logo
<episodio3storia7>

(Ogni avvenimento o personaggio è immaginario e ogni riferimento alla vita di chiunque è puramente casuale. Klaz è un personaggio inventato, come la vicenda qui narrata)

 

SETTE MODERNISTE

Terzo episodio (prova del dr. BackForward)

Il signor Klaz

 

“Signora Olker? Non penserà di uscire.”

La Olker s’era trascinata fino all’ingresso, ubriaca a forza di spaventi e di susseguenti cordiali potentemente alcolici, e s’appoggiava con una spalla al muro per non cadere, rigida come una sedia pieghevole riposta in uno sgabuzzino. Così inclinata, aveva cominciato a frugare nella borsetta, guardando in aria, gli occhi fissi, la bocca aperta in una successione di smorfie. Rovistava nella sacca di plastica marrone, cercando qualcosa, guidata dal tramestìo di scatolette e astucci, dal rotolìo di caramelle e di monete sciolte che la sua mano rimescolava là dentro. Intanto, ma leggermente, come una persona che prova insieme una rara vacuità d’ebbrezza e la paura di sciuparla, canterellava una canzone di moda, un successone americano plurimiliardario di cui conosceva solo una parola. E la parola era “love”. Quando arrivava a “love”, nel ritornello lallato con un filo di voce, chiudeva gli occhi al cielo, e piegava indietro la testa, scapocciando il muro con un bel toc sonoro che la risvegliava d’un colpo, ma, anche, la faceva sorridere. Allegra, come una ragazzina sgridata dalla mamma a un’irresistibile, irresistibile marachella. Cominciai a fissarla che già si immusoniva, però, di quel suo cercare e non trovare, di quel frugare di cui cominciava, forse, a dimenticare lo scopo.

“Signora Olker,” ripetei.

Sollevò la mano, estraendo dalla borsa un pupazzo marrone appeso a un cerchietto di metallo, con qualche chiave sparuta che ciondolava qua e là, e mi guardò stupita.

“Ho perso la ciave della macchina,” biascicò, con la stessa voce acuta della canzone.

Sorrisi, e mi avvicinai con un bel passo rotondo, di cavaliere quasi sobrio, abituato alle brevi e stordite notti dell’alcool, mentre lei lasciava cadere nella borsa il pupazzo con le chiavi di casa, e poi lo pescava di nuovo, e di nuovo lo gettava, e dopo una breve rimestata tornava a sortirlo fuori, incredula.

“Sul tappeto, ecco qui, “ le dissi, raccogliendo un mazzetto di chiavi gommate che avevo notato sotto il tavolino, mentre la raggiungevo prima che tentasse di muoversi. “Però non può guidare di certo, in queste condizioni.”

“Ma guida lui,” replicò convinta, indicando Hard che dormiva profondamente, ancora sdraiato sotto la finestra e ben coperto dalla trapunta che qualcuno gli aveva gettato addosso.

Scossi la testa: “Direi proprio di no. Adesso la faccio accompagnare di sopra, in una camera. Poi, domani mattina...”

“Ma qualcuno, che mi porti subito... devo tornare... in paese...”

La guardai. “Nessuno deve uscire, a quest’ora.” Ricordai la Creatura di Luce che aveva tentato di aggredire lo shaolin, fuori, sotto la veranda. La Creatura, che faceva rumore come se fosse stata un corpo solido -  rabbrividii. No: quello che era dentro doveva restare dentro, e quello che era là fuori doveva restare là fuori.

Intanto, la Olker protestava, con l’unico effetto di lasciare l’appoggio al muro e sbilanciarsi di lato, addosso a me. La strinsi appena, afferrando un cappotto caldo e due spalle più esili di quanto mi aspettassi. Si agitò tra le mie braccia, senza vera forza e senza eccessiva convinzione. Forse percepiva, in modo vago, che non avevo intenzioni maliziose, ed era indecisa se provare a provocarne qualcuna, lo sentivo, con quel sottomesso scodinzolare, o se tranquillizzarsi in una debolezza più abbandonata, più pesante e più vera.

Scelse di pesare, per quanto le riusciva, e s’appoggiò al mio braccio. Aveva un profumetto di lavanda fuori moda, tra i capelli, e un odore buono che le saliva dal cappotto, di quegli odori che noi scrittori di mezza età riferiamo con meccanica certezza alle tate, o alle balie, o alla provincia di una volta stesa tra i mulini e i rigagnoli, di bucato e di stiro. Di quegli odori di cui scriviamo che sono materia portata e cancellata da uno stesso invisibile vento, prima di capire, ritraendoci, che cosa abbiamo scritto.

“Mi spiace disturbare,” mi confidò piano.

“Macché. Forza! Si tenga su, un passo dopo l’altro fino al divano, e poi chiamo qualcuno, una ragazza che possa accompagnarla...”

“Il viaggio nel tempo,” sorrise fiacca. “Deve correre al suo viaggio nel tempo.”

“Ma sì, non stia a pensare...”

Dio mio. Che fosse quello, dopotutto, il mio viaggio nel tempo? Che somigliasse così tanto a me, questa donna, nei miei primi dissesti, quando Anna, ancora paziente, passava le notti intere a farmi camminare fino a un letto? Di lì e non di qui, alza un braccio, togli la camicia. Al buio...

“Potrebbe, per favore, spegnere la luce?” chiese la Olker, interrompendo i miei pensieri. “Mi sta mangiando gli occhi.”

“Spegnerò la luce,” annuii. Sì, era decisamente quella, la mia prova di retrospezione. Ne ero deluso: dunque non c’era altro di cui il mio passato intendesse istruirmi. Di una cosa che sapevo già, offerta in un bozzetto che avrei potuto scrivere io stesso. Mi prese un groppo in gola. Se il tempo non intende insegnarti più niente, mi dissi, vuol dire che non sta preparando per te nessun futuro...

Nell’istante preciso in cui formulavo quel pensiero, arrivammo al divano, e lì la Olker crollò, cappotto, borsa, pupazzo, ogni cosa sparsa intorno e un gemito acuto, raggelante. La guardai, e smisi di pensare. Cercava di appoggiarsi indietro, tra i cuscini, ma si raddrizzava di colpo, come fulminata. Qualcosa accadeva dentro di lei. Cercai di convincermi che conoscevo bene quell’altalena, che l’avevo già vista, addirittura sperimentata, l’ultimo diaframma da lacerare per chi è troppo ubriaco per reggersi, troppo ubriaco per sdraiarsi, ed è sul punto di svenire in mezzo a una pozza di vomito. Volli credere d’aver riconosciuto altri segni, il suo viso che impallidiva, il sudore che lucidava la fronte e si incanalava in un rivolo lungo le tempie, un rivolo insolitamente cospicuo, il corpo che si afflosciava, gli occhi vacui, opachi, delle bestie morte. Sorrisi perfino, quando, insieme al sudore, lungo la sua guancia scivolò anche un brandello di pelle, e poi tutta la faccia, come una maschera di neve, si sciolse e crollò all’improvviso nel colletto del cappotto.

Provai a battere le palpebre, più volte, ma non ci riuscii.

“Spenga la luce, per favore: che mi uccide,” squittì la cosa, la massa di carne e abiti che palpitava tra i cuscini del divano. Caddi in ginocchio. Il corpo della donna si consumava davanti ai miei occhi, come se la pelle, la carne, i tendini, fino alle ossa, fossero immersi in un acido letale. Eppure respirava, quella creatura, e il suo sangue scorreva, nelle vene che riuscivo a vedere attraverso la pelle trasparente, e il suo cuore, rimpicciolito, seguitava a battere velocissimo e stranamente luminoso, con la fretta estenuata di quello di un passero appena catturato. Boccheggiai, sentendomi mancare, e mi sarei forse lasciato andare, in preda al collasso, se non avessi istintivamente rivolto uno sguardo a Hard, laggiù sotto la finestra; a Hard, per chiedergli aiuto, forse, per svegliarlo con un grido e domandargli se vedeva quello che vedevo io. Fu quello sguardo, quell’appiglio estremo a una presenza umana, a salvarmi, a salvarci tutti. Perché, quando guardai Hard, non riconobbi in quella sagoma aggrovigliata tra le coperte la forma familiare cui mi rivolgevo disperato e fiducioso. Si stava dissolvendo anche lui, in un ammasso di carne lievemente baluginante, come la Olker, come...

Come ogni forma umana. Capii. Abbassai lo sguardo sulle mie mani. Non c’erano più. Rimasi imbambolato a fissare due moncherini che rimpicciolivano nelle maniche della giacca, i pori della pelle che acquistavano dimensione, si allungavano, piegavano i peli come microscopiche foreste travolte da una frana, e si laceravano squarciandomi. Faceva male, ma non così tanto, non così tanto. E forse, pensai, forse non faceva nemmeno rumore.

“La luce,” digrignò i denti il corpo informe della Olker.

“E’ vero, la luce,” mi scossi. Era la luce. Quella stessa luce che prendeva forma umana là fuori: e da qualche parte doveva ben prenderla. Da noi. Gettai le braccia, o quel che ne rimaneva, avanti lungo il tappeto, e strisciando come potevo, sentendo il gelo del pavimento toccarmi la carne nuda e scalfirmi le ossa, arrivai fino alla lampada, l’afferrai, no, non l’afferrai, la colpii  con un brandello di pelle che mi penzolava dal polso, finché non cadde.

La stanza si riempì di un buio fresco, nero, denso, come pasta umana che tornasse dal profondo dello spazio a modellare il mio corpo. Respirai a fondo, senza muovermi, senza cercare di rialzarmi. Avrei avvertito gli altri. Certo. Subito. Quasi subito. Se esistevano ancora, gli altri.

“Grazie,” disse la vocetta della Olker, dal divano, “mi par che starìa meglio se me tolgo le scarpe, consenta.”

Chiusi gli occhi, e consentii.

 

 

(di IB)

(pubblicato il 7 dicembre, 2006)

 




castATsettemodernistePUNTOcom

 

“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).