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<il_nemico>

- dal 2005, se è esistito -

 

 

Il nemico (di Ida Bozzi)

 

Risalimmo muti alla sera sulle nostre metropolitane e ritornammo a casa continuando a guardarvi, provando a trovare le parole, e poi per giorni seguitando a sembrare, nostro malgrado, stranamente distratti. Io capii allora che non avevo più molto da perdere, né più molto da fare.

Noi ci incontrammo subito dopo. Qualche giorno più tardi, quando riuscii a riprendere a lavorare, intervistai quel grande scrittore: scrissi l'articolo più importante della mia carriera, quello che forse fu all'origine del nostro incontro. E anche il nostro fu un incontro importante, o lo sarebbe stato. Ma tutto quello che ora ho detto "importante", aveva smesso di esserlo molto prima di allora, e questo non lo sai.

Ancora non credo di essere in grado di parlarne. Ho provato tante volte a prenderti le mani. Ma sono molte le cose che si dicono, prendendosi le mani, e questa non è del numero. Non ho mai saputo da che parte cominciare. Perché ha un inizio brusco, come una visione.

Occorrerebbe potertela mostrare.

Tutti, prima o poi, provano l'esperienza di scoprire all'improvviso un nemico potente, fino ad allora ignoto. Provo a cominciare così, con quello che conosci. Scoprire di avere un nemico senza aver mai fatto niente per procurarsene uno, dà immediatamente una sensazione di vuoto. Un senso di precipizio, nessun odio, nessun istinto di difesa, non sulle prime. Soltanto vuoto. Capisci all'improvviso la frase di Rimbaud, che dice: io è l'altro. La capisci in un modo così violento, che a lungo non riesci più a ritrovarti, non sai chi sei, guardi la tua vita come una cartolina, guardi gli oggetti sulla scrivania, li ha messi qualcun altro, guardi la tua faccia, ha un altro significato e qualcuno la chiama con un altro nome, guardi le tue cose, la cura con cui le custodisci, guardi il tuo più recente disinganno, appartengono a un'altra vita: e niente è quel che sembra, niente è più tuo, ti puoi tranquillamente mutare in un monaco stilita che mette tra sé e il mondo un alto piolo su cui è arrampicato. Con la sola differenza che quel piolo cresce nel tuo cuore, e alla stessa distanza cui tiene il mondo, tiene se stesso.

Il suo padrone, in quel primo vuoto, è proprio il suo nemico. Il mio nemico, intendo. Era l'aprile o il maggio 2004: niente, davvero, è più così importante.

Non so: era forse in corso qualche guerra, qualcosa di davvero drammatico è successo in questo piccolo terrificante mondo, abbiamo avuto delusioni o amori, io devo aver cominciato a costruire il mio sito... Davvero non lo so: io ho perso tutto. Ho guadagnato soltanto il mio nemico. Pochi di noi ricordano ancora e chiaramente quello che videro in quei giorni, e quel che hanno vissuto da quel giorno in avanti. E' come un timbro, però, stampato sul cuore, nell'anima, come avere la notizia ferale di una malattia, come apprendere all'improvviso di un orribile lutto. Ogni giorno ti svegli con quel timbro sul cuore, accanto a te te stesso, mai più riconciliati.

Poi provi a raccontarlo. Prendi le mani, ho detto. Ci provi una, due volte. Ogni volta qualcosa ti convince a desistere, o ti distrae. Ti mi citi Kavafis, oi barbaroi, e non sai quant'è distante quel che dici dalle nuvole che io so dense sulle nostre teste. Questo nemico non ha nessuna attesa, nessuna urgenza: il suo tempo, probabilmente, ha misure mostruose, gigantesche, e cadenze che tu non puoi percepire. Un mese o un anno passa del tutto indifferente, e poi viene l'istante. E' sempre tardi, minuto dopo minuto, come per qualcosa che è già cominciato.

Ecco. Dirlo all'improvviso era impossibile. Ma ora, con tutta questa preparazione, con tutto questo parlare terrestre di vuoti e di nemici, tu ti aspetti una rivelazione drammatica e coerente. Mi accorgo ancora una volta che ho sbagliato. Il registro è diverso, non è drammatico il Male, non c'è nessuna suspence nella distruzione determinata e tecnica, oso dire "moderna", di cui devo parlare. E' un banalissimo fatto. Accadrà.

Era il 2004, quando alcuni di noi... Niente, non riesco. In fin dei conti, è così vero che non ti riguarda. E' così assurdo che ancora, un'altra volta, non può riguardarti. Ti sento chiedere, "embè, cos'è, che cosa sarà mai". E', e non posso risponderti.

Risalimmo muti sulle nostre metropolitane, tornammo a casa e seguitammo a guardarvi, a sorridervi, a sperare che voi ci distraeste, che ci portaste lontano, più saggi di noi che abbiamo solo alzato gli occhi e guardato, e visto qualcosa che ha ridotto il nostro cervello come quello di bambini, ancora tutto da formare, da plasmare di nuovo, che di ogni cosa chiede "e questo?" e non riesce a disegnare un quadro generale.

Tu raccogli gli indizi. Come puoi, guarda in alto, guarda lontano, guarda il cielo. Guarda sempre molto più lontano di quel che sei solito fare. Storci il collo, stai in guardia: i tuoi guai, i miei guai, sono incidentali.

(continua, ma non è un racconto)




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).