SECONDO EPISODIO: IL BUIO
Non c’è più elettricità nella casa, nel giardino e nei dintorni. Non c’è più luce. Non so quanto durerà la prova del buio, ma ho calcolato che mi occorrono soltanto tre minuti per fare quello che devo fare. Ho già in tasca la scatola di fiammiferi da camino che Ichi mi ha passato di nascosto, durante la cena. Dice che nessuno avrà da ridire, se me la trovano addosso, anche se l’ordine di White per questa prova è “buio assoluto”. Io sono l’addetta al camino. Ora devo solo andare di sopra. Salire e prendere il Catalogo degli Universi.
Salvo imprevisti.
Controllo la posizione degli altri in salotto. Vedo Klaz e Ichi sul divano. Le due facce illuminate dal riverbero della neve attraverso la finestra. Ci sono i resti della cena scongelata, sul tavolino. Profili di scatole di gamberi al chili e seppie con funghi cinesi. Bacchette che spuntano in cima come antenne di vecchie radio a transistor. Amo i gamberi al chili. Amo mangiare con le bacchette. Perfino Ichi è ammirato per la mia abilità con le bacchette. Ho diviso con lui una porzione di gamberi, abbiamo fatto la gara a chi mangiava più in fretta. Siamo stati disturbati dagli altri. Klaz si lamentava, non faceva che protestare, si lagnava del cibo cinese congelato, si lagnava delle bacchette, si lagnava di Snow White, e non deve aver mangiato quasi niente. Beveva. Ichi gli lanciava un’occhiata ogni tanto, preoccupato; ed è per questo che ha perso la gara. Ho vinto io, e Ichi rideva, con il sugo che gli colava sul mento, mentre tentava di succhiare l’ultimo boccone di germogli di soia. Gli ho pulito la faccia con il tovagliolo. L’ho guardato mentre si leccava le dita.
“Non era male,” ha detto.
“No,” ho risposto.
Ha controllato che nessuno lo vedesse, e mi ha infilato in mano la scatola di fiammiferi. “La prova di Snow White sarà il buio.”
“Come lo sai?”
“I vermi. Sono l’esagramma numero diciotto dell’I-Ching, “L’emendamento delle cose guaste”. Rappresentano i due che sono stati espulsi. Due. Quindi diciotto più diciotto, che fa trentasei, “Ming I: l’ottenebramento della luce”. La prossima prova è il buio. Questo non cambia nulla, se te la senti.”
“Me la sento.”
A un certo punto, Klaz si è buttato sul divano vicino a noi, con il bicchiere in mano. Ichi ha scrollato le spalle. Allora, ho sorriso, e sono andata a sedermi nella mia solita poltrona. Gli ho detto vieni, ma non so se ha sentito. In quel momento, è andata via la luce.
Ora sa che sto pensando a lui. Ichi. Si volta verso di me, vedo i suoi occhi che luccicano per un istante. Sento che mi sta cercando. So che mi sta cercando. Percepisco il suo interesse per me, lo percepisco chiaramente in questo momento, e questo mi mette i brividi. Mi trova con lo sguardo, qui nella poltrona, e resta così, fisso. Certo, potrei rimandare la mia missione. Se venisse a sedersi vicino a me, come ha fatto tante altre volte, la missione potrebbe aspettare. Solo per un po’. Solo per stasera. Mi ha visto, ma non si muove. Dev’essere difficile. Certo sarebbe complicato, con gli altri e tutto il resto. Sarebbe una faccenda troppo evidente. Ma ha giocato con me. Ha complottato con me. Direi che è già tutto talmente evidente. Ora però non si muove, ecco. Potrei lasciare la scatola dei fiammiferi sul camino, e scivolare a sedermi vicino a lui sul divano. Non direi niente, solo guarderei i suoi occhi. C’è una tale intensità nei nostri sguardi. Il buio può farla diventare più sopportabile. Potremmo non smettere mai di guardarci, finalmente; lui non dovrebbe voltarsi ogni volta a guardare Klaz, o Best, o quell’incapace di ModeRN. Magari non faremmo nient’altro. Invece no, non si sposta dal divano, per lui forse è troppo difficile. Ha ragione, è difficile, la situazione non è adatta. Non ci si può comportare come dei bambini, approfittando del primo buio. Lo vedo che si volta verso Klaz, e tutti e due riprendono a parlare, piano. Non è proprio seduto, segno che un po’ di incertezza gli rimane. Nella luce della neve, lo vedo, quasi in piedi, piegato su un ginocchio. Vedo la pelle del suo collo. L’ho sentita dura e liscia, sotto il tovagliolo con cui l’accarezzavo. Non capisco se sta per muoversi o no. Scende nell’ombra.
Anche ModeRn, a un tratto, è in movimento. Dal bagliore del camino, dove la sua faccia bianca sembra colorata di arancio e di giallo, prima si muove verso il divano, poi si blocca. Barcolla quasi, e con uno scarto si sposta di nuovo verso di me. I suoi passi scricchiolano sulle travi del pavimento. Diventano felpati sul tappeto. Riprendono a scricchiolare vicino alla poltrona.
“Che fai?” Gli chiedo.
“Oh? Ah, io...” risponde, sottovoce. Mi mette una mano sulla spalla, velocemente. Poi la ritira. Ignoro il significato del suo gesto. Dice: “Io vado a prendere una cosa. Tu non vai da qualche parte?”
Non capisco. Non vedo perché dovrei andare da qualche parte. Spero che non sospetti niente della mia missione. Già, la missione: me ne ero quasi dimenticata.
“Io sto qui, Mod. Vai a prendere, che cosa?”
“Il Pynchy di Post. Lo ha lasciato a me. Penso che potrebbe fare un po’ di luce, magari per leggere un libro, che dici? Non vieni con me?”
Insiste. Parla sottovoce. Non capisco. “No, grazie. Resto qui.”
Sospira e si allontana. Il Pynchy di Post. Un oggetto inutile. Un vecchio caleidoscopio rivestito di carta di Firenze, con i gigli verdi sul fondo beige. Un souvenir comperato in qualche cartoleria. Post lo usa per nascondere il carattere decisamente allucinatorio del suo talento di scrittrice. E tutti quanti le credono. A me fa solo rabbia. A ModeRN fa perdere la testa, invece: inciampa nelle mie caviglie, e si dirige verso le scale con una fretta ridicola. Va a toccare il suo Pynchy. Dio, è patetico. Lui e il suo Pynchy. Non c’è niente, appiccicato alle cose, non c’è niente di Post: finito, passato, via. Non si salva niente. La gente vive immersa in un museo di cose senza vita, in un mucchio di oggetti scartati da qualcun altro. Come se lì fosse la magia. Non c’è niente, in un oggetto. Non c’è nessuna magia. E invece ModeRN si scapicolla, addirittura, sulle scale. Nel buio, si sentono i suoi passi concitati al primo piano, il rumore della porta che si apre e si chiude, il fracasso di un cassetto aperto troppo in fretta e rovesciato sul pavimento. Poi più nulla. Seguiterà a tentare di far funzionare il Pynchy per tutta la notte. Andrà in bagno e si masturberà guardando nel caleidoscopio, e poi si sdraierà sl letto singhiozzando, sognando a occhi aperti e abbracciando il Pynchy.
Sto quasi per alzarmi, quando qualcuno batte un colpo sullo stipite della porta d’ingresso, alle mie spalle. Una capocciata, indiscutibilmente.
“Ma porc... Non si vede un accidente!”
E’ Best, ovvio. La sua sagoma spunta nella luce di neve che entra dalla finestra. Si strofina la testa. Avanza dirigendosi verso il divano. Perfetto: se si siede e inizia a conversare con gli altri, io posso andare. La mia missione! Invece, vedo che si ferma, di botto. Resta per un istante nel riquadro della finestra. Sta guardando qualcosa. Toglie la mano dalla testa. Poi si volta, cerca di passare accanto al tavolino, lo colpisce con una gamba. Zoppica e cade addosso a me. Mi ride in un orecchio. E’ irritante. La allontano. Mi ripiomba addosso e mi dà un pizzico forte sull’avambraccio.
“Ahi,” strillo.
“Ssst,” mi ridacchia nell’orecchio. Ci mette un sacco, a ridacchiare. Poi: “Ma che cosa fai qui? Ti piace guardare?”
Ho un momento di incertezza.
“Eh?”
“Guardare, dico! Oh, beh...”
“In che senso, guardare?” Non capisco. Guardare? E’ tutto buio.
“No, no. Se ti piace...”
Mi irrito. Mi bruciano gli occhi. Sono confusa. “Ma che cosa? Vai, va’... E smettila di pizzicarmi!”
“Ssst,” insiste, “insomma, non hai visto cosa succede sul divano?”
Un ciocco di legna cade nel camino, lanciando una manciata di scintille sul pavimento. Mi ripeto mentalmente le ultime parole che ho sentito. Non capisco. Davvero non capisco. Oppure sì, capisco. Nel bagliore, vedo la faccia di Best, che ghigna, che ammicca, che storce la bocca.
“Non...”
Vedo il camino sdoppiarsi e inumidirsi, ondeggiando.
“...è vero...”
Sento un movimento, sul divano.
Comincio piano: “...brutta...”
All’improvviso devo gridare, non c’è modo di chiudere la bocca, c’è dentro qualcosa che mi sta soffocando.
“...bugiarda...”
Ho gridato. Mi è sembrato un soffio, ma devo aver gridato. Non ho sentito, ma dev’essere stato un grido. La stanza sembra ricordarselo. Vibra. Trema. Il camino è liquido, cola fuoco, si contorce.
Poi.
“Me ne vado,” sento, lontano. E’, su qualche pianeta, Ichi.
Ha una voce diversa dal solito. Rauca. Grave. Si alza e passa attraverso la stanza. Troppo veloce. Lo guardo per tutto il tempo, non colgo nemmeno l’intenzione di uno sguardo verso di me. Si infila sotto la scala. Nel disimpegno. Va in palestra. Chiude la porta a chiave.
“Uh-uh,” dice Best. “Oh, beh, wow. Wow! Direi che abbiamo un cuore spezzato!”
La guardo, come se potessi vederla. Sento il suo alito nero che ride.
“Uh-uh,” continua, “dai, vieni: chissà cosa ha da dirci Klaz!”
Il nome mi suona così doloroso, che non sento più niente, per un po’. Vedo solo il camino. Il camino. Mi ci immergo, nel camino, che sèguita a deformarsi in quelle sue cascate di fuoco liquido. Nessuno mi vede piangere come mi sto vedendo io.
“Vado di sopra,” dico.
“E ti perdi Klaz?”
La uccido, se non capisce. Le prendo la testa con tutte e due le mani e la faccio passare così com’è attraverso la finestra.
“Sei una vacca,” le dico, quietamente.
Mi risponde, altrettanto quietamente: “Ma che cosa ho fatto?”
E’ vero. Per una volta, Best ha ragione. Non ha fatto niente. Non c’entra niente. Le voglio quasi bene, tanto è innocente, stavolta. Ma, lo stesso: “Sei una sporca vacca squartata.”
Best ride. Non so come, ma ride. Ride in un modo diverso, adesso. Come una che sta per sedersi per terra e dire “wow, due cuori spezzati” e prenderti la mano.
Intanto, dal divano, arriva una voce tenue: quella di Klaz.
“Dici... dici a me?”
Sento che Best guizza in alto, svetta su, si muove, si raddrizza. “C’è bisogno di qualcosa di forte. O sbaglio?”
Io non parlo.
“Eh?” risponde Klaz, “dove sono gli altri?”
Li sento ancora, per un po’.
Li sento che si versano qualcosa da bere. Sento Best che dice: “Tutti a piangere da qualche parte, credo. Ma dai. Dai, ti ha baciato? E tu?”
Poi li perdo. Non esistono, o non parlano più. Ho una missione, io. Alzarmi. Tenermi dritta. Su-u. Prendere le scale. Non c’è nemmeno bisogno di non far rumore, nessun bisogno. Posso pestare i piedi quanto voglio. Ora sto camminando al primo piano. Tre minuti. Conosco la strada. Mi volto, verso la rampa per la soffitta. Entrare nella stanza di Best. Cercare il Catalogo degli Universi. Cammino sopra la palestra. Pesto i piedi sul silenzio assoluto che c’è lì dentro.
Inciampo in uno scalino. Cerco i fiammiferi in tasca, apro la scatola. Sono lunghi una spanna, ne accendo uno. Sono di un legno che scricchiola e si piega bruciando. Arrivo alla stanza di Best. Entro. La porta è aperta. Una camera di ragazzina, con i pupazzi sul letto.
Il fiammifero si spegne, resto così.
Ha un odore, questa stanza, di profumini alla pesca. Pesca, fragola, mandarino. Odore di stoffa polverosa dei pupazzi, di borotalco, di tendine di bucato. Odore di saliva, di chupa chups, di calzini sudati. Di naftalina, di valigie chiuse, di resina, di marijuana, di cuscini. Odore di lavanda vaginale, di inchiostro, di vapore, di lana, di lampadine impolverate, di fango, di sonno, di smalto per unghie, di latte coi biscotti. Di fosforo bruciato e spento.
Mi siedo per terra. Rigiro tra le dita la scatola di fiammiferi lunghi per il camino, la scatola che lui mi ha dato parlandomi sottovoce e facendomi il solletico all’orecchio, con la bocca ancora appiccicosa di gamberi e l’alito che sapeva di vino, e la mano che si muoveva in quel modo imprevedibile che hanno le mani degli altri, le sorprese del loro tocco, le facce che si alzano, i corpi che si riconoscono, si interrogano, si parlano, e che se si ingannano, si ingannano così da vicino. Ed è: niente. Finito, passato, via. E la schiaccio sulla fronte, e sento che se potessi farla entrare nella mia testa, ficcarcela dentro tutta intera e tenerla lì, lo farei.
Ma è proprio in quel momento che la voce di ModeRN illumina tutta la Casa, l’aria diventa azzurra e il Pynchy - non so come, penso subito al Pynchy - senza il minimo rumore, solo con un sibilo schiumoso, con un gorgoglìo effervescente, come il flash di una macchina fotografica, improvvisamente esplode.
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)
