Fior da fiore:
Il re barbaro
24 settembre, 2008. Alcuni chirotteri, stanchi della povertà e della fatica della corte barbara, erano tornati ai vecchi impieghi in Transilvania, in Britannia e in Iscozia; altri, congedati dal re in rovina, si erano trasferiti presso le agitate corti visigote a ovest, o ancora più lontano, e poche decine avevano trovato una sistemazione in qualche scivoloso castello appenninico, tra generali in dubbio d’impero e assemblee di protomartiri guidate da pietrosi vescovi greci. Dai loro rifugi, i pipistrelli mandavano di tanto in tanto messaggi e missive al re barbaro, raccontando le meravigliose avventure nelle nuove terre.
Uno scriveva: “Il luogo è spazioso ed ogni notte è festa. La corte di re Oelon di Scozia è elegante ed è deserta, maestà, dal primo levarsi del sole fino al tramonto, e l’aria dell’oceano soffia incessantemente tra le dentature delle pietre ammucchiate con sapiente arte primitiva. Ma, all’imbrunire, quasi c’è da rimpiangere la solitudine pacifica del giorno; infatti durante la notte il castello è affollato, maestà, dei più misteriosi e incredibili esseri che io abbia mai visto: il re e la regina sono spettri, e così pure tutti i dignitari e i principi, e sono spettri i cavalli, i cani da caccia e le pernici, e perfino i topi, e le pagnotte di grano; e sono - naturalmente - oltre che spettri, cadaveri, anche tutti i vitelli e i fagiani che il cuoco mette in tavola. E dunque qui ogni notte, al ritrovarsi del consesso di ombre, è grande festa; tuttavia, per chi non vuol partecipare, il disturbo è scarsissimo: spettrali i buffoni, spettrali i musicanti, senza fuoco la musica e senza senso il teatro, vuote le scollature delle donne, scheletriche le danze, lugubri i veli, gelati i letti e trasparente l’acqua. Oh, re, non posso desiderare un luogo più limpido e lussuoso di questo in cui mi trovo.”
E il re barbaro sospirava, rivoltava la lettera, e sul retro della pergamena rispondeva: “Se è ciò che tu desideri, ti saluto felice.” Il che voleva dire: “Che dio me ne scampi.” Firmato: il re.
Un altro scriveva: “Questo tale re è un conquistatore, e io non soffro più la noia e l’inerzia. Come il villeggiante per sparecchiare il pranzo fa due cocche alla tovaglia sul prato, così egli trasloca l’intera reggia rapidissimamente sui convogli. All’improvviso cortigiani, soldati, bagagli, piatti, arazzi, manichini d’abito e cappelliere di paglia vengono stipati in grandi carri e spediti a nord est, o a sud ovest, o sul mare, o sull’altopiano di Xeruega, o nella vale di Arjell o sui monti Tebri, alla ventura. Poi arriva il ciambellano con le due regine, poiché come sai questo re è sontuosamente bigamo, e dove sono le regine lì si dispone l’accampamento per la guerra; allora, per giorni, non si può appoggiare un gomito a un comò senza finire per terra durante il gran sommovimento di suppellettili e di salmerie. Quando finalmente il re giunge, cominciamo una sugosa battaglia: o l’una delle regine si scopre incinta e tenta di assassinare l’altra in nome della dinastia, e per giorni e giorni è meglio non bere e non mangiare nulla di quello che prepara il cuoco reale, oppure un signore del luogo, ingolosito dai lampadari di cristallo e dagli struzzi che corrono negli accampamenti, ci dichiara guerra, o noi la dichiariamo a lui. E allora, in ogni caso, o l’una o l’altra delle mogli viene sgozzata o un intero dicastero reale viene catturato e impalato dal nemico, prima che i cavalieri di corte, liberati dalle stoviglie del viaggio, riescano a catturare a loro volta le principesse rivali o i dignitari nemici e a riservare loro lo stesso trattamento. Appesi a testa in giù, qui nelle volte della reggia, si contano metà chirotteri e metà cortigiani unni, galli o fenici stesi a dissanguare. E presto il re imporrà nuove conquiste, e noi appesi dondoleremo di nuovo sui carri come i vestiti di una compagnia di attori. Oh, re, non posso desiderare un luogo più mutevole e vivace di questo in cui mi trovo.”
E il re barbaro sospirava, rivoltava la lettera, e sul retro della pergamena rispondeva: “Se è ciò che tu desideri, ti saluto felice.” Il che voleva dire: “Che dio te ne scampi.” Firmato: il re.
Soltanto uno dei pipistrellini, il cantore Roland, scriveva lettere di diverso tenore.
“Qui non so. Ho la sorte di essere ospite e forestiero. Come tale, sono tenuto in un certo rispetto da tutti, ma ammesso alla familiarità di pochi. In ogni caso, gli usi di questi popoli sono diversi dai nostri, e così la descrizione delle nostre usanze e cerimonie, paragonate alle loro, mi sta portando una certa fortuna. Ho potuto comperarmi un cappello nuovo, decorato con piume di pappagallo com’è di moda tra queste genti. Tuttavia non credo che tornando tra i bizantini avrei l’aria di un ricco sire, quale ormai sono, ma piuttosto quella di un eccentrico raro.
E ammetto che non riuscirei ad appassionarmi di nuovo al racconto delle gesta di Alessandro Magno o alle vicende dei tessalonicesi, poiché ho visto con i miei occhi l’acqua arrossarsi di fuoco in un vulcano oceanico, e gli uomini cavalcare ghepardi e puma, e i pesci di un fiume spolpare vivo un funzionario imperiale, e il suo scheletro consumato cercare ancora di fuggire dai flutti, insomma conosco e so molti fatti strani che temo non possano interessare la bizantina civiltà cancelleresca. Un solo avvenimento ti illustri la distanza: l’altro giorno, cammino e vedo file di persone affollarsi lungo la scalinata di una delle immense piramidi che qui spuntano nel mezzo della foresta; subito mi infilo nel codazzo credendo di trovarmi a una mostra o a un’inaugurazione. Sono lì ad aspettare tranquillo il mio turno, quando un tale, che mi conosce, mi trascina fuori dal mucchio, gridandomi di allontanarmi prima che sia tardi. Gli chiedo che cosa succede, e lui mi indica un puntino lontano in cima alla piramide, dove credevo si trovasse la consolle del dj o il banco del sushi o la biglietteria, e dove punta l’immensa fila di gente incolonnata – pensavo, per la consumazione. Guardo meglio, e l’uno dopo l’altro vedo gli invitati inchiodati alla consolle, squartati in pezzi e uccisi - in quest’ordine - e i loro corpi gettati via soltanto in parte. Dell’altra parte non dico. Ecco, re: la differenza che ho trovato rispetto all’umore bizantino sta in questo, che lì da voi ben pochi si sarebbero presi la briga di avvertirmi del rischio. E tra questi pochi, tu, mio caro re.
Ti chiamo re, in nome dei vecchi tempi, ma dovrei dirti collega. Così come tu sei un re di sassi, io sono diventato un re di foglie secche, in non so quale villaggio qual è il tuo, vicino a imperi potenti. Potrei dirmi ricco: in realtà, governo me stesso meglio che posso. Qui innalzato, ancora non so se della natura e del mondo devo o no fidarmi ad ogni passo, e non so se ciò che cerco è quello che ho trovato. Ma, caro re, mi ricordo di te ogni volta che, come adesso, mi guardo.”
E il re barbaro piangeva, rivoltava la lettera, e sul retro della foglia di banano rispondeva:
“Che dio ce ne scampi, mio caro amico!”
E molti altri lazzi spiritosi. Il che voleva dire: se è ciò che tu desideri, ti saluto felice.
Firmato: il barbaro.
(di IB)
(pubblicato il 24 settembre, 2008)
17 marzo, 2008. I pipistrellini nella grotta del re alzano le visiere e si scambiano un'occhiata.
"Re?" inizia il pipistrellino estratto a sorte per il colpo di spada settimanale. E’ ben bardato, con armatura, fasciatura ninja e una bella maglia d'acciaio di traverso sul petto.
“Mmmh," bofonchia il barbaro. Si volta sul trono a braccia conserte, masticando a occhi chiusi. Dorme della grossa. Sul triclinio degli ospiti, anche l'ambasciatore sprimaccia un immaginario cuscino.
"Re, scusa, re?"
"Ghhh..."
I pipistrellini si danno di gomito, ridendo sommessamente: "Chiamalo "signore" come nella commedia, vediamo che effetto fa...", "Quello mi squarta", "Mavalà", "Allora diglielo tu...", "Digli, "signore, quali sono gli ordini!", dai prova", "No, ho paura", "Ti copriamo noi", "Mi fido?", "Prova, dai".
Il pipistrellino si fa più vicino, ma di poco, si schiarisce la voce e tutto d'un fiato: "Ordini, signore!", grida, così forte che il re barbaro salta su di scatto.
"Ma che accidenti..." e si guarda intorno. Mentre i pipistrellini ridono, il barbaro ritorna presente a se stesso, si raddrizza sul trono, strizza e stiracchia le vertebre, guarda l'ambasciatore bizantino ingondolito in poltrona. La lettura del componimento del re sugli antichi fatti di Adrianopoli ha fatto sedimentare nello stomaco del diplomatico l'ingombrante cena barbara – con tocco barbaricino: ora le pernici squagliate e i maialini arrostiti stanno rosolando boccone per boccone tra i succhi gastrici, in sopore egineta, e il bizantino russa.
"Il pubblico dorme," si agita il re, risistemandosi sul trono.
"Eh, sire: hai ucciso l’imperatrice," ride il pipistrellino, “squartato trentamila bizantini e preso a sagitte il generale Iloeo, tuo cugino. Anche noi ci siam fatti un pisolino, mentre t’indaffaravi.” Il ghigno chirottero passa attraverso le visiere come un ronzìo di zanzare.
“Era un racconto.”
“Era un bel mal di pancia. Lo vuoi un consiglio da amico?”
Il re guarda l’animalino. Tutta la volta si riempie di stupore. Il bizantino apre un occhio. L’icona irridente dell’imperatrice s’illumina alla parete di un tratto ancora più irridente. E il pipistrellino ninja fa qualcosa che non ha mai fatto. Invece di dar di gomito, ridacchiare, scambiare occhiate e riempire le didascalie di altre fesserie, si alza in volo. Sbatacchia le ali intorpidite, attraversa la grotta - quattro o cinque volte prima di trovare la strada, come fanno sempre i chirotteri - imbrocca la direzione giusta per il trono e si posa a testa in giù penzolando dal braccio del re.
"Sire," gli sussurra, mentre il re solleva il braccio per avvicinare l'animalino all'orecchio, "sai tenere un segreto?"
"Sì, ma… occhio alla spada."
"Ascolta e dimmi... Non sei felice tu che lei sia viva?"
"Ma... ma…" protesta il re. Sgrana gli occhi, che gli si allagano di lacrime. C’è più risposta in quel gran sguardo inondato che in un sì ridondante.
“Non c’è altro da dire: che sia viva, qui dentro è Verità: affermala!” esclama il pipistrello, facendosi coraggio. “Lei che ti umilia: cantala. Lei che ti ignora: innalzala alle stelle. Un giorno lo sguardo di quell’icona sarà appannato, ed il suo viso spento, poiché tu canterai una principessa alemanna o una bella sultana dei Sassanidi. Sii generoso: finché è viva, concedile altra vita. Avrai tanto tempo per essere crudele. Nemmeno te l’immagini.”
Il re sbigottisce, lo guarda così capovolto, guarda il ritratto dell'imperatrice con i suoi pepli rosa, torna a guardare il pipistrellino e lo nomina baronetto.
"Com'è che hai detto che ti chiami?" gli fa. "Il nome serve per l'investitura."
Quello gli strizza l'occhio e risponde: "Io mi chiamo Roland."
17 marzo, 2008. (Avviso ai naviganti: la storia è vera. I nomi dei protagonisti - diversi; ma la sostanza resta)
Barbarie.
Una nube nera si addensava nel cielo di Adrianopoli tra il fiume e i campi infetti, come se il sangue dei trentamila guerrieri uccisi ribollisse nel corpo di un nuovo eroe, nato dal male, con la spada puntata verso il cuore dei nuovi dèi. La cavalleria gotica saliva la collina in ranghi serrati nella formazione a losanga, rimasta quasi intatta dopo l'attacco. I cavalli scivolavano sui crani svuotati dei nemici, mordendo la terra con le zampe schizzate di sangue. Bollenti di febbre, riempivano l'aria di un fiato simile all'odore della pazzia. L'intera valle, il rifugio estremo in cui la fanteria imperiale si era gettata dopo il primo assalto dei cavalieri barbari, era coperta di cadaveri.
"Gli ordini, signore," gridò un ufficiale.
Il re barbaro, a cavallo, immobile sulla cima della collina, osservava il campo di battaglia.
"Sono laggiù," pensava. Osservava un resto del palazzo fortificato dal quale pendevano ancora le insegne imperiali: l'avamposto era buio, silenzioso, nero come la pece spalmata sugli occhi dei morti. "Lei è laggiù," pensava.
"Signore, gli ordini!" gridò di nuovo l'ufficiale. Un drappello della fanteria gotica attraversava la pianura colpendo a morte gli ultimi feriti. Avevano appreso dagli Unni l'uso terribile di non fare prigionieri.
"Nessuna razzia," ordinò il re. Non era pietà. Le armi strappate ai nemici avrebbero appesantito la marcia forzata verso il cuore dell’impero. "Salmerie nei ranghi! La cavalleria con me! "
Uno dei capitani galoppò a fianco del re stringendo in pugno una torcia. Le fiamme illuminarono il sovrano ferito, sofferente, il mantello coperto di sangue incollato alle cosce. Dal petto pendeva un brandello di carne viva, e il sangue scendeva lungo il corpo come un velo. Un colpo nel ventre del cavallo, e tutto il gruppo si mosse scendendo verso l'avamposto buio.
"Notizie dell'imperatrice," chiese il re.
"Nessuna, signore."
"Notizie dei generali," chiese il re, osservando la pietra immobile del fortino, sempre più vicina e più lugubre.
"I generali dell’esercito imperiale sono stati uccisi, signore," rispose l'ufficiale, "Anche i luogotenenti, i comandanti della legione, e tutti i funzionari di corte: molti durante il primo attacco della cavalleria, altri giù nella valle."
Il drappello giunse all'avamposto. Alcuni corpi orribilmente mutilati ne chiudevano l'ingresso, e alla luce della torcia si vide che il pavimento e le pareti del piano terreno erano rossi di sangue.
Il re si aggirò come pazzo tra i brandelli umani scrutando i corpi con ansia, ordinando ai soldati di cercare tracce della famiglia imperiale. Giunse perfino a chiedere a un lanciere di issare fino a lui il fagotto di un braccio mozzato e incrostato di sangue, perché il polso di quel moncone portava un braccialetto simile al serpente d’oro di Teodora. Quando fu certo che l’imperatrice non era tra le vittime, il re strinse il cavallo alle briglie fino a farlo indietreggiare, e sollevò la testa guardando verso la scala di legno che portava alla garitta di guardia, al piano superiore.
Credette di vedere due occhi che luccicavano nel buio tra le travi maestre, e li fissò a lungo, e gli parve che gli occhi ricambiassero lo sguardo.
"Via di qui," disse all'improvviso. "Andiamo, andiamo, qui non c’è nessuno."
Gettò un’ultima occhiata, muta, verso l'intrico di corpi e rovine dell'avamposto, e piegando con enfasi le redini del cavallo in un gesto ampio, quasi di saluto, uscì dal fortilizio guidando i cavalieri. Era orribile a vedersi, ma il suo volto sembrava placato. Già sotto i suoi occhi gli ultimi ufficiali si allontanavano dando le spalle alle mura, quando un sibilo, come lo sbuffare di una corrente d'aria tra due fessure, gli soffiò nelle orecchie. Un altro sibilo. E un altro ancora.
Vide le frecce. Piovevano a decine, come gocce di quella nube nera di sangue che inzuppava il cielo. Ne sentì il morso nella schiena, due, tre, quattro volte, e una vertigine di dolore, che veniva dallo scrigno profondo del suo cuore e non dai graffi delle punte d’acciaio, lo fece barcollare sulla sella.
"Un'imboscata, signore," gridò l'ufficiale al suo fianco, "dal piano alto, lassù! L'imper..." l'ufficiale non finì la frase. Una freccia gli trapassò la gola e lo abbatté sul cavallo.
Il re gli strappò di mano la torcia, gridando: "Al riparo! Al riparo!"
Al grido del condottiero, i Goti si divisero in due gruppi, l'uno cavalcò dietro le mura del fortilizio, l'altro, guidato dal re, trovò rifugio sotto la tettoia di legno del corpo di guardia. L’aria era segnata da quella pioggia infernale, e tutto il drappello dei barbari era inzaccherato di sangue.
"Sono gli arcieri, è la guardia dell'imperatrice," gridò uno dei soldati.
Il re barbaro rantolò, il mantello gli pesava addosso strangolandolo. "Sì," disse.
"Il palazzo è circondato, possiamo sorprenderli scavalcando le rovine," gridò un altro.
"Sì", annuì il re.
"Ordini, signore!"
Il re si guardò intorno. Le frecce scendevano ancora dal tetto del fortilizio, e si conficcavano nei corpi già morti dei barbari e dei romani ammucchiati nella spianata, finivano i cavalli che ancora tentavano di rialzarsi, penetravano la terra e ne cavavano altro sangue.
"Nessun ordine," mormorò. La sua voce, diventata un sussurro, un respiro, cominciò un canto misterioso, un lamento, qualcuno disse “una preghiera”, altri “una ninna nanna, come quella dei bambini”. Abbassò la torcia su un avanzo d'albero rinsecchito, che era cresciuto intrecciandosi agli infissi di legno della porta, e lì era morto seccando e sfibrandosi in strati di corteccia nodosa e sfilacciata. L'albero lanciò una fiammata alta come un grido, e le travi dell'ingresso cominciarono a bruciare. Dalla porta, il fuoco si estese alla tettoia, al soffitto di travi, alla scala di legno, che crollò sollevando un'onda di scintille. E continuò a salire. Le fiamme illuminarono gli occhi del re, che lacrimavano sangue.
Asciugandosi con il dorso della mano, e strappando dalla guancia una punta di freccia imperiale, il barbaro si allontanò lasciando i cavalieri a sorvegliare l'incendio, che arse fino all'alba. Artemisio racconta che nulla più si seppe dell’imperatrice, e l’esercito romano quello stesso giorno acclamò imperatore il generale T., rimasto a Costantinopoli con il resto delle forze orientali. Con il nuovo regnante, i capi Goti firmarono una breve pace.
(i.b.)
11 ottobre, 2007. I pipistrelli appesi nel cielo della grotta indossano da qualche tempo armaturine e corazze, prevedendo tempesta e fendenti di spada: gli amori del re barbaro sono sempre agitati, specie se sfortunati, e il re cavernicolo s'è invaghito - com'era prevedibile - dell'imperatrice bizantina Teodora, dai capelli inanellati.
Il nostro re tuttavia rimane tranquillo. Teodora è lontana, la sua icona scolorisce sulle pareti di fango, eppure il barbaro non degna di uno sguardo la ciocca bruna che si riempie di ragnatele accanto al quadro. Come un bambino che ha ascoltato una favola piena di mistero, la sera prima, e che per tutto il giorno successivo gioca e disegna come di consueto, e tuttavia è assorto e serio e scherza meno volentieri con la nutrice, così il re barbaro tace sul trono, intento a compilare gli editti e a compiere con diligenza le solite mansioni di re. Ciò che è più stupefacente è che allontana senza furia gli ambasciatori di guerra, i diplomatici romani, i generali visigoti, i sacerdoti salii, ed evita di intrattenersi con i numerosi funzionari bizantini che gli ronzano sempre intorno e che profumano, quasi, della stessa Teodora.
"Re, e le lacrime d'amore?" osa infine un pipistrello, ben protetto da un materasso ninja che gli copre il corpo fino alle orecchie, "e i lamenti, e le poesie?"
Il re alza gli occhi dalla pallina di ceralacca per sigilli che sta sciogliendo sulla fiamma e guarda su, nella volta dei chirotteri. "Eh?"
"Vuoi che uno di noi cerchi la Pizia," continua il pipistrello, "e dopo un viaggio pericoloso ti porti il responso dell'oracolo di Apollo? Vuoi che un altro di noi parta cercando Circe la maga, e le imponga di procurarti un filtro magico d'amore, o un mortale veleno? Ti serve che io scenda nell'Ade a interrogare le ombre? Non ordini che alcuno di noi si mascheri da gabbiano o delfino o leone e torni da Costantinopoli con notizie della bella Teodora?"
Al nome dell'imperatrice, il re sorride e torna alla sua ceralacca, senza rispondere, senza parlare, anzi come se non avesse sentito nulla. I pipistrelli si scambiano un'occhiata perplessa. (segue)
“Oh, re...”
Ma all’improvviso, mentre ancora il pipistrello ninja sta cercando di articolare il proprio pensiero, il portone della reggia si spalanca e un ensemble di musicisti e danzatori entra nella grotta e si sparge ovunque sul pavimento.
“Oh gentile re, oh egregi prìncipi, oh metaforici princìpii,” inizia uno dei musicisti.
“Stile bizantino,” dà di gomito un pipistrellino all’altro. Il re si raddrizza di colpo e annuisce in silenzio.
Tutti vestiti di bianco e di nero, con abiti di bava d’un qualche ragno orientale e coturni di petali di gigli, gli artisti si dispongono con la precisione di un piccolo esercito sui tre lati intorno al trono. Il re li osserva, muto, senza smettere di appallottolare la ceralacca.
“Gentile re, ecc., Se in barbare faccende sei ora affaccendato,” prosegue il musico, “deh, interrompi l’ufficio...”
“Deh?!” si guardano tra loro i pipistrelli. “Deh?!”
“...noioso e mal pagato: la bella imperatrice, la divina Teodora, ti manda il dono sacro di un pezzo di teatro. Con questa lieta danza cantata e figurata, a Bisanzio la pace è sempre festeggiata.”
Il re ha un brivido. Il musicista afferra una cetra, e con un inchino, una giravolta e il cenno di una mano dà inizio a una sarabanda forsennata. I danzatori si precipitano qua e là per il salone, dividendosi in manipoli e in staffette. Mentre la musica si complica, la danza si chiarisce, tra finti fendenti e finte morti, nella scena di una battaglia tra le formidabili truppe di Bisanzio e una sorta di gregge informe, in cui il re, impallidendo, riconosce l’esercito barbaro. Una parte del cast mima in un angolo la sconfitta e la cattura dei barbari da parte dei bizantini. In un altro angolo, alcune ballerine imitano la cerimonia di vestizione dell’imperatrice, mentre al centro della scena una danzatrice che impersona la sovrana si pettina i capelli inanellati e assiste svogliatamente all’uccisione del re barbaro, interpretato da un orso ballerino con sonagli alle caviglie. Seguono brevi quadri futuristi in cui i bizantini conquistano l’America, scindono l’atomo e sbarcano sulla Luna, mentre i barbari in catene lucidano i pavimenti, finché tra il pieno dell’orchestra e gli inchini dei danzatori lo spettacolo finisce bruscamente com’è cominciato.
Il re si alza. I pipistrellini tremano e ficcano la testa al riparo delle corazze e delle armature, temendo l’ira del potente dileggiato. Per un attimo la grotta resta silenziosa, vibrante di echi.
Poi “Ringraziamo l’imperatrice per il suo dono sontuoso,” esclama il re barbaro. E con un breve applauso ordina ai pipistrelli – sempre più perplessi - di far piovere talenti d’oro su tutta l’orchestra. Fiori e cesti di frutta vengono donati alle danzatrici, e nell’accampamento alle porte della grotta viene allestito un grande banchetto per gli artisti bizantini e per i cortigiani barbari. Presto i ritmi delle cetre e dei tamburi tornano a risuonare nella pianura, e lontani gridi di festa scendono nell’incavo della grotta, trovando il re di nuovo solo sul trono, e i pipistrelli di nuovo perplessi nella volta, ancora più amareggiati.
“Oh, re,” mormora il pipistrellino ninja, “è questo l’amore dell’imperatrice? Oh, re.”
“Amico mio,” sospira il barbaro, “se io chiedessi amore all’imperatrice, ora sarei affranto quanto te.”
“Oh, re,” riprende il lamentoso pipistrello.
Intanto, il suonatore di cetra, ubriaco, rientra rotolando sui gradini dell’ingresso e finisce a gambe all’aria sotto il trono. La ballerina che lo insegue, velata del sudore dei festeggiamenti, si aggira cercandolo intorno alla luce delle lampade a olio, con deboli passi leggeri. Sembra che danzi, e la cetra l’accompagna con un pigolìo sommesso e stonato.
Il re e il pipistrello ninja osservano per un secondo la scena, poi tornano al loro dialogo.
“Oh, re.”
“Questa grotta vuota e cava che i bizantini disdegnano,” inizia il re, e un dlin della cetra gli risponde, “ha il dono di essere più vicina dei loro palazzi al motore del mondo. Ma per loro è un’officina barbara; non è vero, ragazza?”
La danzatrice sorride, imbambolata, e si mette a piroettare nei vapori delle lampade, traendone spirali fluttuanti: ruote, calderoni e mantici sembrano tremare per un istante nelle forme di fumo, e formandosi già cominciano a dissolversi. Il re si alza e scende tra le macchine immaginarie disegnate dai passi della ballerina: “Invece qui gli strumenti del fato,” continua, al dlin della cetra, “forgiano i loro accordi.”
“Non capisco, sire,” sussurra il ninja.
“Quando incontrai Teodora,” sospira il barbaro, mentre la ballerina incespica nella sabbia del fondo, cade a terra e si addormenta, “qui nella grotta sentii la ruota del destino stridere e fermarsi. Gli ingranaggi così ben oliati, così saldi, frenarono con un cigolare d’inferno, dando un graffio profondo alla lavagna del cielo, e per giorni e giorni quel che piegò gli alberi qui intorno non fu il vento, ma l’abbrivio scuoiato dell’arresto del mondo.”
“Porca miseria, re, parli in alessandrini,” esclama il ninja, dal cielo.
“Oh scusa,” si scuote il re. “Volevo solo spiegarti che Teodora non è nel mio destino. Toh, l’ho detto. Ecco, mi sento più leggero.”
“Oh, re...”
Il suonatore di cetra, rotolato fuori dal trono e sdraiato a terra, interviene accennando un sorriso. “Ehi, re, per farla breve: Teodora non ti vuole, e questo diverte lei e scotta te.”
Il re lo guarda. “Ehi, guitto, per farla breve: ciò che vuole Teodora, qualunque cosa sia, abita assai lontano da ciò che voglio io. Capisci, bizantino?”
“Tiè,” dall’alto, il ninja comincia a riconoscere il suo padrone, “e adesso facciamolo a fettine, re!”
“Buona idea, amico.” Il barbaro dissolve le forme di vapore, e impugna la spada. “Una sovrana lontana – continua, puntando la spada verso il guitto, che arretra nella sabbia - sull’orlo misterioso degli abissi d’oriente, può ben scherzare con un barbaro ignoto, come l’aria scherza coi rami. Ma io sono un re affamato, immerso nella terra, radicato nel fato, che trae vita da questo limo profondo. Non intendo gareggiare con l’amore di mille schiavi, se è l’amore di uno schiavo ciò che vuole Teodora, e non quello di un re. E adesso, fuori!”
La ballerina risvegliata dal trambusto e il musico stordito con la cetra sottobraccio strisciano via dalla reggia tra mille inchini e scuse, inseguiti dai pipistrelli che li incalzano, e il re li guarda scappare, piantato a terra, duro, altero come un monumento.
Appena prima di varcare la soglia, terrorizzati, i due fuggitivi si stringono l’uno all’altra per passare nella stretta apertura del portone, e in modo appena percettibile, tra le gonne di raso e i pepli fluenti, si prendono per mano.
Il re abbassa la testa e chiude gli occhi.
13 luglio, 2007.
Un tale, lungo e stretto, in vestaglia con gli alamari e babbucce di velluto rosso, entra nella grotta e si ferma a scrutare il re.
“Ehm ehm,” tossicchia.
Il re, seduto di sbieco sul trono, solleva appena la testa. Sta togliendo il calcare dal filtro di un rubinetto, aiutandosi con uno spillo, e soffia forte nei forellini. “Si è per caso smarrito, straniero,” domanda, rivolgendosi al nuovo venuto, “tra il suo letto a baldacchino e il frigobar? Che cosa va cercando, nella reggia di un poderoso re dei barbari impegnato in faccende di guerra?”
Lo sconosciuto piega la testa di lato, quasi considerando con uno sguardo e la reggia, che è una grotta squinternata, e le faccende di guerra, che sono un rubinetto e uno spillo, e soprattutto il re poderoso, con la maglietta con su scritto no comment. Sospira: “Un cane.”
Il re drizza la testa di scatto, si distrae e quasi lascia cadere lo spillo. Anzi, lo lascia cadere del tutto: “A chi dici, “cane”? Per molto meno ho dichiarato guerra alle centurie di… di… di Cesare, mi pare. O era Diocleziano… O…”
“Era Diocleziano,” dice l’uomo oblungo, avanzando pian piano fin nel centro della grotta, una babbuccia dietro l’altra, “e io non offendo te. Cerco il mio cane. L’ho perso, nei dintorni.”
“Eh, beh,” sbuffa il re, ripescando lo spillo dal sedile del trono e rimettendosi a bucherellare il calcare, “io non l’ho visto. Un cane. Che idea, portarsi un cane sul campo di battaglia.”
“A volte è un gatto,” sorride l’allampanato, con un sorriso che dovrebbe significare, alludere, sottolineare, ma che col nostro buon re cade nel vuoto. “E molto spesso vola.”
“Un cane o un gatto, qui non si è visto niente,” alza le spalle il re, “faccia il piacere, appenda una fotografia fuori dall’antro: nel caso, i miei pipistrelli le telefoneranno. Ma se ne vada, e mi lasci lavorare. Lei e il suo gatto che vola. Oh, santa pazienza!”
“Eh sì. Risuona di dolore, questa grotta,” dice l’altro, annuendo e avanzando nella vestaglia rossa, “risuona di sospiri, e di dubbi, e di rabbia.”
“Una passeggiata, non è,” ammette il re. E tace.
Il silenzio prosegue a lungo. Finché: “Ebbene?” Domanda l’azzimato.
“Ebbene, cosa?”
“Ma re, si effonda! La conoscenza, il dubbio, la vita, la morte, gli alambicchi, la condizione umana, le antiche carte, il dolore, l’amore…”
“Bah. Cosa vuole che le dica: bah.”
“Come, bah. Non mi giungono sempre i suoi lamenti? La conoscenza è una barca che nuota contro la corrente del disfacimento.”
Il re alza le spalle: “Sì, sì,” consente, “come crede. Anche se una barca non nuota, e io non l'ho mai detto.”
“E’ un’immagine. E l’amore è un’aberrazione della natura: un animale ingrato.”
“Oh, pover’uomo. Soffre così tanto per il cane?” commisera il re.
“Non io, tu.”
“Ma io non ho un cane. E non mi dia del tu.”
“D’accordo. Lei.”
“Lei? C’è di mezzo una lei?”
“Lei tu.”
“Io, lei? Mi ha preso per una donna?”
“E’ ancora un’immagine. Ma quanto ha sofferto, lei? Lei re, intendo. Cioè tu.”
Il re sospira. “Ah, ah, aspetti. Ho capito. E’ una domanda retorica. Dunque… Sì, ho sofferto.”
“E quindi eccomi, con una proposta che…”
“Aspetti, aspe’… Mi lasci finire. Ho sofferto: ma. C’è un ma. Eccolo. Ma: ho già rinnovato il tagliando.”
“Tagliando?” si stanca lo spilungone, e appoggia le mani sui fianchi, spalancando la vestaglia. Sotto la quale, manco a dirlo, è nudo.
“Il tagliando per parlare di quanto si soffre. Compresa polizza passeggeri e furto. Ti danno anche un portachiavi. Così l’ho rinnovato.”
L’oblungo si gratta un fianco. “Un tagliando per… parlare? La mia compagnia le offre molto, molto di più.”
“Na, na,” nicchia il re, piluccando il rubinetto con l’aiuto dello spillo, “Gli optional sono sempre troppo cari.”
“Io le offro la fine delle sue sofferenze in questa vita.”
“Ha ha ha.”
“Con un periodo di prova senza impegno.”
Il re alza la testa e si punge con lo spillo. ”Ahi. Ecco, mi sono punto. Direi che non cominciamo troppo bene.”
Lo spilungone alza le mani. ”Contro le punture di spillo? Vuole che mi sprechi contro le punture di spillo?”
“Non vorrà mica che mi tagli un dito, per far la prova dolore, eh?”
“E va bene. Punture di spillo.”
“Zanzare, anche. Non sa quante ce ne sono, in questa grotta.”
“Punture di spillo e zanzare. Non vuol far la prova, chessò, con una qualche Margherita?”
“Mah, le dirò…”
“Cosa?”
“L’amore. L’avevo, ed era… beh, non mi fraintenda… pesante.”
“Va bene. Allora il sesso. Sesso, sesso e poi sesso. E niente amore.”
“Alt, stop, fermo. Non è per contraddirla. Ma sa, veda. Io non ho mai avuto problemi per il sesso. Mi tengo lontano da questi nuovi profeti, me ne sto con i pagani, e problemi non ne ho.”
“Allora…”
“Allora, sa cosa?”
“Dica. Dica e io l’esaudisco. Poi firmetta, goccia di sangue, e via.”
“Io voglio vedere.”
Lo spilungone si issa sulla spina dorsale, imbarazzato. “Ah, capisco, le piace guardare. Si può organizzare. Buchi della serratura, attori pagati, oppure gente ignara, singoli, coppie o anche ammucchiate…”
“Ma che!” Il re lancia il rubinetto attraverso la grotta, e quello tintinna sulle stalattiti. “Che guardare! Ho detto: vedere. Come a poker. “Vedo”. Voglio crescere, vedendo. Voglio essere un bambino che vede la sbucciatura già guarita. Voglio leggere prima tutti i capitoli. Voglio vedere i destini, i miei e quelli di tutti. Voglio un navigatore satellitare che mi dice “svolta a destra tra trecento metri, e lascia perdere ingegneria”. Lo capisce? Tutto, voglio vedere. E tutto prima.”
“Ma è…”
“Non possibile, lo so.”
“E’ che non c’è niente da vedere. Si vede nel momento in cui si fa. In una parola, lei sta già vedendo tutto il vedibile.”
“Oh, perché altrimenti non combatterei più le battaglie sbagliate, vero?, e non sposerei più le cause perse, e così manderei a gambe all'aria il mondo intero, che si regge sui miei errori... Ok, balle. Voglio il progetto arrotolato qui sulla scrivania, quello con su scritto “re barbaro”. O sennò, la mia anima, se è quella che va cercando, la può pure scordare.”
“Adaelmo…”
Il re guarda lo straniero. Certo che conosce il suo nome. “Ebbene?”
“E’ più complicato di così, Adaelmo. E’ molto, molto, molto più complicato di così. L’anima… Voi credete davvero che la lotta per la sopravvivenza finisca alla fine del campo in fiore? Alla fine delle api e dei serpenti? Alla fine della biologia? Non avete idea della guerra che c’è di là. Questo è un mondo di pace, in confronto.”
“Quindi…”
“Quindi possiamo fare un po’ di magie, di qua. Qui bastano due toppe e un po’ di colla. Ma di là, dove credete ci sia spazio, aria condizionata, e tavolini puliti coperti di progetti…”
“…”
“…di là non si riesce a mettere mano. Anche con tutta la buona volontà. E’ una giungla, letteralmente una giungla. Allunghi un occhio e te lo sbranano. Leggi non ce ne sono, se non istante per istante. Non esistono case, territori, società, amici. La storia. La storia di là non esiste. Ora dico una cosa di cui nessuno sa niente, per davvero: è la storia che differenzia gli uomini dagli animali. E là, differenze non ce ne sono. E anche gli animali, non sono quel che credete voi. Il tempo, senza la storia, è un abominio senza fine.”
“Beh, allora…” Il re si alza. Si stiracchia e allunga un paio di passi pesanti verso il fondo della grotta. Ha già visto il pezzetto di rubinetto che intende recuperare, lo vede brillare laggiù tra i quarzi umidi e le pozzanghere di fango rosa. “Allora al massimo ci beviamo una birretta, e poi te ne torni da dove sei venuto, giusto?”
Lo spilungone accosta i lembi della vestaglia. “Anche due, di birrette. E se tu avessi una brandina, un lettino… Punture di spillo, non ne sentiresti più, quello prometto.”
Il re si muove, scuotendo la testa: “A me non serve, un cane.”
“Ma non abbaio.”
“Ma proprio non mi serve.”
“Nemmeno faccio pipì.”
“Na.”
“E scodinzolo.”
“Na.”
“Faccio la guardia.”
“Na.”
“Na?”
“Na.”
(di Ida Bozzi. Pubblicato il 6 luglio 2007)
22 giugno, 2007. Dove eravamo, con la storia del re barbaro? Ah, sì. I bizantini sembrano sempre cordiali, discendenti di egineti dal sorriso di statua. In realtà, dichiarano guerra con trentadue denti. Dunque, il medioevo sta per avere la meglio sul tardo antico, le sfere del tempo e della storia cìgolano rimettendosi in moto, ecc. ecc., e, come tutti sanno, nei lunghi mille anni del periodo cessa di esistere quella cosa che gli antichi chiamavano "scienza", ovvero la filosofia. Un giorno c'è, il giorno dopo non c'è più. Puf. Svanita. Ed ecco qui il nostro re.
Con il senso del tempo e della storia che gli è proprio, sul ciglio di un vasto campo che resterà incolto fino all'invenzione della Scolastica in una casa di Parigi, il re barbaro, irriconoscibile nella tunica e nei calzari da accademico, sta componendo il suo Trattato. Ha poco tempo: si è svegliato tardi ed è di cattivo umore. E l'ambasciatore dei bizantini lo tormenta, lì accomodato vicino al trono, con continue mozzicature di quei suoi brillanti dentini: "Mio venerato e splendido re dei barbari. Oggi, guerra?"
Il re non fa che sbuffare. "Perché dovrei fare la guerra ai bizantini? Mi stanno simpatici. E adesso, aria; ché vorrei chiudere questo sillogismo."
L'ambasciatore allunga il collo, finge di leggere, sembra deliziato: "Oh, mio caro, è meraviglioso."
Il re gli crede, offre la tavoletta: "Sì? Vedi progressi?"
L'ambasciatore lascia che la crosta d'argilla penzoli in aria per un po', senza neppure degnarsi d'afferrarla: "Oh, sì, moltissimi progressi, per un barbaro sgraziato e goffo come vostra maestà. Ora, guerra?"
"Ah," si addolora il re, mentre i pipistrelli appesi nella volta della grotta si danno di gomito. "E' vero, sono sgraziato e goffo: ma non si addice a un dotto, la mollezza dell'eleganza."
"Sire, dotti ne abbiamo quanti ne vogliamo, laggiù a casa nostra. E sono tutti elegantissimi. Uno in più, e barbaro per giunta, proprio non ci occorre. Mentre una bella guerra..."
"No."
"L'imperatore sarà contrariato."
"Diceva Epitteto: se vuoi darti a filosofare, devi abituarti alle sopracciglia aggrottate della gente..."
"L'imperatore chiamerà la flotta."
"Pff. Vedi mare, qui intorno?"
"Chiamerà Berengario..."
"Berengario nascerà tra seicento-settecento anni."
"O chi per lui... "
"No. Ma insomma, perché volete la guerra?"
L'ambasciatore sospira. Guarda la volta stellata di chirotteri. "Così! A un re barbaro, si fa la guerra. Si trascina il suo corpo dietro i carri bordati d'oro! Si offrono le sue pietre e i suoi gioielli alle divine figlie dell'imperatrice! Si guastano i suoi campi! Che altro potremmo fare, con un re barbaro?"
Il re osserva la tavoletta d'argilla, ma si trattiene. Se piangesse ora, il suo piccolo sillogismo si scioglierebbe in fanghiglia verde, e mille lunghi anni di silenzio inizierebbero un istante prima.
13 aprile, 2007. (Presentazione del sito "Sette Moderniste", durante la conferenza stampa de "La festa dei libri e delle rose" del 23) Il re barbaro, forte del fatto che un grande romanziere come Bret Easton Ellis ha composto un testo sacro sui "book tour", e che la figura dello scrittore pazzo è dopo "Lunar Park" entrata di diritto nell'immaginario postmoderno, affronta con decisione la sua prima platea fuori dalla grotta dei pipistrelli. Egli si esibisce in duemilaseicento smorfie mute, le cosiddette consonanti, e in tremila sibili aspirati, le cosiddette vocali: dopo dieci minuti di tali faticosissime disarticolazioni, convinto d'aver composto un bel, anzi bellissimo, discorso, e di averle cantate, sì sì, proprio cantate a tutti su tutto, come un direttore d'istituto culturale ne "Il maestro e Margherita", si abbandona finalmente sullo schienale della poltrona, asciugandosi la fronte che gronda gocciole pallide d'apoplessia, e guarda il pubblico. Il pubblico è lievemente attonito. Eleganti signore, già per lavoro costrette a sorrisi diuturni, assumono gli atteggiamenti di sollievo dei viaggiatori della metropolitana alla fermata in cui il pazzo disabbigliato, elemosinante, vaniloquente o cantante, finalmente scende. La gentilissima padrona di casa spiega che il re barbaro "non ama parlare". Le tovaglie friniscono della raggelante atmosfera dei lungomare d'autunno, quando gli ultimi amanti clandestini, infagottati di tristezza, insistono per sedere all'aperto sul belvedere spazzato da boreali cumulinembi. Mentre si congratula con sé, molto fiero e felice, il re barbaro, stupito d'uno stupore bambinesco, ascolta dagli organizzatori un po' perplessi qualche chiosa opportuna: per esempio il titolo del suo romanzo, che ha dimenticato di annunciare, e il nome del sito, di cui gli è sfuggita la segnalazione, e il proprio nome, che già credeva scolpito in quella statua di pietra che, come dice Plotino, noi non si smette mai di scolpire.
(e perfino l'Abbonato al notiziario del giorno prima ha capito che parliamo di Moai)
31 gennaio, 2007. Per far rivivere il povero pipistrellino troppo saggio, il re barbaro sbuffa, si alza in piedi e recita la formula magica, che dice:
"Basta con le infatuazioni.
Tutto ciò, tutto questo vostro estero,
non sono altro che una fantasia,
e noi tutti, all'estero, siamo solo fantasia...
Ricordate le mie parole
e vedrete voi stesso."
Dall'Idiota, di Dostoevskij. E il pipistrellino un po' per volta comincia a riappiccicarsi e a svolazzare, e tutti gli abitanti della caverna, con un sospiro di sollievo, fanno festa per questo.
31 gennaio, 2007. Il re barbaro torna a casa. Come massaie immensamente noiose, i pipistrelli lo aspettano con le braccia incrociate. Il re barbaro non alza lo sguardo, non dice una parola, trascina il mantello sul pavimento e si siede di traverso sul trono. Gioca a far ruotare la punta della spada in un incavo del legno, che s'è formato, per una di quelle assurdità parmenidee, da quando lui gioca a far ruotare la punta della spada in un incavo di legno. Le gocce delle stalattiti, nelle volte più fonde, pizzicano corde vibranti. Uno dei pipistrelli si fa avanti, spostandosi a testa in giù sulle ragnatele del soffitto fino al cospetto del re. "Ehm", osa dire. Il re solleva un lato della testa, e apre gli occhi solo a metà.
L'azzardo del pipistrello continua: "Ehm. Non... Non c'è come essere re, perché qualunque altro titolo sia, di per sé, offensivo."
Il re barbaro annuisce più volte. Poi solleva la spada e con un colpo netto taglia in due il pipistrello.
"Non c'è come essere saggi - dice il re, con un tono che non ci è consentito descrivere - perché si faccia in fretta a non esserlo più."
Cala il silenzio delle tenebre, sulla caverna, e la porta è chiusa con una lama.
11 gennaio, 2007. Di tanto in tanto, il re barbaro scende di nuovo a saggiare i cardini delle porte delle catacombe. Eccolo lì che scende. Queste sono catacombe vere, nessuno che piange e si lamenta, ma sfasciume, e la nota di un silenzio che era una canzone e ora va dissipandosi in nient'altro che aria ferma e fredda, come il fiato dei mantici di un organo di chiesa finita la funzione. Il re barbaro si rivede mentre si domanda a che cosa serve una porta, in un ossario. E con l'ascia delle sue guerre di polvere, impietrito, fa per abbatterla. E poi si ferma. Nessuna dolcezza. Nessuna canzone. Nessun sorriso dell'ultimo minuto l'ha fermato. Eppure, lui si ferma. Ecco perché è diventato barbaro, ed è tuttora re. Ma...
Ma ora, salutando quei cardini come dei vecchi amici, prende commiato anche da loro. Senza che dolcezze, canzoni o sorrisi danzino nella caverna, un'altra volta. Un nuovo passo, solo. Ha in mente un corpo di leggi e un consiglio di nobili, che chiamerà... mah, dieta. E forse perfino una cattedrale e un vescovo. E giostre di cavalli, con moltissimi cavalieri dai nomi roboanti. E una città. Sì, una grande, rotonda, o anche quadrata, robusta e munita città. Con porte, sì, con varie e variamente serrate o aperte o semichiuse o disusate porte.
11 dicembre, 2006. Il re barbaro inforca gli occhiali e afferra un libro, e ai pipistrelli in alto nella tana viene un accesso di riso, appena mascherato con qualche colpo di tosse. Il re esclama "Insomma, voi...!", e il parapiglia ilaro-bronchiale dei chirotteri si fa più sommesso. Ma non cessa. "Ei... uh-hum," tossicchia il re (che gli abbiano per caso attaccato qualche peste, questi brutti animali appesi?). "Eido..." riprova, leggendo, "Ei-do...", ritossicchia. Abbassa gli occhiali, rialza gli occhiali, controlla la copertina del libro, riabbassa gli occhiali, allontana il libro, avvicina il libro. "Ei... eidolon!" esclama.
Il primo pipistrello sgomita il secondo pipistrello: "Eidolon. Ci risiamo con Platone." Poi forte, rutta. Il re lo guarda scandalizzato. Il primo pipistrello sorride, piega il faccino: "Beh, scusa, re: metaxa."
(Ve la devo spiegare, ma su google - tanto lo so che fate così - digitate prima metaxa e poi metaxu, e illuminatevi. Almeno, illuminatevi su ciò che occupa il tempo del nostro povero re. Domani scrivo una storiella sulla quinta Accademia di Antioco, allora sì che ci scompisciamo: quattro pagine di note per spiegarla, ma ci scompisciamo)
1 dicembre, 2006. C'è una presenza che lo inquieta. Il re barbaro passeggia per la pianura, si appoggia al suo bastone, saluta i coloni, i vecchi romani, qualche chierico, ma preferisce osservare i fuochi da lontano. Quell'accampamento, laggiù. Anzi non è un accampamento, è proprio una città. Il re barbaro gratta il mento con il manico del bastone. No. Laggiù nella città bevono vini sofisticati in qualche cratere greco. Lì, dopo i convenevoli, dopo la ciotola d'acqua per lavarsi le mani - che è d'uso, anche presso i barbari, ma qui è offerta con un sorriso sottile - comincia una conversazione con questo imperatore analfabeta. I commensali, un po' scostati dalla luce delle torce, dicono "oh, parlaci, parlaci della rinascenza di Carlo", e forse il tono straniero delle voci dissimula una risata. Abituato ai nemici, il barbaro non sa tradurre neppure una parola di amicizia. No. No. Ora, rinchiuso nella sua caverna, ma che, nel tumulo, siede in un angolo guardando con un immusonito rimprovero i pipistrelli che pendono dal soffitto. "Voi, voi, così ...", rimastica tra sé. Il pipistrello cui s'è rivolto, risvegliato dal suono, apre un'ala, muove la polvere, e si riaddormenta. Il re barbaro rabbrividisce. Teme di svegliarsi, domani, più debole sotto la sua corazza opaca. La spada gli sembra di legno. La mazza ferrata somiglia al ceppo di un bue da tiro. Le terre conquistate sono paludi morte. Non c'è sulla parete della grotta quel bel mosaico - con gli occhi grandi e l'aureola quadrata - ma solo un pilastro di granito ficcato nel fango.
Ha la testa tra le mani, il barbaro, e così contratto sprofonda in un sonno ottuso.
Per fiaccare uno stupido re, basta una bella città di bizantini.
16 novembre, 2006. Inizia la parte finale del viaggio. Dopo la poetica, dopo tutto quel che vi pare, inizia l'etica. Una civiltà nasce con fatica. Un re barbaro si muove piano, passa la maggior parte del tempo a procacciarsi cibo, ma si muove. Non sarà un movimento appariscente, per voi. Come spostare una montagna.
