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EMOTICON (prima parte)

racconto di Ida Bozzi

 

Mio padre era seduto dentro di me e teneva gli occhi fissi nei miei occhi.

Invece il vecchio in poltrona osservava con aria ispirata il giardino bagnato di pioggia. Sapevo. Rigirava in bocca una frase. Qualcosa cui pensava da giorni, e che ancora masticava e arrotondava sulla lingua con cura. Qualcosa che potesse farmi lo stesso effetto di certe sue parole antichissime pronunciate vicino all'altalena, o tenendo in mano un aquilone, quei suoi strani presagi sulla vita da adulti che io qualche volta avevo cercato di decifrare, e di cui ora perfino lui aveva perso il segreto.

Quando fu pronto, cercò di sembrare solenne sotto i due ciuffi di capelli bianchi che gli decoravano le orecchie, e disse: "Onore. Tu. Vicepresidente!"

Avrei quasi voluto ridergli in faccia, e rispondergli: "Ritenta, sarai più fortunato."

Ma il padre impettito dentro di me, che non smetteva di fissarmi, tirò un filo nel mio stomaco, con la stessa mossa misteriosa con cui quand'ero piccolo faceva alzare in volo l'aquilone, e io mi piegai in due e sentii una nausea senza fine. Lo faceva di continuo. L'aveva fatto fin dal mattino, quando avevo comperato i giornali per cercare sulle prime pagine la notizia che mi interessava. Gli articoli parlavano di un fatto orribile "accaduto" in periferia, dicevano proprio così, "accaduto", accaduto, accaduto, come un incidente, come una disgrazia -  la donna era sotto un ponte tra i campi con la testa fracassata, e tutto ciò era semplicemente "accaduto". Beh, meglio così. Un giornale suggeriva addirittura che poteva essersi trattato di un suicidio, e io m'ero messo a ridere. E in quel momento lui era comparso dentro di me come un'ombra, e aveva tirato un filo, il suo filo  misterioso degli aquiloni e dei trenini che funzionavano davvero e della lampada per la notte, e io avevo vomitato nel bagno. E quando avevo finito e m'ero sollevato per guardarmi allo specchio, lui era ancora lì. Governava tutto, il mio stomaco, il mio sonno. Forse perfino le mie braccia, le mie gambe. Perché non era arrivato prima? Perché non s'era installato lì come un pilota ai comandi soltanto due giorni prima? Perché per tutti quegli anni era rimasto seduto a rimpicciolirsi nella poltrona a fiori davanti alla finestra, a protestare per il troppo freddo, per i dolori, per i colombi che sporcavano l'acqua della fontana?

"Grosso. Vicepresidente. Grooosso," blaterò ancora, con la sua smorfia idiota.

Era per la stazza che avevamo scartato l'operaio della fonderia.

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Kennedy si volta e mi dice: "Questo?"

Se vuoi incontrare gli ultimi operai delle fonderie, vai in quella zona dei sobborghi. Come dire, se vuoi incontrare un dinosauro, vai sul lago di Lochness. Avrei voluto saperlo prima, invece lo scopriamo adesso, da dove vengono gli operai delle fonderie che si vedono qualche volta in metropolitana. Da qui, da quelle cattedrali di laminato laggiù in fondo. Però Kennedy è ubriaco, e come tutti gli ubriachi sembra che faccia finta di esserlo, così gli chiedo se è stupido o cosa: il tizio che sta arrivando è grande due volte noi, che siamo in tre.  Invece Kennedy è ubriaco davvero, pallido come un morto e tutto sudato, con la camicia intrisa di sudore, e insiste a dire che "Questo" è il nostro uomo.  Dice che i patti sono patti e si appoggia con il torso al tizio venuto da fuori, Tenji, che non parla mai ma sembra disturbato dal comportamento del mio amico.

"Il primo che attraversa la strada è nostro," dice Kennedy, "i patti sono patti."

"Io dico di aspettare uno normale," gli rispondo, "uno come noi."

Mi volto a guardare l'operaio delle fonderie, che sta attraversando la strada. So che è un operaio delle fonderie perché è tutto grigio di ossidi, i capelli e la faccia, intendo. I vestiti sono puliti, gli operai delle fonderie se li cambiano negli spogliatoi, rimettono i loro giubbotti e i loro cappotti e tornano a casa. Ma hanno i capelli grigi di ossidi, e se si muovono velocemente, o quando saltellano o fanno le scale, gli si solleva una nuvola di polvere dalla testa.

"No, questo è pericoloso."

Anche Tenji annuisce, non ho ancora sentito la sua voce, e anche online non ha mai scritto una riga, ha sempre annuito con il suo Emoticon. Il suo era la faccina che annuisce con gli occhiali da sole, ne aveva anche un altro che faceva di no, sempre con gli occhiali da sole. Il mio era XD, l'Emoticon che se la ride, e anche le mie iniziali. Solo Kennedy rimane a sbraitare, dondolandosi, con la cravatta che gli si infila nella camicia che si è aperta per il sudore, mentre noi aspettiamo che passi qualcun altro e io tengo d'occhio l'operaio delle fonderie, sperando che si allontani senza sentire Kennedy che gli urla dietro i suoi insulti. Dev'essere uno degli addetti allo smantellamento dei centri metallurgici in disuso, uno degli specialisti che lavorano a cottimo finché la commessa non viene smaltita. Quando salgono in metropolitana li si guarda sempre, e la gente ne parla perché sono diversi dagli altri, non sono scheletrici come Tenji, che è quasi disoccupato visto che lavora due ore a sera in un call center, e non sono nemmeno i soliti impiegati con le cravatte nere e la camicia bianca come Kennedy. Sono diversi perfino dagli operai della mia manifattura, mingherlini che si cambiano negli spogliatoi per non sporcarsi di farina o di grasso e hanno le mani bianche come infermieri. Gli operai delle fonderie sono giganti, capaci di muovere con uno strattone il carrello dei rottami d'acciaio e spingerlo con le braccia fino all'altoforno. Io e Tenji restiamo nascosti dietro il recinto di lamiera che abbiamo scelto come
nascondiglio, a guardare l'operaio finché non lo vediamo scomparire in direzione della ferrovia, per vedere se gli esce la polvere dai capelli.

Per mezz'ora non passa più nessuno, e Kennedy dà i numeri continuando a bere dalla lattina vuota, protestando che non siamo stati al patto, e che non vale, e che ora per colpa nostra non si farà niente. Io cerco di far parlare Tenji, perché ho paura che si annoi e ci molli qui. Lui è quello che ha più esperienza di noi, lui l'ha già fatto. Ha già partecipato a un omicidio. Così, per conversare, gli dico: "Kennedy è un nick."

Tenji muove le labbra in fuori, non gliene importa granché.

"Il suo vero nome è un nome americano, sai," continuo.

Tenji bofonchia la sua prima parola: "John?"

"Potevo chiamarmi anche John-John," si mette a gridare Kennedy, "potevo chiamarmi anche Bob. Non è detto che tu abbia indovinato."

"Sua madre era australiana," preciso io.

A Tenji non importa niente della madre di Kennedy, e nemmeno a me, così non parliamo più. Non dobbiamo accendere i cellulari perché non dobbiamo lasciare tracce, ma Kennedy ha il satellitare in macchina e la macchina è parcheggiata dietro il capannone, così se non ci beccheranno per il satellitare ci beccheranno con una foto dal satellite. Quindi è tardi per preoccuparsi. Accendo il cellulare, tra le proteste di Kennedy, e guardo un filmino che mi è arrivato da uno della community: "Chi sono questi?" Il filmino è pessimo, si vedono due tizi di spalle, con le giacche nere, che entrano in un portone pieno di corpi di donna che ballano e si spostano come se fossero il pubblico di qualcosa. "Quello dietro non è il vecchio Ozzy Osborne? Provo a seguirlo per vedere dove va." Gli rispondo che non si vede niente, ma anche a me sembra Ozzy, il vecchio Ozzy, e che lo raggiungo tra un po'. Non riuscirà mai a seguirlo, e non credo che sia Ozzy, ma è per l'alibi.

Sto inviando l'email, quando da uno dei capannoni esce la centralinista.

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castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).