Hard B
SECONDO EPISODIO: IL BUIO
Mi accoccolo in una buca che ho scavato a calci nella neve alta per ripararmi dalla tramontana,
e lascio perdere.
Se qualcuno me lo chiederà, ma nessuno me lo chiederà, dirò che alla fine del bosco ho perso le tracce del Sasso Rotolante in cui Post si è trasformata, e che ho preferito ritornare in albergo, aspettare la luce, aspettare i pompieri, la polizia, i forestali, l’esercito, l’esorcista. Domani verrò con una scorta di ossigeno, bombole e guida alpina, giuro. Grappa e cioccolato. Passerò la giornata a sollevare i sassi a uno a uno, giuro, chiamandoli per nome nella speranza che rispondano, ma non stanotte.
Lo so che sono quel che un osservatore esterno definirebbe Una Merda. Ma non c’è nessuno a osservarmi dall’esterno.
E poi il mio cuore sta suonando il finale del “white album” dei Beatles, con Ringo che spiega al mondo la differenza tra un batterista e un metronomo (primo indizio), la testa non la smette più di girare (secondo indizio), e le gambe sono intorpidite (terzo indizio): nel linguaggio del corpo significa che in montagna c’è poco ossigeno. Vuol dire: rallenta, bello mio, stai correndo da mezz’ora a duemila metri di altitudine, in salita, con la neve alle ginocchia, senza equipaggiamento, tutto solo, al buio, e stai per crollare nella neve, perdere i sensi e morire congelato con la testa scoppiata come un cotechino e i polmoni fuori dalla bocca per una tipica crisi di mal di montagna. Ti è necessario abbandonare le ricerche.
Una Merda, l’ho detto.
Ma non posso farci niente. E poi non è colpa mia se Post è entrata nel bosco saltellando come la mamma di Bambi, e trac, si è trasformata in una Pietra delle Dolomiti con gli occhi disegnati come sui fermaporte, ed è rotolata via in salita. Mi dispiace, sono i migliori che se ne vanno, il destino è crudele, la cavalleria l’è morta, ecc., ma io non posso farci niente. E poi, il mostro che le ha fatto il maleficio è qui in giro da qualche parte, e non è igienico vagare per la montagna in evidente stato di confusione, a disposizione degli yeti biondi usciti dalla gente pietrificata. E poi anche le Creature di luce sono scomparse, e la notte è tornata buia. E poi non ho le scarpe adatte.
Un Vigliacco Senza Speranza.
Cose coraggiose come pini, luna, neve, nuvole, salita, raffiche, sono ancora in circolazione. Loro resistono. Bella forza. La luna, là, per esempio. Secoli che fa la coraggiosa davanti ai poeti che pasturano striminziti di paura. La luna però è lontana. Lontaaana. Un foro luminoso su un cartone nero. Il buco della serratura del cesso di una stazione di servizio come lo vedi dalla macchina in fila per la benzina. Ma anche ammettendo. Anche ammettendo. Ammettiamolo: sono io che sono piccolissimo. Sì, forse è questo. Io sono piccolissimo, mi sto restringendo. Ebbene, può darsi. Mi rimpicciolisco in una fossa nella neve, sono una miniatura, anzi sono un microbo, sono così meschino e minuscolo che le parole mi escono di bocca a una a una come gigantesche bolle, e mi schiacciano come una goccia d’acqua schiaccia una formica. Io non parlo, io taccio-borbotto. Io sono così infimo che la mia buca è un palazzo, la mia neve un tesoro scintillante, il mio fiato una centrale termica e il mio cervello una città. I miei amori camminano nell’impossibile, nel passato, nel futuro, o sul filo equilibristico del “non me ne è mai potuto fregare di meno”. Ciò che non è in questa buca non esiste. E’ una sfida prometeica al contrario – una sfida vermeica, e io sono Vermèo, l’uomo microbo epicureo - venite a prendermi, qui nell’infimo, qui che non do fastidio a nessuno, se ci riuscite. A-ha. Post ha bisogno di aiuto? Poverina. Ma io sono piccolissimo, e se esco dalla mia buca mi disintegro. Post avrebbe rischiato la vita per me? Sì. Ci credo, lei era grande, e le cose grandi non sanno mai dove nascondersi. A-ha. Io invece mollo. Mollo, lascio, guardo il paesaggio, borbotto-sbadiglio. Ma non sono l’unico che sta mollando. No. Sia detto in confidenza, e solo perché adesso è notte e non può sentire, ma nemmeno il Sole, pare, ci sta provando più.
Mica sono il solo Vermèo, io.
Mentre sto pensando, vedo, oltre i pini, giù oltre la distesa di rami e neve, più o meno dove dovrebbe trovarsi la strada, le luci gialle dei fari di una macchina. Poi vedo le luci rosse dei fari di una macchina, più forti e più deboli come se qualcuno non la finisse più di frenare. Poi di nuovo le luci gialle. E’ interessante. O all’improvviso tutto il paese è salito in auto e si è riversato sulla strada, e mi sembra difficile, oppure si tratta del parco fari di una medesima auto che sta ruotando sulla neve. Un testacoda. Ottuso, ovattato, mi arriva attraverso l’aria gelata il rombo come di stomaco di un acceleratore premuto a fondo, e a vuoto. Non sai guidare, chiunque tu sia. Pirla; e se te lo dice Vermèo, pirla davvero. Finirai ingolfato.
“Vrooom,” mi risponde l’amico.
Mi rimetto in piedi e barcollo un po’, schizzando neve intorno, facendo il punto della situazione. Io sono qui – piccolissimo, probabilmente invisibile nella neve, e vermescente. Di là c’è il bosco, gli alberi, le radici, i sassi, Post, niente che io abbia voglia di ascoltare. Di lì c’è la salita verso la Casa, Snow White, la gara, il gruppo, un mucchio di parole enormi che mi cadranno addosso e mi spiaccicheranno sul pavimento. Alle mie spalle c’è la montagna, la cima, il vento che si strofina contro la neve da millenni, e altre faccende che non mi riguardano. Vediamo un po’ cosa c’è laggiù.
Laggiù c’è l’aria, l’ossigeno, credo, e, a parte questo, la strada che va ovunque, e la macchina che scarbura. Il piccolissimo Vermèo non ha dubbi.
Scendo a valle tenendo il bosco a sinistra, ben distante. Al principio, sono davvero troppo piccolo per riuscire a sollevare le ginocchia nella neve immensa, è come se mi scavassi una trincea spingendomi avanti, Vermèo è un piccolo soldatino di piombo in un plastico con lo scenario in una scala sbagliata. Avanzo nella neve spingendo forte i fianchi e le cosce rigidi, come si esce dall’acqua al mare. In fondo, è quasi la stessa cosa. Se si togliesse il sale al mare, sapete che cosa succederebbe? Ci avete mai pensato?
Il mare gelerebbe.
A mano a mano che scendo, e che riprendo a respirare roba respirabile, mi accorgo di riuscire a sollevare le ginocchia, e a muovermi con un po’ più di disinvoltura, senza sembrare un palombaro. Intanto, la macchina giù a valle continua ad accelerare senza correggere di un millimetro la rotazione. Voglio proprio vederlo da vicino, questo pilota perfetto, che su una strada coperta di ghiaccio e di neve frena, accelera, controsterza e poi di nuovo frena, accelera e controsterza. Se schiaccia anche la frizione, o se spegne il motore a furia di ingolfarlo, e insomma se riesce ad andare fuori strada e giù nel vallone, totalizza il massimo del punteggio e muore.
Arrivo, ancora un po’ trafelato, fino al ciglio della strada. I miei polmoni si sentono come se qualcuno avesse aperto le finestre al mattino, e anche il mio cervello comincia a ragionare più pacatamente. Mi vergogno un po’. Evito di guardare lassù, dove ho lasciato verm... tracce che voglio solo dimenticare, e mi dedico al pilota rotante, che ormai è a pochi metri da me.
La scena è infuocata dalla luce dei fari, nella pista scavata nel ghiaccio che è la strada, perché il pilota ha acceso gli abbaglianti: forse vuole vedere meglio il muro di neve che ha a monte e il precipizio che ha a valle. O forse vuol vedere le scie delle ruote sul ghiaccio, per controllare l’ellissoide che sta tracciando intorno. La macchina, una piccola utilitaria francese, ruota dolcemente come una pattinatrice indolente, e le manovre forsennate del pilota riescono a disturbare solo marginalmente il tranquillo volteggiare verso l’abisso. C’è un odore di gomma unta bruciata, segno che la frizione è andata, e odor di benzina, piuttosto gradevole, ma minaccioso. Il motore si ingolfa, rutta e si spegne, come previsto, e io mi avvicino. Attraverso la strada, metto una mano sul cofano, e fermo l’auto. Vermèo è morto, e io sono un eroe.
Per qualche istante non succede niente. I fari sono rimasti accesi e sciolgono mezzo millimetro di cristalli sulla superficie del manto nevoso, la macchina è ferma, io tengo la mano sul cofano come una specie di dominatore di mondi. Poi, l’autista apre la portiera con un clic delicato, e io mi sposto per vedere.
E allora, dalla macchina esce il regalo di Natale per tutti gli eroici bloccamacchine del mondo.
Prima una nuvola di fiato lunga, filata come zucchero, che resiste al gelo abbastanza per disegnare un cuore nell’aria. Poi una scarpa. Normale, con la gomma sotto. Ma da donna. Poi una coscia bianca, come la neve nemmeno si sogna di sembrare, e con delle lentiggini color non so cosa, che spariscono nel luccichìo del collant. Poi un cappotto, enorme, cattivo, che nasconde all’improvviso le cosce, e che chissà cos’altro tiene segregato nella torre più alta. Poi un guanto di pezza di quelli con le dita tagliate, indossato probabilmente per guidare meglio. Poi un’altra nuvola di fiato e un groviglio di capelli rossi che si appiccicano dappertutto sulle guance sudate. Lei sorride. Non sa sorridere. Ringrazia. Quello sa farlo, a voce bassa.
“Ci siamo già conosciuti,” dico. E’ la tizia dello staff, la tizia dell’albergo. Quella che ha provato a tirarci fuori dal bosco, a me e a Post, prima che fosse troppo tardi. Ma non sembrava così... così... Adesso è eccitata, stanca, emozionata, bellissima. Mi scivola intorno sulla strada, tempestandomi di applausi, di saltellii, di risatine e di altre piccole follie trattenute. Chiede se davvero mi ricordo di lei. Chiede se sono davvero io quello dello Show. Chiede se mi ricorderò che si chiama Vana, Vana Olker.
Guardo per un attimo verso la cima della montagna, senza vedere niente in realtà, ma così, come per controllare la scia vermesca che ho lasciato lassù.
“Sì, sono Hard,” le dico.
Lei annuisce. Inizia parlando con una cantilena soave, e mi spiega che voleva andare a casa, a casa sua, perché era spaventata per quello che era successo alla povera signora, ma prima voleva passare dalla Casa, quell’altra, quella di Snow White, perché aveva la sera libera e voleva qualche autografo dei tizi dello Show, e anche avvertire che il Sosia errante aveva preso la camera della signora, perché in albergo non le credevano tanto, ma poi ci aveva ripensato perché era tutto buio là in cima, e allora aveva cercato di fare un’inversione a u con la macchina, ma invece le erano venute tante o. Finisce sorridendo nel collo del cappotto, e dicendo che forse le serve un autista. Prende fiato in un altro cuoricino di vapore.
Io sto per dire qualcosa, in effetti.
Ma lei aggiunge che però a casa sua c’è la mamma che dorme. E mi guarda. C’è una pausa di fiati. Poi sono io che sorrido.
“Andiamo subito dal mio vecchio, caro, adorabile, fidato, fraterno amico Snow White,” esclamo. E lei, natalizia, mi strizza l’occhio.
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
