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SETTE MODERNISTE - EPISODIO TRE: Dr. Back e Mr Forward

Storia 1: Ex Post

 

“Va meglio. Così?” dice qualcuno.

Apro gli occhi.

Al posto della notte, sopra di me, c’è un soffitto di travi di legno scuro, sorretto dal tronco di un intero albero, un larice di otto metri che spunta da una parete e si conficca nella parete di fronte. Le montagne sono diventate muri, da cui spuntano ganci di metallo arrugginito, ruvidi come l’intonaco. Muovo la testa e osservo gli attrezzi rustici appesi ai ganci, lame, picche, catene, e una scala di legno che sembra sul punto di sfaldarsi in un mucchio di paglia putrefatta. Ora ricordo di essere diventata un essere umano. Ricordo di essere entrata nello scantinato della Casa, e di essermi sdraiata in un angolo, su una catasta di scatole di cartone con l’etichetta “Epos, la resina per la tua casa”. La lampadina che penzola dal cielo adesso è accesa. Alla luce della lampada, vedo una figura umana seduta vicino a me. Devo essere indebolita dalle ferite della lotta, dal momento che, per quanti sforzi io faccia, non riesco a mettere a fuoco i lineamenti del suo viso.

“Sei il guardiano? Ho il permesso per stare qui, sicuro, adesso lo cerco,” improvviso, alzandomi a sedere e tirando la coperta fin sul mento. La coperta mi distrae. Non ricordo d’aver trovato e rimboccato una coperta. Rossa. Scozzese. Profumata di fiori recisi.

L’uomo sospira. Indossa una vestaglia del colore cangiante dei pesci nel torrente. “Sono. Il dottor. Back/Forward,” dice, faticosamente.

Scopro di conoscere quel nome, e di riconoscere quel modo di parlare. O meglio, scopro che Post se ne rammenta: in un luogo separato della sua mente, cioè della mente che ho occupato, ne conserva il ricordo. Un ricordo dettagliato ma, come sempre, per me del tutto insapore.

“Ah, sì, certo,” annuisco. Suppongo di dover mostrare cordialità. “Il dottor Back e Forward. Ci siamo sentiti... per telefono qualche volta... Quando organizzavo un grande Show per Snow White. Tu chiedevi un cachet troppo alto. Beh, ci incontriamo, dopotutto.”

“Quel grande Show. Poi non si fece,” osserva il dottore, in tono lugubre.

“Magari si farà, prima o poi,” osservo, sorridendo. 

Non riesco a vedere il dottore in faccia, ma percepisco la sua freddezza. Qualcosa, un ingrediente, nell’insalata che ho composto con i ricordi di Post, dev’essere sbagliato. Non so che farci. Forse non avrei dovuto sorridere. Forse gli umani sono abituati a un uso più moderato del sorriso. Forse quest’uomo è nemico di Snow White. O forse riponeva qualche speranza nello Show, e sentirmene parlare con noncuranza lo disturba. Se solo trovassi un altro argomento di conversazione, qualcosa di più facile... oppure, meglio ancora, se solo quest’uomo se ne andasse... Sto quasi per chiedergli la cortesia di spegnere la luce, e di voler comprendere che devo riposare, per via di un incidente che mi ha causato certi danni... Anzi, sto già sollevando i polsi scorticati per mostrarglieli, quando mi accorgo che le ferite sono scomparse.

“Mi hai guarito!” esclamo, lasciando la coperta e stendendo le mani. Le rigiro in aria con gesti goffi, osservandole. Non c’è più il guanto di sangue sulla mano destra, e l’unghia che penzolava grigia dal dito indice è tornata intatta e rosea. Ma il silenzio del dottore, non so perché, si aggrava. “Le mani, intendo,” continuo. “E non c’è nemmeno una cicatrice!”

Nessuna risposta. Il silenzio peggiora.

“Sono state le spine. I rovi, in quel maledetto bosco,” chiacchiero, cercando di distrarre quel silenzio che, lo percepisco, striscia verso di me e mi spia.  “Ho perso molto sangue. Forse ora dovrei riposarmi. Tu non sai che soffro di anemia. Fin da piccola. Ho un’insalata di ricordi... volevo dire, un’infinità, un’infinità di ricordi che...”

Di colpo, mi interrompe: “Smettila. Tu. Non sei Post.”

Divento seria: “E tu non hai occhi. Nemmeno mi vedi.”

“Post. Lo amava.”

Mi guardo intorno. Non so di chi stia parlando. “Eh?”

“Tu sei la belva. Che ha rapito Post,” continua il dottore.

Balzo giù dalla catasta di scatole, tenendomi a distanza da lui. “E tu sei il famoso dottore del tempo, troppo potente per me. Così ora chiamerai gli altri, giusto?”

“No.”

Lo guardo. La sua vestaglia trascolora come un’espressione.

“No?”

La veste è impallidita, ora, ma vicino all’orlo è soffusa di un colore più vivido che dilaga tra le pieghe e sale velocemente. E’ un rosso vegetale, illuminato da luci gialle e verdi, come una fioritura scoppiata a primavera dai semi dispersi in un campo. Soffia un alito di vento, sull’erba, e tra le corolle di fiori di stoffa corre qualcosa di vivo. Lo vedo. Uno dei miei cuccioli, con il pelo gonfio e vaporoso come ciuffi di soffioni. Il muso si solleva per un istante dall’erba, cerca di mangiare un’ape, fallisce, poi si scrolla fingendo di masticare, la bocca aperta, per incutere il più grande terrore a un’altra ape che indugia nelle vicinanze. L’ape si solleva di venti centimetri sopra il prato. Il cucciolo ne salta forse dieci, forse meno, mostra un’altra volta di aver gustato un pasto delizioso, per ingannare l’ape, che si ritenga morta, e poi saltella via nel folto.

Le api si richiudono in volo nella stoffa che si spegne, annerisce, ritorna tessuto inerte. 

Per un tempo che non so misurare, nella cantina c’è silenzio. Mi accorgo d’essere caduta a terra, e di non avere nessun motivo per rialzarmi.

“Perché tu... ?” inizio. Ma mi mancano le parole, e rimango a boccheggiare suoni liquidi, gorgoglianti. Gli umani sanno piangere, io ho denti, ho artigli, ma non ho lacrime.

Lui si muove, si avvicina e si inginocchia con un fruscìo di quella sua veste magica. Ha lo stesso profumo che ho sentito sulla coperta. Di fiori. Di fiori recisi. “Conosci,” mi chiede, “le Creature di Luce?”

Le Creature di luce. Immagino di conoscerle come le conosce Post. Sono gli strani esseri nati quand’è cominciata la Fine del mondo. Fantasmi che si vedono con la nuova luce del Sole.

“Hanno corpi fatti di luce,” dico, alzando le spalle, evitando di guardare quella sua faccia vuota. “I sassi del bosco cercano di catturarle ogni notte. Ma il campo, ” aggiungo in fretta, “e... e le api, e tutto il resto: voglio rivederli. Come... come hai fatto?”

“Aiutami,” mi afferra un braccio con dita che sembrano di metallo, “e io ti regalo. Questa tunica.”

“No. Io non voglio tornare in quel bosco maledetto. E la tua stupida tunica è solo un’illusione. Un’illusione crudele.” Cerco di divincolarmi, ma la sua stretta è invincibile.

Il dottore china la testa. “Sì, è illusione. Ma ciò che sembra. Per chi non ha. E’.”

 

(di IB, pubblicato il 14 maggio 2006)

(Sette Moderniste è un romanzo. Fatti e personaggi sono immaginari)


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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).