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(Attenzione: Sette Moderniste è un romanzo, frutto della creazione artistica. Ogni avvenimento, fatto o personaggio è immaginario e ogni riferimento alla vita vera di chiunque è puramente casuale. Ichi è un personaggio inventato, come l'intera vicenda qui narrata)

 

SETTE MODERNISTE

Terzo episodio (prova di dr. Back/Forward)

Ichi lo shaolin

 

 

"Caro maestro Hua

in un istante, la certezza diventa lancinante. Poi, più nulla."

Sono in piedi nella mia stanza, e aspetto che qualcosa mi spinga in qualunque direzione, aspetto il sonno, che mi inviti a rassegnarmi a dormire, aspetto il sole, che mi accechi e mi costringa a chiudere gli occhi. Può darsi che domattina una segretaria della Produzione bussi alla porta comunicandomi che sono in ritardo per gli appuntamenti della giornata. Forse il dottor Back/Forward vorrà controllare le mie condizioni di salute, se non scenderò insieme agli altri per la colazione. E’ molto probabile che qualcuno della mia famiglia approfitti del permesso settimanale per comunicare al telefono con me, prima o poi. Non è escluso inoltre che uno degli altri concorrenti si decida a farmi visita per discutere del catalogo degli universi o di qualunque altro argomento. Dogma potrebbe desiderare di trascorrere un po’ di tempo con me, in amicizia; è infatti piuttosto comune che le donne pretendano di diventare mie madri o mie sorelle, all’improvviso, il mattino dopo, quando appare evidente che non sarò il loro uomo. Perfino lui, Klaz, potrebbe vincere l’inclinazione alla latitanza di maschio eterosessuale, e decidere di entrare: so che direbbe d’essere passato per vedere come sto, mentre la verità è che sarebbe qui solo per guardarmi meglio, per indagare nemmeno troppo discretamente qualche aspetto della mia anatomia, e per convincersi a tentare o più probabilmente a scartare l’ipotesi di un intrattenimento passeggero. Niente di tutto questo costituirebbe, nei fatti, un mutamento.

"Niente di tutto questo costituirebbe, nei fatti, un mutamento. In un istante, la certezza diventa lancinante. Poi, più nulla.

Me ne stavo qui, a indovinare nel buio il biancore indifferenziato del paesaggio, senza trovare nulla che sostenesse il mio discernimento, quando vidi all’improvviso qualcosa che si muoveva tra i rami di un pino, o larice, o abete, e abete rosso o abete bianco o abete nero, o albero una buona volta, e faceva cadere larghe falde di neve. Mi avvicinai alla finestra, credendo di trovarmi ancora di fronte alla guerriera incarnata in Post. Ma alla luce dei lampioni del giardino capii che si trattava invece di un piccolo animale. Una civetta o un gufo o un barbagianni, con la testa rotonda grande quanto il corpo, uno di quei volatili notturni  visti solo nei documentari,  dove sembrano più grandi di quanto non siano nella realtà. L’esemplare era davvero piccolo, goffo, tozzo, un ridicolo  piumino tutto bianco, con poche macchie fangose che dovevano essere zampe, occhi, becco, o il rovescio delle ali. Lottava con un altro animale minuscolo, scuro e velocissimo, e con lui scorrazzava qua e là tra gli alberi rovesciando cascate di neve, dalle quali sbucava svolazzando e scuotendo la testa con un’aria contrariata che trovavo buffa. Finché, a un tratto, ebbe la meglio sull’avversario, e io vidi qualcosa morìre tra le sue zampe. Un topo o uno scoiattolo o un altro roditore. Ma non fu quello a gelarmi. L’uccello, il piumino, il lottatore pasticcione, faticò appena a mettersi in assetto, per via del nuovo carico, e appena ebbe trovato l’equilibrio, subito prese quota. Lo vidi sollevarsi in volo con la preda inerte tra gli artigli.

Ma, maestro Hua, non fu nemmeno questo a strapparmi la vita dall’anima."

Mi guardo intorno, come se avessi ancora qualcosa da fare qui. E’ freddo, è rigoroso il metodo con cui esamino gli ultimi elementi da considerare. Il fattore tempo, per esempio. Se qualcuno dovesse entrare tra poco nella stanza, troverebbe il mio zaino e tutti i miei vestiti abbandonati  nell’armadio. Costituirebbe ciò un motivo di allarme? Dovrei fingere una partenza, e portare con me le mie cose? Afferro lo zaino e comincio a riempirlo, ingozzandolo di vestiti afferrati a caso dalle grucce. Sento la voce di Best, che lancia un urletto da qualche parte nella Casa: “Chi vuole vedere le Desperate housewives?”. O non sarebbe peggio, se qualcuno mi vedesse uscire a quest’ora di notte con lo zaino in spalla, e mi sorprendesse a gettarlo a due passi dalla Casa, sul ciglio della strada? Mi osservo, mentre considero le differenti possibilità. Poi sento Klaz: “Ma, parli con me?

Getto lo zaino a insaccarsi nell’armadio. Che cosa diamine me ne importa.

"Fu quel volo. Il gufo o barbagianni o civetta si alzò nel cielo verso Ovest, e si diresse sicuro verso un punto vicino del bosco luminescente di neve, un punto che non mi sembrava più bianco né più buio né più fitto né più rado degli altri. Quando si fu tuffato nel folto e sparì con la sua preda, aguzzai la vista, mi mossi, mi piegai, cercai di vedere dov’era andato, e se si rintanava nel nido. Ma niente, non riuscii a trovarlo. Spostai lo sguardo sulla discesa di alberi, per essere pronto nel caso il volatile spuntasse di nuovo, più a monte o più a valle, sopra quel tetto di neve. Non spuntò. E quando tornai a cercare il punto in cui s’era tuffato, mi confusi, non fui più certo di cercare nel luogo giusto, mi accorsi che guardavo troppo lontano, o troppo vicino, ma quanto lontano, e quanto vicino, tra quegli alberi tutti uguali, non lo seppi più. I miei muscoli ricordavano il movimento che avevano fatto per voltare il collo, per seguire il volatile e guardare, ma io non lo ricordavo, avevo perso anche quello.

Fu questo a uccidermi.

Maestro, per quanto monotone le cime qui intorno possano apparire, e indistinguibili le une dalle altre le discese di roccia e le spianate di ghiaccio, e per quanto siano identici tra loro di versante in versante gli innumerevoli pini, o larici, o abeti, e abeti rossi e abeti bianchi e abeti neri, o alberi una buona volta, tutti coperti dalla stessa lana di neve, e per quanto stucchevolmente sconfinato appaia a quest’ora il cielo che comincia a diventare di un blu laccato e trasparente,

non c’è creatura che non sappia con qualche colpo d’ala o con una corsa o un paio di salti raggiungere al più presto la sua tana. Tranne me.

Questo indifferenziato bianco è per tutti un carosello gremito di colori e  luoghi familiari, di odori conosciuti, accattivanti o minacciosi, di indicazioni per il letto, il ristorante, la balera, la trappola, il destino, il futuro, intasato di tracce, di richiami, di allarmi, di segnali, di luci, di avvertimenti, di brusii, di lamenti, di grida, di battiti, di vagiti, di indirizzi, di pieghe, di direzioni. Ma non per me.

L’alba che sta sorgendo affretta questi ultimi pochi minuti con lei, maestro Hua.  Il mondo che tra poco sarà completamente visibile, è troppo, come una valanga. Senza nord, senza sud, senza più il senso del sopra e del sotto, senza più la x nel punto in cui scavare. E non è soltanto tutto il mondo presente ad essersi come rovesciato in un guscio cavo e vuoto. Ciò che ero in passato, le aspirazioni che ho seguito con tanto impeto, le mie speranze di saggezza, ora le vedo davanti a me come tracce di viandanti in una foresta, confuse, intrecciate e sovrapposte  in direzioni opposte tra loro, tutte ugualmente premute nel terreno, le une che elidono le altre, tutte ugualmente inattendibili. E ciò accade perché dovrò vivere senza di lui. Se vuole credere, maestro, che Klaz sia solo il simbolo del mio errore, e che il mio errore sia un vuoto in realtà più profondo, è perché lei non crede nella guida che procede da qualunque tipo di amore, perfino dal mio. Niente cambierà il mio destino. Ma lei non dubita dell’istinto che guida il gufo al suo pertugio nei boschi, dove c’è forse qualcuno che lo aspetta. Lei lo difende e lo mostra a esempio.  Ebbene, non dubiti di quello stesso istinto  quando smarrisce me in questo deserto insopportabile."

Lascio il quaderno sul tavolo della camera, apro la porta e attraverso in fretta il corridoio. La scala è vuota, scendo in punta di piedi e volto nel disimpegno del sottoscala, dove si passa per andare in cucina o, a sinistra, in palestra. Su un angolo del pavimento che so sconnesso, mi muovo più lentamente, per non fare rumore. Ma le mie cautele sono inutili, il salotto alle mie spalle è già buio. Il salotto è buio, Klaz non c’è. Evito di scendere, inutilmente, i gradini logici che dicono Klaz non c’è, ed è andato a dormire, e non è passato davanti alla tua stanza, e non ha avuto dopotutto nemmeno un vago ripensamento, perché portano esattamente dove già mi trovo. Anche la palestra è buia. Alzo un braccio per aprire la porta della veranda, esco. Non fa poi così freddo. Poi succede qualcosa. Torcendo il braccio per richiudere la maniglia, sento una fitta al fianco. Devo stringere i denti per non cacciare un urlo, e so, e capisco, all’istante, che il dottor Back/Forward era solo un illusionista, e che la ferita si è riaperta. Scendendo in giardino, sollevo un lembo della blusa, e sì, vedo il sangue che sta ricominciando a scorrere copioso dalla carne viva. Questo inconveniente mi irrita, stranamente, ora che non dovrebbe avere più importanza. E’ un segno che tutto il mondo di Snow White è fasullo, e che le prove assegnate sono degli stupidi giochi di prestigio, e che nessuno muove il tempo, e che noi siamo, noi siamo... Alzo gli occhi verso la Casa, cercando una finestra illuminata. Forse, dopotutto, posso... Dirò anche agli altri che... che noi... Tornerò dentro e dirò... Le luci sono spente, ma forse le camere sono sull’altro lato della Casa. Cammino, in fretta, oltre l’angolo. No, da questa parte non ci sono luci. Torno indietro, inciampando nella neve. Mi sembra così strano, ho sentito la voce di Best, poco fa, e ora... Mi allontano. Cerco di ricordare l’ordine delle stanze, lassù... Conto: quella di Post, quella di Hard, la mia, ma la mia non ha il balcone... Quindi sto guardando il lato in cui si trova la stanza di Klaz. Ma lì c’è un’unica balconata, e allora forse sto guardando il lato di Dogma, o addirittura il retro, o... o... O pini, o larici, o abeti, e abeti rossi e abeti bianchi e abeti neri, o alberi una buona volta, o barbagianni, o civette, o  pini, o larici, o abeti rossi e abeti bianchi e abeti neri, o gufi, o barbagianni, o alberi... Taccio con me stesso, taccio. Taccio. La Casa, vista da fuori, non mi sembra nemmeno la stessa Casa. Tutte le finestre sono buie, e sono uguali. Tutte le finestre sono uguali. Nemmeno la mia stanza è illuminata, anche se mi pare di ricordare d’aver dimenticato la luce accesa.

Comincio a correre verso il bosco.

"Ho solo un istante, ancora, prima di salutarla. Vi è un incantesimo, nel bosco che scende dalla montagna. Lo ha raccontato Hard, e lo ha confermato una testimone, una donna del paese qui vicino, che io giudico altrettanto credibile. Pietre di corpi perduti vagano per tutta la notte lungo le pendici della montagna, vittime di una antica maledizione. Pensavo si trattasse soltanto di una leggenda, comune sulle Alpi da Oriente fino a tutta la Francia meridionale. Invece, è vera. Le vite prigioniere possono tornare al mondo soltanto in cambio di altre vite, che siano imprigionate a loro volta nella pietra e prendano il loro posto. Ebbene, poche ore fa, una di noi, la nostra amica Post, è stata rapita da una di queste pietre, che in cambio ha liberato il guerriero pieno di abilità, forte e fiero, con il quale io ho combattuto. Ora, per tutti i tempi a venire, quella pietra  tornerà rotolando nel bosco ogni notte, finchè non ritroverà quel guerriero, o qualunque altro essere umano, per prenderselo, e per restituirci Post. Ho deciso che ciò accadrà tra poco, prima che spunti l’alba. E che quell’essere umano sarò io.

Addio, maestro Hua."

 

 

(pubblicato il 30 settembre 2006)

( è un romanzo di Ida Bozzi; il personaggio Ichi sta benissimo nel mondo delle invenzioni e beve daiquiri. Ok?)




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).