Sig. Klaz
PRIMO EPISODIO: LA CACCIATA
“Vieni nel prato, vieni nel prato!”
Nella spianata, nel piatto declivio coperto di neve che in altre stagioni doveva pur essere stato un prato, la bambina strillava agitando sopra la testa i guanti afferrati nei pugni, come tentando di guadagnare un’altezza dalla quale poter gettare il più lontano possibile il proprio richiamo. Al grido, sbucando da un fianco della Casa, accorse un bambino più piccolo, un furfante dal cappotto già tutto imbiancato, che camminava nella neve alta con l’acciaccata maestà di un soldato dietro il cavallo di Napoleone. Il piccolo reggeva nelle mani nude una crosta squadrata di ghiaccio, dalla quale staccava lo sguardo solo brevemente, giusto per vedere dove metteva i piedi.
“Guarda cos’ho trovato,” gridò il piccolo. Mostrò il ghiaccio alla bambina, alzando le braccia e insieme stringendole più vicine al petto, per evitare che il gesto fosse interpretato come l’offerta di un dono.
“Lascia quella roba, vieni qui, corri, vieni qui!” insistette l’altra. Il piccolo abbattè le spalle, deluso. Si guardò intorno cercando un varco sull’argine scivoloso che bordeggiava la strada, ancora abbracciando la lastra come un cucciolo caldo.
“In fretta, in fretta, o vanno via!”
Così incalzato, il piccolo si gettò su un cumulo di neve all’apparenza meno cospicuo, nel quale affondò immediatamente fino alla vita. A quel punto, invece di adattarsi a scalare l’ostacolo con prudenza, si arrischiò in avanti in un salto: a mezz’aria, un istinto di caduta lo avvertì che gli sarebbero occorse le mani libere per reggersi in piedi. Ostinato, strinse ancora più forte la lastra di ghiaccio al petto e cadde sacrificandosi, rovinando nella neve fresca che lo inghiottì tutto. Due scarponcini stizziti riemersero scalciando l’aria per un po’. La bambina nel prato saltava e rideva. Il piccolo si rialzò in lacrime.
“Ho perso il mio ghiaccio,” pianse, nevicando tra i singhiozzi falde e farine di neve che gli cadevano dal berretto, “mi hai fatto perdere il ghiaccio,” ripetè, mentre si chinava a frugare intorno all’argine.
Impaziente, la bambina mosse di nuovo i guanti.
“Lascia il ghiaccio, vieni a vedere le luci!”
Il piccolo si raddrizzò di colpo.
“Dove?”
L’altra abbassò le braccia, alzò il mento e guardò su, dritto allo Zenith, senza dire una parola. Allora, anche il piccolo alzò gli occhi al cielo, cominciando a marciare a passi lenti e larghi fino a raggiungere la compagna nel prato. Quando i due furono vicini, senza distogliere lo sguardo dal punto alto che entrambi ormai fissavano a bocca aperta, cominciarono lentamente a muoversi, e muovendosi a girare in tondo l’uno intorno all’altra, come due piccoli pianeti.
Anch’io tentai di guardare l’aurora boreale, piegandomi e sbirciando in su attraverso la finestra. Ma la luce nella stanza, riflessa nel vetro, cancellava ogni volta prato e cielo e bambini, e specchiava invece il viso pacato del monaco, che da un pezzo mi studiava e sorrideva alle mie spalle.
“Aurore boreali sulle Alpi,” dissi, voltandomi, “una fine travestita da inizio.”
Ichi accentuò il sorriso: “Non è detto che sia la fine.”
Mi spostai verso il tavolino sul quale avevo lasciato il mio liquore. “Tempeste magnetiche, luci all’imbrunire, fantasmi, apparizioni,” dissi, impugnando il bicchiere, “e bambini che guardano il cielo, stregati e fiduciosi.”
“Non sentiresti il bisogno di bere, se fossi davvero tanto pessimista,” mi rimproverò il monaco, scrollando il capo.
“Già,” ammisi, “se non somigliassi all’umanità che devo salvare, non troverei alcun interesse in quest’impresa disperata.”
Annuì. Era un colosso d’uomo, il monaco Ichi, che trascorreva gran parte della giornata costringendo il corpo in dolorose posture nate per le articolazioni di ragazzi o di piccoli corpi femminili. Quando abbandonava la posizione del Loto, stiracchiandosi in qualche elegante asana, le sue mani toccavano il soffitto della stanza che veniva usata come palestra e che era diventata, nella Casa, il suo monastero. Aveva neri occhi assennati, di un Oriente australe, e una chioma lucida raccolta in una coda che ricadeva in mezzo alle scapole.
“La spaccatura è arrivata ormai a un terzo del diametro,” ripresi, indicando l’esterno. Parlavo, era fin troppo ovvio perfino dopo il tramonto, del Sole e della sua malattia. “E proprio ora perdiamo Post e HB, due in un colpo solo. Restiamo io e te.”
“Klaz, sei ingeneroso.”
Versai un’altra punta di liquore nel bicchiere, giusto per sentire il sapore. “Ingeneroso! Dogma la musona, ModeRN il nevrotico, Best la nostra Lolita… Tu credi che importi loro qualcosa della fine del mondo? ModeRN si starà raddrizzando la riga nei capelli, quando il Sole si spegnerà. Quando si sviterà a metà lungo la spaccatura come una bambolina russa. Quando le leggi della fisica non avranno più alcun significato.”
Mentre allungavo ancora la mano verso la bottiglia, il monaco si avvicinò, mi prese per un braccio e mi spinse verso la porta della veranda.
“Andiamo a prendere un po’ d’aria,” disse.
Resistetti. “No. Io non vado fuori. Ci sono quelle luci.”
“Appunto,” sentenziò. Sospirai. Tuttavia, quando ebbi aperto la porta squadrata della veranda, e l’aria fredda e pulita della montagna mi colpì leggerissima, fui contento di lasciarmi condurre fuori. Mi sentivo già meglio, percepivo la sottile purezza che l’energia di quel monaco sembrava irradiare tutt’intorno, ne ero rinfrescato e lavato. Respirai a pieni polmoni. Mentre passeggiavo sulle assi di legno affacciate sul prato, guardai nel punto in cui avevo visto i due bambini. Non c’erano più. Mi voltai per dirlo al monaco, ma Ichi mi fece segno di tacere.
Non avevo mai visto un’espressione così seria e cupa dipingersi tanto all’improvviso sul suo viso. Di nuovo, mosse la mano per farmi un cenno, che non capii.
“Scendiamo,” sussurrò. Mi acquattai, istintivamente, mentre lo seguivo giù per la scala di legno fino alla neve. Lo stridore degli strati di ghiaccio sotto i nostri piedi era il più sommesso e ovattato dei fruscii, ma ugualmente, con un gesto questa volta perentorio, il monaco tornò a ordinarmi di non fare rumore. Camminammo tenendoci bassi sotto l’ampio spiovente della veranda, mentre fuori da quel riparo si agitava nell’aria un arcobaleno di colori. Eravamo immersi in una straordinaria, inimmaginabile aurora boreale, la più luminosa e variopinta che avessi mai visto. Onde e masse di azzurri, di verdi, di bianchi dalle screziature dorate si muovevano serpeggiando nello spazio nero del cielo; non erano nulla, erano luci, erano aria, erano visioni che andavano apparendo e scomparendo con velocità variabili, ora lente come onde d’acqua schiumosa, ora rapide come il fulmine, alte nel cielo come astri o vicinissime nell’aria che soffiava gelata intorno a noi. Mentre io ero rapito dallo spettacolo, né più né meno dei bambini che avevo visto nel prato, Ichi si guardava intorno con agitazione crescente.
Decisi di ricambiare la gentilezza del monaco mostrandogli tutta la mia ritrovata pacatezza, e così, preparando un sorriso, cominciai: “Sono le famose “luci”. E’ luce polarizzata che…”
Non feci in tempo a finire la frase. Una figura gigantesca, opaca e colorata, d’un bianco-avorio appena luminescente, di forma ovale e dai contorni irregolari, stava avanzando verso di noi alle spalle di Ichi. Qualcosa mi disse che dovevo agire immediatamente: afferrai il monaco per un braccio e lo strattonai con violenza verso di me. Rotolammo entrambi nella neve, e subito ci voltammo per osservare la sagoma di opale che vagolava dov’eravamo stati fino a un attimo prima, nel riparo sotto la veranda, e si muoveva intorno.
Ichi mormorò appena: “Senti anche tu quello che sento io?”
Sgranai gli occhi, stirai i muscoli, come se avessi avuto bisogno di tendere ogni fibra del mio corpo per riuscire ad ascoltare, e tremando dovetti rispondere di sì.
La sagoma di luce, che si muoveva sotto la veranda, sfiorava il legno della Casa. Quel raggio di sole, strusciando contro le travi e le assi di sostegno del solido impianto come per cercarvi un passaggio, mandava un sottile, ininterrotto, delicato, e scientificamente impossibile, rumore.
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
