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Ichi

SECONDO EPISODIO: IL BUIO

 

Caro maestro Hua,

so che non è saggio prendersela con il ramo perché è troppo alto. Secondo il tuo insegnamento, infatti, una stessa Natura ha posto sulla terra il ramo troppo alto e colui che desidera salirvi, e li ha fatti incontrare, per punire il desiderio dell’uno e la vanità dell’altro.

Ma io non credo che ciò sia vero.

Cancello l’ultima riga, la scrivo e la cancello di nuovo. Mi accorgo di non ricordare se nella frase ho usato il chiasmo oppure no, e, in questo caso, se ho nominato prima Klaz, o me, colui che desidera. Ma non c’è abbastanza luce e non riesco a vedere niente. Domani, ciò che ho scritto qui al buio, vicino alla finestra, sarà finalmente leggibile, ma diventerà incomprensibile. Oh, diventerà ingiustificabile, maestro Hua. Quando il Sole sorgerà, mi accorgerò degli errori che ho commesso e della confusione della pagina. Quando il Sole sorgerà, sarà facile capire ogni cosa: su quale riga avrei dovuto riprendere la frase interrotta, in quale punto del foglio avrei dovuto iniziare un paragrafo nuovo, dove la matita avrebbe dovuto fermarsi e dove avrebbe potuto continuare, e dove lo spazio per scrivere era ormai esaurito, e tutto sarà chiaro, non è vero, maestro? Domani. Ma io sto scrivendo la mia storia ora, e non ho che fiacche tracce scure da seguire, tremando, in piedi vicino alla vetrata, mentre inclino il quaderno per raccogliere ogni più piccolo barbaglio della luce che viene dalle montagne, e mi accorgo che la mia mano che scrive è, essa stessa, un’ombra.

Secondo il tuo insegnamento, una medesima Natura ha posto sulla terra il ramo troppo alto e colui che desidera salirvi, e li ha fatti incontrare, punendo il desiderio dell’uno e la vanità dell’altro. Ma io non credo che questo sia vero. Io credo che la Natura ami sentirci cantare.

Forse sentirci piangere.

E, a volte, ridere.

Ricordo perfettamente una storia esemplare che mi hai raccontato, maestro Hua. C’erano una volta due giovani discepoli, che rimasero in piedi nella neve davanti alle porte di Shaolin per tutto l’inverno, perché il maestro non voleva insegnare loro le forme segrete della pratica. Interrogato, disse: vi insegnerò le forme segrete quando nevicherà rosso. Allora i due discepoli si tagliarono un braccio. E in mezzo alla neve rossa di sangue, il maestro insegnò loro le forme shaolin.

Perché il maestro concesse il premio supremo al supremo desiderio? I due discepoli avrebbero dovuto andarsene lontano dalle porte di Shaolin: solo allora avrebbero dimostrato di essere superiori al desiderio, unica causa del dolore nel mondo; solo allora il maestro avrebbe dovuto inseguirli nella neve e donare loro la forma della Gru, quella della Scimmia e la suprema Tigre shaolin.

Quel maestro sapeva che la Natura ama sentirci cantare, e forse piangere. La Natura ama le lacrime che scendono come pioggia, ed è per questo che ha creato la pioggia. Talvolta ignora  il desiderio più feroce, talvolta consola la rinuncia, e si nutre del dolore nato da entrambi. Per questo il maestro shaolin ha concesso la conoscenza ai discepoli: per fermarli, affinché smettessero di nutrire con il loro dolore qualcosa che li osservava, là fuori, nella neve. Cessare di desiderare non serve a raggiungere la felicità. Serve a uccidere il mostro della Natura, togliendogli il nutrimento.

Questo è il segreto che nessuno rivela.

Dal piano di sopra scende un tramestìo di passi concitati, qualcuno ha gridato, nella Casa. Sollevo lo sguardo, vorrei muovermi e raggiungere gli altri; ma vedo qualcosa, nella vetrata, nella neve, che sta uscendo dal buio, lentamente, come se l’avessi evocato.

“Vieni fuori, shaolin,” sento.

Non mi muovo. Non riconosco la voce. Due occhi scintillanti mi guardano dalla veranda ghiacciata.

“Apri la porta, shaolin.”

Poso il taccuino sul davanzale. Inspiro profondamente e comprimo l’aria nei polmoni. Non sono in equilibrio, e la Natura viene a esigere le sue lacrime. Espiro e inspiro di nuovo, mentre esco sulla veranda, nella neve. Fa freddo, e non dovrei sentirlo.

“Post? Sei tu?” chiedo.

Post indossa il maglione bianco sui suoi soliti jeans, e la giacca imbottita che le ho visto addosso quasi ogni giorno da quando siamo arrivati nella Casa, ma scrolla il capo ridendo. Alza le mani e piega le ginocchia come una Lince. Non conosco questa forma. Non credo che si tratti di lotta Kung.

“Post. Che cosa ti succede? Va tutto bene?”

Post ghigna, e con una torsione improvvisa scavalca con un salto a ruota la balaustra della veranda, e balza giù, sulla spianata vicino alla Casa. Non si è appoggiata con le braccia al bordo. Non ha usato le scale. Il tuo volo sia quello di un uccello. Non può essere, mi dico. Post è una tranquilla signora che fa tardi alle feste, fuma, scrive libri e passa i pomeriggi a litigare con i critici per telefono. Non può essere la stessa persona che qui, davanti a me, muove insieme mano e gamba e si appresta ad attaccare.

“Scendi, te lo spiego,” dice.

Appoggio i pugni sui fianchi. Fingo di sbuffare, spazientito; in realtà non riesco ancora a concentrare il respiro in quel punto profondo, sicuro, dentro di me.

“Post, se vuoi giocare a palle di neve, vado a chiamarti ModeRN. Per me non è serata.”

Si muove in fretta: con un braccio circonda un arbusto del giardino, lo nasconde con il corpo, lo torce e lo spezza con un calcio all’indietro. Sta preparando i bastoni. Lascia strisciare uno dei rami a terra, e lancia l’altro addosso a me. Lo afferro prima che mi colpisca al viso.

Soffio: “D’accordo, cintura nera,” le dico, ancora sperando che si tratti solo di uno scherzo. “Scendo e facciamo un po’ di movimento. Mi stavo giusto congelando.”

Scavalco la balaustra anch’io, con una torsione e un salto, e atterro sulla neve.

“Ecco il Pavone. Non sei la sola che fa la ruota, qui.”

Post sorride, ma non è un sorriso amichevole. Mi rialzo senza piegare le ginocchia, semplicemente unendo le cosce con la forza dei muscoli. Il sorriso svanisce. Mi preparo in posizione di difesa pensando a una forma Feng, pulendo con una mano il bastone dai rametti secchi. Non sono calmo: il ramo è coperto di spine, e questo non mi piace. E’ stato un ramo di rose, e ora è un’arma. E quella non è Post, anche se le somiglia.

La osservo mentre corre in cerchio intorno a me, con una leggera baldanza, trascinando il bastone che striscia per terra dietro di lei come una coda. Dovrà rovesciare la mano e alzare in aria il ramo, per colpirmi. Guardo l’aria pallida di neve, immaginando il punto preciso in cui l’arma si alzerà. Ma Post si ferma, è a poco più di un metro da me, e mi guarda abbassando il mento. Capisco all’improvviso che il colpo non verrà dall’alto. 

Con una contrazione velocissima, Post muove in avanti il braccio che regge il bastone, e il bastone le scorre nel pugno chiuso guizzando in avanti. La Coda diventa la Spada. Non c’è Feng che tenga, contro la punta aguzza del bastone che saetta nell’aria verso di me, e devo arretrare. Mi sposto di fianco, ma il primo colpo è di Post, anche se è andato a vuoto. Abbasso la difesa finché i bastoni si incrociano.

“Dove hai imparato a muoverti così?”

Non risponde. Ritira il bastone con tutte e due le mani e lo punta a terra, inclinato, per saltare sull’altro lato del campo di battaglia con un’altra ruota sul dorso, costringendomi ancora a voltarmi verso il lato scoperto e a parare il nuovo colpo. I bastoni schioccano, vibrano con il rumore del Vento, sotto i colpi micidiali.

Noi dobbiamo uccidere la Natura, maestro.

“Post,” grido, perdendo fiato dopo fiato, “Post, smettila! Più piano. Più piano!” Non riesco a controllare il respiro, non riesco a controllare i miei nervi. “Ahi, ma sei impazzita? Questo è un combattimento. Perché? Che cosa ti ho fatto, io?”

Fatico a seguirla, mentre si abbassa, sfugge alla mia presa appoggiandosi nella neve, e comincia a roteare allontanandosi da me. Questa è la forma della Scimmia, che lei lo sappia o no. Nella neve, dove ha posato la mano, resta un’impronta nera di sangue. La mano è ferita, il legno del bastone le si è conficcato nel palmo. Ma sul suo viso non c’è traccia di dolore. E io inizio a spaventarmi. Continuiamo a muoverci incrociando i bastoni più volte, preparandoci all’attacco più duro. I movimenti dei piedi stanno diventando una danza, uno-due, uno-due, caviglia contro caviglia, le punte nelle due direzioni, lo yin e lo yang, e saggiano il terreno brevemente a ogni passo, si assestano nel ghiaccio, vi scavano trincee, vi approntano barricate. E infatti l’attacco arriva, il bastone di Post guizza nell’aria in tutte le direzioni, e si abbatte prima a destra, poi a sinistra, poi ancora a sinistra e a destra, poi sparisce indietro nel buio, e di nuovo, come nel primo colpo micidiale, appare all’improvviso nel vuoto, all’altezza del mio torace. E’ un Fulmine, è preciso e leggero, e non dà scampo. Stavolta infatti non riesco a ritirarmi in tempo, e la punta mi ferisce strappando la casacca e mordendo la carne. Post ritira il bastone insanguinato, si avvinghia al legno come un animale su un ramo, e mi piomba addosso. I bastoni si incurvano sotto il peso dei colpi, sento freddo e dolore nel punto in cui sono stato colpito.

La Natura ama il mio dolore, maestro Hua.

Arriva un colpo, sulle spalle, ne arriva un altro, al fianco. Mi accorgo che il mio nemico, Post, o chiunque sia questo guerriero, sta lottando per uccidermi. Sento il suo odio, sento la sua determinazione di morte, e questo ferma il respiro dentro di me, lo chiude nel mio punto più profondo. Improvvisamente, comincio a riacquistare forza.

Attraverso i colpi, il dolore del mio nemico si trasmette a me. Attraverso i colpi, la mia pietà per il nemico si trasmette a lui. Egli è vittima della Natura, più di me, perché tra il dolore e la pietà, la pietà vince. Egli è lo sconfitto.

Arriva un ultimo colpo, distante, preciso; ma ormai so come pararlo, e mi faccio sotto. La pietà colpisce ripetutamente Post ai fianchi, alla schiena, al collo. Ci avvinghiamo l’uno all’altra, avverto il dolore lancinante nei suoi occhi blu, fino a questo momento immobili, distratti, ferini. Ora i suoi occhi parlano, e io li ascolto. Io ho un nemico, che vuole uccidermi, e ho pietà di lui.

Il nemico.

Rispettiamo il ritmo dei nostri respiri, con i bastoni schiacciati l’uno contro l’altro. Rallentiamo. Ci avviciniamo. Ci annusiamo, il sudore del suo viso contro il sudore del mio. All’improvviso la presa di Post cede. Lei si ritira, tre passi indietro. Afferra il bastone con tutte e due le mani, mi guarda, e lo spezza con una ginocchiata.

Lancia i due monconi lontano, nella neve.

“Non è tuo, l’odore,” dice. Mi fissa, mentre abbasso il bastone. Osserva il punto in cui mi ha ferito, inclinando la testa di lato, come se d'un tratto ricambiasse la mia pietà. Ma ancora non sente alcun male, non strofina le mani, non si accorge del sangue che è schizzato sulla sua giacca. Sta odiando ancora.

“Quale odore? Post, quale odore?”

“L’odore della belva che ha ucciso i miei figli,” dice.

“'Fanculo, Post,” ansimo. «Quali figli ? Tu non hai figli.”

Si inchina, alza gli occhi di nuovo.

“Non è tuo, l’odore di questa Casa.”

“I tuoi figli?”

Post non ha figli. Non che io sappia. Le sue labbra lo ripetono di nuovo, “i miei figli”. Scuoto la testa. Nell’istante in cui prendo fiato per parlare, lei si volta, e sparisce nella notte.

Mi appoggio al bastone, tastandomi il petto ferito. C’è sangue, e la casacca blu per il Kung Fu - 180 euro - è stracciata; ma la ferita non è profonda.

“'Fanculo…”

La Natura è il nostro peggiore nemico, Post, e tu la stai nutrendo.

 

 

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).