Forza maggiore di Ida Bozzi
Da qualche tempo, avevo preso l’abitudine di guardare fuori dal finestrino per la gran parte del percorso: guardavo i filari di pioppi contro il cielo color lacca, dopo il tramonto, e avevo imparato a riconoscere i pianeti e le stelle, Giove bianco, Sirio blu, Venere giallo, Betelgeuse rossa. Una goccia di pioggia sul vetro: farla cadere solo scaldandola con il dito dall’interno. Il semaforo rosso di una statale: vederlo diventare verde prima di aver contato fino a tre.
“Ho vinto.”
Lui guidava in silenzio. Accanto a me, lo sguardo fisso sulla strada, lui apparteneva al motore, alla determinazione di condurci entrambi nel luogo più lontano possibile: era il pilota che sapeva distinguere tra la lucidità necessaria per tenere la rotta e l’inquietudine del nostro viaggio. Partivamo con una manovra tesa, correndo in silenzio finché l’auto non si fermava in una città nuova, tra gli alberghi per i turisti, gli appartamenti ammobiliati dei residence, i villini in affitto dei villaggi vacanze.
“Questo posto va bene?”
Sì, no, decidere con un’occhiata. Mai troppo vicino. Mai lo stesso posto due volte.
“Qui è orribile.” Una pausa piccolissima, in cui trattenere il respiro. Poi, inflessibili, riprendere la strada a volo d’insetto, passando tra le auto parcheggiate, le case buie, le persiane chiuse,
i turisti seduti nei ristoranti,
le file di ragazzi bloccati dai buttafuori davanti alle discoteche,
i camion fermi agli stop sulle statali,
i pioppi piantati lungo i viottoli dei cimiteri,
le stelle diventate vecchissime nei finestrini.
“Sei arrabbiato?”
“Dobbiamo fare benzina.”
Gli amanti clandestini, che erano costretti a trasferimenti scomodi quanto i nostri, dovevano ridursi piano piano a provare un furore sordo contro l’amore per l’altro. Cercavo di immaginare come dovevano sentirsi, dietro i sorrisi lunghi chilometri, il nemico al volante, la nemica sul sedile del passeggero; ma non riuscivo a immaginarlo fino in fondo, perché il nostro non era amore. In quelle camere noi avevamo sesso.
“Un albergo a forma di castello.”
“Oh santo cielo.”
A volte non potevamo fare a meno di ridere. I polsi intrecciati, le spalle all’indietro, i capelli sotto le dita, le labbra aperte, la miccia di saliva calda che percorreva i nostri corpi, e in mezzo a una scena così perfetta, all’improvviso, un pezzo della testiera del letto si staccava.
“E’ di plastica.”
Ma era difficile sopportare quella risata. Avevamo imparato a evitare di incrociare gli sguardi, come due mimi che fingono di ignorare il fondale precipitato in mezzo al palcoscenico. Solo dopo il sesso, al momento di ripartire, o fumando una sigaretta, uno dei due tirava un calcio alla colonnina spezzata, o faceva cadere il ripiano rotto, borbottando. Era un gesto da teppisti, pieno di rancore.
Ogni volta correvamo oltre, vagando per la pianura, io aggrappata alle gocce di pioggia come un piccolo malato che guarda i disegni sulle pareti dell’ospedale, lui rigido alla guida, umiliato segretamente da uno stupido lume da notte fulminato, o da un copriletto liso, o da un portiere maleducato. Tutte le camere, gli appartamenti, le suite sembravano resistere a malapena sull’orlo del ridicolo, con i loro mobili mal riaggiustati e fuori moda, le finestre che non si richiudevano. Perfino negli alberghi più costosi, trovammo bagnoschiuma sostituito con acqua nella dotazione della toilette. In una villa, vidi matassine di polvere rotolare accanto alla mia testa, sul parquet. Infine, se pure tutto filava liscio, gli scaffali vuoti dei mobili avevano un aspetto desolato. A volte contavamo i minuti con la faccia voltata dall’altra parte, affranti.
“Passo alle dieci.”
Quella sera, partimmo in macchina come sempre. Il cielo era impastato di nuvole scivolose, che sembravano pronte a cadere di sbieco sull’orizzonte durante il mio viaggio al finestrino. Scherzammo sul cattivo tempo, sulla differenza tra le piogge estive e quelle invernali, sui vetri appannati all’epoca in cui si faceva l’amore in macchina: lui raccontò qualcosa, con la sua voce agitata, confondendomi come sempre con pause di silenzio improvvise e improvvise riprese, e anch’io parlai, a scatti, mentre quel che avevo da dire mi si cancellava dalla testa tutto insieme, come qualcosa che scappava nel folto. Pian piano le nostre voci sfumarono nel traffico, finché la radio non mandò in onda una canzone che piaceva a entrambi, e potemmo tacere per il resto del viaggio. Per un’ora, i pioppi seguitarono a passar via come cartelli cancellati in nero, illuminati di tanto in tanto dai lampi che annunciavano il temporale. Forse avremmo dovuto evitare di allontanarci troppo dall’autostrada, concordammo. Quando lui accese la luce nell’abitacolo, e il suo viso apparve all’improvviso riflesso nel mio finestrino, chiusi gli occhi.
Li riaprii appena sentii un lieve sbandamento e il rumore delle gomme dell’auto che biascicavano ghiaia, rallentando fino a fermarsi. I cortili dei nostri rifugi erano sempre cosparsi di ghiaie e sabbie e gres e cotto su cui gli pneumatici facevano quello strano rumore. Era il rumore di quando si arrivava da qualche parte. Battevo ancora le ciglia, tra il buio e le mezze luci del cortile, quando lui spense il motore.
“Abbiamo bucato.”
Scendemmo e girammo intorno all’auto incontrandoci davanti alla gomma squarciata. Questo significava Germania, o Polonia, o un altro diavolo di posto da cui arrivavano i ricambi presso il concessionario specializzato, poiché la ruota di scorta era di un altro modello, un falso cacciato nel bagagliaio solo per i controlli dei vigili. In breve, bisognava aspettare il carro attrezzi. Io mi guardai intorno. Eravamo parcheggiati nel cortile di una casa vacanze, uno di quei complessi con piscina, un ristorante, qualche negozio, una birreria. La zona residenziale era circondata da un giardino. Alcuni villeggianti, con gli abiti chiari e le abbronzature fosforescenti, si spostavano da un locale all’altro. Alzai le spalle. Anche lui alzò le spalle.
Prendemmo un appartamento per la notte, pagando il weekend intero.
Sistemammo i nostri bagagli leggeri, io in camera e lui nell’ingresso, aprimmo le persiane, richiudemmo i vetri per evitare le zanzare, e dicemmo qualcosa a proposito del verde. L’appartamento era al piano terreno, e dava sul giardino. Vedemmo una siepe vicino a un piccolo pergolato coperto di gelsomino fiorito, e ci baciammo. Quando cominciammo a sfiorarci distrattamente, e lui accennò a spogliarmi, lo fermai con un sorriso e mi diressi verso il bagno. Di solito, lasciava che io entrassi nella doccia, e poi mi raggiungeva. Se il boiler non si guastava, e se i vetri scorrevoli non sembravano pericolanti, poteva darsi che avremmo avuto sotto la doccia la prima dose del nostro sesso.
Fu quando entrai nel bagno e accesi la luce, che mi ricordai di quel posto. Avevo acceso tante luci, con tanti strani interruttori, tutti dotati quasi di vita propria, pieni di strane idiosincrasie, incomprensioni, ripensamenti, ritardi o incertezze. E le luci sfarfallavano, saltavano, si affievolivano, si accendevano a intermittenza in una varietà di modi diversi. E le plafoniere scoppiavano, si scioglievano, si staccavano, si riempivano di zanzare, attiravano falene, aspettavo solo di vedere come. Ma solo una lampada portava nel vetro un inserto in legno a forma di L, fatto con un bastomcino da gelato. L’avevo piegato io, una notte, quel bastoncino, e infilato in una fessura tra la lastra e lo specchio, insistendo con le unghie, e poi spingendolo dentro con il manico dello spazzolino da denti. Ora, la mia azione immotivata stava lì, ferma nel vetro, ignorata da annate intere di cameriere, innervata da uno strato di sporcizia che aveva impregnato e scurito gli strati esterni del legnetto. Quanto tempo era passato? Io non ricordavo, avrei chiesto a lui. Avevamo avuto sesso nel giardino, che a quell’epoca non era così sviluppato, ed eravamo rientrati nella stanza fradici di umidità, con il solito senso di abbandono molle ai visceri e un formicolìo che non sapevamo se attribuire ai piaceri nuovi che avevamo elaborato sui nostri corpi, o agli insetti che si erano arrampicati su di noi partecipando al banchetto. Avevamo mangiato i gelati del frigo bar, ma non c’era il cestino dell’immondizia: il suo bastoncino era finito nel prato, ed ecco lì il mio.
Mi ritrassi schivando la mia espressione inquadrata nello specchio, e in quel momento sentii bussare alla porta. Lui si affacciò, ancora vestito, tenendo in mano una carta appiattita, una specie di busta. Era la carta del gelato, che quell'altra volta lui aveva infilato dietro un comodino. Se fossimo stati due postini che si aggiravano intorno per consegnare una raccomandata, cercando un indirizzo inesistente, avremmo avuto un’aria meno stupida.
“Siamo già stati qui.”
Lui fece per entrare e io feci per uscire, e ci urtammo nel piccolo spazio tra il lavandino e il muro. Alla fine uscimmo entrambi, con movimenti scomodi, e ancora inciampammo l’uno nell’altro fermandoci in mezzo alla camera da letto. Vestiti, con le mani in mano, rivolti entrambi verso l’angolo del letto e il vano della porta-finestra, rimanemmo fermi per qualche momento; non so a cosa pensassimo. Probabilmente alla gomma squarciata e all’impossibilità di andarsene subito da lì, per una questione di forza maggiore. Io mi aggiravo per la testa vuota, rincorrendo nel cervello qualcosa di veloce e di abile. Lui provò un passo verso il giardino, ma l’intenzione gli si spense addosso in modo quasi visibile.
“Forse domani.”
Annuì, intendevo il sesso. Ci fu un momento di frenesia, quando schizzammo ai due lati opposti dell’appartamento per frugare nelle nostre borse da viaggio. Ci occupammo del letto, del trucco, degli abiti, lui aveva un libro, io uscii ad annusare il gelsomino, accesi una sigaretta e aprii una delle sedie pieghevoli accanto al tavolo di plastica, rimanendo seduta ad accomodarmi sulle gambe i lembi della camicia da notte di raso, troppo corti per il freddo del giardino. Quando il vento si sollevò e fece cadere la cenere della sigaretta, mi scossi e rientrai nella camera. Lui si era già addormentato, una lucina di cortesia accesa dalla mia parte del letto, il libro aperto sul mio cuscino. Camminai sul tappeto finché non trovai il coraggio, e mi sdraiai, infilandomi tra le lenzuola fredde, a pancia in su, quasi sul bordo. Ricordavo che la rete del letto scricchiolava, era il motivo per cui eravamo finiti in giardino quell’altra volta. Infatti scricchiolò. Guardai lui, ma non si era svegliato. Sentii che respirava, e mi sembrò un fatto imbarazzante. Rimasi irrigidita nella stessa posizione finché non mi venne un dolore insopportabile in tutti i muscoli del corpo. Non volevo voltarmi, per non svegliare lui. Poi un ragionamento complicato mi spinse a decidere che invece dovevo svegliarlo. Cambiai idea un’altra volta, e alla fine mi alzai, con un unico strappo al letto rumoroso.
Sedetti per terra vicino alla porta-finestra, e cominciai a guardare fuori da quell’altro finestrino. Era un po’ noioso, questa volta, e il vetro era più freddo del previsto. Se muovevo la testa, vedevo le cime dei rami dell’arbusto illuminate dai lampioni e dai rari fulmini. Tutto lì. Cominciò a piovere, e il vetro si macchiò di gocce trasparenti, in cui si riflettevano minuscoli quadrati di luce. Passai un po’ di tempo così, giocando a toccare il vetro all’altezza di una goccia finché quella, scaldata, non scivolava giù e si portava via tutta una fila di altre gocce. Sempre prima di contare fino a tre. Vincevo tutte le volte.
Poi tuonò più forte.
Lui si mosse nel letto, e mi voltai a guardarlo. Dopo un paio di respiri alzò la testa e mi vide subito, senza cercarmi intorno.
“Mi sono addormentato.”
Respirava male, e tossì forte, infastidendomi. Gli dissi che aveva fumato troppo, e non mi rispose. Il respiro era tornato silenzioso, e lui mi guardava con gli occhi luccicanti nel buio, come aspettando che io dicessi qualcosa. Così, io dissi qualcosa.
“Noi, io per te e tu per me, siamo due ripieghi.”
Si alzò di più sul cuscino, poi si lasciò cadere indietro, ma non rispose subito. Guardava il soffitto a bocca aperta, al buio, e gli potevo vedere i denti. Aveva capito che cosa intendevo? Non era un modo di dire comune. Significava seconda scelta, surrogato, rimpiazzo. Aveva capito che cosa significava?
“Ripiego sarai tu.”
Parlando non si era spostato dalla sua strana posizione, e io continuavo a vedere i suoi denti nella bocca aperta. Pensai che si sarebbe arrabbiato e avrebbe dato un pugno nel muro, e mi avrebbe detto qualche parolaccia mischiando me e le gomme e il temporale e tutto il resto. Invece fu peggio di così, perché si mise a piangere. Si mise a piangere e quando mi alzai e mi avvicinai per vedere che cosa succedeva, si voltò e nascose i denti nel cuscino e pianse più forte, mandandomi via con una mano bollente e umida. Provai a prendergli ancora quella mano, che umida aveva un tocco piacevole, ma mi cacciò via, e anche quando provai a prendergli le dita, un dito, due dita, le contorse tutte e le sfilò lasciandomi soltanto il suo sudore. Pensai che le ragazze, quando facevano così, facevano per finta, e mi sedetti addosso a lui e gli strinsi le spalle appoggiandomi con tutto il corpo. Fu allora che reagì al mio peso e mi diede una gomitata, così, alla cieca, e io sentii il naso che scricchiolava sotto il colpo e sapore di sangue in bocca. Mi presi la faccia con tutte e due le mani, e mi lamentai, stringendo il naso e cercando di sentire se era rotto. Non era rotto, così mi mossi e corsi in bagno. Accesi la luce e guardai nello specchio i miei occhi gonfi di stanchezza e di sonno, e il bastoncino incastrato nel vetro. Cercai di lavarmi con le mani che mi tremavano, e vidi scendere del sangue, due gocce di sangue che si sciolsero lungo i bordi del lavandino, e colorarono debolmente due scie d’acqua. Continuai a bagnarmi finché il dolore non si sparse per tutta la faccia, diluendosi a poco a poco. In tutto quel tempo, lui dall’altra stanza non aveva detto niente, era come scomparso, non ne percepivo più né il pianto, né il respiro, né la presenza su quel letto che, in tutto quel trambusto, aveva smesso di cigolare. Alzai gli occhi con il terrore di vederlo balzare alle mie spalle, mentre cercava di finirmi con un portacenere o una cornice di quadro, ma non c’era. Mi affacciai con cautela in camera, restando nascosta dietro un asciugamano bagnato. Feci sporgere prima un lembo dell’asciugamano, nel caso lui fosse stato lì dietro in agguato. Invece era ancora sdraiato, con la faccia nei cuscini e le gambe che si contorcevano aperte e piegate, come se si stesse arrampicando su una salita. Quando accesi la luce nella stanza, piegò il collo e voltò una faccia che non riconoscevo. Gli occhi strizzati per la luce, la fronte violacea e molle, i capelli bagnati diritti in testa. Si voltò verso di me e non disse niente. Niente di niente. Nemmeno mi guardava negli occhi. Muoveva la testa come se seguisse i miei movimenti, ma non ero certa che mi vedesse. Io tenni l’asciugamano sulla faccia con una mano, e con l’altra cominciai a buttare nella mia borsa da viaggio le poche cose che avevo sparso intorno. Allora lui si sedette sul letto, tirandosi indietro sui cuscini, senza smettere di guardare una sagoma che si aggirava vagamente per la stanza insieme a me. Il pianto gli scendeva sulle guance come strisce di vernice da un muro, e tutto di lui si contorceva ogni volta che un nuovo fiotto di lacrime gli sgorgava dagli occhi. Vidi ancora i suoi denti, attraverso la smorfia che gli sformava le labbra. Respirava ancora a fatica, e con quei denti sembrava che cercasse di mordere l’aria. Non muoveva le braccia, ma quando sembrò sul punto di parlare le strinse in una specie di contrazione. Ma non disse nulla. Avvertii qualcosa, una sensazione lontanissima tra le colonne di battiti forsennati che il sangue mi aveva innalzato nel cervello. Ancora questa cosa che scappava nel rumore della mia testa, e io non riuscivo a prenderla.
“Stai male?”
Non mi rispose. Mi avvicinai. Non si mosse, nemmeno quando un nuovo flusso di lacrime gli scese dalle guance. Non mosse un muscolo. Tenendo alto l’asciugamano sul naso, sedetti sul letto davanti a lui, prima appoggiando i piedi a terra, pronta a scappare, poi sedendomi a gambe incrociate.
Alzai una mano sulla sua faccia, e lui si scostò come per ricevere uno schiaffo, chiudendo gli occhi. Quando li riaprì, stavo appoggiando un dito su una goccia delle sue lacrime. Mi stupii di sentirla calda, e la guardai mentre si staccava dalla guancia e si infilava sotto l’unghia, scendendo giù lungo il mio dito fino a metà, assottigliandosi e asciugandosi, ed entrando nella mia pelle.
Fu allora che lui mi guardò e sorrise, e mi chiese:
“Hai vinto?”
(di Ida Bozzi)
(pubblicato il 2 aprile 2007)
