L’infermiera
L’infermiera sedette due letti più in là, e appoggiò la testa indietro sul muro. Ora che l’unico paziente del reparto era... Ora che la stanza era vuota, e tutti i monitor e le apparecchiature elettroniche erano spenti, si sentiva stanca.
Osservò la stanza, con un occhio che i pazienti avrebbero definito clinico. Pareti che si incrociavano negli angoli, mobiletti, letti... Lei sapeva che in realtà non c’erano prospettive e piani differenti, e che quello spazio variato e profondo era solo una pagina piatta, come il foglio di una fotografia. La distanza della sedia dal letto era solo un’illusione buona per chi guardava al di qua della foto, mentre chi guardava dall’altra parte non aveva distanze da superare, passi da fare, prospettive da affrontare, ma solo quell’unico indifferenziato sipario. Di qua, si potevano cambiare i paesaggi come si cambiano le diapositive in un proiettore, ma quel che c’era di là sapeva di dover solo saltare davanti al proiettore. Lo immaginava come un cane nero.
Lei poteva quasi seguirlo con lo sguardo, il cane nero, dietro i drappi a canne del sipario invisibile, lo vedeva mentre cercava nelle pieghe dell’aria trasparente uno strappo per infilare dentro il suo muso. Vedeva la stoffa incresparsi, solida stoffa su cui stavano le tonnellate di cemento dei palazzi, intere atmosfere d’aria, armadi che a muoverli occorreva mettersi in due o in quattro, alberi, automobili, e decine di persone in movimento. Eppure la stoffa si increspava come una carta velina su cui tutto era soltanto disegnato, e si gonfiava al passaggio del cane in agguato. Lo vedeva correre verso un punto più sottile, lo sentiva annusare e ringhiare cercando lo strappo.
Lei correva a ricucire, dove poteva. Non aveva ancora capito di quale materia esattamente fosse fatto il sipario, e detestava la perdita di tempo infinita di tutti quei grandi uomini che si occupavano nient’altro che dei disegni sulla carta velina. Quanto alla gente che riempiva di mobili lo spazio nella fotografia, a volte avrebbe desiderato che si togliessero semplicemente dai piedi, e le liberassero la vista. C’era un episodio buffo, che si raccontava spesso. Quel ragazzo che per uscire con lei si era fatto bello di tutto ciò che aveva: il Suv, la casa in centro, l’intelligenza con cui aveva fatto i soldi. Le piaceva, quel tipo. Lo aveva visto qualche volta muovere gli occhi sullo sfondo, come se fosse in guardia, anche lui. Una sera si era arrischiata a dirgli che di tutte quelle cose, di tutti quei drappeggi sul sipario, non le importava; ma che lui, così com’era, con quello sguardo, le importava. Il ragazzo l’aveva odiata: se pure lui vedeva, se pure era dotato di quella vista speciale di cui importava a lei, ugualmente preferiva ignorarla, se possibile liberarsene, e vivere tra la mobilia davanti alla carta velina, nella maniera più sontuosa e più felice possibile. Forse aveva la debolezza di vincere.
C’era una calma, ora che il cane era sazio, che metteva sonno e voglia di accoccolarsi un po’ e riposare. Presto sarebbe tornato. Il ritmo del suo respiro affamato avrebbe cominciato a muovere i bordi del sipario, in basso, la sua sagoma avrebbe cominciato ad agitarsi avanti e indietro, come quella di un lupo che cerca la pista. Oppure ci sarebbe stato quel tale attacco improvviso, violento, cui il cane si abbandonava dopo periodi di relativa calma e di digiuno. E lei avrebbe dovuto affrontarlo con una forza nemmeno paragonabile a quella di un cerotto davanti a un coltello affilato. Il Suv, le venne in mente, e sorrise.
Si calò in quella breve pausa di sogni.
(di Ida Bozzi)
(pubblicato il 6 febbraio, 2008)
