
(Post disegnata da Arturo Ichiro)
Post
PRIMO EPISODIO: LA CACCIATA
Rapa Nui è un luogo caldo, soprattutto in questo periodo dell’anno; nonostante il clima, però, non ho la sensazione di trovarmi su un’isola del Sud Pacifico. L’erba è smilza, le palme sono sparute e basse come tronchetti della felicità, i colori hanno un’ombra triste, continentale – possibile che il Sole sia già così malato? - e a quest’ora del pomeriggio le teste di pietra, i sei Moai che si abbronzano sulla scogliera voltando le spalle al Cile, sembrano sei danesi che guardano “Le onde del destino” in technorama sullo schermo d’essai dell’oceano. Uno di loro dev’essersi addormentato. Anche la mia posa è ieratica, qui nell’erba, tanto che i turisti, passando, fotografano me. Annuiscono silenziosi mentre scattano, e suppongo abbiano una spiegazione, che io non comprendo, per questo mio desiderio di pietrificazione preistorica e dall’alfabeto misterioso.
A casa, in qualche Arkanso, cucinando gli hot dog sulla griglia durante il barbecue per la promozione di Jack, diranno:
“C’era questa turista. Post, si chiamava.”
“Mmm, Post, un nome esotico. Carina?” chiederà Bill, in pantaloni corti. Ha cinquant’anni e le gambe magre e glabre di un vecchio, ma quando lo invitano a un barbecue non sa rinunciare ai suoi bermuda.
“Abbiamo le foto,” continuerà Jack, con il forchettone puntato su un hot dog. Le salsicce rotolano di continuo negli angoli della griglia, perché Stan, il cognato, una volta è caduto sul barbecue e l’ha tutto deformato. Stan è in fondo al giardino a giocare con i nipoti.
“Ma ascolta, Bill. E’ una strana storia,” li interromperà Terry. Terry è la moglie di Jack, ed è contenta della promozione, che tutti in famiglia aspettano da anni. Si sente in dovere di ripetere ogni parola di Jack, perché lui non è capace di farsi ascoltare, dice lei. Ora, con la promozione e tutto, sta cercando di perdere l’abitudine, ma non ci ha ancora fatto il callo.
“Beh, questa Post... Trova le foto, Terry! Era con noi sull’isola e stava tutto il tempo a imitare l’espressione di quelle grosse teste.”
“Si chiamano Moai,” preciserà Terry, mostrando le foto. Io comparirò nell’enclosure del giardino di Jack e Terry, nella forma di due fotografie sottoesposte. Anche nelle foto, il paesaggio sarà immerso in quell’atmosfera continentale, depressiva. Che cosa diventerà il mondo senza la luce?
“Non posso crederci,” dirà Bill, guardandomi, “ha la stessa espressione delle teste di pietra.”
“Dei Moai. Io e Jack abbiamo una teoria. Digliela, Jack.”
Jack solleverà l’hot dog bruciacchiato e lo appoggerà su un piatto, vicino al pane. Starà lì a guardare la composizione, mentre comincia a parlare di me.
“Okay. Con le teste di pietra ci parlava, quella, d’accordo? Come per una specie di magia.”
“Magia?”
“Magia.”
”Non dimenticare che l’isola di Pasqua è una terra misteriosa, Bill,” insisterà Terry. Bill allontanerà le foto per guardarle meglio. E’ presbite.
“Le hanno parlato della fine del mondo, Bill. E noi sappiamo anche che cosa le hanno detto.”
“I Moai.”
“I Moai. Le hanno detto...”
In quel momento suonerà il cellulare di Terry.
“Sono Snow White. Dite a Post che è fuori dallo Show. Deve tornare qui per le formalità.”
Terry farà di sì con la testa. Chiuderà il Motorola. Jack alzerà la testa dal piatto.
“Chi era?”
“Uno che cercava la ragazza della foto. Pare che sia fuori da non so quale Show.”
Lo so che sono fuori dallo Show, per questo ho usato il Dispositivo Pynchy, per prendermi una breve vacanza nel Pacifico. Invece, accidenti, il perfido White sa sempre dove trovarmi. Devo usare il Pynchy di nuovo, al contrario - accendere il bottone B, premere il pulsante A – per ritornare nella Casa sulle Alpi, dove lo Show sta continuando e dove io e HB, l’altro escluso, dobbiamo firmare l’accordo di liquidazione, farci pagare per il disturbo, dire ciao al pubblico e levare le tende, sconfitti.
Sbuco dal Dispositivo Pynchy nella mia stanza, al primo piano della Casa. Ho imparato a muovermi con cautela, da quando ho sperimentato che è arredata usando spigoli. Metto un piede giù dal letto, poi l'altro. I mobili sembrano costruiti con tavoli rettangolari appena consegnati dalla segheria, mancano giusto gli aloni dei bicchieri vicino ai nodi lucidi, e poi potrei ordinare una Guinness verticale qui sulle ante dell'armadio. Non c'è un abbellimento, non una rotondità, è un arredo concepito prima della scoperta del pi greco. Due tavoli uniti sono diventati il letto più massiccio e più duro su cui abbia mai dormito. Mezzo tavolo è diventato la porta d'ingresso, l'altro mezzo quella della stanza da bagno. E con il tavolo che avanzava, sono stati costruiti due comodini, così rigidi che puoi legare un guinzaglio alle manopole dei cassetti per portarteli intorno come cagnolini, senza far cadere le abat-jour. Questa Casa è sgradevole, scomoda e inumana. La sedia con la scrivania è disposta nell'unico punto della stanza in cui uno scrittore non siederebbe mai, di fronte al letto, con le spalle alla finestra e alle due porte . Uno scrittore non volta le spalle ai suoi fantasmi.
Mi muovo, mentre il Pynchy si smagnetizza sul copriletto – è pur sempre un catalizzatore spaziotemporale donatomi da un misterioso stregone Woge, anche se somiglia a un caleidoscopio di cartone o allo scheletro decorato di un rotolo di carta igienica - solo per constatare che nella stanza è necessaria una nuova cautela. Oltre che spigoloso, l'ambiente si è fatto ordinato, lindo. Com'era prima che io lo abitassi. Come le stanze d'albergo prima che passino gli Oasis. C'è qualcosa che non va. E' diventata una stanza anale.
Guardo in tralice il Pynchy - lo stregone dice che è tipico di un Pynchy funzionare male se è surriscaldato, e sbagliare indirizzo - prima di verificare l'errore di dislocazione aprendo l’armadio. Temo per il mio maglione bianco con i nippoli neri. Infatti la porta di birreria dell'armadio si apre su un cappello. Un cappello di paglia come quello di quell'Harold Lloyd che è in gara insieme a noi, quel ModeRN. Oh. Prendo la paglietta tra le mani. Provo a mettermela in testa. Madeleinette rossa, precipito in una realtà parallela in cui Bing Crosby con occhi liquorosi mi accompagna in due passi di swing sul tappeto. Sì, devo aver sbagliato stanza. Lo stupido Pynchy... Mi volto , e, madeleinette blu, mi trovo davanti ModeRN in persona, nel suo look Orient Express 1928, in giacca di tweed e una paglietta di scorta, che mi guarda come se fossi una ladra. A dire la verità guarda la mia maglietta tremante, su cui è scritto “Ahu is watching you”. Ricambio lo sguardo.
“Avete fatto presto a prendervi le camere,” commento. In realtà non so se anche la stanza di HB è già stata assegnata ad altri oppure no, ma suppongo di sì.
Mod punta lo spazzolino da denti - ha uno spazzolino da denti in mano - per indicare le due valigie ingombranti vicino alla porta d’ingresso. E' uscito dal bagno in giacca e cappello, oppure sta solo sistemando le sue cose, in giacca e cappello? E' un uomo strano, pallido, con una pelle bianca e malsana che sembra lavata nell'acqua del water. Lavata a lungo, indiscutibilmente, tuttavia ripugnante. Dice: “Via prima di cena, è la regola.”
La cena è uno dei momenti clou dello Show. Non so perché, invece di star fuori a misurare con mezzi di fortuna la brillanza delle tempeste solari, la gente si diverte a osservare sette dilettanti che si accapigliano per organizzare un’insalata. Cinque dilettanti, da stasera. O sei miliardi.
“Ce ne andiamo. E se manca qualcosa in valigia, vi denuncio,” commento.
Mi tolgo la paglietta e la lancio sul letto, senza curarmi della reazione di ModeRN. Me ne vado. Così come sono, a piedi nudi e in maglietta polinesiana, raccolgo le due Samsonite di seconda mano e infilo il tavolo di birreria verso il corridoio. Me ne vado. Annuso per l’ultima volta l’odore di resina della boiserie sulle scale. Guardo le stampe alle pareti, con le fotografie di antiche spedizioni sulle Alpi e su montagne più lontane, il McKinley, il Manaslu: la luce è abbacinante e molti degli uomini fotografati strizzano gli occhi, un cane che non ha interesse per l’arte del ritratto si offre all’obiettivo con il muso nascosto tra le zampe, ombre nere, corpi massicci, la luce è solida, plastica, oppure è la consistenza di quei corpi ad essere diversa. Sono convinta che qualcosa della fine del mondo passi di qui, dal confine visibile dello stato solido delle cose. Stacco una delle fotografie e la metto sotto il braccio: la studierò più tardi. Me ne vado davvero, adesso. Arrivata all’ultimo gradino, inquadro la finestra panoramica del salotto, dove le montagne stanno perdendo l’aria caramellata e commestibile che hanno i panorami europei durante il giorno, e cominciano a somigliare a Maoi senza naso e senza occhi, piazzati lì da qualcuno di più preistorico e bellicoso di un popolo di isolani convinti di essere Noè. Il buio avanza. Mi fermo e rabbrividisco, trattenuta da una strana sensazione di perdita: o sto covando un raffreddore, dopotutto, o sentirò la mancanza di questo posto, oppure ho dimenticato qualcosa di importante da qualche parte.
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)

(Post disegnata da Arturo Ichiro)
