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- dal 2005 -

 

 

 

Sezione: Oriente

 

 

 

4 maggio, 2010. Trasferiti nella sezione Oriente.

 

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3 maggio, 2010. Mi arrivano lontane queste cose come portate dal vento, le trame incondivise che non hanno vita per me come i resti di un incendio piovuti dal cielo sul davanzale. Un'insegna carbonizzata. Un velo incenerito. Posso immaginare storie infinite, inizi tramiti e fini e di nuovo inizi. Ma quando ho smesso di guardarli, torno a ciò che mi è stato vicino, a ciò che mi è vicino.

Non ho mai perso la mia strada, ma l'ho percorsa in una solitudine che avrebbe potuto essere più felice.

Purtroppo la bellezza esteriore non mi basta. Non mi è sufficiente. Ciò che è meraviglioso per me è il tessuto di dubbio e di coraggio che non in tutte le bellezze, ho sperimentato, si trova.

Sapete quella vecchia parabola (ieri ho aperto due libri distanti un secolo l'uno dall'altro, e l'ho trovata in entrambi)? Ciò che dal punto di vista del bruco è la fine del mondo, dal punto di vista dell'uomo è la nascita della farfalla. Ecco. Ma se quella farfalla ha il dubbio del bruco, quella farfalla è bella, altrimenti per me non è nulla.

 

1 maggio, 2010.

E per la prima volta dopo mesi, sorrido. Concretamente: oggi sanno prendermi in giro molto più abilmente di qualche anno fa. Oggi vedo lo stile. Come cambia, com'è diverso. Però questa volta lo stile mi piace. Prevedo un nuovo muro duro di mattoni. Ma non ha importanza.

Perché a me, tutto sommato, piace solo quello che diceva Bettelheim alla fine di un film di Woody Allen, mi piace "capire di più". Capire di più un uomo, un essere umano capitato qui senza sapere perché come me, "hai le mani anche tu", dici io come me, hai gli occhi, ma non è una sorpresa? prima ancora di sapere che hai dei begli occhi?, come quando si era bambini. Non mi importa di che colore sono (neri) e non so niente della tua storia. E so che sai raccontare. E so che non l'hai mai raccontata, così com'è, la tua storia. Senza paludamenti. Nudo. Io non guarderò, eppure non farò che guardare. Lascerò solo te nella luce e mi ritirerò dietro lo schermo, per vedere, come se fossi io a leggere, scrivere, non lo so. Lo so fare. Anch'io, beh, intendo, come te. Forse non... Lasciamo stare. Però lo so fare. So sentire tutto ciò che senti, so ESSERE, nel punto esatto in cui eri, e starti accanto lì, in quel momento passato. E so dirti, quando avrai alzato gli occhi, sono io e sono qui. E forse eri tu ed eri lì. Eri tu ed eri lì. E io non ti sentivo. Il presente, se vuoi, non esiste. Il passato, se vuoi, lo riscriviamo. Il futuro, sorridimi, lo abbiamo già scritto.

 

Il Castello

Un giorno un uomo giunse davanti alle porte del Castello. La sua domanda di impiego come agrimensore presso il Castello era stata accettata con una lettera piena di entusiasmo, ed egli si trovava ora davanti al suo nuovo posto di lavoro (inviati i bagagli con un corriere) in attesa di entrare per prendere servizio. Un Guardiano che custodiva l'ingresso lo vide sedersi su una panca fuori dalle mura e gli andò incontro con baldanza.

"Straniero!"

L'Agrimensore si spaventò e ritirò il piede che già stava stendendo sul legno per sdraiarsi del tutto. "Dici a me?"

"A te, precisamente. E' impensabile - continuò il Guardiano - che tu trascorra la notte su quel sedile."

Intanto gli faceva segno con il dito di no. L'Agrimensore si schermì subito: "Io non intendo passare qui la notte. Io sono il nuovo Agrimensore assunto dal Castello, e voglio solo riposarmi qualche minuto qui fuori prima di entrare e occupare il mio ufficio."

"Ma questo è assolutamente fuori discussione - esclamò il Guardiano - dal momento che nel Castello puoi trovare ovunque osterie e locande accoglienti, case cordiali, una reggia che può accoglierti con ospitalità sfarzosa e, se proprio lo desideri, panchine rivestite di cuscni di seta."

L'Agrimensore alzò la testa e osservò bene il Guardiano, per assicurarsi che l'uomo non lo stesse prendendo in giro. Con lo stesso sguardo si assicurò anche che il tale fosse almeno all'apparenza sano di mente e che fosse davvero un Guardiano e non l'attore di una compagnia di giro. Va considerato che tutte queste osservazioni non impegnarono l'Agrimensore per più di un secondo, mentre il Guardiano ricambiava fermamente lo sguardo. Alla fine, fu l'Agrimensore a parlare: "Mi stai obbligando a entrare?"

Il Guardiano sorrise di sfuggita, come se pensasse tra sé a una medaglia e poi cancellasse subito il pensiero. "Ti sto invitando. Ti sto esortando. Ti sto solleticando a entrare."

"Ma io non voglio."

"E io ripeto l'invito."

"E perché? Intendo dire: che Castello è mai questo? Siete forse cannibali interessati a mangiarmi, oppure assassini intenzionati a derubarmi?"

Il Guardiano cominciò allora a ridere, con una risata fastidiosa e legnosa come le risate che non si vogliono ascoltare, così forte da attirare gente dall'interno del Castello, sfaccendati incuriositi dal baccano o passanti preoccupati delle novità. In un momento, intorno all'Agrimensore sempre più seduto, sempre più confuso e sempre più stanco, si formò un capannello di estranei occhieggianti e borbottanti.

"Guardiano - disse tra la folla un tale con un vestito da impiegato e una camicia di Hugo Boss - è forse questo il nuovo Agrimensore di cui tutti parlano al Castello e del quale non si sa nulla? E perché, se è costui, non lo inviti a entrare?"

L'Agrimensore osservò bene il nuovo intervenuto, e mentre lo osservava e notava il suo incedere disinvolto e il suo eloquio confidenziale si sentiva a sua volta osservato e si trovava rigido, goffo, malvestito, squadrato e troppo moralista. 

Intanto, il Guardiano rispondeva all'impiegato.

"Io l'ho invitato. Ma l'Agrimensore sospetta che noi siamo cannibali o assassini."

la folla rideva. "E perché - chiese l'impiegato -, l'hai per caso morsicato o punzecchiato?"

Si vedeva che i due stavano scherzando, e ciò irritò moltissimo l'Agrimensore, che si decise a intervenire. "Ho i miei motivi se sono diffidente - disse ad alta voce interrompendo le chiacchiere - e preferisco riposarmi qui fuori piuttosto che gettarmi come uno sciocco in un Castello pieno di sconosciuti."

L'impiegato fece una faccia come di uno che non aspetta altro (l'espressione di uno che pensa di ricevere una medaglia e subito cancella il pensiero) e avanzò con disinvoltura fin quasi sui piedi dell'Agrimensore. "Permettimi di presentarmi, allora, caro Agrimensore. Io sono, come avrai capito, il primo amministratore e contabile del Castello, e sono qui per condurti a capofitto nel cuore del regno, proprio al centro."

"E' un onore conoscerti, primo amministratore e contabile del Castello - si inchinò l'Agrimensore sulle sue magre ossa sedute - ma per il momento io gradisco rimanere qui fuori seduto a riposarmi, precisamente dove mi trovo."
L'impiegato, ancora con quell'espressione di medaglia che gli rifioriva sulla faccia ogni volta in cui si voltava a raccogliere il consenso degli altri, incrociò le braccia proprio davanti al suo naso, e gli disse: "La questione è che prima o poi, se intendi prendere servizio al Castello, dovrai entrarci, caro Agrimensore. E quindi, come la mettiamo?"

L'Agrimensore vide lo spiraglio e vi si aggrappò subito. "Prima o poi. L'hai detto tu, prima o poi, carissimo primo contabile. Ecco, io scelgo poi. Ecco come la mettiamo."

Non ci fu, tra la folla, il borbottìo di scandalo che l'Agrimensore temeva di suscitare. Qualche risatina, qualche mormorìo qua e là, ma niente di più. Anche il primo contabile aveva un'aria francamente delusa, e con voce delusa gli disse. "Ma, mio caro Agrimensore, di questo occorrerà informare il Castello."

"No no no, e perché," si spaventò subito l'Agrimensore, tanto che quasi saltò su dalla sua panchina. "non ce n'è nessun bisogno, io non ho ancora preso servizio, non sono ancora effettivamente entrato nel Castello."

"Questo lo vedremo", disse l'impiegato, e allungando una mano verso la parete alle spalle dell'Agrimensore, aprì uno sportellino dissimulato nel bugnato del castello, e dallo scomparto estrasse il ricevitore di un citofono, e chiese la comunicazione a quella che evidentemente era una linea interna del Castello. Disse sottovoce qualche parola nel citofono - troppo poche, pensò l'Agrimensore, perché si trattasse del racconto dell'episodio appena avvenuto - e poi passò con aria misteriosa la cornetta dell'apparecchio all'Agrimensore.

"Vogliono parlare con te," disse l'impiegato.

(domani capovolgiamo qualcos'altro, buonanotte)

 

26 aprile, 2010. Nessuno sa veramente che cosa significhi per me questa musica, la solita . Nemmeno io. Non significa affatto il ritorno, come ho scritto in un episodio delle Sette che solo pochi affezionati ricordano. Significherà l'andata, dirà il solito spriitoso.

Non ha molta importanza ciò che significa. E nemmeno mi piace particolarmente.

Ma adesso ho sistemato il mare per l'estate, ho quasi finito di ridipingere lo studio, ho quasi scritto la recensione che devo scrivere, e posso mettermi ad ascoltare questa musica.

Nella quale voi di sicuro non vedete niente. Ma il mondo, per me, se dio vuole (scusa dio, ti scrivo minuscolo ancora per un po'), è ancora pieno di angoli da girare. E dietro l'angolo di questa casa, in tutta la schifezza che mi lascio alle spalle, io ci so ancora guardare. So ancora vedere. Non ho chiuso gli occhi davanti a niente, ça va sans dire, e in questo modo innegabilmente ho visto.

Ecco, probabilmente questa musica dice, aveva ragione Kubrick, semplicemente che ho visto. E quando uno vede, diventa molte cose diverse. Per esempio, adesso non odio più la piccola insopportabile giornalista che ho tra i piedi. Non odio più un sacco di cose. Non è un ritorno. E' un addio. Fiori piccoli e molta primavera che nessuno conosce, direte voi, che siete i soliti spiritosi. Io annuisco, e vi tiro fuori la lingua invece di sputarvi in faccia. Adesso li conosco io.

 

 

Sono qui circondata dai miei amici veri, quelli che non mi hanno abbandonata nel momento del bisogno (come come? Anche tu? Ah, ah, permettimi di ridere: io ho ancora la memoria: tu sei circondato dagli opportunisti che meriti, fioriti dopo che, al telefono, con me, se ne erano bellamente lavati le mani di te, quando non eri in auge). Ho eliminato le frasi precedenti non perché abbia cambiato idea, sarà difficile, ma perché sono giunta a ritenere che solo un motivo eccezionale possa averti spinto a un comportamento del genere.

Per il resto, spero di non pensarci più così dolorosamente. Hai, veramente, fatto quanto di peggio si potesse fare. Quindi spero che ci sia stato un motivo sufficientemente grave per farlo.

 

 

Due cose mi sono rimaste qui. Una è che l'ombelico moderno non è un vero ombelico ma solo un'imitazione di ombelico. Il MIO ombelico è bellissimo, tra i più belli che si possano immaginare (tra l'alto proprio "belly", si dice in inglese, o ho detto una parolaccia?): liscio, piatto, fondo, con una cucitura perfetta, e tuttavia piegato, di lato, come una mezzaluna di giorno. Questo non solo per pubblicizzare il mio ombelico, di cui prima o poi pubblicherò foto (non posso resistere all'idiozia diffusa, ora poi che ho ritrovato il mio vecchio amico fotografo porno), ma soprattutto per dire che un vero ombelico, uno che si rispetti, non è la lagna infinita dei vari esordientucoli che ci sono toccati (non quest'anno) negli anni scorsi.

Pensate a Sebastian Knight, eroicomico, straordinario ombelicame in cui ogni parola, e dico ogni parola, strappa un angolo alla realtà per infilarlo nella pagina. Oh, scrivere così. A volte l'ombelico è la chiave. dipende dallo scrittore. E se dobbiamo dirla tutta, dipende dall'ombelico.

L'altra cosa la devo al sospetto stalker, che mi ha detto che devo essere Realistica. Quanto mi rode questa cosa! Mi irrita quasi quanto il fatto che non abbia capito che il racconto che gli avevo mandato una volta non era erotico, ma esistenziale. Dio, che nervi. Per questo ho pubblicato sia qui sia su FB la frase di Nabokov da Knight, su "non era mai il 1914 o il 1920" eccetera. Il reale è una cosa complicata. Ho appena stroncato un romanzo (la stroncatura non è ancora uscita, e le mie stroncature sono soavi) in cui si fa addirittura del Verismo, senza un filo di realismo. Mi piacerebbe farvi leggere questo Malavoglia dei nostri giorni, incongruo, in cui non si racconta nulla, ma lo si racconta in modo così realistico... No. Il mio romanzo non è ambientato nel 1930, né nel '45, né nel 2010. E' ambientato nell'anno 1. Ma è realistico.

Nervi!!!

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Stalker... che hai?

 

"Per Sebastian il tempo non era mai il 1914 o il 1920 o il 1936 - era sempre l'anno 1. "

Nabokov

 

Scusa, non ho capito la domanda. La questione è che tu stai scrivendo una scaletta, o che io dovrei scrivere una scaletta? Se è per me che osi (senti qui: osi. Ti parlo come tu parlavi a me) parlare, non mi sembra proprio il momento di buttar giù una scaletta, e nemmeno un racconto, e nemmeno - fosse per me - un articolo. Cerco di dormire, cosa che non ho fatto negli ultimi due mesi, cerco di ritrovare un senso a tutto, e ti parlo con il pilota automatico.

Il mio unico lettore vivente ora non è più vivente, e se credi che questo abbia poca importanza, beh, valuta il peso delle corbellerie che sto scrivendo in questo periodo, e fatti un'idea. Non capisci che sto cazzeggiando malamente? Che sto male come tu non puoi immaginare? Siete fantasmi, io sono il fantasma, in ogni caso non c'è alcun modo per comunicare. Soprattutto con me: è con me che ho bisogno urgente di parlare, ma conosco fin troppo bene la combinazione della serratura e vedo che ho già chiuso con doppia mandata.

 

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24 aprile, 2010. Io. Io lo sapevo che ero diversa da tutti gli altri bambini e bambine, perché quando le amichette mi dicevano "Che colore di smalto ti piace?" io dicevo non so, ma dentro di me rispondevo "TUTTI".

Funziona, ragionare così. Rende perfettamente semplice ottenere da se stessi risposte. Fatti una domanda scema, datti una risposta originale. Così si scrivono seimila pagine. Mocciamoci tutti.

 

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23 aprile, 2010. Credevo che sarebbe arrivato in un incubo, invece era in un sogno.

Devo riattivare tutti i sensi che sono andati perduti, perché questi soli sono la mia forza. Noi non siamo fatti per questo mondo di rocce e di vuoto, ma per un mondo di corpi vivi, di creature fragilissime. Ho sognato mio padre nella casa di una persona che non ha mai conosciuto, mentre mi offriva una pianta che non esiste, così piccola che in una mano c'era una vegetazione. E dalle stesse radici spuntavano grappoli di fiori, i più piccoli che si siano mai visti, frutti, foglie di genere diverso e di colori pallidissimi, come se fossero fatte per farci passare attraverso la luce.

E' tutto così fragile e indistinto, adesso, ma tutti quei fiori e frutti appena nati sono io, non so perché mi sono riconosciuta, o perché mi sono ricordata, così, tra le sue mani.

 

22 aprile, 2010. Ho solo gli occhi spalancati per lo stupore.

Soprattutto, sono incredula. Lo chiamano choc, o non so. Il motivo è che tutte le cose che succedono stenteremmo a farle entrare in ciò che riteniamo essere la realtà, ma fanno parte di ciò che vediamo essere la Vita. Una Cosa che con la realtà, a ben guardare, ha davvero poco a che fare. Sì, la Vita e il concreto non sono la stessa cosa. Tutto ciò che ho visto e vissuto cambia direzione ogni minuto come una bandiera sottomessa a un'infinità di venti. Oggi è perfino possibile che io ti dica - perché è sempre a te che parlo - hai fatto bene a vivere.

La Vita, un invito che uno non sa come accogliere, una cosa in cui c'è tutto ma a ben guardare assolutamente niente, al punto che a volte penso che la sola cosa che uno può portare con sé, e nemmeno quella in fondo, è una mutazione genetica in qualche stupida cellula da qualche parte. Niente, noi non possiamo scalfire un filo di questo affare micidiale, in una dimensione cosmica: siamo mucche di un allevamento per non so cosa, come sapevano bene i pastori greci. Ma a maggior ragione ciò che possiamo fare qui - a parte la rabbia, l'odio e il progresso - comincia probabilmente con una preghiera.

Ma io sono sotto choc.

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nessuna forza per continuare. Ma leggeremo un altro libro.

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22 aprile, 2010. ...

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21 aprile, 2010. Anche oggi  è sempre oggi. Ma allora come mai oggi non comunica con tutto il resto del tempo? Io posso correre, ritornare, ripartire, andare da A a B e da B ad A, ma non posso mettere indietro l'orologio di un secondo. Perché? Quale tipo di misura è il tempo? Di che cosa è fatta? Dove si trova? Ha una stirpe, una generazione? E' vulnerabile?

Capisco adesso lo sguardo di commiserazione che ci rivolgono tutti i nostri vecchi, gli antichi in primo luogo.

 

21 aprile, 2010.

Di tutta la fatica che ho fatto in questi anni, non è rimasto niente. A lungo guardo mia madre che contempla una vecchissima fotografia di mio padre. Lei piange, e io non riesco a piangere. Tra le molte idiozie che posso dire, le dico che ha avuto con lui una bella, rara e fortunata vita. Mi guarda come se fossi un alieno, un mostro a ventisei teste uscito da una palude. - E dov'è adesso questa vita?

Allora scende quel po' di silenzio che almeno a mia madre riesco a dare: perché dovrei risponderle con altre stupidaggini. Non lo so, mamma, non lo so. Severino dice che è sbagliata l'opinione dell'uomo nichilista secondo il quale siamo parentesi di luce tra due nulla. Ma a te risparmio queste stronzate, mamma, e sarebbe bene che cominciassi a risparmiarle anche a me. L'unica frase che ha senso, in questo momento, per me e non per mia madre, ma che è contenuta negli occhi di mia madre e in quella fotografia, è la domanda di Frisch: perché è sempre oggi?

Di tutte le porte impossibili da aprire, questa è quella più solida e più dura, tanto che probabilmente non è una porta. E' sempre oggi, i

(sì, ho interrotto qui. continuo quando ci riesco)

 

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20 aprile, 2010. C'è anche un altro modo per raccontarla. Mentre mi abbracciavi per il lutto, in faccia a tutti, ancora più in faccia a tutti pubblicavi immagini oscene l'una dietro l'altra. Mentre mi dicevi che ti dispiaceva tanto di non potermi stare vicino, eri al mare con chi ti interessa. Non ci vuole molto per capire che le tue dichiarazioni di amicizia e di amore erano false: o meglio, erano di maniera. Da ciò è derivato un imperioso bisogno di mandarti affanculo.

A volte ho l'impressione che tu cerchi tenerezza, affetto, talvolta una struggente passione: ma con certi strappi ghiacciati ogni strada è chiusa, perché nessuna donna rischia la propria tenerezza con uno che il giorno dopo la fa vergognare di essere una donna. E non parlo solo per me. Se ciò che hai pubblicato ha fatto orrore a me, che ho solo immaginato di amarti, non posso immaginare quale orrore abbia provocato in chi ha potuto amarti davvero.

E non sto parlando delle fiammelle presenti.

 

19 aprile, 2010.

Una striscia di Charles Schultz, quello dei Peanuts, raccontava un episodio del legame tra Woodstock e Snoopy. Un giorno, l'uccellino Woodstock si offendeva per gli sgarbi e le dimenticanze dell'amico Snoopy, e gli chiedeva la restituzione di un prestito. Due dollari. Snoopy si arrabbiava, tra i due le cose si mettevano davvero male, l'uccellino inalberava borse ventiquattrore da affarista, Snoopy reagiva con comunicazioni ufficiali. Poi, il solito deus ex machina dei fumetti, in quel caso un Linus, o un Charlie Brown, o una Sally, interveniva spiegando a Snoopy che forse avrebbe dovuto domandarsi perché Woodstock gli chiedeva i soldi. Snoopy ci pensava un attimo, e poi chiedeva a Woodstock: perché fai questo? Perché mi tratti così? Woodstock, che se ricordate non parla, ma si esprime solo usando trattini verticali tutti uguali, da interpretare secondo l'espressione del muso, si profondeva in dettagliate spiegazioni senza parole, consistenti solo in vasti fumetti pieni di trattini. E. E in un'espressione di dolore, di sofferenza, di disinganno che il fortunato pennuto poteva mostrare a tutti tenendo gli occhietti chini al suolo, le braccia aperte e il collo incassato nelle spalle. Allora Snoopy capiva. E diceva a Woodstock: "tu mi hai chiesto due dollari per un cuore spezzato. Stupido uccellino, il tuo cuore vale molto più di due dollari."

Purtroppo, fuori dalle vignette, le cose vanno diversamente. Capita, è vero, di chiedere due dollari per un cuore spezzato. Capita anche di averne veramente bisogno. Capita anche che l'amico non si ponga la questione del perché, e non domandi "perché mi fai questo". Capita che in generale quei due dollari stiano tra noi in modo osceno, ingiusto e fastidioso, universalmente, perché in assoluto non è possibile lavorare sempre per niente, ma passi. Capita anche che nessuno, in nessun momento della giornata, provi nemmeno a pensare "il tuo cuore vale molto di più di due dollari".

Già, forse è per questo che li si chiede, i due dollari.

D'altronde, a me non resta altro. So che cos'è il dolore per un'amicizia perduta, per un amore non nato. Lo so prima di rendermi conto che da qualche parte c'è un debito. E quando vedo quel debito, mi ci attacco, e mi ci attaccherei anche se fossero duecento lire, due dollari, due centesimi. Perché prima, quando guardavo il mio frigorifero vuoto, ero contenta che fosse vuoto per te, che i venti euro della spesa settimanale finissero nella spesa di un giorno per te. Adesso, la dieta di questi mesi mi fa male come se sentissi all'improvviso tutte e tutte insieme le fitte della povertà, che prima non conoscevo. E il male più duro viene quando penso che tu avresti potuto vedere che il mio frigorifero era vuoto, ma non te ne è importato mai abbastanza. In tutti questi anni, tu che sei il fidanzato di donne molto più ricche di me e dalle toilette costose, non ti sei nemmeno accorto (qualcosa in realtà mi dice che te ne sei accorto, ma che mi hai preso in giro per questo) che il mio spolverino primaverile è rimasto lo stesso. E non ti sei accorto che lo detesto: forse perché quando mi vedevi, mi brillavano gli occhi.

Comincio a non poterne più di stare qui, è una delle sensazioni nuove che nascono dal mio lutto. Inizio una frase scritta, poi seguito a scriverla a mente. Non riesco a esprimere quello che Woodstock poteva dire con dei trattini. Posso solo stracciare qua e là qualche parola, poi sopravviene una specie di marea per la perdita di mio padre che sommerge tutto il resto, e che non è nemmeno dolore, è sprofondamento, e tu lo conosci bene. Le poche parole stracciate che posso dire sono che il mio cuore vale molto più di due dollari. So che sai che tutto questo mi costa molto di più. So che se avessimo condiviso il frigo vuoto, il mio e il tuo, se avessimo condiviso il malEssere di questi giorni, non saremmo a questo punto. Invece, eravamo lontani mille miglia, ed è questo che ti chiedo di rifondere.

Oppure no, non lo so e non me ne importa niente. Sarei davvero felice se tu fossi fidanzato, credimi, perché saperti lì da solo,

cattivo oppure buono, così come diavolo sei e qualsiasi cosa tu sia, mi fa male. Tutto mi fa male.

Già, sì, avremmo dovuto andare in bicicletta: due dollari. Avremmo dovuto leggere insieme o scrivere insieme, e tu lo fai con altri: due dollari. Avresti potuto capitare qui, magari, una volta: due dollari. Credo fermamente, soprattutto, che tutto questo tu l'abbia fatto apposta.

Oh, io saprei come avrei dovuto scrivere e finire questo pezzo. Ma non mi importa più davvero di scrivere, è lo sprofondamento di cui ti dicevo. Non me ne importa niente nemmeno dei due dollari. Te li ricorderò fino all'esaurimento, eppure non me ne importa proprio niente, né sarò un filo più contenta di così quando me li renderai. Proprio per niente. Anzi sarò profondamente infelice. Tu questo lo capisci? Perché io no, io non lo capisco. E' lo sprofondamento che dicevo: vedo che tutto è complicato, e non ho la forza di capirlo. Che quei due dollari rappresentino qualcosa, dipende da elementi che non sono più abbastanza semplici da essere espressi su queste pagine.

 

 

 

14 aprile, 2010.

Devo recensire quattro libri. Ma non riesco a leggere. In quindici giorni ho letto centocinquanta pagine del primo libro. Poi ho provato con il secondo, che ora è fermo a pagina venti. Tra una riga e l'altra passano ore. Nel novero dei fissatori di pagine, non sono di quelli che rileggono cento volte la stessa riga senza capire. Mi fermo. Dimentico. Non so più che sto leggendo un libro. Penso che giocherei volentieri a un gioco sul computer. Io Sento, finché quello che sento non diventa una Sensazione, qualsiasi cosa sia. Tutte le notti, intorno alle due, la Sensazione mi dice che domani dovrò alzarmi presto, e che ora devo andare a dormire. Il problema è che io ho deciso da giorni che domani non dovrò affatto alzarmi presto. Mai più. La Sensazione però cresce fino a quando non mi arrendo e mi infilo sotto le coperte. Ecco. Dopo un quarto d'ora di resa, quindici minuti in cui ho pensato le cose sublimi dell'addormentamento, e ho correttamente praticato la sistemazione dello stato delle cose e il blando desiderio dell'indomani, mi rimetto a sedere nel letto e riaccendo il computer e una sigaretta. La Sensazione mi dice che è la cinquantaquattresima sigaretta che fumo. Oppure è la prima di domani, rispondo.

E' da questo momento in avanti che la Sensazione, sempre più arrabbiata, mi ordina cento cose una più gravosa dell'altra. Per cominciare, mi ricorda la lettera di presentazione che dovrò compilare in inglese, per il mio lavoro. Io vedo la lettera di presentazione fluttuare nella mia testa come un sacchetto di plastica nell'acqua di un fiume. La immagino perfino mulinare in un gorgo trasparente, e nell'intimo, sotto la Sensazione, spero che affondi. Poi, perché la Sensazione colpisce a caso, mi viene in mente un giubbino di pelle che ho visto, e che la Sensazione già da qualche settimana mi ha prescritto di comperare. Però io non ho voglia di uscire per un motivo così definito. Io dimentico. Io sono impegnata a dimenticare, tutto. Dico alla Sensazione che domani andrò a comperare il giubbino, ma so che quando sarò fuori avrò già dimenticato, e mi occuperò invece di guardare come è vestita la gente. In questi giorni, osservare l'abbigliamento delle persone mi riempie di gioia. Mi piacciono le persone senza pudore, grasse con i jeans attillati, vecchie con le minigonne, brutte con le borse firmate. Mi diverte percepire la loro libertà, ricordo più volentieri la loro giornata della mia, che devo dimenticare, e ricordo perfettamente il momento in cui, questa mattina, davanti allo specchio, prima di uscire, hanno fieramente vestito i loro difetti con qualcosa di altrettanto difettoso. Alla stazione metropolitana di Cadorna, l'altro giorno, mi sono incantata a fissare i tagli seriali, orripilanti, del paio di pantaloni di un tizio azzimato, che si guardava intorno di continuo per vedere se qualcuno lo stava osservando, e se lo si notava. Il tizio aveva la fronte bassa, i capelli a spazzola neri sparati di gel, un giacchino bianco con due strisce argentate lungo le maniche, come un Elvis Presley motociclista, e i jeans larghi e sezionati in più punti con la lama di una taglierina di una fabbrica di confezioni in Cina. Ho immaginato le migliaia di persone che portavano gli stessi tagli nello stesso modello di jeans in mezzo mondo. Ho immaginato tutto il resto, il servizio completo, la donna o l'uomo che si innamora del taglio nei jeans universali, il cestino della biancheria sporca cosmico in cui i jeans dell'altro emisfero, dove è già sera, sono probabilmente già finiti. Ho immaginato i matrimoni, i tradimenti, la progenie e le lotte di successione dell'uomo di Cadorna e dei suoi simili, e l'ho lasciato andare con dispiacere quando è salito sul treno per Abbiategrasso. Un'altra cosa che in questi giorni noto quando sono fuori casa, motivo per cui non esco mai, è quanta gente giovane e quanta gente vecchia c'è in giro. Distinguo automaticamente, come tutti, ma formo squadre, partiti, associazioni in cui intere popolazioni di quartieri diversi sono associate in formazioni inconsapevoli, o solo tacitamente consapevoli, di solo giovani o solo vecchi: e negli autobus e nei locali pubblici osservo le partite tra le due squadre, guerre condotte senza guardarsi, l'uno voltato di qua, l'altro voltato di là, altri infiltrati in gruppi misti, un barista del primo gruppo che serve il caffè a giocatori del secondo gruppo, un corteo di compratori e venditori in un mercato rionale che sembra il set di un film di agenti segreti delle squadre opposte. Mi impressiona la vecchiaia, con l'introversa disperazione che spande intorno oggigiorno, e tutti gli uomini anziani mi ricordano mio padre, e tutte le donne anziane mi ricordano mia madre. Tuttavia non è un ricordo generico, è personale e proprio, anche se non so come farlo capire a chi non lo conosce: fermerei ciascun vecchio e gli direi: sei fortunato a non zoppicare, a non soffrire di male alla schiena, mio padre non camminava più, e non voleva essere portato in giro in carrozzella. Tu come ti sei convinto? Quali parole hanno usato? Chi sei? Come ti arrendi, tu, al fatto che ciò che non hai raccontato di te, tra pochi mesi, o anni, magari all'improvviso prima che tu te ne sia occupato seriamente, scomparirà e tacerà per sempre? Come dovrò arrendermi io? Io che in più scrivo? Come ha potuto arrendersi mio padre? La mia Sensazione mi infastidisce ormai allo stremo, e tra le ultime cose che mi ordina di fare c'è la solita: dovresti scrivere. Quando la mia Sensazione mi dice "scrivere", in questi giorni, io ho un accesso istantaneo di insofferenza, che si dipinge in tutta l'aria intorno all'improvviso come un gesto, come un arcobaleno. L'arcobaleno con i colori dello scrivere, in questi giorni, contiene tutte le obiezioni, tutte le critiche, tutte le pigrizie e le fatiche dello scrivere, le opinioni di chi non legge, i geroglifici nel cavo delle piramidi, la nascita "della lettera scritta astratta" come ho imparato a paperella in questo strano periodo, la fortuna dei testi antichi, le penne che spandono inchiostro nelle borsette, le schedine di Nabokov, il raccoglitore in metallo di mio padre, i pasticci ai margini, la carta vergatina sottile, la scomodità antianatomica di tutte le agende e agendine, il ghigno satanico del non scrivere, la conoscenza del tono, i difetti di calligrafia, la pancia delle emme e delle enne. Contiene tutte le forme. Ma non comprende i contenuti. La mia Sensazione sa che spingerà, spingerà, e come questa sera mi costringerà a toccare il velo sacro che nasconde tutto, a entrare nel tempio prima con un piede, poi con tutto il corpo, e a decidermi. E non sarà nulla, e io ancora una volta non l'ascolterò, sapendo però in cambio che cosa mi aspetta, preferendolo o no definitivamente al rigurgito orrendo dell'intero mondo che mi si nausea in bocca e che è, quando è, scrivere. Sapendo che mi aspetta il vento.

 

 

14 aprile, 2010. Mi piace la luce delle cose, in questa specie di parco safari che è il mondo. Mi piace che esista l'aria. Mi piace che in faccia agli abominevoli occamisti del concreto, vi siano elementi che solo di recente nella storia della sopravvalutata intelligenza umana hanno mostrato una qualche, comunque misteriosa, computabile natura fisica. Poiché i concreti di oggi sono gli stessi che un tempo dicevano che la luce non ha consistenza, e ora su chissà che altro si sbagliano. Spero che esistano tracce di ciò che proviamo, e che queste tracce si diffondano nel mondo sfiorando altri sensi, altri corpi, e che se non aumenta per un sospiro umano l'intensità del sole, si muti almeno qualcosa del paesaggio circostante, come un'impronta labile che solo tra gli evanescenti, nei sogni, tra le anime, ha avuto vita.

 

 

Due persone voglio ringraziare. Antonio, che con pazienza mi spiega che cosa si proverà più in là, e io lo ascolto, annuisco, fingo di capire. E mamma, che sta squarciando la giungla dell'ignoto davanti a me in questi giorni, e che mi ha spiegato da dove viene, in famiglia, lo sguardo smarrito e a volte irritante della poesia.

 

 

10 aprile 2010.

Lo stalker vuole stuzzicarmi con le sue categorie. L'affetto? Un uomo che non condivide il mio dolore più grande può forse darmi lezioni di affetto? L'amore? Idem. Sarò pesante: ho perso mio padre ieri e continuo a interrompermi, ipnotizzata, mentre è il numero di mio padre che faccio per avvertire dei funerali. Tonnellate di terra morta mi cadono addosso ogni volta.

Il successo? Il talento? Il marketing del talento? Vincere? (questa poi è bellissima: anch'io pensavo di vincere, la Morte)

Mi dici di quale pianeta stai parlando? E' affascinante, ma non riesco nemmeno a vederlo.

Forse non hai capito che non me ne importa niente. Forse non sai. Forse anche il tuo dolore, come tutto il resto di te, è soltanto questa "posticcia esposizione di coincidenze ben trovate".

Perché se il gioco è essere ingenerosi, oh io posso essere perfidamente ingenerosa quanto te. Da dove cominciamo, a giocare al massacro? Tu che cominci, e che non hai ragione, da dove vuoi che cominci io?

Io però non comincio. Non me ne importa niente.

Quanto alla "posticcia esposizione di coincidenze ben trovate", sappi che questa è, spesso, la definizione che do del mio lavoro, non del tuo. Prima di irritarti in modo irriflessivo, estraneo, lontano e remoto come vuoi essere, guarda quanto riguarda me il cuore di questa sensazione (e il cielo non deve essere né sopra né sotto, bambini miei, se non è dentro): io so di essere qui in questa posizione e su questo trampolino per aver lavorato tanto e per lo più senza frutto, spesso ottenendo più di quel che credevo ma in una direzione sbagliata, spesso pagando troppo caro un vantaggio faticoso, tentata di seguire la corrente, tentata di adattarmi alla scala di scrivanie - da quella del più potente di me a quella del meno potente - indossando la cravatta adeguata.

Spesso. Ma so anche di tutti i libri che ho letto solo a metà, di tutti i saggi critici che ho interrotto sbuffando e annoiandomi a morte. Mentre non mi annoiava mai la domanda: da dove viene la vita, da dove viene l'amore? Che è la domanda più sciocca e infantile per la quale manchi una risposta. I libri che ne parlano, come sai, sono pochi. Le scrivanie che hanno quest'ordine del giorno tra i documenti, nessuna.

Ora il sogno più frequente che faccio, te lo descrivo in cartolina, non riguarda né il successo, né la sconfitta, né l'amore, né la Morte. E' uno sfondo ravvicinato di alberi di un verde intenso, brillante. Da destra, da un rialzo di roccia, scende un'acqua trasparente che nutre i fili d'erba. Io resto sdraiata con la faccia nell'erba, cerco di dimenticare di aver udito il cuore di mio padre fermarsi, io, sentendomi come se non avessi mani, e lascio che a poco a poco dagli alberi, dall'acqua e dall'erba escano le creature del mondo, a carezzarmi i capelli, a cantarmi canzoni, a riaprirmi gli occhi.

Io sogno di vivere.

E non voglio altro.

 

 

7 aprile, 2010. Essere come? E poi, essere? Tu? Con quello che hai attraversato, e che non significa nulla per altri? I cuori che battono forte, sprecandosi a ogni battito? Il significato della paura stessa? Ci sono umani con cui si possa parlare, ancora? Dei non ce ne sono più, solo cupole di raccoglimento.

 

6 aprile, 2010. A Moi. Osserva da questo belvedere. Puoi amare infinitamente tutte le costruzioni eleganti dell'uomo, i suoi confronti con quell'agitarsi di dita, la sera. Lo ascolti aver caldo, aver freddo. Lui non si sente ascoltarsi. Il ramo di robinia, che quest'anno arriva alla finestra, sa ciò che accade, e in ogni caso quest'anno arriva alla finestra.

 

 

5 aprile, 2010.

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele

(Dante, Purgatorio, Canto I)

 



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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).