Infelici brevi
Lei.
Racconto di Ida Bozzi
Lui percepiva a volte un sé ansimante, sempre più giovane di quanto non fosse in realtà, sempre rannicchiato, sempre nudo, nell’ombra, in attesa. Lo sentiva scavare con le unghie una terra senza radici, senza semi, senza sassi, morta, grigia, lo vedeva grattare e sollevare le manciate di terra vuote, e qualche volta fermarsi a fissarle. E all’improvviso gettarsi a divorarle, piangendo, e sputarle incredulo, insapori, asciutte, fredde.
“Hai un asciugamani?” gli chiedeva uscendo dal bagno qualcun’altra - non ricordava sul serio il nome. O Gabriella o Graziella, o un'altra cosa con la a. Tanto, lui le chiamava in terza persona, sempre: “Eccola, la mia Mite”, oppure “Come si fa coraggiosa, la mia Coraggiosa”, oppure “Si fa pregare, la mia... uhm... Preghierina”. Se anche capivano, e molte di loro capivano, erano più interessate di lui a concludere, e non si lasciavano scalfire da quasi nessun disincanto. La tipa alta senza tette alzava le sopracciglia e si piegava su quel suo addome magro che si raggrinziva di abbronzatura, la piccoletta con il grosso seno senza punte, gonfio, lucido, ridacchiava e gli premeva addosso il suo peso umido, leggermente salato, quell’altra, quella con gli occhi piatti come le guance, dio che faccia strana, gli sorrideva senza dire una sola parola e si inarcava all’indietro, esotica.
Lui mordeva una manciata di terra, e picchiava i pugni nella buca, e intanto indicava gli asciugamani e la porta alla spilungona che non si decideva ad andarsene.
Qualche volta non si sentiva così. Qualche volta saliva il gradino. Qualche volta qualcuna di loro si metteva lì, rideva in un certo modo, senza accorgersene, o lo stringeva infinitamente più piccola di lui in un angolo acuto del letto, come se si potesse veramente cadere, o gli luccicava dentro in altre maniere, e allora lui improvvisamente la guardava. Si svegliava, in quel momento, dall’incubo. Gli capitava di voltarsi e mostrare una fotografia. Gli capitava di aprire la porta e uscire con il dito puntato verso un posto, una casa, un vecchio teatro, una chiesa, perfino il tavolo di un ristorante. Gli capitava di dire “aspetta” mentre si cambiava la camicia e si infilava le scarpe. Ed erano piccole illuminazioni, si sentiva pulito, rasato, gentile. Ma poi succedeva sempre qualcosa. Loro chiudevano la finestra in un certo modo e si rivelavano: non erano lei. Il gradino disceso riportava nella buca. Nella buca la terra non aveva sapore. Lui apriva la portiera della macchina dicendo alla ragazza: “Si mette la sciarpa, la mia Freddolosa”, e nemmeno si sentiva più parlare, e non parlava più, qualunque cosa dicesse.
Lei ritornò una sera di primavera. Fu bellissimo. Lui si guardò nello specchio del bagno, pianse nel lavandino, sorrise, si ricompose. Lei lo aspettava fuori per abbracciarlo, e non se ne andò più. Mai più. Ogni tanto lo prendeva tra le braccia e gli sussurrava “Che paura ha avuto, il mio Cattivo”. E lui era felice.
(di Ida Bozzi)
(pubblicato il 28 febbraio 2008)
