- dal 2005, se è esistito -
Il filosofo
racconto di Ida Bozzi
Il Premio Nobel aveva registrato l’intervista in città, poche ore prima di morire nella propria suite d’albergo, all’improvviso.
“Tutto ciò che possediamo è,”
diceva l’ultima frase dell’intervista. Poi il colpo di tosse del motore.
“...enza, e in realtà...”
Continuava la voce del Nobel. Ma lì, ancora, ecco il rumore del traffico, per l’esattezza il suono di un clacson.
“... è forse il più grande filosofo di tutti i tempi.”
La signora Treviri interruppe la riproduzione audio, cliccando le barrette verticali del tasto virtuale “pause” sullo schermo del computer, e iniziò a trascrivere la frase.
“Tutto ciò che possediamo è”, scrisse. Aggiunse
“...enza, e in realtà... ”
e concluse, scrivendo
“... è forse il più grande filosofo di tutti i tempi.”
La frase diceva: “Tutto ciò che possediamo è (...)enza, e in realtà (...) è forse il più grande filosofo di tutti i tempi.”
Rilesse la frase, smarrita. Il suo incarico, per quel giorno, era trascrivere l’intervento del Nobel, correggerlo e inviarlo alla Fondazione, che l’avrebbe corretto a propria volta e inviato a tutti i corrispondenti per impaginarlo infine nella sezione “Contributi” sul sito del Premio Nobel.
Non era stato un lavoro facile. L’intervistatore inviato dalla Fondazione e il Nobel ormai vicino alla fine si erano incontrati in un luogo pubblico all’aperto – la signora Treviri non sapeva di quale luogo si trattasse, ma l’intensità del rumore del traffico faceva pensare alla “Stockholm”, una sala da thè sul viale del teatro centrale. Il vecchio Nobel aveva con ogni probabilità scelto un tavolo sulla veranda, con la vista sulla promenade e sulla città, e l’intervistatore non s’era accorto che il rumore delle auto saturava a ogni scatto del semaforo le frequenze del registratore. Per tutta la durata dell’intervista, la Treviri ne era certa, i due s’erano intesi benissimo: a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, non avevano ritenuto necessario ripetere una sola frase, non avevano mai alzato la voce, segno che non s’erano accorti del disturbo di registrazione. La signora Treviri invece, da una lontananza inconcepibile, aveva dovuto riascoltare più e più volte ogni singola frase del colloquio, pasticciando senza sosta con il mouse sul lettore multimediale, mentre la Fondazione la interrompeva in continuazione con telefonate di solleciti concitati.
“La qualità della registrazione è davvero pessima,” aveva provato a spiegare.
“...qualcosa da mettere in un riquadro vuoto. Cinquanta Nobel, centinaia di membri della Fondazione, centinaia e centinaia di giornalisti, migliaia di studiosi, centinaia di migliaia di lettori, e sua maestà, stanno visitando una sezione del sito che è completamente vuota!”
“Posso mandarvi intanto le prime seimila battute.”
Era appena quello che bastava per un abstract, la Treviri se ne rendeva conto. Le televisioni, i giornali e le riviste, i filosofi, gli scrittori e i lettori di tutto il mondo, e sua maestà, stavano aspettando di conoscere il testamento intellettuale di un Grande del loro Tempo morto per così dire tra i loro stessi piedi; e il testamento intellettuale del Grande del loro Tempo era in pausa sul lettore multimediale di una collaboratrice free lance, bloccato tra una frase interrotta e quello che sembrava il rumore di una marmitta guasta. La signora Treviri non si intendeva di meccanica, ma era quasi certa che si trattasse di una marmitta. Di un tubo di scappamento forato, per la precisione, in un modello vecchio di automobile, forse un camioncino Volkswagen. Un camioncino su cui viaggiavano almeno due persone, perché nell’istante preciso in cui la marmitta sparava il colpo più forte, una voce in secondo piano e in movimento gridava “doch!” o “toh!” oppure soltanto “oh!” – e l’equivoco di quella consonante poteva nascere dall’eco del fuoco di ritorno dello scappamento.
Ad ascoltarla decine di volte, come aveva fatto la Treviri, la frase suonava più o meno così:
“Tutto ciò che possediamo è “toh” enza, e in realtà “traat” è forse il più grande filosofo di tutti i tempi.”
La signora Treviri sospirò.
Se la prima parola mancante fosse stata “esistenza”, la seconda parola mancante avrebbe potuto benissimo essere “Husserl”, ma, se la prima parola fosse stata “esperienza”, allora la seconda parola avrebbe potuto essere “Spinoza”. E se la prima parola fosse stata “pazienza”, la seconda parola avrebbe potuto oscillare tra Socrate, Gesù Cristo e Gandhi. Essenza: poteva darsi Plotino. Apparenza: forse Platone. Tuttavia, non c’erano “H”, non c’erano “S”, non c’erano “G” o “C” nella registrazione. Si sentiva solo “doch” o “toh” (oppure anche “toc”, ma la parola pronunciata dal passeggero affacciato al finestrino del camion non aveva alcun rilievo, nel testamento intellettuale del Nobel). E poi c’era “traat”, il più grande filosofo di tutti i tempi.
La signora Treviri aveva ascoltato con attenzione tutta l’intervista registrata, e ne aveva riletto più e più volte la trascrizione. Tuttavia, la Grande Mente del suo Tempo, il vecchio Premio Nobel, non aveva ritenuto opportuno anticipare le proprie conclusioni di un solo attimo prima dell’ultimo, e per tutta l’intervista non aveva fatto che prendersi gioco dell’intervistatore, limitandosi a condurlo qua e là nella conversazione con un mezzo sorriso sulle labbra – la Treviri aveva potuto quasi vedere quel mezzo sorriso, nella cantilena giocosa delle parole, nella leggerezza dei respiri, tra le oscillazioni del traffico, anzi aveva creduto di sentirlo nella curva del rumore dei motori intorno alle fioriere della veranda, e nel frastuono della saracinesca della gioielleria “Spikl”, che chiudeva i battenti dall’altra parte della strada. Dovevano essere state le sei di sera - se “Spikl” chiudeva - quando il Nobel morente aveva parlato di Mickey Mouse, di Atlantide, di rivoluzione francese e di cattolicesimo, spargendo quasi a casaccio e con quel mezzo sorriso sonoro le proprie parole sullo spartito di fiati sospesi dell’interlocutore. Anche un filosofo, non già la collaboratrice free lance signora Treviri, anche un filosofo avrebbe avuto discrete difficoltà a raccogliere qualche morfema degno di quell’”...enza” finale, interrogando il semplice parlato di quel sorvolo baleno. Forse, un’occhiata alla bibliografia, all’opera, al corpus della creazione del defunto Nobel, avrebbe potuto sortire qualche illazione meno azzardata, scavalcando l’ineluttabilità del “toh” e del “traat” che cancellavano tutto. Ma i due romanzi (uno e mezzo) che la signora Treviri aveva letto della Grande Mente del suo Tempo, e l’infinità di testi accessori che i motori di ricerca e le wiki su Internet elencavano sotto il nome del letterato, non sembravano ascendere mai al livello trascendentale di quell’ultima frase (“Il signor Hurt”, “Mammiferi”), e quando lo facevano centravano tutti i bersagli insieme (“I lampioni di giorno”, “Il porto franco”, “Montagna Occidente”, “Totem”), oppure tutti insieme li mancavano (“La cattiveria della letteratura contemporanea”, “Romanzo o romanzo”).
Dalla Fondazione arrivò un’altra gragnuola di telefonate: ebbene, l’estratto di seimila battute era stato fagocitato dai milioni di lettori del sito, e tutti i centralini, i numeri personali e diretti, i cellulari, i sistemi di messaggistica, le caselle di email, gli ascensori, le anticamere, i corridoi, gli uffici e i gabinetti della Fondazione erano intasati di richieste: dove diavolo era, e cosa diavolo diceva, e perchè diavolo doveva mai essere tenuto segreto, il testamento intellettuale della più Grande Mente del nostro Tempo? Dunque?
La signora Treviri annuì alla tastiera dell’apparecchio telefonico, promettendo altre cento righe del testamento intellettuale. Meno, s’intendeva, il lascito finale, l’ultima frase. Nel decifrare la quale erano sorte impreviste difficoltà tecniche.
“Lei non deve decifrare, deve trascrivere.”
“La conversazione è coperta dal rumore di fondo.”
“E allora colmi i vuoti, quanto ci vorrà, un minuto?”
“Pensavo di affidare la registrazione a un tecnico del suono, in modo che si...”
“Non se lo sogni nemmeno. Tra cinque minuti mandi tutto. Tutto! O è licenziata.”
La signora Treviri annuì di nuovo e riagganciò. Aveva cinque minuti per colmare i vuoti nel testamento intellettuale della più Grande Mente del suo Tempo. Decise di telefonare all’intervistatore inviato dalla Fondazione.
“Professor Nytten?”
“Sì,” rispose il professore. Non era stato difficile rintracciarlo, nel suo studio.
La signora Treviri prese un lungo fiato e cercò di spiegare al professore la situazione. Gli raccontò del traffico. Gli disse della marmitta. E gli chiese che cosa aveva detto la Grande Mente. Qual era stata la sua ultima frase.
“Ma io non ricordo,” sospirò il professore, “ha parlato di Mickey Mouse, con me.” Sembrava afflitto da una sofferenza indicibile, da un tormento che gli rendeva intollerabile quella e forse qualsiasi conversazione. La Treviri se ne accorgeva. Dopo ore e ore di ascolto di supporti audio registrati, si sentiva dotata di facoltà paranormali, credeva di vedere il professor Nytten accasciato sulla poltrona, davanti alla finestra chiusa – dalla quale veniva un attutito Larsen di sirena d’emergenza – in penombra e con una giacca da camera color vinaccia allacciata sul petto.
“Dopo, dopo Mickey Mouse,” lo incalzò la donna, “non ricorda che cosa ha detto?”
“Ma quando? Dopo? Abbiamo parlato di tante cose. Alla Fondazione hanno una trascrizione, credo, dell’intervista.”
La Treviri sospirò. Era lei, la trascrizione. “C’è una frase. E’ proprio l’ultima frase. Quella che risolve tutto. Quella sul più grande filosofo di tutti i tempi. Ma non si sente. E’ cancellata.”
“Cancellata?”
“Quasi. La prego, non sa dirmi di chi stava parlando?”
“Non so,” si accomodò forse i lembi della vestaglia il professor Nytten, “lui era un postmoderno deluso dal postmoderno.”
“Un postmoderno?” si agitò la signora Treviri. “E per i postmoderni, c’è qualcosa che sia importante, che sia fondamentale...”
E che finisca con “enza”, tenne per sé la donna.
“Lui ha ripetuto molte volte che non c’erano grandi orizzonti nella visuale del Novecento, e che erano ancora più piccoli gli orizzonti del nuovo secolo...” disse il professore, soffrendo indicibilmente in poltrona, e con tutta probabilità accavallando le gambe.
“Eppure credeva in qualcosa. In qualcuno. Che ha definito il più grande filosofo di tutti i tempi. Lo ha fatto in quell’intervista, non neghi. L’ha nominato.”
“Quando parla di Atlantide?”
“No, no, molto più in là,” perse quasi la pazienza, la Treviri. “E’ l’ultima frase che dice. Ma il rumore copre la rivelazione.”
Un silenzio breve scese dall’altra parte del ricevitore, dove il professore stava forse osservando la luce del sole piatta sulla città. “Nemmeno io ho sentito bene l’ultima frase. Ma quel poveretto era così stanco... Anch’io ero così stanco...”
“Era forse Platone?” sbottò la Treviri all’improvviso.
“Chi? Ma no, senta, che cosa c’entra Platone, adesso...” piagnucolò il professore. Forse si sentiva triste. Forse sua figlia aveva lasciato l’università ed era tornata a casa. Forse un vecchio commilitone gli aveva mandato una fotografia dei tempi di gioventù. Forse il suo cane era morto.
“Se era un postmoderno,” tentò la Treviri un’altra strada, “avrà nominato magari Lyotard. O quell’altro con l’acca, quello... Hor... Horkhei...”
“Guardi, non credo. Non amava i pensatori contemporanei. E’ tutto?”
Non era tutto per niente, pensò la Treviri. “Mi dica almeno qual era per lui la sola cosa che possediamo nella vita. Almeno questo, si ricorderà...”
“Per lui? La sola cosa? Oh, niente credo. L’amore. Nemmeno. Era molto infelice, e consapevole dell’avvicinarsi della fine.”
“Forse l’esistenza,” sperò la Treviri.
“Ma proprio no. Una volta litigò con Derrida, per questo.”
“E sosteneva invece... Le chiedo. Che cosa sosteneva contro Derrida? Ci sarà pur stato un altro termine nella disequazione. Non l’esistenza... Per caso l’assenza?”
“Non so dove vuole arrivare, mi creda, signorina...”
“Era l’assenza? L’essenza? O l’esperienza?” la Treviri era disperata, uno che avesse ascoltato per ore una registrazione, in cuffia, da solo, se ne sarebbe accorto. Il professor Nytten non se ne accorse.
“Non credo, non capisco e ho già perso molto tempo. Lei mi ha confuso,” concluse il professore, e riattaccò.
La Treviri si morsicò un’unghia. Fece un altro numero.
“Pronto.”
“Pasticceria Stockholm?”
“Buonasera, sono Else,” rispose Else, la cassiera della sala da thé. Un rumore di tazzine e il colpo netto di un coltello su un limone risuonarono sullo sfondo. Poi entrò in azione uno spremiagrumi. Allora forse non s’era trattato di un limone, ma di un pompelmo.
“Elsa, mi passi il cameriere della veranda, per favore,” chiese la Treviri.
“Eh?”
“Il cameriere che serve sulla veranda, prego. E’ per un’ordinazione,” improvvisò la Treviri.
“Ahbib? Un momento.”
Ahbib. La signora Treviri pregò che l’uomo comprendesse la lingua. Le dispiacque pensarlo, si sentì maligna, orribile. Intanto, qualcuno arrivò al telefono appoggiando qualcosa. Forse un vassoio, sul bancone.
“Chi parla?” L’uomo sorrideva alla cassiera. Bene, che fosse felice; la Treviri si sentì meno orribile.
“Buonasera, io sono...” come spiegare. “Ha presente quel Nobel che è morto oggi, lo scrittore? L’hanno visto tutti alla televisione... Ebbene, era lì da voi ieri. Fuori, sulla veranda. Lei se ne ricorda?”
“Ieri” il cameriere non indagò oltre. Però spostò i bicchieri sul vassoio, segno che cominciava a irritarsi. “Ieri io non lavoravo.”
“E chi era di turno?”
“Boh. Era questo che voleva sapere?” Infatti, s’era irritato.
“La signorina Else? C’era, ieri? Me la passi di nuovo, per favore.”
“Non c’era nemmeno lei,” rispose il cameriere, gelido. Non aveva altro da dire, e riagganciò.
Il telefono danzò, quasi, squillando non appena anche la Treviri ebbe riagganciato la cornetta. Era la Fondazione.
“Allora?”
La Treviri si morse le labbra.
“La sola cosa che possediamo è l’indifferenza,” disse, fissando nell’aria l’abbagliante invariabilità del giorno, “e in realtà Abele è il più grande filosofo di tutti i tempi.”
“Abele?”
Ecco, s’era appena pentita, la signora Treviri, d’aver inventato la frase della Grande Mente. Tuttavia rispose: “Già.”
“Abele?”
“Abele.”
“Un filosofo, Abele?”
“Così ha detto.”
“Lei non se ne rende conto, ma quell’uomo era un genio della provocazione. Abele! E ha detto proprio così, “il più grande filosofo di tutti i tempi”?”
“Più un “padre di tutti i filosofi”, in verità,” disse la Treviri.
“Precisione, per l’amor di Dio! E veda di mandare la frase per iscritto, al più presto.”
“Non dubiti.”
La Fondazione riagganciò, la signora Treviri riscrisse la frase che la Grande Mente del suo Tempo non aveva pronunciato affatto, inviò gli allegati con le ultime annotazioni, e poi staccò il telefono.
Era certa che il suo Tempo ne avrebbe tratto chissà quale succo.
(di Ida Bozzi)
(Pubblicato in The Reader’s Anger, Sette Moderniste, 11 settembre 2008)
