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Ex Post

SECONDO EPISODIO: IL BUIO

 

Chi è?

Il cameriere entra con il carrello del servizio in camera.

“Ecco il caffè doppio, frau Post. Lei non ha problemi di sonno, eh?” si felicita con me.

Rispondo con un cenno che significa “ho già dormito mille anni, grazie”. Dev’essere l’unico a non saperlo in tutto il LookOver Hotel, e dev’essere per questo che hanno mandato proprio lui. Ha l'aria di uno che viene preso in giro spesso. Chissà dov’era, nel suo bar felpato, nel suo angolo con la filodiffusione, seduto con le mani in grembo, mentre l’imperdibile Incantesimo del Bosco si pappava la star dello Show, frau Post, e partoriva me. Batte le palpebre come per girare pagina a un pensiero, e si china ad apparecchiare il tavolino: un vaso di mentuccia con un fiore bianco che oscilla

uno

una brocca d’acqua, di una forma futuristica che dev’essere piaciuta a una qualche gestione rinnovata dell’Hotel

due

poi tocca alla tazza di caffè, al bricco della panna

tre, quattro

ed ecco che all’improvviso, mentre l’uomo continua a disporre piatti e piattini in una formazione gradevole ma irregolare, io sento di dover intervenire. Non so perché. Mi avvicino e ribatto mossa dopo mossa, e per un po’ la faccenda diventa una partita a scacchi giocata a colpi di stoviglie. Lui mette un piatto con il crostino e io lo sposto con un dito,

cinque

lui sistema la zuccheriera e io la spingo più in là

sei

lui sospira, depone il piattino con due caramelle al ginepro...

“Due caramelle?” chiedo, con la mano a mezz’aria.

“E’ perché il caffè è doppio,” risponde, indifeso.

Taccio, limitandomi a gettare la caramella in eccesso sul carrello del servizio, e sèguito a correggere l’orientamento dell’ultimo piattino-con-una-sola-caramella

sette.

Quando ho finito, sul tavolo c’è una fila perfetta. Il cameriere osserva compunto la skyline che ho composto con la sua chincaglieria, i sette oggetti che ora sembrano pronti per una partenza o per un arrivo, con i beccucci e le ombre e i manici e i cucchiaini tutti allineati. I Moai.

“Come mai, tutti in fila?” chiede, flebile.

“Non lo so,” rispondo. Ed è vero: non lo so. Ho trovato nella mia nuova testa questa immagine che mi ossessiona - i Moai, i sette Moai, le sette statue di pietra, i colossi sull’isola sperduta, i tipici monumenti dell’Isola di Pasqua/Rapa Nui (Cile) - e non so che cosa diavolo significa. Incrocio le braccia davanti ai Moai da tavolo, imitata dal cameriere, e tutti e due sembriamo visitatori in un museo.

“Lo pago, il caffè?” chiedo, quando mi sembra che l’opera d’arte sia stata ammirata abbastanza. .

“Beh...” anche il cameriere si risveglia, educatamente, “dovrebbe mettere una firma sul conto...”

“Intendo: pago io o paga la produzione dello Show?” Questa è la sola domanda precisa che ho in mente. E “in mente” è un concetto così complesso, per un mostro, che fatico perfino ad articolarlo.

“Ah... Mah... intanto posso informarmi.”

Firmo con uno scarabocchio, venti euro per un caffè: vorrei quasi dire “e poi il Mostro del Bosco sarei io”, ma non ne ho voglia. Mi sento come un personaggio in un film di Bertolucci, che se ne sta zitto e musone da qualche parte con la sua vita piena di segreti, intanto che Maria Schneider o Liv Tyler gli ronzano intorno. Lascio una mancia che mi sembra far contento il cameriere, chiudo la porta e torno ai Moai.

Silenzio. Siedo davanti al caffè.

Davvero, ma perché diavolo ho in mente queste sette statue? E va bene, sono sette, sono sette, come i concorrenti dello Show. Ma perché allora non mi vengono in mente i sette nani? Sono statue pure quelli, in genere, e comodi, da giardino, mentre i Moai sono colossi, sono colossi... E che ne so. Mi volto verso la finestra - io, il tavolo, la finestra, gli oggetti, siamo disposti come su un treno - e mi guardo nel vetro. La scritta sulla maglietta, nel riflesso, dice “uoy gnihctaw si uhA”. Trattengo il fiato e alzo gli occhi sulla mia nuova faccia.

Eccomi lì.

Oh, beh. Non mi piacciono i capelli sciolti, anzi, per la verità, non mi piacciono i capelli. Non mi piace nemmeno il naso. Ma ho tutta una dotazione completa, occhi, bocca, orecchie, che cose buffe sono le orecchie sui lati della testa, com’è possibile non impigliarcisi in continuazione! E ho questa testa piena di pensieri. E sono diventata un essere umano, il che mi pare un gran vantaggio rispetto alla condizione precedente. Tranne che per questa faccenda del significato delle cose. Del loro, per così dire, valore.

Il bene e il male.

Poteva andar peggio. Potevo incarnarmi in un... in un... Non mi viene in mente nient’altro in cui avrei potuto incarnarmi, e sono contenta così. Un essere umano, accidenti. E poi così bene in arnese, femmina, piena di fan, con un cervello così aggiornato... Davanti al riquadro della finestra, per brindare, impugno la tazzina, e questo mi riesce bene, ma urto il bricco della panna e faccio cadere il cucchiaino. Non sono ancora brava con i movimenti fini. Stringo la tazzina e comincio a muoverla lentamente, mescolando il caffè. Il caffè gira, gira, in senso antiorario, gira, all’inizio sembra andar bene, gira, si mescola, ma al terzo o quarto giro sbanda e trabocca un po’ sulla tovaglia.

Mettiamo che io sia mancina. Cambio mano. Passo la tazzina nella sinistra e riprendo a farla girare. Gira, gira, il caffè gira, gira. Va meglio. Sto per bere, finalmente, quando mi accorgo di un particolare. La mano sinistra muove il caffè in senso orario.

L’immagine nello specchio.

Mano destra, rotazione antioraria. Mano sinistra, rotazione oraria. E’ un fatto naturale. Accidenti a questo cervellone in cui mi sono incarnata. Ecco qual è la questione, la fregatura: io sono la rotazione oraria di Post. Certo, somiglio a Post. Ho preso il suo corpo, il suo cervello,

il suo Pynchy

il suo Pynchy, il suo tono di voce, il suo bagaglio e la sua camera, e forse il conto del suo albergo, vedremo. Ma non sono Post. Sono come una donna che sale in soffitta e trova un baule con dentro un vestito e un mucchio di fotografie: indossa il vestito, guarda le fotografie, ma per lei l’uno e le altre non significano niente. Trova una fotografia dei Moai, la guarda e la giudica bella, così colorata, con i pietroni a forma di pupazzi che svettano sopra gli alberi e l’Isola di Pasqua e tutto, ma non sa chi ha scattato la foto e perché. Trova parecchie fotografie di un certo Snow White, un vecchio dall’aria solida ma dallo sguardo indeciso, e non capisce perché sia stato fotografato così spesso, se per il suo aspetto curioso o perchè è stato un vecchio molto amato. Trova anche diverse immagini di sé vicino al vecchio, in un tempo che sembra molto lontano, e il suo sconcerto aumenta invece che diminuire: prova a capirci qualcosa, nota solo che il tizio sembra distante, ma più diritto sulla schiena, e di sé nota che in foto ha gli occhi brillanti. Poi trova le foto di questa ragazzina, Best, allacciata al vecchio, e trova che sia arcigna, ma lui è così sorridente, con gli occhi che non centrano mai l’obiettivo. Le fotografie sono parecchie, e i due vi compaiono come una strana famiglia, sempre sotto una luce forte e con ombre smarginate via. Non c’è didascalia, e chissà se questi due sono stati fotografati così spesso perché sono i cari cugini o semplicemente perché hanno rubato la macchina fotografica e consumato la pellicola. E il baule è ancora pieno di foto: ModeRN, Hard, Dogma... nomi conosciuti, rapporti misteriosi. E poi ci sono altri ritratti, di gente che con lo Show non ha niente a che fare: dietro le foto cambiano i panorami, i visi sono noti, ma i sorrisi, i pianti, le boccacce, i gesti, seguitano a non significare nulla. Erano per il fotografo, e il loro significato è rimasto fuori dalla fotografia. Fuori dal ricordo, voglio dire. Fuori da me.

Lascio la tazzina sul tavolo, e riprendo a guardarmi nel riflesso del vetro. Per cominciare, chiamiamo le cose con il loro nome: l’Incantesimo del Bosco non è un incantesimo ma una maledizione. Post è diventata una pietra rotolante vecchia di mille anni, e già questa è una brutta faccenda, ma anch’io, che nello scambio ho guadagnato qualcosa, sono diventata soltanto una persona che somiglia a Post. E questo è un fatto. Non ho la sua identità. Farò qualcosa di strano o di sbagliato, incrinerò qualche equilibrio, dimenticherò di pagare qualche bolletta, perderò qualche lavoro, e avrò una vita di merda. Ecco qua. Non ho la sua identità, e non posso far altro che distruggere il suo destino.

Mi guardo dentro, mi concentro, e mi domando se ne possiedo per caso uno mio.

L’immagine nello specchio.

Mi sforzo di ricordare qualcosa di un mondo morto da dieci secoli. E’ strano: in quest’altro baule non vedo fotografie, eppure... beh, tutto ha un senso. Ricordo che il tempo passava in agguati, in lotte furibonde, per accaparrarsi una preda, un ramo, un angolo di bosco, qualunque cosa: non c’era ghianda che non appartenesse al più forte, e quindi non c’era ghianda che non richiedesse un nuovo grado di giudizio, nel tribunale delle unghie e degli artigli. Linci, lupi, gatti selvatici, orsi, non ci sono fotografie nella mia mente. So che avevo un nemico più pericoloso degli altri, ma non aveva un nome, nessuno di noi aveva un nome: conoscevo il suo odore. Conoscevo l’odore che annusavo ogni volta che trovavo tracce di intrusi sul mio territorio, orme intorno alle tane da cui mancava qualche cucciolo, impronte fresche di morsi sugli avanzi delle prede. Il nemico! E’ come se sentissi ancora il rumore dei denti che affilavo gli uni contro gli altri, e la smania con cui seguivo ogni traccia, ogni segno sul terreno, quand'era nei dintorni. L’ultima notte, quella che non sapevo sarebbe stata l'ultima notte, lo vidi scappare verso Nord; trovai un’orma di fango, e decisi di mettermi in caccia, il che significava affrontarlo per divorare o per essere divorata. In ogni caso, sarebbe finita. E in qualche modo, finì. Le tracce si interruppero bruscamente in una regione del bosco che non conoscevo, ai piedi di un pino caduto e coperto di ghiaccio. Annusai intorno, infilai il muso nel cavo dell’albero: niente. Il mio nemico si era come volatilizzato. Restai in ascolto: la neve cadeva a fiocchi lenti, l’aria secca sollevava senza forza piccoli mulinelli di ghiaccio, il vento sapeva del carbone di un accampamento di uomini, molto lontano, e, sì, dovevano essere particelle di fuliggine quelle che sentivo negli occhi, e che mi costringevano a socchiuderli; forse avrei dovuto insospettirmi per la quiete, o per la lentezza della neve, o per il silenzio del vento, o per la sonnolenza che mi prese; mi stavo addormentando, accovacciata nel cavo del pino, quando sentii un tocco freddo. Freddo, improvviso, lampante. Scattai guardandomi intorno, ma non c’era niente. Nudi tronchi d’albero che salivano in un cielo di neve. Poi guardai davanti a me.

In un’altra occasione, non avrei saputo distinguere me stessa da un nemico, o da uno dei cuccioli, o da un altro animale, se si fosse travestito con il mio odore. Ma quella notte, capii. Il mio odore era là fuori, fuori di me, davanti a me, nell’aria di neve, e mi guardava. O lince, oppure orso, o gatto, o volpe, non ricordo, questo nel baule non c’è, vidi un’altra me stessa prendere forma intorno a quell’odore, crescere, scrollare il pelo arruffato, muovere avanti e indietro pochi balzi, come per una prova, e poi agitare la testa in segno di commiato, e scappare via. Io, invece, non feci nemmeno in tempo a prender fiato per ringhiare, e caddi con il muso tra le zampe. Allora accadde quello che io credetti fosse la morte. Il mondo si capovolse. No, peggio: si mescolò. Come se la montagna, e il bosco, e la neve, i nemici, le orme nella neve, gli alberi, gli odori, le nuvole rossastre della notte, e la notte stessa, i pianeti, i tempi e i mondi si sciogliessero tutti insieme, scavalcandosi e inciampando gli uni negli altri per la fretta di fondersi dentro di me, attraverso me, negli occhi, in ogni poro o cellula o molecola del mio corpo. Vidi l’aria diventare un vortice di basalto, il basalto si solidificò, e io rimasi imprigionata in quel vortice, fino al risveglio di questa sera.

E ora, bevo un caffè. Mangio un angolo di crostino glassato, e osservo le briciole che cadono sulla tovaglia. Poi mi metterò a vuotare le valigie, e farò un bagno caldo. Ritornerò a sedermi qui. Proverò a digrignare i denti, e mi spaccherò una capsula di porcellana. Passerò una mano sul vetro e guarderò fuori, i larici e i pini che sono diventati abeti rossi da falegnami, molto più piccoli, facili da abbattere, meno frondosi. Mi chiederò per tutta la notte se queste unghiette rosa saranno in grado di scalfire la corteccia, domani mattina, per trovare grassi insetti congelati da mangiare. Non devo lamentarmi, e non mi lamenterò. Sono un essere umano, adesso. Partirò e andrò a fare l’essere umano da qualche parte. Sceglierò una fotografia e prenderò il primo aereo. Per l'isola di Pasqua.

E se usassi il Pynchy?

Il Pynchy, porca miseria. Ho un catalizzatore spaziotemporale, che è come dire una macchina del tempo, e me ne sto qui ad annoiarmi tra quattro mura. Che idiota! Mollo il crostino sul piatto e mi precipito sulle valigie, ancora chiuse nell’ingresso. Le apro una dopo l’altra, le vuoto buttando tutto all’aria, vestiti, maglioni, magliette. Penso, trasecolando, che mi sto facendo un’idea dei gusti di Post, e spero che lei odi quel maglione con i nippoli neri, come credo di odiarlo io: lo trovo ridicolo, come l’abito invernale di una pernice. Mai, e dico mai, indosserò una roba del genere... E queste scarpe... no, dico, questi doposci con il pelo...

Calma.

Non vedo il Pynchy. Dovrebbe essere qui. O qui nella tasca laterale, dove c’è anche la fotografia rubata nella Casa. O l’ho dimenticato... Cioè, lei l'ha dimenticato... Ovvero io... No, no, calma, calma.

E mentre mi calmo, suona il telefono.

“Frau Post?”

Il cameriere deve ripetere la domanda. “Frau Post? Volevo solo informarla che tutto è pagato dalla produzione dello Show. Ho chiesto alle ragazze della reception.”

“Tutto pagato?”

“Sì, tutto. Quindi... se ha altre richieste per la notte...”

Meccanicamente, prendo un foglio di carta, mi appoggio al comodino, e scrivo SNOW WHITE. So scrivere. Ricamo Snow White di ghirigori.

“Mi faccia pensare. Che cosa avete di buono?”

Sopra Snow White scrivo la parola BUONI.

“Di tutto, meine frau. La lista è sotto il telefono, la vede?”

E’ il foglio su cui sto scrivendo. Mi viene il mente che il mio Pynchy è sul letto di ModeRN. Perché? Non ricordo di aver dormito con quell'uomo. Ho nella testa un’immagine di lui che mi caccia dalla camera con il braccio teso.

“No. Legga lei il menu, a voce, così.”

Scrivo MODERN nell’altra metà del foglio. Cosa starà combinando con il mio Pynchy?

“Un momento, allora.”

Sopra il nome, scrivo CATTIVI. Il cameriere ci mette un po’. Ticchetto con la penna sul foglio, pasticcio un punto interrogativo, che si legge e non si legge. Aggiungo il nome di BEST. Sbuffo. Ticchetto. Pasticcio. Forse... Aggiungo il nome di DOGMA. Già. Pappa e ciccia con Mod, dopotutto. E poi anche lei, così arcigna, dura come questo comodino, come... Guardo il mucchio di vestiti tra le valigie, e ho un’idea.

“Eccomi, signora. Dunque, abbiamo salsicce affumicate, molto buone,” comincia il cameriere.

Uno...

“Poi abbiamo uno speck locale, un Dop davvero squisito...”

Due...

“O preferisce un primo? I canederli... Signora? Signora, è ancora lì?”

Tre...

Il cameriere sta ancora parlando, mentre mi getto dalla finestra. Basta lasciarsi cadere a quattro zampe sul cumulo di vestiti che ho buttato fuori. Atterro sfiorando il suolo con il mento, e molleggiandomi sulle giunture. Aha!, so saltare, so ancora saltare, e questa è la notizia più bella della giornata. Rotolo un po’ nella biancheria, cado nella neve, poi scelgo il maglione con i nippoli – sarà orribile ma ha l’aria di essere caldo – e una giacca a vento bianca, e mi alzo in piedi. Fa un freddo folle, e le uniche luci nel vallone sono quelle di questo albergo. Bene. L’uscita del parcheggio è... uhm, verso Sud Ovest. Il bosco maledetto è a Nord. Mi dirigo in salita verso Ovest Nord Ovest, verso la Casa, verso il Pynchy, dietro il cumulo di neve che costeggia la strada: cammino carponi, ho il foglio dei BUONI e dei CATTIVI in bocca, mi fermo e lo infilo in tasca, mi acquatto quando passa un’automobile, respirando nel maglione perché non si veda il vapore del fiato, pulisco con pazienza i guanti dalla neve ogni dieci passi, per non perdere la presa sul ghiaccio, e mi sollevo di tanto in tanto per annusare il vento, che è la miglior guida in una notte senza stelle.

E che si spacchino pure tutte le capsule di porcellana.

Io digrigno i denti.

 

 

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)



castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).