato fuso? Oddio, non vorrei averti disturbato..."

Roland osserva il sole che tramonta, e sospira. "Qui sono le otto di sera. Il che significa che LI' sono le quattro del mattino, re. Ti sento un po' agitato."

"Sì. Molto agitato. Oh, non sai quanto. Per questo chiamo. Supponi una donna."

"Sire?"

"Ah, ma che sciocco. Non ti ho chiesto come stai. Come stai? Bene? Com'è l'acqua? Gli squali?"

Roland sospira. Quando il re diventa all'improvviso democratico, c'è di mezzo l'imperatrice Teodora. "Abbiamo la barriera corallina, almeno credo. E quindi gli squali non..."

"Ok, interessante, interessante, ma adesso torniamo a noi. A me. Supponi una donna. Supponi."

"Sire... parlami pure dell'imperatrice Teodora."

"Hih," sibila il re. Ha fatto proprio questo verso, come uno che tocca il fuoco. "Hih." E continua, sempre scottato: "Non nominiamola, ti va? Mi sento troppo vulnerabile in questo momento. Ma tu supponi una donna."

"E..."

"E immagina che questa donna abbracci un uomo."

"Un re uomo?"

"Sì, un re uomo."

"Uhm. Il re uomo ha preso molti calmanti, dopo, vero?"

"Sì, non sai quanti."

"Immagino. Beh, quindi, ora che mi sono immaginato il re uomo che abbraccia l'imperatrice donna..."

"No. Viceversa. L'imperatrice donna che abbraccia il re uomo. Hih."

"Oh..."

"Sì. E subito dopo dice che ha bisogno di coccole."

"Ah."

"Ma aspetta, e subito dopo dice che anch'io... cioè no, che anche il re uomo ha bisogno di coccole."

"Beh..."

"Ma aspetta. E immagina che subito dopo il re uomo scappi. Ma scappi molto velocemente."

"Ma accidenti, re!"
"No, no, no, no, no, no, non aggredirmi così per favore immagina come mi sento io per favore per favore ma non aggredirmi."

"Diamine, re!"

"Hih. Vorrei essere in una grotta."

"Re, tu abiti in una grotta."

"Più profonda. Una voragine."

"Re, tu abiti in una voragine. Davvero è successo questo?"

"Credo. Mi pare. Non ero in me."

Roland sospira. Povero Adaelmo, non è mai nel posto giusto al momento giusto. E' un re quantistico.

"Re..."

"Aiuto."

"Diamine..."

"Aiuto. Ma con molta delicatezza."

"Suvvia..."

"Che cosa posso fare?"

"Un respiro lungo."

"Se faccio un respiro lungo, svengo."

"Un respiro, anche breve."

"Sono scappato, Roland."

"Sire..."

"Sono scappato parlando! Non la finivo più di parlare. E quando sono uscito, ho parlato con il giornalaio, ho parlato con il controllore, ho parlato con il mio vicino in metrò, ho parlato con un tizio che non avevo mai visto e appena sono tornato nella grotta ho telefonato a qualcuno e ho continuato a parlare. C'era la segreteria telefonica e ho lasciato un messaggio!"

"Adaelmo."

"Hih."

"Ti passo il mio analista, vuoi?"

"Freudiano?"

"Junghiano."

"Mi servirebbe un freudiano però."

Mentre il sole tramonta, l'analista di Goziers incrocia le gambe sulla spiaggia bianca del mar dei Tropici, e comincia ad ascoltare per telefono i sogni di un fuggitivo ben deciso a inseguirli e a non farsi raggiungere mai.

 

 

 

10 gennaio, 2010. Le cose a un certo punto prendono una piega seria. In ciò, è impressionante la determinazione con cui a un sacco di gente, quasi a tutti, sfugge il concetto di sfiga piramidale per cui a partire da una recinzione primitiva - che avremmo dovuto abbattere, e amen - è nata la divisione di un pianeta in fettine di possessi. Una volta cominciato, è diventato difficile finire. Ora possiamo sgolarci quanto vogliamo, sul fatto che l'aria è di tutti, che l'acqua è di tutti, che le fettine al supermercato discendono da arcaici vertebrati che in principio abbiamo pure provato a venerare come divinità. Difficile anche rendersi conto che mentre come pazzi vaneggianti gli scienziati continuano a scavare fossili dei primi esseri umani, e a giubilare di qualche vertebra millenaria, nello stesso giorno, nello stesso tempo, gli ultimi esseri umani si pestano e si ammazzano tra loro senza il minimo interesse alla loro propria stessa rilevanza archeologica.

 

 

6 gennaio, 2010. Lista dei lavori che non ho potuto fare per ovvi motivi. 1. Il parroco.

 

5 gennaio, 2009. Tutto ciò che si può fare, nei riguardi dell'Impossibile, è precisare la sua definizione e il suo ambito. La dimensione dell'Impossibile è lievemente cambiata dai tempi dell'albero del Bene e del Male a oggi, e ciò lo si deve esclusivamente a chi l'Impossibile lo ha sfidato. E sebbene ognuno di questi coraggiosi abbia perso la sfida, ha però illuminato qualche angolo che non era davvero Impossibile. La soddisfazione del Possibile e l'insoddisfazione dell'Impossibile non sono paragonabili, l'uno è il Paradiso e l'altro è l'Inferno. Il Possibile soddisfa entro determinati limiti i desideri dell'individuo, e si basa su un ragionamento molto semplice e naturale: "dal momento che un giorno dovrò comunque incontrarmi con l'Impossibile, fino a quel giorno ciò che posso prendere e dare è tutto di guadagnato. Nel frattempo io so fare questo e questo, perché non farlo, anche se è perfettamente superfluo? Anche il resto è superfluo." Non è malvagio ragionare così, è solo fatalista.

L'Impossibile è potente, indifferente e indifferentemente maligno o benigno. Le formichine vengono spazzate via e non hanno modo di capire quasi neppure che cosa le ha travolte, un'onda sulla spiaggia, la scarpa di uno che fa jogging, la pantofola di una tipa che per vedere che tempo fa mette un piede sulla soglia. La stessa onda il giorno prima ha portato loro un gamberetto da spolpare. La scarpa dello jogger ieri ha sbriciolato un'impervia crosta di pane. La tipa ha scrollato le briciole sulla soglia del formicaio. Oggi sono killer.

L'Impossibile è di questa pasta. C'era un gruppo di dei che rideva e scherzava lassù in cima, e un tale decise che era il momento buono per andare a rubargli il fuoco. Aquile che lo divoravano vivo sono state il bel premio alla sua impresa. Tuttavia, io adesso mi accendo una sigaretta. E questa non è una fiaba, è un mito, perché il fuoco, che oggi c'è, prima non c'era, chiunque sia stato a provvederlo.

E' possibile che l'Impossibile un giorno scompaia? Non credo. Ma se l'Impossibile un giorno si ridurrà a una costellazione nel cielo, a una Terra lontana che guarderemo tirando il fiato perché non abitiamo più in quel posto d'inferno, lo dovremo a Prometeo.

Tipo.

 

 

gennaio, 2010. Essere i più brillanti, i migliori, i più ricercati ed efficaci del proprio giro, già di per sé inavvicinabile. Avere la propria firma su tutte le proprie idee (e anche su qualcuna altrui), e vedere le proprie idee indossate come abiti. Essere ciò che tutti aspettavano ma non si aspettavano, e compiere la magia. Essere amati senza condizioni, come dei, ricevere l'amore come un premio (letterario?), talmente dovuto che anche quando si dice grazie lo si fa per cortesia, come l'artista ringrazia dopo un'interpretazione eccezionale. Essere il metro di giudizio di molte cose, e nella propria concezione di Meraviglia starci dentro tre volte, figurarsi in quella degli altri.

Questo è il Possibile. Molti lo ottengono, non tutti. E' una partita in cui si può essere vincenti o perdenti, a seconda del proprio talento, e vincerla consegna spesso alla Storia, perderla all'invidia.

Domani però parliamo dell'Impossibile.

Della partita che non si vince mai, per definizione, e cui si partecipa attraverso il sacrificio. Quella che certe volte è necessario giocare, e nessuno sa perché. Quasi nessuno.

 

 

2 gennaio, 2010. Avevo la febbre. Volevo uscire, andarmene, ammalarmi di più. E' stato molto bello che qualcuno mi dicesse "no, non devi uscire, devi riposarti". Io faccio fatica a credere che qualcuno mi voglia bene. Una fatica che voi non immaginate. La considero un'illusione che devo derubricare se voglio sopravvivere. E mi dico: "Hai assolutamente ragione, non devi credere più a niente". Però stavolta ho deciso di credere. Così non sono quasi uscita. Non sono uscita, mi sono riposata. Quasi. Solo sotto casa a prendere il caffè. Perché beh insomma, se qualcuno mi vuole bene mi sento meglio. Non tanto, appena meglio. Il tanto che basta per sentire di nuovo la fitta dell'incredulità, e tornare al coperto.

Vorrei gridare, ma naturalmente non grido.

 

4 gennaio, 2010. Registrate pure quello che dico. Ed ecco cosa dico: a me piace scoprire nuovi mondi, mi piace beh, mi piace avere un progetto e poi, magari, sbagliarlo. Mi piace sollevare i sassi e poi, naturalmente, trovarci sotto il serpente (e se il serpente non c'è?). Intanto mi piace sollevare i sassi. E' certo che, come chiunque, faccio tutto questo soprattutto per me, perché non ho nessuno che mi vegli, e andare allo sbaraglio è l'unico abbraccio che ho, di mondi, sassi, serpenti, aria, pianeti. Mi occupo di questioni del tutto marginali, così pensate voi ("serpenti, sassi e pianeti? vivaddio"), che vi occupate di civiltà: ed è certo che avete ragione.

Ma non mi avete abbracciato. Non mi avete tenuto qui. Non ho nessun cuore. E allora me ne vado a fare un giro, tanto che me ne importa?

Ulisse era un noioso che voleva tornare a casa. Atlante era un antipatico che non voleva visite. Apollo girava e girava sempre negli stessi posti. Anche Ermes faceva la spola. Calipso era una trombamica che aspettava la prossima nave. Zeus credo l'abbiano fatto anche presidente all'assemblea di condominio.

Io non ci sono da nessuna parte.

 

 

Quando sarò più seria, parleremo della famosa crittografia in cui non tutti i segni hanno un significato. Ma adesso finitela di far rumore. Il gatto è entrato nel pianoforte (attraverso uno strappo nel rivestimento) per lo spavento. A me, e anche a voi, auguro un anno in cui ci si possa essere, ma si possa anche svicolare.

Col cavolo che mi fregate con l'Augurio Assoluto.

 

Gennaio 2010 . La notte dell'incendio, presso il più antico popolo del mondo, nella prima accademia matematica mai aperta, c'era una grande lavagna su cui era scritto "2+2=4". L'unico accademico rimasto a far la guardia ai conti e ai teoremi, risvegliato dal rumore dei primi crolli e dal calore delle fiamme, tentò scappando di salvare il salvabile. Afferrò la lavagna e fece per correre fuori. Ma forse perché inciampò nei calzari primitivi (o forse perché la palafitta su cui aveva sede l'arcaica accademia era ormai instabile, o forse perché la lavagna era troppo pesante), egli cadde e fece cadere la lavagna. La lastra si spezzò in due. Sulla prima metà era scritto "2+2", sull'altra "4". L'accademico capì di non essere abbastanza robusto per sollevare e trasportare in salvo entrambi i frammenti, allora si fermò, pensò, e dopo qualche esitazione decise di portare con sé la parte su cui era scritto "2+2".

Naturalmente, migliaia di anni più tardi, nel museo in cui era esposta (tra pochi reperti bruciaticci) la lavagna salvata, quella del "2+2", ogni visitatore si sbellicava dal ridere nel constatare quanto arretrata fosse stata la conoscenza umana in quei tempi remoti. Anche maggiore ilarità suscitava il cartoncino affisso dalla direzione del museo accanto al frammento di lavagna, a mo' di spiegazione: "Tale iscrizione è la prova che l'antico popolo possedeva una profonda conoscenza della matematica". Nessuno comprendeva quant'era stato saggio l'antico accademico.

Ciò accade anche in certi romanzi, in cui un saggio autore, invece di raffigurare se stesso nella lunatica prosopopea di un eroe perfetto, non esita a lasciar credere di essere un semplice hidalgo o una peccatrice banale.

 

 

25 dicembre, 2009. Thanks to The Washington Post, we present here "A child's Christmas in Wales", by Dylan Thomas. Ok, don't tell it to The Washington Post, anyway. And Merry Xmas.

One Christmas was so much like another, in those years around the sea-town corner now and out of all sound except the distant speaking of the voices I sometimes hear a moment before sleep, that I can never remember whether it snowed for six days and six nights when I was twelve or whether it snowed for twelve days and twelve nights when I was six.


All the Christmases roll down toward the two-tongued sea, like a cold and headlong moon bundling down the sky that was our street; and they stop at the rim of the ice-edged fish-freezing waves, and I plunge my hands in the snow and bring out whatever I can find. In goes my hand into that wool-white bell-tongued ball of holidays resting at the rim of the carol-singing sea, and out come Mrs. Prothero and the firemen.

It was on the afternoon of the Christmas Eve, and I was in Mrs. Prothero's garden, waiting for cats, with her son Jim. It was snowing. It was always snowing at Christmas. December, in my memory, is white as Lapland, though there were no reindeers. But there were cats. Patient, cold and callous, our hands wrapped in socks, we waited to snowball the cats. Sleek and long as jaguars and horrible-whiskered, spitting and snarling, they would slink and sidle over the white back-garden walls, and the lynx-eyed hunters, Jim and I, fur-capped and moccasined trappers from Hudson Bay, off Mumbles Road, would hurl our deadly snowballs at the green of their eyes. The wise cats never appeared.

We were so still, Eskimo-footed arctic marksmen in the muffling silence of the eternal snows - eternal, ever since Wednesday - that we never heard Mrs. Prothero's first cry from her igloo at the bottom of the garden. Or, if we heard it at all, it was, to us, like the far-off challenge of our enemy and prey, the neighbor's polar cat. But soon the voice grew louder.
"Fire!" cried Mrs. Prothero, and she beat the dinner-gong.

And we ran down the garden, with the snowballs in our arms, toward the house; and smoke, indeed, was pouring out of the dining-room, and the gong was bombilating, and Mrs. Prothero was announcing ruin like a town crier in Pompeii. This was better than all the cats in Wales standing on the wall in a row. We bounded into the house, laden with snowballs, and stopped at the open door of the smoke-filled room.

Something was burning all right; perhaps it was Mr. Prothero, who always slept there after midday dinner with a newspaper over his face. But he was standing in the middle of the room, saying, "A fine Christmas!" and smacking at the smoke with a slipper.

"Call the fire brigade," cried Mrs. Prothero as she beat the gong.
"There won't be there," said Mr. Prothero, "it's Christmas."
There was no fire to be seen, only clouds of smoke and Mr. Prothero standing in the middle of them, waving his slipper as though he were conducting.
"Do something," he said. And we threw all our snowballs into the smoke - I think we missed Mr. Prothero - and ran out of the house to the telephone box.
"Let's call the police as well," Jim said. "And the ambulance." "And Ernie Jenkins, he likes fires."

But we only called the fire brigade, and soon the fire engine came and three tall men in helmets brought a hose into the house and Mr. Prothero got out just in time before they turned it on. Nobody could have had a noisier Christmas Eve. And when the firemen turned off the hose and were standing in the wet, smoky room, Jim's Aunt, Miss. Prothero, came downstairs and peered in at them. Jim and I waited, very quietly, to hear what she would say to them. She said the right thing, always. She looked at the three tall firemen in their shining helmets, standing among the smoke and cinders and dissolving snowballs, and she said, "Would you like anything to read?"

Years and years ago, when I was a boy, when there were wolves in Wales, and birds the color of red-flannel petticoats whisked past the harp-shaped hills, when we sang and wallowed all night and day in caves that smelt like Sunday afternoons in damp front farmhouse parlors, and we chased, with the jawbones of deacons, the English and the bears, before the motor car, before the wheel, before the duchess-faced horse, when we rode the daft and happy hills bareback, it snowed and it snowed. But here a small boy says: "It snowed last year, too. I made a snowman and my brother knocked it down and I knocked my brother down and then we had tea."

"But that was not the same snow," I say. "Our snow was not only shaken from white wash buckets down the sky, it came shawling out of the ground and swam and drifted out of the arms and hands and bodies of the trees; snow grew overnight on the roofs of the houses like a pure and grandfather moss, minutely -ivied the walls and settled on the postman, opening the gate, like a dumb, numb thunder-storm of white, torn Christmas cards."

"Were there postmen then, too?"
"With sprinkling eyes and wind-cherried noses, on spread, frozen feet they crunched up to the doors and mittened on them manfully. But all that the children could hear was a ringing of bells."
"You mean that the postman went rat-a-tat-tat and the doors rang?"
"I mean that the bells the children could hear were inside them."
"I only hear thunder sometimes, never bells."
"There were church bells, too."
"Inside them?"
"No, no, no, in the bat-black, snow-white belfries, tugged by bishops and storks. And they rang their tidings over the bandaged town, over the frozen foam of the powder and ice-cream hills, over the crackling sea. It seemed that all the churches boomed for joy under my window; and the weathercocks crew for Christmas, on our fence."

"Get back to the postmen"
"They were just ordinary postmen, found of walking and dogs and Christmas and the snow. They knocked on the doors with blue knuckles ...."
"Ours has got a black knocker...."
"And then they stood on the white Welcome mat in the little, drifted porches and huffed and puffed, making ghosts with their breath, and jogged from foot to foot like small boys wanting to go out."
"And then the presents?"
"And then the Presents, after the Christmas box. And the cold postman, with a rose on his button-nose, tingled down the tea-tray-slithered run of the chilly glinting hill. He went in his ice-bound boots like a man on fishmonger's slabs.
"He wagged his bag like a frozen camel's hump, dizzily turned the corner on one foot, and, by God, he was gone."

"Get back to the Presents."
"There were the Useful Presents: engulfing mufflers of the old coach days, and mittens made for giant sloths; zebra scarfs of a substance like silky gum that could be tug-o'-warred down to the galoshes; blinding tam-o'-shanters like patchwork tea cozies and bunny-suited busbies and balaclavas for victims of head-shrinking tribes; from aunts who always wore wool next to the skin there were mustached and rasping vests that made you wonder why the aunts had any skin left at all; and once I had a little crocheted nose bag from an aunt now, alas, no longer whinnying with us. And pictureless books in which small boys, though warned with quotations not to, would skate on Farmer Giles' pond and did and drowned; and books that told me everything about the wasp, except why."

 

"Go on the Useless Presents."
"Bags of moist and many-colored jelly babies and a folded flag and a false nose and a tram-conductor's cap and a machine that punched tickets and rang a bell; never a catapult; once, by mistake that no one could explain, a little hatchet; and a celluloid duck that made, when you pressed it, a most unducklike sound, a mewing moo that an ambitious cat might make who wished to be a cow; and a painting book in which I could make the grass, the trees, the sea and the animals any colour I pleased, and still the dazzling sky-blue sheep are grazing in the red field under the rainbow-billed and pea-green birds. Hardboileds, toffee, fudge and allsorts, crunches, cracknels, humbugs, glaciers, marzipan, and butterwelsh for the Welsh. And troops of bright tin soldiers who, if they could not fight, could always run. And Snakes-and-Families and Happy Ladders. And Easy Hobbi-Games for Little Engineers, complete with instructions. Oh, easy for Leonardo! And a whistle to make the dogs bark to wake up the old man next door to make him beat on the wall with his stick to shake our picture off the wall. And a packet of cigarettes: you put one in your mouth and you stood at the corner of the street and you waited for hours, in vain, for an old lady to scold you for smoking a cigarette, and then with a smirk you ate it. And then it was breakfast under the balloons."

"Were there Uncles like in our house?"
"There are always Uncles at Christmas. The same Uncles. And on Christmas morning, with dog-disturbing whistle and sugar fags, I would scour the swatched town for the news of the little world, and find always a dead bird by the Post Office or by the white deserted swings; perhaps a robin, all but one of his fires out. Men and women wading or scooping back from chapel, with taproom noses and wind-bussed cheeks, all albinos, huddles their stiff black jarring feathers against the irreligious snow. Mistletoe hung from the gas brackets in all the front parlors; there was sherry and walnuts and bottled beer and crackers by the dessertspoons; and cats in their fur-abouts watched the fires; and the high-heaped fire spat, all ready for the chestnuts and the mulling pokers. Some few large men sat in the front parlors, without their collars, Uncles almost certainly, trying their new cigars, holding them out judiciously at arms' length, returning them to their mouths, coughing, then holding them out again as though waiting for the explosion; and some few small aunts, not wanted in the kitchen, nor anywhere else for that matter, sat on the very edge of their chairs, poised and brittle, afraid to break, like faded cups and saucers."

 

Not many those mornings trod the piling streets: an old man always, fawn-bowlered, yellow-gloved and, at this time of year, with spats of snow, would take his constitutional to the white bowling green and back, as he would take it wet or fire on Christmas Day or Doomsday; sometimes two hale young men, with big pipes blazing, no overcoats and wind blown scarfs, would trudge, unspeaking, down to the forlorn sea, to work up an appetite, to blow away the fumes, who knows, to walk into the waves until nothing of them was left but the two furling smoke clouds of their inextinguishable briars. Then I would be slap-dashing home, the gravy smell of the dinners of others, the bird smell, the brandy, the pudding and mince, coiling up to my nostrils, when out of a snow-clogged side lane would come a boy the spit of myself, with a pink-tipped cigarette and the violet past of a black eye, cocky as a bullfinch, leering all to himself.

 

I hated him on sight and sound, and would be about to put my dog whistle to my lips and blow him off the face of Christmas when suddenly he, with a violet wink, put his whistle to his lips and blew so stridently, so high, so exquisitely loud, that gobbling faces, their cheeks bulged with goose, would press against their tinsled windows, the whole length of the white echoing street. For dinner we had turkey and blazing pudding, and after dinner the Uncles sat in front of the fire, loosened all buttons, put their large moist hands over their watch chains, groaned a little and slept. Mothers, aunts and sisters scuttled to and fro, bearing tureens. Auntie Bessie, who had already been frightened, twice, by a clock-work mouse, whimpered at the sideboard and had some elderberry wine. The dog was sick. Auntie Dosie had to have three aspirins, but Auntie Hannah, who liked port, stood in the middle of the snowbound back yard, singing like a big-bosomed thrush. I would blow up balloons to see how big they would blow up to; and, when they burst, which they all did, the Uncles jumped and rumbled. In the rich and heavy afternoon, the Uncles breathing like dolphins and the snow descending, I would sit among festoons and Chinese lanterns and nibble dates and try to make a model man-o'-war, following the Instructions for Little Engineers, and produce what might be mistaken for a sea-going tramcar.


Or I would go out, my bright new boots squeaking, into the white world, on to the seaward hill, to call on Jim and Dan and Jack and to pad through the still streets, leaving huge footprints on the hidden pavements.
"I bet people will think there's been hippos."
"What would you do if you saw a hippo coming down our street?"
"I'd go like this, bang! I'd throw him over the railings and roll him down the hill and then I'd tickle him under the ear and he'd wag his tail."
"What would you do if you saw two hippos?"

Iron-flanked and bellowing he-hippos clanked and battered through the scudding snow toward us as we passed Mr. Daniel's house.
"Let's post Mr. Daniel a snow-ball through his letter box."
"Let's write things in the snow."
"Let's write, 'Mr. Daniel looks like a spaniel' all over his lawn."
Or we walked on the white shore. "Can the fishes see it's snowing?"

The silent one-clouded heavens drifted on to the sea. Now we were snow-blind travelers lost on the north hills, and vast dewlapped dogs, with flasks round their necks, ambled and shambled up to us, baying "Excelsior." We returned home through the poor streets where only a few children fumbled with bare red fingers in the wheel-rutted snow and cat-called after us, their voices fading away, as we trudged uphill, into the cries of the dock birds and the hooting of ships out in the whirling bay. And then, at tea the recovered Uncles would be jolly; and the ice cake loomed in the center of the table like a marble grave. Auntie Hannah laced her tea with rum, because it was only once a year.

Bring out the tall tales now that we told by the fire as the gaslight bubbled like a diver. Ghosts whooed like owls in the long nights when I dared not look over my shoulder; animals lurked in the cubbyhole under the stairs and the gas meter ticked. And I remember that we went singing carols once, when there wasn't the shaving of a moon to light the flying streets. At the end of a long road was a drive that led to a large house, and we stumbled up the darkness of the drive that night, each one of us afraid, each one holding a stone in his hand in case, and all of us too brave to say a word. The wind through the trees made noises as of old and unpleasant and maybe webfooted men wheezing in caves. We reached the black bulk of the house. "What shall we give them? Hark the Herald?"
"No," Jack said, "Good King Wencelas. I'll count three." One, two three, and we began to sing, our voices high and seemingly distant in the snow-felted darkness round the house that was occupied by nobody we knew. We stood close together, near the dark door. Good King Wencelas looked out On the Feast of Stephen ... And then a small, dry voice, like the voice of someone who has not spoken for a long time, joined our singing: a small, dry, eggshell voice from the other side of the door: a small dry voice through the keyhole. And when we stopped running we were outside our house; the front room was lovely; balloons floated under the hot-water-bottle-gulping gas; everything was good again and shone over the town.
"Perhaps it was a ghost," Jim said. "
Perhaps it was trolls," Dan said, who was always reading.
"Let's go in and see if there's any jelly left," Jack said. And we did that.

Always on Christmas night there was music. An uncle played the fiddle, a cousin sang "Cherry Ripe," and another uncle sang "Drake's Drum." It was very warm in the little house. Auntie Hannah, who had got on to the parsnip wine, sang a song about Bleeding Hearts and Death, and then another in which she said her heart was like a Bird's Nest; and then everybody laughed again; and then I went to bed. Looking through my bedroom window, out into the moonlight and the unending smoke-colored snow, I could see the lights in the windows of all the other houses on our hill and hear the music rising from them up the long, steady falling night. I turned the gas down, I got into bed. I said some words to the close and holy darkness, and then I slept.

(Dylan Thomas)

 

dicembre 2009. Essere una roccia, innalzata lì con le braccia incrociate. Rock.

(Uluru, the Ayers Rock)

 

 

 

 

 

23 dicembre, 2009. Recensione sul Corriere.

 

dicembre, 2009. Per motivi familiari, non sono in vena di festeggiamenti.

The Game.

A Liri Svensson per Natale avevano regalato un nuovo gioco. Non riuscirai più a staccartene. The Game funzionava così: ti davano un biglietto con un codice, tu componevi il codice sul tuo telefonino, e da quel giorno Qualcuno, sempre lo stesso, ti telefonava ogni giorno della tua vita alla stessa ora, fino a quando non cancellavi l'abbonamento con un altro codice. E' bello, provalo. Aveva gettato il biglietto in un cassetto insieme agli auguri e ai versamenti per beneficenza fatti a suo nome, e se ne era dimenticata per oltre un mese. Una sera, in gennaio, mentre preparava il mucchio della carta per il bidone del riciclo, aveva ritrovato il biglietto con il codice. Non era contenta dei regali di Natale che aveva ricevuto, oppure non era contenta della giornata che aveva passato, oppure il lungo giorno artico cominciava ad avere su di lei l'effetto peggiore, e così, anche se non capiva quale divertimento le potesse venire da un abbonamento al saluto quotidiano, aveva deciso di provare. Aveva composto il codice sul telefonino. Erano le otto e ventidue di sera. Subito era stata richiamata.

Ciao Liri Svensson, mi chiamo Alo, Alo Andersson.

Beh, ciao, Alo. Beh. Alò.

Beh.

Sei una voce registrata o... Insomma. Beh. Eccoci qui.

Già.

Cioè. C'è anche un contenuto in queste telefonate, o...

Dipende.

Dipende da me?

Anche.

Allora... Beh. E' il tuo lavoro? Voglio dire, fai un lavoro un po' di merda, o sbaglio?

Sì.

Sì? Nel senso che sì mi sbaglio?

Nel senso che sì, faccio un lavoro un po' di merda.

Beh. Io scherzavo, non era... Non era per offenderti. Quindi come funziona? Tu mi telefoni domani... E chessò, mi dici le previsioni del tempo?

Non so che tempo fa. Non guardo mai fuori.

Che palle. Beh, senti, Alo o come ti chiami... grazie per il disturbo, ringrazia Barbara e Sonja per il regalo, ma... Non disturbarti a chiamare, domani. D'accordo?

Aveva riappeso e aveva gettato nel bidone del riciclo il biglietto con il codice. A notte fonda, mentre il camion dei rifiuti passava davanti a casa sua e caricava il bidone della carta, Liri dormiva. Non poteva ancora immaginare quanto si sarebbe pentita di avere chiuso occhio quella notte, e di essere un'ecologista. E, anche, di molto altro.

(segue)

 

 

 

21 dicembre, 2009. Mi domando sempre a che cosa servono le medaglie sulle bare dei soldati. Rispondo: alle famiglie. Non so se è così vero. Mi domando: a che cosa servono le immagini dei crocifissi. Rispondo: ai fedeli. Non ne sono sicura.

Ma sono vicina a sapere che cosa si prova quando si perde la propria battaglia e si guarda la propria bandiera issata da qualcun altro contro il vento.

 

 

19 dicembre, 2009. Un desiderio soddisfatto. Questa è la mia unica notte di vacanza in tutto l'anno. Certo, avrei voluto trascorrerla in un altro modo, ma non vanno così le cose.

Però intanto, per una notte in tutto l'anno, ho avuto la mia vacanza. Vorrei solo non sentirmi in colpa, per essere rimasta sveglia fino a tardi a leggere un libro che non dovrò recensire. Ma proprio il fatto di essere rimasta sveglia fino a tardi è, in effetti, ciò di cui consiste la mia vacanza, quindi a poco a poco, mentre avanza la notte, vedrò di farmi passare il senso di colpa. Un mio amico mi ha prestato un libro, e io sono a pagina quattrocento, and counting, nemmeno a metà.

Il fatto di avere visto, a casa di qualcun altro, la coperta sul piumone e l'atmosfera ovattata del rifugio, mi ha dato un senso di... mmm... come lo chiamate voi? aspetta. Mi sono proprio dimenticata... umanes... umanit... no, somiglia, ma non... Calore umano. Ecco come lo chiamate. Calore umano. Sììì. Sapete quella sensazione... Non saprei come descriverla. Farò dei tentativi, ma non sono del tutto certa che... Come quando si è su un traghetto, e piove, e i sedili sono tutti bagnati, e fa il freddo che fa sui traghetti ("viaggiai", Educazione sentimentale di Flaubert) e tutti i vestiti sono umidi e i bagagli sono pesanti, ma all'improvviso si scopre che c'è anche una sala coperta, con delle poltrone e del caffé caldo, e si può pure fumare. Ecco. Ma questo è solo calore. Oppure quando si partecipa a una di quelle gite lunghissime, tutte a piedi, escursioni tremende, su sentieri di montagna o in grotte, o in selvaggi musei per giganti, e si procede di passo in passo sapendo che a ogni passo in là corrisponderà poi un passo in qua al ritorno, e si desume che dal momento che non si arriva mai allora non si tornerà mai, ma allo stremo delle forze - verso la quarta sala Velasquez - ci si accorge che non solo si è in cima, o in fondo o alla sala XXXII, ma che per tornare c'è un delizioso trenino a cremagliera, o ascensore o uscita sul retro. Ecco. Ma questo è solo sollievo.

Oppure guardare per un attimo dalla stessa finestra.

Dopo mille millenni. Un attimo dalla stessa finestra. Questo è così poco, in effetti. Come una sola notte di vacanza.

Torno a leggere-

 

18 dicembre, 2009. Quando ero molto piccola, ma più piccola del solito, guardavo spesso fuori dalla finestra della mia camera. In piena notte mi svegliavo e guardavo fuori. C'era una casupola, sul retro della mia casa di allora. Io abitavo nel palazzo e sotto la mia finestra c'era una casupola sul cui tetto avrei potuto saltare. Conoscevo le pozzanghere di quel tetto, conoscevo l'alone umido intorno al camino mentre tutto il resto era coperto di neve, nutrivo piccioni e probabilmente topi su quel tetto. L'intera casupola non era più grande della mia camera, e io sul tetto disegnavo con il dito le stanze che immaginavo essere nella casupola, qui una cucina, qui un bagno, qui una camera. Pensavo. Quando giocavo a pallone in cortile, non lanciavo mai la palla contro le pareti della casupola. Perché ero così? Perché non mi divertivo come tutti gli altri a far impazzire la gente che abitava in quella casa a forza di colpi di pallone? Ero così seria, alla fine tutti si arrabbiavano con me per quella storia del pallone. Ancora oggi, so di non attirarmi nessuna simpatia mentre lo racconto.

Ma ancora oggi valuto le persone in base al loro uso del pallone.

 

15 dicembre, 2009. Sono qui per riproporvi la lettura di un autore che abbiamo tutti letto quando il rumore era troppo forte fuori dalle nostre teste, e poco nelle nostre. Ora che un silenzio di Terra del Fuoco ci circonda, mentre le nostre teste fanno il rumore di quelle macchine noiose che continuano a ricaricare per tutta la notte, come vecchi condizionatori o frigoriferi scassati, è venuto il momento di rileggere Borges.

Poco per volta, e non tutto insieme come vorrebbero i cactus. Leggendolo poco per volta ci si accorge che anche Borges, dopotutto, è stato un essere umano (se lo si legge tutto insieme, questo effetto manca). Non si è affatto occupato di un sapere astratto e libresco, come appare aggirandosi tra i cactus. Si è occupato, compito difficile, di saltare tre passi oltre tutte le possibili riflessioni, obiezioni, congetture, che abitualmente nei romanzi comuni troviamo sotto forma di realismo descrittivo, personaggi, azione, flashback, accidenti insomma, per arrivare a un'apparente denaturazione dalla quale è difficile, e tutto sommato inutile, tornare indietro alle solite chiacchiere.

In Finzioni, nella Biblioteca di Babele, c'è una frase molto breve che è paradigmatica. Tra i vari elementi costitutivi dell'universo biblioteca, quasi subito, sono descritte le lampade, ovvero le stelle.

Ecco, io sono convinta che questa breve frase, che anni fa, scalpiccianti su montagne e rovine tutto sommato vuote, sebbene ancora sconosciute, non abbiamo nemmeno notato, oggi ci possa far fermare. Possa spingerci, addirittura, a rileggere molte frasi cui abbiamo dedicato un'attenzione frettolosa o nessuna attenzione - parlo delle frasi del nostro cuore - con un'intelligenza diversa, da illuminati se vogliamo. Ecco come Borges parla delle Stelle.

"La luce che emettono è insufficiente, incessante."

A parte le infinite reminiscenze culturali, dalla filosofia ai testi classici, che questa frase contiene (e a tutti i possibili rimandi a poesie come "los Justos" che i borgesiani possano immaginare), bisogna saper dipanare la matassa di esperienze umane che la compongono. Parla di illusioni e disillusioni plurali e non singolari (poiché la scelta del tempo presente del verbo è come quella dell'imperfetto, ma più sfumata, dà il senso del reiterato continuo e istantaneo insieme), ripetute, diuturne, "la luce che emettono è insufficiente, incessante", non c'è nessuna avversativa, non c'è il "ma" prima di "incessante", sono sforzi prometeici E (anzi, non c'è nemmeno la congiunzione e), appunto perciò umani, "la luce che emettono è insufficiente, incessante", grandi speranze E piccole riuscite, ma nuovi tentativi, un tentativo continuo, infinito, e se considerate che tutto questo sforzo, nel racconto, è fatto da qualche Sole che tenta di illuminare il buio infinito dell'universo, capite che non c'è niente di libresco in questa frase, ma anzi c'è molta più commozione e consapevolezza, e sguardo umano, di quanto non ve ne sia in quattrocento pagine di sbattimento alla cieca di un qualche eroe generalmente senza pietà tra cactus acidi e frigoriferi rumorosi.

Questa piccola frase di un grande (issimo) scrittore, "La luce che emettono è insufficiente, incessante", dice che i nostri tentativi sono evidentemente infruttuosi, ma che non smetteranno mai. E che, per quanto poca sia, la luce che fanno appartiene - con tutti i suoi limiti - alla realtà, esattamente quanto il soverchiante buio.

Lo si capisce nelle tarde ore della notte, aspettando che questa debole luce risorga. Ciao, miei cari giusti, riposiamoci un po'.

 

 

 

12 dicembre, 2009. Saluto i poeti con il pezzo che ho scritto su Antonio Porta. Poi ho scritto su Larsson. Questo per quanto riguarda la mia attività.

Alcune delle cose che non sappiamo riguardano l'arancia nel cielo, quel coso che chiamiamo Sole. Non abbiamo idea di come funzionino le macchie solari, abbiamo una vaga idea del famoso ciclo undecennale ma nessuna idea delle variazioni di lungo periodo: fantasiosamente, Pascal immaginava che noi fossimo divorati dall'universo, ma capaci di concepirlo con il pensiero... Pat pat, Pascal: sei un genio, non dico di no, ma noi con il pensiero non concepiamo un'arancia, fatichiamo perfino a orientarci con l'idea, la rappresentazione e la realtà dell'arancia. Figurarsi concepire il Sole, che guardiamo quasi per la prima volta (nonostante migliaia di anni di occhi fissi puntati a) mentre studiamo la fisica dei plasmi.

Altre cose che non sappiamo, a parte per esempio la vera dinamica del Dna, o l'origine e il senso di materia ed energia oscura, o la dimensione dell'universo, o la storia dell'universo prima della nascita della luce (e secondo me c'è qualcosa di profondamente incongruo anche nella nostra percezione del tempo, ma un giorno ne parleremo), o il motivo per cui l'universo antico è più lento dell'universo attuale (ma che big bang è? un bang che parte piano e poi accelera? suvvia), e queste sono solo alcune delle faccende estreme, per le quali fatichiamo, come lattanti, anche a formulare l'esatta domanda.

Direi pertanto che il postmoderno è un comodo rifugio per pigri che non hanno voglia di studiare. Questo per quanto riguarda le mie opinioni.

Infine, voglio il suo cappotto doppiopetto, i suoi guanti e anche il suo elicottero, non so perché ma io che non volo scommetto che saprei guidare benissimo un elicottero, specie nel volo radente su spiaggia. Questo per quanto riguarda il mio rapporto con gli elicotteri.

 

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disegno perché non ho voglia di scrivere, oggi scrivere non è la sbadataggine giusta, parafrasando Proust (cito solo autori con la P, oggi, domani Q, poi R, poi S, fate caso che le lettere di SPQR sono tutte vicine, poi T, poi U V Z, poi finiranno i tondi a S. Pietro e non ci sarà più posto per altri papi e allora verrà la fine del mondo? non scrivo perché oggi penso, ma anch'io, non a cose serie).

 

 

non so se sono così triste, ma mi piace il disegno

(gli angeli sono irritanti, lo so, sono fratellini dei diavoletti)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8 dicembre, 2009. Crepe gigantesche sul sole.

8 dicembre, 2009. Ritengo che lo stalker, con la famosa frase "pochini ida", si riferisca ai miei soldi. Beh, soldi proprio non ne ho, zero, nada, minga, potreste anche versare qualche offerta, scrocconi. Chissà, magari con un'alimentazione migliore anche le metafore tornerebbero a splendere.

Oggi ho mangiato pane e burro. E' quel che ho in casa (il pane era surgelato). E' Natale, non vi si muove il recettore della commozione, lì nel vostro sincrotrone?

 

7 dicembre, 2009. Ma critichiamolo, santiddio, questo mondo. Dunque, io ho linkato qui la versione storica di I can''t help falling in love, cantata da Elvis. Ma a dire la verità anch'io ne cercavo, come chiunque, una versione un filo più ritmata. Mi sono imbattuta in cose che voi umani non potete nemmeno immaginare, per esempio questo video degli ATeens, indirizzato spero agli amanti degli animali, e arricchito da una coreografia in confronto alla quale io su una Wii Fit sono Michael Jackson. C'è anche la versione degli implumi F4, ma quel che è strano è che questa canzone riesce a strappare il peggio da chiunque, anche da un insospettabile. Alla fine, dopo aver sentito anche loro, e lui (che canta dopo 2.55 di chiacchiere, e poi continua a chiacchierare), e ancora loro, e perfino loro, che tuttavia fanno un (tecnicamente inudibile) medley con una loro hit assai simile (read my mind), per tacere di UB40, Bocelli, Bublé e Dion, penso che prima o poi ve la canterò io. Prima ovviamente devo tradurla...

... ;)

 

4 dicembre 2009. Ore 01.28.

La delicatissima signora Bourgeoise morì. Tutte le cose che stavano come sospese in aria nella casa, soprattutto la musica, caddero a terra nell'istante stesso in cui la signora si spense. Per un po' l'immobilità sembrò significativa. I fiori secchi nell'angolo della camera diedero l'impressione di capire perché si trovavano lì. La polvere si sentì polline. L'alterigia della libreria, sull'attenti, non battè ciglio a lungo, in segno di massimo rispetto. I cuscini, che guardavano il gatto farsi più inquieto, restarono con i grembi materni spalancati, schiacciati dall'impossibilità di rendersi utili.

Come quei cattivi ristoranti in cui si mangia appena appena meglio quando compare in sala un cliente di particolare riguardo, e poi ripiombano nella trascuratezza consueta, così le vite delle persone legate alla signora Bourgeoise non ebbero che un piccolo brivido. Tuttavia, quelle che fino a quel momento erano parse stuzzicate da un pungolo, si smussarono leggermente. Alcune conobbero il sollievo della normalità e della fine della scuola. Alcuni nemici della signora Bourgeoise, sebbene accolti magnificamente in altri salotti, vi si smarrirono in strane chiacchiere, come in certe stagioni della giovinezza in cui si cambia compagnia e locale per una sera, e le facce appaiono tutte gregarie, tutte innocue, e ci si interroga sulla natura del loro sorriso e sul motivo del loro divertimento.

Naturalmente, di lì a pochissimo tempo, sistemato il gatto e divisi i pochi averi tra gli eredi, fu come se la signora Bourgeoise non fosse mai esistita.

Nè di lei si avvertì mai la mancanza, questo è certo. Tuttavia, e senza mai collegare la scomparsa della signora Bourgeoise con quella sensazione, si cominciò a percepire una specie di silenzio ovattato intorno ad alcuni particolari, chissà quali, che la signora Bourgeoise avrebbe notato nelle cose, in certe cose non meglio specificate. E certe mattine, di tanto in tanto - qualche lunedì, qualche domenica, qualche misterioso giovedì - sembrarono ad alcuni come una faccia con i baffi appena tagliati, o senza gli occhiali.

(i.b., 4 dicembre, 2009)

 

generale: altri articoli qui e qui

5 dicembre, 2009.

Wise men say only fools rush in
But I can't help falling in love with you
Shall I stay
Would it be a sin
If I can't help falling in love with you

Like a river flows surely to the sea
Darling so it goes
Some things are meant to be
Take my hand, take my whole life too
For I can't help falling in love with you

Like a river flows surely to the sea
Darling so it goes
Some things are meant to be
Take my hand, take my whole life too
For I can't help falling in love with you


For I can't help falling in love with you

 

(collage: infelici brevissimi)

 

 

3 dicembre, 2009. Non è che io sia dell'umore adatto. Per il momento non scrivo qui. Un saluto.

 

1 dicembre, 2009. Indecisa se dare fiato a un nuovo episodio del Re Barbaro, avvertire il mio lettore medio dell'uscita di un nuovo articolo (un altro articolo qui), o scrivere un pezzetto di diario che dispiaccia ai grandi scrittori tanto da convincerli a farlo a pezzi in un parco, mi sovviene che il mio matrimonio, fallito e se dio vuole ormai archiviato (mi dicono di dire così), fu celebrato proprio in dicembre, il 16 dicembre di un millennio fa. Affittammo questo storico locale di Milano, lo Zelig, e chiamammo a suonare gli allora assai poco noti "Elio e le storie tese" (vero Paola?). Ora, io vorrei chiamare Stefano (Stefano sa chi è Stefano) e chiedergli se gli è mai successo altre volte, di portar così sfiga a una giovane coppia.

Comunque, fu strano. Un matrimonio è un matrimonio, anche sott'acqua o in costume. Gli invitati al mio matrimonio, gli amici, ovvero gente che ho visto vomitare dopo notti all'Autogrill, guidare a Capodanno con i tacchi a spillo (vero Alberto?), e fare sesso con alieni, gli amici dicevo, credevano di essere a un matrimonio matrimonio.

(pausa)

Beh, anch'io.

 

27 novembre, 2009. Il profeta che se ne va diritto nel deserto, quando sogna, sogna la dolcezza dell'albero che scioglie le sue radici nella terra, e fonde la terra in acqua, e si solleva sui rami evocando dal cielo nella terra la scintilla del fulmine. Il duro profeta ha il sonno di un germoglio.

 

24 novembre, 2009. Ci sarà sempre quest'ora della sera in cui perfino tu che non vuoi alzi la testa e guardi il colore del cielo, che ti è sembrato per un attimo come suonato da un impossibile flauto. E perfino tu che non vuoi alzi una di quelle tue mani pigre e fai almeno il gesto di indicare qualcosa che non si fa afferrare. L'aereo. La stella. E dopo, non sai perché, ti senti strano e più alto, ma come spostato di fianco, un guscio, e senti che il mondo può provare il suo Accordo meraviglioso e passare oltre e vivere per sempre senza di te. Ci sarà sempre quest'ora della sera in cui perfino tu che non vuoi ti senti esattamente come me.

 

24 novembre, 2009.

L’amore assoluto e marginale. Ho provato a fermare con lo sguardo l’orologio del metrò. La città vuota, senza niente che ti distragga. Magia, schioccare le dita. Andare da qui a lì da soli senza paura che tu non faccia tutto il giro. I guanti piatti sulle mani. Dentro, se volti il bordino di pelle, c’è una foderina di trama di cotone, è la cosa più di lusso che si possa immaginare. Chi aspetti? E’ una bugia.

La città senza di noi. Case. Qualcun altro protesta per il tram che non arriva. Come nelle foto delle città giapponesi. La città senza di me. Tu e qualcun altro nel letto, la luce accesa, appoggiati sui cuscini, con gli occhiali, chi più su, chi più giù, il braccio dietro la testa, visti dai piedi, come gli attori. La città senza di te. L’acquario. Il finestrino. La città senza di noi. Le chiese vuote.

L’amore assoluto che si fa deridere. Non farebbe mai tutta quella strada, ti ha detto qualcuno, e tu ci credi. Più facile spiare dietro l’angolo e vedere se arriva davvero. Sorridendo. Non fargli fare tutta quella strada, farla tu. Rincorrere. Non farà mai tutto il giro. Di chi stiamo parlando? Di te. Di me. Noi capiamo questa cosa, silenziosamente. Segretamente.

L’amore senza di noi, ha già chiesto scusa. Arrogante. Va' via. Prepotente. Poi meno. Poi visto dai piedi. Ci lascia entrare a poco a poco. Controvoglia. Quando dormiamo. Le spalle alzate, non c’è più niente da fare. Ci lascia immaginare, ancora poco. Se ci toccasse, tutto toccherebbe. Per aria, per aria. Le cose facili, la pelle, le dita nelle dita, le ciglia che si intrecciano, butterebbero tutto per aria. Qualcuno ci ha detto che è così, e ci crediamo.  

 

 

 

23 novembre, 2009. Aspettate un momento. Intanto leggete qui.




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).