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Sig. Klaz

SECONDO EPISODIO: IL BUIO

 

Le labbra umide, il boccone di fiato che inghiottii, la saliva calda che mi scivolò sulla bocca.

“Ma su, diamine,” mormorai, spingendolo via.

***

Mi trovavo in salotto, sul divano, con Ichi e Dogma, quando vennero spente le luci per la Prova del Buio. O forse Dogma si era già trasferita sulla sua poltrona musona, o al piano di sopra. Tolsi la giacca con le toppe sui gomiti che avevo indossato per la cena, la piegai senza cura e la stesi sul cuscino del divano, dietro alla nuca. “Adesso comincia lo spettacolo,” dissi a Ichi, sottovoce, sporgendomi verso di lui e parlandogli in un orecchio, come a teatro. Lo shaolin s’era chinato sulla mia spalla per ascoltarmi, e quando finii la frase rimase a lungo in quella posizione, senza parlare. Non gli badai, e poiché non ero comodo mi agitai cercando di sprofondare tra i cuscini per sistemarmi meglio, urtandogli forse una gamba. Dopo numerosi tentativi, più scomodo che mai, con la giacca che si era arrotolata e ispessita dietro al mio collo, mi rassegnai a rilassarmi e cominciai a guardare dritto nel buio, in silenzio, verso il fondo della stanza, dove si trovavano l’ingresso della Casa, la sala produzione e il Confessionale.

Che cosa mi aspettavo? In quel buio, uno spettacolo, naturalmente. Musica e attrici. Fantasmi fatti con il tulle. Un Prologo vestito da spettro, che annunciasse in burla la vicenda di un re, colpevole di un delitto contro il destino, di una regina complice, di un servo invidioso, di un eroe spietatamente pazzo, di un segno inascoltato, di mille cadaveri applauditi, e di uno solo, innocente, inutilmente pianto. Perdermi, questo desideravo, mentre il mondo rotolava verso la fine, perdermi dietro a pensieri sottili come le bave di un bruco, dietro a parole sfilate dalla bocca dell’attore come interiora torturate e lente. Volevo parole astruse come “Vendetta”, “Presagio”, o “Perdono”, e sentirle dire lassù, nel Cinquecento, e costruire di campata in campata un infinito ponte tra luoghi e tempi diversi, tra il “Perdono” di un eroe mai esistito e un perdono reale, amministrato ieri, l’altroieri, da me, e negato, riagganciando il telefono così come l’eroe, sul palco, sfoderava la spada.

“Ti chiamo soltanto per sapere...se ti devo...”

“Anna? Non ti avevo riconosciuto. No, l’avvocato ha pensato a tutto. Ti farò avere le ultime cose che hai lasciato qui.”

“Volevo dire... Pronto? Ci sei o non ci sei? Pronto?”

Rammentare. Forse sorridere, pensando “bene, così impari”; ma poi, al cambio di luci, o di tono, o di postura delle ginocchia ossute in calzamaglia del guitto, vedere insieme all’eroe più a fondo nell’abisso, e decidermi a misurare gli dei, gli antenati, la giustizia, la verità, e perfino l’immensa ombra di me stesso allo specchio, con la mia pietà; e guardare la bilancia squagliarsi sotto il peso di una così piccola piuma. Sospirare. Addolcire il sorriso. Fermare gli ambasciatori. Sospendere l’attacco. Ma poi guardare più a fondo ancora, e da quel fondo, come un pesce i pescatori, vedere in superficie i malvagi denigrare il perdono, farsene beffa, disprezzarne l’umile offerta; e allora estrarre non una, ma cento spade, e muovere foreste, e suscitare fantasmi, e lasciar fischiare un vento raggelante sulle rovine bruciate.

Ecco, più o meno questo, io volevo. Ma passavano i minuti, e non succedeva niente. Niente! Nessuno spettacolo. La porta del Confessionale si aprì e si richiuse con un cigolìo prosaico, Best entrò bestemmiando, inciampando o cadendo o rovesciando qualcosa; io mi voltai appena verso Ichi, sorridendo, farfugliai qualcosa che non riuscii a finire, e... E lui mi aggredì. Anzi, a dire la verità, credetti che volesse mordermi. Ebbi una visione fugace di denti candidi, sentii un soffio caldo di fiato che respirai senza nemmeno accorgermene, e mi divincolai mentre lui schiacciava la sua bocca contro la mia. Quando capii che si trattava di un bacio, smisi di temere per la mia vita, e per una frazione di secondo mi calmai. Allora sentii l’umido della sua saliva tra le mie labbra. Lo spinsi via. Mi resi conto che le sue mani mi stavano accarezzando, da un pezzo, il collo e le spalle, soltanto quando sentii che si staccavano da me. Capii, con un angolo del cervello cui non avevo prestato fino a quel momento la minima attenzione, che non erano stati i lembi della mia giacca a infastidirmi, e che quando avevo creduto di essermi sistemato meglio tra i cuscini, m’ero in realtà accoccolato tra le braccia di Ichi. Sospirai e lo guardai. Un barbaglio di luce dalla finestra gli illuminava il viso, gli occhi che si stavano aprendo già incupiti, offesi o feriti, la bocca lucida che si serrava. Mi sentivo imbarazzato, esploravo le mie cognizioni umane, affettive, perfino sociali e politiche, dio santo, alla ricerca di una singola, sola, piccola, anche microscopica, parola da dire in quel momento. E danzavo su quel divano, mentre Ichi sembrava muoversi al rallentatore. Non sapevo se mostrarmi irritato, da eterosessuale sconvolto, o se mostrarmi stupito, da eterosessuale disattento, o se comprensivo, da amico eterosessuale. O se prendergli la faccia e baciarla, e rimandare la ricerca di una definizione all’indomani. Se solo mi avesse lasciato un momento per pensare. O se non me l’avesse lasciato.

“Ma su, diamine...” dissi, in un tono che mi parve sufficientemente neutro. Non venne nient’altro. Allora il mondo intorno riprese a muoversi alla solita velocità, Ichi si scostò quasi con furia, disse qualcosa, appoggiò una mano sul divano per alzarsi e io mi accorsi che se ne stava andando, e in quel momento mi sentii infinitamente debole. Stanco-straziato-stupido, e con un dolore pulsante all’inguine, di cui indovinavo l’origine. Mi vidi ebete e solo, solo per tutto il tempo a venire, con una discesa ripida di noia mortale e di ebetudine davanti a me, sperduto tra estranei di una loquacità sfrenata, come se avessi tolto le cuffie auricolari di una qualche traduzione simultanea e il mondo si fosse trasformato in un congresso di alieni, di cui ammiravo le buffe acconciature, i movimenti rapidissimi delle antenne, e ai quali potevo appena sorridere e fare sì con la testa per scongiurare attriti galattici, senza capire una parola e senza che me ne importasse. Vidi tutto come in un album fotografico, pieno di polaroid che raffiguravano me e alieni donne, me e alieni uomini, me e alieni me. Per tutto il tempo a venire. Non so per quale motivo pensai agli alieni, forse perché in quel momento la ragazzina, Best, sostituì Ichi buttandosi sul divano, e cominciò a parlare, a parlare, versando vino nei bicchieri e dicendo non so che cosa a vanvera.

Dov’era andato, Ichi? Mi aggrappai al bicchiere che l’aliena mi porgeva nell’oscurità, e prima di bere un lungo sorso sporsi le labbra nel cavo del vetro e annusai, poiché mi pareva di avere ancora l’odore di Ichi e il suo sapore in bocca. Mentre deglutivo, deluso, accadde qualcosa.

La voce di ModeRN squarciò il congresso degli alieni nella mia testa, e quel tal marchingegno di cui Mod aveva parlato per tutta la sera, il Pynchy, esplose. L’aria si colorò di azzurro, e tutto il salone si accese come la vasca di un grande circo acquatico illuminata all’improvviso per il numero dei delfini.

Io e Best ci scambiammo un’occhiata. Eravamo azzurri anche noi. Come veri alieni.

“Quell’imbecille di Mod...” disse Best.

Ci alzammo di scatto e corremmo su per le scale.

La porta di ModeRN era chiusa. E tremendamente azzurra. Bussammo, prima io, poi anche Best “perché non si è sentito”, ma ModeRN non rispose. Lo chiamammo più volte. Niente. Sentii rumore di passi nel corridoio alle mie spalle e mi voltai sorridendo. Ma era solo Dogma. Dissi: “ModeRN è chiuso dentro.”

Dogma si strinse nelle spalle, perfino più immusonita del solito, come se ce l’avesse con qualcuno per qualche cosa. Notai anche che teneva le braccia incrociate sotto il petto in un gesto innaturale, e soprattutto notai che il suo petto, sotto il maglione, aveva un’aria strana. Non era solo una questione di azzurrità. C’era proprio qualcosa che non andava. Due capezzoli puntuti, triangolari, quasi spuntavano dalla lana vicino alle ascelle, un po’ troppo in alto, e il ventre era piatto come una tavola, e come una tavola, era perfettamente rettangolare.

Dogma si accorse che le fissavo il ventre, e sospirando, come scacciando un pensiero triste, mi sorrise indicando con un dito il rettangolo che nascondeva sotto i vestiti. Osservai meglio. Capii che quel che stringeva sotto il maglione era un oggetto. Piatto: un libro. Grande: un’enciclopedia. Non suo: il Catalogo degli Universi di Snow White.

Il Catalogo degli Universi di Snow White?

Le feci cenno di scappare, e cercai di distrarre Best, che insisteva per chiamare qualcuno, una cameriera, un segretario, per un passepartout: finsi di dedicarmi con attenzione alla porta di ModeRN, cercando di smuoverla dai cardini, e picchiettando sul legno con aria esperta, e infine, quando Best stava per voltarsi spazientita e “suonare per la servitù”, mi decisi a sferrare un calcio sulla serratura. La porta cedette quasi docilmente, e Best si precipitò dentro la stanza, mentre Dogma filava via lungo il corridoio, correndo a nascondere il Catalogo. Io provai un paio di passi per accertarmi di non essermi rotto un piede contro la maniglia, mentre constatavo con Best che ModeRN e il Pynchy erano spariti. Per terra accanto al letto c’era una fotografia, probabilmente un’immagine di Post, che Best mandò a scivolare sotto al letto con una pedata.

“Bene,” disse la ragazza, con freddezza, piroettando in mezzo alla stanza e fermandosi in una posa volgare, con le mani sui fianchi, “l’imbecille si è espulso da solo. Così siamo rimasti in quattro. Sì, quattro, io, te, Dogma e Ichi. A proposito, Dogma dov’è andata?”

Risposi il più elusivamente possibile, e cercai di riportare il discorso sulla faccenda di ModeRN, obiettando che non si trattava di una espulsione regolamentare, e che la cosa andava discussa con la produzione, e che prima di pensare a una squalifica – semmai - dovevamo provare preoccupazione e pena per il collega svanito (“svanito” in tutti i sensi, mi fece notare Best); e mentre parlavo, e Best inclinava la testa ascoltandomi, mi parve di ritornare di botto nel bel mezzo del congresso di alieni, e provai una fitta al cuore.

In quel momento, dal piano di sotto, venne una voce che non riconobbi.

“Aiuto, aiuto,” gridò la voce, una voce di donna con un accento dialettale, “xè ferito! Aiuto!”

“Ehi, gente,” disse un’altra voce, maschile, che riconobbi come quella del buon vecchio Hard Boiled, “dove siete tutti? C’è bisogno di un medico, qui!”

In un attimo fummo in corridoio, e ci affacciammo alla balaustra delle scale. Hard e una donna che non conoscevo stavano nel mezzo del salone, nell’aria azzurra che si stava già annuvolando in un blu cupo.

“Omioddio, ma che cosa è successo,” gemetti, quando vidi che i due reggevano Ichi, che camminava rigido e lentissimo tra loro, sorretto e quasi trasportato a braccia. Ignorai la risatina di Best e mi buttai per le scale con foga, cercando di evitare qualunque forma di pensiero.

“L’abbiamo trovato qui fuori,” diceva la donna. Intanto, Ichi mi vide e cercò di divincolarsi e di andarsene, o di spostarsi, o di raddrizzarsi, o non so; ma subito la sua faccia si contrasse in un’espressione di dolore. I due che lo reggevano dovettero stringere la presa per non lasciarlo scivolare a terra. Lo shaolin portò la mano a un fianco, trattenendo un lamento, e la ritirò nera e lucida di qualcosa che gli impregnava la casacca e gocciolava sul pavimento.

Sangue, pensai, e scesi gli ultimi tre scalini urlando.  

 

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)

 




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).