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Senza titolo.

 

Mentre scioglieva con la crema il trucco pesante della “Lucia di Lammermoor”, Lisa sembrava non poterne più dei fiori che assediavano il suo camerino, e del loro profumo.

“Fammi il piacere di portarli alla chiesa,” disse a Malina, la vecchia sarta che l'accompagnava in tournèe da anni.

“Cominciamo con le orchidee,” obbedì Malina, sollevando dal ripiano i lunghi steli scuri su cui sbocciavano decine di fiori color porpora, e avviandosi per deporli sul tavolino vicino alla porta. “Sono di Kirov, certo,” continuò. Aveva il difetto di conoscere i pensieri di Lisa, con l'aggravante di manifestarli tutti. Kirov era un mercante ricchissimo, con una famiglia numerosissima, e bramava solo una cosa più ardentemente di un’ora di pace a teatro lontano dai suoi rumorosissimi figli. E quella cosa era una notte di passione con la diva Lisa B***. Le sue orchidee l'avevano ribadito per tutta Europa, seguendo la "Lucia" in tournée con i loro colori e odori d'apoplessia. Erano state viola, a Parigi, gialle, a Londra, e ora color porpora, a Vienna. Ma le orchidee non viaggiavano sole. Esili fattorini con le uniformi stiracchiate restavano ad attendere la diva ai piedi del palcoscenico fino alla fine dell’opera, secondo gli ordini di Kirov, per consegnare di persona e con un inchino il dono che sempre si accompagnava alle orchidee. E che richiedeva una risposta. Un plico sigillato che Lisa aveva aperto una volta e restituito con orrore, soltanto per vederselo riconsegnare in silenzio nel retropalco del teatro successivo, sigillato di nuovo: dopo quell’unica occhiata, i grandi occhi dipinti della Lucia avevano imparato a riconoscere perfino il colore della carta da pacchi di quell’insopportabile presente. E a Praga, dopo una premiére incerta sotto un temporale battente, la “scena della follia” della signora di Lammermoor aveva avuto un seguito dietro le quinte. Lisa aveva pugnalato il fattorino che aveva osato avvicinarsi troppo con quel pacchetto ripugnante, l’aveva colpito ripetutamente, all’addome, al cuore e perfino alla schiena; per fortuna, con il pugnale di scena. “Ma che cosa ci sarà mai,” le aveva chiesto Malina in quell’occasione, strappandole dalle mani la finta lama, il malcapitato intermediario e le orchidee, “che cosa ci sarà mai, in quel pacchetto, per arrabbiarsi tanto!” Trecentomila fiorini in obbligazioni della compagnia delle Indie Olandesi, intestate a Kirov, ecco che cosa c’era. E una carta di delega cui mancava solo la firma: quello spazio bianco, sapeva Lisa come si voleva fosse riempito.

“Coprile con un foglio di giornale,” si lamentò la diva, liberando con un batuffolo di cotone la bocca nascosta dalla crema detergente. “Mi danno il voltastomaco.”

“Certo, certo,” obbedì Malina, e aprì il foglio delle notizie del giorno sui fiori appiattiti. “Così sopra posso sistemarci i lillà di Charlie Altamont. Quelli sì che hanno un odore di cimitero,” ridacchiò, e con il suo passo che sapeva diventare lentissimo attraversò il camerino verso il grande bouquet color polvere dell’inglese.

Charlie Altamont non mandava altro che orribili lillà. Erano i fiori più solenni per le chiese, i palchi, i cimiteri e i ristoranti di lusso, e per la miseria lui non aveva dubbi sulla solennità del suo sentimento per Lisa. Lisa era un’aragosta da dodici pounds, o indifferentemente una Missa Solemnis, e i dodici steli di lillà, adagiati in una scatola con sacchetti di ghiaccio da autopsia, o da mercato del pesce, erano un modo più che solenne per comunicarglielo. I disgraziati fiori li consegnava a mano il fratello di Charlie, tale Rup, per risparmiare e insieme per lasciare intendere qualcosa, qualcosa di molto preciso, un punto logico che Lisa all’inizio non aveva ben inteso, ma che lo stesso Rup non aveva mancato di sottoporle una sera, a Londra, insieme al circostanziato e luttuoso omaggio. “Per conto mio sono tutte cavolate,” le aveva detto, passandole i fiori e dandole di gomito, “ma l’ultima signora Altamont, buonanima, si lamentava che non c’erano fiori in quella casa. Oh, Charlie è un buon diavolo che sa imparare una lezione. Sissignora!” Le aveva detto, mentre Malina liberava dal peso dei lillà la diva esterrefatta e si allontanava nel corridoio dei camerini con uno strano passo di marcia.

“Anche su queste, meglio una pagina di giornale,” borbottò, come parlando da sola, la vecchia Malina, e poi, voltandosi in modo da fissare Lisa negli occhi, ignorando l’immagine truccata a mezzo riflessa nello specchio, chiese: “E... e della rosa del principe K***, che cosa dobbiamo fare?”

Lisa mosse appena le palpebre, sforzandosi di non battere ciglio. “A... alla chiesa, non ti ho detto? Alla chiesa, alla chiesa anche quella.”

“Alla chiesa anche quella,” sospirò Malina. “Ma non la vorranno, una sola rosa. Tanto vale buttarla,” aggiunse, sollevando la rosa con le due mani, come una stola o un cadavere, e chinando la testa di lato. “Oh, ma sarà mai un regalo da principe, questo?” chiese, guardando di sbieco Lisa che fingeva di non sentire, ma tremava sulla poltroncina, vibrando parola dopo parola. “Ha le foglie tutte mangiate, come da un baco, così fragili, sembrano bruciate. Peccato, perché doveva essere bella, molto bella, non molto tempo fa. E adesso invece già perde i petali. Toh, che cosa dicevo: ecco!”

Esclamò, e si chinò a raccogliere due petali che erano caduti a terra. Con l’aria indaffarata di chi ha le braccia cariche, e il suo carico era quella sola rosa, li depose come per caso accanto alle mani di Lisa, sul tavolino dei cosmetici. Sul legno freddo i due petali rossi si distesero, muovendosi appena. Lisa li guardò scivolare l’uno sull’altro, vellutati, ancora più belli ora che i bordi si arricciavano di un’impossibile sete, e rabbrividì.

“Malina, no,” disse, con un filo di voce.

“No, signora?”

“No.”

“No, ma che cosa?” insistette quella, “no, che non devo buttare la rosa, o no, che non la mandiamo alla chiesa?”

Lisa mosse una mano toccando inavvertitamente i petali, che caddero l’uno volteggiando e urtando l'angolo della sedia, l’altro scivolando lento sul raso del vestito di Lisa, e raggiunsero il suolo con due declinazioni diverse di grazia, in due momenti distinti, tanto che li si potè quasi veder cadere uno alla volta, e cadere il primo diritto sotto il tavolino, come a capofitto, e il secondo lontano, sul dorso, davanti al soffio di vento della finestra aperta. Che infatti in un attimo se lo portò via.

Lisa non rispose più, il viso pallido senza un filo di trucco. Malina la lasciò che ancora guardava il suo petalo a terra, ma si mosse, per correre a portare i fiori e la rosa alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, prima della messa di mezzanotte, com'era deciso fin dall'inizio, in punta di piedi. 

 

   

(di Ida Bozzi, il 22 aprile, 2008)




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“Sette moderniste” è un romanzo. I fatti raccontati nel romanzo sono immaginari.
Anche "N-Owa" è una creazione di Ida Bozzi all'interno del romanzo Sette Moderniste.

Ogni riferimento ad avvenimenti, fatti e persone reali è puramente casuale.
Perciò, se vi riconoscete qui dentro, siete fantascienza.
Tutti i diritti riservati: Ida Bozzi.

Disegni "pseudo Rongorongo" di Ichiro (diritti dell'autore).

Sette moderniste è online dal 23 maggio 2005

Scribo quia absurdum

“Un uomo ha avuto un'esperienza. Ora cerca la storia di questa sua esperienza.
Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita”
(cit. da "Il mio nome sia Gantenbein" di Max Frisch).