Il Villaggio globale di Sette moderniste
romanzo "serial" di autori vari
Episodio zero - L'alba
Fausto, di Giorgio Bo
Che odore che c'è qui. bah.
La farmacia dev'essere quella. La croce appesa è marrone non verde. Però dev'essere quella. Forse qui si usa così. Dentro c'è una farmacista. Le mie due valigie mi tirano in quella direzione.
Entro e gli chiedo una pomata. Quel catorcio di pullmann era difettoso. Una molla del sedile mi è saltata dentro ai lombari e mi ha caricato per tutto il viaggio come un orologio vecchio. Lei mi dice che non va bene una pomata. Ci vuole un disinfettante. Va beh, dammi un disinfettante allora, che bruci bene.
Chiedo dov'è la locanda. Che locanda, mi risponde.
Non ci siamo. Mi sono informato. Qui è pieno di alberghi ma di locanda ce n'è una sola. E' pieno di ristoranti ma un'unica locanda. Non ricordo il nome. Ho scordato il fax a Lissone, da mia madre.
Riformulo la domanda. Dove si trova La locanda. La farmacista mi piazza davanti due disinfettanti. Uno brucia più dell'altro, mi dice, devo scegliere quale voglio. Poi infila il naso tra i due flaconi, socchiude gli occhi e mi sussurra che la locanda è a destra, su per il viottolo, supero la fontana del bucato e seguo la fila di lampioni. Mi guardo intorno. Nella farmacia siamo soli ma qualcuno non doveva sentire, credo. Cerco una telecamera ma non la trovo. Ora che il naso della farmacista è così vicino, mi accorgo che ha un grosso pelo che le spunta da una narice. Un pelo da taglialegna. E' il mio primo incontro organico in questo paese. Più a destra, fra i prodotti da banco, vendono una pinzetta. Mi balena un pensiero ma lo scaccio subito. Sono arrivato da venti minuti, non conosco ancora le usanze locali. Scelgo il disinfettante che brucia di più ed esco.
In strada c'è la strana puzza. L'annuso più volte poi giro verso destra. Sento ripartire il pullmann che mi ha portato qui e mi ricordo della molla, ancora carica nella mia schiena. E' lei che mi spinge lungo il viottolo fino alla fontana del bucato. L'acqua è limpida e gelida, qui di bucati non ne fanno da ore e non c'è traccia di sapone. Non c'è nessuno in vista, poso le due valigie, alzo il maglione, sfilo la maglietta dai pantaloni e ne approfitto per bagnarmi la schiena, poi ci verso sopra un po' di disinfettante. Mi lacrimano gli occhi dal bruciore ed è tra le lacrime che mi accorgo della fila di lampioni che salgono per una stradina a sinistra. Le due valigie riprendono a tirarmi verso di là.
Quando arrivo davanti alla locanda chiudo la mano a pugno per bussare ma mi blocco a un centimetro dal legno della porta. Devo telefonare a mia madre e dirle che sono arrivato. Devo chiamare il custode a Lissone e dirgli di respingere tutte le raccomandate. Poi mi qualcosa mi distrae. Quell'odore si sente ancora forte. Forse più di prima.
Non so se posso vivere in un posto che emana questo
tanfo.
(pubblicato il 24 aprile 2006)
(per tornare a Machi, per andare a Veronica)
