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<ioedio>

La creazione di Dio

 

Io non voglio essere fatta a immagine di dio, sapete. Non voglio un dio che mi somigli, nemmeno un po'. Voglio un dio che sia del tutto diverso da me.

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Poi per fortuna il cameriere serve i cocktail.

Un "Ginevrino" per me, un White Lady per Walt, un Mojito per Max e Monica, e un Alexander per Hector. Accogliamo i bicchieri colorati con una specie di imbarazzo, unico tavolo silenzioso nel locale gremito di studenti: nessuno del gruppo è abituato a bere, ma domani sarà una giornata speciale per qualcuno di noi, una giornata di quelle che forse cambiano la vita, e forse cambiano il corso della storia. Peggio ancora se non lo fanno. Chissà quando potremo festeggiare di nuovo tutti insieme.

“Che cosa c’è, nel tuo bicchiere, acqua di lago?” chiede Max, fissando il mio cocktail. Ha ordinato un Mojito che mi ricorda le piantine di odori messe in acqua sul davanzale di una cucina. Dove un asciugamano appeso dondola sulle piastrelle, e una mosca batte contro il vetro con un rumore sordo. C’è fresco e penombra. Ma lui fissa il mio cocktail.

“Sarebbe azzurro, Max,” gli rispondo, sorridendo una tacca oltre la mia volontà. "Mentre il mio cocktail è verde."

“Forse è l’assenzio,” mi interrompe Walt, “siamo nella patria dell’assenzio. L’ho letto su una guida turistica. Tutti credono che sia francese, invece è svizzero.”

“Oh, se l'avessi detto prima,” ride Max, “questa è proprio la serata adatta all’assenzio.”

Ci chiniamo tutti sul tavolo per osservare il mio bicchiere verdognolo.

Anche Monica si china insieme a noi. “Vi è un bicchiere sporco?” domanda, con il suo francese stentato, e mi guarda di sotto in su, a bocca aperta. Monica è la moglie di Max da sei mesi, voi pensate che mi tenga d'occhio per qualche suo motivo, gelosia, inimicizia, rivalità tra donne; invece no, mi guarda perché non capisce proprio tutto quello che dice Max, mentre io lo capisco, o almeno capisco la sua lingua, e riesco a ridere o ad annuire o a scuotere la testa con tutti i tempi giusti, mentre lei è sempre una frazione di secondo in ritardo. Come se compitasse a voce alta mentre legge un libro, il "My husband's illustrated holy book".

“Assenzio. Non bicchiere sporco,” le spiego.

“Abs…” dice.

Walt insiste. “Qui hanno inventato l’assenzio. In Svizzera. E’ un liquore.”

“Un… lichene…” sorride lei, su una distesa di sabbie mobili. Tutto affonda, e lei si aggrappa a un ciuffo di licheni che cresce sul bordo della buca.

“Un distillato d’erbe,” interviene Max, visibilmente seccato. Come, soltanto sei mesi fa lui e lei parlavano la stessa lingua, e ora sono due stranieri a un congresso. “Oh là, non dirmi che non sai cos’è l’assenzio, ti prego: gli impressionisti, Parigi…”

“A proposito di impressionisti,” interviene Hector. Lo interompo quasi subito.

“…le visioni, le allucinazioni, l’oppio…” suggerisco. Ma se Monica affondasse del tutto sotto la sabbia, potremmo finalmente parlare di lavoro.

L’esperimento di domani la ucciderà.

Max entrerà nella storia della fisica, io ed Hector in quella dell'ingegneria, e Monica nessuno sa dove finirà. "Milleseicentoventiquattro magneti superconduttori possono sbattere tutta la valle su Proxima Centauri," dico ad alta voce.

"Oh, sì sì," ride Walt, "cameriere! Porti anche a me quello che ha portato alla signorina!"

"Non esagerate, però," ghigna Max.

"Tanto, domani guidi tu!" gli risponde Walt.

Ridiamo, Max indossa per un istante la tuta gialla dei tecnici dell'ottavo settore, quello in cui fa più freddo, e solleva gli occhialoni protettivi per strizzarci l'occhio. Dio dovrebbe essere furbo, molto furbo, e non farsi vedere, domani. Non so che cosa succederebbe, se quel dannato Bosone di Higgs non comparisse nel tunnel di sedicimila celle che gli abbiamo preparato. Ma non so nemmeno che cosa succederebbe se comparisse.

"Apri questa porta, schiavo," dice Dio, nudo, con le stesse forme dell'Adamo della Cappella Sistina. E' seduto nella posizione che occupa nell'affresco, sul pavimento della caverna a meno duecentosettantuno gradi che gli abbiamo costruito cento metri sotto le colline, e protende un dito verso lo schermo-tracker da cui lo stiamo guardando.

"Sì, subito," risponde Walt, cominciando ad armeggiare intorno al grande bottone rosso che è stato premuto all'inizio dell'esperimento. Il capo-settore ha dichiarato alla stampa un anno fa, nel maggio 2007, che "non esiste nessun grande bottone rosso da schiacciare, come credete voi".

Così ha detto. Ha aggiunto: “Il cosiddetto “Esperimento di Dio” è, come al solito, una creazione dei media. Non esiste nessun esperimento di Dio.”

Ma i giornalisti: “Non cercate la particella che ha creato l’universo?”

“Quante inesattezze in una sola frase. Avremo la conferma o meno dell’esistenza di una particella mai osservata prima.”

“E questa particella…”

“E’ ipotizzata dal Modello Standard, rivoluzionerà la civiltà così come la conosciamo, ma non vi porterà Dio. Piuttosto, questo passo gigantesco per l’umanità, se riusciremo a compierlo prima dei colleghi di Chicago, sarà un passo europeo.”

“Scusi, direttore,” ha alzato la mano un ragazzo corpulento, uno dei cronisti di qui, “risponda a questa domanda: la creazione di un campo magnetico simile a quello di un piccolo buco nero nel cuore dell’Europa, non può distruggere la Terra?”

Noi, con le braccia conserte nell’altro angolo della sala, ci siamo scambiati qualche occhiata. Il team degli ingegneri ha osservato i sorrisi del team dei fisici teorici.

“E lei, François Talleur,” ha risposto il capo-settore, alzando il mento, “risponda a questa domanda: chi le ha raccontato una simile corbelleria? L’ha letta su wikipedia?”

Risate, borbottii. Una giornalista molto giovane, con la coda di cavallo e gli occhiali di plastica, si è presentata come “inviata di testata locale”: “L’ho sentito dire anch’io, dovunque l’abbia sentito il collega. “Passo europeo” vuol dire che saremo solo noi a camminare sull’Orizzonte degli Eventi, o  saremo globali e riusciremo a distruggere tutta la Terra, l’universo, l’idea stessa di cosmo?” Molti reporter hanno preparato la penna per prendere appunti. 

Così il capo-settore ha aperto una bottiglietta di vetro da un terzo di litro, svitando il tappo di metallo, e ha raccontato ridendo che gli sarebbe dispiaciuto dover rinunciare alle sue vacanze alle Canarie, già prenotate. “Il futuro comincia, non finisce,” ha detto, gargarizzando un sorso di Vittel o di Evian, da qui non vedo bene. Dovrebbero sceglierlo per una pubblicità televisiva, sta mettendo sete a tutti. Sollevo il mio cocktail dal tavolo, e lo annuso. Odora di anice.

La particella di Dio, il bosone di Higgs, è la particella più importante dell’intero universo. Oggi.

E’ ciò che dà massa a tutta la materia.

A tutti gli universi.

E’ la possibilità di ogni possibilità.

Il la.

Per questo viene chiamata la particella di Dio. Poiché è in ogni cosa, o meglio… insomma, è difficile da spiegare se non sapete che cos’è un campo di Higgs (ci state dentro). Ma quella di Dio è solo un’immagine, per significare che questa particella, se è, è. E’, in un senso talmente ontologico che per illustrarlo occorre far ricorso alla figura di Dio. Si volta verso di noi, dio, nella caverna che gli abbiamo scavato, e che abbiamo rivestito di impalcature blu dalle quali abbiamo calato a terra gli schermi traccia-particelle. Sembra offeso, e non so se è una buona idea liberarlo – sempre che il verbo sia adatto -  prima di aver stabilito con lui una qualche forma di comunicazione. Sto pregando che Walt non riesca a muovere il grande bottone rosso, e proprio mentre sto pregando, dio alza una mano.

"Ce l'hai con me?" bisbiglio all'orecchio di Max.

"E tu?" risponde lui. Poi si volta: “Hector!” esclama, facendo un cenno verso l’ingresso del locale, “arrivi in tempo per il brindisi!”

Hector indossa la camicia a righe che usa per le occasioni importanti, e sta attento che il gruppo di studenti in piedi vicino al tavolo non gliela sciupi. E’ il momento di massima vivacità del bar, alcuni turisti stanno pagando il conto e una compagnia di ragazzi si prepara a occupare il loro posto. 

“Non so se ci sarà il tempo. Avete visto Lilli?”

Non mi trova, nella folla di ragazzini. Scrive "Alexander" sul foglietto per le ordinazioni che gli passa Walt,, poi continua: “Dobbiamo andare a Losanna a vedere gli Impressionisti, all’Hermitage. Stasera è aperto fino alle undici.”

“Era qui un attimo fa, le donne sono sempre alla toilette.”

“Eccomi,” intervengo, tornando a sedere al mio posto.

Hector guarda Max. Poi guarda me. “Potremmo andare all’Hermitage, Lilli. C’è una mostra sugli Impressionisti.”

Abbasso gli occhi sulla carta dei cibi, che sto rileggendo da un quarto d’ora. Pesce di lago, frutti di mare coltivati, omelette, carote al burro, io non sopporto il menu di questo ristorante. E non ho mai sopportato gli Impressionisti. “Fino a Losanna? Vedremo, Hector, magari domenica.”

“So che domani sera è aperto fino alle undici,” spiega lui. “Ci sono dei Cezanne e… e Van Gogh… e Rousseau…”

Nell’ordine, sopporto meno di tutti Rousseau. “Domani sera c’è il brindisi per l’esperimento, con Max.” Voglio che Hector mi dica che cosa pensa del comportamento di Max nei riguardi del team degli ingegneri. Voglio dire, i nostri nomi non sono citati nel rapporto, e c’è una sola nostra fotografia sul sito Internet del Centro. Una sola fotografia, e l’abbiamo praticamente costruito noi, quel coso, vite dopo vite, bullone dopo bullone.

“Max lo vediamo per tutto il giorno, tutti i giorni…” sospira Hector. Poi gli viene un dubbio. “Ma se a te fa piacere…”

No, Hector non ha notato che siamo stati emarginati. Si preoccupa che tra me e Max ci sia qualcosa. C’era qualcosa, ma ora non più: Monica. Asciugo con un dito una palpebra, che sento umida, e rispondo: “E’ il brindisi per l’esperimento. Fino a che ora è aperta, la mostra?”

Mi studia, Hector. “Fino alle undici. Non so se faremo in tempo.”

Osservo Hector. E’ innocuo fino alle sopracciglia, un ragazzone acquoso con una mascella larga e bonaria. Da lì in su, lo sto ancora studiando, e davvero non so che tipo sia. Il tipo che ti impone gli Impressionisti costi quel che costi, o il tipo che crede che gli Impressionisti facciano un effetto migliore di una Camera d’Albergo? “Non faremo in tempo. Io prendo le arselle al vino bianco,” dico al cameriere.

“Che cosa sono?” chiede Hector.

“Cibo!” grida dio. La temperatura nella caverna sta precipitando sotto i duecentosettantuno gradi sotto lo zero. Scende. I tecnici corrono intorno ai tavolini azzurri della sala controllo centrale, per controllare i danni alle apparecchiature, ma i loro passi sono come rallentati. Il pavimento sta diventando elastico, e cede sotto i piedi. Cede, ma non li inghiotte. Sento uno scossone alla sedia, e mi alzo di scatto: la gomma delle rotelline è sprofondata nella gomma del pavimento. Alzo di nuovo gli occhi, e vedo i muri della sala che cominciano a sciogliersi, e a colare. Non è il buco nero, è qualcos’altro.

Due ingegneri si scontrano nel centro della sala, e vediamo tutti che un corpo passa attraverso l’altro. “Omioddio!” grida qualcuno. Ma i due che si sono “attraversati” si guardano la giacca e il panciotto, e ridono, sollevati. Sono intatti. Il problema è che la plastica dei computer sta sprofondando nella plastica di alcune delle scrivanie. Il righello di legno di Walt, invece, scivola attraverso il portamatite di legno e cade sulla scrivania. La materia di cui è fatto il Centro si comporta in modo stranissimo.

“Abbiamo una specie di… di comportamento quantico,” grida Max nel telefono, al capo-settore.

La voce del capo-settore risuona nella sala centrale come se provenisse da un altoparlante. Altre voci sono mescolate alla sua, e il rumore sta crescendo. “Anche noi abbiamo un problema del genere. Ho qui un bicchiere di vetro che si comporta come un superfluido: attraversa il piano di vetro della scrivania e si rompe sul pavimento. E il telefono non serve, come puoi sentire.”

Abbiamo sentito tutti, infatti. I tecnici degli uffici stanno parlando, ora, e le loro voci si sovrappongono e si mescolano nell’aria come sta facendo la materia. Qualcuno chiama un taxi, e un bambino chiede altri biscotti. Stanno arrivando anche le voci dall’esterno. “Fate silenzio!” grida Max. E la sua voce risuona come quella di Dio.

Gli obbediamo. Max si alza in piedi con il suo Mojito in mano, e mi sorride.

“A domani: il giorno di Dio!”

Bevo d’un fiato il mio assenzio.

 

 

(scritto e pubblicato tra il 20 e il 21 luglio 2007, di IB)

 

 



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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).