("Devi essere cauto, ModeRN. Qualcosa nella tua stupida pancia nutre questo strano mondo," dice la voce. Mi volto e ti vedo. Come sei cambiata, Post.)
(fine del secondo episodio)
SETTE MODERNISTE
Terzo episodio (prova di Back e. Forward)
ModeRN
I.
Quasi viva, la rete da pesca è accomodata su un masso di basalto che sembra spinto a riva dal mare con fatica. Oggetto salino, marino, filato di resti viscidi di decomposizione, la rete si muove sull’orlo dello scoglio e ricade di continuo in acqua, esausta del suo stato fisico incompleto, appesantita dai bordi armati, annoiata dell’aria. Giù nell’acqua gli ami brillano subito, e la rete si trasforma nelle meningi bianche delle meduse, e nuota rarefatta. Sprofonda.
Post siede in cima allo scoglio, china, quasi nascosta dalla pietra e dal corpo della rete. Ripara i danni di pesca. Interrompe il suo lavoro per osservare le maglie che scivolano a mare, si sporge a contemplare la medusa sciolta nelle onde lente, si abbandona, sogna, galleggia sullo scoglio, e si riscuote solo quando il cordame comincia a tirare per prendere il largo. Allora spinge una mano in acqua, ritira la rete e la costringe a colare sulla pietra. La rete riprende a scivolare.
Cammino scricchiolando sulla sabbia e mi avvicino. Guardo su.
Post sta contando i nodi spezzati: “…sei, sette, un doppio inglese, otto…”
II.
“Tutto questo, noi lo sappiamo già.”
La voce di Snow White rimbomba nel Confessionale come l’incubo di Dio. Lui non mi riceve. Mi stropiccio le mani.
“E’ stato un caso che io mi trovassi fuori dalla Casa al momento della premiazione,” mi spiego, “il Pynchy si è avviato da solo. E’ come se lei, poh, Post, lo avesse chiamato da laggiù, da quell’altra dimensione, capisci? E così ho perso un po’ di tempo. Ma è naturale, santo cielo. Chiunque! Io… Tutto quanto... Oh, non so come spiegarmi. Il mare, il mare era di un colore che non ho mai visto prima, nemmeno con il temporale, e la città morta, tutta bianca, che sembrava fatta di ossa, e le Creature, e le nuvole. Quelle nuvole! Io credo che fossero… che fossero… E Post. Se non avessi saputo che era Post, io non l’avrei nemmeno riconosciuta… Sembrava… Tu capisci che punirmi per questo, se è vero che ho vinto…”
La voce torna a tuonare dall’altoparlante. “ModeRN, la tua penalità è stabilita. Buona fortuna per la prossima prova.”
Mi muovo sulla poltroncina, appoggiandomi ai braccioli. Se ora io gli dicessi qualcosa. Qualcosa.
III.
Me ne accorgo avvicinandomi per parlare. Ogni volta che ripesca la rete dall’acqua, Post muove gli occhi verso il cielo. Di sfuggita. Anche quando riprende il suo lavoro, di tanto in tanto volta la testa sbirciando indietro e in alto. Alle sue spalle ci sono soltanto nuvole. Guardo meglio, e a un tratto le nuvole cominciano a muoversi, si ammucchiano, si fanno più vicine. E cominciano ad aprire gli occhi. Occhi giganti di cumuli giallastri, palpebre di nembi che lentamente si sollevano risvegliate e disturbate e ricambiano il mio sguardo. Arrivano da ogni angolo del cielo. Nuvole dalla testa di tartaruga, draghi, oche selvatiche, piccole volpi su fiumi striscianti. Ruotano, si capovolgono nel letto grigio del temporale e mi puntano addosso i loro volti scuri, in attesa. Che vuoi, chi sei, che fai? La rete ricade. Post si inclina di lato. Proprio dietro di lei, un drago che mi guarda con due nuvole feroci, gialle di saette, sembra sul punto di piombarmi addosso.
Corro sotto lo scoglio, per ripararmi dalle prime gocce di pioggia. Post si riscuote di nuovo, e riprende ad accomodare le maglie della rete. Con un piede nudo trattiene tesata una fila di nodi, nel verso orizzontale, e con le dita va tastando uno squarcio inverosimile, una ferita immensa in cui facilmente passerebbe un’intera tempesta. E, forse, una tempesta è passata. Con ago e una noce di filo grosso, lentamente ricuce.
“Io non ho fatto niente,” dice. Mi guarda, ignora il Pynchy che cerco di nascondere dietro la schiena. Si assesta sullo scoglio. Sembra accoccolata tra le zampe del drago, che mi scruta minaccioso alle sue spalle e sbuffa, un fumo nero, dal naso.
IV.
Aspetto la sua reazione. E’ la notizia che aspettava, in fin dei conti.
“Così,” tuona Snow White, dall’alto degli altoparlanti, “Post non può tornare.”
“Esatto. Nemmeno con il Pynchy. Che d’altronde ho ancora io. E’ imprigionata in quella dimensione. Ha un lavoro, degli amici, una casa, anzi una città intera. Se è per questo, può benissimo sopravvivere dov’è. Credo anche che non abbia conservato una precisa consapevolezza di tutte quelle sciocchezze… Insomma, delle cose vostre… Di quelle stupidaggini, via… A vederla così... Lontana! Non fa più nemmeno l’effetto di prima. Intendo: a me. E’ come... andata. Sì. Insomma, in mezzo a quelle creature che ti mangiano la pancia, abbracciata al drago, con quel mare, quel mare che sembra… Ma tu. Io ti porto queste notizie… e… e tu devi capire che in fondo è stato un bene che io… mi sia assentato… per scoprire…”
Snow White non parla. L’altoparlante ronza un silenzio cogitabondo. Sorrido alla webcamera. Poi la voce ripete: “La tua penalità è stabilita. E tutto questo, noi lo sappiamo già.”
V.
Sento una breve fitta, e subito due di quelle Creature nascoste nella Luce si materializzano, e volano a pungermi in picchiata, becchettando la mia tristezza come fosse una briciola. Si nutrono, inequivocabilmente, di Dolore. Le caccio con la mano come si fa con le mosche.
“Tu non hai fatto niente? Post? Parli dello Show, o parli di… di… di quaggiù?”
“…dodici, tredici, quattordici…” sorride Post. E’ bianca, magra, di una calma sciupata, e continua a contare, scorrendo tra le dita i nodi ancora interi sull’orlo dello squarcio. “… quattordici…”, ripete, e alza un momento gli occhi dalla rete. Mi osserva rapidamente, poi infila l’ago nel cordame, e mi ingiunge: “Quattordici. Tieni a mente.”
“Eh?”
“Tieni a mente: quattordici. Ri-dillo.”
“Qua… quattordici. Ma Post…”
Si piega e scende dallo scoglio scivolando con cautela. Subito alcune Creature le si affollano intorno, ma non la mordono. L’accompagnano. Mezze facce, parti di corpi, qualche guancia sorridente. Appaiono dal nulla, ma questa volta restano in parte visibili, come nuotatori fotografati a metà di una bracciata. Sono esseri incompleti, non soltanto perché si mostrano a brandelli, ma perché hanno tratti più che infantili. Hanno gli occhi grandi e velati delle crisalidi. Post le guida verso di me, e io mi ritrovo circondato da questi esserini miopi e sensibili, dalle espressioni sbigottite e dalle facce strappate come stracci di fantasmi. Mi ritraggo.
“Io non ho fatto niente,” ripete Post. “E’ tutto quello che lui ha detto a me. Oppure. Io non ho fatto niente. E’ tutto quello che io ho detto a lui.”
Le Creature la guardano. E poi si voltano verso di me, come se si aspettassero una risposta sensata.
“Uhm. Cioè…”
“Non c’è nessun cioè. Ti parlo di Genesi. In principio era il Nulla. E non è stato Snow White a trasformare il Nulla in un Universo. E non sono stata io.”
“E tu vuoi che io gli riferisca queste cose.”
“Lui sa già queste cose. Le sto dicendo a te.”
Mi guarda, scuote la testa, mi accarezza una guancia. E' un tocco troppo leggero perché io possa sentire la sua pelle.
Una Creatura mi si avvicina rapidamente, leccandosi le labbra con la lingua. Pregusta un addio.
VII.
Fa freddo, nel Confessionale. E’ una trovata della Produzione, per evitare che gli ospiti possano sentirsi a proprio agio.
“Poh… potrebbe esserci dell’altro,” inizio. Mi interrompo, all’improvviso. M’è venuto in mente che l’avevo perfino accompagnata alla Casa in macchina, per lo Show. Avevo sopportato che guardasse fuori dal finestrino tutto il tempo, lasciandomi parlare al vento. “Mi senti, Snow White? Dico che potrebbe esserci dell’altro. Ma vorrei in cambio… beh, insomma. Qualcosa.”
Il silenzio è completo. Chiedo: “Snow White?”
“Sto aspettando,” riemerge il tuono.
“Ah, scusa. Ecco. La sola frase comprensibile che ha detto Post, a parte quell’assurdità del Tutto e del Nulla, e del Tutto Nulla, o Nulla Tutto, che poi sarebbe la colpa di chi ama e di chi non ama, e cioè…”
“Ma andiamo!”
“…cioè Nulla, ecco! Dicevo, a parte questo, c’è una frase che riguarda il catalogo degli universi.”
“Il catalogo degli universi?”
“Se mi togli i trenta punti di penalità e rimandi Hard da dove è venuto...”
“Post non può sapere niente del catalogo degli universi.”
“Post forse no,” mi sporgo sulla poltrona, disegno nell’aria cumulinembi e farfalle, “ma quella specie di mondo vivente le parla. Le parla, le dice, sottovoce, piano piano, e lei ascolta. E se c’è una cosa che Post sa fare, e su questo anche tu sarai d’accordo, è ascoltare. Ebbene! Venti punti di penalità in meno per me, e Hard via dalla Casa.”
“Hard resta. Avanti. Fuori la frase.”
Mi gratto la testa.
VIII.
La sabbia mi si è infilata dappertutto, e poh… pizzica. Guardo giù. Le scarpe sono imbiancate, rovinate, graffiate da quel maledetto ossame. Una delle orride Creature mi resta intorno, mi sorride, sperando in qualche lacrimuccia. Le faccio una smorfia.
“Beh. Tu non hai fatto niente. Nessuno ha fatto niente. Me la cavo così anch'io. Facile. Comodo. Io non ho più niente da fare, qui. Facile. Comodo, ” alzo le spalle.
Post risponde con un intollerabile tono di comprensione. “Lo so, ModeRN." Fa per andarsene, poi domanda: "Ti ho detto di ricordarmi un numero. Qual era?”
Sospiro, chinandomi a ripulire le scarpe. Costano un visibilio, e sento che il cuoio si è tutto raggrinzito. “Era quattordici, mi pare. E dunque?”
“Quattordici,” sorride. Appoggia le mani sul masso, e le Creature le fanno una scaletta con quei loro arti slegati, per aiutarla a salire. Di nuovo issata, immersa nella rete, spiega: “Quattordici. Il mondo in cui quattordici è minore di sette, li salverà da qui.”
Provo, con pazienza: “Stai parlando del catalogo degli universi?”
“Il mondo in cui quattordici è minore di sette, può salvarli tutti. Anche Snow White.”
Poi si adagia tra le zampe del drago, che bofonchia dormicchiando, e riprende a riparare.
(di Ida Bozzi, pubblicato il 28 giugno 2006, riscritto e ripubblicato il 7 settembre )
(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)